LA PATRIA.
In Deo faciemus virtutem
(Ps. 107. 14).
Oh dolce patria! oh come
Balza de' forti il core al tuo bel nome!
Stimolo a generosi atti è desìo
Ch'ella in senno e virtù splenda felice:
La voce che nel dice,
Voce è di carità, voce è d'Iddio!
Ma tu che in fondo al core
Tutti gli arcani miei leggi, o Signore,
Tu sai che l'amor patrio, onde mi vanto,
Non è superba frenesìa di guerra,
Perchè di sangue e pianto,
A nome d'equità, grondi la terra.
Neppure a' dì lontani
Quando me travolvean disegni insani,
Quando far forza ai casi ambito avrei,
Sì che a' brandi stranieri onta tornasse,
Con chi gli altari odiasse
Affratellato io mai non mi sarei.
Veggio con ira e sprezzo
Color che tutto giorno osan, dal lezzo
Del vizio che li ammorba, alzar la destra,
E, brandendo il pugnal del masnadiero,
Chiamar cittadin vero
Chi a lor perfida scuola s'ammaestra.
Del santo patrio affetto
Gl'ipocriti son dessi! In uman petto,
Ove sì di pietà luce s'abbui,
Non arde fiamma di virtù sublime:
Son desse l'alme prime
Che, s'uom pagarle vuol, vendono altrui.
Amara esperïenza
Mostrommi ch'ove somma è vïolenza
Di feroce linguaggio, ivi s'asconde
Mal fermo spirto, prono a codardìa:
Sol l'alme vereconde
Spiegan ne' buoni intenti alta energìa.
Fida a virtù la mente
Colui perchè terrìa che Iddio non sente?
Anco in età pagane i veri forti,
Che opraron per la patria atti mirandi,
Chiedeano al ciel le sorti,
E per religïon divenian grandi.
Ad onorar l'avita
Terra chi meglio di Gesù ne invita?
Di Gesù che ne impon fraterno amore!
Che ne impon di giustizia ardente zelo!
Che accenna premio il cielo
A chi pel comun ben respira e muore!
Gagliarda ira tremenda
Serbiam pel dì che a provocarne scenda
La burbanzosa avidità straniera:
Del Prence e della Patria allora a scampo,
Precipitiamo in campo
Col grido invitto:—«Si trionfi o pera!»
Accostin core a core
Intanto pace, e begli studi, e amore!
Chè troppo già da fazïoni stolte,
Di perpetua ingiustizia eccitatrici,
Fur l'Itale pendici
In lutto e sangue ed ignominia avvolte.
L'estera invidia, quando
Nostre glorie natìe vien visitando,
Gli odii scorge, ed applaude alla maligna
Fraterna gara, promettendo aiuti;
E poi quando abbattuti
Siam da discordia, ci disprezza e ghigna.
Non c'illudiam fra sogni,
Onde lo spirto desto indi vergogni:
Ma ai circondanti popoli mostriamo,
Che in tutte fasi di grandezze umane
Grandezza in noi rimane,
Dacchè al vero ed al bel sempre aspiriamo.
Al vero e al bello sempre
Aspiri chi sortiva itale tempre!
Splendidissima a noi traccia segnaro
Que' glorïosi, onde la sacra polve
Tutte le glebe involve
Di questo suolo, al cielo e a noi sì caro!
Penisola gentile,
Che sovra il mondo pria la signorile
Spada gran tempo trionfando alzasti,
E sebben misto a lutti inevitati,
Sui barbari domati
Ampio tesor di civiltà versasti!
Penisola stupenda,
Non nelle gioie sol, ma in sorte orrenda,
Poichè per le tue colpe un dì prorotti
Venti concordi popoli a vendetta,
Da te fra lacci stretta
Furo a degne arti, e al vero Dio condotti!
Penisola divina,
Che dell'antico imper dalla rovina
Così sorgesti, come pronto sorge
Sopraffatto da pargoli un adulto,
Che, ad onta dell'insulto,
Maestra mano ai dissennati porge!
Penisola, ove siede
Inconcussa da turbini la fede,
Sì che per quanto annoveriamo estesi
Della redenta umana stirpe i regni,
Ognor ne' retti ingegni
Da te i lumi del ver tornaro accesi!
Sembra per te il Signore
Più che per altre terre arder d'amore!
Sembra nelle tue dolci aure più vago
Emanar de' suoi cieli il bel sorriso;
Sembra del Paradiso
Volerti Iddio sovra quest'orbe imago!
Sugli emuli tranquilla
Rivolgi pur la tua regal pupilla.
Or quel popolo or questo andare altero
Può primeggiando in forza d'auro o ferri:
Pur non ve n'ha che atterri
Il tuo sublime sulle menti impero.
Se altrove è maledetta
L'alma che striscia come serpe abbietta,
L'alma che sorda a' grandi esempli aviti,
Incurante di senno e di decoro,
Serva si fa a coloro
Che a sedurre e predar vengon suoi liti;
Quanto più reo non fora
Chi, aperti gli occhi sotto Itala aurora,
A patria di magnanimi cotanta
Non sacrasse altamente opra e desìo!
Il popol siam di Dio;
Stampiam nostr'orme nella via più santa!
SALUZZO.
Et sit splendor Domini Dei nostri
super nos.
(Ps. 89. 17).
Oh di Saluzzo antiche, amate mura!
Oh città, dove a riso apersi io prima
Il core e a lutto e a speme ed a paura!
Oh dolci colli! Oh mäestosa cima
Del monte Viso, cui da lungo ammira
La subalpina, immensa valle opima!
Oh come nuovamente or su te gira
Lieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio,
E sacri affetti l'äer tuo m'ispira!
Nelle sembianze del terren natìo
V'è un potere indicibil che raccende
Ogni ricordo, ogni desir più pio.
So che spiagge, quai siansi, inclite rende
Più d'un merto söave a chi vi nacque,
E bella è patria pur fra balze orrende;
Ma nessuna di grazia armonìa tacque,
O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline,
E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque.
Ogni spirto gentil che peregrine
A piè di queste nostre Alpi si sente
Letizïar da fantasie divine.
Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente[1],
Che pii vergaron le memorie avite,
Spanda grazia immortal l'Onnipossente!
Dolce è saper, che di non pigre vite
Progenie siamo, e qui tenzone e regno
Fu d'alme da amor patrio ingentilite.
Più d'un estero suol di canti degno
Porse a mie luci attonite dolcezza,
E alti pensieri mi parlò all'ingegno:
Ma tu mi parli al cor con tenerezza,
Qual madre che portommi infra sue braccia,
E sul cui sen dormito ho in fanciullezza.
