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Poesie inedite vol. I cover

Poesie inedite vol. I

Chapter 17: LE PROCESSIONI.
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About This Book

A lyrical assortment of poems in which the speaker confesses private sorrow, regrets for wasted youth, and persistent spiritual longings. The pieces move between personal lament and devotional meditation, invoking divine love and the Virgin while pleading for mercy and moral renewal. Themes of pride, doubt, contrition, and charity recur as the voice seeks consolation in prayer and resolves to live by justice and faith. The tone balances introspective melancholy with hopeful religious aspiration.

Piansi più cuori amati onde me privo
  Gli strali avean d'inesorata morte,
  E più d'un ch'io lasciato avea captivo!

Allegrar mi volea della mia sorte,
  Ma spesso in cupo involontario duolo
  Mie deboli potenze ivano assorte.

Ciò ch'io patissi, Iddio conosce solo,
  La mente rivolgendo a tanti cari
  Del cui lungo martir non mi consolo!

Il mondo mi dicea! «Se ancora impari
  Ad ambir le mie feste e i miei sorrisi,
  Sollevati saran tuoi giorni amari».

Ma indarno sovra lui le ciglia affisi:
  Ei più non mi rendea que' dì lontani
  Ch'io con altre dolci alme avea divisi!

Gratitudin destavanmi gli umani
  Che generosi mi plaudeano intorno,
  Ma i plausi lor pur rïuscianmi vani.

In sì frequente di dolor ritorno,
  Il loco ove ogni dì forza racquisto
  È quel dove le sante are han soggiorno:

Ogni mattin là prono a' piè di Cristo
  Breve, benefic'ora io volger amo,
  Ed esco allor più dolcemente tristo,

E conformarmi al divin cenno io bramo.

    «Entro i templi, pari al volgo,
      Di prostrarti non vergogni?
      Lascia, stolto, i vieti sogni:
      Sol ne' sensi è verità.
        Pari a noi, sii glorïosa
      Del tuo secolo facella:
      Al pensar de' forti appella
      La crescente umanità».

«Al pensare de' forti l'appello;
  Forti son que' che regge l'Eterno:
  Molti errori nel volgo discerno,
  Ma non quando umil viene all'altar;
    Ma non quando suoi falli ripensa;
  Ma non quando li lava col pianto;
  Ma non quando de' Santi nel Santo
  Alza i lumi, e lo vuol seguitar».

    «D'un Iddio pur si favelli;
      Ma di templi, ma di riti,
      Ma di spiriti contriti
      Fastidito è il pensator.
        Basta a gloria delle genti
      Predicar virtù civile,
      Maledir ogni opra vile,
      Intimar fraterno amor».

«Ch'altro grida la voce dell'Ara,
  Che civili, fraterne virtuti?
  Fiacchi sono del senno gli aiuti,
  Se l'Eterno virtù non impon.
    D'uomo il senno ch'a Dio non s'eleva
  Con qual dritto imporrà sacrifici?
  Senza Dio l'uom ne' giorni infelici
  Ruba, insidia, trucida a ragion».

    «Se adorar si vuole un Nume,
      Sieno semplici omai l'are;
      Vane pompe ad esecrare
      Ne consiglia l'Evangel:
        Volgi l'alma a culto novo;
      Il vetusto s'abbandoni:
      Non più incensi, effigie, suoni;
      Ma qui l'uom, là il Re del ciel».

«Sventurati! v'abbagliano l'ire;
  Gl'intelletti ad amore schiudete,
  E virtù e verità scorgerete
  Nelle pompe che innalzano il cor:
    Non son vane se non pel fremente
  Che lor sacra potenza dileggia,
  Che il suo rigido spirto vagheggia
  Non il bel, non Iddio, non l'amor!»

    «Chi son quegl'iniqui
      Che parlan di Dio?
      Chi sei che linguaggio
      Usurpi d'uom pio?
      Dai ceppi in che fosti
      Sol frode provien.
        Da noi t'allontana
      Ch'a Dio, a Sacerdoti
      Vivemmo fedeli
      Dagli anni remoti,
      Mentr'empie covavi
      Dubbianze nel sen!»

~~~~~~~~~~

«Felici voi che al lume eterno ingrati
  Non foste mai, siccome questo insano!
  Ma nulla tolgo a voi, se ardisco alzati
  Tener gli affetti al Salvator Sovrano.
  I templi non a soli intemerati
  S'apron, ma accolgon pure il pubblicano:
  Di voi, di me pietà prenda il Signore,
  Ed in noi colla fede istilli amore!»

LE PROCESSIONI.

        Vexilla Regis prodeunt.
            (Eccl. hymn.).

      Dolce è l'aspetto
        De' templi santi,
        Dove tra faci
        Sfolgoreggianti,
        Dove tra incensi,
        Dove tra canti
        Di Dio grandeggia
        La maestà;

        Dove al mortale
      Le sacre mura
      Tolgono il resto
      Della natura,
      Dove ogni oggetto
      Ch'ei raffigura
      Gli dice: «Adora,
      L'Eterno è là!»

Nondimeno allorquando dal tempio
  Uscir vedesi l'Onnipotente,
  Tra le mani d'un debil vivente,
  Pe' sentieri che tutti calchiam,
    Pare a noi che vieppiù ci sorrida,
  Che vieppiù ci si faccia fratello:
  Per pregarlo un impulso novello,
  Una nova speranza sentiam.

Egli è il Re che diffondersi brama,
  Che pacifico vien dalla reggia,
  Che fra i sudditi amati passeggia,
  Che lor volge parole d'amor:
    Egli è il padre che visita i figli,
  Che s'appressa a ciascun de' lor petti,
  Che lor mostra quant'ei si diletti
  Di cercarli, di starsi fra lor.

Oh nel moltiplicar tuoi benefici,
  Ricca d'industrie amabili e sublimi,
  Religïon che a' tuoi sinceri amici
  Con sì söavi grazie amore esprimi!
  Religïon, che pur ne' tuoi nemici
  A lor dispetto meraviglia imprimi!
  Religïon d'imperscrutati veri,
  Bella in tuoi grandi lampi e in tuoi misteri!

Splendono innumerati i santi modi
  Con che rammenti agli uomini il Signore,
  Con che il Signor medesmo offerir godi
  Alla vista de' popoli ed al core;
  A te non basta in mezzo a preci e lodi
  Sull'ara alzar la diva Ostia d'amore;
  Fuor de' delubri, tu la traggi, e in pie
  Feste l'elèvi per le dense vie.

Perchè iroso talun le venerande
  Processioni con ribrezzo guata?
  Perchè immagina ei tutta in miserande
  Cure avvolta la turba ivi adunata?
  In ogni loco, ottusa al Bello, al Grande
  Langue, è ver, più d'un'alma sciagurata,
  Ma gente è pur che il Grande, il Bello ancora
  Sente con forza, e, quando sente, adora.
      Alme sono, in cui ragione
        Ed amante fantasia
        Tal serbarono armonia
        Che abbellisce ogni pensier:
          Chi ragion vuol tutta gelo
        Senza slanci, senza affetto,
        Tarpa l'ali all'intelletto,
        Non s'innalza fino al ver.

      Tutto Ciò che santo brilla,
        Che divelle dalla creta,
        Che solleva ad alta meta,
        Dobbiam credere ed amar:
          D'infelici sprezzatori
        Non confondaci lo scherno:
        Vile sforzo è dell'inferno
        ogni cosa dissacrar.

      Quali volge a noi la Chiesa
        Rimembranze in tutti riti?
        Son materni, dolci inviti
        A speranza ed a fervor.
          Il Signor quando discende,
        Quando incede in mezzo a noi,
        Chiede amore a' figli suoi,
        Chiede e in un largisce amor.

Indelebil mi sei, giorno lontano
  Allor che in giovenili anni a me stanza
  Era söave lido oltramontano:

Cessava la sacrilega burbanza
  Dalla falsa republica ostentata
  Contro la dolce degli altar possanza;

E l'ardito mortal che, rovesciata
  La licenza volgar, lo scettro prese,
  Volle che laude fosse a Dio ridata.

Da lungo tempo augusta dalle chiese
  Pompa uscita non era d'alternanti
  Supplici turbe a fervid'inni intese,

Ricordavano solo alcuni santi
  Vecchi le amate feste, ove il Signore
  Passeggiava cogli uomini preganti.

Di repente riviver lo splendore
  Ecco di quelle feste a' Franchi lidi,
  Ad un cenno del Corso Imperadore.

E con gara magnifica allor vidi
  Il popolo esultar, che finalmente
  Fosser compressi di bestemmia i gridi:
E la città del Rodano opulente
  Sfoggiò tappeti e drappi ed archi e troni
  Al quaggiù ridisceso Onnipotente.

Gioiva la caterva udendo i buoni
  Racconti de' vegliardi, ed esclamava:
  «Di novo esser del ciel vogliam campioni!»

Intanto ognun con dignità n'andava
  Qua e là per le strade brulicando,
  O a' pensili balconi susurrava,

Lo spettacol santissimo aspettando.

