SAN CARLO.
Bonus pastor animam suam dat
pro ovibus suis.
(Ioh. 10, v. 11).
Oh! quanto degno è di fiducia un grande
Di pietà e sacrificii operatore,
Che fu debol mortale, ed ammirande
Forze trovò nel suo sublime amore!
Fama antica non è che voci espande
Sovra Carlo, d'Insubria almo Pastore;
Ei visse quasi ieri, e sue pedate
In tutto il suol natìo sono stampate.
E perocchè de' secoli non volve
Oscura nube di sua vita i fatti,
Dir non possiamo: «Era d'un'altra polve,
Era di tempi al dolce errar men atti».
Dir non possiam: «Noi tal etade involve,
Che irresistibilmente al mal siam tratti».
Ma ravvisiam come in orrendi tempi
Possan pur di virtù fulgere esempi.
Sotto il tempio gigante di Milano
Un delubro contien la sacra spoglia;
Colà viene il devoto da lontano,
E de' commessi falli si cordoglia,
E fede ha ch'ivi niun pregar sia vano,
E torna speranzoso alla sua soglia;
E narrato è di cuori, un dì perversi,
Che furono per sempre al ciel conversi.
Talora a quel delubro io discendea
Dubbio su tutto, e quasi su Dio stesso,
E lung'ora solingo ivi gemea
Da sciagurate passioni ossesso,
Poi vedea mover giù dalla scalèa
Il poverel da' suoi malori oppresso,
Ch'appo il corpo del Santo s'inchinava,
E di lui la beata alma pregava.
La fè del poverello io con dolcezza
Invidiando, era commosso al pianto,
E vergognava della ria stoltezza
Che sovente di senno usurpa il manto;
E allor tutta splendeami la bellezza
Del culto ch'elevar può l'uom cotanto;
E Carlo io pur pregava, e in me largita
Tosto sentìa di maggior fede aita.
Sempre onorai quel forte: ad onoranza
M'astringon que' magnanimi mortali,
Ch'osano concepir l'alta speranza
Di sveller d'infra il mondo orrendi mali;
Ch'osan, non per vendetta od arroganza
Contro a poter di soverchianti eguali,
Ma di Dio per amore e delle genti
Confonder dell'iniquo i rei contenti.
Di Carlo a' tempi, vïolenza e orgoglio
Spesso ne' sommi e oscenità regnava,
E de' vili costumi il turpe loglio
Indi più nella plebe pullulava;
Innocenza per tema e per cordoglio
Da ogni parte ascondeasi e palpitava,
E se la raggiungea braccio nefando,
Irrugginito era di legge il brando.
E perchè inetta era la legge ultrice,
L'uomo spogliato del paterno avere,
E il padre della vergine infelice
Che a lui rapita avea truce potere,
Fean la propria lor destra esecutrice
Di cieche stragi e di perfidie nere,
E in mezzo al sangue gli uomini cresciuti
L'ire feroci esser credean virtuti.
E per maggior calamità d'allora
Premeano Italia immiti ferri estrani,
Onde tra parte e parte ardean tuttora
Più frequenti gli oltraggi e gli odii insani;
E perchè il volgo stolido peggiora
Quando vien retto da esecrate mani,
La podestà straniera incrudelìa
Quanto più il volgo oppresso l'abborrìa.
E in sì gravi sciagure, onde cotanta
L'ignoranza e l'obblio dell'Evangelo,
Anche la schiera che dovrìa più santa
Sfavillar, perchè interprete del Cielo,
Campioni egregi aveva, sì, ma oh quanta
Feccia sol mossa a farisaico zelo,
Inimica di Roma, e sovvertente
Co' rei costumi ipocriti la gente!
Su' tristi giorni suoi Carlo fremea:
Data non gli era onnipossente mano,
E pur argin gagliardo imporre ardea
A quel di vizi orribile oceàno.
Non disperò della sublime idea,
Il soccorso affidandol sovrumano,
Vide ch'altri giovar uomo può sempre,
Se a virtù somma sè medesmo tempre.
Dio benedisse quell'eroica brama,
Il suo servo su molti altri estollendo,
E tal gli die di giusto Presul fama,
E linguaggio amorevole e tremendo,
Che, mentre de' perversi ad ogni trama
Fu visto questi oppor senno stupendo,
Ad amarlo costretti o a paventarlo,
Tutti il messo di Dio scerneano in Carlo.
Chè se rigore e dignitosa vita
Il Vescovo integerrimo imponeva,
Ei pria mollezza avea da sè sbandila,
E co' poveri il pan condivideva,
E l'austera sua mente era addolcita
Da quel sorriso che gli afflitti eleva;
Co' superbi terribile soltanto,
D'ogni infelice intenerialo il pianto.
Del paterno suo cor fur monumento
Ospizi per famelici ed infermi,
E istituti ove sprone ed alimento!
Dato venia d'intelligenza a' germi,
E il suo forte, moltiplice intervento,
Ove occorrean contr'ingiustizia schermi,
E l'impulso ch'ei diede a' patrii ingegni
Verso i nobili fatti e i pensier degni.
Sua immensa carità, suo santo ardire
Suscitogli appo il trono alti nemici;
A impudenti rampogne, a spregi, ad ire,
Grida si mescolar calunniatrici:
Nudrir fu detto scellerate mire,
Tutti i dolenti a sè facendo amici;
Dei regi udissi schernitor chiamato,
Che il lituo avea sopra gli scettri alzato.
Lasciava ei che la collera stridesse.
E della Chiesa ognor sostenne il dritto:
Finchè vestigi sulla terra impresse
Contro a sè vide mosso empio conflitto;
Ma se alcun della grazia ai lampi cesse,
Con gioia obbliò Carlo ogni delitto;
E spesso tal, che più l'aveva offeso,
Alfin d'amor per lui sentiasi acceso.
