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Poesie e novelle in versi cover

Poesie e novelle in versi

Chapter 25: CORAGGIO!
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About This Book

The volume gathers lyric poems and verse narratives that reflect on the poet's vocation, the relation between form and idea, and the tensions of literary innovation. Poems range from meditations on artistic creation, solitude, and doubt to satirical and elegiac pieces confronting aesthetic pretension, boredom, and mortality; several pieces debate honest writing and the responsibilities of the artist. Varied in voice and register, the collection pairs theoretical reflections on style with vivid imagery and emotional observation, moving between introspective solitude, ironic critique, and contemplations of transience.

CIRCOLO

(A PAOLO GORINI)

Un dì d'autunno, al tramontar del sole,
In un ermo giardino entrò la Morte;
E impallidìr le rose e le vïole
Presàghe di lor sorte.

Le foglie, scosse da leggiero vento
E per sottil pioviggin lagrimanti,
Siccome colte da orribil spavento
Si fecero tremanti.

E dal bigiastro ciel, parlando ai fiori,
Disse una voce: "Così vuole Iddio!
"Voi dovete morire!—Addio colori!
"Olenti effluvii, addio!"

E la Morte passava.—Un'armonia
Di indistinti sospiri e di lamenti
Sorgea dovunque, ovunque la seguia
Nei sentieri silenti.

Eran sospiri timidi, repressi,
Come il fruscìo d'un abito di dama
Che va di notte a colpevoli amplessi;
Era un pianto, una brama

Di restar fiori e foglie un giorno ancora.
Un povero giacinto domandava
Di lasciargli veder la nuova aurora…
Ma la Morte passava.

Il giranio avvizziva; le vïole,
Baciandosi fra lor con aria mesta,
Diceansi addio, e sull'umide ajuole
Chinavano la testa.

Solo una rosa, una fulgida rosa
Dal vivace color, nata il mattino,
Surse a lottar, fidente e coraggiosa,
Coll'avverso destino.

E alla Morte gridò: "Perchè degg'io
"Morire adesso che son nata or ora?
"La mia parte di vita io chieggo a Dio…
"Io vo' vivere ancora!"

"Perchè vivere ancor?"—chiese la Morte.
"Perchè ho terror del nulla…"—"Erri; m'ascolta:
"Morir non è svanîr, ma cambiar sorte,
"Nascere un'altra volta…

"La mia man non distrugge, ma trasforma;
"Apportatrice di vita indefessa,
"La Materia non muor; muta la forma,
"Ma la creta è la stessa."

—"Lasciami dunque la forma presente,
"Con te non mi lagnai della mia sorte.
"Io voglio restar rosa eternamente!…"
—Le rispose la Morte:

"E che dirà la terra, a cui tu devi
"Porger te stessa in provvido alimento?
"Tu dalla morte altrui vita ricevi;
"A te l'altrui tormento

"Dà l'esistenza; il loto che si muta
"Nel tuo stelo e le foglie ti colora,
"Muore anch'ei; d'esser rosa ei si rifiuta
"Ma pur convien ch'ei mora!…

"A che tanto terror?… Prima d'un mese
"Che saran le tue foglie?… Od aria o loto.
"Per ridonarle a te, l'April cortese
"Le farà d'aria e loto.

"La stessa brama, che tu senti, avranno,
"Morir dovendo, l'aria e il loto allora…
"Ma poi, mutati, Iddio benediranno
"D'essere rose ancora…

"Benediran l'Ente Infinito e Ignoto
"E d'esser rose lo ringrazieranno,…
"Per poi lagnarsi il dì che in aria o loto
"Rimutarsi dovranno!

"È un'assidua vicenda!…—Il nëonato
"È vecchio quanto il Tempo!—È un'infinita
"Catena!… Tutto muore!… E nel Crëato
"Freme eterna la vita!…"

Tacque e passò.—Cadean le foglie a mille
Giallastre e secche; e dietro i tenui fusti
Biancheggiavan le mura delle ville;
E gli sfrondati arbusti

Parevan membra di bimbi malati
Usciti da mefitici ospedali;
Borea scopava coi buffi gelati
Le foglie nei vïali;

E intorno, intorno, un susurro s'udia
Confuso e fioco, come il suon lontano
D'un'arpa, cui chiedesse un'armonia
Un'aërëa mano.

Era un canto di grazie; era un concento
Che nel vespro nebbioso si perdea;
Le foglie e i fior caduti, a cento, a cento
Lo ripetean.—Dicea:

"Ave, o Signor, che ci desti la vita,
"Che loto ed aria quaggiù ci mettesti!
"Possente Iddio, la tua bontà infinita
"Fa che si manifesti!…

"Possente Iddio, ci manda un po' di piova!
"Possente Iddio, ci manda un po' di neve!
"E tien lungi l'April, che in forma nova,
"Aimè, mutar si deve!

"Deh!… Tien lungi l'Aprile!… Ave, o Signore!
"Noi siamo lieti della nostra sorte…
"L'April tien lungi, chè mutarci in fiore
"Vuol dir darci la morte!"

Milano, giugno 1875.

A FULVIO FULGONIO

O modesto filosofo,
Che giunto a quarant'anni,
Fra l'incessante turbine
Di miserie e d'affanni,
Vivi solingo e povero,
E nel tuo cor securo
Sotto l'usbergo del sentirti puro,

Di' qual è dunque il tramite
Che al sepolcro conduce
E cui conforta il raggio
D'inestinguibil luce?
Dimmi, come si vincono
Queste umane tempeste,
Che fan le genti o torve, o tristi, o meste?

Verso la tomba scendere
Io ti contemplo, o amico,
Come l'ombra di Socrate,
Il grande savio antico;
Tu pure d'ogni infamia,
Con bocca altera e muta,
Bevesti in questo mondo la cicuta!

Deh!… Se una pia memoria
E un fervido entusiasmo,
Possono ancora emergere
Dall'umano mïasmo,
Lascia ch'io possa volgerti
Quell'arcana parola
Che sa dire chi soffre e che consola.

Sorridi ancora!… Passano
I secoli e le genti,
E le plebi, al barbaglio
Degli empi pläudenti,
Tu non merchi gli applausi,
Ma sul tuo franco viso
Ami serbar l'impavido sorriso,

O modesto filosofo,
Spesse volte affamato,
Io mi faccio una gloria
Di camminarti allato!
O dolce amico, insegnami
A vivere securo
Sotto l'usbergo del sentirmi puro!

Agosto 1875.

LA CHIESETTA DEI MORTI

(A GIULIO CORSARI)

L'ho vista la chiesuola; essa è perduta
In mezzo ai campi come un eremita;
Ed è deserta, solitaria e muta,
Qual chi studia il problema della vita.

O teschi, o tibie, o stinchi ammonticchiati,
Macerie umane, chi vi mosse in terra?
Insiem congiunti come v'han chiamati?
Bécero, Truffaldino o Fortinguerra?

Sotto una rozza lapide sconnessa
Dorme il vecchio curato del villaggio;
Egli almen cogli offizii e colla messa
Il nome a questa età lasciò in retaggio!

Ma un teschio, posto là, sul cornicione
Con cent'altri, ridendo, par che esclami:
"Bel profitto davver, se le persone
"Deggion dir ti chiamavi e non ti chiami!"

Ed è un teschio giallognolo e pulito
Siccome d'un nodar la pergamena,
Ed ha la nuca dal profilo ardito
E guarda in giù con un'occhiaja appena.

