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Poesie inedite vol. I cover

Poesie inedite vol. I

Chapter 49: LA GUIDA.
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About This Book

A lyrical assortment of poems in which the speaker confesses private sorrow, regrets for wasted youth, and persistent spiritual longings. The pieces move between personal lament and devotional meditation, invoking divine love and the Virgin while pleading for mercy and moral renewal. Themes of pride, doubt, contrition, and charity recur as the voice seeks consolation in prayer and resolves to live by justice and faith. The tone balances introspective melancholy with hopeful religious aspiration.

SAN CARLO.

            Bonus pastor animam suam dat
              pro ovibus suis.
                     (Ioh. 10, v. 11).

Oh! quanto degno è di fiducia un grande
  Di pietà e sacrificii operatore,
  Che fu debol mortale, ed ammirande
  Forze trovò nel suo sublime amore!
  Fama antica non è che voci espande
  Sovra Carlo, d'Insubria almo Pastore;
  Ei visse quasi ieri, e sue pedate
  In tutto il suol natìo sono stampate.

E perocchè de' secoli non volve
  Oscura nube di sua vita i fatti,
  Dir non possiamo: «Era d'un'altra polve,
  Era di tempi al dolce errar men atti».
  Dir non possiam: «Noi tal etade involve,
  Che irresistibilmente al mal siam tratti».
  Ma ravvisiam come in orrendi tempi
  Possan pur di virtù fulgere esempi.

Sotto il tempio gigante di Milano
  Un delubro contien la sacra spoglia;
  Colà viene il devoto da lontano,
  E de' commessi falli si cordoglia,
  E fede ha ch'ivi niun pregar sia vano,
  E torna speranzoso alla sua soglia;
  E narrato è di cuori, un dì perversi,
  Che furono per sempre al ciel conversi.

Talora a quel delubro io discendea
  Dubbio su tutto, e quasi su Dio stesso,
  E lung'ora solingo ivi gemea
  Da sciagurate passioni ossesso,
  Poi vedea mover giù dalla scalèa
  Il poverel da' suoi malori oppresso,
  Ch'appo il corpo del Santo s'inchinava,
  E di lui la beata alma pregava.

La fè del poverello io con dolcezza
  Invidiando, era commosso al pianto,
  E vergognava della ria stoltezza
  Che sovente di senno usurpa il manto;
  E allor tutta splendeami la bellezza
  Del culto ch'elevar può l'uom cotanto;
  E Carlo io pur pregava, e in me largita
  Tosto sentìa di maggior fede aita.

Sempre onorai quel forte: ad onoranza
  M'astringon que' magnanimi mortali,
  Ch'osano concepir l'alta speranza
  Di sveller d'infra il mondo orrendi mali;
  Ch'osan, non per vendetta od arroganza
  Contro a poter di soverchianti eguali,
  Ma di Dio per amore e delle genti
  Confonder dell'iniquo i rei contenti.

Di Carlo a' tempi, vïolenza e orgoglio
  Spesso ne' sommi e oscenità regnava,
  E de' vili costumi il turpe loglio
  Indi più nella plebe pullulava;
  Innocenza per tema e per cordoglio
  Da ogni parte ascondeasi e palpitava,
  E se la raggiungea braccio nefando,
  Irrugginito era di legge il brando.

E perchè inetta era la legge ultrice,
  L'uomo spogliato del paterno avere,
  E il padre della vergine infelice
  Che a lui rapita avea truce potere,
  Fean la propria lor destra esecutrice
  Di cieche stragi e di perfidie nere,
  E in mezzo al sangue gli uomini cresciuti
  L'ire feroci esser credean virtuti.

E per maggior calamità d'allora
  Premeano Italia immiti ferri estrani,
  Onde tra parte e parte ardean tuttora
  Più frequenti gli oltraggi e gli odii insani;
  E perchè il volgo stolido peggiora
  Quando vien retto da esecrate mani,
  La podestà straniera incrudelìa
  Quanto più il volgo oppresso l'abborrìa.

E in sì gravi sciagure, onde cotanta
  L'ignoranza e l'obblio dell'Evangelo,
  Anche la schiera che dovrìa più santa
  Sfavillar, perchè interprete del Cielo,
  Campioni egregi aveva, sì, ma oh quanta
  Feccia sol mossa a farisaico zelo,
  Inimica di Roma, e sovvertente
  Co' rei costumi ipocriti la gente!

Su' tristi giorni suoi Carlo fremea:
  Data non gli era onnipossente mano,
  E pur argin gagliardo imporre ardea
  A quel di vizi orribile oceàno.
  Non disperò della sublime idea,
  Il soccorso affidandol sovrumano,
  Vide ch'altri giovar uomo può sempre,
  Se a virtù somma sè medesmo tempre.

Dio benedisse quell'eroica brama,
  Il suo servo su molti altri estollendo,
  E tal gli die di giusto Presul fama,
  E linguaggio amorevole e tremendo,
  Che, mentre de' perversi ad ogni trama
  Fu visto questi oppor senno stupendo,
  Ad amarlo costretti o a paventarlo,
  Tutti il messo di Dio scerneano in Carlo.

Chè se rigore e dignitosa vita
  Il Vescovo integerrimo imponeva,
  Ei pria mollezza avea da sè sbandila,
  E co' poveri il pan condivideva,
  E l'austera sua mente era addolcita
  Da quel sorriso che gli afflitti eleva;
  Co' superbi terribile soltanto,
  D'ogni infelice intenerialo il pianto.

Del paterno suo cor fur monumento
  Ospizi per famelici ed infermi,
  E istituti ove sprone ed alimento!
  Dato venia d'intelligenza a' germi,
  E il suo forte, moltiplice intervento,
  Ove occorrean contr'ingiustizia schermi,
  E l'impulso ch'ei diede a' patrii ingegni
  Verso i nobili fatti e i pensier degni.

Sua immensa carità, suo santo ardire
  Suscitogli appo il trono alti nemici;
  A impudenti rampogne, a spregi, ad ire,
  Grida si mescolar calunniatrici:
  Nudrir fu detto scellerate mire,
  Tutti i dolenti a sè facendo amici;
  Dei regi udissi schernitor chiamato,
  Che il lituo avea sopra gli scettri alzato.

Lasciava ei che la collera stridesse.
  E della Chiesa ognor sostenne il dritto:
  Finchè vestigi sulla terra impresse
  Contro a sè vide mosso empio conflitto;
  Ma se alcun della grazia ai lampi cesse,
  Con gioia obbliò Carlo ogni delitto;
  E spesso tal, che più l'aveva offeso,
  Alfin d'amor per lui sentiasi acceso.