Gl'implacati di Carlo abborritori
Quai tra' mortali furo? I farisei!
La più abbietta genìa di traditori!
Color che in ogni età sono i più rei!
Color che della Chiesa ambìan gli onori,
Poi core e mente ribellaro a lei!
Que' sacerdoti che fautor si fanno
Di sfrenatezza eretica e d'inganno!
Chi è quell'infelice maledetto
Che porta in fronte i torvi occhi di Giuda,
E come Giuda si percuote il petto,
Perchè più in rimirarlo altri s'illuda?
Schiavo sempre viss'ei d'iniquo affetto?
Di virtù l'alma ebb'egli sempre ignuda?
O dopo aver d'amor di Dio avvampato,
Cadde e non sorse, ed a Satàn s'è dato?
Per quai sequele di misfatti orrende
Scritte nel libro degli eterni guai,
Dove cancellatrice più non scende
Del sangue di Gesù stilla giammai,
Un mortifero bronzo oggi egli prende,
E d'empia gioia brillano i suoi rai?
A' rei socii sorride, esce del chiostro,
E l'arme sotto il manto asconde il mostro.
Sì! del truce delitto ei socii avea!
Ed appunto i supremi del convento!
Eran tre questi indegni, e li stringea
D'infernale amicizia giuramento.
Lor chiostro che di santi un dì fulgea,
Fatto avean di turpezze abitamento.
Ministro e amico loro astuto e forte
Era colui che or volge opra di morte.
Uscito appena il perfido omicida,
Guardansi e impallidiscono i preposti,
E un di costoro all'assassino grida:
«Riedi! il sappiam che intrepido ognor fosti;
Questo novo cimento or mal t'affida;
Riedi! sii obbedïente a' cenni imposti!»
Ma in covil di superbia e di licenza
Vano e risibil nome è obbedïenza.
«Ahimè! questi prorompe, ei non m'ascolta!
Che faceste, o compagni, a suscitarlo?
Gagliarda fu l'offerta sua, ma stolta,
Di tor dal mondo l'esecrato Carlo.
Sempre scherniste di dolore avvolta
La presaga alma mia, ma il vero io parlo:
Tanto di colpa in colpa osi vi feste,
Che omai l'abisso a tutti noi schiudeste».
«Codardo! esclama un de' compagni; pensa
Che ognor la sorte al nostro messo arrise;
La sua destrezza in tutte imprese è immensa,
E altre volte le man di sangue ha intrise.
Move or egli ad oprar fra turba densa,
E fian le menti da terror conquise,
Sì che non arduo esser gli dee celarsi,
E illeso nelle tenebre ritrarsi».
Il terzo ostenta egual baldanza, e dice:
«Purch'egli atterri il Vescovo odïato!
S'anco andasse scoverto l'infelice,
E in ferri tratto, e a morte strascinato,
Chi potrà dimostrar ch'eccitatrice
Fosse la nostra voglia all'insensato?
Al venerevol Carlo inni alzeremo,
E il suo uccisor cogli altri imprecheremo».
Intanto l'omicida affretta il passo,
E sui preposti a sogghignar si sforza;
Sembragli il loro cor vigliacco e basso,
Quand'è più d'uopo irremovibil forza;
E dice: «Io ben son certo che a me lasso,
Se la prospera stella oggi si smorza,
Intenti solo ad evitar lor danno,
Costor l'amistà mia rinnegheranno.
Spero che gioïrò di mia vittoria,
Ed eroe da lor labbra udrò chiamarmi!
Quel Carlo ch'ogni nostra ascosa istoria
Investigare osava e minacciarmi,
Vedrà come del lituo anzi la boria
Per la salute del mio chiostro io m'armi!
Ma s'io perir dovessi?… oh allora tutto
Meco trarrò l'empio convento in lutto!»
Giunge il ribaldo al vescovil ricinto,
Ed ascende al tempietto, ove il Pastore,
Da' famigliari sacerdoti cinto,
La preghiera seral porgea al Signore.
Ivi d'oranti assai stuolo indistinto
Pïamente con esso effondea il core:
Palpita mal suo grado l'omicida,
E ancor «Ti penti!» l'angiol suo gli grida.
Ma soffocò tutti i rimorsi, e rise
Dell'angiol suo e di Dio, come di larve.
Con ira gli occhi sovra Carlo affise,
Ed esecrando zelator gli parve.
A liberarne il mondo si decise,
E certo il proprio scampo gli trasparve;
Allo scoppiar dell'avventata morte
Ratto balzar fidava oltre le porte.
Salmi sciogliendo il Presul benedetto,
Quel nobil verso di Davìd dicea:
«Non si turbi, nè tremi ora il mio petto!»
Quand'ecco sfolgorar la canna rea.
Al fero tuono, ognun d'ambascia stretto
Dal suol sorgendo, «Ov'è il fellon?» chiedea.
Da tergo il colpo giunto era su Carlo,
E, oh prodigio! non valse ad atterrarlo.
«Non si turbi nè tremi ora il cor mio!»
Con ferma voce ripigliò il Prelato,
E in ginocchio rimase a lodar Dio,
Ed a pregar pel mostro sciagurato.
S'udì questi ulular: «Preso son io!»
E il giorno maledire in ch'era nato,
Ed il padre e la madre, e più il perverso
Chiostro, ov'ei s'era in tutti vizi immerso.
Taccia il mio carme le bestemmie atroci
Del traditore e l'infernal suo riso,
Quando mirò degli abborriti soci,
Appo i supplizi, impallidito il viso;
E taccia come, anco all'estreme voci,
Ei sperar ricusò nel Paradiso:
L'alma sua dal carnefice spiccata,
Fu dal re dei demon presa e baciata.