Ben è ver che stampata ho breve traccia
Teco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciai
A noi già lontanissimo s'affaccia.
Pargoletto ancor m'era, e mi strappai
Non senza ambascia da tue dolci sponde,
E, diviso da te, più t'apprezzai.
Perocchè più la lontananza asconde
D'amata cosa i men leggiadri aspetti,
E più forte magìa sul bello infonde.
Felice terra a me parea d'eletti
La terra di mio Padre, e mi parea
Altrove meno amanti essere i petti.
E mi sovvien ch'io mai non m'assidea
Sui ginocchi paterni così pago,
Come quando tuoi vanti ei mi dicea.
In me ingrandiasi ogni tua bella imago;
Del nome saluzzese io insuperbiva;
Di portarlo con laude io crescea vago.
E degl'illustri ingegni tuoi gioiva,
E numerarli mi piacea, pensando
Che in me d'onor tu non andresti priva.
Vennemi quel pensiero accompagnando
Oltre i giorni infantili, allor che trassi
Al di là delle care Alpi angosciando.
Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passi
All'Itale contrade io riportava,
Benchè in tue mura il capo io non posassi.
Chè il bacio de' parenti m'aspettava
Nella città ch'è in Lombardia regina,
E colà con anelito io volava.
E colà vissi, e colsi la divina
Fronde al suon di quel plauso generoso,
Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina.
Oh Saluzzo! al mio giubilo orgoglioso
Pe' coronati miei tragici versi,
Tua memoria aggiungea gaudio nascoso.
Oh quante volte allor che in me conversi
Fulser gli occhi indulgenti del Lombardo,
E spirti egregi ad onorarmi fersi,
Ridissi a me con palpito gagliardo
La saluzzese cuna, e mi ridissi
Che grata a me rivolto avresti il guardo!
E poi che in ogni Itala riva udissi
Mentovar la mia scena innamorata,
Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi,
L'aura vana, che fama era nomata,
Pareami gran tesor, ma vieppiù bello
Perchè a te gioia ne sarìa tornata.
Mie mille ardenti vanità un flagello
Orribile di Dio ratto deluse,
E negra carcer mi divenne ostello.
Non più sorriso d'immortali Muse!
Non più suono di plausi! e tutte vie
A crescente rinomo indi precluse!
Ma conforti reconditi alle mie
Tristezze pur il Ciel mescolar volle,
E il cor balzommi a rimembranze pie.
Del captivo l'afflitta alma s'estolle
A vita di pensier, che in qualche guisa
Il compensa di quanto uomo gli tolle.
E quella vita di pensier, divisa
Fra le non molte più dilette cose,
Ora è tormento ed ora imparadisa.
Io fra tai mura tetre e dolorose
Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio
Del pöetar, che il cielo entro me pose.
Miei carmi erano amor, prece, e coraggio;
E fra le brame ch'esprimeano, v'era
Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio.
Io alla rozza, ma buona alma straniera
Del carcerier pingea miei patrii monti,
E allor sua faccia apparìa men severa.
E m'esultava il sen, quando con pronti
Impeti d'amistà quel torvo sgherro
Commosso si mostrava a' miei racconti.
Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro
Umanità serbava! A lui di certo
Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro.
Morto o insanito io fora in quel deserto,
Se confortato non m'avesse un core
Nato di donna, e a caritade aperto.
Scevra quasi or mia vita è di dolore,
Ad Italia renduto e a' natii poggi,
Ov'alte m'attendean prove d'amore.
Benedetti color, che dolci appoggi
Mi fur nell'infortunio, e benedetti
Color, che mia letizia addoppian oggi!
E benedetta l'ora in che sedetti,
Saluzzo mia, di novo entro tue sale,
E strinsi a me concittadini petti!
Non vana mai su te protenda l'ale
Quell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise,
Sì che nobil sia cosa in te il mortale!
L'alme de' figli tuoi non sien divise
Da fraterna discordia, e mai le pene
Dell'infelice qui non sien derise!
Le città circondanti ergan serene
Lor pupille su te, siccome a suora
Ch'orme incolpate a lor dinanzi tiene.
E le lontane madri amin che nuora
Vergin ne venga di Saluzzo, e questa
Abbian figliuola reverente ognora;
E la straniera vergin, che fu chiesta
Da garzon saluzzese, in cor sorrida
Come a lampo di grazia manifesta!
Pera ogni spirto vil, se in te s'annida!
Vi regni indol pietosa ed elegante,
E magnanimo ardire, e amistà fida!
Mai non cessino in te fantasìe sante,
Che in dottrina gareggino, e sien luce
A chi del bello, a chi del vero è amante;
E del saver tra' figli tuoi sia duce
Non maligna arroganza, invereconda,
Ma quella fè che ad ogni bene induce;
Quella fede che agli uomini feconda
Le mentali potenze, a lor dicendo,
Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda.
Ma può farsi divin, virtù seguendo!
Ma dee farsi divino, o di viltate
L'involve eterno sentimento orrendo!
Tai son le preci che per te innalzate
Da me son oggi, e sempre, o suol nativo:
Breve soggiorno or fo in tue mura amate,
Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo!
[1] Carlo Muletti, e Delfino suo padre, Storici di Saluzzo.—Io m'onoro dell'amicizia di Carlo, e parimente di quella del Maggiore Felice, suo fratello.
IL POETA.
Et stare fecit cantores contra altare.
(Eccli. 47. 11).
Perchè data m'hai questa ineffabile
Sete di canto?
Perchè poni tu in me questi palpiti
Ricchi d'amor?
—Questi doni a te fo perchè basso
Non t'alletti nocevole incanto;
Perchè vago del bello più santo,
A tal bello tu spinga altri cor.
—Io t'ammiro, ed ahi! quelle mi mancano
Voci stupende,
Che dir ponno quai movi nell'anima
Alti desir.
—Non ambir le pompose loquele,
Che la turba volgar non intende:
Il Vangel che rapisce ed accende,
Par d'ingenuo fanciullo il sospir.
—Del possente Manzoni l'energico
Inno a te vola:
Io versar solo gemiti e lagrime
Posso a' tuoi piè.
—L'alto carme ispirai d'Isaia,
Ma pur d'Amos la rozza parola
Ogni labbro sublima, consola,
Se gli umani richiama ver me.
—Il tuo nome cantando alla patria,
Quali degg'io
Fra tue grazie e bellezze moltiplici
Più memorar?
—Dille ch'io per amor la fei bella,
Dille ch'amo, ed affetti desìo:
S'invaghisca del grande amor mio;
Mia beltà, mia natura è d'amar!