Gl'implacati di Carlo abborritori
  Quai tra' mortali furo? I farisei!
  La più abbietta genìa di traditori!
  Color che in ogni età sono i più rei!
  Color che della Chiesa ambìan gli onori,
  Poi core e mente ribellaro a lei!
  Que' sacerdoti che fautor si fanno
  Di sfrenatezza eretica e d'inganno!

Chi è quell'infelice maledetto
  Che porta in fronte i torvi occhi di Giuda,
  E come Giuda si percuote il petto,
  Perchè più in rimirarlo altri s'illuda?
  Schiavo sempre viss'ei d'iniquo affetto?
  Di virtù l'alma ebb'egli sempre ignuda?
  O dopo aver d'amor di Dio avvampato,
  Cadde e non sorse, ed a Satàn s'è dato?

Per quai sequele di misfatti orrende
  Scritte nel libro degli eterni guai,
  Dove cancellatrice più non scende
  Del sangue di Gesù stilla giammai,
  Un mortifero bronzo oggi egli prende,
  E d'empia gioia brillano i suoi rai?
  A' rei socii sorride, esce del chiostro,
  E l'arme sotto il manto asconde il mostro.

Sì! del truce delitto ei socii avea!
  Ed appunto i supremi del convento!
  Eran tre questi indegni, e li stringea
  D'infernale amicizia giuramento.
  Lor chiostro che di santi un dì fulgea,
  Fatto avean di turpezze abitamento.
  Ministro e amico loro astuto e forte
  Era colui che or volge opra di morte.

Uscito appena il perfido omicida,
  Guardansi e impallidiscono i preposti,
  E un di costoro all'assassino grida:
  «Riedi! il sappiam che intrepido ognor fosti;
  Questo novo cimento or mal t'affida;
  Riedi! sii obbedïente a' cenni imposti!»
  Ma in covil di superbia e di licenza
  Vano e risibil nome è obbedïenza.

«Ahimè! questi prorompe, ei non m'ascolta!
  Che faceste, o compagni, a suscitarlo?
  Gagliarda fu l'offerta sua, ma stolta,
  Di tor dal mondo l'esecrato Carlo.
  Sempre scherniste di dolore avvolta
  La presaga alma mia, ma il vero io parlo:
  Tanto di colpa in colpa osi vi feste,
  Che omai l'abisso a tutti noi schiudeste».

«Codardo! esclama un de' compagni; pensa
  Che ognor la sorte al nostro messo arrise;
  La sua destrezza in tutte imprese è immensa,
  E altre volte le man di sangue ha intrise.
  Move or egli ad oprar fra turba densa,
  E fian le menti da terror conquise,
  Sì che non arduo esser gli dee celarsi,
  E illeso nelle tenebre ritrarsi».

Il terzo ostenta egual baldanza, e dice:
  «Purch'egli atterri il Vescovo odïato!
  S'anco andasse scoverto l'infelice,
  E in ferri tratto, e a morte strascinato,
  Chi potrà dimostrar ch'eccitatrice
  Fosse la nostra voglia all'insensato?
  Al venerevol Carlo inni alzeremo,
  E il suo uccisor cogli altri imprecheremo».

Intanto l'omicida affretta il passo,
  E sui preposti a sogghignar si sforza;
  Sembragli il loro cor vigliacco e basso,
  Quand'è più d'uopo irremovibil forza;
  E dice: «Io ben son certo che a me lasso,
  Se la prospera stella oggi si smorza,
  Intenti solo ad evitar lor danno,
  Costor l'amistà mia rinnegheranno.

Spero che gioïrò di mia vittoria,
  Ed eroe da lor labbra udrò chiamarmi!
  Quel Carlo ch'ogni nostra ascosa istoria
  Investigare osava e minacciarmi,
  Vedrà come del lituo anzi la boria
  Per la salute del mio chiostro io m'armi!
  Ma s'io perir dovessi?… oh allora tutto
  Meco trarrò l'empio convento in lutto!»

Giunge il ribaldo al vescovil ricinto,
  Ed ascende al tempietto, ove il Pastore,
  Da' famigliari sacerdoti cinto,
  La preghiera seral porgea al Signore.
  Ivi d'oranti assai stuolo indistinto
  Pïamente con esso effondea il core:
  Palpita mal suo grado l'omicida,
  E ancor «Ti penti!» l'angiol suo gli grida.

Ma soffocò tutti i rimorsi, e rise
  Dell'angiol suo e di Dio, come di larve.
  Con ira gli occhi sovra Carlo affise,
  Ed esecrando zelator gli parve.
  A liberarne il mondo si decise,
  E certo il proprio scampo gli trasparve;
  Allo scoppiar dell'avventata morte
  Ratto balzar fidava oltre le porte.

Salmi sciogliendo il Presul benedetto,
  Quel nobil verso di Davìd dicea:
  «Non si turbi, nè tremi ora il mio petto!»
  Quand'ecco sfolgorar la canna rea.
  Al fero tuono, ognun d'ambascia stretto
  Dal suol sorgendo, «Ov'è il fellon?» chiedea.
  Da tergo il colpo giunto era su Carlo,
  E, oh prodigio! non valse ad atterrarlo.

«Non si turbi nè tremi ora il cor mio!»
  Con ferma voce ripigliò il Prelato,
  E in ginocchio rimase a lodar Dio,
  Ed a pregar pel mostro sciagurato.
  S'udì questi ulular: «Preso son io!»
  E il giorno maledire in ch'era nato,
  Ed il padre e la madre, e più il perverso
  Chiostro, ov'ei s'era in tutti vizi immerso.

Taccia il mio carme le bestemmie atroci
  Del traditore e l'infernal suo riso,
  Quando mirò degli abborriti soci,
  Appo i supplizi, impallidito il viso;
  E taccia come, anco all'estreme voci,
  Ei sperar ricusò nel Paradiso:
  L'alma sua dal carnefice spiccata,
  Fu dal re dei demon presa e baciata.

Benchè mirasse nel suo clero istesso
  Carlo intelletti perfidi cotanto,
  Lo sperante suo cor non fu depresso,
  Ma allor anzi doppiò di zelo santo;
  Non ebber più nel santüario accesso
  Tai che d'avi o d'ingegno avean sol vanto;
  Purificata ei la lombarda Chiesa
  Volle ed ottenne, ad alti esempli intesa.