Benchè mirasse nel suo clero istesso
Carlo intelletti perfidi cotanto,
Lo sperante suo cor non fu depresso,
Ma allor anzi doppiò di zelo santo;
Non ebber più nel santüario accesso
Tai che d'avi o d'ingegno avean sol vanto;
Purificata ei la lombarda Chiesa
Volle ed ottenne, ad alti esempli intesa.
Mentre corregger egli e sublimare
I suoi tempi ed i posteri anelava,
E in peste orrenda visto fu esemplare
Di pietà fra la turba afflitta e ignava,
E in nessuna miseria il casolare
Del poverello ei mai non obblïava,
Pur non tacea di basse alme lo sdegno,
Ed era ei spesso ai vilipendii segno.
La luce de' suoi fatti alle sincere
Menti dimostra qual mortale ei fosse;
E quando ascese alle superne sfere,
Confusa alfin calunnia ammutolosse.
Della Chiesa ogni santo condottiere
Sovra l'orme di Carlo indirizzosse,
Ed oggi ancor sulle lombarde rive
Delle virtù del Grande il frutto vive.
Io nulla son, ma ad onorarti appresi,
E so che sei possente appo il Signore,
E con fè al tuo sepolcro mi prostesi,
Ed il pensare a te m'innalza il core:
Odimi, Carlo, e i miei sospiri accesi
T'abbian per me ne' cieli intercessore!
Delle giust'opre caldo amor chiegg'io,
Chieggio vederti un giorno in seno a Dio!
Tra gl'Itali non v'ha petto gentile,
Cui söave non sia la rimembranza
Di pastor sì benefico all'ovile,
D'uom ch'agli altari diè tanta onoranza.
Chi, solcando il Verban con petto umìle,
Non mirò intenerito in lontananza
L'antica Arona, ove le limpid'acque
Lietamente dir sembrano: «Ei qui nacque!»
In anni oggi remoti e sempre cari,
Quell'amabil pur fei pellegrinaggio.
Gli ultim'astri fulgean tremoli e rari,
Perocch'era una prima alba di maggio,
E sui monti segnava oggetti vari
Impallidito della luna il raggio,
Finchè cedendo a luce più gioconda,
Più languidetta in cielo era e nell'onda.
Ed allor sulle cime orïentali
Rosseggiavan leggère nugolette,
E spuntavan del sole i dolci strali,
Qua e là indorando le contrarie vette;
Ed i fiotti del lago or dianzi eguali
S'increspavano al tocco delle aurette,
E nel lor fasto signorile e vago
L'isole risplendeano in mezzo al lago.
E le spiagge lunghissime e distanti,
E le molli e le ripide pendici
Mostravan con moltiplici sembianti
I lor tugurii poveri e felici,
E i campanili de' tempietti santi,
Ove già del mattino ai sacri uffici
Del vigil bronzo l'eccheggianti note
Chiamavan le rideste alme devote.
Oh quali eran miei palpiti veggendo
Arona, verso cui più concitati
Dal desiderio andavano battendo
I remi de' nocchieri affaticati!
Colà s'innalza, e sta benedicendo
Colossale un'effigie i lidi amati:
L'effigie del Pastor, per cui d'Arona
Benedetto nel mondo il nome suona.
Su quell'alto colosso eran mie ciglia
Lungamente fissate da lontano,
E quella fè che a tutto il cor s'appiglia
Da me espelleva ogni pensier profano.
Parea al mio spirto pien di maraviglia,
Che il Santo stesso, alzando ivi la mano,
Accennasse di Dio le creature
Benedir tutte, e benedir me pure!
Come allora, oggi esclamo con affetto:
Proteggi, o Carlo, la Lombarda terra,
Ed ogn'Itala sponda, ed ogni petto,
Ovunque ei sia, che preci a te disserra!
Se germe è in noi di ben, rendil perfetto,
All'opre vili insegnaci a far guerra,
Veglia su noi qual padre, ed i tuoi figli
Sprona e guida a vittoria infra i perigli!
SANTA FORTUNULA.
Bonum certamen certavi.
(Tim. II. 4.7).
Ed a te pur, Fortunula immortale,
La fronte mia s'atterra.
Deh! chi sarà che ne discopra quale
Vivesti in sulla terra?
Nulla di te sappiam, fuorchè il bel nome
E la tomba che il porta,
E a chiari indizi di martirio, come
Per nostra fè sei morta.
L'ossa inadulte e il teschio venerando
Sembran dir che donzella
Eri trilustre, allor che iniquo brando
Svenò tua salma bella.
Forse del padre e della madre amata
Che per Gesù moriro,
Piangendo sul sepolcro, indi infiammata
Sentivi te al martiro;
Nè senza loro, e senza il paradiso
Più viver, no, potesti,
E magnanima gl'idoli hai deriso,
Ed ai leon corresti.
Forse malgrado genitori insani
Che con minacce e grida,
E con tenere lagrime e con vani
Spregi voleanti infida,
Dal lor sen con angoscia ti strappavi
Per abbracciar la Croce,
E spirando al battesmo li invitavi
Con amorosa voce.
E forse allora e padre e genitrice
Commossi al detto caro,
Sclamavan: «Siam cristiani!» e la cervice
Porgeano all'empio acciaro.
E forse della vergine alla morte,
Tal, che sue nozze ambìa,
Eternamente farsi a lei consorte
Volle, e con lei morìa.
Noi pure eternamente in ciel vederti,
O vergin, sospiriamo,
E il pregarti n'è gioia, ed esser certi
Che in te un'amica abbiamo.
Due menti pie tua spoglia hanno raccolta
E tratta a queste sponde,
Ambe quell'alme a te devote ascolta,
E sien per te gioconde.
E chiunque a Fortunula s'inchina
Gentile ottenga un core
Che lieto porti alla beltà divina
Immensurato amore!
E le afflitte, scampate appo quest'ara
Dalle mondane frodi,
Obbliin lor pene, celebrando a gara
Di te, di Dio le lodi.
SANTA FILOMENA.
