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Poesie inedite vol. I cover

Poesie inedite vol. I

Chapter 2: VOLUME PRIMO.
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About This Book

A lyrical assortment of poems in which the speaker confesses private sorrow, regrets for wasted youth, and persistent spiritual longings. The pieces move between personal lament and devotional meditation, invoking divine love and the Virgin while pleading for mercy and moral renewal. Themes of pride, doubt, contrition, and charity recur as the voice seeks consolation in prayer and resolves to live by justice and faith. The tone balances introspective melancholy with hopeful religious aspiration.

The Project Gutenberg eBook of Poesie inedite vol. I

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Title: Poesie inedite vol. I

Author: Silvio Pellico

Release date: October 1, 2006 [eBook #19429]

Language: Italian

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK POESIE INEDITE VOL. I ***

Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the

Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
(This file was produced from images generously made
available by the Bibliothèque nationale de France
(BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr)

POESIE INEDITE

DI
SILVIO PELLICO.

L'Autore intende di godere del privilegio conceduto dalle Regie Patenti del 28 febbrajo 1826, avendo egli adempito quanto esse prescrivono.

POESIE INEDITE

DI
SILVIO PELLICO

VOLUME PRIMO.

TORINO

TIPOGRAFIA CHIRIO E MINA.
MDCCCXXXVII.

AI LETTORI.

Avendo alquanto coltivato la poesia sin da' giovenili anni, e trattone dolcezza, non so cessare d'amarla, e di lasciarmi talvolta da essa ispirare scrivendo i miei più intimi pensieri e sentimenti. Così son nati i versi che oggi m'avventuro di pubblicare, sebbene sia consapevole essere in questi il buon desiderio molto maggiore del merito, e sebbene soglia dirsi nell'età nostra, giovare che gli scrittori italiani gareggiano piuttosto in moltiplicare le buone prose, che in arricchire il tesoro della poesia patria, già cotanto abbondante ed egregio. Non condanno siffatta opinione a favore delle buone prose, le quali pur vorrei vedere aumentarsi ogni giorno nella nostra letteratura, ma dimando grazia anche per le poetiche produzioni. Se svolgono affetti lodevoli e verità religiose e civili, le impressioni che fanno su gli animi possono riuscire benefiche al pari d'impressioni destate da libri morali d'altro genere.

Non poca parte de' versi che do alla luce si riferisce precipuamente alle mie vicende, a' miei dolori, alle mie speranze, alle consolazioni recatemi dalla Fede. Mi sono chiesto se non era temerità il dipingere sì lungamente me stesso, e forse ell'è temerità infatti. M'è nondimeno sembrato che la pittura del mio cuore acquistasse un rilievo dagli oggetti nobilissimi che v'ho associato, e segnatamente dal più sublime di tutti—Iddio.

Sospetto che avrei fatto meglio a parlare di Lui, di Religione, di Virtù, senza tanto a me medesimo por mente, ma non ho saputo. Il benigno lettore gradirà con indulgenza questa confessione: ho argomento di sperarlo, sapendo che altra volta già m'è stato generalmente perdonato il rappresentare con tutta fiducia l'interno dell'anima mia.

AL MARCHESE TANCREDI FALLETTI DI BAROLO

ED ALLA MARCHESA GIULIETTA NATA COLBERT
SUA CONSORTE OMAGGIO DELL'AUTORE.

LA MIA GIOVENTÙ.

          Cor mundum crea in me, Deus.
                       (Ps. 50).

Lamento sui fuggiti anni primieri,
  Che fecondi di speme Iddio mi dava,
  E di ricchi d'amore alti pensieri!

Tra giubili ed affanni io m'agitava,
  Ed incessanti studi, e bramosia
  Di sollevarmi dalla turba ignava;

E spesso dentro al cor parola udìa
  Che diceami dell'uom sublimi cose,
  Tali che d'esser uomo insuperbìa.

Pupille aver credea sì generose
  Il mio intelletto, che dovesser tutte
  Schiudersi a lui le verità nascose;

E di ragion nelle più forti lutte
  Io mi scagliava indomito; sognante
  Che sempre indagin lumi eccelsi frutte.

Quella vita arditissima ed amante
  Di scïenza e di gloria e di giustizia
  Alzarmi imprometteva a gioie sante.

Nè sol fremeva dell'altrui nequizia,
  Ma quando reo me stesso io discopriva,
  L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia.

Poi dal perturbamento io risalíva
  A proposti elevati ed a preghiere,
  Me concitando a carità più viva.

Perocchè m'avvedea ch'uom possedere
  Stima non può di se medesmo e pace,
  S'ei non calca del Bel le vie sincere.

Ma allor che fulger più parea la face
  Di mia virtù, vi si mescea repente
  D'innato orgoglio il lucicar fallace.

E allor Dio si scostava da mia mente,
  E a gravi rischi mi traea baldanza,
  Ed infelice er'io novellamente.

Se così vissi in lunga titubanza,
  Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,
  Che tremenda cingeami ostil possanza!

Sfavillante d'ingegno il secol mio,
  Ma da irreligiose ire insanito,
  Parlava audace, ed ascoltaval'io.

E perocchè tra' suoi sofismi ordito
  Pur tralucea qualche pregevol lampo,
  Spesso da quelli io mi sentìa irretito.

Egli imprecando ogni maligno inciampo
  Sciogliea della ragion laudi stupende,
  Ma insiem menava di bestemmie vampo.

Ed io, come colui che intento pende
  Da labbra eloquentissime e divine,
  E ogni lor detto all'alma gli s'apprende,

Meditando del secol le dottrine,
  Inclinava i miei sensi alcuna volta
  Di servil riverenza entro il confine.

Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta
  Era sua sapïenza, e vidi tardi
  Ch'ei debaccava per superbia stolta.

Trasvolaron frattanto i dì gagliardi
  Della mia giovinezza, e sovra mille
  Splendide larve io posto avea gli sguardi;

E nulla oprai che d'alta luce brille!
  E si sprecar fra inani desidèri
  Dell'alma mia bollente le faville!

Lamento sui fuggiti anni primieri
  Che d'eccelse speranze ebbi fecondi,
  E di ricchi d'amore alti pensieri!

Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi
  Delirii miei, pur non sorrisi io mai
  Agl'inimici suoi più furibondi:

Sempre attraverso tutte nebbie, i rai
  Del Vangel mi venian racconsolando;
  Sempre la Croce occultamente amai.

Ed il maggior mio gaudio era allorquando
  In una chiesa io stava, i dì beati
  Di mia credente infanzia rammentando:

Que' dì pieni di fede, in che insegnati
  Dal caro mi venian labbro materno
  I portenti onde al ciel siamo appellati!

Di nuovo fean di me poscia governo
  La incostanza, gli esempi, ed il timore
  Dell'altrui vile e tracotante scherno;

E l'ira tua mertai per tanto errore:
  Ma gl'indelebili anni che passaro
  Ritesser non m'è dato, o mio Signore!

Presentarti non posso altro riparo
  Che duolo e preci e fè nel divo sangue,
  Di cui non fosti sulla terra avaro

Per chiunque a' tuoi piè pentito langue.

A DIO.

            Et anima mea illi vivet.
                    (Ps 21).

D'uopo ho d'amarti, e d'uopo ho che tu m'ami,
  O tu che per amar mi desti un cuore!
  Son mal fermi quaggiù tutti i legami,
  Tu sei solo immutabile, o Signore!
  S'amo creati cuor, fa ch'io rïami
  In essi te che mi comandi amore:
  Se d'altri il braccio mi sostiene alquanto,
  Sostenga essi con me tuo braccio santo.

Ov'anco intorno a me sien petti cari,
  No, mai bastar non ponno al mio conforto;
  Spesso agitato da cordogli amari
  Lo sguardo mio sui lor sembianti io porto;
  Ma del mio mal tosto li bramo ignari,
  E compongo a letizia il viso smorto,
  E so che anch'essi per affetto eguale
  Celan sovente del dolor lo strale.