—Ma non denno terribili fremere
Gl'incliti vati,
Imprecando, schernendo degl'improbi
Opre e pensier?
—Rei pensieri e mal opre dannando,
Sieno i carmi a speranza temprati:
Sii pietoso anco a' petti ingannati:
Col furor non si suscita il ver.
—Da più secoli squarciano Italia
Parti luttanti;
Fa ch'io retto impostori e magnanimi
Scerna fra lor.
—Del Vangel l'amantissimo spirto
Luce sia a tua ragione, a' tuoi canti:
Spirar dèi l'amor patrio de' Santi,
Ch'è bontà, sacrificio ed onor.
SOSPIRO.
Tuus sum ego!
(Ps. 118. 94).
Amore è sospiro
D'un core gemente,
Che solo si sente,
Che brama pietà:
Dolore è sospiro
D'un cor senz'aìta,
Per cui più la vita
Incanto non ha.
Speranza è sospiro
D'un core, se agogna,
Se mira, se sogna
Ridente balen:
Timore è sospiro
D'un core abbattuto,
Che forse ha perduto
Un'ombra di ben.
Timore, speranza,
Dolore ed amore
Del leve uman core
Son vario sospir:
Sospiro son breve
La gioia, il martire,
Son breve sospiro
La vita, il morir.
E pure in sì breve
Sospiro, o mio Dio,
M'hai dato il desìo
D'accoglierti in me!
M'hai dato una luce
Che diva si sente,
M'hai dato una mente
Ch'elevasi a te.
LA MENTE.
Conjungere Deo et sustine.
(Eccli. 2. 3).
E che importa ovunque gema
Questa salma sciagurata,
S'altra possa Iddio m'ha data
Che null'uom può vincolar?
Della creta dagl'inciampi
Esce rapida la mente:
Più d'un tempo è a lei presente,
Cielo abbraccia e terra, e mar.
Io non son quest'egre membra
Di poc'alito captive;
Io son alma che in Dio vive,
Io son libero pensier.
Io son ente, che, securo
Come l'aquila sul monte,
Mira intorno, e l'ali ha pronte
Ogni loco a posseder.
Invisibile discendo
Or a questi, or a quei lari;
Bevo l'aura de' miei cari,
Piango e rido in mezzo a lor.
De' lontani veggio i guardi,
De' lontani ascolto i detti:
Mille gaudii d'altrui petti
Mi riverberan nel cor.
Essi pur, benchè da loro
Lunge sia mio seno oppresso,
San che li amo, san che spesso
A lor palpito vicin:
San che sol la minor parte
Di me preda è degli affanni;
San che l'alma ha forti vanni,
Che il suo vol non ha confin.
Lode eterna al Re de' Cieli
Che m'ha dato questa mente,
Che lo immagina, che il sente,
Che parlargli e udirlo può!
Morte, invan brandisci il ferro
Di che mai tremar degg'io?
Sono spirto, e spirto è Dio;
Nel suo sen mi salverò.
MESTIZIA.
In eo enim in quo passus est ipse et tentatus,
potens est et eis qui tentantur auxiliari.
(Ep. ad Hebr. 2. 18).
Ah, nell'uom non v'è possa costante!
E quell'io che poc'anzi era forte;
Di repente in mestizia di morte
Sento l'alma di novo languir!
Grave incarco per me stesso
Portar so di giorni amari,
Ma pacato de' miei cari
Ricordar non so il martìr.
Questa almen, questa grazia dimando
Nell'affanno che oppresso mi tiene,
Che del mio Federico alle pene
Talor possa conforto versar:
Ch'io tal volta ridir possa
A quel mesto amico mio,
Che per lui non cesso a Dio
Preci e gemiti alternar.
Ma nessuno a mia brama risponde!
Passan gli anni, e chi sa se frattanto
Quell'amato i suoi giorni di pianto
Sulla terra strascini tuttor?
Alto duol pensarlo estinto,
Alto duol pensarlo in vita!
Gronda sangue la ferita
Più profonda del mio cor.
A te volgo i miei lai, Divin Figlio,
Che, sospeso in patibolo atroce,
Una lagrima giù dalla croce
Sulla Madre lasciavi cader.
Pe' dolori tuoi mortali,
Di tua Madre pe' dolori,
Ah ti degna i nostri cuori
Nell'angoscia sostener!
Dalla croce una lagrima pure
Sull'eletto Giovanni spargevi:
Ogni dolce pietà conoscevi,
Benedetta è da te l'amistà.
Benedici ogni memoria
Che m'avvince a Federico:
Voti innalzo per l'amico,
Per me voti innalzerà!
E se avvien che il dovuto proposto
Di non mai querelarci obblïamo,
Ti sovvenga che debili siamo,
E che i forti anche ponno languir.
Ti sovvenga che tu pure
D'uman frale andasti cinto,
Che tristezza allor t'ha vinto,
Ch'eri stanco di patir.
TERESA CONFALONIERI.
Lux justorum laetificat.
(Prov. 13. 9)
No, pia, no, gentile,
Per me non sei morta!
Ti veggio, simìle
Ad angiolo sorta,
Su sposo e fratelli
E amici vegliar.
Dal ciel mi risuona
Tua dolce parola.
Che spiriti innalza,
Che petti consola:
Così già solevi
Di Dio favellar.
Se il cor mi si turba
In me rivolgendo
Che i giorni tuoi santi
S'estinser, gemendo;
Che giovin peristi
In lungo patir;
Io scerno che il pianto
Mi tergi e sorridi!
Io scerno che al cielo
Ne inviti, ne guidi!
Io t'odo che appelli
Felice il martìr!
Ell'era di quelle
Serafiche menti,
Vissute nel mondo
Sublimi, innocenti,
Amando, pregando,
Chiamando a virtù.
Doloran pei cari,
Doloran per Dio,
Lor merto arrichisce
Chi in avanti fallì
Lor vita è Calvario,
Lor norma è Gesù!
Ti piansi, ti piansi
Con alto rammarco,
Per me, pel tuo sposo
D'angosce sì carco!
Ma udii la tua voce
Parlarmi nel cor.
«Le fere sventure
Son date a' mortali,
Perchè dalla terra
Dispieghino l'ali,
Cogliendo le palme
Che colse il Signor».
No, pia, no, gentile,
Per me non sei morta!
Ti veggio, simìle
Ad angiolo sorta,
Il vedovo amico.
E me sostener.
Ti veggio splendente
Di gioie supreme;
Ti veggio accennante
Le sedi, ove insieme
La pace de' forti
Dovrem possedor!
L'ANIMA D'UNA FIGLIA.
(Parla qui MARIA VALPERGA DI MASINO alla Contessa EUFRASIA sua madre).