Mentre corregger egli e sublimare
  I suoi tempi ed i posteri anelava,
  E in peste orrenda visto fu esemplare
  Di pietà fra la turba afflitta e ignava,
  E in nessuna miseria il casolare
  Del poverello ei mai non obblïava,
  Pur non tacea di basse alme lo sdegno,
  Ed era ei spesso ai vilipendii segno.

La luce de' suoi fatti alle sincere
  Menti dimostra qual mortale ei fosse;
  E quando ascese alle superne sfere,
  Confusa alfin calunnia ammutolosse.
  Della Chiesa ogni santo condottiere
  Sovra l'orme di Carlo indirizzosse,
  Ed oggi ancor sulle lombarde rive
  Delle virtù del Grande il frutto vive.

Io nulla son, ma ad onorarti appresi,
  E so che sei possente appo il Signore,
  E con fè al tuo sepolcro mi prostesi,
  Ed il pensare a te m'innalza il core:
  Odimi, Carlo, e i miei sospiri accesi
  T'abbian per me ne' cieli intercessore!
  Delle giust'opre caldo amor chiegg'io,
  Chieggio vederti un giorno in seno a Dio!

Tra gl'Itali non v'ha petto gentile,
  Cui söave non sia la rimembranza
  Di pastor sì benefico all'ovile,
  D'uom ch'agli altari diè tanta onoranza.
  Chi, solcando il Verban con petto umìle,
  Non mirò intenerito in lontananza
  L'antica Arona, ove le limpid'acque
  Lietamente dir sembrano: «Ei qui nacque!»

In anni oggi remoti e sempre cari,
  Quell'amabil pur fei pellegrinaggio.
  Gli ultim'astri fulgean tremoli e rari,
  Perocch'era una prima alba di maggio,
  E sui monti segnava oggetti vari
  Impallidito della luna il raggio,
  Finchè cedendo a luce più gioconda,
  Più languidetta in cielo era e nell'onda.

Ed allor sulle cime orïentali
  Rosseggiavan leggère nugolette,
  E spuntavan del sole i dolci strali,
  Qua e là indorando le contrarie vette;
  Ed i fiotti del lago or dianzi eguali
  S'increspavano al tocco delle aurette,
  E nel lor fasto signorile e vago
  L'isole risplendeano in mezzo al lago.

E le spiagge lunghissime e distanti,
  E le molli e le ripide pendici
  Mostravan con moltiplici sembianti
  I lor tugurii poveri e felici,
  E i campanili de' tempietti santi,
  Ove già del mattino ai sacri uffici
  Del vigil bronzo l'eccheggianti note
  Chiamavan le rideste alme devote.

Oh quali eran miei palpiti veggendo
  Arona, verso cui più concitati
  Dal desiderio andavano battendo
  I remi de' nocchieri affaticati!
  Colà s'innalza, e sta benedicendo
  Colossale un'effigie i lidi amati:
  L'effigie del Pastor, per cui d'Arona
  Benedetto nel mondo il nome suona.

Su quell'alto colosso eran mie ciglia
  Lungamente fissate da lontano,
  E quella fè che a tutto il cor s'appiglia
  Da me espelleva ogni pensier profano.
  Parea al mio spirto pien di maraviglia,
  Che il Santo stesso, alzando ivi la mano,
  Accennasse di Dio le creature
  Benedir tutte, e benedir me pure!

Come allora, oggi esclamo con affetto:
  Proteggi, o Carlo, la Lombarda terra,
  Ed ogn'Itala sponda, ed ogni petto,
  Ovunque ei sia, che preci a te disserra!
  Se germe è in noi di ben, rendil perfetto,
  All'opre vili insegnaci a far guerra,
  Veglia su noi qual padre, ed i tuoi figli
  Sprona e guida a vittoria infra i perigli!

SANTA FORTUNULA.

               Bonum certamen certavi.
                    (Tim. II. 4.7).

Ed a te pur, Fortunula immortale,
  La fronte mia s'atterra.
  Deh! chi sarà che ne discopra quale
  Vivesti in sulla terra?

Nulla di te sappiam, fuorchè il bel nome
  E la tomba che il porta,
  E a chiari indizi di martirio, come
  Per nostra fè sei morta.

L'ossa inadulte e il teschio venerando
  Sembran dir che donzella
  Eri trilustre, allor che iniquo brando
  Svenò tua salma bella.

Forse del padre e della madre amata
  Che per Gesù moriro,
  Piangendo sul sepolcro, indi infiammata
  Sentivi te al martiro;

Nè senza loro, e senza il paradiso
  Più viver, no, potesti,
  E magnanima gl'idoli hai deriso,
  Ed ai leon corresti.

Forse malgrado genitori insani
  Che con minacce e grida,
  E con tenere lagrime e con vani
  Spregi voleanti infida,

Dal lor sen con angoscia ti strappavi
  Per abbracciar la Croce,
  E spirando al battesmo li invitavi
  Con amorosa voce.

E forse allora e padre e genitrice
  Commossi al detto caro,
  Sclamavan: «Siam cristiani!» e la cervice
  Porgeano all'empio acciaro.

E forse della vergine alla morte,
  Tal, che sue nozze ambìa,
  Eternamente farsi a lei consorte
  Volle, e con lei morìa.

Noi pure eternamente in ciel vederti,
  O vergin, sospiriamo,
  E il pregarti n'è gioia, ed esser certi
  Che in te un'amica abbiamo.

Due menti pie tua spoglia hanno raccolta
  E tratta a queste sponde,
  Ambe quell'alme a te devote ascolta,
  E sien per te gioconde.

E chiunque a Fortunula s'inchina
  Gentile ottenga un core
  Che lieto porti alla beltà divina
  Immensurato amore!

E le afflitte, scampate appo quest'ara
  Dalle mondane frodi,
  Obbliin lor pene, celebrando a gara
  Di te, di Dio le lodi.

SANTA FILOMENA.

            Laudate Dominum in sanctis ejus.
                          (Ps. 50. 1).

Vidi sembianti di disdegno accesi,
  Quando dapprima infra devoti cuori
  Nome sonar di Filomena intesi:

E chiesta la cagion di tai rancori,
  Udii fremiti alzar, che così poco
  L'unico Ver, l'unico Iddio s'onori!

«Perchè, gridavan con alterno foco,
  Perchè non al Signor dell'Universo,
  Ma a novelli suoi santi ognor dar loco?

«Culto quest'è risibile e perverso!
  Secoli di barbarie lo foggiaro!
  Distruggerlo omai dee secol più terso!»

De' corrucciati al querelarsi amaro
  Applaudiron taluni, ed applaudendo
  Senno svolger sublime essi agognaro.