………………………….. ………………………….. ………………………….. …………………………..

È il mattino.—Sull'erba verde e folta
Scintillano le gocce di rugiada,
E il ritornello da lontan s'ascolta
D'un villano che passa sulla strada.

La Natura e il Lavoro!—E poi?—La testa
Poggiar sul cornicione d'una chiesa,
Coi passeri che intorno le fan festa
O col becco alle vuote orbite offesa!

E contemplare i proprii stinchi ignudi
In una nicchia, messi insieme a mille,
O (peggio ancora) un pöeta che sudi,
E cerchi un verso alzando le pupille…

Ei colla vita di cento persone,
(Che visser forse ognuna settant'anni)
Farà dieci quartine o una canzone.
Che l'udito ai viventi o strazii, o inganni!…

Poveri morti, perdonate!—Tutti
Amor vi concepì; tutti una madre
E un padre aveste; e amaste; e foste tutti
Sposo, figlio, fratello, amico o padre…

Per una strofa che dalla matita
Mi cade, voi viveste, ahimè, tant'anni!
Un sol mio verso è costato una vita!…
E una mia rima chissà quanti affanni?

Castelleone, agosto 1874.

A UNA DONNA INTELLIGENTE

Quand'io lessi i tuoi versi
Ho pensato alla gioja
Immensa e alla sventura
Di chi può amarti, o bella crëatura.

Ho pensato all'arbitrio del destino,
Che ti formò col puro cäolino
Con cui formò il cervello dei veggenti:
Ho pensato al delirio
Di chi baciò i tuoi begli occhi lucenti;
All'angoscia di chi, dopo il delirio,
Vorrà, tremante, interrogarti il cuore,
E, forse, troverà lento e sbiadito.
Come un suono che muore,
L'amoroso battìto!

Strano connubio!… Donna e intelligenza!
I sogni, che s'incarnano
Nella gentil parvenza!
Strano connubio!… Intelligenza e donna!…
Lucifero che cela il ghigno orrendo
Sotto un pallido volto di Madonna!
Una bionda e leggiadra testolina,
Un gingillo da pôr sovra un guanciale,
Che scruta ed indovina
Il cupo abisso del Bene e del Male?
Strano connubio!… Donna e intelligenza!…
Una mandòla, cui la man d'amore
Sa cercare una languida cadenza,
E a cui scuote le corde
Questo fantasma che sussulta e spia,
E bacia, e sferza, e morde,
E che gli umani chiaman: Poesia!

Quand'io lessi i tuoi versi
Ho pensato alla gioja
Immensa e alla sventura
Di chi può amarti, o bella crëatura!

Io vorrei che alla mia donna adorata
Mormorasse un mortal detti d'amore,
Perch'io potessi trafiggergli il cuore
O morir di sua mano;
Ma, ginocchioni, il ciel supplicherei
Che tenesse lontano
Dal suo capo gentile
Il più spietato dei rivali miei,
Il Pensier, che solleva
Il tristo tentatore
Che un dì fe' perder Eva
E poi distrusse ogni sogno d'amore.

E s'io t'amassi, ti verrei dinanzi
Colle lagrime agli occhi e il viso bianco,
E, come un pellegrin d'affanni stanco,
Singhiozzando ai tuoi pie' mi getterei
E, baciandoli, o donna, io ti direi:

"Di non udir quaggiù che la mia voce,
"E d'esser sorda alle melòdi arcane
"Che vibrano nel tuo capo adorato;
"Perch'io temo che il sol della dimane
"Ti risvegli più fredda all'amor mio;
"Perch'io temo che i baci del Pensiero
"(Funestissimo Iddio)
"Ti tolgano per sempre ai baci miei!"

Questo, o donna, piangendo, io ti direi.

E se tu volgerai, dolcezza mia,
Quasi ammaliata, le pupille al cielo
Ov'abita il tuo Nume, io, soffocando
Nel profondo del cor la gelosia,
Afferrerò la balza del tuo velo
Per tenerti qui in terra… o per morire,
Se a quella reggia d'oro
Poëta e donna, tu vorrai salire.

Agosto 1876.

IL DÌ DEI MORTI

Quest'oggi il calendario
Segna il giorno dei morti,
Il giorno in cui gli scheletri
Han mistici conforti,
Ed io, seguendo il popolo
Come sopra pensiero,
Mi trovo al cimitero
Fra i cippi a vagolar.
Qui tra le mute lagrime
Delle madri dolenti,
Tra gli ipocriti gemiti
Degli eredi parenti,
Tra i fiori che inghirlandano
I cippi biancheggianti,
Rovistando i sembianti,
Comincio a meditar.

Chi mi disse che il fùnebre
Campo, ov'io sono, ispiri
Pensieri melanconici,
Desolanti deliri?
Chi mi disse che incutono
Disinganni e paure
Le mille sepolture
Che stan dinanzi a me?
Qui, dove gli altri parlano
D'incompresi destini;
Qui, dove gli altri perdonsi
In mar senza confini;
Qui, dove tutti fremono
D'indicibil terrore,
A me si spegne in cuore
Ogni bugiarda fè.

Sulle zolle che atteggiansi
A smaglïanti ajuole,
Tra i fiori, che si volgono
Desiosi ai rai del sole,
Della Morte io non veggio
La larva ischeletrita;
Non la Morte, la Vita,
O miei fratelli, è qui!…
La Morte!… Che significa
Questa strana parola,
Che fa sgomento ai timidi
E che i forti consola?
La Morte!… Chi mi scioglie
Questo fatal segreto,
Che al cèrebro d'Amleto
Il dubbio suggerì?

È la Morte una fisima
Delle pusille menti!
Se nacquer dai cadaveri
L'erbe ed i fiori olenti,
Se i vermi ha fatto nascere
La carne imputridita,
La forma, e non la vita,
D'esistere cessò!…
L'operosa materia
Convien che a sè ritorni;
La Morte è legge assidua;
Noi moriam tutti i giorni!
Noi moriam, trasformandoci
Da bimbi in giovinetti!
Noi moriam cogli affetti
Che il nostro cor provò!

Perchè cercar nell'anima
Le fede e la speranza?
Perchè cercar nell'anima
La postuma esultanza,
Se scioglier la materia
Ci può il fatal problema,
Se il mistico pöema
Essa cantar ci sa?
Essa, l'eterno simbolo;
Essa, l'eterna Dea;
Essa, da cui germogliano
E l'albero e l'Idea;
Essa che dà alle indagini
I responsi più esatti,
Che non i sogni astratti
Delle trascorse età!

Che v'importa dell'anime
Dei figli trapassati,
O padri, sovra i candidi
Sepolcri inginocchiati?
Via!… Chiudete l'orecchio
Ad una sciocca turba,
Che il pensier vi conturba
Con sogni di terror!
I vostri figli vivono;
Sono raggi di sole,
Son glebe, son garofani,
Son aria, son vïole;
Voi, pregando sugli umidi
Fiori o sui secchi dumi,
Ne aspirate i profumi
E vivete con lor.

Oh!… Dite ai mille ipocriti
Dalle fisime strane,
Che noi, togliendo l'anima
Alle credenze umane,
Non vi togliamo il balsamo
Delle memorie pie,
I canti e l'armonie
Che sanno consolar!
Credete alla Materia
Per creder nell'Eterno;
Il Bene e il Mal sussistono;
Ecco il Cielo e l'Inferno!
Religïon purissima
È la Scienza, la luce
Che gli uomini conduce
Ad amarsi e pensar.

