Tutti siam rei: le lacrime
Son la miglior preghiera.[50]
Ma in te vivono molti nobili figli che non oltraggiano, e stanno pensosi dei propri destini, e conoscono le sventure dei popoli presentare qualche cosa di divino, come le querce tocche dal fulmine: essi meditano il modo per rendere più miti le condizioni umane, ed invocato aiuto dall'alto, quanto sanno meglio si adoperano nella magnanima impresa. E noi ci chiamiamo amici di chiunque abbia viscere di umanità, non dei rigattieri di carità e dei rivenduglioli dell'amore del prossimo. Un giorno, tardo ma certo, saranno mutate le sorti mortali, non per virtù nostra, ma per lo spirito che agita le nuove generazioni. Questo spirito, versato dall'alto di un patibolo sopra la terra, tornerà al cielo coll'ultimo uomo. Nelle procelle del mondo, traverso il turbine delle passioni, Cristo splende, faro divino, per ricondurre i traviati a salvezza. Cristo strinse nei fianchi Attila, e le mani mansuete valsero a rompere i reni del feroce. I barbari trucidarono i Santi, e rimasero atterriti dalla pace ed alle parole di perdono che profferirono i labbri dei morenti, finchè caddero genuflessi adorando i martiri santi che eglino stessi avevano fatto. Cristo tolse all'uomo lo istinto del tigre; rimane adesso a vincere più acerbo istinto, quello della volpe. Gl'ipocriti mal si convertono; dal granito puoi ricavarne architrave o colonna, dal fango non ricavi altro che sozzura; e i Farisei crocifissero Cristo, non però lo spensero. Vive la sua legge che insegna: — voi li conoscerete dalle opere: coloro che si pongono a orare in mezzo ai tempii, ipocriti; quelli che portano la carità a modo di gonfalone, ipocriti; che ogni istituto di benevolenza infeudano in proprio nome, che su pei canti appiccano i cedoloni del poco bene che fanno, che mostrano sempre il cuore senza mai darlo a nessuno, — ipocriti! ipocriti! Poichè specularono sopra la carità, ebbero la loro mercede: adesso sgombrino il mondo. Se i filosofi di Francia non procedevano avversi a Cristo, noi avremmo ora percorso gran tratto di cammino della vita migliore. Posti in disparte i vizi di cotesti uomini, io per me credo che volessero il bene e che si affaticassero a conseguirlo; onde io non posso persuadermi come mai contrariassero tanto le discipline cristiane, le quali pur mirano maravigliosamente a quello che eglino desiderarono. Amore degli uomini vero, indole aperta, aborrimento della tirannide, libertà onesta, dignitosa uguaglianza, fratelli tutti, e di patria comune cittadini, e modestia nei modi, verecondia negli atti, pudore nei costumi, persecuzione dei pubblicani, guerra implacabile agl'ipocriti, carità segreta, esercizio di pratiche benevole con la mano destra ignorato dalla sinistra; preci brevi e di cuore, e soprattutto sagrifizio di sè in benefizio altrui: — tutto questo essi desideravano, e Cristo insegnò diciotto secoli prima. L'odio contro ai sacerdoti traviava i filosofi; ma dovevano i filosofi disprezzare la perla a cagione del guscio che la chiude? — lo ignoro, e dubito forte che gli uomini sieno per giungere a tal grado di perfezione da superare il confine segnato da Cristo; quello che so di certo si è che il Cristianesimo dirittamente inteso contiene la morte del verme che rode le presenti generazioni, l'amore storto ed esclusivo di sè, e presenta una formula larghissima entro la quale gli uomini possono svolgersi per lungo spazio di tempo verso il loro miglioramento.... — Ma intendiamoci bene: il Cristianesimo.......
DISCORSO QUARTO. DELLE SEPOLTURE DI SANTO IACOPO.
Il grido
Che dal tumulo a noi manda Natura.
I Sepolcri.
Chiunque non tiene per disagiata una via che la troppa frequenza di uomini e di animali rende un po' sozza; chiunque può sostenere un alquanto lungo cammino, lasci Livorno uscendo dalla porta Colonnella, e s'indirizzi lunga la costa meridionale del mare. Bello afferma taluno l'aspetto del cielo e delle acque sereno quando una brezza lieve lieve le spiana, e vi produce un moto, che il poeta in sua mente paragona al brivido della donna innamorata; — dico in sua mente, però che la scienza delle relazioni sia cosa segreta, e l'orbo può giurare non esservi luce, — almeno per lui. Bello dice tale altro il mare in iscompiglio, e le nuvole imperversanti, lo scoppio del fulmine, e il grido disperato del naufrago sublime! — Gli uomini chiamano l'ente che si compiace di aspetti siffatti o scellerato o stolto, ed egli loro: — e la ragione a cui? I più hanno forza su i meno, — e questa forza sarà ultima ratio rerum, finchè non la sotterrino coll'ultimo dei viventi. Gli dieno pertanto la caccia, e lo distruggano, ma non lo insultino: — non fu già per lui grave insulto la vita? Non gli pongano memoria, perchè desiderava la fossa, come lo esiliato la patria, ma non esecrino il luogo dove posa la testa. Rammentati, o uomo, che non conviene alla terra maledire la terra! — Chi poi, per natura inchinato a melanconia, desidera le dolenti sensazioni, si faccia lungo la riva nell'ora che volge il desìo ai naviganti, e vedrà il sole spoglio della superbia dei raggi accostarsi al mare come un grande oppressore alla morte. Se però circoscritto è il corso del sole, tutte le vite mortali lo compongono. Chi è che lo vide nascere? Qual è colui che potrà vantarsi di vederlo morire? Cade nel mare come finse la favola che Anteo cadesse sopra la terra; quivi deriva il vigore per apparire alla dimane glorioso di potenza e di luce. A noi una volta caduti insulta il verme comune: ognuno di noi porta la sentenza di morte su la fronte, il carnefice nel seno. Scoperchiate le fosse, e guardiamo cosa rimanga di coloro che piansero e fecero piangere. — La morte non ha ministri, nè consiglieri, nè governatori di Provincie: indistinti le offriamo tutti un trono di putrefazione. Forse il cervello di colui che lasciava altissima fama tra i suoi confratelli di polvere non seppe nudrire che un tossico amaro, mentre il cervello di chi visse e moriva negletto, alimentò la rosa che si mostra sopra i capelli della vergine, — quasi in satira di sua fugace bellezza. — E pure con questo v'ha tale che sdegna toccare la mano del compagno, dove la sua non sia riparata da guanto; e tale altro saluta ora col cappello levato, ora con un tenue curvare della persona, ed ora finalmente con un semplice addio. — Tutti gli scrittori su l'arte drammatica, lo Schlegel inclusive, non hanno saputo peranche definire se questo mondo sia una tragedia bernesca, ossivvero una farsa lagrimevole; — che però valga a far piangere e ridere, io che scrivo, e voi tutti che mi leggete, senza eccezione nessuna, possiamo prestarne giurata testimonianza.