Quonium pius e misericors est Deus.
(Eccli. 2)
Piangimi, o dolce Genitrice: a Dio
No, non è oltraggio il tuo materno pianto.
Della tua mente ogni pensier vegg'io,
Leggo le pene onde il tuo core è infranto,
Scerno fra cotai pene un gioìr pio,
Me figurando al Re de' Cieli accanto;
Scerno che tu il maggior de' sacrifici
Rinnovelli ogni giorno e benedici.
Ma affinchè le tue lagrime pietose
Grondino più soävi, o madre amata,
Io ti paleserò cagioni ascose,
Per cui sì tosto al ciel venni chiamata:
Non fu olocausto sol che Iddio t'impose
Per affinar l'anima tua elevata:
Di me compassïone alta lo prese,
E me sottrarre a sommi affanni intese.
La tempra ch'Egli al fianco tuo mi dava,
Era tutta d'affetto e d'innocenza:
Io caldamente i genitori amava,
Io gioconda sentìami in lor presenta:
Il caro guardo tuo mi confortava,
Qual guardo di superna intelligenza:
Io d'uopo ognor avea di starti unita,
Tu della vita mia eri la vita.
Di congiunti e d'amici altr'alme belle:
Dopo il padre e la madre eranmi care:
Tanto v'amava, e tanto amava io quelle,
Che più tesori io non sapea bramare.
Il pensier che sorride alle donzelle
Di rosei serti e nuzïale altare,
A me non sorridea, temendo ognora
Che a te vivrei meno vicina allora.
Dato m'avresti, è ver, degno consorte,
E quindi io molto esso pregiato avrei;
E d'esser madre avuto avrei la sorte,
E rapita m'avriano i figli miei;
Ma come inevitabili di morte
Son su questo o su quello i dardi rei,
Avrei veduto chi sa quali amati
Anzi a me infelicissima atterrati!
Ah! s'io perduto avessi alcun di loro,
E te precipuamente, o madre mia,
Sì acerbo fora stato il mio martoro,
Che capir mente d'uom non lo potria!
Commosso fu quell'Ottimo che adoro
Dai dolci sensi ch'egli in me nodrìa,
E perchè strazi io non avessi atroci,
Una invece mi diè di molte croci.
Quest'una era il lasciarvi, o miei diletti,
E più, madre, il lasciar te sì dogliosa:
Pesante croce fu! la ricevetti
Come don dell'Eterno ond'era io sposa:
Premendola al mio sen, piansi e gemetti,
Ma investimmi Ei di grazia generosa:
Pesante croce! ma in serrarla al core
Sentii che al cor serrava il mio Signore!
Sai tu perchè negli ultimi momenti
Io, nel parlar delle mie nozze eterne,
Volsi ancora su te sguardi ridenti,
Come talun che liete cose scerne?
Dalle lor salme l'anime innocenti
Divelte son con voluttadi interne:
Perde per esse il pungol suo più forte
La regnante sul mondo ira di morte.
Già pria di separarmi dalla spoglia
Dotata fui di vista celestiale:
Schiusa a me ravvisai l'eterea soglia,
Vestita mi sentii d'angelich'ale:
Tutto mi s'abbellì, fin la tua doglia,
Cui di rado la terra ebbe l'eguale:
Divina luce a me svelava il merto
Del materno dolore a Gesù offerto.
E vidi allora, o madre mia, che il mondo
De' rammarichi nostri non è degno:
Vidi che frode e malignar profondo
Han tal perpetuo fra' viventi regno,
Che spirto ivi non puote andar giocondo,
Benchè di virtù segua il santo segno:
Compiangendo chi resta in tanta guerra,
Io mi strappai contenta dalla terra.
E contenta vieppiù me ne strappai,
Perchè i tuoi sensi mi fur noti appieno:
Seppi che da tal madre io germogliai,
In cui fortezza mai non verrà meno:
Seppi che a dritto il caro padre amai,
E ch'ambo in ciel ristringerovvi al seno;
Seppi ch'io, precedendovi, ottenuto
Avrei per voi d'eccelse grazie ajuto.
Piangimi, o dolce genitrice: a Dio
No, non è oltraggio il tuo materno pianto;
Ma pensa che felice or qui son io,
Che degli sposi mi toccò il più santo;
Che siccome eri tu l'angiolo mio,
Angiolo or son che aleggio a te d'accanto,
E, qual tu provvedevi a' gaudii miei,
Così di me perenne cura or sei.
Duo carissimi spiriti celesti
Meco sempre su te stanno vegliando,
Cui pochi giorni tu per prole avesti,
Poi ratti a Dio volaron giubilando:
Nostra gara è scostare i dì funesti
Dal tuo materno aspetto venerando:
Una di nostre gioie è sul tuo viso
Certo mirar suggel di Paradiso.
Possederti vorremmo in ciel sin d'ora,
Ma carità ciò chieder non consente:
Tale offri degno esempio a chi dolora,
Tal sei provvida madre all'indigente;
Se tarda viene a te la suprem'ora,
Maggior gloria n'avrà l'Onnipotente,
E, al suo cenno, da noi tua fronte amata
Fia di più chiare stelle incoronata.
L'ANIMA DI CLEMENTINA.
(La Marchesa CLEMENTINA GUASCO, nata della Rovere),
Et sic semper cum Domino erimus.
(Ep. ad Thess. II, c. 4).
Sposo, sorella, figlia, e voi, per cui
Data, o fratelli, avrei pur la mia vita,
Amiamci in Dio! Per meglio amarvi in lui
Io son partita.
Soffersi in vita, in agonia soffersi,
Ma ne' dolori mi sostenne un Dio:
Non ne gemete, que' dolor gli offersi,
E a' suoi li unìo.
E s'ebbi in terra alcuni giorni amari,
L'affetto vostro li abbellì cotanto,
Che pur tai giorni a me tornaron cari
Standovi accanto.
Svelar non debbo s'io già son felice,
Ovver se il prego vostro ancor mi giova:
Amo quel prego: Iddio ven benedice
Con grazia nova.
Amo quel prego ed ogni dolce segno
Di pia memoria che il mio nome onora;
Ma il duol frenate: nell'eterno regno
Vedremci ancora.
Il duolo frena, o generoso Carlo:
Sol del mio aspetto nostra figlia è priva:
A lei nel cor sempre del padre io parlo,
In lei son viva.
Per quell'amor ch'ella a suo padre porta,
Un dì fia moglie ad uom che t'assomigli,
Ed alta gioia splenderà, risorta
Di lei tra' figli.