E più volte ho provato in petti umani
  D'espandere l'arcana angoscia mia,
  E come a Giobbe i consiglier suoi vani,
  In me quelli accrescean melanconia;
  E chi i gemiti miei diceva insani,
  Chi crollava la testa e non capìa,
  Chi fingea compatir, mentre in secreto
  Io lo scorgea de' miei tormenti lieto.

Sì ch'or per la pietà che agli uni io deggio,
  Perchè tenera brama han del mio bene,
  Ora per non esportili al vil dileggio
  Dell'alme giubilanti alle mie pene,
  Poco agli uomini parlo, e poco alleggio
  Tra loro il duol che in me dominio tiene;
  Ma sfogar pur sospiro i lutti miei,
  E tu, Signor, mio confidente sei!

Fa ch'io ti senta sempre a me vicino:
  Troppo la solitudin m'addolora!
  Posar vo' il cor sovra il tuo cor divino
  Voglio dirti i miei sensi a ciascun'ora!
  Traggimi in qual pur sia fiero cammino,
  Purchè teco io respiri, e teco io mora:
  Tutti i dolori a te d'accanto accetto,
  Di viverti discaro io sol rigetto.

Per aver l'amor tuo che far degg'io?
  Pregar soltanto? Ah no, il pregar non basta!
  Debbo immagine in terra esser di Dio,
  Debbo luttar contro a natura guasta,
  Debbo aver di giustizia alto desìo,
  Debbo non abborrir chi mi contrasta,
  Debbo amar tutti, anco i più rei nemici,
  Ed, ove il possa, oprar che sien felici.

Donami quell'amor, ma il dona insieme
  A chi meco vïaggia sulla terra:
  Fra gl'inamanti cuori il cuor mio geme
  E impicciolisce, e sua virtù s'atterra;
  Fra i malignanti cuori il cuor mio freme,
  E orgoglio oppone a orgoglio, e guerra a guerra
  Fra gli odii altrui l'anima mia è infeconda;
  D'alti esempi d'amor, deh, la circonda!

Con te, Signor, con te stringo alleanza:
  Perdonerò a' mortali, a me perdona;
  Amerò tutti, perchè han tua sembianza,
  Perch'io son tua fattura, amor mi dona;
  Amerò tutti, ma con più esultanza
  Chi fra le braccia tue più s'abbandona;
  Amerò tutti, ma con più fervore
  Chi più simile al tuo mi mostra il core!

Amar vogl'io, di quell'amor che avvampa
  In te, e ne' tuoi più nobili viventi,
  Di quell'amor che da' rei lacci scampa,
  Di quell'amor che regge infra i tormenti,
  Di quell'amor che all'universo è lampa
  Nella chiesa infallibil de' redenti,
  Di quell'amor sì pio, sì ver, sì forte,
  Che abbella e vita, e gioie, e strazi, e morte!

DIO AMORE.

            Domine, qui amas animas.
                 (Sap. 11,27.)

Amo, e sovra il cor mio palpitò il core
  Del mio Diletto, ed era—ah! la tremante
  Lingua osa dirlo appena—era il Signore!

Il Signor che di gloria sfavillante
  Regna ne' cieli, e sua delizia è pure
  Il picciol uomo in questa valle errante!

Ed attonite il mirano le pure
  Intelligenze scendere ammantato
  A questo erede di colpe e sciagure,

Ed il povero verme lacerato
  Sanar colle sue mani, e a tutti i mondi
  Ridir sua gioia, se da tale è amato.

Io lo vidi per baratri profondi
  Movermi incontro, e gridar dolcemente:
  «Perchè cotanto al mio desìo t'ascondi?»

E più e più appressavasi, e ridente
  Più e più del suo viso era il fulgore,
  E n'arsi ed arderonne eternamente.

Amo, e sovra il cor mio palpitò il core
  Del mio Diletto, ed era—ah sì! il proclamo
  All'universo in faccia—era il Signore!

Io lo vidi, il conobbi, ei m'ama, io l'amo!

MARIA.

            Fac ut ardeat cor meum.
                   (Stab.)

Amo, e sovra il cor mio col nome santo
  Sta del Signor quel d'una Donna impresso
  Quel della Vergin che a Lui siede accanto!

Quel di Colei che gloria è del suo sesso!
  Quel di Colei ch'anima avea sì bella,
  Ch'a sue cure Dio volle esser commesso!

E bambin s'appendeva a sua mammella,
  Ed ha i merti di lei co' suoi contesti,
  E l'alzò dov'è a noi propizia stella!

Salve, o Maria! Tu con Gesù stringesti
  Fra le tue braccia tutti noi mortali;
  Tu per fratello il Redentor ne desti.

Su me pur, su me pur tue celestiali
  Pupille scintillaron di materna
  Pietà ineffabil, sin da' miei natali.

E a quel Figliuol che terra e ciel governa
  Per me chiedesti e vai chiedendo aïta,
  Sì, ch'io pur giunga alla sua pace eterna.

Ne' giorni più infelici di mia vita
  L'invisibil tua man mi terse il pianto;
  Ognor t'han miei rimorsi impietosita.

Amo, e sovra il cor mio porto col santo
  Nome di Dio quel di Maria stampato!
  Quel della Donna che a Lui siede accanto!

Della Madre che il Figlio ha per me dato!

L'UOMO.

          Omia possum in eo qui me confortat.
                     (Philipp. 4, 13)

Capir non può l'umano spirto quale
  Fosse dell'uom la prima, alta natura,
  Pria che i suoi giorni avvelenasse il male.

Ma di natia grandezza un resto dura
  Pur d'Adam nel nipote sventurato,
  Che un Dio, piucchè una belva, in sè affigura.

Quel corrucciarsi del suo abbietto stato
  È ad un tempo alterigia e sentimento
  Ch'ei pel fango terren non fu creato.

Giocondo del suo pascolo è l'armento,
  E se rugge il leon, rugge per fame,
  E quand'è sazio, anch'ei posa contento.

Solo il mortal, benchè ogni senso sbrame,
  E si sforzi a letizia, ode una voce
  Che in cor gli grida:—L'ore tue son grame!

Sempre muta pensier, sempre lo cuoce
  Uopo sfrenato di scïenza o possa,
  Sempre una spina a sue calcagna nuoce.

Solo fra gli animali ei pur dall'ossa
  De' cari estinti aspetta vita, e crede
  Sovrastar gioie e danni oltre alla fossa.

In ogni secol l'uom si vanta erede
  D'avito senno e cresciutissime arti,
  Ed egualmente sitibondo incede.

Ambisce ragunar tutti i cosparti
  Lumi dell'universo, e farsi Iddio,
  E rifuggongli quei da cento parti.

Agogna fama, e lo ravvolge obblio,
  Sanità cerca, e infermità l'abbatte,
  Sa di peccare, e vorrebb'esser pio.

Contr'altri, contra sè freme e combatte,
  Vuol parer dignitoso ed assennato,
  E il premon fantasie luride e matte.

Egli è un astro smarrito ed oscurato
  Che di sua prisca gloria un raggio serba,
  E volge a rallumarsi ogni conato.

Egli è una cosa angelica e superba,
  Egli è un Nabucodonosor del cielo,
  Dannato co' giumenti a pascer l'erba.

Sull'intelletto suo s'è steso un velo,
  Ch'ei maledice ed agita, e attraverso
  Scorge il tesor perduto ond'è sì anelo.

Come offes'egli il Re dell'universo?
  Qual fu l'arbor vietata ch'egli ha tocca?
  Sin quando in mezzo a' vermi andrà disperso?

Basti che mentre di giustizia scocca
  L'ineluttabil folgore sull'uomo,
  Sull'uom misericordia anco trabocca.