E fin qui per parentesi. Adesso ritornando al soggetto, vedrà il sole vermiglio accostarsi al tramonto (direbbe un secentista) — rosso per la vergogna di ritirarsi davanti la tenebra sua nemica, — e lungo la riva i vetri di alcune case lontane riverberarne il raggio, e parere tutte in fiamma: a mano a mano digrada il colore, e si alza, e si restringe su le croci dei campanili, o su l'estreme banderuole delle case, come la vita al cuore, e quivi vien meno. In quel punto udrà la squilla che piange il giorno che spira, udrà il canto del marinaro che saluta la luna sorgente dai monti opposti della valle Benedetta, e dell'artefice che cessa dall'opere per riposarsi e tornare alle fatiche domani, finchè non giunga il riposo dal quale nol desteranno il bisogno di nudrire la vita, nè gli stridi della famiglia desolata. — Giunto che sia il passeggiero davanti la chiesa di Santo Iacopo in Acquaviva, declini a diritta, e percorra fino al termine il braccio che si addentra nel mare; qui posi, e contempli la vasta pianura. — Il peso della umanità fia che gli gravi più leggiero su l'anima. In questo luogo vissero santi Anacoreti, che se le sorti mortali avessero potuto migliorare con la preghiera, le avrebbero certamente migliorate; qui insolentirono Conti, Marchesi, ed altri fieri Baroni che ci vennero dalle isole.[51] Quali sono le vicende che la storia racconta di coteste creature? La storia è muta della loro fama, com'è ignoto il sepolcro che ne rinchiude le ceneri: solo una fama lontana ci referisce che il vescovo Sant'Agostino su questi lidi al mistero della Trinità meditasse, e che il Redentore in forma di fanciullo qui gli apparisse.[52] Ora se il passeggiero ricalcando le orme già impresse ritorni al mio Livorno, vedrà le prossime colline festose di vigne e di oliveti; un po' più lungi altri monti non tanto cari alla natura, ma pur verdi; finalmente in fondo alla scena le Alpi genovesi, quasi sempre coperte di neve; e questi oggetti considerando paragonerà i più vicini colli alla giovanezza baldanzosa di liete speranze, e i medii alle cure sterili della virilità, gli estremi poi alla deserta decrepitezza. Nondimeno di là da quelle Alpi crescono altri olivi, altri aranci diffondono soavi profumi, altri uomini alzano inni di grazie al Creatore; Genova si specchia per entro il mare tirreno, le ossa di Andrea Doria fremono amore di patria. — Di là dalla decrepitezza chi è che sappia dirmi cosa rimane?
Sponde fortunate, v'amai quanto si può amare cosa terrena; spesso mi compiacqui affidare su questi abissi di acque il mio corpo, e fui vago di quello che altri chiama pericolo, ed io saluto di morte. Qui rinvenni conforto allo stanco pensiero, qui meditai su le colpe della schiatta che parla. — Or donde avviene che non vedete più il vostro quotidiano visitatore? Saremmo noi forse mutati? — No, siamo gli stessi; ma io seppi sagrificare un piacere per odiare meno i miei simili.
Correva nelle mie patrie campagne antico un costume, che le fanciulline del vicinato accompagnassero alla fossa i pargoletti defunti, i quali noi chiamiamo angioli; e finchè durava nella sua primitiva purezza io non so quale altro instituto al mondo si sarebbe potuto immaginare più commovente o più tenero. Vedevi coteste bambinelle vestite di una veste bianca, immagine della loro innocenza, procedere pensose su l'ente arcano e terribile che non può essere veduto, ma deve essere sofferto, che non ha forma, ma deve sformare tutte le creature della terra,[53] e portare chi la bara, chi i lembi del tappeto rosso: sorreggeva questa l'origliere su cui il morto capo si riposava, stringeva quella il crocifisso di argento, e sovente lo baciava; altre finalmente con le fanciullesche lingue tentavano ripetere le preci del sacerdote, e non vi riuscivano, e in chiunque le udiva muovevano il riso, — se non che con tanta compunzione pregavano, con tanto proposito di fare opera meritoria, che in fondo a quel riso sgorgavano le lacrime, e ti sentivi suscitare in mente un desiderio immenso di baciarle tutte, di farle tutte felici. I padri più facoltosi ponevano alla memoria di que' cari una tavoletta di marmo; ed io ne osservai una nel Camposanto di Santo Iacopo che rappresenta in basso rilievo una mano che, scarna, armata di falce, sbuca da un mucchio di scogli e sta per recidere una rosa. Sotto il basso rilievo si legge che la lapide copre una vergine colta da immaturo destino. Per quanto ne abbia mossa domanda, non mi è venuto fatto conoscere a cui la bella immagine appartenga. Chiunque ella si fosse, giuro che era un'anima bennata.