PER IL SANTO NATALE

(A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER)

Eugenio, l'abitudine
È una cinica Dea,
Che avvelenò coll'alito
Ogni sublime idea!
Profuse il genio ai popoli
Le perle smaglïanti
E un'orda di baccanti
In pietre le mutò!

Dal dì che all'Evangelio
Pace e conforto io chiesi,
Dal dì che il cor degli uomini
A interrogare appresi
E, come un serpe, ascondersi
Vidi nel Bene il Male,
Il giorno di Natale,
Da allora mi indignò!

I pöetastri raglino
Vieti e melliflui canti,
Le olenti dame pensino
Ai bambini lattanti,
Credan davver gli stolidi
Ch'oggi ogni sdegno è spento,
Biascichi un complimento
Ogni bocca volgar!

Io, solitario, medito
Chiuso nella mia stanza
Che retaggio di popoli
Grulli è una grulla usanza…
Nè a vagolar pei trivii
Coi miei pensier discendo,
Chè fuggo un quadro orrendo
Che m'eccita a imprecar.

Giù v'è un delirio, un'orgia
Di sangue e di carname;
Polpe squarciate e muscoli
Ornati di fogliame,
Bestie sgozzate e viscere
Ancora palpitanti,
E rosse man fumanti,
E gocciolanti acciar!

Lungi da me l'orribile
Tripudio dei macelli,
Ove le fronti pallide
Di pecore e vitelli,
Trofëo spaventevole,
Col livid'occhio spento,
Mandandomi un lamento,
Mi possono guardar!

Lungi da me, o limosine
D'un mondo imbellettato,
Chicche donate ai bamboli
D'un popolo affamato!
Lungi da me l'ingenua
Fede dei tardi ingegni,
Che spengansi gli sdegni
Coll'agape d'un dì!

Lungi da me quest'ebete
Sfida a chi più divora,
Quest'inno che da gonfie
Ventraglie erutta fuora!
Lungi da me l'effluvio
Di frutta e di dolciumi,
A cui gli acri profumi
Inutil sangue unì!

O triste lotta!… O vincolo
Fatal della Natura!
È ver, dell'altrui sangue
Vive ogni creatura!
È ver, la morte è il nocciolo
Che genera la vita!
In terra e in ciel scolpita
La dura legge io so!…

Ma, per far festa, uccidere,
Non per sbramar la fame;
Ma il rider tra i cadaveri,
Gridando: Pace!… è infame!
Ma l'esclamar tra i rantoli
"Quest'oggi è un giorno gajo!"
È lazzo da beccajo
Che il sangue inebrïò!

Deh! Se nei vostri pargoli
Sensi d'amor bramate
Dal barbaro spettacolo,
Madri, li allontanate…
O scenderanno funebri
Fantasimi crudeli
A rapir loro i cieli
Del sonno verginal!

Ah! dite lor che scordino
Quest'efferata usanza;
Che a feste meno stolide
Rivolgan la speranza;
Che verrà un dì in cui gli uomini
Saran davver fratelli,
Senza l'orgie e i macelli
Di questo saturnal!

25 dicembre 1876.

CORAGGIO!

(AD ALBERTO BARBAVARA)

Tu sogni una condotta, un bel villaggio,
Dall'esil campanile, a mezza china.
Che si imporpori al raggio
Del sol, quando declina,
Come la guancia d'una giovinetta
Cui si parli d'amore.

O mesto amico mio, biondo dottore,
Talor lo sogno anch'io
Questo tranquillo oblio;
Talor m'accascio anch'io sul mio dolore
Penso alla noja arcana
Che da ogni cosa emana;
Penso a quelli che furono
E a quelli che verranno;
All'albe ed ai tramonti ed all'affanno
Che domina crëato e crëature;
Alle molte sventure
Ed ai pochi sorrisi
Concessi a quei che pensano; alla culla
Tanto presso alla tomba;
A questo eterno nulla!

Tu sogni una condotta, un bel villaggio
Dall'esil campanile, a mezza china,
Che si imporpori al raggio
Del sol, quando declina;
Ed io perdo il coraggio
Nella frivola vita cittadina!
E nei ridotti, ove s'affolla un mondo
D'ubbriachi e di cretini,
M'aggiro; e il volto mio cogitabondo
Porta il riflesso d'inconsci destini…

Pur se giunge una nota al mio cervello,
Se vien qualche cencioso menestrello
A strimpellare una canzon gioconda
Al mio attonito orecchio,
Una febbre m'inonda
Di mille desiderii sconfinati;
E penso ai vecchi errori, al mondo vecchio
Che crollerà sotto il mio giovin pugno;
All'arte nuova; ai versi cesellati,
Coi quali passo qualche lieta notte
Della mia giovinezza;
E ritorno alle lotte,
Ove soltanto il debole si spezza;
Ed odio, ed amo, e scrivo,
E lagrimo talor, ma fremo e vivo!

DITIRAMBO

(A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER)

Un giorno, Eugenio, tramontava il sole
E tu mi stavi accanto,
Ed al cervello mio le tue parole
Suggerivano un canto.

Tu mi dicevi: "La scienza è la luce
"Che feconda gli ingegni;
"È la guida infallibil che conduce
"A inesplorati regni…

Ai regni inesplorati, agli ideali
"Che tu cercando vai,
"A cui le menti, che han tarpate l'ali
"Non arrivano mai."

Ed io dicevo: "È vero!… I giorni miei
"Passan senza splendori!
"Oh, quante notti fra i bicchier perdei!
"E quante fra gli amori!"

E ripetevo: "La scienza è la luce
"Che feconda gli ingegni!
"È la guida infallibil che conduce
"A inesplorati regni!"

Poscia, rinchiuso nella stanza mia,
Quella notte vegliai;
Degli intravisti carmi l'armonia
Mi si aperse e pensai:

Scienza, che debbo chiederti?
Qual ben puoi tu largirmi?
Ahimè!… Dei canti il fascino
Forse tu puoi rapirmi!
L'entusiasmo puoi togliermi
Che i giorni miei fa lieti!
L'entusiasmo!… Il tesoro dei poeti!

Scienza, che debbo chiederti?
Forse il concetto immenso
Del nostro nulla?—È inutile!
Io questa idea la penso…
Come da vasto incendio
Le scintille incessanti,
Così dal nulla a me vengono i canti

Tu sai giunger, per aride
E tortuose vie,
In lande ove s'impressero,
Da tempo, l'orme mie!
Scienza, che debbo chiederti?
Io volo, e tu cammini…
Per soffermarci agii stessi confini!

Puoi tu insegnarmi il numero
Degli astri rotëanti?
Dirmi che sia lo spazio
E cosa sian gli istanti?
Dirmi perchè sussistano
La luce, l'ombra e il moto,
E come in foglie si trasmuti il loto?

Scienza, a crëare insegnami
Un'erba od un insetto;
A discerner le cause
Dell'odio e dell'affetto;
A indovinar l'incognito
Principio della creta;
Scienza, dei mondi apprendimi la meta!

Ed io, fervente apostolo
E adorator dell'arte,
Verrò a chiedere l'estasi
Alle tue dotte carte,
E vestirò coi fascini
D'un eterno poëma
La soluzione del vital problema!

Ma, fino allora, chiederti,
Scienza, che deggio io mai?
Forse l'oro e la gloria
Che da tempo spregiai?
Forse di qualche popolo
Le gesta o la favella?
Forse una data o il nome d'una stella?..