~~~~~~~~~~

Del cannone il fragor nuncio prorompe,
  E da ogni parte ecco seguir silenzio;
  La procedente pompa in quell'istante
  Prese le mosse avea del tempio. E oh quale
  In tutta quella turba apparìa senso
  Misto di gaudio, di stupor, d'ossequio,
  Di terror sacro! E nel quadrivio tutti
  Protendeano la testa, impazïenti
  D'appagar le pupille in quel sublime
  Intervenir del Re dell'universo
  Tra le infelici vie che de' mortali
  Cingon le case!

         Il cinguettìo s'andava
  A poco a poco intorno rïalzando,
  Sin che ad un capo della via rifulse
  La prima Croce, e la seguia drappello
  Di devoti cantanti. Allor di novo
  Regnò silenzio. A quella prima Croce
  Ed al suo stuolo, stuoli altri seguìro,
  Con altre Croci ed elevate insegne,
  E varii ammanti, onde scerneansi varie
  Affratellanze di civili uffici
  E di sacerdotali. Inteneriva
  Quell'ineffabil mistica armonia
  Degli aspetti, moltiplici, e dell'inno
  Da tante bocche e tanti cuor sonante,
  E del brillar dell'infinite faci,
  Il pio simboleggianti amor ridesto.

    Bello il mirar là sovra antiche gote
  Lagrime di piacer! Là, sovra gote
  Di dolci verginelle e di lor madri
  Lagrime d'agitate alme, ferventi
  Di carità reciproca e di gioia!
  E là l'ansante genitrice in alto
  Il suo bimbo elevar, sì ch'egli scorga
  La maestà del rito, ed insegnargli
  A riportar la tenera manina
  Sulla fronte e sul petto e sulle spalle,
  Balbettando la trina alma parola,
  Che de' cattolici è gloria e salute!

    Poi tragittate le abbondanti schiere
  Che annunciavan l'Altissimo, ecco un nembo
  Di timïàmi, e fra quel nembo pria
  Vago drappello d'angioli incensanti,
  E fiori per la sacra aura spargenti;
  Indi—oh spavento! oh amore!—indi Colui
  Che la terra creò, che creò i cieli,
  Che l'uom creò, che all'uom s'unì, e divisa
  Dell'uom l'ambascia, il consolò e redense!

    A cotal vista l'adorante folla
  Genuflessa cadeva, ed i singhiozzi
  Udii di molti che dicean: «Signore,
  »Pietà di me che te cotanto offesi,
  Ed ammenda desìo!»

              —Stava fra i mille
  Colà prostrato un giovane infelice,
  Ch'empio non era stato, e sempre in core
  D'amor favilla avea per Dio nodrita,
  Ma pur sovente dal demòn superbo
  Delle dubbiezze invaso avea lo spirto.
  E certo le dubbiezze eran flagello
  Da Dio permesso, perchè umìl non era
  Di quel giovin lo spirto, e si credea
  D'altissima natura, atto all'acquisto
  D'ogni saper cui non s'aderge il volgo;
  E lungh'ore ogni dì sedea solingo
  Fra libri ottimi e pessimi, e scrutava
  La verità—dimenticando spesso
  D'invocarla dal ciel. Ma in quel gran giorno
  Dell'adorabil pompa, in quel momento
  Che a mille a mille si prostràr gli astanti,
  Ed anch'egli prostrassi; il giovin, pieno
  Poco prima di tenebre, una luce
  Vide novella, e umilïò l'altero
  Intelletto con gioia, e senza orgoglio
  Fu per più giorni e immacolato e forte.