Laudate Dominum in sanctis ejus.
(Ps. 50. 1).
Vidi sembianti di disdegno accesi,
Quando dapprima infra devoti cuori
Nome sonar di Filomena intesi:
E chiesta la cagion di tai rancori,
Udii fremiti alzar, che così poco
L'unico Ver, l'unico Iddio s'onori!
«Perchè, gridavan con alterno foco,
Perchè non al Signor dell'Universo,
Ma a novelli suoi santi ognor dar loco?
«Culto quest'è risibile e perverso!
Secoli di barbarie lo foggiaro!
Distruggerlo omai dee secol più terso!»
De' corrucciati al querelarsi amaro
Applaudiron taluni, ed applaudendo
Senno svolger sublime essi agognaro.
Io non capii qual fosse lo stupendo
Argomentar di quegl'ingegni acuti,
E meditai, nè tuttodì il comprendo.
Alla luce del Bel mi sembran muti,
Se stiman colpa o ignobiltà un amore
Portato a petti in santità vissuti.
Nè so perchè sia di barbarie errore
L'aver per sacre l'ossa di que' forti,
Che a noi lasciàr d'alta virtù splendore;
Nè scorgo quale al nostro secol porti
La Chiesa oltraggio, quando ancor favelli
D'egregi estinti, e ad imitarli esorti;
E n'esorti a pensar che vivon quelli
Non senza possa al Re del Cielo amici
E lor pietate ad invocar ne appelli.
A te, Religïon, credo che il dici,
Ma se tacessi, anco ragione il grida:
Anzi al Giusto si curvin le cervici!
Io così sento, e quindi appien m'affida
Ogni defunto sugli altari alzato,
Bench'altri al volgo me pareggi, e rida.
E m'affida ogni tumulo illustrato
Da indubitati segni, in cui ravviso
Ch'ivi hann'ossa di martir riposato.
Chè, se storia pur manca onde provviso
Venga al desìo dei posteri, a me basta
Nome d'ignoto assunto in paradiso.
Il caro nome tuo solo sovrasta
Evidente alla terra, o Filomena,
Ma indarno inclito onor ti si contrasta.
Parla il tuo avello, e d'alta grazia è piena
L'ampolla di quel sangue che spargesti
Per Gesù, in chi sa qual crudele arena!
Sensi di fè, d'amor si son ridesti
In color cui tue spoglie e il venerando
Tuo dolce impero il Cielo ha manifesti.
Sensi di fè e d'amore, e donde e quando
Cessaron d'esser palpiti gentili,
Che a bassi affetti inducono a dar bando?
Ah no! Color che ad una Santa umìli
Porgono omaggio, memori ch'è santa,
Pronti non sono ad opre e pensier vili!
Nel memorar somme virtudi, oh quanta
Riconoscenza per quel Dio si sente
Che alzò i mortali a dignità cotanta!
Il tuo sepolcro a questi dì presente
Ne dice, Filomena, alti dolori
Pel vero sostenuti arditamente.
Nè discreder possiam che tu avvalori
Di quei la prece che, a te innanzi proni,
D'aver simile al tuo chieggon lor cuori.
Nè mi prende stupor se forse a' buoni
Sembrò in lor sante visïoni udirti,
E imparar di tua morte le cagioni,
E se degnando alle lor brame aprirti,
Ottenesti da Dio che in premio a fede
S'annoverasser fra i più eccelsi Spirti.
Infelice quel torbo occhio che vede
Ne' culti, nostri amanti e generosi
Frode o stoltezza, e accorto indi si crede!
Alma beata, impetra che siam osi
D'amarti e benedirti infra gli scherni
Degl'intelletti freddi e burbanzosi.
Ispirane il desìo de' lochi eterni,
E anco i nemici tuoi vinci ed ispira!
Chiedi al Signor che tutti noi governi
Luce di carità, non luce d'ira!
LA BENEFICENZA.
Esurivi enim, et dedistis mihi manducare.
(Matth. 26.35).
Mentre tanti di nome e d'òr potenti
Volgono a vanitate e nome ed oro,
Nè a taluni più bastano i contenti
Che sulla terra Iddio concede loro;
Mentre a meglio goder cercan furenti
La propria gioia nell'altrui disdoro,
Simili a falsi Dei d'età lontane
Che a' lor piedi volean vittime umane;
E mentre mirando
Que' ricchi malvagi
Il volgo fremente
Che invidia lor agi,
Esagera, infuria,
Invoca dal Ciel
Su tutti i felici
Sanguigno flagel;
Que' flagelli rattiene il ricco pio
Che riparar gli altrui misfatti agogna,
E oprando assai per gli uomini e per Dio,
Anco d'essere inutil si rampogna:
Degl'innocenti aiuta il buon desìo,
Gli erranti tragge a salutar vergogna;
Onora l'arti ed anima l'artiero,
E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero.
Il volgo commosso
Ripensa, si calma,
Capisce che il ricco
Può aver nobil alma:
Insegna a' suoi figli,
Che pace e lavor
Del povero sono
Salute e decor.
Salve, o di carità sacra fiammella
Che accendi il cor del pio dovizïoso!
Se a noi mortali fulgi or così bella,
Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo?
A lui che, tutte mentre a sè le appella,
Le appella a mutuo affetto generoso!
A lui che quando cinse umano velo,
Ci palesò che tutto amore è il Cielo!
Amore santifica
Tesori e palagi,
Amore santifica
Tuguri e disagi;
Amor sulla terra
Può tutto abbellir,
L'impero, il servire,
La vita, il morir.
Amato molto, amato sia il Signore
Ch'è modello de' ricchi impietositi!
Amato molto, amato sia il Signore,
Modello ai cuori da sventura attriti!
Amato molto, amato sia il Signore
Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti!
Amato molto, amato sia il Signore
Che per l'anime umane arde d'amore!