Ahimè!…La scienza è un briciolo
All'ignoto involato!
Noi non ghermiam che un atomo
E gridiamo: È il Creato!…
E perdiamo nell'ansie,
E perdiam negli affanni
L'incantevol sorriso dei verd'anni!

E poi, giunti sul margine
Della vita che fugge,
Anco cinti di gloria,
Un pensiero ne strugge;
È del Nulla il fantasima
Che nell'estrema prova
Ci mormora all'orecchio: Or, che ti giova?…

Lo so; i verd'anni passano
Pei dotti e pei gaudenti,
E forse nel silenzio
Degli anni miei cadenti,
Triste e scorato, ai fervidi
Giovani dì pensando,
Anch'io dovrò ripeter lagrimando:

"Stolto!… I bei sogni sparvero!
"Sparvero e nappi e amori,
"E i giorni tuoi tramontano
"Qual sol senza splendori!
"Scendi, rabbiosa ed invida,
"Nella tua sepoltura
"A mutar forma, o volgar crëatura!"

È ver!… Ma tutti muojono,
E dotti e gaudenti!
E allor che giova il plauso
O il biasmo delle genti?
In un pugno di polvere
L'incompreso Destino
Muta i cranii di Dante e d'Arlecchino!

………………………….. …………………………..

Viviam!… Rubando un briciolo,
Affannosi, all'Ignoto,
O tessendo una lirica
Ad un pugno di loto,
Pensiam che i giorni passano,
E che—forse—Alighieri
Invidia il bimbo partorito jeri…

E vorrebbe rivivere
Per giornate più liete,
Soffocando nel cèrebro
Della Scienza la sete,…
Per poi—forse—rimpiangere,
Fatto vecchio, gli allori
Fra le tazze oblïati e fra gli amori!

Viviam!… Rubando un briciolo,
Affannosi, all'Ignoto,
O tessendo una lirica
Ad un pugno di loto,
Pensiam che i giorni passano
E che—forse—Arlecchino
Vorria rinascer per studiar latino

E vorrebbe rivivere
Per diventar dottore,
L'esilarante arguzia
Soffocando nel cuore…
Per poi—forse—rimpiangere,
Fatto vecchio, le cene
Rubate al ventre… dalle pergamene!

Viviam!… Dei desiderii
È la turba infinita;
Per soddisfarla gli uomini
Troppo breve han la vita!…
E vivesser coi secoli
Convien che il labbro gema:
"Noi siamo affranti…o la turba non scema!"

Viviam!… Lasciam che passino
Servi all'istinto gli anni!
Tutti avrem pari i gaudii,
Tutti pari gli affanni!….
L'eternità in un circolo
Infinito ne serra!…
È il Nulla in cui s'avvoltola la terra,

Luglio 1875.

PER UNA SUICIDA

Una bionda fanciulla innamorata
Dal terzo piano si gettò stasera.
L'han raccolta piangendo ed è spirata!

Domani i preti, colla stola nera,
Com'è costume, a prenderla verranno
Recitando la solita preghiera;

Domani tutti il nome suo sapranno,
E morrà nel frasario d'un giornale
Questa epopëa d'un immenso affanno!

Poveretta!… La veste nuzïale
L'attendeva coll'alba!… Ella ha voluto
Mutare in epitaffio un madrigale!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Un tempo, anch'io, giovinetto inesperto,
Credea nei libri di legger la vita,
E non vedea che sterile deserto!

E rivivea la fantasia romita
In epoche lontano; in mezzo a gente
Che incancellabil orma avea scolpita.

E tutti mi diceano amaramente:
"Che noi non siam che un popol di fantasmi;
"Che i nostri affetti son ceneri spente;

"Che son svaniti amori ed entusiasmi;
"E che i lampi e i profumi eran mutati
"In fosforo volgare ed in mïasmi!"

Ed io discesi nei trivii affollati,
Non recando nè fedi nè illusioni,
Arido figlio di padri annojati.

Ma l'impeto fatal delle canzoni
Tacitamente palpitar mi fea!
Ed io, passando fra i tristi e fra i buoni,

Fra lo splendore d'una eterna idea
E le tenebre folte, il mar solcando
Degli eventi, che intorno a me fremea,

L'oltraggio fatto a noi dissi esecrando;
E nella notte altrui trovai l'aurora;
E risi e piansi anch'io; e lagrimando

La strofa mi sgorgò calda e sonora;
E ritrovai la fede e la speranza,
Perché m'accorsi che si vive ancora!

Sì!… Si vive! Si lagrima! Si danza!
Come un dì! Come sempre! E infin che luce
Avrà il sole ed i fiori avran fraganza,

Questo dramma, ora lieto ed ora truce,
In cui tutti abbiam parte, ed è la vita,
E che un'ignota man scrive e conduce,

Palpiterà di passione infinita,
Miscêla arcana d'ombra e di splendore!
E tu eterna starai (lampa romita,

Oppure incendio divampante) Amore!

Ottobre 1876.

QUANDO?

(A DINO MARAZZANI)

Quando i giorni verranno
Della malinconia,
E morirà d'affanno
Nel mio cranio la giovin fantasia,

Io penserò alle notti,
Che passai con me stesso;
Agli studii interrotti
Per meditar della lampa al riflesso;

Io penserò alle sere,
Che, coi pochi diletti,
Confusi le preghiere
Per l'Arte, per il Vero e per gli affetti.

Allora, stanco anch'io
Dei furbi e dei cretini,
Mi sentirò il desìo,
Il santo ardor di più vasti confini!

Stringerò nella mano
Un nodoso bastone,
E me ne andrò lontano
Un balsamo a cercar, l'oblivïone…

Andrò verso l'Oriente,
Col sole sulla fronte,
Guardando avidamente
La linea circolar dell'orizzonte.

E bacierò le siepi
E i fiori per la via,
E cercherò i presèpi
Ove deporre la stanchezza mia.

E scenderò, pensando,
Alle vaste marine;
E vedrò, palpitando,
Gli splendidi tramonti e le mattine.

Ritroverò la vita
Nell'immensa natura;
E la gioja infinita
Del creato empirà la crëatura…

Parmi d'aver dinanti
Le romite vallate;
Le strade biancheggianti
Ove la fine polve arde in estate;

Odo stillar le fonti
Dallo spungoso tufo
E, la sera, fra i monti,
Stridere il grillo ed ululare il gufo.

Sento l'acre profumo
Dell'erbe e delle piante
E, sull'umido dumo,
La verde cavalletta saltellante.

Poi, quando il giorno estremo
Degli erranti miei giorni,
Col comando supremo
Vorrà che in vermi il corpo mio ritorni,

Io cercherò una sponda
Giallastra e desolata,
Ove si franga l'onda
D'una glauca marina sconfinata

Là poserò le spalle
Sull'arena minuta,
Che, come eterna valle.
Verso un fondo nebbioso andrà perduta;

Rammenterô le storie
Della mia giovinezza;
Rivivrò di memorie,
Di pianto, di speranza e d'allegrezza;

Ed atomo piccino
Dinanzi alla Natura
E dinanzi al Destino,
Coll'unghie mi farò una sepoltura,

Guarderò i cieli azzurri,
Il mar pieno d'incanti,
Di calme e di susurri,
E i pulviscoli in aria roteanti.

Là morirò tranquillo
Dagli uomini lontano…
E, forse, fatto brillo
Dall'agonia, colla tremula mano.