Basti che sì da colpa ei non è domo,
  Che per mano di Dio non debba pure
  Frangere il giogo, e avere in ciel rinomo.

Basti ch'ei fra ignominie e fra sciagure
  Sta grande e conscio di virtù divine,
  E gli destan rossor vizi e lordure.

Ei molto ignora, ma le sue rovine
  Attestan quella origin ch'egli avea,
  E suda a restaurarle insino al fine;

E abborre l'angiol vil che il seducea,
  L'angiolo vil che invano ognor gli grida:
  «Nulla tu sei che argilla stolta e rea!»

Taci, bugiardo spirto! Iddio m'affida:
  Ei non m'ha tolto, come a te, l'amore:
  Uom si fe' perch'io 'l veda ed abbial guida.

Servo a lui son, ma sono a te signore;
  Mal cangi astutamente e viso e manto,
  Per trarmi fra tuoi schiavi al tuo dolore.

Mal di filosofia t'usurpi il vanto,
  Per insegnarmi il tuo esecrando scherno
  Sull'alte mire del tre volte Santo!

Io caddi al par di te dal regno eterno,
  Ma non sì basso; e se mi curvo al suolo,
  Non è per invocar fango ed inferno,

Bensì lui, che raddurmi al ciel può solo!

LA REDENZIONE.

            Bibite ex eo omnes.
             (Matth. 26,27.)

Uom, chi sei? Non t'inganni l'argilla
  Ov'hai stigma d'obbrobrio e di morte.
  In quel fral maledetto sfavilla
  Una luce che a Dio somigliò.
    Spaventosa e sublime parola!
  Dio nell'uom crea di luce uno spirto,
  Che dovunque Dio s'alzi trasvola,
  Che l'abbraccia, che in lui tutto può.

Antichissima colpa ed oscura
  Dal felice cospetto del Padre
  Quell'altissima un dì creatura
  Discacciò, preda a vermi e dolor.
    Disputar colle belve la terra
  L'uom fu visto, alle belve agguagliato;
  Gli elementi gli mossero guerra,
  Nulla il vinse: egli grande era ancor.

Ma più grande il fe' guardo d'amore
  Ch'ei pentito osò volgere al cielo:
  Da quel guardo fu preso il Signore,
  Scese un giorno, e coll'uomo s'unì.
    Non fu tolta alla colpa ogni pena
  Per giudizio ineffabil del Santo,
  Ma la coppa del duol fu ripiena
  Di quel Dio che coll'uomo patì.

Da quel giorno s'inchina al mortale
  Ogni mente che inchinisi a Dio,
  Perch'entrambe con palpito eguale
  Condivisero gaudio e martìr.
    Da quel giorno gli spirti del cielo,
  Cui straniera fu sempre sventura,
  Santa invidia portaro all'anelo
  Che per Dio può con gioia morir.

Dal suo abisso l'eterno perduto
  Leva il capo, e con perfido ghigno
  Grida:—Vieni, o tu forte caduto!
  A me vieni, io de' forti son re!
    E il fellon nega un Dio salvatore;
  Ma il mortale a quell'empio risponde:
  —Sento ignota virtù nel dolore,
  Ciò mi svela che il Provvido v'è!

Sì, v'è Dio, l'adorabile, il forte!
  Fatto l'uom a sua immagine avea:
  Ei dell'uom meritevol di morte
  Fessi immagine, e a sè il rïunì.
    Oh magnanimo, a tanta bassezza
  Sceso sei per restarne vicino!
  Più non nuoce, no, morte, se spezza
  L'incantesmo che a te ne rapì.

Oh mio Dio! più di morte, crudele
  È il dolor che dividemi il core,
  Ma il dolor convertì l'infedele,
  Anco i giusti migliora il dolor.
    Vero è il fatto, innegabil, tremendo:
  Non v'è in terra virtù senza pianto.
  Ecco il seno: ah! ch'io t'ami piangendo!
  Ecco il lacera, il lacera ancor!

Benchè al misero umano intelletto
  Sollevar non sia dato quel velo,
  Onde piace a colui ch'è perfetto
  Di sue vie le cagioni coprir,
    Pur traspar sapïenza divina,
  Tra la nube dell'alto mistero,
  In quel lutto che l'anime affina,
  In quel Dio che per noi vuol morir;

In quel nobile amor d'un fratello
  Che patisce per empi fratelli;
  In quel gran, di giustizia, modello
  Che ad un tempo è increato e mortal!
    In quel senno che sembra follia,
  Ed è stimolo a somme virtudi,
  Che qual ombra fugò idolatria,
  Che fra tutti i nemici preval!

LA CROCE.

          Confidite: ego vici mundum!
                (Ioh. c. 16.)

E chi ingannato non sariasi quando
  All'inesperto giovane intelletto
  Tal si volgea drappello venerando
  Per alta fama ed eloquente affetto,
  Che virtù promettendo, ed appellando
  A sublimanti indagini ogni petto,
  Dicea: «Siam nati a illuminar la terra,
  A tutte ipocrisie movendo guerra!»

Qual età vide mai zelo cotanto
  D'ardenti ingegni, or concitati all'ira
  Contro menzogna, or concitati al pianto
  Sulle stoltezze in che il mortal delira?
  Sì che spesso il lor dir quel grido santo
  Parea che il cielo a' suoi profeti ispira,
  Onde riscosse da letargo indegno,
  Movan le genti di giustizia al regno!

Tonerà in quanti secoli fien dati;
  Alla palestra degli spirti umani,
  Tonerà il giusto contro i danni oprati
  Da' fratelli perversi e dagl'insani;
  E quel tonar perenne i cor bennati
  Da ignobil opra tener può lontani,
  E più li infiamma od infiammar dovria
  A sacrifizi, a onore, a cortesia.

Ma sciagura sui popoli e sui regi
  Quando frammisti a nobili pensieri
  Potentissima scuola alza dispregi
  Sovra la fonte degli eterni veri!
  Sciagura sugli stessi animi egregi
  Che allor di luce esser vorrian forieri!
  Del vaneggiar d'illustre scuola tersi
  Arduo a loro medesmi è rimanersi.

Ed in simile tempo io son vissuto!
  Famosi audaci avean deriso l'are,
  E affascinata dallo scherno astuto
  Prendea quelli la turba a idolatrare;
  Bello parve ostentar disdegno arguto
  Verso chi preci a Cristo osasse alzare,
  E più d'un per viltà vituperava
  Quell'Evangel ch'ei pur nel cor portava,

Io dentro al cor portava l'Evangelo,
  Nè bestemmie contr'esso unqua avventai;
  Ma perchè s'irrideano e preci e zelo,
  Non curanza di Dio spesso mostrai,
  E agguagliato agli immemori del cielo,
  Plausi e piaceri e vanità anelai;
  E pur nell'alma ognor udia una voce,
  Che dicea: «Dove vai? Riedi alla Croce!

«Riedi alla Croce! mi dicea; sì sforza
  Calunnia indarno di tenerla a vile:
  La Croce sol gl'indegni fochi ammorza,
  La Croce sol fa l'uom grande e gentile,
  La Croce sol dà all'intelletto forza
  Di diventare all'Uomo Iddio simìle;
  Se ipocriti talor stanno a' suoi piedi,
  Non fuggirla perciò: gemine, e riedi!

«La Croce altro non è ch'alta dottrina
  Di generosi e giusti sacrifici;
  La forza d'affrontar doglie e rovina
  Per giovare a' tuoi cari e a' tuoi nemici;
  L'ardir congiunto ad amistà divina;
  La virtù che nel cielo ha sue radici.
  Chi per la Croce, ov'ei non sia demente,
  Meraviglia ed ossequio e amor non sente?

