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Poesie inedite vol. I cover

Poesie inedite vol. I

Chapter 22: ALESSANDRO VOLTA.
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About This Book

A lyrical assortment of poems in which the speaker confesses private sorrow, regrets for wasted youth, and persistent spiritual longings. The pieces move between personal lament and devotional meditation, invoking divine love and the Virgin while pleading for mercy and moral renewal. Themes of pride, doubt, contrition, and charity recur as the voice seeks consolation in prayer and resolves to live by justice and faith. The tone balances introspective melancholy with hopeful religious aspiration.

I SANTUARII.

               Et induxit eos in montem
                 sanctificationis suae.
                         (Ps. 77).

Infelice colui che ignobilmente
  Mira natura e le bell'opre umane,
  Ed allor più s'estima alto-veggente
  Che più freddo e schernevol si rimane!
  Quant'evvi di sublime e d'innocente
  Gli par macchiato di bruttezze strane:
  Per le spine la rosa gli par truce,
  E, perchè il Sole avvampa, odia la luce.

No, non è tal la verità, ma ad onta
  Delle sue spine amabile è la rosa,
  E l'alma luce immense gioie impronta,
  Benchè talor dardeggi anco dannosa;
  E il passegger che faticando monta,
  Pago sovra le balze indi si posa;
  E benchè abbondin gli empi in sulla terra,
  Frode non è per ogni dove o guerra.

L'ipocrita, ahi! s'accosta anco all'altare,
  Ma i non infinti quell'altar migliora:
  Ogni spirito umano, alto o volgare,
  Pervertesi dal dì che più non òra;
  Ed in ogni uso della Chiesa appare
  Celeste senso che a virtute incuora.
  Chi d'amor sante preci insania crede,
  Quai vuol foggiarle, e non quai son, le vede.

Voi pur, voi pur siete di scherno oggetto,
  Famosi Santuarii, ove i credenti
  Peregrinando anelan con diletto,
  Sebben plebee taluni abbian le menti.
  Menti han plebee, ma candido l'affetto,
  E l'esempio commun li fa più ardenti.
  O Santuarii, abbiatevi il mio canto:
  Io ne' delùbri di Varallo ho pianto!

Tutelare di Sesia Angiol gentile,
  Come nobile e vaga è tua vallea!
  Qual v'ha Meandro all'acque tue simile?
  Qual altra auretta i cor tanto ricrea?
  E come, fuor del consüeto stile,
  Qui il villanel di belle arti si bea!
  Qui leggiadri pittori ebbero cuna,
  E lor opre Varallo in copia aduna.

Ma più di tutti i Varallensi egregio
  Di virtù per la forte orma stampata
  Fu il buon Caüno ch'or sull'are ha pregio,
  Ei che alla valle nova gloria ha data,
  Ei che v'aggiunse così fregio a fregio,
  Che da' secoli andasse indi ammirata.
  Umil cappuccio lo coprìa, ma ardente
  D'alti pensier gli rifulgea la mente.

Caïmo giovin mosse in Terra Santa,
  Poi tornò pien di rimembranze il core,
  Ed ambìa che sua terra tutta quanta
  Innalzasse le brame al Crëatore;
  Ed era di color, cui non va infranta
  La volontà da inciampi o da timore.
  Ardüissima cosa immaginossi,
  La predicò, la volle, e gridò: «Puossi!»

»Puossi, gridò, glorificare Iddio,
  »A questi lochi eccelso lustro dando.
  »Ergasi un Santuario in un sì pio,
  »E sì per inclit'opere ammirando,
  »Che inviti pure il miscredente e il rio,
  »I quai vengan da pria maravigliando,
  »Poscia vinti si sentan dall'incanto
  »Del Bel, del Ver, del sommamente Santo.

»Puossi! e tristo colui che m'opporrebbe
  »Che opulenta non è questa convalle!
  »Dal voler forte ognor la forza crebbe,
  »E le ben chieste grazie il Signor dàlle.
  »Più costante di noi popol non v'ebbe,
  »Zelo non fia ch'indi all'impresa falle:
  »Diam chi l'or, chi le braccia, e chi lo ingegno,
  »E di Dio monumento alzerem degno».

In tal guisa ispirato predicava
  Il reduce da' liti Palestini,
  E col robusto dir comunicava
  Negli altrui cor suoi palpiti divini.
  Universale un plauso s'elevava
  Primamente da' borghi più vicini,
  Poi rapido quel plauso si diffonde
  Pur tra fedeli di lontane sponde.

E quasi per prodigio ecco tant'oro,
  E tanti chiari spirti, e tante braccia
  Moltiplicarsi e gareggiar fra loro
  Sì che novo Sïonne ivi si faccia.
  Non manca all'alta impresa alcun decoro;
  L'aspra montagna trasmutato ha faccia;
  Magnifico cammin fra ombrose piante
  Guida a esimii delùbri il vïandante.

Ascendendo quell'erta, evvi un mistero
  Tal nel loco e nell'aer, che pria che giunga
  A' consecrati muri il passeggero,
  Forz'è che preghi, ed ami, e si compunga.
  Vista non v'ha che noi ritragga al vero,
  Che dal mondo fallace nol disgiunga,
  Tanto, dovunque ei volga la pupilla,
  Del Crëator la mãestà gli brilla.

Quanto più progredisci alla salita,
  Tanto più ti stupiscon da ogni parte
  Quel bosco là della vallea romita:
  Là le fumanti capannette sparte;
  Là un torrente fra scogli che s'irrìta,
  E mormorando e spumeggiando parte;
  E colà un altro che sue rapid'onde
  Rotola verso il piano, e in lui s'infonde.

Qui il ciel sovente è limpido zaffiro,
  E spande fulgidissima la luce,
  Poscia improvvisa là sui gioghi io miro
  Nube che tuoni e fulmini conduce,
  E ne' rami degli alberi uno spiro
  Freme di vento, or lusingante, or truce,
  E in tutte quelle cose è un'armonia
  Che scuote l'alma ed al Signor l'avvia.

Venìa meco Tancredi, ed ammutiti
  Or contemplando questo, or quell'obbietto,
  Più gioïvam perchè fra noi partiti
  Sensi cotanti d'intimo diletto
  Scorger ne fean quanto da Dio forniti
  D'unanime eravam mente ed affetto:
  Tacean le lingue, ma l'alterno sguardo
  Il söave dicea sentir gagliardo.

Più oltre i passi producemmo, e alfine
  I delùbri toccammo desïati:
  Su ciascun di essi vaghe ombre son chine
  D'olmi vetusti, sotto a cui posati
  Già si son peregrini e peregrine,
  Ora in polve dispersi ed ignorati.
  Quanti, com'io, veduto han queste rive!
  Tutti son morti, e quella ombra sorvive!

Il pio silenzio di tai sedi appella
  A veridici e gravi pensamenti.
  Scende sul cor rimorso, e lo flagella,
  Ma speme santa mitiga i tormenti.
  Scerne l'uom ch'ogni vita si scancella,
  Quasi che gli anni suoi fosser momenti,
  E invaso allor da salutar terrore,
  S'umilia, e invoca, e trova il Redentore.

Oh! chi d'uopo non ha di chi il redima?
  Qual adulto vivente è immacolato?
  Chi non desìa tornar ciò che fu prima,
  Quando non era ad empietà varcato?
  E chi fia mai che irreverente imprima
  In Santuario i piedi, ove adorato
  Mirasi quanto, sceso in terra Iddio,
  Per redimerci tutti, oprò e patìo?