    E quando quell'audace irrequïeto
  Tornava a' suoi deliri, investigando
  Con indagin profana alti misteri,
  Scontento si sentiva e sen dolea;
  Ed in sè di quel giorno Lugdunense
  La ricordanza ridestava, in cui
  S'era con fede innanzi a Dio gettato;
  E tale avventurosa ricordanza
  Lui consolava, e gli rendea sovente,
  Od accresceagli della fede il raggio!

~~~~~~~~~~

V'amo, o Processïoni! e v'amo tutte,
  Pubbliche preci dalla Chiesa alzate
  Ad inforzarci in perigliose lutte!

Io son quell'un, che da dubbiezze ingrate
  Afflitto in gioventù, pur vi cercai,
  Ed hovvi schiettamente indi onorate.

E non sol nelle feste, ove, i suoi rai
  Nascondendo, intervien l'Ostia divina,
  D'indicibil dolcezza io m'esaltai;

Ch'ovunque l'uom pregando pellegrina
  Affratellato al suo simìle e canta,
  Sento un poter che a Dio mi ravvicina.

Quant'amo l'adunanza umile e santa
  De' confidenti nell'amor di Quello
  Che di bei fiori le convalli ammanta!

Congregati alle miti aure d'un bello
  Mattin di maggio, in copia anzi la chiesa
  Ecco stan villanel con villanello.
Ed ecco, il piede innoltran per la scesa
  Giovani donne, e nel tugurio resta
  L'avola antica alle faccende intesa.

Ed il sacro Pastor move la festa,
  Guidando i parrocchiani in mezzo ai prati,
  E in mezzo a' campi e in mezzo alla foresta.

Mirano con dolcezza i germogliati
  Frutti di quel terreno, e pel ricolto
  Litanïando invocano i Bëati;

E il passegger da lunge dando ascolto
  Alla rustica prece, si commove,
  Ed anch'egli a pregar sentesi volto,

E forse da mal opra indi si move.

~~~~~~~~~~

    Udran certo la prece devota
      I Bëati che sono appo Dio;
      L'udrà l'Angel del bosco e del rio,
      L'udrà l'Angel del monte e del pian;
        E le debili umane parole
      Commutando in concento divino,
      Le alzeran fino all'Unico-Trino,
      E felice la messe otterran.

    Ma se pur le parole dell'uomo
      In concento divin commutate
      Al Signor non salissero grate,
      E vibrasse tremendo flagel,
        La preghiera che alzaro i credenti
      Infeconda giammai non si fora,
      Sempre i cor la preghiera migliora,
      Sempre l'uom riconcilia col ciel.

E dopo l'anno in cui sole o procella
  Di frutti la campagna han desertato,
  Riedono i contadini in la novella
  Stagion di maggio al supplicare usato.
  Di sue peccata ognun castigo appella
  L'arsura o i nembi del trist'anno andato;
  Ognun con penitenza più sincera
  Da Dio depreca tai sciagure, e spera.

Venga a que' giorni il vate ed il pittore
  Sulla bella collina d'Eridàno,
  E contempli quel quadro incantatore
  Cui son limite l'alpi da lontano.
  Di bellezza uno spirito e d'amore
  Diffuso è là sui monti, e là sul piano,
  E qui sui poggi, e sui due fiumi, donde
  Accarezzan Taurin le amabil onde.

Il vate ed il pittor vedrà un incanto;
  A sì bel quadro unirsi novo ancora:
  Escon le forosette in bianco ammanto
  Da diversi tuguri anzi all'aurora,
  Ed affrettano il passo al loco santo,
  Ove la campanetta suona l'or;
  Passar indi tra questo albero e quello
  Vedesi colla Croce il pio drappello.

Pingetemi raggiante dall'Empiro
  Degli Angiol la Regina che sorride:
  Dicesi che talor nel sacro giro
  Delle Rogazïoni alcun lei vide;
  Dicesi che commossa dal sospiro
  Di quell'anime semplici a lei fide,
  Col divin Figlio i campi benedisse,
  Nè gragnuola per molti anni li afflisse.

~~~~~~~~~~

    E belle son le supplici
      Pompe di penitenza in alto lutto,
      Quando da morbo orribile
      A gran terrore un popolo è condutto.

  Per alcun tempo attonite
  Portano le cittadi il flagel rio,
  Indi, poichè ogni provvida
  Arte inutile appar, volgonsi a Dio.

    Ed allor sorgon uomini
  Per eloquenza e santo cor sublimi,
  E con ardir magnanimo
  Rinfacciano lor colpe ai grandi e agl'imi.

    Della rampogna ridere
  Vorrìa il perverso, e già il malor lo afferra:
  Jeri con vil tripudio
  Opprimea l'innocenza, oggi è sotterra.

    Prendon la Croce gli umili,
  E più d'un già superbo anche la prende,
  E il penitente cantico
  Da migliaia di cuori al cielo ascende.

    Religïon fortifica
  Gli animi che depressi avea paura,
  E quindi all'aer malefico
  Più robusta resiste anco natura.

    Religïon le torbide
  Coscïenze deterge, indi le calma,
  E più efficaci i farmachi
  Opran nell'uom, qualor pacata è l'alma.

    Accumular prodigii
  Potria certo il Signor, ma senza questi
  Pur con sue leggi solite
  Sana e protegge chi a ben far si desti.

    Il penitente popolo
  Dopo le preci meno ismorto riede,
  E più costante esercita
  Sua carità, perchè doppiata ha fede.

~~~~~~~~~~

Ed allor men sovente abbandonati
  Van gli egri da' famigli e da congiunti;
  E più d'un egro che di duol perito
  Fora per l'abbandon, s'altri l'aiuta,
  Forze ritrova, e più del morbo i dardi
  A lui non son mortiferi. In tal guisa
  Scema la strage a poco a poco, e cessa.

    Ah! in questi miseri anni Europa invasa
  Dall'indica per l'aer corrente lue,
  Quanta per ogni loco alzar dee lode
  A te, Religion! Dove i più ardenti
  Soccorritori delle inferme turbe?
  Eran color che a beneficio spinti
  Venìan da fede! Eran le pie fanciulle
  Vincolate da voto a farsi ovunque
  Ancelle de' languenti! Eran dell'are
  Degni ministri! Erano illustri o scuri
  Concittadini che schernir solea
  La vigliacca empietà, perchè prostesi
  Sovente all'are onde traean virtude!
  E te fra tanti ardimentosi egregi,
  Ottogenario Vescovo, annovrava
  La nostra Cuneo dianzi, a' più tremendi
  Lunghi giorni di morte e di spavento!

    Te col drappello de' tuoi forti amici
  Cingeano indarno gli ululi codardi,
  E i turpi esempli di color che aïta
  Negavano a' giacenti! Impallidìa,
  Ma per alta pietà, non per paura
  La vostra fronte, ed al pallor gentile
  Succedea sulle guance il nobil foco
  Della vergogna per l'altrui fiacchezza.

    E quando truce cova, e già scoppiando
  Va in queste Taurinensi aure la lue,
  Chi a' bisogni provvede e rischi affronta,
  E sprona, e gare generose incìta?
  Alme prodi son desse, a cui ben nota
  Religion senno e costanza infonde!
  E fra tali, io con giubilo un amico
  Vidi primo scagliarsi all'ardue cure
  Che salvaron la patria; e fra i gagliardi
  Che il seguitavan, godo altri a me cari
  Scorgere e benedire, e vieppiù amarli!

~~~~~~~~~~

    Ma il dolor pur rammentiamo
      D'altre turbe supplicanti:
      Stirpe misera d'Adamo,
      Numerar chi può tuoi pianti?