Io non capii qual fosse lo stupendo
  Argomentar di quegl'ingegni acuti,
  E meditai, nè tuttodì il comprendo.

Alla luce del Bel mi sembran muti,
  Se stiman colpa o ignobiltà un amore
  Portato a petti in santità vissuti.

Nè so perchè sia di barbarie errore
  L'aver per sacre l'ossa di que' forti,
  Che a noi lasciàr d'alta virtù splendore;

Nè scorgo quale al nostro secol porti
  La Chiesa oltraggio, quando ancor favelli
  D'egregi estinti, e ad imitarli esorti;

E n'esorti a pensar che vivon quelli
  Non senza possa al Re del Cielo amici
  E lor pietate ad invocar ne appelli.

A te, Religïon, credo che il dici,
  Ma se tacessi, anco ragione il grida:
  Anzi al Giusto si curvin le cervici!

Io così sento, e quindi appien m'affida
  Ogni defunto sugli altari alzato,
  Bench'altri al volgo me pareggi, e rida.

E m'affida ogni tumulo illustrato
  Da indubitati segni, in cui ravviso
  Ch'ivi hann'ossa di martir riposato.

Chè, se storia pur manca onde provviso
  Venga al desìo dei posteri, a me basta
  Nome d'ignoto assunto in paradiso.

Il caro nome tuo solo sovrasta
  Evidente alla terra, o Filomena,
  Ma indarno inclito onor ti si contrasta.

Parla il tuo avello, e d'alta grazia è piena
  L'ampolla di quel sangue che spargesti
  Per Gesù, in chi sa qual crudele arena!

Sensi di fè, d'amor si son ridesti
  In color cui tue spoglie e il venerando
  Tuo dolce impero il Cielo ha manifesti.

Sensi di fè e d'amore, e donde e quando
  Cessaron d'esser palpiti gentili,
  Che a bassi affetti inducono a dar bando?

Ah no! Color che ad una Santa umìli
  Porgono omaggio, memori ch'è santa,
  Pronti non sono ad opre e pensier vili!

Nel memorar somme virtudi, oh quanta
  Riconoscenza per quel Dio si sente
  Che alzò i mortali a dignità cotanta!

Il tuo sepolcro a questi dì presente
  Ne dice, Filomena, alti dolori
  Pel vero sostenuti arditamente.

Nè discreder possiam che tu avvalori
  Di quei la prece che, a te innanzi proni,
  D'aver simile al tuo chieggon lor cuori.

Nè mi prende stupor se forse a' buoni
  Sembrò in lor sante visïoni udirti,
  E imparar di tua morte le cagioni,

E se degnando alle lor brame aprirti,
  Ottenesti da Dio che in premio a fede
  S'annoverasser fra i più eccelsi Spirti.

Infelice quel torbo occhio che vede
  Ne' culti, nostri amanti e generosi
  Frode o stoltezza, e accorto indi si crede!

Alma beata, impetra che siam osi
  D'amarti e benedirti infra gli scherni
  Degl'intelletti freddi e burbanzosi.

Ispirane il desìo de' lochi eterni,
  E anco i nemici tuoi vinci ed ispira!
  Chiedi al Signor che tutti noi governi

Luce di carità, non luce d'ira!

LA BENEFICENZA.

            Esurivi enim, et dedistis mihi manducare.
                              (Matth. 26.35).

Mentre tanti di nome e d'òr potenti
  Volgono a vanitate e nome ed oro,
  Nè a taluni più bastano i contenti
  Che sulla terra Iddio concede loro;
  Mentre a meglio goder cercan furenti
  La propria gioia nell'altrui disdoro,
  Simili a falsi Dei d'età lontane
  Che a' lor piedi volean vittime umane;
          E mentre mirando
            Que' ricchi malvagi
            Il volgo fremente
            Che invidia lor agi,
            Esagera, infuria,
            Invoca dal Ciel
            Su tutti i felici
            Sanguigno flagel;

Que' flagelli rattiene il ricco pio
  Che riparar gli altrui misfatti agogna,
  E oprando assai per gli uomini e per Dio,
  Anco d'essere inutil si rampogna:
  Degl'innocenti aiuta il buon desìo,
  Gli erranti tragge a salutar vergogna;
  Onora l'arti ed anima l'artiero,
  E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero.

        Il volgo commosso
          Ripensa, si calma,
          Capisce che il ricco
          Può aver nobil alma:
          Insegna a' suoi figli,
          Che pace e lavor
          Del povero sono
          Salute e decor.

Salve, o di carità sacra fiammella
  Che accendi il cor del pio dovizïoso!
  Se a noi mortali fulgi or così bella,
  Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo?
  A lui che, tutte mentre a sè le appella,
  Le appella a mutuo affetto generoso!
  A lui che quando cinse umano velo,
  Ci palesò che tutto amore è il Cielo!

        Amore santifica
          Tesori e palagi,
          Amore santifica
          Tuguri e disagi;
          Amor sulla terra
          Può tutto abbellir,
          L'impero, il servire,
          La vita, il morir.

Amato molto, amato sia il Signore
  Ch'è modello de' ricchi impietositi!
  Amato molto, amato sia il Signore,
  Modello ai cuori da sventura attriti!
  Amato molto, amato sia il Signore
  Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti!
  Amato molto, amato sia il Signore
  Che per l'anime umane arde d'amore!

        Oscuro o potente,
          Di Dio tu sei figlio,
          Fratello degli Angioli,
          Ancor che in esiglio!
          Gran fallo ci avvolse
          Nel fango e nel duol:
          Amiam! ci fia reso
          Degli Angioli il vol!

UNA DONNA.

         Quoniam mulier sancta es et timens Dominum.
                          (Judith. c.8.29).

Nota è a me sulla terra una mortale
  Che dal Ciel tutti i doni ebbe più chiari:
  Poch'alme han forza d'intelletto eguale,
  E fior dal meditar colgon sì rari:
  S'alza di fantasìa su fulgid'ale,
  E a' più posati ragionanti è pari:
  Pronta discerne il ver, pronta l'addita,
  E tanta luce è da umiltà addolcita.

Cinta ell'è di ricchezze e di splendore,
  E le aggradano brio, riso, favella;
  Tutte potrebbe del suo viver l'ore
  Incantar con magìa sempre novella:
  Par che delizïato il suo bel core
  Ogni affannoso sentimento espella;
  Ma questa d'eleganti arti regina
  Nutre d'egregi fatti ansia divina.