No, qui nulla è volgar, nulla è concetto
  Di scempi ingegni! tutto è sapïenza!
  Rider vorrìa l'incredulo intelletto,
  E falla qui a lui stesso la impudenza:
  Qui riconoscer debbe ei con dispetto
  Esservi un Bel che sforza a reverenza:
  Istorïate scene del Vangelo
  Han qui una voce che rammenta il Cielo.

Di Varallo i sacelli adorni sono
  Di cento effigie di gentil lavoro:
  Ed una v'ha che par d'angioli un dono,
  Cotanto pinge di Maria il martoro!
  Di Maria, che in orribile abbandono
  Indicibil, divin serba decoro,
  Di Maria che, abbracciando il morto Figlio,
  Frena le amare lagrime in sul ciglio!

Fra gli sparsi tempietti si divelle,
  Qual tra la prole sua la genitrice,
  Qual magnifica luna infra le stelle,
  Sommo Tempio che al loco appien s'addice.
  Egli è sacro a Maria, che fra le belle
  Schiere de' cherubin sorge felice,
  E dir sembra a' mortali:—«Oh figli miei!
  Meco voi tutti alzare in ciel vorrei!»

Non fulge dì, non fulge ora del giorno,
  Che sul monte preganti alme non meni.
  Sono pii villanelli del contorno
  Che invocan messi a' patrii lor terreni;
  Sono un padre sanato, e a lui d'intorno
  I figli suoi di gratitudin pieni;
  Son donne antiche e vergini montane
  Vestite a fogge in un leggiadre e strane.

E queste e quelli, a varii gruppi onesti,
  Van ramingando qua e là pel monte.
  Mormoran preci, e i rai tengon modesti,
  Ed in ogni sacel chinan la fronte,
  E più si ferman dolcemente mesti
  Dove San Carlo ha sue pedate impronte;
  E sotto voce ai figli il genitore
  Le virtù narra di quel gran Pastore.

Poscia ciascun pur là s'arresta molto,
  Dove il fulcro d'un letto anco si vede:
  Il letto fu di Carlo! Ivi quel volto
  Dormì e vegliò quando a lodar la fede
  De' Varallensi a lor si fu rivolto
  Dalla Lombarda glorïosa sede.
  Oh reliquia onorata! oh quanti ispira
  Di pietà desiderii in chi la mira!

E colà presso, d'un più antico Santo
  Venerevole avanzo è custodito:
  Un teschio egli è! Chi di facondia incanto
  Effuse da quel teschio ora ammutito?
  E chi da quelle or vote occhiaie ha pianto?
  Chi cogli sguardi i cuori indi ha colpito?
  Caïmo fu! quel forte che volea,
  Ed all'opre ardüissime impellea!

Adorator de' secoli vetusti
  No, non son io: so che barbarie assai
  Contro a' fiacchi porgeva arme agl'ingiusti,
  E alle vendette succedean più guai:
  Ma sfavillar pur si vedean tai giusti,
  Che d'obblio non saran preda giammai:
  Del secol lor vinceano il genio tristo,
  L'alme träendo a caritate e a Cristo.

Onore a nostra età per fatti egregi,
  Ma non per la calunnia e pel sogghigno,
  Con che vorriansi vilipesi i pregi
  Di chi fra rozzi oprò saggio e benigno!
  Ogni secolo ha menti onde si fregi;
  Ogni secolo impulsi ha dal maligno:
  Ah! in ogni età da' cuori ingentiliti
  Abbiansi laude gli atti a Dio graditi!

A Dio graditi certo erano e sono
  D'alta religïon que' monumenti,
  Ov'ansio d'impetrar pace e perdono
  Tutti elèva il mortal suoi sentimenti;
  Ove chi più fu sotto i vizi prono,
  Talor più sorge, e move a' begli intenti;
  Ove color che già inimici furo,
  Si rïabbraccian con fraterno giuro.

Ah! tutto ciò che alle passato sorti
  De' natii ne congiunge amati liti,
  È quasi suon di glorïosi morti,
  Che di virtù civil ne drizza inviti;
  E ben di patrio amor vincoli forti
  Son quindi i Templi e i Santuarii avìti;
  Ed ogni buon là grandi lumi scerne,
  Pregando ove pregàr l'alme paterne.

LE PASSIONI.

             Gustate et videte quoniam suavis
               est Dominus.
                              (Ps. 39. 9).

Dov'è mia gioventù? Dove i bëati
  Anni d'amor, del Rodano appo l'onde?
  Dove il ritorno a' miei dolci penati,
  E mia stanza alle Insùbri aure gioconde
  Dove in Milano i glorïosi vati
  Che mi cingean dell'apollinea fronde?
  Dove mia gloria alle applaudite scene?
  E poi dove il decennio infra catene?

Io di carcere usciva egro, e piangendo
  Il mio buon Federico e gli altri cari,
  Cui dato ancor da quel recinto orrendo
  Rieder non era ai desïati lari:
  Poscia esultava, Italia rivedendo,
  Ed alfin temperando i giorni amari
  Fra gli amplessi de' miei sacri canuti,
  Per me sì lungamente in duol vissuti.

E omai da un lustro tutto ciò trascorse!
  E nuovi plausi a me la patria diede,
  E di nuovi Aristarchi ira mi morse,
  E dì nuovi propizi ebbe la fede,
  E nuova infanzia a me d'intorno sorse,
  E di morte vid'io novelle prede,
  E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo,
  E separarmen voglio—ed ancor l'amo!

L'amo perch'alme vi trovai fraterne,
  Che all'alma mia s'avvinser dolcemente,
  E diviser mie gioie, e nell'alterne
  Pene collacrimàr sinceramente:
  E v'ha tali amistà che fièno eterne,
  Benchè tessute in questa ombra fuggente,
  Benchè tessute ov'ogni nobil core
  S'apre appena a virtù, lampeggia e muore.

Degg'io, poss'io da tutte cose amate
  Divellere una volta il mio pensiero?
  Io, le cui sorti furono esaltate
  Da tanto lutto e tanto gaudio vero!
  Io, le cui rimembranze innamorate
  Han su mia fantasia cotanto impero!
  Io, cui balzar fa sin talora il petto
  Vista di leve, inanimato oggetto!

Reduce a' lidi miei, dopo che giacqui
  Sepolto vivo per sì cupe notti,
  Agli affetti più teneri compiacqui
  Che la sventura non avea interrotti;
  Nè agli estinti carissimi pur tacqui
  Culto di preci e di sospir dirotti;
  Indi a rivisitar presi le antiche
  Pagine ch'ebbi a dolce veglia amiche.

E sovente su libri polverosi
  La man vo riponendo tremebonda,
  Ed apro, e parmi a' giorni studïosi
  Tornar di giovinezza, e il pianto gronda!
  E trovo i segni che ne' libri io posi,
  Ove con mente mi fermai profonda,
  Ove ad alti pensier d'amato autore
  Commento fei di verità o d'errore.

Pur con sensi diversi or vi rimiro,
  O libri tanto amati a' dì primieri:
  Vate son io, ma spento è in me il desiro
  Di prostrarmi idolatra anzi agli Omeri.
  Se volgendo lor carte ancor sospiro,
  Magìa non è de' grandi lor pensieri:
  Più d'un libro m'è caro, e pure in esso
  Di rado cerco lui; cerco me stesso.

E non sol me vi cerco: alla memoria
  Del me passato aggiugnesi indivisa
  Di palpiti d'amor söave istoria,
  Quando un'egregia m'infiammava in guisa,
  Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria,
  Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa,
  Che d'un sorriso suo per farmi degno,
  Sempre agognava ingentilir lo ingegno!