Sovra la sabbia ardente,
Pensando all'universo,
Traccierò sorridente,
O dolce amico mio, l'ultimo verso.

ARS, ALMA MATER

(AD ALBERTO BARBAVARA)

L'Arte morrà!… o La splendida
Arte che amiamo, o Alberto,
Morrà, come ingannevole
Miraggio del deserto!…
Oh! Tu non sai l'angoscia
Che in petto mi fremea
Quando la triste idea
Nel cranio mi guizzò!
Nata col primo palpito
Dell'umano pensiero,
L'Arte non era in fascie
Quando cantava Omero;
Ma dalle vette olimpich
All'Ellenia stupita
Dicea: "Narro la vita
"D'un'arte che passò!"

Dal sacro fiume Egizio,
Dal Gange e dal Giordano
Alle colonne d'Ercole
Che chiudean l'oceáno,
Errante coi fenicii,
Ape del sen fecondo,
Ella versò sul mondo
Il miel di sue virtù.
E ad Iside e ad Osiride
Eresse monumenti;
E verseggiò le pagine
Dei vecchi testamenti;
E toccò l'arpa a Davide;
E al popol patriarca
Disegnò l'are e l'arca;
E celebrò Visnù.

In Grecia Apelle e Fidia
Le chieser marmi e tele;
Ella insegnò la linea
Divina a Prassitele,
E a Socrate e a Demostene
La possente parola,
E ad Eschilo la scuola
Delle passioni aprì.
Le mani d'Aristotile
Ne composer la storia;
La chiamò Saffo, in lagrime,
Amor; Pericle, gloria;
Inspirò l'odi a Pindaro;
Seguì Alcibiade a festa;
E gaja dalla testa
D'Anacrëonte uscì…

Poi trasvolò, coll'aquile
Delle legioni, a Roma;
Ed intrecciando i lauri
Alla flüente chioma,
Cantò i trionfi, il sonito
Delle tube guerriere,
Le spoglie e le bandiere
Del Lazio vincitor.
E quando la Repubblica,
L'invincibile atleta,
Sotto il pugno di Cesare
Si sfasciò come creta,
Ella, che adora il genio,
Nella bellezza avvolto,
Baciò, plaudente, in volto
L'audace lottator!

E l'adorò, recandogli
Un impero a tributo;
E, ad eternarlo, complici
Ebbe Tacito e Bruto;
E quando ei cadde, vittima
Di vendetta gloriosa,
Gli suggerì la posa
In cui dovea morir.
Sovra il suo corpo esangue
S'abbandonò piangendo;
E si temprò all'incudine
D'uno spasimo orrendo…
Poi surse, e avea nell'occhio
Sguardi così possenti
Che n'arsero le menti
Nei secoli avvenir,

Ella narrò a Virgilio
L'egloghe e l'epopee;
Apprese in versi a Orazio
Le proverbiali idee;
E rizzò terme e templii,
E circhi e colossei,
E sogghignò agli Dei,
Agli aúguri, agli altar.
Dai lidi della Nubia
Chiamò il pardo e il leone;
Tolse a femminee viscere
Caligola e Nerone;
Rovesciò il bianco pollice
In faccia ai moribondi,
E chiese se altri mondi
Eran da conquistar!…

Mutati i lauri in pampini.
Nuda dal capo ai piedi,
A mense interminabili
Volle Eterie e Cinedi;
E, brïaca, in un'orgia,
Di vino e di deliri,
Cadde dai drappi assiri
Sul pavimento d'or.
Fra i bianchi intercolonnii
Ella era ancor sopita,
Quando un profeta mistico
Venne a chiamarla in vita.
Ei la coprì col ruvido
Manto, le diè una croce,
E colla blanda voce
Le favellò d'amor.

Cosparsa il crin di cenere
Seco a pregar l'addusse;
La confortò di massime
Söavi ed inconcusse,
E in mezzo a ignoti popoli,
Quasi selvaggi ancora,
Vestitala da suora,
La chiuse in monaster.
Ella, seguendo l'indole
Di sua mondana vita,
Da preci e da cilicii
Affranta ed intristita,
Per scongiurar la noja
Del chiostro freddo ed ermo,
Tradusse in canto fermo
I timidi pensier.

Indi miniò una bibbia,
Cesellò dei rosari,
E ricamò in fantastici
Fregi gli scapolarí…
La santità dell'opere
La rese ardita, e un giorno
A un'asse si fe' attorno
Con piume e con color,
E disegnò un'aurëola
In mezzo a cui, raggiante,
Pinse il volto mitissimo
Del suo profeta e amante;
E, le pupille in lagrime,
Compunta a divozione,
Disse alle genti buone:
"Questi è Nostro Signor!"

Fu la sua voce armonica
Che il nuovo dogma apprese;
Fu per sua man che sursero
E metropoli e chiese;
E dissero i miracoli
Di sue glorie passate,
Le aguglie, le navate,
I pöemi e gli altar.
Pur, colle glorie, l'orgia
Fatal non iscordava;
E il giorno che un Pontefice
La volle far sua schiava,
L'Arte, la bella indomita,
Volse le spalle al tristo,
E fea ritorno a Cristo
Per piangere e pregar.

Un'invincibil nausea
Le saliva alla bocca,
Chè l'andazzo del secolo
La fea torva e barocca;
Eran grottesche immagini
Di frati, angioli e santi
Con manti svolazzanti
E iperbolici pel;
Erano idee rachitiche
Cinte di gonfie vesti;
Sparía la pura linea
Sotto i fregi funesti;
E nei giardini mistici
Della latina scuola
Il puzzo di Lojola
Isterilia gli stel.

E Sanzio, e Michelangelo
Non eran polve ancora
Quand'ella in Francia e in Anglia
Vide la prima aurora;
E, mentre di Giansenio
La pura man guidava,
Fremeva e palpitava
D'Amleto col cantor.
Poscia amò i nèi, la cipria,
Le satire mordenti;
Chiamò gli Enciclopedici
In sale aurate e olenti;
E, per fuggir degli Arcadi
L'inesorabil belo,
Della Germania al Cielo
Cercò sorti miglior.

Ma sulla strada un pallido
Giovinetto severo
La soffermò, dicendole:
"Io mi chiamo Pensiero.
"Il mondo mi perseguita;
"Io gli grido che l'amo;
"Ma son povero e gramo,
"E non mi vuole udir!
"Tu sei leggiadra, e gli uomini
"Aman le cose belle;
"Or ben, di' lor che il raggio
"Io scrutai delle stelle,
"Che la pena ed il premio
"Impartirò a chi tocca;
"Per la tua rosea bocca
"Io mi farò capir!…"

L'Arte e il Pensier si amarono.
Ella porse al Pensiero
Le gioje che sollevano;
Egli le apprese il vero.
Ma l'Arte, esperta e provvida,
Recò al novello tetto
Di cortigiana il letto,
Di monaca il pudor.
Dall'ideal connubio
(Non più Minerva strana
Nata da stolto cranio,
Nè isterica cristiana,
Ma dolce e melanconica,
E d'austera parvenza)
Nacque una figlia—o Scienza
Tu palpitasti allor!

E, gigante, fra gli uomini
Già il tuo nome risuona!
Ma corre ancora il popolo
Alla tua madre buona,
E la sua voce armonica
E i suoi racconti adora,
E ride e freme e plora,
Udendoli narrar.
E l'Arte narra i dubbi,
Che ne assedian qui in terra,
E i miti, e i sogni, e i simboli,
E la pace, e la guerra;
Parla di re e di popoli,
D'amorose leggende,
E, dai palagi, scende
Al rozzo casolar.