Ed ecco un angiol pur che ti consola,
Ecco una madre che alla figlia resta:
Tal è mia suora; ogni atto, ogni parola
Di lei l'attesta.
E Clementina pur, benchè offuscati,
Sien vostri sguardi, presso a voi rimane:
L'alme, che han vita in Dio, dai loro amati
Non son lontane.
Fra le mie braccia siete ad ogni istante,
E bacio vostre lagrime pietose,
E forte amor v'ispiro a tutte sante
Bellezze ascose.
Fuggon siccome rapid'ombra gli anni,
Comun palestra a carità e dolore:
Me troverete dopo brevi, affanni
Appo il Signore!
VERITÀ E SOFISMO.
Resistite fortes in fide. (Petri Ep. I. 5.9).
SOFISMO
Ov'è amistà? Chi cento volte e cento
Sotto le spoglie d'amistà non vide
Nei men turpi adulante approvamento,
Che merca dono o laude, e ascoso ride,
Negli altri la calunnia, il tradimento,
La nera ingratitudine che intride
La man nel sangue e i benefizi sprazza,
E non può cancellarli e più ne impazza?
Ove son leggi d'equità? Il selvaggio
Che, simile a Caïno, erra per balze,
Libero è appena: ogni città è servaggio
Sia che regnante scure un solo innalze,
Sia che, brandita in man di molti, il raggio
Vieppiù vario ed orrendo intorno balze;
E chi succede ad atterrata possa,
Ladro è che l'arme d'altro ladro indossa.
Ov'è religïon? Di sangue umano
Fumar fu vista di più Numi l'ara;
E veggio pur sotto mantel cristiano
Egöismo; e viltà celarsi a gara:
L'uom per natura ha ingegno empio e profano,
Loda il Vangelo, e da lui nulla impara;
Vuol carità, ma in altri sol la vuole,
E tesse a proprio, lucro atti e parole.
VERITA'
Non v'inganni, o mortali un dispettoso
Filosofar che tutte cose annera:
Sdegno pur troppo ci sembra generoso
Alla infelice de' maligni schiera:
Giustificar così cercar l'ascoso
Senso d'iniquità che li dispera,
O pur malignan perchè infermi sono,
E mertan, non già plauso ma perdono.
Ogni nobile petto ebbe un amico,
O più d'un n'ebbe, e alcun ne serba ancora,
E se perseguitato anco e mendico
Visse fra indegni e fra più indegni mora,
Ei si rammenta qualche amato antico,
E alle umane virtù crede e le onora,
E, morendo, ci consolasi al pensiero
Che in cielo ei rivedrà quel cor sincero.
Ogni nobile petto ha reverenza
Di giuste leggi, ed egualmente abborre
La non volgare e la volgar licenza,
Che dritto vanta, e ad ingiustizia corre:
Ei sa, che se perfetta sapïenza
Giammai non puossi a leggi umane, imporre,
Pur son tal ordin, senza cui la terra
Sarìa di tigri sanguinosa guerra.
Ogni nobile petto ama, ed è amato:
Ogni nobile petto il giusto vede:
Ogni nobile petto un deturpato.
Culto deplora, e al vero culto crede;
Dai lumi della grazia irradïato
Ragiona, e a sua ragion guida è la fede;
Sprezza le vanità, ma gli uomini ama,
E a sublime sentier seco li chiama.
SOFISMO.
Che fate, o sciagurati, in sì ria valle,
Stima alterna sognando, e alterno amore?
Volgete ad ogni mira alta le spalle,
Scambiatevi dispregio, odio, livore:
Segua ognun della vita il mesto calle
Fin che sotto a' suoi piè cresce alcun fiore,
Poi, dacchè a tutti ei far non puossi boia,
Si squarci il seno, e disperato muoia!
VERITA'
Che fate in questa valle, o sciagurati,
Necessario sognando alterno sdegno?
I mali suoi dall'uom sono addoppiati,
Se di superba intolleranza è pregno:
A dolor, sì, ma pure a gioia nati,
Da mutua avrete carità sostegno;
Forza non siede in vile ira feroce,
Ma in portar con serena alma la croce.
E forza siede in perdonar sovente
Alle stolide colpe de' fratelli;
In confessar che d'uom cieca la mente
Sempre inciampa, se in Dio non si puntelli;
In riedere ogni dì gagliardamente
Rischi ed affanni a sostener novelli;
In memorar, d'ogni fralezza ad onta,
Che nel mortal v'è del Signor l'impronta.
SOFISMO.
Se tanto eccelsa, filosofich'ira
Non arde in voi da pugnalarvi il seno,
Vivete almen com'alto eroe che mira
Tutto con ciglio di minaccia pieno;
Dite che a voi sommo dispregio ispira
Chi non è pronto a usar brando o veleno;
Libri dettate in bile e sangue scritti,
Per insegnar a umanità suoi dritti.
E s'uomo studia e suscita incremento
Di lumi e di virtù senza pugnali;
S'ei non porge a plebee rabbie fomento,
Perchè s'alzino a dar leggi a' mortali;
S'ei non crede esser merto o tradimento
L'avere o non aver grandi natali;
S'egli ama il pio, sotto qual sia cappello,
Dite ch'ei degli stolti è nel drappello.
VERITA'
Compiangete la stizza de' volgari,
Che cieca sempre qua e là si scaglia;
Filosofia seguite appo gli altari;
Di calunnie e d'ingiurie non vi caglia;
Sorridete ad ogn'uom che insegni e impari
Quanto amore e indulgenza al mondo vaglia;
De' frementi nè il plauso nè gli scherni
Norma non sian che il vostro oprar governi.
Libri dettate a sollevar gli umani
Dai lacci delle ignobili dottrine;
Siate pensanti, ma non irti e strani,
Non consiglier di scandali e rapine;
Ponete mente che gl'ingegni sani
Invocano edifizi e non ruine:
Bando al Sofismo! egli è quel genio truce,
Che al suo fango infernal l'alme conduce.
È desso, è desso l'avversario antico,
Che, d'angiol luminoso assunto il velo,
Sempre de' vizi s'ostentò nemico,
Vituperando umana razza e cielo;
Ei trasse Giuda al maladetto fico;
Esca egli fu del farisaico zelo;
Ei repubbliche e regni urta, dissolve,
Ed erge invece putridume e polve.
IL COLERA IN PIEMONTE,
Sursum corda!
(Praef.)
Eleviam fra le lagrime i cuori,
Sosteniamo gli scossi intelletti!
Siam colpiti, ma non maladetti,
Man paterna è la man del Signor.
Per provarci con prova più forte,
Per destarci a più nobil costanza,
Egli ha detto ad un angiol di morte:
—Tue saette raddoppia su lor.