E se pio talor fui, pregio egli è stato
  Di quella generosa animatrice:
  Era ad essa straniero il forsennato
  Foco d'amor che mi rendea infelice;
  Ma compatìa mie pene, ed elevato
  Volea il mio spirto, e lo volea felice,
  Ed allor che più insano io le parea,
  S'affannava, e garrivami, e piangea.

Quella donna, onde il bel, nobile viso
  Polvere è da molt'anni, e l'alma in Dio,
  Non disamai, benchè da lei diviso,
  E onorerolla tutto il viver mio:
  Ma nuovi poscia affetti han me conquiso,
  E quel primiero ardor s'intiepidìo:
  Quel ch'era in me un incendio, è una favilla
  Che come lampa ad un sepolcro brilla.

Senza obblïar la già cotanto amata,
  Altra ammirai ch'or dipartita è anch'essa;
  E in me virtù credendo io sublimata
  Per averla a sì bello angiol commessa,
  L'anima mia da orgoglio inebbrïata
  Vana si fea di lungo ben promessa:
  Giorni d'alto dolor mi mosser guerra,
  E a lei pur venni tolto, ed è sotterra!

Sete d'amor, sete di studi, e sete
  D'innalzar sopra il volgo il nome mio,
  Gran tempo mi rapìan sonno e quiete,
  Nè scerno se ammendato oggi son io:
  Tu che del cor le làtebre secrete
  Solo ravvisi e mondar puoi, gran Dio,
  Pietà di me che tanto sempre amai,
  E sino a te l'amor non sollevai!

Tante cose sfumarono al mio sguardo,
  E tutto giorno sfumar altre io miro!
  Valga d'esperïenza il raggio tardo,
  In che forzatamente oggi m'aggiro,
  Ad oprar alfin sì, che più gagliardo
  A tua bellezza s'erga il mio desiro,
  E nulla tanto da' mortali io brami,
  Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami!

La legge tua non è d'irto rigore,
  Sol le idolatre passïoni abborri:
  Lunge che a te dispiaccia amante cuore,
  Ad un cuor fatto gel più non accorri.
  Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardore
  Così soccorra, come a me soccorri:
  Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta,
  Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta.

Tu doni a' figli tuoi mente e parola,
  Non perchè il dono tuo venga sepolto;
  Tu non imprechi investigante scuola
  Su non vietato ver fra l'ombre avvolto:
  In odio a te l'indagin empia è sola
  Che contra il cenno tuo l'ardire ha volto:
  Tu gl'ignari del mal chiami felici,
  Ma il veggente non reo pur benedici.

Tu che sei tutto amor, la sacra stampa
  Della natura tua nell'uomo imprimi:
  Gagliardo sprone e inestinguibil lampa
  Tu sei di tutti aneliti sublimi.
  Tu godi quindi se il mio spirto avvampa
  Per que' tuoi fidi che in virtù son primi:
  Tu godi se fra lor taluni eleggo,
  E nel lor santo oprar meglio ti veggo.

A me tu dato hai queste fiamme ardenti,
  Con cui desìo de' petti amici il bene,
  E con cui studïando i tuoi portenti
  Traggo esultanza, e di capirti ho spene:
  Così caldo sentir più non diventi
  Esca giammai di vanità terrene:
  Mie passïoni in guisa tal governa,
  Che lode sièno a tua saggezza eterna.

Sempre le temo, e sempre sento ancora
  Che in amar altre cose io troppo m'amo:
  Cieca errò mia bollente alma sinora,
  E presa fu di sua superbia all'amo.
  Distruggi il suo sentire, o lei migliora;
  O vil torpore, od amor santo io bramo:
  Ah no, non vil torpor, dammi amor santo,
  Tu che le tue fatture ami cotanto!

I SECOLI.

           Militia est vita hominis super terram.
                              (Job. 7).

Vidi un'età delle sue forze altera,
  E questa rifulgea dal greco lido:
  Superava i famosi
  Secoli che brillàr per altre sponde;
  Ed oltre ad immortal virtù guerriera,
  Sparsa per Asia d'Alessandro al grido,
  La irruzïon de' ladri generosi
  Impromettea alle genti fremebonde
  Sotto a' vincenti brandi
  Novi di civiltà raggi ammirandi.

Voce per ogni parte era d'Achivi:
  «Noi chiama Giove a illuminar la terra!
  Al nostro Omer, ch'è luce
  Prima alle menti, succedean tai vati,
  Onde a fiotti emanàr del bello i rivi;
  E, perchè il sommo Bel tutti rinserra
  Sensi gentili e sapïenza adduce,
  Gli Apelle e i Fidia in queste aure son nati,
  E Plato e gli altri mille,
  Che poste ne' misteri han le pupille».

~~~~~~~~~~

Gloria, sì, coronò le Achee pendici;
  Ma del grande Alessandro il trono cadde,
  E le barbare genti
  Contro il superbo eroe mosse a disdegno
  Dell'alto crollo si stimàr felici;
  Poi d'arti e di saver Grecia decadde,
  Sì ch'alle scuole sue contraddicenti
  Chi recava di lumi avido ingegno,
  Sol v'imparava come
  Darsi del ver possa a menzogna il nome.

Vidi un'età delle sue forze altera,
  E sfavillava questa in Campidoglio;
  Scherniva i preceduti
  Secoli, che dall'uom sommi fur detti.
  Tutto cedeva all'aquila guerriera
  Che ad ogni eccelsa meta ergea l'orgoglio.
  Sul Tebro convenìan co' lor tributi
  Della terra i più splendidi intelletti,
  Ogni altro core umano
  Dovea spezzarsi o diventar Romano.

~~~~~~~~~~

Latina voce in tutte aure s'udìa:
  «Noi siam chiamati a spegner l'ignoranza
  Che dagli antichi tempi
  Le varie schiatte de' parlanti regge;
  Noi soli alzar possiam tal monarchìa
  Che abbracci il mondo e il forzi a fratellanza,
  Che per ogni contrada atterri gli empi,
  Che in loco di furor ponga la legge;
  Filosofia fanciulla
  Vagì sinor, noi la traggiam di culla».

Gloria brillò sul Tebro incomparata;
  Ma i gagliardi imperanti all'universo
  D'onor si dispogliaro,
  E dier lo scettro a destre parricide:
  La immensa monarchia fu lacerata,
  E da' suoi prodi eserciti converso
  Contro agli Augusti suoi venne l'acciaro,
  E più stolto di pria l'orbe si vide:
  Gara di colti e rozzi
  Furon morte, perfidia e gaudii sozzi.

~~~~~~~~~~

Vidi un'età delle sue forze altera,
  E dava di sè mostra in varie sedi:
  I popoli che oppressi
  Avea di Roma il gigantesco ardire,
  Veggendo vacillar l'alta guerriera,
  Di sue virtù si dissero gli eredi:
  Fiato alle trombe in venti regni diessi,
  E tutti ardendo di terribili ire
  Giuràr pei nobili avi
  Che a Roma guasta non sarìano schiavi.

Voce sonò di barbare coorti:
  «Noi chiama il cielo a restaurar giustizia,
  Chè ne mentì il Romano
  Impromettendo civiltà e diritti;
  De' mortali tradite eran le sorti
  Per satollar di pochi l'avarizia;
  Tutti scettri afferrar non de' una mano;
  Tutti i popoli denno essere invitti!
  Oggi infiacchisce Roma,
  Si punisca, a lei spetta oggi esser doma!»