Poscia veggendo, trepida,
Che dei tempi passati
La monotona storia
Ha i cèrebri annojati,
Sferza colla commedia
Le goffe costumanze,
E scruta nelle stanze
Gli intrighi ed i mister.
E, risalendo ai limpidi
Fonti della natura,
Ci canta in un Idillio
Crëato e crëatura,
E insegna all'occhio l'ultima
Gradazione di verde,
Che da lontan si perde
In profumo leggier.

L'Arte è la candid'avola
Che tesse le sue fole;
E noi, che ancor siam pargoli,
Amiam le sue parole;
Ma, fatti adulti, i popoli
La chiameran ciarliera,
Ed alla figlia austera
Rivolgeranno il piè!…
E cercheran l'oceano
Del fiume antico uggiati;
E scruteran dai vertici
I cieli sconfinati;
E chiederanno i fascini,
Che il genio oggi dispensa,
Alla natura immensa,
Che tutto chiude in sè.

Forse tu sola, o Musica,
Astrazion dell'idea.
Vivrai, dell'arti l'ultima
E più perfetta Dea!
L'altre morran!… Le statue
(Simulacri pallenti
Delle beltà viventi)
Cadranno infrante al suol;
E voi, riflesso inutile
Di ciò che esiste, o tele,
Voi copriràn la polvere,
L'oblío, le ragnatele!
O libri, al fuoco!… Briciole
Della filosofia!…
Ogni fisonomia
È un libro aperto al sol!

Alberto, ho il ciglio in lagrime
Penso a quel dì fatale!
Alla luce novissima
Della scienza ideale!
All'orrenda catastrofe
Della tragedia trista!
Penso all'ultimo artista
Che quel giorno vivrà!
Ei della madre suggere
Vorrà l'esausto petto,
E rabbioso e famelico
Lo dirà maledetto;
E forse, per resistere
Un'ora all'ardua pugna,
Lo graffierà coll'ugna
E il sangue ne berrà!

Agosto 1876.

DE MINIMIS.

MORS TUA, VITA MEA

Era un uomo sensibile; dicea
Che tutto vive d'una vita arcana;
Che, come il bruco, si forma l'idea;
Che non è sola l'esistenza umana.

E predicava ai bimbi e ai giovinetti
Di rispettar gli steli delle rose,
I nidi delle rondini, e gli insetti,
E le sementi, e gli uomini, e le cose.

Poi, meditando l'incessante guerra
Che la fame crudel move ai men forti,
E pensando che ognun semina in terra
Ad ogni passo migliaja di morti,

D'infinita pietà pianse angosciato,
E, i cibi rifiutando alla natura,
In un angol tranquillo del crëato
S'adagiò, come morto a sepoltura.

Là, rivolgendo gli occhi moribondi
Ai fil d'erba ed ai fior ch'avea vicini,
Vide la vita di novelli mondi,
La strana vita d'esseri piccini.

Vide un bruco, due ragne e un capinero,
Il bruco, rosicchiando un'erba-menta,
Rotava in essa, senza alcun pensiero,
Il pungolo, che sfibra e che tormenta.

E poi che sazio, in estasi bëate
Levava il picciol capo verso il sole,
Le ragne da una foglia arsa sbucate,
Si divisero il bruco nelle gole.

Le due comari, del bottino liete,
Facevan l'una all'altra i complimenti,
Quando, piombando dal vicino abete
Il capinero, li mutò in lamenti.

Nel giallo becco ei se le prese entrambe
Trillando gajamente: Il colpo è bello!…
—L'uomo sensibil balzò sulle gambe,
Stese la mano… e si mangiò l'uccello.

Luglio 1876.

FLECTAR, NON FRANGAR

(A LUIGI DELLA BEFFA)

Tu vuoi saper perchè la vita mia
Colla gente volgare si consumi,
E come io pensi un'ode all'osteria
Fra gli sconci profumi;

Tu vuoi saper perchè fra gli imbecilli
Cerco talora qualche idea sublime,
E come mai le nebbie dei pusilli
Mi dian l'audaci rime;

Tu vuoi saper perchè passo le sere
Giuocando un trivial giuoco coi cretini
Bevendo spesso le tisane nere
Che l'oste chiama vini!

Io sono lo scultor che il sasso adora
Con cui saprà dar vita ad una Dea;
So che dopo la notte vien l'aurora,
 Dopo il dubbio l'idea.

So che il maggio fa seguito all'inverno,
E che il torpore è padre all'entusiasmo,
E che la vita è un alternarsi eterno
 D'olezzo e di mïasmo!

Come l'aquila anch'io dormo sovente
In una grotta una lunga stagione,
E nell'ore volgari e sonnolente
 Annego la ragione…

Poi spicco l'ali dall'oscuro nido
E, librandomi in ciel, nel volo immenso
Saluto il mondo con superbo strido…—
 È allor che canto e penso.

Autunno 1875.

MELODIA

Gli amanti passeggiavano—mentre cadeva il sole;
Mormoravan le labbra—portentose parole;
Un inno solo dalle labbra uscia,
Un inno che diceva:
La parola dell'uomo è melodia,
Che sovra ogni idïoma si solleva!

Gli usignuoli cantavano—mentre cadeva il sole
Echeggiavan nei boschi—i trilli delle gole;
E un lieto canto dalle gole ascia,
Un canto che diceva:
Solo il nostro linguaggio è melodia
Che sovra ogni idïoma si solleva!

Sui rugiadosi margini,—mentre cadeva il sole,
Nelle ebbrezze del polline—cantavan le viole;
Cantavano con note di profumi,
E cantavano il maggio;
E tremolanti sui roridi dumi
Diceano: Il nostro è il più gentil linguaggio!

Nascosta in un rigagnolo,—mentre il sol tramontava,
La femmina d'un rospo—ancor essa cantava;
Il prediletto che quel canto udia,
Da lungi rispondeva:
La tua voce, o mia sposa, ë melodia
Che sovra ogni idïoma si solleva!

Un pallido filosofo,—mentre il sol tramontava.
Sulla strada maëstra—pensieroso passava;
Egli ascoltò gli amanti, i fior, gli uccelli
E i rospi, e disse in cuore:
I linguaggi quaggiù son tutti belli,
E specialmente se parlan d'amore!

Luglio 1876

SEMINARE E RACCOGLIERE

Il cuore è un ventilabro—e noi siam mietitori.
Noi seminiam gli affetti a piene mani,

Crediam nelle sementi—che promettono i fiori,
Crediamo nelle messi del domani.

Poscia, giunti nel mezzo—del campo della vita,
Ci volgiamo alle zolle fecondate;

Non crediam più: speriamo;—speriam la via fiorita;
Vogliam mietere i fiori e le derrate.

Ahimè!… Da pochi semi—la pianta si matura!
Di molti sterpi la campagna è piena!

E un popolo d'arbusti,—spossati dall'arsura,
Chinan la testa sulla gialla arena!

Noi moriam, seminando—la fede e la speranza,
Raccogliendo la noja e l'amarezza,

Ai giovani invidiando—la inutile esultanza…
E pur bramando lunga la vecchiezza!

Il cuore è un ventilàbro—e noi siam mietitori;
Noi guardiamo le zolle fecondate

E le troviam coperte—di spine e di dolori
O da compianti cippi funestate.