Oscuro o potente,
Di Dio tu sei figlio,
Fratello degli Angioli,
Ancor che in esiglio!
Gran fallo ci avvolse
Nel fango e nel duol:
Amiam! ci fia reso
Degli Angioli il vol!
UNA DONNA.
Quoniam mulier sancta es et timens Dominum.
(Judith. c.8.29).
Nota è a me sulla terra una mortale
Che dal Ciel tutti i doni ebbe più chiari:
Poch'alme han forza d'intelletto eguale,
E fior dal meditar colgon sì rari:
S'alza di fantasìa su fulgid'ale,
E a' più posati ragionanti è pari:
Pronta discerne il ver, pronta l'addita,
E tanta luce è da umiltà addolcita.
Cinta ell'è di ricchezze e di splendore,
E le aggradano brio, riso, favella;
Tutte potrebbe del suo viver l'ore
Incantar con magìa sempre novella:
Par che delizïato il suo bel core
Ogni affannoso sentimento espella;
Ma questa d'eleganti arti regina
Nutre d'egregi fatti ansia divina.
E color che l'ammirano raggiante
D'ingegno e grazia in suoi ridenti crocchi.
Ignoran che fissati ha poco avante
Sopra miseria spaventosa gli occhi;
Che sua candida man dianzi tremante
Alzò il mendico prono a' suoi ginocchi;
Che il delicato piè stanco or riposa
D'aver recato ad egri aïta ascosa.
De' suoi giorni in sull'alba acerba morte
Rapito a lei la dolce madre avea;
Ma il padre in sen chiudeva anima forte,
Anima avversa ad ogni bassa idea:
Ei della figlia le pupille accorte
Volgere a desideri alti sapea:
Pensante crebbe, e in ogni tempo ambìo
Il sorriso del padre e quel di Dio.
Data fu la sua destra a mortal degno
Di tesauro sì bello e invidïato.
Lontana dal natìo, gallico regno,
Mosse al diletto suo compagno a lato:
Non mirò i novelli usi con disdegno,
Non portò di straniera orgoglio usato:
Amò la nova patria, amò l'antica,
Visse de' giusti d'ogni lido amica.
Il livor de' volgari alla gentile
Perdonò l'esser nata in altre sponde,
Tanto le piacque farsi a noi simìle
Avvezzando le sue labbra faconde
Non solo al bel, sonante italo stile,
Ma al dïaletto che di Dora all'onde,
E in tutte le dolci aure subalpine,
Bench'irto, par che ad amicizia inchine.
Ai genitori dell'amato sposo
Abbellì reverente i vecchi giorni,
Però che ognor fu suo pensier pietoso
Che da nostr'opre gloria al Signor torni,
E da noi con amor religïoso
La voce del vicin di rose s'orni,
E dal Ciel maggiormente al dolce sesso
Recar sollievo altrui venga commesso.
Ma a costei non bastava entro sue mura
Spander pietà, sorriso, amore e pace:
Dello spettacol dell'altrui sventura
Nel petto le scendea duol sì verace,
Che santa spesso l'assalìa paura
D'appagarsi in virtù scarsa e fallace:
Pareale ch'a indigenza oro gittando,
Poco pur sia di carità al comando.
Allor si fu che a visitare assunse
Il tugurio di gioia derelitto;
Allor si fu che più desìo la punse
Di commoversi al gemer dell'afflitto;
Allor, com'angiol, fra i sospiri giunse
Di tapine espïanti il lor delitto;
Allora, insieme a facil don, largiva
Fatiche, ambasce, carità più viva.
Per alcun tempo di celar s'impose
Ai leggeri del mondo i passi santi:
Non già che paventasse le vezzose
Celie dell'alme vili ed inamanti,
Ma perchè vereconda ella ognor pose
L'orme sue pe' sentieri al ciel guidanti:
Poi cotal luce sue bell'opre diero,
Che ad alcun più sottrar non si potero.
Fra i tristi cuori ond'era impietosita
S'annovravano quei delle infelici,
Che, sebben colpa in lor venga punita
Da universale scherno e leggi ultrici,
A risorgere ancor bramano aïta,
E affetti serban di virtute amici:
Men proprii falli che gli altrui talvolta
Più d'una d'esse han nell'obbrobrio avvolta,
In pria delle dolenti incarcerate
Si fe' consiglio, e al lor governo diessi:
Da lei furo ivi pene allevïate,
E di religïon gaudii concessi:
Furon le trepidanti alme incorate,
E talor vinti i cuor più duri istessi:
Dove eran pria disordine e furore,
Addusse pace e penitenza e amore.
E non fugaci benefizi questi
Brillàr di caldo ma incostante petto:
Riede ogni giorno in quegli alberghi mesti,
E vi sparge opportun, söave detto.
Acqueta ivi gli spirti ad ira presti,
Ispira cortesìa col dolce aspetto:
Il sincero ammendarsi o loda o sprona,
E i migliorati cuori guiderdona.
Ma pur fuori del carcere infinite
Donne e fanciulle in duol veggionsi immerse,
Che per amor falliro e fur tradite,
Ed ahi! di fama più non vivon terse.
Rïalzarsi vorrìan, ma da inaudite
Sorti vittima son d'alme perverse:
Sottrarsi anelan da periglio ed onta;
Ov'è una destra a sostenerle pronta?
Tal destra ecco a lor tendersi! ed è quella
D'una mortal, che, siccom'angiol monda,
Pur contro al suo decoro non appella
L'inchinarsi a infelice vagabonda,
L'udirla con dolcezza di sorella,
L'aprirle un tetto ove il suo pianto asconda.
D'afflitte ed oltraggiate a molta schiera
Quel pio rifugio è di virtù carriera.
Non somiglia a prigion, non è prigione;
Ad entrarvi le ree non son costrette:
Nè quelle, che invocata han tal magione,
Ivi da forza fremon quindi strette.