Il bel costume, di tanto oggi apparisce pervertito, ch'è un dolore vederlo, una vergogna raccontarlo. Certa caterva di donne accompagna le povere creature al sepolcro, immemori dell'affanno amarissimo della madre che pur testè contemplavano nell'abbandonare la carne della sua carne, impassibili alle tracce del pianto che bagnano tuttavia le guance del defunto, con la testa levata, percotendo del piè la terra come le figlie di Sion, camminano senza por mente alle sacre preghiere, e si proverbiano con tali parole che io non le voglio dire. Di ritorno dall'ufficio solenne le udii prorompere in turpi canzoni, ed una volta le vidi mescersi tra la folla di una vicina taverna, e con la bara, col tappeto, il Cristo in mano... tripudiare in tresche, non so s'io debba dirmi o più nefande o più empie. A prezzo, è vero, accompagnarono le Prefiche antiche i defunti alla tomba; ma almeno fingevano il pianto: — chi mai vorrebbe comprare un oltraggio ai suoi morti? — Certo giorno, preso da vaghezza di seguitare una di queste associazioni, vidi deporre su la terra la bara, e mentre il sacerdote recitava la orazione per benedire il cadavere, venire le proterve a contesa pe' fiori che lo circondavano. Interrotte il buon sacerdote le preci, paternamente le ammoniva, badassero alla carità del prossimo, al timore di Dio. Non per ciò si rimanevano punto; chè anzi di lì a poco rompendo in lite manifesta, si gittavano sul petto del trapassato, e strappandone il mazzo dei fiori se lo toglievano poi con iscambievoli percosse inferocite di mano. Il sacerdote mutò di sembiante, e stette come avvilito da così profonda infamia: — io mi fuggii maledicendo.
Nè mai per tempo mi verrà meno la memoria di quel grido che mi lacerò l'anima in simile occasione; — volsi la testa, e vidi una vecchia zoppicando affrettarsi dalla estremità del campo, e far cenno con la mano che sospendessero di comporre il corpo nella sepoltura: — mezza la testa lo copriva uno straccio di seta nera, e quindi scaturivano certi capelli irti da accomodarne una Furia: aveva la fisonomia truce, lo sguardo lustro e maligno. Giunse affannosa, si precipitò sul cadavere, e con una furia di rabbia si dette a tagliargli la veste, gli sfiorò anche le carni, ed io ne vidi gocciare alcune stille di morto sangue. — Domandava alla donna che mi stava vicina: — «A che quell'atto?» Mi rispondeva senza punto turbarsi: «Eh! non è nulla, signore; Io fa perchè il becchino non gli rubi il camice...» — Dio eterno!!!
In questo Camposanto riposa Antonio Benci, scrittore forbitissimo della patria favella. Nacque in Livorno, e per quanto gli concesse lo ingegno, che sortì pronto e vivace, onorò la patria sua con opere assai fregiate. Il Benci avrebbe provveduto molto meglio alla sua fama, se invece di ostinarsi dietro alla composizione di commedie e di romanzi ed altre cosiffatte opere d'immaginativa, per le quali mi parve sempre poco per natura disposto, avesse atteso a dettare scritti di morale, di storia e di critica, in cui fu reputato eccellente.
Questa sua ostinazione, come a lui, nocque a moltissimi, e troppo spesso ci tolse opere egregie. Una volta eravamo doviziosi d'ingegno, e con dolore sempre, ma con danno non grave di questo nostro paese, vedevamo sprecarlo. Ora poi cominciamo a patirne penuria, e ragion vuole che attendiamo a farne risparmio. La vita dissipata, la vertigine dei casi, il desiderio soverchio di provvedere ai beni terreni, il poco rimerito di fama, o qualunque altra causa più vera, ci hanno dissuaso dall'educare nel povero tetto un alloro con lungo studio, il quale ornava a un punto le tempie dell'uomo e della patria. Come colui che ha poco lume, a noi bisogna ripararlo col cavo della mano onde venti maligni non ce lo spengano e rimanghiamo desolati da tenebre insolite. Giova pertanto non logorarci in vani conati; poniamo diligente cura a conoscere noi stessi, dacchè insieme col difetto di volontà noi ci accorgiamo essere questi i vermi che rodono la gloria delle lettere italiane.
Ma per tornare al Benci, la sua morte accadde inosservata, mancarono pompe, e memorie; non gli mancarono affetti, perchè egli seppe amare, ma furono di pochi amici che non fuggono mai il capezzale dell'uomo dabbene. Or come avvenne questo? E sì ch'egli ebbe pratiche molte, che io mi guarderò bene profanare col nome di amicizie; ma per sua somma sventura ei l'ebbe principalmente tra i professori di umanità, tra i rigattieri di filantropia, e simile geldra d'ipocriti vecchi e nuovi, che putono un miglio lontano di mozzicone di lumen christii e di pappe di asili infantili. Il Benci per certe sue fantasie si allontanava dal mondo, e il mondo, siccome avviene, lo dimenticava; allora i professori di amore del prossimo, considerando che nell'onorario avrebbero rimesso le spese delle lacrime e del moccolo, non se ne dettero per intesi, e lo lasciarono cadere nel regno delle ombre senza sonetti, e senza necrologie co' Genii in fondo, i quali con una mano tengono la face rivolta a terra, e con l'altra facendosi velo agli occhi figurano piangere un pianto uguale a quello di coloro che ne ordinarono la stampa. Ma via, meglio così; imperciocchè mi paia meno tristo andare sconsolato di pianto, che sentirsi schernito col pianto bugiardo. — Egli scomparve quieto e indistinto, come una gocciola di pioggia nel mare. — Povero Benci!
Difficilmente io per me penso che sia dato all'uomo morire in modo più tranquillo, ed anche più lieto, di quello col quale moriva il Benci; e questa sua pacatezza in parte mosse da costanza; ma in parte ancora (e mi è pur forza dirlo) da una cotale condizione del suo spirito che lo conduceva, io non saprei ben dire, se a raziocinare con rigore di logica sopra principii falsi, o a raziocinare stortamente con principii veri; — non sempre però, nè spesso, ma, per sua disgrazia, nei casi più solenni della vita.