~~~~~~~~~~

Gloria sorrise a' Vandali ed a' Goti,
  Ma fu gloria di spirti usi a furore:
  Distrussero un Impero
  Che ad un sol giogo i popoli astringea,
  E ferrei gioghi imposero a' nepoti:
  De' vizi inorridirono al fetore,
  Onde il Tebro appestava il mondo intero;
  Ma gentilezza insiem credetter rea,
  E contro a lei pugnando
  Disonoràr l'insuperato brando.

Vidi un'età delle sue forze altera,
  E diè prima in Sïonne il maggior raggio:
  Fu virtù combattuta
  Sotto Romani e Barbari, e s'estese,
  Non per astuzia o gagliardìa guerriera,
  Ma per novo in patir, santo coraggio.
  Fra dileggi e patiboli cresciuta,
  Perdonando a' carnefici, li prese:
  Scandalezzava in pria,
  Poi volgari ed eccelse alme rapìa.

~~~~~~~~~~

Voce allor di Cristiani empì le terre:
  «Noi Dio sospinge a debellar gli errori!
  Finor saggezza umana
  Tentò regger le sorti, e fu delirio:
  L'uom dalle colpe è dissennato, e scerre
  Non può di verità gli alti splendori,
  Se da superbia il cor non allontana,
  Se nol consacra ad umiltà e martirio.
  Or che la Croce splende,
  A vera civiltà l'uomo trascende».

Gloria inaudita a' battezzati fulse,
  E perocchè d'Iddio quest'era l'opra,
  Se fidi al suo Vangelo
  Fosser vissuti i popoli redenti,
  State sarian tutte ingiustizie espulse.
  Sàtana accinto a volger sottossopra
  La indestruttibil via che guida al cielo,
  Seminò scismi ed odio infra i credenti;
  Onta il fellon ne colse,
  Ma pure in novi lutti il mondo avvolse.

~~~~~~~~~~

Vidi un'età delle sue forze altera:
  Il successor di Piero e Carlo Magno
  Destra si dier fraterna,
  Come agli antichi dì Mosè ed Aronne,
  Sì che il Monarca a sua virtù guerriera
  Visibilmente avesse Iddio compagno:
  Così doppiata la possanza alterna,
  Frenaro il vizio e umanità esultonne:
  Parea che mai contesa
  Più nascer non potrìa fra Trono e Chiesa.

Voce allor si levò d'Itali e Franchi:
  «L'atterrata da' barbari è risorta
  Imperïal tutela,
  Ed or che dagli altari è benedetta,
  Fia che i mortali a civiltà n'affranchi.
  Or ogni studio a sapïenza è scorta,
  Tutti or nobilitar la legge anela,
  Bandire anela schiavitù e vendetta:
  La prima volta è questa
  Che il trionfo del ver più non s'arresta!»

~~~~~~~~~~

Gloria abbellì di Carlo Magno i fatti,
  Ma sceso nel sepolcro, ebbe seguaci
  Di men gagliardo ingegno:
  Trono e Chiesa s'urtàr, si combattero,
  E da scandalo uscìr follie e misfatti:
  Nocquero a verità studi fallaci,
  Città e castella fur nemiche al regno;
  Libero sir divenne il masnadiero;
  E, franti i gioghi spesso,
  Piansene il popol da licenza oppresso.

Vidi un'età delle sue forze altera,
  Allorchè il Saracin recò dispregi
  Su tutti d'Asia i liti,
  E destò in Occidente ira e temenza.
  Ecco tacer le gare, ecco guerriera
  Fraternità fra i battezzati Regi:
  Ecco d'Europa i volghi rïuniti:
  Ecco mille poteri una potenza
  Scuote, strascina, incanta:
  Tutti soldati son di Roma santa.

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Voce s'alzò di folte osti crociate:
  «Ciò che saputo oprar non avean gli avi,
  Compiere è dato a noi!
  L'alme cristiane da concordia alfine
  A magnanima impresa suscitate
  Più ludibrio non son d'affetti pravi.
  Cristo ne scelse per campioni suoi,
  E rimerto n'avrem palme divine:
  Da noi frattanto il mondo
  D'ogni impulso a giustizia andrà giocondo».

Gloria i pro' cavalieri ebber traendo
  La tomba del Signor da giogo infame,
  E grazie a' loro acciari
  Non invase anch'Europa il Mussulmano;
  Ma in vile obblìo religïon ponendo,
  Aprirò il core ad esecrande brame,
  In rapina emulàr gli Arabi avari:
  Volsero a lacerarsi invida mano:
  Colpì i Crociati Iddio,
  E in Asia lor possente orma sparìo.

~~~~~~~~~~

Vidi un'età delle sue forze altera,
  E nell'Italo suol fulse più bella:
  Non già poter di brandi
  Sorse a magnificar la sua fortuna,
  Sebbene ovunque ardesse ira guerriera:
  Fu suo splendido pregio una novella
  Ambizïon di studii venerandi:
  Parve Italia con Dante uscir di cuna,
  Indi Petrarca venne,
  E la corona in Campidoglio ottenne.

Voce di qua dall'Alpe inclita alzossi:
  «Di civiltà sepolta era la luce;
  Ed or novellamente
  Sulla terra la spargono le Muse:
  L'idïoma oggi vivo affratellossi
  Agl'idïomi antichi, e si fa duce
  Anco agl'infimi spiriti possente,
  Sì ch'al ver tutte vie sono dischiuse;
  Gli studii più non regge
  Idolatrìa, ma del Vangel la legge».

~~~~~~~~~~

Gloria il novo Parnaso ornò stupenda,
  Nè più tutta disparve a' dì futuri;
  Ma non per ciò le vie
  Da' sommi ingegni al ver furono aperte:
  In cor del volgo non oprossi ammenda;
  Spirti v'ebbe più colti e più spergiuri:
  Sul Parnaso salite anco le arpìe
  Spesso di plauso e fiori andàr coverte,
  E con immonda cetra
  D'influssi rei contaminaron l'etra.

Vidi un'età delle sue forze altera,
  E fra le sue venture una fu tale
  Che nulla mai sì grande
  Non pareva la terra aver lucrato,
  Sebben non per real possa guerriera:
  Tre savi industri (ond'un con infernale
  Patto a scïenze occulte, abbominande,
  Esser dicea la turba inizïato)
  L'arte inventaron, donde
  Ratto il pensier si stampa e si diffonde.

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Voce sonò per l'Europee contrade:
  «Incivilir mai non potean le genti
  Finchè sì nobil arte
  Non rapivano al cielo od all'inferno
  I tre veggenti della nostra etade:
  Or moltiplici fien tutti eccellenti
  Frutti di verità, sì ch'ogni parte
  Prosperi della terra, al cibo eterno;
  Chè, s'error nasce ancora,
  Tosto convien che vilipeso mora».

Gloria sorrise all'immortal portento,
  Onde crebbe ogni scritto a mille a mille;
  Non più temuto danno
  Fu il perir de' giovanti, aurei volumi:
  Ma con sacre faville indi incremento
  Trasser tante malefiche faville,
  Che se qui il ver, là incensi ebbe l'inganno
  E fur cäosse ancor tenebre e lumi:
  Dei tre veggenti forse
  All'ombre irate il fatal don rimorse.

~~~~~~~~~~

Vidi un'età delle sue forze altera,
  E l'uom che in lei saldissim'orma impresse,
  Fu il Ligure che volse
  Su novello emisfer l'armi e la frode
  Dell'ingorda europea stirpe guerriera:
  Chiese ad Italia che colà il träesse
  Promettendole un mondo, e spregi colse;
  Mosse ad Ispania, e prore ottenne e lode;
  Trovò i promessi regni,
  E n'ebbe in guiderdon vincoli indegni.