Asilo è d'alme per rimorso buone,
Che lavorano e gemono solette,
E pregano il Signor pel mondo tristo,
Che il lor fallir con empio scherno ha visto.
Poscia che fu quel mite albergo eretto
Per pensier della donna generosa,
Provvide ella che attiguo un altro tetto
Sorgesse a secondar vaghezza ascosa
D'ammendate, che in velo benedetto
L'anima aver chiedeano a Gesù sposa:
Un solo tempio i duo ricovri unisce,
E il mutuo canto i lutti ivi addolcisce.
Talor io di quel tempio in segregata
Parte mi prostro, e mesco i preghi miei
A quelli della pia turba scampata
Dalla pietà operosa di colei.
L'anima mia a quel canto si dilata,
E occulto piango su miei giorni rei;
E in cotal donna ad altri spirti duce
Ravviso anco per me celestial luce.
Nè quest'amica degli afflitti cuori,
Per ritrarli all'altezza del Vangelo,
Li circonda di spregi e di rigori,
Si ch'ognor tremin, quasi in ira al cielo:
Del pentimento ai nobili dolori
Vuol congiunta speranza e amante zelo;
Vuol quella santa ilarità tranquilla,
Per cui la Croce maggiormente brilla.
Certo, ell'avea le inique voci udito
Contro a religïon vibrate spesso:
Che selvaggia sia questa, ed avvilito
Cada, se a lei si volge, un cuore oppresso;
Mostrar quindi la saggia ha statüito,
Che fede e cortesia si danno amplesso,
Che penitenza e consolante riso
Ponno concordi alzarci al Paradiso.
Ah sì! caratter questo è ben del vero,
E sol di Cristo nella legge splende!
Che in chiunque a virtù mova sincero,
Santificati e duolo e gaudio rende:
Retta è la via del penitente austero
Che ne' deserti caritade accende:
Retto altresì, purchè temprato e pio,
È il civile consorzio innanzi a Dio.
Onore ai forti Anacoreti! e onore
A tali, che bensì reggon la Croce,
Bensì il proprio e l'altrui piangono errore,
Nè ignoran di mestizia il carco atroce,
Ma rimangon nel mondo, e con amore
Spandendo van religïosa voce!
Duo son diversi modi, ambo divini,
Per cui l'uomo al Signor si ravvicini.
L'ammirata da me soccorritrice,
Mentre al Signor ravvicinare anela
Adulta moltitudine infelice,
Pur di bimbi plebei prende tutela;
Perocchè padre indarno e genitrice,
Che faticando tutto il dì trafela,
Vorrìa de' meschinelli assumer cura,
E, negletta l'infanzia, ahi! si snatura.
Memore che sì cari il Dio umanato
Dichiarò i pargoletti ond'era cinto,
La pia nel proprio ostello ha radunato
Stuol di fanciulli in duplice ricinto,
Ove, mentre sostegno al corpo è dato,
Viene a virtù il crescente animo spinto,
Vigilando colà vergini umìli
Ad addolcire i palpiti infantili.
Intanto, pur allor che senza asprezza
Un cor religïon fervido porta,
Consüetudin mai di vil mollezza,
Nè per sè, nè per altri unqua sopporta.
Poco gl'incanti della vita apprezza
Chi di celeste amor l'alma conforta:
Giorni in secreto mena penitenti,
E se bello è il rischiar, corre ai cimenti.
Questa donna vegg'io quindi nel tristo
Tempo in cui Dio l'indico morbo scaglia
Trarre agl'infermi ad onta del previsto
Pericolo che a molti il cuore ismaglia.
Compiange, esorta, ajuta, e volge a Cristo
Chi in angoscia di morte si travaglia,
Poscia a piangenti vedove e orfanelli
D'orrenda povertà tempra i flagelli.
In tai fatiche ed in quell'aure infette
Langue della gentil la debol salma,
Ma sinch'altri giovar Dio le permette,
Ella non osa a sè conceder calma:
Il benevol desìo forza le mette,
E sua fiducia dal Signore ha palma:
Dolora, ma prosegue, e con sant'arte
Altrui suoi patimenti asconde in parte.
Tal esser può sì fievol creatura,
Qual è donna cresciuta a splendid'agi,
Quando al lume del Ciel che l'assecura,
Pace e gloria non pone in bei palagi,
E rammenta che un Dio prese figura
Di poverello, e visse infra disagi,
E di lui ne assevràr le labbra sante
Che in ogni afflitto Ei stassi a noi davante!
Tal esser può, restando pur nel mondo
E in convenevol, fulgida eleganza,
Chi nutre del Vangel senno profondo,
Chi gode esser di Dio fatto a sembianza,
Chi sa che spirto uman d'opre fecondo
Non dee in van'ombre usar la sua possanza,
Ma in amar Dio! ma in dimostrargli amore,
Sempre sacrando all'altrui bene il core!
LE SALE DI RICOVERO.
Qui susceperit unum parvulum talem
in nomine meo, me suscipit.
(Matth. 18.5).
«Son pargoletto e povero e ammalato;
Abbi pietà di me, Gesù bambino,
Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!
Me qui lascia la mamma ogni mattino
Nel solingo tugurio, ed esce mesta
Il nostro a procacciar vitto meschino.
Ancella move a quella casa e questa,
Ed acqua attinge e lava e assai si stanca,
E vive appena, ed indigente resta.
Qui soletto io mi volgo a destra, a manca,
Senza dolcezza di parole amate,
E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.
Le melanconich'ore prolungate
M'empion l'alma di pianto e di paure,
E mi sfogo in ismanie sconsolate.
Amor la madre assai mi porta, e pure
Quando al tugurio torna e pianger m'ode,
Spesso le voci sue prorompon dure;
Talor mi batte, e duolo indi mi rode,
Sì che allor quasi affetto io più non sento,
E in maligni pensieri il cor mi gode.