~~~~~~~~~~

        Più d'una volta
          Furon vedute
          Disperar quasi
          Della salute
          Assedïate
          Degne città.

          L'oste che i muri
        Ivi circonda;
        Desolò questa
        E quella sponda;
        Scevra si vanta
        D'ogni pietà.

      Pubbliche preci
        La Chiesa intima,
        Anzi agli altari
        Ciascun s'adìma,
        Indi procede
        Ignudo il piè.
          La mescolanza
        Del lor dolore,
        Del loro grido
        Al Salvatore,
        In tutti i petti
        Cresce la fè.

      Dopo la pompa
        Il capitano
        Ripon sull'elsa
        L'ardita mano,
        Ed ispirato
        Snuda l'acciar,
         «Chi di voi sente
        »Iddio con noi?
        »—Tutti il sentiamo!»
        Sclaman gli eroi.
        Apron le porte,
        Vanno a pugnar.

      Scossa, atterrita
        L'oste nemica,
        A ripulsarli
        Mal s'affatica;
        Già si scompiglia,
        Si dà a fuggir.
          Mai non è, vinto
        Chi vincer crede:
        Negl'irrompenti,
        Opra la fede:
        Salva è la patria
        Presso a perir!

~~~~~~~~~~

      Chi son que' feroci
        Che d'Asia partiti,
        Di tutto Occidente
        Percorrono i liti?
        Rapinan, devastano
        Campagne e città.
          Il lor capitano
        È demone od uomo?
        Da niuna possanza
        Giammai non fu domo.
        Flagello di Dio
        Nomar ei si fa.

      Le Slaviche terre,
        Le terre Tedesche
        Sopportan sue stragi,
        Sue luride tresche;
        Le Gallie lo veggono
        Sovr'esse piombar.
          Ma il barbaro in mezzo
        Al sangue, alle prede
        Non gode, se Roma
        In polve non vede;
        Ed eccol dall'Alpi
        Furente calar.

      Qual possa di braccio
        Avria soffermato
        Chi tanto al suo ferro
        Già, avea soggiogato?
        Qual gente dal Tevere
        Incontro gli vien?
          Un duce canuto,
        Magnanimo, forte,
        Non forte di schiere
        Datrici di morte;
        La sola sua fede
        Il guïda, il sostien.

      Quel duce vestiva
        D'Apostolo il manto;
        Portava in sue mani
        Il Re sempre Santo;
        E folto seguialo
        Pregante drappel.
          Ed Attila, fero
        Flagello di Dio,
        Innanzi agl'inermi
        Tremò, impallidìo,
        E disse: «Non voglio
        «Pugnar contro il Ciel!»

      Perchè retrocesse
        Con tanto spavento?
        Vid'ei nelle nubi
        Un vero portento,
        O tutto il prodigio
        Oproglisi in cor?
          Dicevano gli Unni
        Con rabida voce:
        «Per quale incantesmo
        »Ci vinse la Croce?»
        Ed Attila urlava:
        «Fuggiamo il Signor!»

~~~~~~~~~~

Ah! dolce siami ricordarmi ancora
  Processïoni d'altri cuori amanti,
  Volte a far sì ch'uom santamente mora;

Allorquando a' fratelli doloranti
  Sovra il letto di morte vien portato
  Quel Dio che si commove a' nostri pianti.

Brama la Chiesa intorno a sè adunato
  Stuolo di figli allora, ed indulgenza
  Materna a chi v'accorra ha pronunciato.

Per le vie con sollecita frequenza
  Suona la nota squilla annunziatrice
  Di quel mister d'amore e sapienza.

E già la donnicciuola, osservatrice
  De' pii dettami, il suo lavor sospende,
  E prega per l'incognito infelice,

E lascia l'officina, e il passo tende
  Con altri umili artieri al loco santo,
  E il cereo appo l'altar ciascuno accende.

Ivi ad artieri e a donnicciuole accanto
  S'inginocchiano tai, che più cortese
  Hanno il contegno e le sembianze e il manto.

Il vario grado qui sparisce; intese
  Tutte quell'almo al Re del Ciel si stanno
  Che in man dell'uom dalla sua gloria scese.

Sostegno quattro fidi ecco si fanno
  Al padiglion, sotto cui l'Ostia viene
  Riparatrice dell'eterno danno

Escon del tempio, e in meste cantilene
  Salmeggiano il bel carme in che il Profeta
  Reo si chiamava, ed estollea sua spene.

All'ansio mover della schiera è meta
  Il tetto di fratello o di sorella,
  Cui forse morte è già da Dio decreta.

E talor quell'afflitta anima in bella
  Giace magion, che al volgo ivi stupito
  Rammemoranza d'alte gioie appella.

Allor più d'un fra gl'infimi è colpito
  Dal sentir ch'è pur cosa egra e mortale
  Uomo a sorti sì splendide nodrito.

E tra sè dice: «Ai fortunati oh quale
  »Stolta invidia portai, se tutti dee
  »Involver duolo ed esterminio eguale!»

E mentre le atterrite alme plebee
  Il vil livor depongono, e commosse
  Pregan per lui che l'ultim'aure bee,

Con dolcezza rammentan com'ei fosse
  Modesto in sua possanza, e come pure
  L'altrui miseria a pietà sempre il mosse.

Ovver tristi rammentan le pressure
  Ch'oprate lunghi giorni ha il vïolento,
  Insultando degl'imi alle sventure.

Lagrime versa quei di pentimento,
  E scorge di perdon raggio felice
  Entro al cor ricevendo il Sacramento:

E a sè d'intorno mira e benedice
  La carità di quella pia congrèga,
  Che i torti obblìa dell'alma peccatrice,