Voce sublime alzàr d'Europa i liti:
  «Questo fra tutti eventi è il benedetto,
  Onde ignoranza cessa
  Nella sparsa d'Adam grande famiglia!
  Ambo emisferi dal battesmo uniti
  Scola esser denno a incivilir perfetto:
  Chè se per or la nova gente è oppressa
  Dall'invasor che a dirozzarla piglia,
  Succederà al conflitto
  Il trionfo dell'ara e del diritto».

~~~~~~~~~~

Gloria brillò sugli arbitri dell'acque;
  Ma l'assalita rozza gente, invece
  D'aver tutela amata
  Negli ospiti arricchiti in quel terreno,
  Parte ad orrenda tirannia soggiacque,
  Parte in pugne e miserie si disfece:
  Invidi per la terra conquistata
  I vincitori si squarciare il seno:
  Il novo mondo e il vecchio
  Fur di colpe e sciagure alterno specchio.

Vidi un'età delle sue forze altera,
  E il decimo Leon ne andò festoso,
  Intorno ad esso egregi
  Cotanti fur di civiltà i cultori.
  Oltremonti ferveano ira guerriera
  E furibondo zel religïoso,
  Sì che Roma schernìan popoli e regi;
  Ma ad onta delle guerre o degli errori,
  Di belle arti reìna
  Anzi al mondo brillò Roma divina.

~~~~~~~~~~

Voce tonò fra i nobili intelletti:
  «Questo è il secol fecondo, in cui gagliarde
  E fantasìa e ragione
  Le lor potenze spiegano a vicenda;
  Destano, è ver, gli spirti maledetti
  Nuove eresìe, ma vieppiù fervid'arde
  Zelo di verità nella tenzone,
  E fia che pel Concilio indi più splenda:
  Per queste grandi lutte
  Le insorte larve sperderansi tutte».

Gloria su quell'età fulse immortale;
  Ma nè per la gentil magìa de' carmi,
  Nè pei dipinti insigni,
  Nè per più gravi studi, e nè pel forte
  Dato da' santi di virtù segnale,
  Non s'antepose caritade all'armi,
  Non s'ambiron costumi alti e benigni;
  Chè di superbia sempre le ritorte
  Scevràr dai pochi buoni
  La turba degli stolti e de' ladroni.

~~~~~~~~~~

Vidi un'età delle sue forze altera,
  Che di filosofia luce si disse:
  Garrì coi re, coll'are,
  Supplizi eresse, e libertate offrìo;
  Indi men rea si fece, e più guerriera,
  Ed adorò il mortal che più l'afflisse;
  Poi veggendo crollato il Luminare,
  A somme altre fortune alzò il desìo;
  Sempre mutava insegna,
  Giurando inalberar la più condegna.

Voce sonava in gallica favella,
  E le favelle tutte eco le fero:
  «Squarciato il velo abbiamo,
  Che per gran tempo de' cristiani al ciglio
  Celò del ver la salutar facella!
  Ripigliam de' pagani il bel sentiero;
  Forza, piacere, astuzia idolatriamo;
  Sia vilipeso di pietà il consiglio;
  Così l'umana polve
  Sostien suoi dritti, e da viltà si svolve».

~~~~~~~~~~

Gloria di brandi e di scïenze e d'arti
  Cinse allor la fatal razza europea,
  Ma non s'udì che i petti
  Fosser men crudi che all'età trascorse:
  Vivi lampi emanàr da tutte parti,
  E folta nebbia pur vi si mescea;
  E spesso i furti eccelse opre fur detti,
  E il parricida a mieter laudi sorse;
  E senza amici il giusto
  Vivea schernito, e di calunnie onusto.

Io vidi i tempi, e mesto allor sorrisi
  Dell'uman replicato, allegro vanto,
  Che ai posteri s'appresti
  Carco minor di guerra e di perfidia:
  Dacchè del sangue del fratello intrisi
  I passi di Cäin furo e di pianto,
  La famiglia mortal sempre funesti
  Nutre germogli di fraterna invidia:
  Mutan le usanze, e ognora
  Convien che Abel gema, perdoni e mora.

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Orrenda è storia, e sarà sempre orrenda
  Questa milizia della umana vita,
  Tal che lo stesso Iddio
  Fattosi a noi fratel, fu strazïato!
  Inorridiam, ma non viltà ci prenda:
  Possente è umanità, benchè punita;
  La regge quel Divin che a lei s'unìo!
  Il figlio della creta è al duol dannato,
  Ma la terribil prova,
  S'egli ambisce il trionfo, a dargliel giova.

Non qui, non qui il trionfo inter!—ma pure
  Qui già comincia lo splendor de' giusti!
  Patiscon danni e morte,
  E il maligno sprezzarli indi s'infinge.
  Ei chiama lor virtù volgari e scure;
  Vorrìa che i rei fosser di laudi onusti;
  Ma tutte coscïenze un grido forte
  Son costrette ad alzar (Dio le costringe):
  «Falsa è, Cäin, tua gloria,
  Il grande è Abel, d'Abello è la vittoria!»

ALESSANDRO VOLTA.

              Erat vir ille simplex et rectus,
                et timens Deum.
                               (Job. I. 1).

Europa e il mondo onor ti rende, o Volta,
  Per l'altissimo ingegno ond'hai natura
  Scrutata, e in gravi magisterii svolta.

E fin che indagin glorïosa dura
  Di scïenze tra i figli della terra,
  Il nome tuo d'obblio non fia pastura.

Ma non sol perchè piacque a te far guerra
  De' fisici misteri all'ignoranza,
  Giusta laude il cor mio qui ti disserra.

Vidi altro merto ch'ogni merto avanza
  Splender nella tua grande anima, ardente
  D'ogni santa e magnanima speranza.

In tua vecchiezza, a me giovin demente
  T'avvicinava il caso…. ah! non il caso,
  Ma la bontà del senno onnipotente!

E ti vidi anelar, perch'io süaso
  Dai falsi lumi d'empietà non gissi,
  Ma dal lume del ver crescessi invaso.

Un dì, seduto appo quel Sommo, io dissi
  Quai m'affliggesser dubbii sciagurati
  Sovra i destini a umanità prefissi;

E gli narrai quai mi tendesse aguati
  Mia fantasia superba, investigante
  Supremi arcani, a noi da Dio negati.

«O tu, gli dissi, che vedesti avante
  Più di molti mortali entro a' secreti,
  Fra cui traluce il sempiterno Amante,

Dimmi in qual foggia in mezzo a tante reti
  Di volgari credenze e d'incertezza,
  Circa la fede il tuo pensiero acqueti».

Il buon vegliardo a me con pia dolcezza:
  «Figlio, anch'io lungo tempo esaminando,
  Tenni la mente a dubitanze avvezza;

E a' giovani anni mi turbava, quando
  Mi parea che del secolo i primai
  Di Fè il giogo scotesser venerando,

E s'infingesser di scïenza a' rai
  Scoperto aver ch'Ara, Vangelo e Dio,
  Fuor ch'esca a plebe, altro non fosser mai.

Temea non forse alfin dovessi anch'io
  Da' miei studi esser tratto a dir:—La scuola,
  Che mi parlò d'un Crëator, mentìo.

Ma benchè ardito e avverso ad ogni fola,
  E benchè in secol tristo in ch'ebbe regno
  Quella filosofia che più sconsola,

E benchè procacciassi alzar lo ingegno,
  Sì che a Natura io lacerassi il velo,
  Sempre d'Iddio vidi innegabil segno».

Così Volta parlava, ergendo al cielo
  La cerulea pupilla generosa,
  Poi seguitava con paterno zelo:

«Degli audaci all'imper resister osa,
  Che da lor alta fama insuperbiti
  Noman religïone abbietta cosa!