«E se tu vedi ciò ch'ell'è, se l'ami,
  Perchè di lei vilmente arrossirai?
  Perchè, se il travïato empia la chiami,
  All'impudente voce arriderai?
  Di lui spregia e compiangi i ghigni infami,
  Nè incodardir, sotto agli obbrobrii mai:
  Della Croce magnanimo seguace,
  Dimostra quanta in abbracciarla hai pace.

«Dimostra che la Croce a chi davvero
  Suoi pregi indaghi, scema ogni amarezza;
  Dimostra col tuo oprar, non esser vero
  Ch'ella guidi a torpore ed a fiacchezza;
  Dimostra che alto fa l'uman pensiero,
  Che a tutti i grandi e forti atti lo avvezza;
  Dimostra che se ride all'ignorante,
  Pur del nobil sapere è sempre amante!

«Pari ad ogni miglior vantata scuola
  La Croce insegna dignità ed amore;
  Ma in lei sol v'è possanza di parola
  Che inforzi, e persüada, e appuri il cuore;
  Unica le angosciate alme consola,
  Unica abbellir puote anco il dolore:
  Ogni scuola miglior tituba e illude,
  Dubbii ed error la Croce sola esclude».

Tal mi sonava in cor voce gagliarda,
  Or è gran tempo, e s'io non l'obbedìa,
  Del mio spirto esitanza era infingarda,
  E di rapidi, lieti anni malìa;
  La retta via scernendo, io la bugiarda
  Con secreti rimorsi ognor seguìa:
  Mesto or che tanto resistessi al vero,
  Miro la Croce—e in sue promesse io spero!

GLI ANGELI.

          Qui facis angelos tuos spiritus.
                          (Ps. 103).

Con un sol cenno, è ver, l'Onnipossente
  Può governar gl'innumerati mondi,
  Scevro d'ausilio di creata mente;

Ma più degno è di lui ch'ami e fecondi
  L'universo d'angelici Intelletti,
  Di cui l'opra sue grandi opre secondi.

Ei così volle, e spirti a lui soggetti
  Adempion suoi decreti in ogni loco,
  Quali a premiar, quali a punire eletti.

L'Angiol del Sol, da quel beante foco
  Ai circostanti globi è fatto legge,
  E della luce incantali col gioco.

Ed ogni astro ha uno spirito che il regge,
  Od hanne molti, giusta ch'ivi è bello
  Esser vario de' duci il santo gregge.

La nostra terra di sventure ostello,
  Ostello è pur di squadre celestiali,
  Onde scempio non facciane il rubello.

Per fraterna pietà si fean coll'ali
  Agli occhi vel, lunge l'acciar rotando
  Ai cacciati quaggiù primi mortali.

E d'Adamo fu l'Angiol, che allorquando
  Reo lo mirò—«Non disperar! gli disse,
  «L'Eterno puoi placar, te umilïando!»

Poscia ogni volta che la colpa afflisse
  Cuori che si pentiano, il Signor tosto
  Di consolarli ad uno spirto indisse.

Chi al fido Abramo che sul rogo ha posto
  Il caro figlio ed il coltel già snuda,
  La man rattiene? Un Cherubin nascosto.

E quando l'infelice Agar di cruda
  Sete col figlio langue entro il deserto,
  Dio fa che l'acque un Angiolo dischiuda.

De' dolci Genii ognor s'accrebbe il merto
  Di quest'esule argilla a giovamento,
  Per cui sapean che Cristo avria sofferto.

Noi vediam nel soave accorgimento
  Di Rafael (perchè Tobia giungesse
  D'ogni più cara brama al compimento)

L'amor de' nostri Genii: in lor le stesse
  Ardono industri fiamme generose
  Per l'alme peregrine a lor commesse.

E più lieti n'avvampan, dacchè impose
  L'Eterno a Gabriello il gran messaggio,
  E Maria «la tua ancella ecco!» rispose.

In quel bel dì le sfere tutte omaggio
  Le prestaro, e degli Angioli reìna
  Brillò una Donna di terren lignaggio!

Qual fu la gioia lor quando in meschina
  Stalla videro nato il Dio lattante
  Al sen della Mortal, fatta Divina!

Oh felice lo stuolo vigilante
  De' pastori che l'inno udiron primi,
  Nuncio alla terra del celeste Infante!

Godo in pensar che allor fra que' sublimi
  Angioli avevi loco, Angiolo mio,
  Tu che guidarmi or degna cura estimi.

Tu l'hai veduto quell'amante Iddio
  Pender bambin fra le materne braccia,
  E già per me il pregavi, e t'esaudìo!

E poi seguisti di Gesù ogni traccia
  Pel cammin della vita, e poi vedesti
  Sul fero legno sua languente faccia,

E di dolor sui falli miei piangesti!

II.

L'Angiolo! Oh amabil creatura! Un Ente
  Tutto bellezza, e intelligenza e amore,
  Che tutto legge nell'eternamente!

L'uom qual angiol saria se affrontatore
  Della sconfitta sua stato non fosse,
  Bandiera alzando contro al suo Fattore.

Ma il reo di sua stoltizia addolorasse,
  E lagrime spargendo si sommise,
  E Dio intese sue preci, e si commosse.

Del mortale a custodia un Angiol mise,
  Che lo guidi e consoli, e ognor ripeta:
  «Tieni a salute le pupille fise».

Dal giorno poi che nostra afflitta creta
  Iddio venne a vestire ed a noi diessi,
  Dolorando e morendo, esempio e meta,

Portando noi del divin sangue impressi
  Sulla fronte i caratteri possenti,
  Più invidia non ci fan gli Angioli istessi.

Angioli siam noi pur, benchè gementi
  In questo passeggier regno di morte:
  Gesù nobilitò nostri tormenti!

Perdermi ancor potrei; ma la mia sorte
  Fidata venne ad un guerrier del cielo:
  Ei mi regge e difende con man forte.

L'Angiol che per mio bene arde di zelo
  Amo, e cerco, ed invoco, e benedico,
  E pur di poco amarlo io mi querelo.

Ei fra' creati fu il mio primo amico!
  Il Genio che svolgea ne' miei prim'anni
  Del Bel l'amore, ond'oggi il cor nutrico!

Il confidente de' secreti affanni!
  L'incanto che i pensier m'ha raddolciti!
  Il braccio che strappommi a crudi inganni!

Oh tutti voi, che da dolor colpiti
  Gemete in questa valle, abbiate spene
  Ne' tutelari Spirti a voi largiti!

Io troppo spesso ad amistà terrene
  Volli appoggiarmi, ed eran pochi i fidi
  Che davver s'attristasser di mie pene.

I più m'amavan per sè stessi, e vidi
  Taluni rinnegarmi, e perfid'eco
  Far contra me di vil calunnia a' gridi.

Ed io, folle, piangea!—Ma quand'io meco
  Sentìa il celeste amico mio verace,
  L'angosciato mio core effondea seco,

Ed ei benigno v'istillava pace!

III.

Angiol mio, dove sei? Mai dal mio fianco
  Non ti partir, che s'appo me non t'odo,
  Tu sai quanto al ben far divenga io stanco.

Di vane inquïetudini mi rodo,
  Se a me incessantemente non favelli,
  E ai vili penso, e d'abborrirli godo.

Ottienmi ch'io perdonar sappia ai felli,
  Ed opri ognor secondo te, secondo
  L'orme de' miei più nobili fratelli.

Gareggia cogli altr'Angioli che al mondo
  Offron nelle guidate anime forti
  D'ardue virtù spettacolo giocondo.

Perchè ne' dì lunghissimi che assorti
  Vissi in prigion, mi sfavillò sì grande
  La dolce carità de' tuoi conforti?

Perchè tratto m'hai poscia infra ammirande
  Anime care, ond'una al guardo mio
  Raggi con te di Paradiso espande?

Perchè in me suscitasti alto desìo
  D'obbedire a quell'una, e perchè festi
  Ch'ella a me dir curasse: «Amiamo Iddio»?