E pel suo scampo sempiterno prega.

~~~~~~~~~~

Chi sì fredda laudar mente potrìa
  Sì del bello avversaria e del sublime,
  Che la potenza non ammiri ed ami
  Del gran mister? Mentre all'infermo è data
  Per patire o morir forza oltr'umana,
  Uno spirto di serii pensamenti
  E di mutua pietà gli astanti afferra;
  E ciascun dal palagio ov'oggi han regno
  Le dolorose infermità e la morte,
  Riede a sue ricche sale, o al suo tugurio,
  Più memore del cielo e più benigno.
    Nè spettacol men alto è quando tragge
  Il Pan celeste al miserando letto
  Dell'indigenza. Fra lo stuol seguace
  Dell'adorabil visita divina,
  Donna s'annovra illustre e generosa,
  Ben conscia già di luride scalee
  E di covili ov'han mendici albergo.
  Ed ella dietro al Salvatore ascende
  Alla povera stanza; e gentilmente
  Del suo splendido stato si vergogna,
  Ed aïtar tutti vorria gli afflitti.
    Egra giace una vedova, ed intorno
  Lagrimosi le stanno i figliuoletti
  Della fame dimentici, e accorati
  Sol perchè temon pe' materni giorni.
    Della Comunïon pur non vorrebbe
  Questa mirarli nel solenne istante;
  Pensar vorrebbe solo a Dio; ma gli occhi,
  Pensando a Dio, ricadon sovra i figli,
  E s'empiono di pianto.—«Oh figli miei!
  «All'infrenabil mio materno lutto
  »Deh non badate, e voi consoli Iddio!
  »A lui vi raccomando: ei padre ognora
  »Fu de' pupilli derelitti; piena
  »Fiducia abbiate in lui!» Così l'inferma
  Geme ed abbraccia ad uno ad uno i cari;
  Poi, vinta dall'angoscia, obblia di nuovo
  La voluta fiducia, e per delirio.
  Lamentosa prorompe: «Oh delle mie
  Viscere amati frutti! ov'è chi prenda
  Cura di voi, quand'io sarò sotterra?
—Per mezzo mio li aiuterà il Signore!»
  Dice l'illustre donna ivi prostrata;
  E s'alza, ed alla vedova giacente
  Le braccia stende, e al sen la stringe; e questa
  Effonde il core in voci alte di gioia,
  Dicendo: «Io moro consolata! a' figli
  «Che in terra lascio, resterà una madre!»
    Io vidi, io stesso un giorno in mezzo a' campi
  Avvïarsi la visita d'Iddio
  A povera magion. Seguii la turba,
  Per l'infermo pregando, e quell'infermo
  Canuto essere intesi agricoltore
  Presso al centesim'anno. Ove giacea
  L'onorato vegliardo? In una stalla!
    A manca erano i buoi; spazio bastante
  Libero stava a destra, e un letticciuolo
  Ivi il padre capìa della famiglia.
  E in quella stalla il Creator del mondo
  Entra a soccorrer l'uomo! ad onorarlo!
  A nutrirlo di sè! tanto è il prodigio
  Dell'umiltà divina, o tanto agli occhi
  Del Crëator sublime cosa è l'uomo!
  Ah! ben desso è quel Dio che in una stalla
  Nascer degnava, e palesar che in pregio
  Gli era il mortal, non per potenza ed oro,
  Ma per l'umana sua nobil natura!
    Oh mirabile vista quel languente
  Che dal guancial la testa sollalzava,
  Bella per bianche chiome, e pel sorriso
  Della pace di Dio! mirabil vista
  L'atto in cui della debil creatura
  Cibo si fa il Signor! Chi non di dolce
  Stilla bagnate aver potea le ciglia,
  Ripetendo le preci?—E la pietosa,
  Ond'or parlai, che della vedov'egra
  L'oppresso spirto avea racconsolato,
  Non è del vate invenzion. Mi stava
  Quell'angelica donna appunto a fianco
  Or nella stalla del canuto. E quando
  Il Sacerdote retrocesse, allora
  Sorse l'egregia, e avvicinossi al letto,
  E favellò non so quai detti al vecchio,
  E nelle antiche palpebre io vedeva
  Gratitudin rifulgere e contento.

~~~~~~~~~~

  Ma non così pacifiche
    Sempre si volgon l'ore
    Al figlio della polvere,
    Quando patisce e muore.

  Colui tre volte misero
    Che in suoi peccati è spento,
    Di cui la gente mormora:
    «Non ebbe il Sacramento!»

~~~~~~~~~~

Assai meno, assai meno infelice
  Di chi muor senza luce d'ammenda
  È colui che da legge tremenda
  Vien dannato a precoce morir!
    Fur gravissimi forse i delitti
  Che macchiaron la vita del tristo;
  Ma piangendoli a' piedi di Cristo,
  Spera in ciel perdonato salir.

~~~~~~~~~~

Ed anco a tal dannato a fera morte
  Religïon moltiplica sua cura:
  Ella sola al gran passo il rende forte,
  Che vinta da terror fora natura.
  Arrivato d'un tempio appo le porte
  Perchè il fermano? Oh ciel! che raffigura?
  Dall'altar mossa l'Ostia avvivatrice,
  Conforta ancor la vittima infelice.

E la vittima piange benedetta
  L'ultima volta dal Signore in terra,
  E con più vigoroso animo accetta
  La fune onde il carnefice la serra:
  Che è mai la morte al misero che aspetta
  Grazia colà, dove non è più guerra?
  Ch'è mai la morte all'uom quaggiù imprecato,
  Se Iddio gli dice in cor: «T'ho perdonato!»

~~~~~~~~~~

    Le varie pompe tutte
  Uopo non è che annovri il verso mio,
  Onde sovente addutte
  L'anime sono a rammentarsi Iddio,
  E onde abbelliti vanno
  Di vita il corso ed il postremo affanno.

    Io tutte v'amo, quante
  Istitüì la provvidente Chiesa
  Processïoni sante!
  Sol per la mente a basse cose intesa,
  Il senno dell'altare
  Non benefizio, ma stoltezza appare.

    Io v'amo, o pompe! ed amo
  Pur la più mesta; quella in cui giacente
  Nel fèretro seguiamo
  Il simil nostro, che di nobil ente
  Sulla terra mutossi
  In carne data a' vermi e in poveri ossi.

    Oh commovente gara
  Il congregarsi ad onorar per via
  La sventurata bara!
  L'alzare ancora in fùnebre armonia
  Un voto pel fratello,
  Di cui le spoglie inghiottir dee l'avello.

    Soleasi a' dì lontani,
  Che barbari a ragion forse son detti,
  Ed in cui pur gli umani
  Portavan reverenza a' begli affetti,
  Soleasi da' congiunti
  Pianto sacrar, solenne a' lor defunti!

  Mutò la degna usanza,
  E quando un genitor serrato ha il ciglio,
  Più intorno non gli avanza
  Nè la consorte, nè un diletto figlio:
  Decenza impone a questi
  Sgombrar lochi per morte oggi funesti.

    Ah! ben più venerando
  Era a' tempi de' barbari il compianto
  Delle famiglie, quando
  I figliuoli mescean lagrime e canto,
  Venendo primi dietro
  All'orribile e in un caro ferètro!

    Fretta mi par non pia
  Il fuggire un amato, appena e' muore;
  Il non voler qual sia
  Prova a lui dar di pubblico dolore:
  Ma ben è ver, che ascoso
  Pur gronda il pianto—e spesso è più doglioso!

    Se quei che vincolati
  Son per sangue col morto, alla gemente
  Pompa non son restati,
  Folta dietro la bara è pur la gente:
  Misto al terror, v'è un forte
  Amor nell'uom per l'alta idea di morte.

    Chi vive puro, i grandi
  Proponimenti inforza a quella vista,
  E chi traea nefandi
  I giorni suoi, sogguarda e si contrista:
  D'ognuno a tal pensiero
  Scossa è la mente e richiamata al vero!