Mal per dottrina ostentansi investiti
  Di maggior luce che non dan gli altari:
  Io negli studi ho i passi lor seguiti,

Nè scorto ho mai ch'uom veramente impari
  Saldo argomento a diniegar quel Nume,
  Che splende nel creato anco agl'ignari.

E se d'umano spinto all'acume
  Diniegare è impossibile l'Eterno,
  Lui trovo pur di coscïenza al lume».

«Lui troviam tutti! dissi; e mai governo
  Del mio cor non faranno atee dottrine,
  Ma fuor del tempio assai dëisti io scerno.

E tu forse a costor più t'avvicine,
  Che non a quei che dall'Uom-Dio portate
  Estiman del Vangel le discipline».

«T'inganni, o giovin! replicò (e sdegnate
  Sfavillaron le ciglia del vegliardo,
  Poi su me si rivolsero ammansate).

T'inganni, o giovin! Nel Vangel lo sguardo
  Figgo come ne' cieli, ed in lui sento
  Tutto il poter di verità gagliardo.

Sento che negli umani un vïolento
  S'oprò disordin per peccato antico,
  E che vizio e virtù son mio tormento,

Sento che il Crëator rimase amico
  De' puniti mortali; e, a noi disceso
  Per esserne modello, il benedico.

Sento che siccom'Egli uomo s'è reso,
  Divino debbo farmi, e tutto giorno
  Viver per lui d'amor sublime acceso.

Sento che puote ingegno essere adorno
  Di ricco intendimento e di scïenza,
  Della Croce adorando il santo scorno;

E m'umilio con gioia e reverenza
  Col cattolico volgo a questa Croce,
  E in lei sola di scampo ho confidenza».

Eloquente dal cor rompea la voce
  Del buon canuto, come a tal, cui forte
  Dell'error d'un amato angoscia cuoce.

«Tu mi garrisci e in un mi riconforte,
  Dissi, e poichè alla Chiesa un Volta crede,
  Spezzar de' dubbii spero le ritorte».

«Le spezzerai! quegli gridò con fede;
  Vedrai che bella fra' più colti ingegni
  Anco religïosa anima incede!

Nè immaginar che lungo tempo regni
  La gloria de' filosofi or vantati,
  Che fur di scherno e di superbia pregni:

Pochi anni ti prenunzio, e smascherati
  Vedrai que' mille turpi falsamenti,
  Con che in lor carte i fatti han travisati.

Il più splendido autor di que' furenti,
  Che tutto diffamò col vil sogghigno,
  E con tai grazie che parean portenti,

Malgrado i pregi del suo stil vòlpigno,
  E il suo bel Lusignano e sua Zaìra,
  Detto sarà filosofo maligno.

Ei tutti i dì già meno ossequio ispira,
  E Francia, ond'ei sembrò tanto dottore,
  Già del mentir di lui parla, e s'adira.

Ed al crollar del gran profanatore
  La ciurma crollerà dei men famosi,
  Che volean Dio strappar dall'uman core».

Io di Volta ridire i luminosi
  Sensi mal so, ma dell'egregio vecchio
  Amor mi prese, e più a lui mente posi.

Più fïate percossero il mio orecchio
  I suoi santi dettami, e più fïate
  Divisai farli di mia vita specchio.

Io meditando tue parole amate,
  O incomparabil uom, più non gustava
  Degli audaci le carte avvelenate.

Ancor pur troppo da te lungi errava,
  Ma pur m'innamoravan que' volumi
  Che il dolce genio tuo mi commendava.

Io debol era, ma ogni dì i costumi
  Del mondo a me tornavan più molesti:
  Chè li scernea della tua fede ai lumi.

Sovente i giorni miei trascorrean mesti,
  Perocchè i tuoi consigli io non seguìa,
  Mentre pur mi fulgean veri e celesti.

Varie sorti e distanze a quella mia
  Tenerezza per te scemàr vantaggio,
  E poco al tuo savere io mi nodrìa.

Vedendoti di rado, il mio coraggio
  Appo la Croce non durò abbastanza,
  E a follìe tributai novello omaggio.

Ahi! diè l'Onnipossente a mia incostanza
   Castigo di sventura e di catena,
  E lurid'antro a me divenne stanza!

Tu, certo, benchè allor pensieri e lena
  Ti s'infiacchisser per decrepiti anni,
  Raccapricciasti di mia orribil pena,

E con secreti gemiti ed affanni
  Per me a' pie' del Signore hai dimandato
  Sollievo e forza, ed alti disinganni.

Ei t'esaudiva, e il creder tuo stampato
  Così alfine in quest'alma addentro venne,
  Che più da dubbii non andò crollato.

E gaudio e libertà poscia m'avvenne,
  E rividi la madre e il genitore
  Dopo la sanguinosa ansia decenne.

Ma ne' giorni del mio lungo dolore
  Molte vite finìan la mortal traccia,
  E di batter cessò tuo nobil core.

Duolmi che più non posso infra tue braccia
  Gettarmi alcun momento, e alzare il ciglio
  In tua paterna, veneranda faccia.

In tutti i dì del mio terreno esiglio
  Pregherò Dio che schiuda a te sua reggia,
  Se mai fuor ti legasse aspro vinciglio.

Ma te già spero nell'eletta greggia!
  Di là mi vedi, e preghi impietosito
   Che in tua pace per sempre io ti riveggia.

Perdonami se tardi io t'ho obbedito!
  A tua amistà m'affido, e affido pure
  Quel diletto mio Porro, a te gradito!

Impetra il fin dell'alte sue sciagure;
  Impetra ch'io con esso e gli altri amici
  Troviam nel divo Amor gioie secure,

Sì che n'abbian giovato i dì infelici!

UGO FOSCOLO.

                 Claritas….omnia sperat.
                      (I. Cor. 13.7).

Ugo conobbi, e qual fratel l'amai,
  Chè l'alma avea per me piena d'amore:
  Dolcissimi al suo fianco anni passai,
  E ad alti sensi ei m'elevava il core.
  Scender nol vidi ad artifizi mai,
  E viltà gli mettea cruccio ed orrore:
  Vate era sommo, ed avea cinto l'armi,
  E alteri come il brando eran suoi carmi.

Tu fosti, o mio Luigi [1], il caro petto
  Che, allorch'io dalle Franche aure tornava,
  Me a quell'insigne amico tuo diletto
  Legasti d'amistà che non crollava:
  Oh quanto è salutare a giovinetto,
  Perchè avvolgersi sdegni in turba ignava,
  Lo stringer mente a mente e palma a palma
  Con celebre, gentil, fortissim'alma!

Ma, sventura, sventura! Uom così degno
  D'amar colla sua grande anima Iddio,
  In fresca età l'ardimentoso ingegno
  Ad infelici dubitanze aprìo:
  Che di natura l'ammirabil regno
  Opra di cieche sorti or gli apparìo,
  Or de' mondi il Signor gli tralucea,
  Ma incurante d'umani atti il credea.

Nondimen fra' suoi dubbii sfortunati,
  Ugo abborrìa l'inverecondo zelo
  Di que' superbi, che, di fè scevrati,
  Fremono ch'altri innalzin voti al cielo;
  E talor mesto invidïava i fati
  Del pio, cui divin raggio è l'Evangelo;
  E spesso entrava in solitario tempio,
  Come non v'entra il baldanzoso e l'empio.