IL MARE CANTA

(A ENRICO CAROSELLI)

Il mare canta, il fremito dell'onde
Son note, son cadenze, son canzoni;
E i raggi che la luna in ciel diffonde
  Son tremule visioni.

I pescatori nelle glauche notti
Del Gran Cantore ascoltano i concenti
E alla spiaggia li recano, tradotti
In melodici accenti.

Napoli abbraccia il mar, come un pöeta
Abbraccia l'arpa, con cui ride o geme;
Quando tranquillo è il mar Napoli è lieta,
Quando è in tempesta freme.

Santa Lucia, febbrajo 1876.

EN ATTENDANT

Il ragno, che da un albero
All'altro va tessendo la sua tela,
Al pöeta, che smania
Dietro i suoi canti, un conforto rivela.

Ei da un ramo si dondola,
Acrobata sospeso a un fil d'argento;
Tenta alla meta giungere,…
Ma sempre invano!… E, allora,aspetta il vento.

Così il pöeta penzola,
Pria di spingersi a voi, sulle illusioni;
E tenta, e veglia, e spasima…
Indi aspetta le sacre ispirazioni.

Luglio 1876.—In un bosco.

A UN CALENDARIO AMERICANO

Nella mia stanza ho un picciol calendario
Da cui strappo un foglietto
Tutte le sere, pria di pormi a letto.

Quante cose stan scritte
Sull'esil cartolina!
In alto il mese; poi, sotto la data,
L'effemeride e un piatto di cucina!
Ieri diceva:—Luglio—Ventidue;
San Prospero—Battaglia nel tal sito,
L'anno tale—Bollito
Di filetto di bue.

Strano compendio della vita umana!
La farsa e il dramma! Il sorriso ed il pianto
L'esistenza è una cinica fiumana
Che a ignoto mar discende!
Oggi a foschi burron passa daccanto,
Tra i fior domani d'un giardin risplende
Sotto i raggi dell'alba, ed alla sera
Rugge fra i massi d'orrenda scogliera!

Quand'io ti strappo, o breve cartolina,
Sento una stretta al cuore;
Sento la giovinezza che declina;
Penso che l'uomo tutti i giorni muore!

Luglio 1876.

ACQUA DEI MONTI

È questa la purissima
Acqua dei monti;
La cristallina lagrima
D'äeree fronti.

Anche le vette piangono
Ed han sorrisi,
Ed i cipressi alternano
Ai fiordalisi…

L'acqua è l'ingenua figlia
Dei cicli azzurri,
E parlano d'ambrosie
I suoi susurri.

L'acqua è la figlia tenera
D'inferociti
Giganti e, quasi a molcerli,
Lambe i graniti.

Madonna d'Oropa, 1876.

IN CORPO DI GUARDIA

(A GIACINTO GALLINA)

È la sera.—Nei lunghi corridoi
E nei vasti cortili
Passeggiano i soldati.
Ognun favella dei päesi suoi
E dei volti gentili
Che al villaggio ha lasciati.
Si canta, si schiamazza, si riaccende
La pipa.

In fondo agli anditi risplende
La lucerna notturna, la facella
Che veglierà di dentro,
Mentre veglia di fuor la sentinella.

Quanti giovani ardenti!
Menenio Agrippa ha detto
Che le nazion son uomini viventi;
Chi ne forma la testa
E chi ne forma il petto,
Chi le braccia e chi il ventre; ed a me pare
Che l'esercito sia
Il giovin sangue della patria mia.

Tramonteranno i giorni in cui le spade
Scintilleranno ai rai del sole.—Allora
Questi soldati di varie contrade
Saluteranno la novella aurora;
Rivedranno le madri e, l'ire spente,
Muteranno l'acciaio dei fucili
Nei miti aràtri; e obliando la guerra,
Feconderan la terra
Della loro vallata sorridente.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

I trombettieri sono usciti.—È l'ora
In cui debbo a sonar la ritirata;
E una folla di gente entusiasmata
Si farà ad essi attorno,
E udrà gli squilli acuti e le cadenze
Che usciran dalle trombe luccicanti;
E seguirà, con fervide movenze,
I soldati che tornano al quartiere.

Poi cesserà il clamor degli abitanti;
Moriran le canzoni
E moriranno delle trombe i suoni;
Scenderà sui cortili e nelle stanze
Un silenzio solenne;
E l'ombra romperà dei corridoi
La lucerna notturna, la facella
Che veglierà di dentro,
Mentre veglia di fuor la sentinella.

Quartiere San Filippo, Milano, agosto 1876.

ULTIMA RATIO

Allor che tatto tace
E mi rinchiudo nella stanza mia.
Sento una voce in cuore, un'armonia,
Che mi susurra: La vita è la Pace.

Allor che nella storia
Dei popoli e dei re scruto le gesta,
Una smania m'opprime e mi molesta,
E mi ripete: La vita è la Gloria!

Allor che dal languore
D'una notte di baci io son spossato,
Una voce mi giunge dal creato,
Che mi ripete: La vita è l'Amore!

Quando un vecchio piloto
Mi narra gli usi di lontane genti
E dei suoi giorni i fortunosi eventi,
Io ripeto fra me: La vita è il Moto!

Quando la melodia
D'un verso o d'un liuto mi percote,
Mi echeggian nella mente colle note
Le parole: La vita è Poësia!

Se alla diva potenza
Io penso del cervello di Keplero,
Se a Spallanzani rivolgo il pensiero.,
Dico fra me: La vita è la Scïenza!

Ma, se in mezzo a una brulla
Campagna, a meditar mesto m'aggiro,
Guardo il cielo, la terra… indi sospiro.
E ripeto fra me: La vita è il Nulla!

DIES.

ALBA

E sia così!—Sul nostro capo un altro
Giorno risplenda!—A noi la luce; il bujo
Agli antipodi!—A tutti la nojosa
Catena della vita; a tutti, grami
E possenti, la uggiosa vicenda
Del cibo e delle vesti!

Un'alba ancora!

Pallida luce del lontano oriente,
Sia tu di nebbie apportatrìce o nunzia
Di lieto sol; abbia tu rose al crine
O di pioviggin umida ne venga,
Nulla ti chieggo!…

I desiderii miei
Non han confine, e, novello Epulone,
In questo inferno, ove innocente caddi,
Io mille volte vo' morir di sete
Pria di volgermi a te pietosamente
Mendicando una gocciola!

Ahi!… D'Abramo
Più ancor spietata, a me,—che nulla chieggo—
Un balsamo fatale, alba, tu imponi!

L'illusïon m'imponi e la speranza,
Che renderan più amari i disinganni;
E illumini le carte, ov'io favello
Con me stesso; ed aggiungi un altro filo
A questo cencio, a questa ragnatela
Del mio futile orgoglio; e mi conforti
Di sublimi parole:

"All'opra!… Avanti!
"Al lavoro!… Al lavoro!… A te, o pöeta,
"La luce e il moto!… A te l'immenso dono
"Di qualche centinajo di minuti!!…"

Vecchia megera, sfinge imbellettata,
Scialba carogna rizzata sui trampoli,
Dal ghigno sterëotipo e dai mille
Fronzoli in similoro,… ad altri narra
Le tue storielle!… Un vecchio lupo io sono
Che non dà nei tuoi lacci!