~~~~~~~~~~

Ma poichè il più giulivo e il più dolente
  Fra quanti riti a noi la Chiesa espone,
  Ha in sè di grazia spirto onnipossente,
  Che al cor favella ed a virtù dispone,
  Star giammai non si vegga ivi il credente
  Col vil sorriso che a bestemmia è sprone:
  Ne' templi e fuor de' templi ogni atto pio
  Puote e debbe nostr'alme alzare a Dio.

V'amo, o pompe divine! e prego il Cielo
  Ch'io mora in patria ove sien usi santi,
  Ove alla tomba il mio corporeo velo
  Dato non sia da ignoti o da sprezzanti,
  Ma pochi amici con pietoso zelo
  Seguano la mia bara salmeggianti,
  E valga sì de' lor sospiri il merto,
  Che tosto siami il sommo regno aperto!

I PARENTI.

        Deus enim honoravit patrem in filiis
                   (_Eccli. c. 3, v._ 3)

Inno di gratitudine e d'amore
  Al Creator de' nostri cuori amanti,
  Di tutte meraviglie Creatore!

Dacchè pel fallo prisco doloranti
  Alla luce veniam, qual dolci aïta
  Ne' genitorï è data a' nostri pianti!

In ogni coppia umana, onde la vita
  D'altri umani si svolge, ecco una diva
  Pe' figiuoletti carità infinita.

Vedi la vergin titubante e priva
  D'ogni ardimento, simile a cervetta
  Che intorno guata, e de' perigli è schiva.

Chi nella fievol, timida animetta
  Opra mutazione inaspettata,
  Quand'è fra il coro delle madri eletta?

Di progenie d'Adamo al ciel chiamata,
  Grave è il sen della dianzi paventosa,
  E il pondo regge da dolor cruciata.

Ed il porta con forza generosa!
  E dopo un figlio compro a tanto prezzo
  D'orrende angosce, altri portar pur osa!

Oh di strazii mirabile disprezzo
  In creatura sì gentil, che solo
  Parea nata de' fiori al molle olezzo,

Onde bëasse a lei d'intorno il suolo
  E le dolci aure col suo bel sorriso,
  E morisse alla prima ombra di duolo,

Per destarsi felice in Paradiso.

~~~~~~~~~~

Vedi la donna col suo piccol nato,
  Che suggendole il seno a lei sorride:
  Sebben abbiale tanto egli costato,
  La madre da lui mai non si divide.
  Insazïata il guarda, insazïato
  È il provveder ch'ei non s'affanni e gride:
  Animo lieto o da timore oppresso
  Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso.

Lo sposo benchè a lei caro cotanto,
  È più caro perch'ei pur ride al figlio;
  Sovente, favellando a lei d'accanto,
  S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio
  Tien sovra il pargol con sì forte incanto,
  Che non ha udito il marital consiglio:
  Allora ei tace e mira, e con dolcezza
  Il lattante e la madre egli accarezza.

Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando
  Giace nella sua cuna egro il bambino,
  E la giovine madre sospirando
  Ad ogn'istante riede a lui vicino,
  E invan teneri detti prodigando
  Tien sulle amate labbra il petto chino,
  Ma l'offerta mammella ei bacia appena,
  E non la sugge, ed a vagir si sfrena!

Oh con qual lutto miserando allora
  La spaventata si rivolge a Dio!
  Oh come al dubbio che il figliuol le mora
  Trema se in lei fu reo qualche desìo,
  E perdono dimanda, e s'infervora,
  Promettendo al Signor viver più pio!
  I soli Angioli ponno anzi all'Eterno
  Sì ardente prego alzar, qual è il materno.

Giorno di liete voci, ora felice,
  Quando sceman del pargolo i vagiti!
  Quand'ei cerca la dolce genitrice
  Con isguardi dal riso ingentiliti!
  Quand'ei di novo il caro latte elice,
  E scherzoso riprende i suoi garriti!
  Tai porge allor la madre inni d'amore,
  Quai mandar può de' Serafini il core!

~~~~~~~~~~

      Ov'alti rischi fervono,
        Vieppiù la madre ardita
        Pel frutto di sue viscere
        Pronta è a donar la vita.

      Ella, se fera scoppïa
        Divoratrice vampa,
        Verso la cuna avventasi,
        E il pargoletto scampa.

      Se il picciol piede illusero
        Di cupo rio le sponde,
        La madre piomba rapida,
        E il tragge, o muor nell'onde.

      Ella, se il figlio palpita
        Tra infetto aere tremendo,
        Tenta i suoi dì redimere,
        Le piaghe a lui lambendo.

      Se patria e tetto invadono
        Empie, omicide squadre,
        Stringe i suoi figli, e impavida
        Pugna per lor la madre.

~~~~~~~~~~

  Tal è la nobil donna ingigantita
    Dalla materna celestial possanza,
    Che a tutte generose opre la invita.

  Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza,
    Ed è in lei quell'assidua ed operosa
    Sulla cara progenie vigilanza.

  Alma di buona madre più non posa
    Finchè non ha ne' figli suoi destata
    Di virtù la favilla glorïosa.

  Nè puote alma di figlio esser pacata
    Fra inique gioie, se ha una madre ancora
    Che i vestigi di lui tremando guata,

E occultamente prega, e s'addolora.

~~~~~~~~~~

    Negli anni primieri
            Del forte maschietto,
            V'è mente selvaggia,
            V'è indocile affetto,
            Par ch'indi s'annunci
            Futur masnadier.
              La picciola belva
            Se alcun la minaccia,
            Vieppiù baldanzosa
            Innalza la faccia;
            Di colpi, di rischi
            Non prende pensier.
          Qual è quello sguardo,
            Qual è quella voce
            Che frena l'audacia
            Del picciol feroce?
            Incanto sì dolce
            La donna sol ha.
              Ed ella ripete,
            Ripete l'incanto,
            Frammesce sorriso,
            Disdegno, compianto,
            E amore gl'infonde,
            Gl'infonde pietà.

          Non bada la saggia
            Se petti inumani
            Diran che a domarlo
            Suoi studi son vani;
            In cor d'una madre
            Speranza non muor.
              E quei che parea
            Futur masnadiero,
            S'infiamma del bello,
            S'infiamma del vero,
            Divien della patria
            Gentile decor.

La madre è il primo dell'infanzia amore!
    Poi di ragione al dolce lampo i teneri
    Fanciulli aman la madre e il Crëatore!
    Sõave affetto sentono
    Pel padre, pe' fratelli e per le suore,
    Ma il lor pensier più consolante ed ìntimo
    E quello ognor: la madre e il Crëatore!