E mi dicea che que' silenzi santi
  Della casa di Dio nella tard'ora,
  Quando qua e là da pochi meditanti
  Sovra i proprii dolor si geme ed òra,
  Ovvero i dolci vespertini canti
  Sacri alla Vergin ch'è del ciel Signora,
  Nell'alma gl'infondean pace profonda,
  O d'alta poesia la fean gioconda.

Sempre onoranza fra i più cari amici
  Rese al canuto Giovio venerando,
  E sue parole di virtù motrici
  Con benevol desio stava ascoltando,
  E a lui diceva:—«Anch'io giorni felici
  Ho sulla terra assaporati, quando
  Innamorata ancor la mia pupilla
  Vedea quel Nume che a' tuoi rai sfavilla».

E Giovio protendendo a lui la mano,
  Paternamente gli diceva:—«Io spero,
  Io per te spero assai, perocchè umano
  E magnanimo ferve il tuo pensiero!
  Invan t'ostini fra dubbiezze, invano
  Della grazia ricàlcitri all'impero:
  Iddio t'ama, ti vuol, nè ti dà pace,
  Sinchè d'amor non ardi alla sua face».

Tai detti al cor scendean del generoso
  Che il bel profondamente ne sentiva;
  E al vecchio amico rispondea:—«Non oso
  Sperar che in mar cotanto io giunga a riva;
  Ma vero è ben che più non ho riposo,
  Dacch'egli è forza che dubbiando io viva,
  E un dì tua sicuranza acquistar bramo,
  E il mister della Croce onoro ed amo».

E siccome al buon Giovio sorridea
  Con ossequio amantissimo di figlio,
  Così sul mio Manzoni Ugo volgea
  Quasi paterno, glorïante ciglio:
  In esso egli ammirava e predicea
  Di fantasìa grandezza e di consiglio,
  Forte garrendo, se taluno ardìa
  Di Manzoni schernir l'anima pia.

Tal eri, o mio sincero Ugo; e più volte
  Io pure udii tuoi gemiti secreti,
  Qualor non prevedute eransi accolte
  Su te cause di giorni irrequïeti.
  La guancia t'aspergean lagrime folte
  Ricordando i fuggiti anni tuoi lieti:
  —«Percuotenti, sclamavi, un Dio tremendo,
  Che offender non vorrei, ma certo offendo!»

Allora a dimostrar che titubante
  Mal tuo grado bolliva il tuo intelletto,
  Ed odio non portavi all'are sante,
  E di sete del ver t'ardeva il petto,
  Meco avvertivi nella Bibbia quante
  Splendesser tracce del divino affetto,
  E confessavi, in tue mestissim'ore
  Sol raddolcirti quel gran libro il core.

Un dì col genitor del mio Borsieri
  Io passeggiava al bosco suburbano,
  E tu ch'ivi leggendo sedut'eri,
  Ci vedesti, e gridasti da lontano:
  «Ecco il volume degli eterni veri!»
  Corsi, e il volume presi io da tua mano:
  Lessi: Evangelio! E—«Bacialo! dicesti;
  Gl'insegnamenti d'un Iddio son questi!»

Ah, sebbene quell'Ugo ottenebrato
  Mal sapesse scevrar natura e Dio,
  E talor supponesse annichilato
  Nella tomba il mortal che i dì compio;
  D'altro dopo l'esequie eccelso fato
  Nodrìa talor vivissimo desìo,
  E dir l'intesi:—«No, quest'alma forte
  Mai non potrà vil pasto esser di morte!»

E ben più udii dal labbro tuo eloquente,
  Quando insiem leggevam famose carte,
  Ove un illustre ingegno miscredente
  Rampogne avea contro alla Chiesa sparte:
  Dal seggio allor balzasti impazïente,
  E ti vidi magnanimo scagliarte
  A sostener con voci alte e robuste,
  Che le accuse ivi mosse erano ingiuste.

E quantunque a' Pontefici severo
  Si volgesse il tuo spirto e a' Sacerdoti,
  Ammiravi la cattedra di Piero
  Ne' giorni di sua possa più remoti;
  E di gentil nell'arti magistero
  Datrice l'appellavi a' pronepoti;
  E sovra ognun che fu decoro all'are
  Liberal laude ti piacea innalzare.

Se in alcuna tua carta eco facesti
  D'animi non cristiani alla favella;
  Se di soverchio duol semi funesti
  Sparsi hai ne' cuor che passïon flagella;
  Se del secolo errante in cui nascesti,
  Bench'alta, l'alma tua rimase ancella,
  Opra fu di fralezza e di prestigio,
  Non mai di petto a mire inique ligio.

E il tuo libro d'amore isconsolato,
  Benchè riscosso immensi plausi avesse,
  Benchè da te qual prima gloria amato,
  Bench'opra non indegna a te paresse,
  Talor gemer ti fea, ch'avvelenato
  Un sorso gioventù quivi beesse
  D'ira selvaggia contra i fati umani,
  Ed idolo Ortis fosse a ingegni insani.

Biasmo gagliardo quindi al giovin davi
  Che ti dicea suoi forsennati amori;
  E l'atterrarsi, codardìa nomavi,
  Sotto qual siasi incarco di dolori;
  E sua vita serbar gli comandavi
  Per la pietà dovuta a' genitori,
  Pel dovuto anelar d'ogni vivente,
  Sì che sacri a virtù sien braccio e mente.

Di molti io memor son tuoi forti detti
  Da core usciti di giustizia acceso,
  E a tue nascose carità assistetti,
  E al tuo perdon ver chi t'aveva offeso;
  E pochi vidi sì söavi petti
  Portar costanti il proprio e l'altrui peso,
  E quel pianto trovar, quella parola,
  Che gli afflitti commove, alza e consola.

Memor di tanto, io spero, e spero assai,
  Che, sebben conscio non ne andasse il mondo,
  Sul letto almen della tua morte avrai
  Sentito del Signor desìo profondo:
  Spero che l'Angiol degli eterni guai,
  Già di predar tua grande alma giocondo,
  L'avrà fremendo vista all'ultim'ora,
  Spiccato un volo al ciel, fuggirgli ancora.

E mia speranza addoppiasi pensando
  Che alla tua madre fosti figlio amante:
  Quella vedova pia vivea pregando
  Che tu riedessi alle dottrine sante:
  Di buoni genitor sacro è il dimando,
  E sul cuor dell'Eterno è trionfante,
  Nè da parenti assunti in Paradiso
  Figlio che amolli, no, non fia diviso.

L'inferma, antica genitrice ognora
  Benediceva a te con grande affetto,
  Perchè al minor fratello ed alla suora
  D'alta amicizia andar godevi stretto:
  Furono a Giulio giovincello ancora
  Quai di padre tue cure e il tuo precetto,
  Ed amai Giulio perocch'ei t'amava,
  E l'alma tua del nostro amor brillava.

Ah! tanto spero io più la tua salvezza,
  Che sventurato fosti in sulla terra!
  Or tuoi difetti, or tua leale asprezza
  Ti suscitàr di mille irati guerra:
  E di profughi dì lunga amarezza,
  E povertà t'accompagnàr sotterra:
  Nè lieve a te fu duol che dolci amici
  Fossero al pari, o più di te infelici.

Le lagrime vegg'io che certo hai spanto
  Quando l'annuncio orribil ti giungea
  Che, tronco della vita a me ogn'incanto,
  Per anni ed anni in ceppi esser dovea:
  Il Cielo sa se in mia prigion t'ho pianto,
  E quai voti il cor mio per te porgea!
  Sempre io chiesi per te l'inclita luce
  Che di tutto consola, e a Dio conduce.