Invisibil quell'angiolo armato
Scorre l'aer, e su' lidi ove passa
Pianti ed urli e cadaveri lassa,
E prosegue il mortifero vol.
Del disordin la turba seguace
Cade prima nell'orrido scempio,
Ma co' rei più d'un giusto soggiace,
Sì ch'avvolta è la patria nel duol.
Se non che negli estremi perigli
Si rinforzan gli spirti più degni:
La sventura, spavento de' regni,
Pur de' regni salute esser può.
Lor salute esser può se di Dio
Meglio i cenni seguire han prefisso,
Se rivolgon ogni opra e desìo
Alla meta per cui li creò.
Debit'è che luttiamo incessanti
Della patria a impedir maggior danno,
Che tentiam con magnanimo affanno
Da sterminio i fratelli strappar;
Che accorriamo a' languenti, a' morenti,
Che obblïato il mendico non pera,
Che al drappel de' pupilli innocenti
Ci affrettiam pane e lagrime a dar.
Debit'è doloroso, tremendo!
Ma gagliarda è la mente dell'uomo:
S'è con Dio, da che mai sarà domo?
Patirà, ma con forza immortal.
Ei con Dio? Chi di noi fia con esso?
Tutti il siam, sebben consci di colpe;
Se il piè nostro da lor retrocesso,
Oggi a vie di giustizia risal;
Se d'aïta siam prodighi a tutti,
S'alto amore in nostr'alme ragiona,
Se il nemico al nemico perdona,
Se discordia civil più non v'è;
Se, coll'opre le preci alternando,
Più null'uom d'esser pio si vergogna,
Se sparisce lo scherno nefando
Che alla croce vii guerra già fe'!
Eleviam fra le lagrime i cuori,
Sosteniamo gli scossi intelletti:
Siam colpiti, ma non maladetti;
Man paterna è la man del Signor.
Noi felici, ove questa procella
Da colpevol letargo ci desti!
Noi felici, ove gli animi impella
A bei fatti, a sublime fervor!
Dopo noi sorgerà dignitosa
In Piemonte di forti una schiatta,
Che a benefiche gare fia tratta
Dall'esempio che i padri lor dier:
Ed allora a que' nobili figli
Con amor dalle stelle arridendo,
I lor genii sarem ne' perigli,
Sarem luce a' lor santi voler!
CESSATO IL COLERA.
Cumque quaesieris ibi Dominum Deum
tuum, invenies cum, si tamen toto
corde quaesieris, et tota tribulatione
animae tuae.
(Deut. 4. 29).
Crëato spirto che al mio fral sei vita,
Potenze tutte onde m'esulta il core,
Alziamo, alziam di gaudio intenerita
Voce al Signore!
Dal ciel suoi doni sulla terra effuse,
Noi li obblïammo, e ripetè i suoi doni:
Ci flagellò, ma ne' flagelli incluse
Grazie e perdoni.
Egli è colui che i doloranti sana;
Che dalla morte, ch'all'uom rugge intorno,
Sotto il suo scudo amico lo allontana
Di giorno in giorno.
Poi quando a molte umane brame arrise,
Toglie quell'ente che vivendo amollo;
Ma questo debol ente ei non uccise,
Sugli astri alzollo.
Egli è colui che ai sopportanti oltraggio
In guiderdone offre onoranza eterna;
Colui che i fati del mortal lignaggio
E il ciel governa.
Misericordia ed equità lo guida,
Se crea, se cangia, se mantien, se spezza:
Amico all'uomo, ei vuol che l'uom divida
Sua tenerezza.
Un giorno scese dall'eccelsa sfera
Per esser uomo e allevïarci il duolo;
Calice orrendo, affinchè l'uom non pera,
Tracannò solo.
Ci favellò non più come in Orebbe
Con formidabil, mistica favella,
Ma qual mortal che della donna crebbe
Alla mammella.
E quella Madre ch'egli amò cotanto
Diede alle donne qual modello e amica,
Qual Madre a ognun ch'a lei con dolor santo
Sue pene dica.
Le nostre pene, ah sì! dalle Taurine
Sponde alla Madre del Signor dicemmo,
E le pupille sue sovra noi chine
Brillar vedemmo.
L'indica lue nostr'aure appena attinse,
Ci risovvenne la pietà degli avi,
E quella Madre col sospir respinse
Gl'influssi pravi.
Andò assalendo il morbo alcune vite,
Ma più rifulse indi il recato scampo:
A gare insiem di carità squisite
S'aperse un campo.
Anco una Forte del più debol sesso
Accorse agli egri, sorbì l'aer funesto,
E consolò con dolci cure e amplesso
L'orfano mesto.
E visti fur della città i Maggiori
Trar di Maria Consolatrice al piede,
E in voto stringer tutti i nostri cuori
A salda fede.
E visti furo i cittadin più culti
Coll'umil volgo unirsi, in Dio sperando,
Nè de' beffardi paventar gl'insulti
Maria invocando.
Piace al Signor che la sua Vergin Madre
Ne incori e affidi col suo bel sorriso,
Sì ch'aspiriam con opre alte e leggiadre
Al Paradiso.
Vera religïon, ch'è tutta bella,
Gaudio ne pinge in Dio, non vil cipiglio,
Se lo onoriam ne' Santi, e vieppiù in Quella,
Cui nacque Figlio.
Guasta dall'uom, religïon ne pinge
Non so qual Dio alterissimo, cui duole,
Se a quella Madre che al suo sen lo stringe
Drizziam parole.
Fede in te sempre avremo, o Genitrice
Dell'umanato, ver Lume divino!
Tu sei potente in ciel, tu salvatrice
Sei di Taurino!
IL VOTO A MARIA.
Deinde dicit discipulo: «Ecce mater tua».
(Ioh. 19. 27).
Serpeggiava il malefico elemento
Cui dal Gange svolgea l'ira divina,
E, recato per l'aer morte e spavento,
Pur la dolce assalìa sponda Taurina:
Dalla nostra città s'alzò un lamento
Alla Vergin, cui terra e ciel s'inchina;
E come gli avi già correano ad essa,
Corremmo a lei colla fidanza istessa.
Sciolto è il voto, innalzata è la Colonna,
Che, or volge un anno, il cittadin fervore
Imprometteva alla superna Donna,
Deprecando l'orribile malore:
Speranza in lei vieppiù di noi s'indonna,
Dacchè prova ci diè somma d'amore:
Venne l'indica lue, tremenda apparve,
Ma al cenno di Maria sedossi e sparve.
Ah! questo monumento una incessante
Sarà preghiera delle nostre schiatte!