  E tutti quasi del Vangelo i forti,
    Che con grand'opre od immortali pagine
    Più ricchi di virtù sono al ciel sorti,
    Dal sen materno attinsero
    L'amor, l'ingegno e i nobili trasporti,
    E della madre caramente memori,
    Iddio amando, con lei sono al ciel sorti.

  Quale stupor, se pienamente spanta
    D'un diletto figliuolo entro lo spirito
    Alta fiamma si sia di madre santa?
    D'uomini gravi assidua
    Cura in noi del sapere i germi pianta,
    Ma niuna cura è guida al cor del giovine
    Come riso gentil di madre santa.

  In quello sguardo che posò primiero
    Sovra i nostri dolori e i nostri giubili,
    È un poter che strascina a pio sentiero.
    Mille congiuran fàscini
    A pervertir di gioventù il pensiero,
    Ma in lagrime di madre, o nel suo tumulo
    È un poter che ritragge a pio sentiero.

  Agostin dagli errori avvincolato,
    Udendo della madre i sacri gemiti,
    Bramava consolar quel core amato;
    Nel rimirarla, a palpiti
    Religïosi si sentìa spronato;
    Doppiò il desìo del ver, doppiò le indagini,
    E terse il pianto di quel core amato.

  Ne' giovani anni del Salesio santo,
    La madre, che il dovea da sè dividere,
    Un giorno mosse a lui solinga accanto:
    Sotto vetusta rovere
    In cima a giogo alpin fermata alquanto,
    L'opre di Dio mirando, esclamò: «Figlio!
    Pensa che quel gran Dio t'è sempre accanto!»

  E gli parlò sì calde e generose
    Ricordanze dell'alta, unica gloria,
    Che Dio per meta all'uman viver pose,
    Che il giovin cor rifulgere
    Vide al suo sguardo le celesti cose,
    E il dir materno in lui restò indelebile,
    E saldo il piè pel cammin arduo pose.

~~~~~~~~~~

    Ma di veri ed opposti elementi
      Vien temprata dell'uom la saggezza:
      Ei bisogno ha di freno e dolcezza,
      Ei bisogno ha di forza e d'ardir.
        Troppo i figli addolcir prolungata
      Indulgenza di madre potrìa;
      Ne' lor cuori animosa energìa
      Ogni padre è chiamato a nodrir.

    Della madre il söave sembiante
      Il bambino con gioia mirando
      Brameria riprodurre quel blando
      Elegante sentir femminil.
        Ed insiem nel mirar si compiace
      Più severi del padre gli sguardi;
      In sè brama gli spirti gagliardi
      Che più bella fan l'indol viril.

    Grazie, amabile Ingegno divino,
      Che, in donarci i duo cari parenti,
      Vuoi che sorga gentil nelle menti
      Armonia di contrarie virtù!
        Tutti grazie a te rendano i figli
      Che gustàr de' parenti l'amore!
      Ed ai mesti orfanelli, o Signore,
      Notte e dì padre e madre sii tu!

~~~~~~~~~~

  Quanta in un padre e in una madre splende
    Luce emanata dall'Eterno Iddio!
    D'affetto pari al lor niun cor s'accende.

  A' genitori miei come poss'io
    Render le gioie prodigate e il pianto,
    E gli esempi, e i consigli, e il pregar pio?

  Troppo sovente immemor fui del santo
    Senno che ad essi per me il Ciel largiva,
    E baldanzoso i lor dettami ho franto.

  Ma se per vie superbe io mi smarriva,
    Cercando il ben dove il Signor nol pose,
    E di mondani sapïenza ambiva,

  Quai salutari spine a me le cose
    Pur rimanean, cui già m'aveano impresse
    L'anime de' parenti generose;

  E contento io non era nelle stesse
    Più inebbrïanti glorie che il mio orgoglio
    E l'altrui vanità crëato avesse.

  Inestirpabil resta il buon germoglio
    A que' dolci, infantili anni piantato,
    In cui d'alta malizia il cuore è spoglio.

  Io m'avvolgea tra dubbi, e innamorato
    Pur mi sentìa secretamente ognora
    Di quell'Iddio ne' primi dì invocato.

  E quando il Sol gli oggetti ricolora,
    Ed ammirandol poscia al suo tramonto,
    E nottetempo udendo batter l'ora,

  E in mille di que' casi in cui più pronto
    Fassi a grave sentir l'intendimento,
    Sì che in lui nasce d'alte idee confronto,

  Mi sovvenìa con dolce incantamento
    La carità del padre, e di colei
    Dal cui seno ebbi vita ed alimento;
  E allor tornava sovra i labbri miei
    Irresistibil uopo di preghiera,
    E i miei delirii m'appariano rei.

  Nel ricordar la madre, un fascino era
    Che quasi mal mio grado m'attraea
    Alla credenza e all'amistà primiera,

E della madre ai templi indi io riedea!

~~~~~~~~~~

O padri! o genitrici! il più efficace
  V'è dato minister sovra la terra:
  Da voi pende de' figli la verace
  Intima calma, o la perpetua guerra.

Sentir non basta natural dolcezza
  A' cari vezzi di crescente prole;
  Non basta ch'uomo obblii truce fierezza,
  Come nel suo deserto il leon suole
  Quando sul leoncel ch'egli accarezza
  Spiegar le insanguinate ugne non vuole;
  Non basta ch'uom de' figli suoi le strida
  Tolleri, aïzzi, e i giochi lor divida.

Non basta ch'ei, mentre con essi scherza,
  Pur li brami al suo cenno obbedienti,
  E talor pigli l'esecrata sferza
  A domar le più irose audaci menti.

Uop'è che padri e madri abbian sublime
  Conoscimento dell'ufficio loro,
  E le impronte, che i figli accolgon prime,
  Sien d'amor, d'innocenza e di decoro.
  Uop'è che i genitor la prole estime,
  Perchè non da piaceri o sete d'oro
  O bassa invidia spinti unqua li miri,
  Ma da pii, generosi, alti desiri.

Gemer che val che nostra età sia guasta?
  Che abbondin tradimenti e fratricidii?
  Che del dubbiar l'orribile cerasta
  Strazii le menti e tragga a' suicidii?

Al torrente de' vizi argin chi pone,
  Se mal la patria a' figli suoi provvede?
  Se de' fanciulli il cor non si dispone
  Da' genitori ad alti sensi e fede?
  Se il giovine schernir religïone,
  O simularla da' canuti vede?
  Perchè t'onorerà, padre, il tuo figlio,
  Se in te virtù mai non brillò al suo ciglio?

Sia maledetta la progenie ingrata
  Ch'alza sul genitor risa di scherno!
  Mal s'affanni di giubilo assetata,
  E nell'alma sua vil regni l'inferno!

Ma al par de' figli iniqui e irreverenti,
  Voi sommamente sciagurati e abbietti,
  Che versate negli animi innocenti
  Mortifero velen con opre e detti!
  Vita lor deste, e por li avete spenti!
  Da Dio li avete, e contro a Dio concetti!
  Prodotto avete per l'età future!
  Germi rei di più ree progeniture!

Bella è di colta civiltà la luce,
  Che assai chimere d'ignoranza espelle!
  Ma se spoglia è di fè, non altro adduce
  Ch'arti affinate in basse anime felle.