Povera madre! il viver nello stento
Estingue nel suo spirto ogni sorriso,
Ed anch'io più cruccioso ognor divento.
Gesù, prendimi teco in Paradiso,
O tempra la tristezza che m'irrita,
E rasserena di mia madre il viso:
Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta,
Fa che deserto io non mi strugga tanto,
Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita.
Se ad altri bimbi io respirassi accanto,
E non sempre gemessi, e qualche mano
Söavemente m'asciugasse il pianto,
Crescerei più benevolo e più sano,
E più caro alla madre io mi vedrìa:
Lassa! altrimenti ella fu madre invano!
Ella al mio fianco in pace invecchierìa,
E per essa con gioia adoprerei
A laudevol sudor mia vigorìa.
Le poche forze ai patimenti rei
Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena,
Nulla i miei giorni avran fruttato a lei.
Ovver, se presto a morte non mi mena
Tanta miseria, crescerò doglioso,
Me coll'afflitta madre amando appena.
Ed ella pur mi dice che odïoso
Il povero alla terra e al ciel rimane,
Quando alle brame sue non dà riposo,
Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.
Ed ecco del bimbo
La mamma ritorna:
È stanca, ma un raggio
Di gioia l'adorna;
S'asside a lui presso,
Lo stringe al suo sen.
«Oh quanto sinora
Mi dolse, o figliuolo,
Lasciarti ogni giorno
Sì tristo, sì solo!
T'allegra: celeste
Soccorso a noi vien.
«Nell'ore ch'ai figli
Non ponno dar cura
Le madri, cui preme
Fatica e sventura,
Da provvide menti
Ricovro s'aprì.
Alquanto risana,
E là tu verrai:
Son piene due sale
Di pargoli omai:
Giocando, imparando,
Vi passano il dì.
«Al santo pensiero
Che aprì quel ricetto,
Ministre si fanno
Con tenero affetto
Più vergini umìli,
Sacrate al Signor:
Null'altro che amarti,
Il sai, potev'io,
Ma quelle söavi
Ancelle di Dio
Più dolce, più giusto
Faranno il tuo cor.
«Io, conscia che al figlio
Non manca un'aïta,
Trarrò senza pianto
Mia povera vita,
L'usato lavoro
Stimando leggèr.
Al tetto materno
Verrai verso sera,
E sempre alzeremo
Concorde preghiera
Per l'alme pietose
Che asilo ti dier».
Quel fanciulletto già infermiccio e tristo,
Indi a non molto, in sì benigna scuola,
Rosee le guance e lieti i rai fu visto.
Oh d'amorose labbra la parola
Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini,
Addolcisce le doglie e li consola!
D'entrambo i sessi i pargoli tapini
Ivi sottratti vanno a rio squallore,
Ed a costumi stolidi e ferini.
Che invan vorria la madre o il genitore
Occhio assiduo tener sui cari pegni,
Qua e là faticando per lungh'ore.
Abbandonati a sè, crescere indegni
Veggionsi quindi d'assai plebe i figli,
Egre le membra ed egri più gl'ingegni.
Per cadute e per cento altri perigli
Vedi qual di storpiati e di languenti
Esce turba da' poveri covigli!
Quanti avrian le persone alte e ridenti
Ch'essi strascinan luride e contorte,
Perchè guaste d'infanzia agli elementi!
Oh benedetti voi che sulla sorte
Della schiatta plebea v'intenerite,
E pensate a scemarle e vizi e morte!
In voi sì belle le grandezze avite
Non son, quant'è il magnanimo disìo,
Onde a tanti innocenti asilo aprite.
Memori siete di quell'Uomo-Iddio
Che, cinto da drappel di bambinelli,
Li confortava col suo sguardo pio,
Ed imponea d'assomigliare a quelli.
E voi benedette,
Donzelle pietose,
Che al Dio de' bambini
Facendovi spose,
Di madri assumete
Le pene e l'amor.
Per voi dalla terra
Piacer non alligna:
Fors'anco taluno
Vi guarda e sogghigna,
Vi chiama delire
Da stolto fervor.
Ma voi non curanti
Di plauso o di scherno,
I poveri amando
Amate l'Eterno,
Ai bimbi servendo
Servite a Gesù.
Il mondo che ignora
Del core i misteri,
Non sa che più dolce
Di tutti i piaceri
È l'umil conflitto
D'arcana virtù.
La vergine sacra
Al Dio degl'infanti
Sublima sue pene
Con palpiti santi;
È abbietta ai mortali,
Ma l'anima ha in ciel.
Con Dio nella mente
Le cure più gravi,
Le cure più vili
Diventan söavi:
Bassezza non tange
Un'alma fedel.
La vergine sacra
Al Dio de' bambini
Vagheggia in Maria
Affetti divini,
Le impronte cercando
Di lei seguitar.
Non volgono ai bimbi
Tirannico ciglio
Color, che mirando
Maria col suo Figlio,
Li veggon dal cielo
Sui bimbi vegliar.
Ah! sì, benedette
Voi tutte, o bell'alme,
Che ai miseri infanti
Porgete le palme,
Di padri e di madri
Vestendo l'amor!
Pensier non vi preme
Di plauso o di scherno:
I poveri amando
Amate l'Eterno:
Ai bimbi servendo
Servite al Signor.
LA GUIDA.
Cuius anima est secundum animam
tuam.
(Eccli. 37.16).
Ognor amai sublimi oggetti, e ognora
Un più di tutti:—ah! quei non era Iddio,
Non era il sommo Ben ch'or m'innamora!
Ma fra i cuori mortali era il più pio
Ch'io conoscessi, era alcun nobil cuore
Che a virtute innalzasse il desir mio.
Quai debbo grazie renderti, o Signore,
Che fra mie cieche idolatrie pur mai
In beltà vili non ponessi amore!