Pochi giorni (credo due) prima ch'ei ci lasciasse, io andai a visitarlo. I medici lo avevano fatto spacciato, ed anche a me pareva che per questa volta avessero dello bene pur troppo, imperciocchè al male consueto di per se letalissimo, erasi aggiunto non so quale ascesso di umori nel capo. Tampoco vedeva lume, e l'affanno che lo travagliava grandissimo alzava con frequenza coperte e lenzuola: nonostante mi riconobbe alla voce, e subito vispo e lieto mi fece festa, come se non fosse stato mai infermo; mi stese la mano, e quantunque apparisse giallastra come cera vieta, serpeggiata da vene sporgenti colore di piombo e violetta verso la radice delle unghie — io gliela strinsi di cuore.... Però il madore freddo che n'emanava mi corse su doloroso pei nervi del braccio fino al gomito; — nelle viscere penetrò con prestezza elettrica: — era sudore di morte.
«Ti vedo volentieri» — cominciò egli con voce alta dominando l'affanno e lo spasimo — «prima di andarmene: perchè adesso me ne vado davvero, e tu non puoi immaginarti con quanto inestimabile gusto.»
Ed io, stringendogli un tal poco la mano, con suono più dolce che poteva ripresi: — «Ma come, Tonino mio, ci hai gusto lasciando vedova la moglie e orfano il fanciullo? Tu ora non pensavi a questo, Tonino mio?»
«Anzi io ci pensavo ahora y siempre, oh poverini! E appunto perchè ci pensavo, io mi persuado morire opportunamente. Morire opportunamente! Francesco dopo la disgrazia che l'uomo ebbe di nascere, questo è il beneficio più grande che sortisse dai cieli. Mia moglie non ha bisogno di me, ed io troppo più che non conviene ho bisogno di lei: ella è capacissima a governare la casa, massaia ottima, adattata ad amministrare il patrimonio, ed io nulla. La età mia che sopravanza di molto la sua, e la infermità, e la indole strana sempre, adesso poi stranissima, mi hanno reso un vero impedimentum, come Giulio Cesare diceva dei carriaggi. La pazienza di questa donna a sopportarmi è stata angelica, ma alla fine pazienza non è contentezza di spirito. Il bimbo, o mi perda adesso o mi conosca quando inoltrato negli anni io non potrò educarlo e soccorrerlo, parmi tornare il medesimo; — al che aggiungi il guadagno di non affliggersi per difetto di conoscenza. — E poi,» soggiunse in aria di mistero «io sono innamorato....»
Ed io, piegando verso lui l'orecchio per sospetto di avere frainteso, interrogava: «Tu sei...?»
«Innamorato — del più veemente amore che io mi provassi nella vita, — per la mia fossa. Un mese fa io me ne andai al Camposanto di Santo Iacopo e me la ordinai da me stesso.... — Oh come ella è riuscita bellina! precisa nei lati e negli angoli, sicchè mi tornerà attillata alla vita come un vestito da sposo. Per questa volta mi sono mostrato incontentabile; perchè, capisci bene, Francesco, non si può dire al becchino come al sarto: — portala via, e fammene un'altra; — questa veste deve durarti un pezzo, fino a quando? — Fino al giorno del giudizio. Prima di mettermi a letto, per non levarmi più, Dio mi concesse di rivederla: la terra scavata a canto a lei formava un arginello tutto coperto di una erbetta verde ch'era un incanto a vederla. Oh bellina la mia fossa! Oh come me ne innamorai cento e più doppii! Come vi riposerò io bene dentro, e come io farò onorevole figura tutto fasciato di verde! — Una cosa sola m'incresce, e se la morte, cortese creditrice, mi concedesse un mese di grazia a pagarle la cambiale che trasse sopra la mia vita, e che io accettai cinquantotto o sessanta anni sono, mi accomoderebbe assai....»
Commosso profondamente, m'ingegnai insinuare in lui la speranza che mi mancava, e con un filo di voce che mi usciva a stento dalla gola stretta, gli dissi: «Ella sarà cortese, e ti prorogherà il pagamento anche a molti anni.»
«Basta un mese per finire il mio romanzo côrso. Io lo composi con amore, vi meditai lungamente sopra, fu il consolatore delle mie notti d'insonnia, il compagno del mio esilio, ma di giorno in giorno io differiva a scriverlo, ed ora la morte mi sta sopra e il tempo si fa corto. Adesso io lo dètto notte e giorno, e quella mia povera moglie scrive a distesa; — mi pare correre un palio con la morte, ma la morte vincerà.... vincerà di certo. Onde tu, Francesco, amico mio, fa senno, e giovati delle mie estreme parole: non rimettere mai a domani quello che tu puoi fare oggi. Il pigro si volta ora da un canto ora dall'altro, come l'uscio sopra gli arpioni, finchè la morte arriva a dargli la spinta e a chiuderlo, a cagione della saracinesca che si apre per di fuori del tempo da chi ha in mano la chiave dell'eternità. Vorrei stampassero il mio romanzo e le commedie: — il rimanente delle opere mie non ne vale la pena....»
Qui gli mancarono a un punto la conoscenza e la voce: muoveva le labbra, ma non articolava le parole. Io svincolai la mia dalla sua mano, nè lo rividi più. Seppi poi che morì contento come un Santo, non pure per la persuasione di andarsene nella dimora dei giusti, quanto, e molto più, per la contentezza di riposare nella sua fossa bellina!...
Di niente altro al termine del suo terreno viaggio egli ebbe cura, tranne delle sue commedie e del suo romanzo: e questo non fu stampato mai, e quelle non si rappresentano più. All'opposto si ristampano meritamente la sua bella traduzione della Guerra dei Trent'Anni di Schiller, e le sue scritture filologiche, critiche, storiche e morali.
Ebbe natali illustri e larghezza di censo. La Fortuna con lo scemargli il secondo, offuscava alquanto lo splendore dei primi; ma poichè in lui furono copiosamente ingegno e virtù da bastargli sole per qualsivoglia stirpe o retaggio, e', finchè visse, fece onorato tesoro di amore di patria vero e di affetti pei congiunti e per gli amici. Così come fu dolce essergli amico in vita, torna cara e gradita la sua memoria, dopo la sua morte, a noi che lo riverimmo e lo amammo.