"All'opra! All'opra! "Al lavoro!…"

E tu intanto, oscena arpia,
Mi pagherai col rabescar di rughe
Il mio sembiante; col pelarmi il cranio;
Collo sfiaccarmi i muscoli e filtrarmi
Nelle vene e nell'ossa,—a poco a poco,—
Il gel dell'agonia!…

Nulla ti chieggo
Alba!…
No!—Errai!—Ti chieggo un verso; un verso
Per maledirti, quanto umanamente
È dato maledir!…
Ora ai tuoi vezzi
Presti fede chi vuole!… Io m'addormento!

MERIGGIO

9 FEBBRAJO 187*.

Piegate per gli amanti, scongiurate il Signore Che creò la sventura quando creò l'amore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tutti abbiam nella vita
L'ora fatal che resta, come negro stilita
Sul nostro capo, immobile, finché anuiam sottoterra.
E. PRAGA.

Questo e il mio dì fatale!…
O genti buone,
Se i canti miei v'han dato un entusiasmo.
Se una scintilla dell'anima mia
V'arse un istante, siatemi cortesi
D'una lagrima.

Ho qui dentro un'angoscia
Che non ebbi giammai!… Oggi ho perduto
L'illusione del mio primo amore!
Un amore di fuoco, uno sfrenato
Abbandono dei sensi!… Oggi colei,
Che ieri ancor nei supremi deliri
Mi chiamava il suo angelo, m'ha detto
Che spento a un tratto si sentì nel coro
Ogni disio di me!

Questo è il meriggio!
Questo è il triste meriggio della mia
Povera vita!

Io sono solo e piango,
Ed amo ancora!

Oh!… N'ho provate tante
D'amarezze quaggiù!… Negli anni primi
Io senza guida rimasi qui in terra;
Poscia, orrende compagne, ebbi la fame,
E la miseria, e il freddo, e la crudele
Compassion dei felici, e l'ironia
Dei mille!…

E quelli fùr giorni di gioja
Al paragon di questo!… Allora i canti
Giocondamente mi nascean nel cranio.
Ed io, recando un ideai tesoro
Di pöesia, indifferente o lieto
Passavo in mezzo alle sventure mie!

Oh! Maledetta la tua testa bionda,
O crëatura, che hai forma di donna!
Tu, venuta per compier l'anatèma
Che un'altra mi scagliò, quand'io non volli
Da amor turbati i miei futili sogni
Di gloria!… Oh!… Mille volte maledetta
Quella tua bocca ch'io baciai fremendo!
Quelle tue carni che col labbro mio
Consacrai tutte!

O carni!… O polve!… O vermi
Olezzanti d'olezzi celestiali!
S'agita ancora questo sangue mio.
Tumultuando, s'io ripenso a voi!
Ma un più intenso desir m'arde le vene!
Ed è quel di vedervi entro una bara
Scender sotterra a tornar vermi e polve!
Maledetta la man che mi porgesti,
O donna, il dì che ti venni dinanzi!
Maledetto il tuo seno e maledette
Le tue spalle! Ed il piè, con cui movesti
Ai ritrovi d'amor che m'han bëato!
E la tua lingua e le beltà recondite
Del tuo corpo, in eterno maledette!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Io nacqui buono, e là, dove potea
Giunger la mano mia, sempre una lagrima
Tersi; e, piangendo, il perdono implorai
Persin dai bimbi, se, cieco per l'ira,
Recai loro un'offesa; ed amo i fiori
E l'indulgenza; e un'immensa vergogna
Mi sale al viso s'io penso che alcuno,
Più debole di me, può dir: "Tu, forte,
"Mi oltraggiasti!
"

Ma in questa ora fatale
Io medito un delitto; ed accarezzo
Nefande idee di sangue; e s'io potessi
Esser solo con lei, lontan da tutti,
Non veduto, nell'ombra, io la vorrei
Vigliaccamente uccidere!… Vorrei
Vederla agonizzar fra le mie braccia;
E guardarle negli occhi, annebbïati
Dalla morte; e coll'ugne, gocciolanti
Del sangue suo, vorrei scavarle io stesso
La fossa; e seppellirla; e fra le genti
Tornar ridendo; e pormi sulla faccia
Una maschera; e il dì, che la sua salma
Assassinata fosse discoverta,
Vorrei mescermi al volgo impietosito;
E simular le lagrime; e cantarne
Le laudi: e a tutti asseverar, piangendo,
Ch'io ne morrò d'angoscia!…

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Oh!… Scellerate
Aberrazioni!… Oh!… Mia povera mente!
Oh!… Accesa lava dei miei fervidi anni!
Deh'… Perdonate!… Io sono un pazzo!… Io piango
E son solo!…

E il profil di quella bionda
Testa di donna io l'ho dinanzi agli occhi
Come nei dì ch'io la copria di baci!

Or mansueto le favello:

"O amata
"Crëatura gentil, vorrei morire
"Pria di vederti piangere!… Darei
"Tutto il mio sangue per vederti lieta!
"Alla legge d'amor chino la testa!
"Qual colpa è in te se i baci miei, che un giorno
"Ti davano il delirio, or ti dan noja?
"Qual colpa e in te, che., lagrimando, forse
"T'aggrappasti, nell'ultime giornate,
"Ai ruderi sconnessi d'un affetto
"Che cadeva in rovina?!

"È eterna legge
"Che la fiamma d'amor non duri eterna!
"Ma eternamente io porterò nel cuore
"La tua dolce memoria! E benedetto
"Dirò il giorno, in cui tu, nulla chiedendo
"Fuor che carezze, a me, che non osavo
"Neppur sperarlo, spalancasti il cielo
"Di tue beltà!…

"Non ha gemme la terra
"Che paghino una sola ora d'amore!…
"Ed io fui ricco!… Ed or di mia dovizia
"Le briciole soltanto, le memorie,
"Conforteranno i miei venturi giorni!

"Ah!… S'io potessi (ineffabil miracolo!)
"Dimenticare le tue carni e il tuo
"Sembïante, e il tuo nome, e rammentarmi
"Dei nostri baci e delle nostre notti
"Come di baci e di notti trascorse
"In altra vita che non sia codesta!
"Come di eventi di tempi remoti!

"Deh!… Fa ch'io non ti vegga!… Solitario
"Mi chiuderò fra quattro mura, e lungi,
"Lungi di qui vo' seppellirmi, in fondo
"A qualche tetra valle, o in cima a un'alpe,
"Pur ch'io più non incontri nelle vie
"Il tuo flessibil corpo da libellula,
"Che nelle forme aggrazïate ha un fascino
"Voluttüoso che insulta e tormenta!
"Pur ch'io più non ti vegga!… o un vel di sangue
"M'offuscherà dell'intelletto il lume!
"Ed io dovrei bruttar la vita mia
"Inconsapevolmente (ahi mi perdona!)
"D'una macchia di sangue!"

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O genti buone,
Se i canti miei v'han dato un entusiasmo,
Se una scintilla dell'anima mia
V'arse un istante, siatemi cortesi
D'una lagrima!

Ho qui dentro un'angoscia
Che non ebbi giammai!… Oggi ho perduto
L'illusïone del mio primo amore!
Questo è il mio dì fatale!… E l'abbiam tutti,
Genti buone, quaggiù!… Questo è il meriggio!
Questo è il triste meriggio della mia
Povera vita!… E mi coce il sollione
Dei più torbidi affetti, ed ho nel cuore
Il fuoco e lo splendore smaglïante
Che nel meriggio abbacina ed uccide!

Io sono solo, e piango, ed amo ancora!

Milano, febbraio 187*.