Dolce mi fu dopo decenne pena
  Riedere alla paterna amata riva;
  Ma allo spezzarsi della mia catena
  D'immenso gaudio l'alma mia fu priva;
  Chè di tue rimembranze era ripiena,
  E già in Britannia il cener tuo dormiva!
  E seppi tue sciagure, e niun mi disse
  Se, morendo, il tuo core a Dio s'aprisse!

Di tua vita furenti indagatori,
  Per laudare o schernir la tua memoria,
  Di te narraro i deplorandi errori
  Quasi parte maggior della tua gloria:
  Falsato indegnamente hanno i colori!
  Del tuo core ignorato hanno l'istoria!
  Ugo conobbi, o ingiurïanti infidi,
  E tra' suoi falli alta virtude io vidi!

E tu, schietta e magnanima Quirina,
  Che appien di lui pur conoscesti il core,
  Meco ogni dì il rammenti alla divina,
  Infinita pietà del Salvatore:
  Come la mia, tua dolce alma s'inchina
  Con invitta fiducia e con fervore
  A pro del nostro amato, onde con esso
  Veder per sempre Iddio ne sia concesso.

Appagar te non ponno, e me neppure,
  Nessun ponno appagar su caro estinto
  Funebri canti o funebri scolture,
  Da cui pari ad eroe venga dipinto:
  Uopo han di Dio le amanti creature!
  A fede e speme han l'intelletto avvinto!
  Noi non chiamiamo eroe l'amico andato:
  Amiam, preghiam ch'ei sia con noi salvato!

Noi d'Ugo abbiamo un giudice pietoso,
  E tu sei quello, onniveggente Iddio:
  Non un de' suoi sospir ti fu nascoso;
  Anzi a te ogni sua giusta opra salìo.
  Che festi d'un mortal sì generoso?
  Dimmi se il perdonavi e a te s'unìo!
  Ah, se ancor di sue piaghe afflitto langue,
  Appien le asterga, o buon Gesù, il tuo sangue!

[1] Mio fratello primogenito.

LODOVICO DE BREME.

          Non obliviscaris amici tui in animo tuo.
                              (Eccli. 37. 6).

Dacchè miei ceppi hai franto, e il subalpino
  Aere di novo, o sommo Iddio, respiro,
  Piena d'incanti è al guardo mio Taurino;
  Ma un caro ch'io v'avea cerco e sospiro.

Qui Lodovico nacque, e parte visse
 De' diletti suoi giorni, e qui patìo,
 E presso a morte qui le ciglia affisse
 L'ultima volta sul sembiante mio.

E m'indicò le vie dov'ei solea
  Trar verso sera i solitarii passi,
  E il loco della chiesa ov'ei porgea
  Preci, me lunge, perchè a lui tornassi.

Si ch'ogni giorno or qua or là lo veggio
  Smorto ed infermo, e pien di lena sempre,
  Ed in ispirto al fianco suo passeggio,
  E parmi che sua voce il cor mi tempre.

Negli estremi suoi dì quanto, o Signore,
  Altamente parlommi ei del Vangelo!
  Come esclamò che il rimordeano l'ore
  A gioie, a larve, e non sacrate al cielo!

Ah, que' detti m'affidano, e m'affida
  La tua clemenza, e lui beato io spero!
  Ma se ancor dolorasse, odi mie grida,
  Aprigli i gaudii del tuo santo impero.

Debitor fui di molto a Lodovico:
  Sprone agli studii miei si fea novello;
  Ai dolci amici suoi mi volle amico,
  E più al suo prediletto Emmanuello[1].

Ma in ver di Ludovico io l'amicizia
  Ingratamente troppo rimertai,
  Fera in quegli anni m'opprimea mestizia,
  Nè a lui la vita abbellir seppi io mai.

Con indulgenza infaticata il pondo
  Ei reggea di mia trista alma inquïeta,
  E spesse volte da dolor profondo
  A sorriso traeami e ad alta meta.

Per forte impulso de' suoi cari accenti
  Energìa forse conseguii più bella:
  Quell'energìa perch'uomo infra i tormenti
  Soffoca i lagni, e indomito s'appella.

La facondia, l'amor, la pöesia
  Perscrutante e gentil de' suoi pensieri
  Luce nova sovente all'alma mia
  Davan cercando i sempiterni veri.

Quante fïate a' gravi dubbii miei
  Mosse amichevol, generosa guerra,
  E me dai libri tracotanti e rei
  Svelse di lor, cui senza Dio è la terra!

Se arditi di sua mente erano i voli
  Quando la mente ei di Platon seguiva,
  Pur temev'anco di ragione i dòli,
  Ed a' piè dell'altar si rifuggiva.

Te sorpreso di morte sì precoce,
  Deh! amico, non avesse il fero artiglio!
  Più fido mi vedresti ora alla Croce,
  Più concorde or sarìa nostro consiglio.

E tu stesso maestri avendo gli anni,
  Con più sicura man rigetteresti
  Del secol nostro gli abbaglianti inganni,
  E tutti i lumi tuoi foran celesti.

Ma fu per te misericordia certo,
  Che tu morissi pria dell'ora, in cui
  Trassi prigione in bolgie, ove deserto
  In grandi strazi per due lustri io fui.

Le ambasce mie, le ambasce d'altri amici
  Troppo avrian tua pietosa alma squarciata:
  Chi vive sulla terra a' dì infelici,
  Troppo ne' danni i soli danni guata.

Invece, assunto, come spero, al loco
  Ove in tutte sue parti il ver risplende,
  Veduto avrai che di sventura il foco
  Talor sana gli spirti a cui s'apprende.

Veduto avrai siccome io, debol tanto
  Quando i miei dì fulgean più dilettosi,
  Nel supremo dolor contenni il pianto,
  E mia fiducia nell'Eterno posi.

Veduto avrai siccome, fatto io preda
  Di lunghe dubitanze sciagurate,
  Solo in carcer la diva afferrai teda,
  Che mie maggiori tenebre ha sgombrate.

Veduto avrai, dentr'anime più pure,
  Che non era la mia, nel duol costrette,
  Stimol gagliardo farsi le sciagure
  A volontà più fervide e più elette.

Commiserato avrai noi doloranti,
  E reso grazie a Dio, tutti scernendo
  Dell'oprar suo sublime i fini santi,
  Pur quando sovra l'uom tuona tremendo.

Tu mel dicevi un giorno, ed io superbo
  Crederlo non potea! Tu mel dicevi:
  «Dio non si mostra a sua fattura acerbo,
  Se non perchè l'amata a lui s'elèvi».

Non tutte sue fatture hann'uopo eguale
  Di venir da procella aspra battute,
  Ma tai ve n'ha che senza orrendo strale
  In fiacca letargìa sarian cadute.

Nondimen di mia forza ancor non posso,
  No, glorïarmi, e spesse volte ancora
  Son da tristezza e da pietà commosso,
  E con suoi lumi Iddio non mi ristora.

In quell'ore fantastiche di pena
  Godo passar dinanzi alle tue porte,
  E il core allor secreto pianto sfrena,
  Inconsolabil di tua infausta morte.

Ma poi le tue sentenze generose
  Mi tornan nella mente, e il tuo sorriso;
  E m'inondano il sen dolcezze ascose,
  Ed anelo abbracciarti in Paradiso.

Prego che tu vi sia! prego che appresso
  Al nostro Volta, ad ambiduo sì caro,
  Con lui mi guardi, e m'impetriate accesso
  Laddove col desìo già mi riparo!

Dio, salvator di molti amici miei,
  Ch'a te in vita e più in morte alzaro il core,
  Di te indegno e di loro io mi rendei;
  A farmi degno, ti domando amore!

[1] Il Principe Emmanuele della Cisterna.