DISCORSO QUINTO. DELLA INTRODUZIONE DEI MERINI IN TOSCANA.
Il pellegrino ariete, che tutti
Abbandonando della patria terra
I ritrosi costumi, a miglior culto
Si arrese obbediente, e nuovo assunse
Abito e tempra, e di Merino ha nome.
Arici.
Se, come i più dei filosofi concedono, la condizione pastorale costituisce il secondo periodo che l'uomo percorre onde ridursi a vivere vita civile, antichissimo è certo il commercio della Lana. Numa, per sentenza di Plinio, o piuttosto Servio, secondo quello che ne lasciava scritto Macrobio, faceva imprimere su le monete la immagine di bove o di pecora, o di qualche altro domestico animale, per promuovere la cura del bestiame, di cui parte principalissima compongono le pecore: e il denaro appunto presso i Romani fu chiamato pecunia, perchè portava impressa l'effigie di alcuni tra i rammentati quadrupedi, che si comprendevano sotto il vocabolo generale di pecus, come narra Varrone. Le donne latine dai tempi ultimi del regno, dove tanto furono severi i costumi, fino ai primi dell'impero, in che tanto apparvero corrotti, intesero allo studio della lana. Ci riferisce la storia come il figlio di Tarquinio rinvenisse Lucrezia occupata a' distribuire il compito della lana alle ancelle, e come Augusto imperatore non cingesse mai altre vesti che le tessute dalle mani di Livia sua moglie. I Censori, che furono magistrati preposti ai costumi, ebbero eziandio l'incumbenza di badare alla cultura delle pecore; e ciò non già perchè i Romani, considerando molti tra gli uomini in nulla differenziare dal bestiame, tranne nel numero dei piedi, li riputassero degni di custode comune, — ma perchè meglio si vigilasse questo ramo di pubblica economia. Instituirono premii, i quali narra la storia che si chiamassero ovini, pe' padri di famiglia che vi poneano pensiero, e ammende pe' trascurati. L'Italia nostra produceva in cotesta epoca lane siffatte che non cedevano alle affricane, nè alle asiatiche, e spesso occorrono versi in Virgilio che celebrano le lane pugliesi e le tarantine, come le migliori del mondo. I Barbari, che tutto (meno il cielo) distrussero tra noi, rovinarono anche questo ramo d'industria umana, e l'Italiano avvilito, non che pensasse a migliorare il suo stato, trovò brevi i giorni della vita — per piangere.
Imperando Claudio, Marco Columella, zio di quel tanto celebrato Columella che scrisse libri intorno le faccende rurali, introdusse primo nelle vicinanze di Cadice la pecora affricana, e la congiunse col montone spagnuolo. Tornarono invano le diligenze di quest'ottimo cittadino, imperciocchè simili imprese, dove non sieno protette da liberali Governi, o poco sussistono, o lentamente si allargano. I Mori, che parte della Spagna conquistarono, la industria della lana non neglessero affatto, ma il principio vero di questo commercio, che poi salì a tanta altezza presso gli Spagnuoli, vuolsi attribuire a Don Pedro IV. — I maligni che studiano del continuo un pretesto per essere ingrati ai benefattori dell'umanità, lasciarono detto, non essere derivato da animo benigno quanto operava Don Pedro, sibbene dalla necessità di affezionarsi i Castigliani, onde contro i fratelli bastardi di Eleonora loro madre lo difendessero. Noi però che lasciamo a Dio quello ch'è di Dio, la conoscenza del cuore, — e ci restringiamo a lodare gli effetti senza porre mente alla causa, collochiamo il nome di Don Pedro nello scarso numero di quelli che onorano la nostra specie. Il cardinale Ximenes, prevalendosi di alcune vittorie riportate dal re Ferdinando contro i Mori, trasse dall'Affrica quantità grande di Merini, ed ampliò nella sua patria il commercio della lana. Di lì in poi, il lanificio in Ispagna di male in peggio precipitava; sia che dobbiamo incolparne la vicenda consueta delle cose del mondo, o piuttosto l'accidia degli Spagnuoli, fuori di modo accresciuta dalle piastre che annualmente mandava loro Acapulco; nè in oggi sapremmo riportare in quale condizione vi si trovi, perchè nulla c'invita a ricercare le cose di quella infelice contrada. Buone e belle pecore, da tempi che non conservano memoria, ebbero certo gl'Inglesi; ma come quelli che per essere divisi dall'Europa assai lentamente progredirono nella civiltà, per molti secoli si ridussero a mangiarne le carni, ed a vestirne le pelli. I Fiamminghi li ammaestravano nella tosatura, e cotesti isolani, in meno che non fa mezzo secolo, di 10,000,000 di sterlini le finanze loro avvantaggiarono, Giovanni Kemp instruiva primo i suoi concittadini nel lanificio, ed Eduardo IV, per promuovere le patrie manifatture, proibì la introduzione dei panni stranieri. I successivi sovrani, intenti sempre alla maggiore prosperità del lanificio, vietarono l'estrazione delle lane. Giuliano e Lorenzo dei Medici è fama che da Enrico VII ottenessero estrarne quante loro ne abbisognassero, e i Veneziani 600 sacca soltanto. Enrico VIII, dai nostri storici tanto a cagione del suo scisma vituperato, richiese Carlo V di 3000 merini, e questi che cercava ogni via per farselo amico nella contesa contro Francesco I, di leggieri lo soddisfece. Ottenute le 3000 pecore, Enrico due per parrocchia con un montone distribuiva, alla custodia del principal possidente della contrada le commetteva, e così i fondamenti del regno glorioso di Elisabetta apprestava. Questa regina ogni privilegio dei Fiorentini e dei Veneziani soppresse, e l'estrazione della lana con la confisca dei beni e il taglio della mano, per la prima volta, difese; per la seconda con la pena di morte.