~~~~~~~~~~

Altera iva, già tempo, i suoi tesori
  Di ricchezza e di fama e di possanza
  Roma pregiando, e sebben tocche avesse
  L'ignee quadrella di sventura, e sommo
  Più sulla terra il cenno suo non fosse,
  Ancor a sè dicea: «La invitta io sono!
  »L'accenditrice della sacra fiamma
  »Del saper nelle genti! e indarno lutta
  »Contra il mio genio di barbarie il genio!»
    Ma venne il dì che la città del mondo
  Fremebonda languendo in crudo assedio,
  Prevedea suo sterminio ed il trionfo
  Della barbarie propugnata e sparsa
  Dal valente Alarico.
                      Una Sibilla
  Nel roman Foro passeggiava irata,
  Cinta da cittadini; e se speranza
  Fosse di gloria le chiedean coloro,
  E richiedeano con affanno.—Ed ella
  Con disprezzo miravali, e taceva,
  E passeggiava irata, e i dardeggianti
  Sguardi della divina alto terrore
  Nella plebe infondeano. E poichè sempre
  Insisteano le turbe a interrogarla
  Sovra i destini della patria, il riso
  Amaro del disprezzo in furor santo
  Volse; e, strappato dalle grigie chiome
  Il vel, la fronte colla destra palma
  Si percosse tre volte, e a' suoi pensieri
  «Uscite!» disse,—e uscirono tremendi!
  «Vaticinio d'obbrobrio e di morte
    »All'iniqua Regina del mondo!
    »Sette giorni; e poi veggo giocondo
    »Qui sue fiamme Alarico gettar!
      »In tre parti ecco Roma divisa:
    »Un'intera, altra mezzo abbattuta;
    »La maggiore ecco fumiga muta
    »Sovra l'ossa che un dì l'abitàr».

~~~~~~~~~~

Dell'antica Sibilla al disperante
  Grido colpiti di spavento, alzaro
  Miserevol lagnanza i cittadini,
  E a lei diceano, e al cielo: «Onde su noi,
  »Onde su figli così orrendo fato?»
    Guardolli la inspirata, e lungamente
  Tacque fremendo, indi il silenzio ruppe:

~~~~~~~~~~

«Onde mova sì fera condanna,
  »O perversa d'eroi discendenza!
  »Più da voi di virtù la credenza
  »A' figliuoli trasmessa non fu!
    »Non v'è popol che piombi in rovina,
  »Se non dove s'innalzi tal prole
  »Che non sa, che non può, che non vuole
  »Fuorchè oltraggio ed obblio di virtù!»

          E vinse Alarico,
           E in fiamme andò Roma,
           E tutti la stirpe
           Latina fu doma!
           E invan quegli oppressi
           Dell'Itala terra
           Dicean: «Fummo grandi
           »In pace ed in guerra!»
           Disgiunte da forza
           Di mente e di cor,
           Le voci orgogliose
           Schernìa il vincitor.

E fama narra che la pia Sibilla
  Per le italiche sponde ramingando,
  Molle sovente avesse la pupilla
  Sui rei trionfi dell'estranio brando:
  Chiesta venìa talor se una favilla
  Prevedesse di scampo, e come, e quando;
  Ed allor rispondea più corrucciata:
  «Stirpe forse vegg'io dal fango alzata?»

Inteneriasi poscia, ed agli afflitti
  «Luce, dicea, non fulge or di speranza!
  »Ma da viltà cessate e da delitti,
  »E crescete ad onor la figliuolanza.
  »A nulla giova favellar di dritti,
  »E gli avi rammentar con gran burbanza:
  »D'ammendati parenti all'opre sole
  »Puote ribenedetta andar la prole».

Ma i più ascoltavan, e movean la testa,
  E tenean la fatidica per pazza;
  E lungh'anni durò la ria tempesta
  Degl'invasori sull'iniqua razza.
  Tutta convenne tracannar la infesta
  Di servitù e d'obbrobrio amara tazza;
  Sepolta andonne civiltà, e con pena
  Dopo secoli ancor ripigliò lena.

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Manda, o Signor, lo spiro tuo possente
  Ne' padri che al mio tempo han la tutela
  Della patria speranza adolescente!

Quanto sia gran tesoro ad essi svela
  Un'affidata nova alma immortale,
  Cui tanti move assalti corruttela.

In padri e genitrici un'ansia eguale
  Desta sì, che ne' figli i pensier santi
  La possa degli esempi non affrale!

La madre allor ne' dolci cuori pianti
  Profonda e pia di bell'amor semenza
  Per tutte l'opre ad alta fè guidanti;

E il genitor protegga, la innocenza,
  E la scorti, e la eserciti, e la inforzi
  Contr'ogni non vitale, empia, scienza.

Caldo zelo ad estinguer non si sforzi
  La nobil vigoria de' giovani anni,
  Ma pïamente il fidar troppo ammorzi,

Sì che delle inesperte anime i vanni
  Luce, lontan dal vero Sol, cercando,
  Non si perdan nel vuoto e negl'inganni.

A due falli i parenti omai dian bando:
  Uno è il vano agognar che tutto a' figli
  Nell'odïerna età paja esecrando.

I sempre spaventosi, irti consigli
  Ispiran diffidenza, e ciechi allora
  Vieppiù s'avventan quelli entro a' perigli.

E l'altro fallo è più funesto ancora:
  Quello di chi, spregiando i tempi andati,
  Del novo senno tutti i vanti adora,

E dall'are tue sante illuminati
  Non gli cale, o Signor, che i figli sieno,
  Ma li spera da orgoglio sublimati.

Lode a filosofia, ma quando in seno
  Porta umiltà ed amor; quando a' suoi voli
  Tuo infallibil Vangelo è guida e freno!

Altro lume non fia che mai consoli,
  Ed appuri, ed innalzi umani cuori,
  E per cui nelle vie de' lor figliuoli

Gloria acquistino e pace i genitori!

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  Non v'è patria felice, se a Dio
    Consecrate non son le famiglie;
    A' parenti, a' garzoni ed a figlie
    Solo vincolo egregio è la Fè.
      Dove cresce magnanima stirpe,
    Talor anco sventura la preme,
    Ma non pere, non crolla, non teme
    Il Signor della forza ha con sè!