E color che l'ammirano raggiante
  D'ingegno e grazia in suoi ridenti crocchi.
  Ignoran che fissati ha poco avante
  Sopra miseria spaventosa gli occhi;
  Che sua candida man dianzi tremante
  Alzò il mendico prono a' suoi ginocchi;
  Che il delicato piè stanco or riposa
  D'aver recato ad egri aïta ascosa.

De' suoi giorni in sull'alba acerba morte
  Rapito a lei la dolce madre avea;
  Ma il padre in sen chiudeva anima forte,
  Anima avversa ad ogni bassa idea:
  Ei della figlia le pupille accorte
  Volgere a desideri alti sapea:
  Pensante crebbe, e in ogni tempo ambìo
  Il sorriso del padre e quel di Dio.

Data fu la sua destra a mortal degno
  Di tesauro sì bello e invidïato.
  Lontana dal natìo, gallico regno,
  Mosse al diletto suo compagno a lato:
  Non mirò i novelli usi con disdegno,
  Non portò di straniera orgoglio usato:
  Amò la nova patria, amò l'antica,
  Visse de' giusti d'ogni lido amica.

Il livor de' volgari alla gentile
  Perdonò l'esser nata in altre sponde,
  Tanto le piacque farsi a noi simìle
  Avvezzando le sue labbra faconde
  Non solo al bel, sonante italo stile,
  Ma al dïaletto che di Dora all'onde,
  E in tutte le dolci aure subalpine,
  Bench'irto, par che ad amicizia inchine.

Ai genitori dell'amato sposo
  Abbellì reverente i vecchi giorni,
  Però che ognor fu suo pensier pietoso
  Che da nostr'opre gloria al Signor torni,
  E da noi con amor religïoso
  La voce del vicin di rose s'orni,
  E dal Ciel maggiormente al dolce sesso
  Recar sollievo altrui venga commesso.

Ma a costei non bastava entro sue mura
  Spander pietà, sorriso, amore e pace:
  Dello spettacol dell'altrui sventura
  Nel petto le scendea duol sì verace,
  Che santa spesso l'assalìa paura
  D'appagarsi in virtù scarsa e fallace:
  Pareale ch'a indigenza oro gittando,
  Poco pur sia di carità al comando.

Allor si fu che a visitare assunse
  Il tugurio di gioia derelitto;
  Allor si fu che più desìo la punse
  Di commoversi al gemer dell'afflitto;
  Allor, com'angiol, fra i sospiri giunse
  Di tapine espïanti il lor delitto;
  Allora, insieme a facil don, largiva
  Fatiche, ambasce, carità più viva.

Per alcun tempo di celar s'impose
  Ai leggeri del mondo i passi santi:
  Non già che paventasse le vezzose
  Celie dell'alme vili ed inamanti,
  Ma perchè vereconda ella ognor pose
  L'orme sue pe' sentieri al ciel guidanti:
  Poi cotal luce sue bell'opre diero,
  Che ad alcun più sottrar non si potero.

Fra i tristi cuori ond'era impietosita
  S'annovravano quei delle infelici,
  Che, sebben colpa in lor venga punita
  Da universale scherno e leggi ultrici,
  A risorgere ancor bramano aïta,
  E affetti serban di virtute amici:
  Men proprii falli che gli altrui talvolta
  Più d'una d'esse han nell'obbrobrio avvolta,

In pria delle dolenti incarcerate
  Si fe' consiglio, e al lor governo diessi:
  Da lei furo ivi pene allevïate,
  E di religïon gaudii concessi:
  Furon le trepidanti alme incorate,
  E talor vinti i cuor più duri istessi:
  Dove eran pria disordine e furore,
  Addusse pace e penitenza e amore.

E non fugaci benefizi questi
  Brillàr di caldo ma incostante petto:
  Riede ogni giorno in quegli alberghi mesti,
  E vi sparge opportun, söave detto.
  Acqueta ivi gli spirti ad ira presti,
  Ispira cortesìa col dolce aspetto:
  Il sincero ammendarsi o loda o sprona,
  E i migliorati cuori guiderdona.

Ma pur fuori del carcere infinite
  Donne e fanciulle in duol veggionsi immerse,
  Che per amor falliro e fur tradite,
  Ed ahi! di fama più non vivon terse.
  Rïalzarsi vorrìan, ma da inaudite
  Sorti vittima son d'alme perverse:
  Sottrarsi anelan da periglio ed onta;
  Ov'è una destra a sostenerle pronta?

Tal destra ecco a lor tendersi! ed è quella
  D'una mortal, che, siccom'angiol monda,
  Pur contro al suo decoro non appella
  L'inchinarsi a infelice vagabonda,
  L'udirla con dolcezza di sorella,
  L'aprirle un tetto ove il suo pianto asconda.
  D'afflitte ed oltraggiate a molta schiera
  Quel pio rifugio è di virtù carriera.

Non somiglia a prigion, non è prigione;
  Ad entrarvi le ree non son costrette:
  Nè quelle, che invocata han tal magione,
  Ivi da forza fremon quindi strette.
  Asilo è d'alme per rimorso buone,
  Che lavorano e gemono solette,
  E pregano il Signor pel mondo tristo,
  Che il lor fallir con empio scherno ha visto.

Poscia che fu quel mite albergo eretto
  Per pensier della donna generosa,
  Provvide ella che attiguo un altro tetto
  Sorgesse a secondar vaghezza ascosa
  D'ammendate, che in velo benedetto
  L'anima aver chiedeano a Gesù sposa:
  Un solo tempio i duo ricovri unisce,
  E il mutuo canto i lutti ivi addolcisce.

Talor io di quel tempio in segregata
  Parte mi prostro, e mesco i preghi miei
  A quelli della pia turba scampata
  Dalla pietà operosa di colei.
  L'anima mia a quel canto si dilata,
  E occulto piango su miei giorni rei;
  E in cotal donna ad altri spirti duce
  Ravviso anco per me celestial luce.

Nè quest'amica degli afflitti cuori,
  Per ritrarli all'altezza del Vangelo,
  Li circonda di spregi e di rigori,
  Si ch'ognor tremin, quasi in ira al cielo:
  Del pentimento ai nobili dolori
  Vuol congiunta speranza e amante zelo;
  Vuol quella santa ilarità tranquilla,
  Per cui la Croce maggiormente brilla.

Certo, ell'avea le inique voci udito
  Contro a religïon vibrate spesso:
  Che selvaggia sia questa, ed avvilito
  Cada, se a lei si volge, un cuore oppresso;
  Mostrar quindi la saggia ha statüito,
  Che fede e cortesia si danno amplesso,
  Che penitenza e consolante riso
  Ponno concordi alzarci al Paradiso.