Venendo ora a parlare della patria nostra, troviamo scritto come gli Umiliati, Ordine utile di Frati, introducessero o perfezionassero il lanificio in Firenze. In breve que' sottili cervelli dei Fiorentini, superati i maestri, tanti miglioramenti seppero rinvenire, che furono i panni loro a tutti gli altri preposti; nè potendo co' propri soddisfare alle infinite richieste, presero ad incettarli greggi in Inghilterra, in Olanda, in Ispagna ec. ec., e poi cardandoli — cioè cavando fuori il pelo col cardo, — cimandoli — recidendo il pelo soverchio con forbici, e tingendoli, li facevano comparire maravigliosi. La tintura in ispecie occupava ogni loro diligenza, ed ognuno, per quanto leggermente versato nella storia del suo paese, conosce come dovessero i tintori sodare, ossivero prestare all'Arte della Lana malleveria per 300 fiorini d'oro; come ufficiali detti delle magagne giudicassero della bontà delle tinte; finalmente come ogni giuoco, meno quello degli scacchi, fosse nelle botteghe appartenenti all'Arte della Lana proibito. Immensi tesori derivarono ai Fiorentini da siffatto commercio, dei quali perchè abbia idea il lettore, riferirò uno squarcio delle Storie fiorentine di Benedetto Varchi, che dice così:[54] «E perchè niuno non si maravigli come ciò sia possibile, che il Comune di Firenze con meno di 25,000 fiorini di entrata il mese abbia fatte e sostenute tante e tali guerre contra tanti e tali principi e repubbliche, sappia che l'entrate straordinarie, cioè i balzelli e gli accatti posti a cittadini così sopportanti, come non sopportanti, sono state sempre, si può dire, molto maggiori che l'ordinarie; e che questo sia vero, racconta meser Cristofano Landini, uomo dotto ed eloquente, ed a cui deve non poco la fiorentina repubblica, nel principio del suo comento sopra la grande opera di Dante, che dal 1377 infino all'anno 1406 si spesero soltanto nelle guerre 115 centinaia di migliaia, per usare le sue proprie parole, cioè 11,000,000 e 500,000 fiorini d'oro; e perchè ogni 100 fiorini pesano una libbra giusta, 1,000 fiorini sono 10 libbre; dunque 40,000 fiorini fanno una soma di mulo, la quale pesi 400 libbre; onde saranno fra tutti 287 some di fiorini, e ne avanzano 20,000 che sono una mezza soma; e perchè 200,000 fiorini fanno una carrata di 2000 libbre, moltiplicano in tutto 57 carrate e mezzo appunto; e tanti ne spesero in meno di 50 anni in 4 guerre i Fiorentini.[55] Racconta il soprannominato Cristofano, che 77 case di Firenze (e racconta quali) pagarono di straordinari dall'anno 1430 infino al 1453, 4,875,000 fiorini, che sono in detto tempo più che 100 some d'oro, che fanno meglio che 20 carrate; ed io trovo che lo stato popolare dal 27 al 30 cavò di straordinari in 3 anni 1,419,500 fiorini d'oro. Nè sarà alcuno il quale prenda ammirazione onde tante e così gran somme di danaro si cavassero, solo che sappia che oltre l'Arte della Seta, secondo membro di Firenze, ed oltre le altre industrie, l'Arte della Lana sola, lavora ogni anno da 20 a 23,000 pezze di panni, come si può vedere a' libri dell'Arte dove dette pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» —
Esposta adesso sommariamente la storia del lanificio in Firenze, ci si presentano due quesiti da sciogliere: 1º Per quali cause cessasse in Toscana; — 2º Se si potesse, e come, ridurlo in parte alla primiera prosperità.
Agevole cosa è rispondere al primo. Fidenti troppo i Fiorentini nel mistero della propria manifattura, trascurarono i mezzi di raccogliere in patria la materia greggia. Svelato il segreto, per le leggi di Elisabetta proibito cavar lane dall'Inghilterra, ebbe il lanificio in Toscana terribile scossa; cadde poi in completa rovina, quando gli Spagnuoli e gli Olandesi, rifiutando le lane allo straniero, giunsero a saperle lavorare perfettamente quanto altri.
Riguardo al secondo quesito, affermiamo potersi ravvivare con l'introduzione del Merino nelle nostre campagne.
Il Merino, ovis hispanica, ha comune la patria col Merino inglese: ambidue sono figli dell'Affrica. Non sia grave al lettore leggerne la descrizione che fa di questo animale l'Arici nella sua Pastorizia:
Guarda che un misto di selvaggio ancora
Dell'inospite suolo, onde a noi venne,
Ti palesa Merin! se non che il grave
Contegnoso andamento, e l'alterezza,
Dell'ispanica terra esser ti dice
Abitatore. Or chi n'acquista, al vello
Badi, agli atti, alle forme, onde non erri
Nella scelta il giudicio, e di non vera
Ignobil razza adempia indi l'ovile.
Tra le iberiche madri alto si estolle
Il maschio, e nell'andar libero e pronto
Par che ad arte misuri e studii il passo.
Scuro e vivace ha l'occhio, oltre misura
Largo il capo e compresso, irte le orecchie,
E giù ravvolte a spira ambe le corna:
Denso ha il ciuffo elevato, e sime nari,
Grossa cervice, e breve il collo e largo;
Tra i rilevati muscoli si spande
Lanoso il petto, in molto adipe avvolto,
Tonda è la groppa, e molle si riposa
Sovra l'anca piegata agile e piena.