Grazie, grazie, Angiol mio, de' manifesti
  Segni di fratellanza! ah sì, tu m'ami!
  Tu vuoi condurmi a giubili celesti!

Tu in guise inenarrabili mi chiami,
  Per me paventi della colpa i lutti,
  E mi sveli d'inferno i lacci infami.

Salve, bell'Angiol mio! salvete tutti,
  Angioli tutelanti l'universo,
  Perch'egli a Dio suprema gloria frutti!

Quanti siete v'imploro, a fin che immerso
  Non vada alcun d'infra gli amati miei
  Nella voragin dello stuol perverso!

E te precipuo invoco, Angiol, che sei
  Protettor delle belle Itale rive,
  Difendi il popol mio da influssi rei!

Tuoni del Campidoglio in sul declive
  Sì possente la voce della Chiesa,
  Che salvatrice a tutte genti arrive!

E la face crudel della contesa
  Fra le varie contrade Itale spegni,
  E ferva ognuna al comun bene intesa!

E dell'alma Penisola i bei regni
  Di dura signoria non giaccian preda,
  Ne' di plebei sovvertitori ingegni!

Ad ogni alta virtù l'Italo creda!
  Ogni grazia da Dio l'Italo speri!
  E credendo e sperando ami, e proceda

Alla conquista degli eterni veri.

LE CHIESE.

          Altaria tua! Domine virtutum.
                 (Ps. 83, p. 4 ).

Oh di preghiera e verità e conforto
  E sublimi pensieri amate case,
  Case di Dio! sin da' primi anni a voi
  Con rispettosa tenerezza il guardo
  Io rivolger godea, come a ricovro
  Di prole addolorata entro riposta
  D'ottimo padre stanza, a' filïali
  Lamenti sempre ascoltator benigno.

    Lunghe l'infanzia mia tenner vicende
  D'infermità e mestizia. A me d'intorno
  Giubilavano vispi e saltellanti,
  E di bellezza angelica festosi,
  I pargoletti di que' giorni, ed io,
  Nato robusto al par di lor, caduto
  In rio languor vedeami, ed in secreti
  Indicibili spasmi; e spesse volte
  Morte ponea sovra il mio crin l'artiglio,
  Ma per gioco ponealo, e mi sdegnava.
  Così che pur ne' dì quando men egro
  Io strascinava il corpicciuolo, e lieta
  La voce uscìa dalle mie smorte labbra,
  Tra i floridi compagni, ascosamente
  Spesso mie brevi gioie interrompea
  La pietà di mia fral, misera forza;
  Ed impeti frequenti allor d'angoscia
  Il petto mi premean, sicch'io fuggiva
  A nasconder mie lagrime solinghe;
  E quei che mi scopriano indi piangente
  Per ignota cagion, mi dicean pazzo.
    Salve, o gotici, begli archi del Tempio
  Che di Saluzzo è gloria! Archi, ove m'ebbi
  Alle mistiche fonti il nome caro
  D'un tra i vati gentili, onde graditi
  Sonaron carmi per le patrie valli.
  Palpiti d'esultanza erano i miei
  Quando me tenerello a quell'angusta
  Chiesa portava a' dì festivi il pio
  Braccio materno; e ricordanza vive
  In questo cor della speranza arcana
  Che molcea i mali miei, quando su quelle
  Antiche, venerande are il mio ciglio
  Supplicemente ricercava Iddio.
    E salve, o tempio di men nobil foggia,
  Ma parlante a me pur dolci memorie,
  In Pinerol, città seconda, ov'io
  Riposai le mie inferme ossa crescenti!
  Là nelle vespertine ombre, al chiarore
  Della lampada santa, io colla madre
  E col fratel pregava la pietosa
  Degli Angioli Regina e degli afflitti,
  Ed in secreto a lei mi cordogliava
  De' malefici influssi, onde a' miei nerbi
  Strazio era dato, ed al mio cor tristezza,
  Ed aïta io chiedeale, ovver la tomba.
  Ma l'infantil querela uscìa con sensi
  D'aumentata fiducia, e allevïarsi
  In me sentìa l'affanno, e sentia l'alma
  Di pensier fecondarmisi e d'amore.

    Nelle tue, Pinerolo, aure dilette
  L'adolescenza mia fu di soavi,
  Religïosi gaudii confortata;
  E indelebile è in me l'ora solenne,
  Quando, trepido il sen, mossi all'altare
  Tra drappelletto di fanciulli il grande
  Atto a compir, di confermar col proprio
  Conoscimento le promesse auguste,
  Che di virtù magnanima al battesmo
  Pronunciarono labbra altre per noi.

Oh nobil rito! oh santo olio! oh possente
  Grazia del Crisma! oh simboli che tanto
  A sublimi desiri alzan la mente!

Con pompa veneranda il Pastor santo
  Presentasi all'altare, e a lui corona
  Fan suoi pii Sacerdoti in aureo ammanto.

Celestiale armonia nel tempio suona
  Di cantici divoti, e di pietate
  Palpita il core a ogni gentil persona;

E più alle madri che nel vel celate
  Delle viscere lor sui cari frutti
  Tengono le pupille innamorate,

Scongiurando che a Dio s'elevin tutti.

«Re del ciel che noi madri volesti
  Di que' giovani spirti diletti,
  Nel dolore li abbiam benedetti
  Pria che i cigli schiudessero al dì;
    Nel dolore li abbiamo allattati,
  Custoditi li abbiam nel dolore:
  Ah, per essi t'offriamo, o Signore,
  Tutto ciò che nostr'alma patì!

Il tuo spirto divino discenda
  In que' teneri ingegni inesperti:
  Li fortifichi, li alzi, li accerti
  Della Croce per l'arduo cammin.
    Oggi intendano e intendan per sempre
  Che non nacquero a ignobile cura,
  Che son enti d'eccelsa natura,
  Che la palma celeste è lor fin!

Il tuo spirto divino addolcisca
  Que' germogli del sesso più forte:
  Non paventin perigli, nè morte,
  Ma li tempri alto senso d'amor!
    Il tuo spirto divino sostenga
  Que' germogli del sesso più amante:
  Sieno spose, o sien vergini sante,
  Ma in bell'opre virile abbian cor!

E delle accolte, lagrimose madri
  Col tacit'inno pe' figliuoli amati
  Il secreto consuona inno de' padri;

Sebbene i maschi petti ammaestrati
  Da esperïenza e fantasie più meste,
  Veggan su que' fanciulli or sì beati

Minacciose adunarsi, atre tempeste.

    «Giovin'alme, or v'assecura
      Quella pace che gustate
      E all'Altissimo giurate,
      Immutabil fedeltà:
    Ma non conscii voi tocca l'aurora
  D'un'età di prestigi e di guerra,
  Che vi chiama, vi sprona, v'afferra,
  Vi strascina, a qual meta non sa!

    Ah, noi pur dal Crisma santo
      Confermati esultavamo,
      E spogliar l'antico Adamo
      Era saldo in noi desir!
    Ma spuntato quel tempo tremendo
  Che i mortali a cimento conduce,
  Spesse volte falsissima luce
  In rei lacci ne fece languir.

    Più gagliardi, più assistiti
        Da invisibili portenti
        Voi non domino i cimenti,
        Voi più traggano a virtù:
    Una stirpe formate di prodi
  Che agli esempi vigliacchi s'involi,
  Che la Chiesa gemente consoli,
  Ch'altre stirpi consacri a Gesù»!

Mentre de' genitori i voti accesi
  Sorgono per la prole benedetta,
  Stanno i fanciulli all'alta pompa intesi,

E ciascun d'essi palpitando aspetta
  Lo Spirto Santo e la percossa, donde
  L'alma a patir per nobil opre è eletta.

All'unzïone, al tocco, alle profonde
  Del Vescovo parole, il giovin core
  Con proposti magnanimi risponde.