Ah sì! caratter questo è ben del vero,
  E sol di Cristo nella legge splende!
  Che in chiunque a virtù mova sincero,
  Santificati e duolo e gaudio rende:
  Retta è la via del penitente austero
  Che ne' deserti caritade accende:
  Retto altresì, purchè temprato e pio,
  È il civile consorzio innanzi a Dio.

Onore ai forti Anacoreti! e onore
  A tali, che bensì reggon la Croce,
  Bensì il proprio e l'altrui piangono errore,
  Nè ignoran di mestizia il carco atroce,
  Ma rimangon nel mondo, e con amore
  Spandendo van religïosa voce!
  Duo son diversi modi, ambo divini,
  Per cui l'uomo al Signor si ravvicini.

L'ammirata da me soccorritrice,
  Mentre al Signor ravvicinare anela
  Adulta moltitudine infelice,
  Pur di bimbi plebei prende tutela;
  Perocchè padre indarno e genitrice,
  Che faticando tutto il dì trafela,
  Vorrìa de' meschinelli assumer cura,
  E, negletta l'infanzia, ahi! si snatura.

Memore che sì cari il Dio umanato
  Dichiarò i pargoletti ond'era cinto,
  La pia nel proprio ostello ha radunato
  Stuol di fanciulli in duplice ricinto,
  Ove, mentre sostegno al corpo è dato,
  Viene a virtù il crescente animo spinto,
  Vigilando colà vergini umìli
  Ad addolcire i palpiti infantili.

Intanto, pur allor che senza asprezza
  Un cor religïon fervido porta,
  Consüetudin mai di vil mollezza,
  Nè per sè, nè per altri unqua sopporta.
  Poco gl'incanti della vita apprezza
  Chi di celeste amor l'alma conforta:
  Giorni in secreto mena penitenti,
  E se bello è il rischiar, corre ai cimenti.

Questa donna vegg'io quindi nel tristo
  Tempo in cui Dio l'indico morbo scaglia
  Trarre agl'infermi ad onta del previsto
  Pericolo che a molti il cuore ismaglia.
  Compiange, esorta, ajuta, e volge a Cristo
  Chi in angoscia di morte si travaglia,
  Poscia a piangenti vedove e orfanelli
  D'orrenda povertà tempra i flagelli.

In tai fatiche ed in quell'aure infette
  Langue della gentil la debol salma,
  Ma sinch'altri giovar Dio le permette,
  Ella non osa a sè conceder calma:
  Il benevol desìo forza le mette,
  E sua fiducia dal Signore ha palma:
  Dolora, ma prosegue, e con sant'arte
  Altrui suoi patimenti asconde in parte.

Tal esser può sì fievol creatura,
  Qual è donna cresciuta a splendid'agi,
  Quando al lume del Ciel che l'assecura,
  Pace e gloria non pone in bei palagi,
  E rammenta che un Dio prese figura
  Di poverello, e visse infra disagi,
  E di lui ne assevràr le labbra sante
  Che in ogni afflitto Ei stassi a noi davante!

Tal esser può, restando pur nel mondo
  E in convenevol, fulgida eleganza,
  Chi nutre del Vangel senno profondo,
  Chi gode esser di Dio fatto a sembianza,
  Chi sa che spirto uman d'opre fecondo
  Non dee in van'ombre usar la sua possanza,
  Ma in amar Dio! ma in dimostrargli amore,
  Sempre sacrando all'altrui bene il core!

LE SALE DI RICOVERO.

           Qui susceperit unum parvulum talem
             in nomine meo, me suscipit.
                                (Matth. 18.5).

«Son pargoletto e povero e ammalato;
  Abbi pietà di me, Gesù bambino,
  Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!

Me qui lascia la mamma ogni mattino
  Nel solingo tugurio, ed esce mesta
  Il nostro a procacciar vitto meschino.

Ancella move a quella casa e questa,
  Ed acqua attinge e lava e assai si stanca,
  E vive appena, ed indigente resta.

Qui soletto io mi volgo a destra, a manca,
  Senza dolcezza di parole amate,
  E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.

Le melanconich'ore prolungate
  M'empion l'alma di pianto e di paure,
  E mi sfogo in ismanie sconsolate.

Amor la madre assai mi porta, e pure
  Quando al tugurio torna e pianger m'ode,
  Spesso le voci sue prorompon dure;

Talor mi batte, e duolo indi mi rode,
  Sì che allor quasi affetto io più non sento,
  E in maligni pensieri il cor mi gode.

Povera madre! il viver nello stento
  Estingue nel suo spirto ogni sorriso,
  Ed anch'io più cruccioso ognor divento.

Gesù, prendimi teco in Paradiso,
  O tempra la tristezza che m'irrita,
  E rasserena di mia madre il viso:

Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta,
  Fa che deserto io non mi strugga tanto,
  Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita.

Se ad altri bimbi io respirassi accanto,
  E non sempre gemessi, e qualche mano
  Söavemente m'asciugasse il pianto,

Crescerei più benevolo e più sano,
  E più caro alla madre io mi vedrìa:
  Lassa! altrimenti ella fu madre invano!

Ella al mio fianco in pace invecchierìa,
  E per essa con gioia adoprerei
  A laudevol sudor mia vigorìa.

Le poche forze ai patimenti rei
  Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena,
  Nulla i miei giorni avran fruttato a lei.

Ovver, se presto a morte non mi mena
  Tanta miseria, crescerò doglioso,
  Me coll'afflitta madre amando appena.

Ed ella pur mi dice che odïoso
  Il povero alla terra e al ciel rimane,
  Quando alle brame sue non dà riposo,

Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.

        Ed ecco del bimbo
          La mamma ritorna:
          È stanca, ma un raggio
          Di gioia l'adorna;
          S'asside a lui presso,
          Lo stringe al suo sen.
            «Oh quanto sinora
          Mi dolse, o figliuolo,
          Lasciarti ogni giorno
          Sì tristo, sì solo!
          T'allegra: celeste
          Soccorso a noi vien.

        «Nell'ore ch'ai figli
          Non ponno dar cura
          Le madri, cui preme
          Fatica e sventura,
          Da provvide menti
          Ricovro s'aprì.
            Alquanto risana,
          E là tu verrai:
          Son piene due sale
          Di pargoli omai:
          Giocando, imparando,
          Vi passano il dì.