La coltura di questa razza di pecore nobili, ove fu promossa con intelligenza e in proporzione del terreno, partecipò nuovo impulso alla rurale economia. Afferma Lorenzo Pignotti non essere gran fatto acconcia la Toscana nostra a questa coltura, perchè piena di colline, dove l'olio, il vino, il grano e le biade sono ottimamente coltivate; non offre pascoli necessari per nudrire il bestiame, e perchè le nostre migliori pecore producono 3 4 libbre di lana ordinaria, mentre le spagnuole e le inglesi producono 8 o 9 libbre di lana eccellente.[56] La seconda di queste ragioni vien meno con la introduzione del Merino; la prima, comecchè in parte non vera, diverrà in breve falsa pei miglioramenti delle Maremme. Che se la coltura del Merino tanto è prosperata in Sassonia dove con travaglio e dispendio infiniti si conserva questo prodotto di regioni meridionali, quanto meglio potrebbe riuscire in Toscana, dove quasi sempre tepido è l'aere, e i giorni sereni! Qui poco è bisogno di stalle, e dì e notte può vagare il bestiame a suo bell'agio pei prati. Edgardo re, dopo tre anni di caccia ostinata, narrasi che estirpasse i lupi dalla Inghilterra: qui, sia benignità di clima, che favorevole ad ogni cosa gentile torni infesto alle dannose, o che altro, questi feroci animali di rado o mai si fanno vedere. Affermano i geografi lo Xenil e il Douro, riviere della Spagna, capaci di guarire alcune malattie a cui vanno sottoposte le pecore, la qual cosa non ardisco approvare, e negare nemmeno, ma anche le nostre pianure sono liete di lavacri, che dai suoi gioghi a noi versa Appennino, e qui puranche si bevono chiare, fresche e dolci acque. Sono le coste propizie agli armenti, però che i vapori salini di cui si impregnano l'aria e le piante producono nei visceri degli animali un acido salutifero, e le Maremme, come ognun sa, per bene 50 miglia si sprolungano lungo la riva del mare. Nè in Maremma soltanto occorrono luoghi acconci alla coltura del Merino. Le parti montuose della Toscana, dove crescono gli alberi destinati alla costruzione, offrono eccellente pascolo alla coltura delle pecore, buona è la terra magra ed asciutta; l'umida e bassa buonissima, come quella che può fornire fieni onde nudrirli nei pochi giorni che non possono pascolare pe' prati. Lieve sarebbe tra noi la spesa di fabbricare una stalla per ricovrarle nel tempo in che punge rigido il vento, o in quello affannoso della canicola, dacchè abbastanza ci provvide il cielo di conveniente legname. La maggiore spesa consisterebbe nella compra di un gregge: ma a tanto può giungere il guadagno che deriva dalla vendita della lana e degli agnelli, che noi non dubitiamo punto ad accertare che in 4 o 5 anni sarebbe ricuperato il capitale. —
Ed ecco quanto ci è parso bene favellare intorno questo soggetto. Sieno le nostre parole di eccitamento altrui a più profonde meditazioni, sieno eccitamento a tentare. Sentenza degl'infingardi, che amano gittare lo sconforto nell'anima dei generosi, si è quella che l'esperienza tentata e non riuscita, abbia a menare seco il ridicolo. Se la natura non fosse stata mai interrogata, mai avrebbe risposto. Lo studio di osservare manifesta non pure il buono ingegno, ma anche il buon cuore, imperocchè l'uomo accidioso sia uomo maligno. Rammentino i popoli che sono gli artefici della propria prosperità, e che Dio, secondo il bel pensiero di un moderno scrittore, ha detto all'uomo: «Debole opera delle mie mani, io non ti sono in nulla obbligato. Abbi in dono la vita: tu troverai il mondo, nel quale ti pongo, ingombro di beni e di mali: tua sia la cura per distinguerli, tuo il pensiero di schivare le spine, e incamminarti pel sentiero dei fiori. Sii l'arbitro della tua ventura: in te commetto i tuoi successivi destini.»
Vedete alla pagina seguente la Tavola fondata su L'esperienza del come possano moltiplicarsi i greggi, salvo inaspettati avvenimenti.
OSSERVAZIONI.
Ponghiamo che 5 a 6 per ogni 100 femmine rimangano sterili, — che la metà dei nati sia maschi, metà femmine, — che il numero degli agnelli morti sotto un anno sia maggiore di quello degli adulti e delle madri. — Chiamiamo sottanni gli agnelli di un anno, adulti que' di due, che sono in istato di produrre. — Alla fine dell'anno gli agnelli sono portati nella colonna dei sottanni, questi nella colonna degli adulti, e gli adulti in quella delle madri. In questo modo è calcolato il progressivo incremento.
LEGENDA:
M = Madri; A = Adulti; S = Sottanni; P = Pecorini; Mon = Montoni; P1 = Pecorini d'un anno
| EPOCHE. | PECORE. | MONTONI. | ||||
|---|---|---|---|---|---|---|
| M | A | S | P | Mon | P1 | |
| 1828. Gennaio | 300 | — | — | — | 10 | — |
| Si defalca | 6 | — | — | — | — | — |
| 1829. Gennaio | 294 | — | — | — | 10 | — |
| Aumento | — | — | — | 135 | — | 135 |
| 294 | — | — | 135 | 10 | 135 | |
| Si defalca | 4 | — | — | 8 | — | 8 |
| 1830. Gennaio | 290 | — | — | — | 10 | 127 |
| Aumento | — | — | — | 130 | — | 130 |
| 290 | — | 127 | 130 | 10 | 257 | |
| Si defalca | 4 | — | 7 | 8 | — | 15 |
| 1831. Gennaio | 286 | 120 | 122 | — | 10 | 242 |
| Aumento | — | — | — | 130 | — | — |
| detto | — | — | — | 50 | — | — |
| 286 | 120 | 122 | 180 | 10 | 242 | |
| Si defalca | 6 | 3 | 5 | 10 | — | 18 |
| 1832. Gennaio | 280 | 117 | 117 | 170 | 10 | 224 |
| Trasporto | 397 | 117 | 170 | — | 10 | 224 |
| Aumento | — | — | — | 240 | — | 240 |
| 397 | 117 | 170 | 240 | 10 | 464 | |
| Si defalca | 11 | 3 | 8 | 18 | — | 29 |
| 1833. Gennaio | 386 | 114 | 162 | 222 | 10 | 435 |
| Trasporto | 500 | 162 | 222 | — | 10 | 435 |
| Aumento | — | — | — | 310 | — | 310 |
| 500 | 162 | 222 | 310 | 10 | 745 | |
| Si defalca | 20 | 6 | 14 | 25 | 2 | 35 |
| 1834. Gennaio | 480 | 156 | 208 | 285 | 8 | 710 |
| Totale | — 18 | 47 — | ||||
DISCORSO SESTO. DEL FALLIMENTO.