Mai paventato non avea il Signore,
  Come il paventa in quest'istante, e mai
  Non avea per Lui tanto arso d'amore!

Nessun dica al fanciul: «Tu obblïerai
  Questo gran dì»: più non possibil crede
  Volgere a colpa affascinati i rai:

Trasmutato a quel rito in uom si vede;
  Sdegna le vanità, sdegna i piaceri;
  Più non vuol che Speranza e Amore e Fede,

E benefici, puri, alti pensieri,
  E studi gravi, e faticante vita
  Pe' divini del Golgota sentieri!

Ah! benchè poi dopo cotanto ardita
  Dolce fidanza, a tempo non lontano
  Trascorra ov'a lui d'uopo è nova aïta,

Al Crisma santo ei no, non mosse invano:
  Però che in lui ritorna con possanza
  Questa voce secreta: «Io son cristiano»!

E ripiglia la Croce, e al ciel s'avanza.

~~~~~~~~~~

A me quella secreta, amabil voce
  Più nella giovinezza non diè posa,
  Sì che sovente alla gettata Croce
  Rivolsi la pupilla timorosa;
  E sebben mi paresse incarco atroce,
  La riportai con esultanza ascosa,
  Rammentando mia infanzia, quella Chiesa,
  E quel Crisma, e la possa indi in me scesa.

E qual fu lo splendor d'un altro giorno:
  Il giorno in cui di sè nutrimmi Iddio!
  Ah! non in tempio di gran pompa adorno
  Trarre allor mi fu dato al festin pio:
  Genitori e fratei piangeanmi intorno,
  E venne il Pan celeste al letto mio!
  E l'accolsi agognando inclita sorte
  Dopo la sovrastante ora di morte

Ma l'offerta ch'io pronto a Dio porgea,
  Non fu accettata, e lunghi dì ancor vissi!
  Oh! chi può dir con qual d'amore idea
  Morte sperando al Salvator m'unissi?
  Mille fïate poscia a me riedea
  La ricordanza di quel giorno, e dissi:
  «Deh, possa ancor con sì sublime amore,
  Come in quel dì, ricever io il Signore!»

Quindi appena sui piè mi ressi alquanto
  Dopo quel memorando atto divino,
  Mossi alla chiesa, e di dolcezza ho pianto,
  Ivi tornando al sovruman festino:
  E mi parea che con dolor più santo
  Io sopportassi l'egro mio destino,
  E che tutto il mio core arder dovesse
  In avvenir di quelle fiamme istesse.

L'ombra del tempio al giovinetto è invito
  A pensieri gentili ed elevati:
  Tacite preci, canto, augusto rito,
  Tutto ivi il trae da' ciechi impeti usati;
  Tutto l'inizia a pregiar l'uom, munito
  Di ragione e d'affetti alti ispirati;
  Santa filosofia quivi il matura
  Sì che in terra egli stampi orma secura.

Che se ignobile in terra orma sovente
  Stampa il mortal che pio fu giovanetto,
  Non è già perchè sia guida impotente
  Religïone a obbedïente petto,
  Ma perchè alla celeste Conducente
  Sveltosi l'uom, s'affida a novo affetto,
  E segue il proprio orgoglio e i vili esempi,
  E teme la beffarda ira degli empi.

Oh come lor beffarda ira scagliata
  Contro gli altari l'alma mia percosse!
  Ed, ahi! la prima voce scellerata,
  Che da innocente fede mi rimosse,
  Uscì da tal, che, dopo aver sacrata
  Sua vita al tempio, il divin giogo scosse!
  Quanto è alta luce pio, ver Sacerdote,
  Tant'è funesto mastro ogni Iscariote!

    D'inferno una smania
      Tormenta quel tristo,
      Che indegno consacra
      La coppa di Cristo,
      Che insegna il Vangelo
      Con labbro infedel;
        Che invidia de' laici
      Le vesti e la chioma,
      Che irato sogghigna
      Sui cenni di Roma,
      Che nutre eresia
      Mal cinta da vel.

    Ossesso quel petto
      Quïete non gode
      Se in alme innocenti
      Non getta sua frode,
      Se non avvelena
      Lor candida fè:
        Ei spera, involando
      Credenti al Signore,
      Estinguere il verme
      Che rodegli il core,
      E dirsi: «Per gli empi
      »Castigo non v'è».

Tal fu lo sciagurato, onde la prima
  Fïata io stupefatto e impaurito
  Intesi accenti di bestemmia astuti
  Contro a' misteri, dietro cui l'eterna
  Maestà del Signore all'uom traluce.
    Avess'io a quell'apostata strappata
  L'indegna larva! L'avess'io al cospetto
  De' giusti vilipeso! Io stoltamente
  Tacqui, e volsi nel cor le rie parole
  Dell'incarnato Sàtana, e sorrisi
  Al suo ingegnoso e perfido sorriso,
  E in forse stetti, fra i dettami austeri
  Da verità segnatimi, e i dettami
  Lieti e superbi del parlante serpe.
    Da quel funesto giorno io non potei,
  No, disamar le sante are paterne,
  Ma a quando a quando io le mirava, incerto
  Se venerar le dovess'io, siccome
  Ne' miei dì d'innocenza, o se più senno
  Fosse obblïarle o irriderle, e aver soli
  Idoli i miei voleri e il mio ardimento.
    Così varcai l'adolescenza, e gli anni
  Toccai di giovinezza, ebbro di studi
  E di speranza nelle forze innate
  Del mio altero intelletto. E pure i templi
  Secreto avean per me fascino sempre!
  E sovente io gettava i baldanzosi
  Libri, e fuggìa le argute, empie congreghe,
  Per raddurmi solingo e sconfortato
  Sotto i tuoi grandïosi archi vetusti,
  Lugdunense Basilica, ove i primi
  Apostoli di Gallia hanno sepolcro!
    Oh bella chiesa! Quante volte prono
  Colà pregando e meditando io piansi
  Le natìe abbandonate Itale sponde,
  E il focolar lontano, ove la madre
  Ed il padre e i fratelli erano assisi,
  E piansi in un mie tenebre, miei dubbi,
  Mie passïoni, ed il perduto Iddio!
    Perduto, no, per me non era! e il lume
  Di lui mi sfolgorava alcune volte
  Sì che sparìan le tenebre, e di novo
  Io mandava dal core inni di gioia.
    Ma tempi erano quei di non verace
  Filosofia, sulle rovine sorta
  Di molti altari, e sovra molto sangue;
  E la Gallica terra, infra sue pesti,
  Di sacerdoti rinnegati avanzo
  Chiudea velenosissimo; e i più feri,
  Più studïosi e scaltri eran nemici
  De' sacri templi, rïaperti allora,
  E dal Corso magnanimo scettrato
  Arditamente in onoranza posti.
    Un di que' Giudi inverecondi a' passi
  Miei s'attaccò: l'ornavan lusinghieri
  Eletti modi, e pronto ingegno, e il foco
  De' sottili motteggi scoppiettanti,
  E facile parola, e d'infiniti
  Libri conoscimento, e quell'audace
  Sentenzïar che sicuranza appare.
    Sommessa voce ripetea d'orecchio
  In orecchio: «Ei fu monaco»! E la macchia
  Sciagurata d'apostata sembrava
  Sedergli orrenda sulla calva fronte,
  E dir: «Nessun più sulla terra l'ami!»
  E nessun più l'amava, e nondimeno
  Ascondean tutti l'intimo ribrezzo,
  E cortesi accoglieanlo, e davan plauso
  Alla dolce arte della sua favella.
    Quella canizie al disonor devota
  Orror metteami e in un pietà. Più giorni
  L'esecrai, l'osservai, gli porsi ascolto
  Come a stupendo rettile, e gli chiusi
  I miei pensieri; indi scemò l'occulto
  Raccapriccio, e piegai più tollerante
  L'alma alle grazie di quel falso ingegno.
    Oh pe' giovani cuori alta sventura
  Lo scontrarsi in sagaci empi, che fama
  Di lunghi studi grandeggiar fa al guardo
  Dell'attonito volgo, e d'intelletti
  Che pur volgo non sono! Al rinnegato,
  Pur non amandol, mi parea di stima
  Ir debitor per l'inclite faville
  Del possente suo spirto, e palesava
  Ei di mia riverenza e d'amistade
  Gentil, singolar brama; e questa brama
  Era al mio stolto orgoglio esca gradita.
    Lunghe non fur tra noi le avvicendate
  Confidenze ed indagini, e m'invase
  Giusto corruccio, e da colui mi svelsi:
  Ma le illudenti sue dottrine, a guisa
  Di succhiante invisibile vampiro,
  Stavan su me, riedean cacciate, e furmi
  A tutti i giovanili anni tormento.