Ei rammenterà sempre al vïandante
L'inclite grazie che a Taurin son fatte.
Ve' l'immagin di Lei col Figlio amante,
Ch'orgoglio umano ed uman'ira abbatte!
Deh! nessun passi mai per questa via
Che il cor non alzi ver Gesù e Maria!
O Regina del Ciel, non è sgombrata
La fera lue da tutti i nostri lidi!
Piange al flagel Dertona sconsolata,
E d'altre sponde a te s'elevan gridi:
Pietà di loro! e sia Taurin salvata!
Chiedi al Signor che a lui viviam più fidi;
Digli che il vuoi; le menti in noi migliora,
E il figlio tuo benediranne allora!
Deh, ci ottieni ogni don, ma più virtute
Di fraterna concordia e d'intelletto!
Qui l'alme vili sien di gloria mute,
Qui del bello e del ver splenda l'affetto!
Qui insidie di stranier non sien tessute,
Qui sia armonia di Prence e di soggetto!
Qui in pace o in guerra, in giubilo od in pianto
Stiane Maria sospitatrice accanto!
Tu, dopo il Dio che s'umano in tuo seno,
Sei l'Ente più benefico del mondo;
La nobil Eva in cui non fu veleno;
La vincitrice dello spirto immondo;
L'umano cor che al divin Rege appieno
Gradì, perchè in amar fu il più profondo:
Tu sei la donna in sua perfetta altezza;
Degli Angioli e di Dio sei l'allegrezza!
Invan sonò in più secoli, ed invano
Sonerà ancor di cieche menti il riso,
Che il bel culto a Maria chiamano insano:
Noi la Donna onoriam del Paradiso;
Noi giubiliam che il Reggitor sovrano
Volgane, in braccio a lei, clemente viso;
Noi sentiamo l'incanto celestiale
D'aver madre una madre al Dio immortale!
Quindi risponderemo all'infelice
Che corruccioso ti sogguarda e ghigna:
«Degli avi nostri fu consolatrice,
E nostr'umile pianto udì benigna!
Divine cose il nome suo ne dice;
Per esso in noi più cavitarie alligna!
Non sappiamo amar Dio fuorchè con Quella,
Che per noi l'ha nodrito a sua mammella!»
Che sono i monumenti? Iddio non chiede
Statue e colonne, ma infiammati cuori.
È ver, ma i sacri segni alzan la fede;
Gridan d'età in etade: «Il Ciel s'onori!»
Nobilitan le vie dov'hanno sede;
Collegano i nepoti a' lor maggiori;
Son degl'ingegni sconfortati al guardo,
Qual movente a bell'opre, alto stendardo.
Or questo novo segno al vicin tempio
Appellerà ogni giorno i passeggieri:
Quivi la maestà, quivi l'esempio
Degl'incessanti aneliti sinceri,
Ad ossequio talor costringon l'empio,
L'invaghiscon talor de' pii misteri;
E s'egli te, Madre d'afflitti, implora,
Il miri, il tocchi,—ed è tuo figlio ancora!
LA MADRE DEGLI AFFLITTI.
Monstra te esse matrem!
( Av. m. st.).
O Vergin santa, che il Signore elesse
Per nascer dal tuo sen Uom de' dolori,
Uom che modello a tutti noi splendesse!
Tu, benchè pura, non respingi i cuori
Che a te sorgon macchiati, e come il Figlio
Brami scampo e non lutto ai peccatori.
Deh, volgi anco su me quel divin ciglio
Che sempre da clemenza è intenerito
Verso chi prega dal suo tristo esiglio!
Io t'amai da fanciullo, indi partito
Da te sembrai, ma spesso a te pensando,
De' lunghi errori miei gemea pentito;
Ed in que' giorni di dubbiezza, quando
Della fallacia dell'orgoglio mio
Pur meco stesso mi venia crucciando,
Un bisogno invincibile d'Iddio
Talvolta m'assaliva e mi parea
Che a speranza da te mosso foss'io.
E se in un tempio allor mi ritraea,
Cercava la tua immagine, e in quel viso
Virgineo e celestial fede io ponea.
E gioiva al pensar che in paradiso,
Appo il fulgor dell'eternal bellezza,
Brillasse d'una femmina il sorriso!
Il sorriso di madre a pietà avvezza,
Ed al desìo che in virtù crescan lieti
Quei cari figli ch'ella tanto apprezza.
Non badar, no, se troppo a' consüeti
Sentier d'infedeltà raddotto m'hanno
Miei giovenili affetti irrequïeti,
Più fermo or t'amerò, più non trarranno
Lunge i miei passi da tua dolce via:
Fuor d'essa tutto vidi essere inganno.
Degna di te non è l'anima mia,
Ma pensa ch'opra è pur del Benedetto
Che da te nacque, e che per me patìa.
Riconduci quest'alma al tuo Diletto;
Digli che sempre in esso e in te sperava.
Digli che tu di confidar m'hai detto!
Digli che il danno mio t'addolorava,
Digli che l'amor tuo salvo mi vuole,
Digli che a te dal Golgota ei mi dava!
Tai dalla madre udendo alte parole
Arriderà, siccome ai sapïenti
Tuoi desiderii tutti arrider suole.
Se gli spiacquero in me cuore ed accenti,
Cuore ed accenti mi darà novelli,
Sì che più caro a dritto, io gli diventi.
Santificata l'arpa mia più belli,
Più fervid'inni eleverà, dicendo
Come gli afflitti dal periglio svelli.
E forse allor più d'un che va fuggendo
Sdegnosamente la tua pia chiamata,
Te d'illusi ignoranti idol credendo,
Fermerà il passo perch'io t'ho cantata,
E ridirà:—Ma chi è mai costei,
Che pur da quell'altero è commendata?
Alzando gli occhi imparerà chi sei;
Stupirà, t'amerà, nobil rossore
Avrà, qual ebbi degl'indugi rei.
Ma, deh! ti mostra madre al peccatore
Pur se debole ei resta, e se talvolta
Inchinato a viltà gli scerni il core.
Poca mia possa, ma tua possa è molta;
Per balze, per fiumane or tremo, or cado,
Ma, qual ch'io sia, tu le mie grida ascolta.
Spesse fiate in malagevol guado
Mi porgesti la mano, e uscii dell'onde;
M'alzi tua dolce man di grado in grado
Da questi rischi alle celesti sponde!
DIO E MARIA.
Astitit Regina a dextris tuis.
(Ps. 44).
Umile sì, ma ardimentoso il core
Sorga dal fango e si sollevi a Dio:
Cinto d'argilla, ma di te, Signore,
Figlio son io!