Stamane, o vogliam dire stamani, rendendomi secondo il solito al tranquillo mio studio, la memoria mi attraversava al pensiero quel verso di Dante: — le leggi son, ma chi pon mano ad esse? — Ed io bandiva questo verso, ed egli, a guisa di un mendicante importuno, tornava ad assediarmi più fastidioso che mai, sicchè scelsi pel meglio di meditarvi un po' sopra; e la materia doveva essere ben disposta in mente, perocchè subito l'intelletto sbalzasse con un salto omerico[57] sul commercio, e dal commercio sul credito, e dal credito sul fallimento ec. ec, come per chi ne ha voglia potrà leggersi qui oltre. Le mie idee si aggiravano entro un luogo vuoto, quale senza corda confesso essere l'interno della testa accomodatami su le spalle dai cieli benigni, o maligni onde non le prendeva paura d'incontrarne altre che le facessero arrossire per l'umile veste di cui andavano abbigliate, ossivvero retrocedere perchè non sufficienti a correre una giostra di sillogismi: ed ora che io le spingo fuori presso a poco col garbo di un geloso che accompagna alla porta un ospite malgradito, dichiaro invano sarebbe loro gettato il guanto della sfida: — abborrono ogni contesa. — Se v'è del buono sel prendano, il tristo lo lascino stare; — se tutto tristo, le abbiano per non nate, o le si gettino tra le rovine del niente, come diceva l'altro anno un poeta romantico.[58] — È egli un bene il commercio? — Secondo: i punti di vista di uno oggetto sono varii; — dal basso in alto cresce, dall'alto in basso diminuisce, e via discorrendo. Io per me penso che senza commercio non avremmo goduto i prodotti dei paesi le mille miglia lontani dai nostri; ed allora lo suppongo un bene, — biasimando per indole la rigida setta degli Stoici, e coloro che la suprema ventura ripongono nello spogliarsi di ogni piacere della vita... felicissimo allora tra le cose create il macigno! felicissima delle umane condizioni la morte! — e confacendomi meglio con quell'antico Sapiente che volle statuito un premio a colui che avesse trovato un piacer nuovo. — Gloria dunque al commercio, però che accresca il novero dogli umani godimenti. — Taluno anche esclama: Gloria al commercio, che le utili cognizioni diffonde per tutta la terra, che stringe in vincolo di fraternità i remoti popoli ec. ec. ec: ma questo non dico già io, che rammento l'amor fraterno che portarono gli Spagnuoli in America, e parmi vedere Tipoo-Saib mostrarmi la tempia rotta in segno dell'amore fraterno portato dagli Inglesi nell'India ec. ec. ec. Ora se il commercio è un bene, o parte almeno di bene, principalissimo sostegno gli è il credito. — E qui nota, lettore, un altro sbalzo omerico, perchè tengo per fermo che tu sappi avere il commercio cominciato da prima per via di baratti, poi in questa maniera mal potendo durare, mediante compra e vendita a pronti contanti, come quello che camminava ristretto, provvedendo ai bisogni esclusivi di un popolo; finalmente provvedendo anche agli altrui con promesse o verbali o scritte che rappresentassero il prezzo della merce da ritirarsi dopo alcuno spazio di tempo, onde dare agio al rimborso dei rivenditori, e così di seguito. — Nelle attuali condizioni del commercio pertanto, mancando il credito, cessa il vento, e la nave sta. — Si legge in un libro, stampato con licenza dei Superiori, come mediante questo credito meglio di 15 milioni al giorno nella banca di Amsterdam circolassero; come in cotesto paese fossero mercanti che per ben 60 milioni all'anno trafficassero. — Di fibra sottilissima è il credito, e dilicato quanto l'erba sensitiva, di cui le proprietà il lettore può riscontrare a bell'agio in Linneo, p.... vol.... ediz. in.... rilegato in marrocchino verde. Se dunque un semplice tocco l'offende, pensate un po' voi che sarà mai quando si tratti di colpi di scure; e colpi di scure e peggio sono pel commercio i fallimenti.
Di questa parola fallimento domandai l'altro ieri la etimologia ad una parrucca grecista in erudizione grandissima; e come delle dieci, le nove volte avviene con siffatte creature, dopo un lungo meditarvi sopra mi disse con sussiego da Idalgo: non saperne nulla. — Ridotto dunque ai miei mezzi, io vi faccio sapere fallimento in latino chiamarsi decotio, decozione, da cottura, o scottatura, e poichè se scotti, voi meglio di me vel sapete, così ancora meglio di me comprenderete se l'etimologia sia giusta. — In italiano non mi riuscirebbe di tanto agevole spiegazione, dove non mi soccorresse la voce pubblica, che decomponendo il verbo fallire lascia un l per via, e lo deriva da fa — lire, monete toscane di 20 soldi precisi; — cosa che quantunque in apparenza diversa potrebbe pure accordarsi colla scottatura. Dell'inglese failing, o bankrupty, non dico nulla; della faillite francese nè meno: ognun dal canto suo cura si prenda. — L'evento pur troppo dimostra vera la burlevole origine della parola, e malgrado le declamazioni dei filosofi, «il negoziante non cessò di considerare il fallimento come un mezzo di migliorare fortuna, e di farsi ricco davvero dopo il terzo fallimento.»[59] Furonvi uomini che comprarono fattorie con le perdite fatte in commercio, e si additò persona che per avere perduta la nave in mare si fabbricava un casamento in terra ec. ec. ec. Fin da quei tempi si notarono gli errori, si proposero rimedii; — non mancarono leggi ed ordini per provvedervi; ma non sortirono l'effetto; — perchè non sortirono?