~~~~~~~~~~

Più vivo in me si raccendea l'amore
  Delle case di Dio, quando rividi,
  Bella Italia, il tuo sole animatore,
  E m'accolsero i cari Insubri lidi,
  Dove gli avi mostrar quanto al Signore
  Fosser devoti e a grande intento fidi;
  Tal sacra ergendo maestosa mole,
  Che a lodarla il mortal non ha parole.

Troppo ancora in Milan l'anima mia
  Tra giochi e alteri studii vaneggiava,
  E glorïosi amici e fama ambìa,
  Ed ogni dì più folli ombre afferrava.
  Ma pur di salutar malinconia
  Frequente un'ora i gaudii miei turbava,
  E al tempio allora io rivolgeva il piede,
  E in me scendea consolatrice fede.

E l'amato mio Foscolo infelice,
  Sebben lui fede ancor non consolasse,
  Talor volea con umile cervice
  Mescersi all'alme per cordoglio lasse,
  Che la bella de' cieli Imperadrice
  Imploravan che a lor grazia impetrasse;
  E quando al tempio a sera ei mi seguiva,
  Indi commosso e pensieroso usciva.

Oh quante volte insiem quella scalea
  Ascendemmo del duomo inosservati!
  Quante volte in quegli archi ei mi traea,
  E là susurravam detti pacati
  Sul beneficio d'ogni eccelsa idea,
  Sui vantaggi dell'are all'uom recati,
  Sulla filosofia maravigliosa
  Che della Chiesa in ogni rito è ascosa!

Oh allorquando vi penso, io spero ognora
  Che, pria di morte almen, quell'alto ingegno
  Avrà veduta la söave aurora
  Del promesso agli umani eterno regno!
  Spero che quella forte anima ancora
  Nodrito avrà del ciel desìo sì degno,
  Che quel Dio che sol vuole essere amato
  Avrà i tardi sospiri anco accettato!

Con reverenza visitava io pure
  Altre in Milano vetustissim'are:
  Quella ov'a Sant'Ambrogio ama sue cure
  Il buon Lombardo con fiducia alzare,
  Ed il sacel, dove Agostin le impure
  Fiamme alfin volle in sacra onda smorzare,
  E colà volgev'io nella mesta alma
  Sete di verità, sete di calma.

Ed in talun di quegli alberghi santi
  Una donna io vedea ch'erami stella;
  E a lei movendo i guardi miei tremanti,
  S'umilïava mia ragion rubella:
  Mi parea ch'a me un angiolo davanti
  Stesse per me pregando, e allora in quella
  Amica del Signor ponendo io speme,
  «Ah sì, diceva, in ciel vivremo insieme!»

Ma de' templi alla mistica dolcezza
  Vinto non era appien l'orgoglio mio:
  Il passo indi io traea con leggerezza,
  E i gravi intenti rimettea in obblio:
  Rossor prendeami appo colui che sprezza
  Chi, pari al volgo, osa implorare Iddio:
  Io mi volgeva a Dio, ma come Piero,
  Interrogato, ahi! rinnegava il vero!

E poi non come Piero io mi pentiva
  Con dïuturno, generoso pianto;
  Incostante nodrìa fede mal viva,
  E a guisa d'infedele oprava intanto:
  Allor fu che la folgor mi colpiva,
  E ogni mortal mio giubilo andò franto,
  E in man mi vidi d'avversario forte,
  Me condannante a duri ceppi o morte.

Oh lunghi di catene e d'infiniti
  Strazi del core inenarrabili anni!
  Ed oh! com'anco in giorni sì abborriti
  Mia fantasia godea sciogliere i vanni,
  E fingersi ogni sera entro i graditi
  Templi, ed ivi esalar gli acerbi affanni!
  Poche amate persone e i patrii altari
  Erano allora i miei pensier più cari!

      Oh quai mi parver secoli
        Que' primi anni di duolo,
        In che fra mura squallide
        Vissi cruciato e solo!

      Nè mai con altri supplici
        Sorgea la prece mia,
        Ed il desìo del tempio
        La pace a me rapìa!

      Mi si pingeano i fervidi
        Religïosi incanti,
        Le grazie che sfavillano
        D'in sugli altari santi:

      E di Davidde i gemiti,
        E gli avvivanti lumi,
        E le armonie dell'organo,
        E i mistici profumi,

      E l'ineffabil agape,
        Ove il Signore istesso
        Pasce e solleva ad inclite
        Speranze l'uomo oppresso.

      Allor la vil perfidia
        Del mondo io ricordando,
        Dare ai profani gioliti
        Giurava eterno bando,

      E con insonni pàlpebre,
        E con preghiera accesa
        Chiedea versar mie lagrime
        Ancora entro una chiesa.

      Mi sovvenian le placide,
        Ombre de' monasteri,
        E le velate vergini,
        Ed i romiti austeri:

      E tormentosa invidia
        Prendeami di que' petti
        Ch'appo gli altari effondere
        Doglia potean e affetti.

      Ma in quella mia nel carcere
        Brama de' sacri ostelli,
        Söavi sensi teneri
        Pur si mescean novelli.

      Rendeva al Cielo io grazie
        Che i genitori amati
        Piangere almen potessero
        Anzi all'altar prostrati.

      Anzi all'altar che ai miseri
        Sol può istillar virtute,
        Che rïalzar può l'anime
        Da angoscia più abbattute!

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Un giorno alfine, oh fortunato giorno!
  Nunzio ne venne che sariane schiuso
  Della comun preghiera ivi il soggiorno:

E tratto per brev'ora allor dal chiuso,
  Rividi il tabernacolo, ove alberga
  Colui che in ciel di gloria è circonfuso.

Tempio quello non è ch'ardito s'erga
  Sovra eccelse colonne, e in maraviglia,
  Quasi reggia celeste, i cuori immerga.

Poco più che a magione umìl somiglia,
  E pur ivi m'invase quel tremore
  Che per solenne ossequio all'uom s'appiglia;

E per quell'ara palpitai d'amore,
  Come mai palpitato io non avea,
  E in ver sentii ch'ivi sedea il Signore!

Brev'ora fu, ma pure indi io sorgea
  Trasmutato in altr'uom, portando in seno
  Il Salvator che i mesti accoglie e bea.

E tale in que' momenti era il baleno
  Della luce divina in me raggiante,
  Che il patir mi parèa di gioia pieno,

E leve il ferro mi parea alle piante.

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Oh di Spielbergo semplice chiesuola,
  Ove non s'alzan preci altre giammai,
  Che del mortal che cingesivi la stola,
  E di viventi infra catene e guai,
  Ah, in te risplende pur Quei che consola!
  Quei, che del fiacco non respinge i lai!
  Quei, che l'amaro calice accettando,
  Com'uomo il rimovea raccapricciando!