Bella è la terra, e i favillanti strali
Del nobil astro che il suo sen feconda,
E il dì e la notte, e i fiori e gli animali,
E l'aere e l'onda.
Bello è l'imper dell'uom su gli elementi:
Ei gioia cerca, e gioia sogna o trova;
Ma sete sempre han suoi desiri ardenti
Di gioia nuova.
A me non bastan tue bellezze, o terra;
Le indagai tutte, le ammirai, le ammiro;
Ombre son vaghe, e morte a lor fa guerra:
Io il ver sospiro.
Ed in te solo è il vero, o impermutato
Bello ineffabil che allumasti il sole,
Ed a' tuoi figli nella polve hai dato
Vita e parole.
Chi sei? nol so. Chi son? nol so. Ma pure
Traluci a me, benchè ti copra un velo;
In mille voci annuncian tue fatture
Il Re del Cielo.
Ma delle tue fatture la più bella,
Quella che più di grazia è portatrice,
Quella che più ti rappresenta, quella
Che al cor più dice,
Ell'è Maria, la Vergine, la Figlia
Dell'Uomo, in Ciel fatta a' fratei reina!
La femminil pietà che s'assomiglia
Alla divina!
UN FILOSOFO.
Lex lux.
(Prov. 6. 23).
Dopo indefessi studii,
Sopra vantate carte
Giustin vedea non fulgere
Fuorchè bugiarda un'arte
Con cui l'audacia illudere
Del fervido mortal,
E il ver col falso mescere,
E la virtù col mal.
A nobil ira il mossero
Il vil, cinico riso,
L'epicurea mollizie,
Il duro stoico viso;
In tutte scuole un'invida
Di laudi fame e d'or;
Sul labbro la giustizia,
L'iniquità nel cor.
E si squarciò dagli omeri
Nel suo corruccio il manto;
Gettò i volumi turgidi,
Scevri per lui d'incanto,
E con profondo-gemito
Disse:—«Non v'è quaggiù
Luce che guidi i miseri
A verità e virtù!».—-
«Evvi!» gli grida un provvido
Vecchio che i lagni udìa.
Giustin lo mira attonito,
Poi dice: «No! follìa!»—
«Follìe ti svolser, gli uomini
(L'altro risponde allor);
Leggi quest'alte pagine!»—
«Chi le dettò?»—«Il Signor!»
Tra speranzoso e incredulo
Giustin quel libro afferra:
Le carte eran profetiche
Che a tutti error fan guerra,
Che svelan ne' primordii
D'umanità il fallir,
Poi l'empio Giuda e il Gòlgota,
E d'un Iddio il patir.
Gli sconosciuti oracoli
Il dubitante aperse,
E d'Isaia nel cantico
Lo spirito sommerse.
Legge:—Ascoltate, o popoli,
D'ira divina il suon:
Io Re del Ciel, di vittime
Infastidito io son.
Incensi ed inni perfidi
Il mio intelletto abborre:
Premio di voti ipocriti
Non mai sperate côrre;
Sangue le mani grondano,
E voi le alzate a me?
Tergetele, o miei fulmini
Diran che Dio ancor è!
Pur se le destre s'ergono
Sincere a me tuttora,
Se rei pensier non serbano
Più in vostro cor dimora,
Se torna altrui benefico
De' figli miei l'oprar,
Credete voi ch'io sappia
Miei figli sterminar?
Oh! se a pupilli e vedove
Esser vi veggio scampo,
Venite a me: le folgori
Non seguiranno il lampo:
E fosser come porpora
Sanguigne l'alme pur,
Al par di neve candide
Le rivedrà il futur!
Quelle or minaci or tenere
Parole d'un Iddio
Scosser Giustino, ed avido
Le carte allor seguìo;
E giorno e notte al mistico
Libro lungh'ore ei diè:
Novi conobbe gaudii;
Amò, sperò, credè.
A mastri e condiscepoli
De' suoi passati errori,
Move, ed in pria l'accolgono
Con risi e con furori:
Stupiscon poi del placido
Suo forte ragionar;
Miransi, e forse pensano:
«Filosofo ancor par».
Ed ei coll'invincibile
Possa del dir verace
Eccita santi aneliti
Di carità e di pace:
Più d'un mortal da glorie
Superbe visto fu
Trar con Giustino all'umile
Scïenza di Gesù.
Invano, invan rammentano
Vigliacchi amici al forte,
Che della Croce ai nunzii
Leggi minaccian morte:
Invano a lui, se i vizii
S'ostina a maledir,
Tremanti vaticinano
Scherno, prigion, martir.
—«Oh mal pietosi e timidi!
Risponde al caro stuolo,
Sappiate che un orribile
Martirio esecro solo,
Quel che patii nel misero
Mio giovanile error,
Quando tra fedi varie
Mi vacillava il cor.
«Al vero nata l'anima
Nel dubitar si snerva;
Quindi a sospetti ignobili
Fatta ogni dì più serva,
Discrede l'amicizia,
Discrede ogni virtù;
Nessun eccelso palpito
Suoi giorni abbella più.
«Ma, dacchè i vili dubbii
Cacciai dall'intelletto,
E potei diva accogliere
Filosofia nel petto,
Dacchè imparai qual abbia
La vita alto valor,
E affratellato agli uomini
Conobbi il Redentor;
«Io da quel dì mi pascolo
Di forza e di speranza,
E questa è gioia intrinseca
Che tutte gioie avanza:
Il vivere emmi grazia,
Grazia mi fia il morir;
Uom mi potrebbe estinguere.
Ei non può Dio rapir!»
Il predicar fulmineo,
I trionfanti scritti
Prima fur detti insania,
Poi detti fur delitti;
Ed ecco il pio filosofo
In ceppi rei giacer:
Eccol d'iniquo giudice
Gl'insulti sostener.
—«Che ti giovar gli stolidi
Del Nazareo costumi?
Se brami scampo, ossequio
Presta ad Augusto e a' numi:
Mira per quei che agl'idoli
Incenso negan dar,
Mira i parati eculei,
Mira i flagei d'acciar».
Non si smentì nell'ansia
Della terribil ora;
Mostrò come un Apostolo
Opri, patisca e mora:
Al giudice, a' carnefici
Perdono oppose e amor,
Ed il sublime esempio
Nobilitò altri cor.
Venner con lui dal carcere
Ai barbari supplici
Intemerata vergine
E cinque eletti amici:
La giovin fra gli strazii
Un gemito mandò;
Giustin mirolla, e impavida
Gli strazii sopportò [1].
[1] Con S. Giustino furono martirizzati cinque suoi amici ed una fanciulla per nome Caritana.