        «Al santo pensiero
          Che aprì quel ricetto,
          Ministre si fanno
          Con tenero affetto
          Più vergini umìli,
          Sacrate al Signor:
            Null'altro che amarti,
          Il sai, potev'io,
          Ma quelle söavi
          Ancelle di Dio
          Più dolce, più giusto
          Faranno il tuo cor.

        «Io, conscia che al figlio
          Non manca un'aïta,
          Trarrò senza pianto
          Mia povera vita,
          L'usato lavoro
          Stimando leggèr.
            Al tetto materno
          Verrai verso sera,
          E sempre alzeremo
          Concorde preghiera
          Per l'alme pietose
          Che asilo ti dier».

Quel fanciulletto già infermiccio e tristo,
  Indi a non molto, in sì benigna scuola,
  Rosee le guance e lieti i rai fu visto.

Oh d'amorose labbra la parola
  Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini,
  Addolcisce le doglie e li consola!

D'entrambo i sessi i pargoli tapini
  Ivi sottratti vanno a rio squallore,
  Ed a costumi stolidi e ferini.

Che invan vorria la madre o il genitore
  Occhio assiduo tener sui cari pegni,
  Qua e là faticando per lungh'ore.

Abbandonati a sè, crescere indegni
  Veggionsi quindi d'assai plebe i figli,
  Egre le membra ed egri più gl'ingegni.

Per cadute e per cento altri perigli
  Vedi qual di storpiati e di languenti
  Esce turba da' poveri covigli!

Quanti avrian le persone alte e ridenti
  Ch'essi strascinan luride e contorte,
  Perchè guaste d'infanzia agli elementi!

Oh benedetti voi che sulla sorte
  Della schiatta plebea v'intenerite,
  E pensate a scemarle e vizi e morte!

In voi sì belle le grandezze avite
  Non son, quant'è il magnanimo disìo,
  Onde a tanti innocenti asilo aprite.

Memori siete di quell'Uomo-Iddio
  Che, cinto da drappel di bambinelli,
  Li confortava col suo sguardo pio,

Ed imponea d'assomigliare a quelli.

        E voi benedette,
          Donzelle pietose,
          Che al Dio de' bambini
          Facendovi spose,
          Di madri assumete
          Le pene e l'amor.
            Per voi dalla terra
          Piacer non alligna:
          Fors'anco taluno
          Vi guarda e sogghigna,
          Vi chiama delire
          Da stolto fervor.

        Ma voi non curanti
          Di plauso o di scherno,
          I poveri amando
          Amate l'Eterno,
          Ai bimbi servendo
          Servite a Gesù.
            Il mondo che ignora
          Del core i misteri,
          Non sa che più dolce
          Di tutti i piaceri
          È l'umil conflitto
          D'arcana virtù.

        La vergine sacra
          Al Dio degl'infanti
          Sublima sue pene
          Con palpiti santi;
          È abbietta ai mortali,
          Ma l'anima ha in ciel.
            Con Dio nella mente
          Le cure più gravi,
          Le cure più vili
          Diventan söavi:
          Bassezza non tange
          Un'alma fedel.

        La vergine sacra
          Al Dio de' bambini
          Vagheggia in Maria
          Affetti divini,
          Le impronte cercando
          Di lei seguitar.
            Non volgono ai bimbi
          Tirannico ciglio
          Color, che mirando
          Maria col suo Figlio,
          Li veggon dal cielo
          Sui bimbi vegliar.

        Ah! sì, benedette
          Voi tutte, o bell'alme,
          Che ai miseri infanti
          Porgete le palme,
          Di padri e di madri
          Vestendo l'amor!
            Pensier non vi preme
          Di plauso o di scherno:
          I poveri amando
          Amate l'Eterno:
          Ai bimbi servendo
          Servite al Signor.

LA GUIDA.

          Cuius anima est secundum animam
            tuam.
                       (Eccli. 37.16).

Ognor amai sublimi oggetti, e ognora
  Un più di tutti:—ah! quei non era Iddio,
  Non era il sommo Ben ch'or m'innamora!

Ma fra i cuori mortali era il più pio
  Ch'io conoscessi, era alcun nobil cuore
  Che a virtute innalzasse il desir mio.

Quai debbo grazie renderti, o Signore,
  Che fra mie cieche idolatrie pur mai
  In beltà vili non ponessi amore!

Nell'obblïar tua propria luce errai,
  Ma negl'idoli miei sempre io bramava
  L'ineffabile incanto de' tuoi rai.

Se creature troppo io venerava,
  Erano creature in te invaghite;
  Era qualch'angiol che ver te volava.

Tai luminose tracce ivan seguite
  Sol dagli sguardi miei maravigliati,
  E nel mondo io tenea l'orme irretite;

Ma perocch'io vedea gli angioli amati
  Anelare a' tuoi lumi e benedirti,
  Io pure i lumi tuoi sempre ho sperati.

Intero il voler mio non seppi offrirti
  Per lungo tempo, e nondimen io ardeva
  D'annoverarmi fra i più giusti spirti.

I conosciuti iniqui io respingeva,
  E quando d'amicizia ad uom m'unìa,
  Alto core a mio senno in lui fulgeva.

Or non più, non più voglio idolatrìa,
  Supremamente amar voglio te solo,
  Benchè ogni fido tuo caro a me sia.

Ma perdona se pure infra lo stuolo
  Delle tue creature predilette
  Una più ch'altre sulla terra io colo.

Ella a fere calunnie non credette,
  E mi difese da' nemici miei!
  Ella a ben far tutti i suoi passi mette,

Ella è mia guida, il nostro Sol tu sei!

L'ANTICO MESSALE,

              Et benedictae reliquiae tuae!
                         (Deut. 28.5).

Oh ben a dritto più di gemme e d'oro
Ch'abbian sol di ricchezza immenso pregio,
Ami, o Donna gentil, questo tesoro,
Che vetustà rarissima fa egregio:
Muto è al cor de' mortali ogni lavoro
Che splenda sol come opulento fregio:
Qui de' secoli v'è l'alta parola
Che percuote ed in un turba e consola.

Qui v'è un incanto ch'a noi stende innanzi
  Remotissimi giorni, i giorni alteri,
  Allorchè di barbarie infra gli avanzi
  Fiorian città, castella e monasteri,
  E non sol grandeggiavan ne' romanzi
  Le sante dame e i santi cavalieri,
  Ma di religïone e di portenti
  Tutte fervean le più elevate menti.

V'abbondavan dolori, e v'abbondava
  D'armati rei la vïolenza atroce;
  Ma mentr'era sì forte ogn'indol prava,
  Forte in cor degli eletti era la Croce!
  Di forza era un'età che suscitava
  Tra l'iniquo ed il buon guerra feroce:
  Stupor ci fa tal quadro e ci atterrisce,
  Ma con somme virtù pur ci rapisce.