Con qual desìo la settima festiva
  Aurora io nel mio carcere attendea!
  Per sei giorni in mestizia illanguidiva,
  O la mente pensosa egra fervea,
  E talor preda sì di larve giva,
  Che il lume di ragion perder temea:
  In quell'ore io talvolta Iddio cercava,
  E, inorridisco in dirlo! io nol trovava.

Ma il giorno del Signor rivedea alfine,
  E mettea lieto suon la pia campana,
  E a söavi pensier l'alme fea chine,
  E a ricordanze dell'età lontana:
  Potenze inespressibili, divine
  Scemar parean l'orror della mia tana,
  E a me, come a fanciul, batteva il petto
  Di quel festivo bronzo al suon diletto.

Poi tutte disparian mie cure atroci
  Quando il pietoso sgherro aprìa le porte,
  E de' compagni mi giungean le voci,
  E la imperante seguivam coorte;
  Gli avvinti si porgean cenni veloci
  Di costante amistà nell'aspra sorte;
  Ma non a tutti amici ivi era dato
  Incontrarsi, parlar, pregare allato.

Sempre, sempre novella, alta esultanza
  Il commosso m'invase animo, quando
  In quell'incolta ma pur sacra stanza
  Posi il piè, mie catene strascinando,
  E in simbolica vidi umil sembianza
  Suoi sfolgoranti rai Gesù ammantando
  Benedirci, e per noi con inesausto
  Amore offrirsi al Padre in olocausto.

Colà il Signor mi favellava al core,
  E la sua voce somigliava a quella
  D'amorevole, ansante genitore
  Che a sè un figliuolo sconsolato appella,
  E «Disgombra gli dite, ogni timore
  »Che mai mia tenerezza io da te svella!
  »Veggio che disamar tu me non sai,
  »E ciò che indi tu vuoi, tutto otterrai!»

Ei mi diceva inoltre:—«Io t'ho punito
  »Non già per rabbia onde avvampar non soglio,
  »Ma perchè il prego mio non era udito,
  »E sì correvi per le vie d'orgoglio,
  »Che obblïato me avresti, e lui seguìto
  »Che l'alme adesca all'eternal cordoglio:
  »Con forte piglio il correr tuo rattenni,
  »Ma t'amai, t'amo, e per salvarti io venni!»

Io mi gettava allora a' piedi suoi
  Con dolcezza ineffabile, e piangeva,
  E sclamava: «Signor, fa ciò che vuoi
  »Di questo figlio della debol Eva!»
  »Sordo vissi, pur troppo, a' cenni tuoi,
  »Ma tua incorante voce or mi solleva:
  »Nulla sperar dovrei, ma poichè m'ami,
  »Un don ti chieggo ancor—ch'io ti rïami!»

E poi prendea fiducia, e proseguìa
  A lui tutti schiudendo i miei desiri:
  Lo supplicava per la madre mia
  Che sparso avea per me tanti sospiri!
  Pel dolce padre calde preci offrìa!
  Per tutti quegli amati onde i martìri
  M'eran del martìr mio più dolorosi,
  E ch'io tanto di me sapea bramosi!

  Del Moravo castello umil tempio,
    Quante grazie ti debbo soavi!
    Il mio spirto pöetico alzavi
    Dai terreni, opprimenti dolor.
      Io sentiva entro te que' dolori,
    Ma diversi, ma misti a contento:
    Io chiedea raddoppiato tormento,
    Purchè Dio m'addoppiasse l'amor.

  Io il disprezzo acquistava de' ferri,
      Ma non più quel disprezzo superbo
      Che del vinto fa l'animo acerbo
      Contro quei che nel lutto il gettàr.
        Io sperava, io credea che i vincenti
      M'assegnasser destin sì tremendo,
      Non vil odio, ma sol rivolgendo
      Di giustizia rigor salutar.

  Io dicea che se in pugno tenuto
    Uno scettro in que' giorni avess'io,
    Gli avversanti dell'animo mio
    Con isdegno atterrati avrei pur:
      E scernea che son fremiti ingiusti
    Que' dell'uom che da forti domato,
    Non ripensa ch'ei forza ha sfidato,
    Che d'un dritto essi i vindici fur.

  Compiangea il fato mio, ma pensando
    Qual dover mosse i giudici miei:
    Ma pensando che in ciel li vedrei
    S'io perdon ritrovava al fallir.
      E di grazia per me sospiroso,
    Supplicava ogni grazia per essi,
    Presentendo i reciproci amplessi
    Là dov'ira non puossi nodrir.

  Della chiesuola de' prigioni uscito,
    Io ritornava entro mia mesta cella
    Col sen da mille affetti intenerito,
    Con fantasia più generosa e bella:
    L'ineffabil poter del santo rito
    Avermi parea dato alma novella:
    Ed intero quel dì lieto sciogliea
    Di David gl'inni, ed inni altri tessea.

  Oh facoltà di poëtar gioconda,
    Ma più negli anni orribili del lutto,
    Quando forza divina il core inonda
    E d'eccelsi pensier lo infiamma tutto!
    Quando nell'uom tal grazia sovrabbonda
    Che a benedir sue croci indi è condutto!
    Face di poesia! senza una chiesa,
    No, non saresti in me rimasta accesa!

  E se tal possa amabil dell'ingegno
    In me si fosse per dolore estinta,
    Languito avrei d'ira e superbia pregno,
    O l'alma a vil furor sariasi spinta:
    Della vita un frenetico disdegno
    Spesso prendeami in tanti mali avvinta,
    Poi la luce de' sacri inni tornando,
    Io riponea l'empio disdegno in bando.

  Il mortal che in mestizia s'inabissa,
    E fero soffre ineluttabil danno,
    Sempre in oggetti d'ira il guardo affissa;
    Ogni umano gli par vile o tiranno;
    L'altrui virtù al suo torbo occhio s'ecclissa;
    In tutti sogna i benefizi inganno;
    E fraterna pietà posta in obblio,
    Disama e niega e maledice Iddio.

  Filosofar s'immagina il fremente
    Calunnïando il mondo e il Créatore;
    Ma chiudendo a' pensieri alti la mente
    Tutto mira a traverso empio livore,
    Bugiarda estima ogni men atra lente;
    Satana è il suo maestro e il suo autore;
    Armi date e coraggio a quell'ossesso,
    Ed eccol trucidare altri o sè stesso.

  Vicino a quella infame insania giacqui
    Più d'una volta a' giorni incarcerati;
    Ed allor tetramente mi compiacqui
    Ricordando que' libri sciagurati,
    Che nell'audace secolo in cui nacqui
    Plausi a ferocia e suicidio han dati,
    E col velen de' rei volumi in petto,
    Volvea il fin dell'apostol maladetto.

  Grazie, chiesuola, a' prigionieri amica!
    Da te emanava inenarrato incanto!
    Da te riedea la mia fiducia antica
    Nell'assistenza del tre volte Santo!
    In te il perdon non mi costò fatica!
    In te d'amore e di dolcezza ho pianto!
    In te ne' tristi dì ripigliai lena,
    E sino al termin sopportai mia pena!

  Improvvisa comparve un'aurora
    Che distinguer dall'altre non seppi,
    E la sera ivan sciolti i miei ceppi!
    Ed uscii dall'orrendo castel!
      Del decennio l'angoscia mortale
    Un istante, un accento avea sgombra:
    Dalla fossa qual reduce un'ombra,
    Mi stupìan terra ed uomini e ciel.

  Traversai valli e balze straniere,
    M'avvïai della patria a' bei lidi,
    L'Alpe ascesi, ed oh gioia! rividi
    La natíva penisola alfin.
      Al dolcissimo letto del padre
    Egro giunsi, ma giunsi felice:
    Lui rividi e la mia genitrice;
    Tra lor braccia mie pene avean fin!

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Ahi! nuove, pene sempre cingon l'uomo,
  Bench'ei talvolta in impeto giulivo
  Tutte calamità creda aver domo!