Io non posso adorar l'età lontane,
  Ma nè pertanto adorar so la mia,
  Chè troppo da vicin veggo profane
  Opre d'assai maligna e vil genìa,
  Sì che gemendo alle speranze vane
  Di chi grida, or regnar filosofia,
  Io non ami onorar que' vetust'anni
  Di cui non sento almen tutti gli affanni.

Da qual lato pur penda la bilancia
  De' meriti maggiori e de' delitti,
  Gode la fantasìa quando si slancia
  Fra monumenti o per magìa di scritti
  In mezzo a quelle stirpi use alla lancia,
  Alle preghiere, ai mistici conflitti,
  Ai romeaggi, ai ruvidi cilìci,
  A tutta l'energìa de' sacrifici.

E ciascun che non basso abbia l'ingegno
  Ammira que' giovanti cenobiti,
  Ch'oggi il diffamator con riso indegno
  Pinge ozïosi, inutili, insaniti:
  Senza i loro intelletti, avrebbe il regno
  D'ignoranza coverto i nostri liti:
  Ingratitudin dementò la terra,
  Quando in sua civiltà lor mosse guerra.

L'anima langue e impicciolisce quando
  La ristringiam ne' quattro dì presenti:
  Nobil uopo ha di spargersi, abbracciando
  Avi e imperi e costumi e grandi eventi:
  Uopo ha di meditar, commiserando
  Coi nostri error quei delle scorse genti:
  Uopo ha d'uscir di sue natìe catene;
  Ogni tempo, ogni spazio le appartiene.

Tale, o Donna pensante e generosa,
  Tal è l'arcano che ti molce il core,
  Gli occhi ponendo su vetusta cosa,
  E più se esprime santità ed amore.
  Dove non sorge l'alma tua pietosa
  Con questo antico libro del Signore,
  Che già posò su chi sa quali altari
  A' giorni de' Crociati e de' Templari?

A que' dì tu vi scorgi il Re Luigi
  Forse vivente ancora, o appena estinto,
  La sua bontà, il suo senno, i suoi prodìgi,
  I prodi cavalieri ond'era cinto,
  Il suo partir dai campi di Parigi
  Per la fatale impresa ove fu vinto;
  Fors'ei nel visitar conventi ed are
  Queste pagine vide alluminare.

Il rimirar que' resti e quella polve
  Che a noi tramanda la lontana etate,
  Ci dice come Dio sempre dissolve
  Tutte le cose sulla terra nate;
  Ci sublima lo spirto, ci disvolve
  Dai vincoli di nostra vanitate:
  Per la scala de' secoli il pensiero
  Alza sull'orme dell'eterno Vero.

Di quanti regi e prenci e capitani
  Festeggiando la nascita o la morte
  Questo libro servì nei riti arcani
  Che al debol uomo uniscono il Dio forte!
  Di quanti celebranti e sguardo e mani
  Lo toccaro, onde ignota oggi è la sorte!
  Quante labbra baciàr questo Evangelo
  Di sacerdoti or glorïosi in cielo!

Forse colui che tante veglie stette
  Su queste venerate pergamene,
  Fu Paladin che il proprio sangue dette
  Col pio Luigi sull'Egizie arene,
  E al santo Re l'ultimo dì assistette,
  E fu ludibrio all'ire saracene,
  Poi ritornato nella dolce Francia
  Appese entro d'un chiostro e spada e lancia;

E venduti i suoi campi e dispensato
  Ogni suo avere a' poveri e alla Chiesa,
  Volle che il viver suo fosse immolato
  Ad oscura umiltà d'amore accesa;
  Eccol fattosi monaco e obblïato
  Dalla turba del mondo ai gaudi intesa!
  Eccolo salmeggiante assiso in coro,
  O in cella volto ad un gentil lavoro!

Al lavoro di splendido Messale
  Che pazïentemente ei sta vergando;
  E poichè per ferite più non vale
  Sua nobil destra a servir Dio col brando,
  Come già il sangue, ora con gioia eguale
  Gli offre l'ingegno, questo libro ornando,
  E gode in abbellir d'oro e di fiori
  Quelle preci che tanto alzano i cuori.

Egli il buon Salvator dipinger gode
  Per cui sì volentieri ha combattuto,
  E la Vergin Maria che lo fè' prode
  E sempre in guerra gli ha prestato aiuto;
  Del pennello ogni tocco è una sua lode,
  Un sospiro di grazie, un pio saluto:
  Circondano Angioletti il pittor santo
  Dando all'opera sua celeste incanto.

Ma tu meglio di me, Donna, volgendo
  Quest'antico Messal senti secrete
  Inaudite armonie che appena intendo,
  Che mal accenna il verso o mal ripete:
  Parla tu stessa, dal tuo labbro io pendo;
  Delle soavi tue parole ho sete.
  Tutta adorna con esse è l'arpa mia,
  Tutta luce è di te mia poesia!

FINE DEL PRIMO VOLUME.

INDICE.

La mia Gioventù…………..pag. 9.
A Dio……………………… 14.
Dio Amore………………….. 18.
Maria……………………… 20.
L'Uomo…………………….. 22.
La Redenzione………………. 26.
La Croce…………………… 30.
Gli Angeli…………………. 35.
Le Chiese………………….. 44.
Le Processioni……………… 77.
I Parenti…………………. 110.
I Santuarii……………….. 131.
Le Passioni……………….. 142.
I Secoli………………….. 149.
Alessandro Volta…………… 168.
Ugo Foscolo……………….. 177.
Lodovico de Breme………….. 188.
La Patria…………………. 195.
Saluzzo…………………… 201.
Il Poeta………………….. 210.
Sospiro…………………… 213.
La Mente………………….. 215.
Mestizia………………….. 218.
Teresa Confalonieri………… 221.
L'Anima d'una figlia……….. 224.
L'Anima di Clementina………. 230.
Verità e Sofismo…………… 233.
Il Colera in Piemonte………. 239.
Cessato il Colera………….. 243.
Il Voto a Maria……………. 248.
La Madre degli afflitti…….. 252.
Dio e Maria……………….. 256.
Un Filosofo……………….. 258.
San Carlo…………………. 266.
Santa Fortunula……………. 281.
Santa Filomena…………….. 284.
La Beneficenza…………….. 289.
Una Donna…………………. 293.
Le Sale di ricovero………… 304.
La Guida………………….. 313.

Con permissione.