Nell'obblïar tua propria luce errai,
Ma negl'idoli miei sempre io bramava
L'ineffabile incanto de' tuoi rai.
Se creature troppo io venerava,
Erano creature in te invaghite;
Era qualch'angiol che ver te volava.
Tai luminose tracce ivan seguite
Sol dagli sguardi miei maravigliati,
E nel mondo io tenea l'orme irretite;
Ma perocch'io vedea gli angioli amati
Anelare a' tuoi lumi e benedirti,
Io pure i lumi tuoi sempre ho sperati.
Intero il voler mio non seppi offrirti
Per lungo tempo, e nondimen io ardeva
D'annoverarmi fra i più giusti spirti.
I conosciuti iniqui io respingeva,
E quando d'amicizia ad uom m'unìa,
Alto core a mio senno in lui fulgeva.
Or non più, non più voglio idolatrìa,
Supremamente amar voglio te solo,
Benchè ogni fido tuo caro a me sia.
Ma perdona se pure infra lo stuolo
Delle tue creature predilette
Una più ch'altre sulla terra io colo.
Ella a fere calunnie non credette,
E mi difese da' nemici miei!
Ella a ben far tutti i suoi passi mette,
Ella è mia guida, il nostro Sol tu sei!
L'ANTICO MESSALE,
Et benedictae reliquiae tuae!
(Deut. 28.5).
Oh ben a dritto più di gemme e d'oro
Ch'abbian sol di ricchezza immenso pregio,
Ami, o Donna gentil, questo tesoro,
Che vetustà rarissima fa egregio:
Muto è al cor de' mortali ogni lavoro
Che splenda sol come opulento fregio:
Qui de' secoli v'è l'alta parola
Che percuote ed in un turba e consola.
Qui v'è un incanto ch'a noi stende innanzi
Remotissimi giorni, i giorni alteri,
Allorchè di barbarie infra gli avanzi
Fiorian città, castella e monasteri,
E non sol grandeggiavan ne' romanzi
Le sante dame e i santi cavalieri,
Ma di religïone e di portenti
Tutte fervean le più elevate menti.
V'abbondavan dolori, e v'abbondava
D'armati rei la vïolenza atroce;
Ma mentr'era sì forte ogn'indol prava,
Forte in cor degli eletti era la Croce!
Di forza era un'età che suscitava
Tra l'iniquo ed il buon guerra feroce:
Stupor ci fa tal quadro e ci atterrisce,
Ma con somme virtù pur ci rapisce.
Io non posso adorar l'età lontane,
Ma nè pertanto adorar so la mia,
Chè troppo da vicin veggo profane
Opre d'assai maligna e vil genìa,
Sì che gemendo alle speranze vane
Di chi grida, or regnar filosofia,
Io non ami onorar que' vetust'anni
Di cui non sento almen tutti gli affanni.
Da qual lato pur penda la bilancia
De' meriti maggiori e de' delitti,
Gode la fantasìa quando si slancia
Fra monumenti o per magìa di scritti
In mezzo a quelle stirpi use alla lancia,
Alle preghiere, ai mistici conflitti,
Ai romeaggi, ai ruvidi cilìci,
A tutta l'energìa de' sacrifici.
E ciascun che non basso abbia l'ingegno
Ammira que' giovanti cenobiti,
Ch'oggi il diffamator con riso indegno
Pinge ozïosi, inutili, insaniti:
Senza i loro intelletti, avrebbe il regno
D'ignoranza coverto i nostri liti:
Ingratitudin dementò la terra,
Quando in sua civiltà lor mosse guerra.
L'anima langue e impicciolisce quando
La ristringiam ne' quattro dì presenti:
Nobil uopo ha di spargersi, abbracciando
Avi e imperi e costumi e grandi eventi:
Uopo ha di meditar, commiserando
Coi nostri error quei delle scorse genti:
Uopo ha d'uscir di sue natìe catene;
Ogni tempo, ogni spazio le appartiene.
Tale, o Donna pensante e generosa,
Tal è l'arcano che ti molce il core,
Gli occhi ponendo su vetusta cosa,
E più se esprime santità ed amore.
Dove non sorge l'alma tua pietosa
Con questo antico libro del Signore,
Che già posò su chi sa quali altari
A' giorni de' Crociati e de' Templari?
A que' dì tu vi scorgi il Re Luigi
Forse vivente ancora, o appena estinto,
La sua bontà, il suo senno, i suoi prodìgi,
I prodi cavalieri ond'era cinto,
Il suo partir dai campi di Parigi
Per la fatale impresa ove fu vinto;
Fors'ei nel visitar conventi ed are
Queste pagine vide alluminare.
Il rimirar que' resti e quella polve
Che a noi tramanda la lontana etate,
Ci dice come Dio sempre dissolve
Tutte le cose sulla terra nate;
Ci sublima lo spirto, ci disvolve
Dai vincoli di nostra vanitate:
Per la scala de' secoli il pensiero
Alza sull'orme dell'eterno Vero.
Di quanti regi e prenci e capitani
Festeggiando la nascita o la morte
Questo libro servì nei riti arcani
Che al debol uomo uniscono il Dio forte!
Di quanti celebranti e sguardo e mani
Lo toccaro, onde ignota oggi è la sorte!
Quante labbra baciàr questo Evangelo
Di sacerdoti or glorïosi in cielo!
Forse colui che tante veglie stette
Su queste venerate pergamene,
Fu Paladin che il proprio sangue dette
Col pio Luigi sull'Egizie arene,
E al santo Re l'ultimo dì assistette,
E fu ludibrio all'ire saracene,
Poi ritornato nella dolce Francia
Appese entro d'un chiostro e spada e lancia;
E venduti i suoi campi e dispensato
Ogni suo avere a' poveri e alla Chiesa,
Volle che il viver suo fosse immolato
Ad oscura umiltà d'amore accesa;
Eccol fattosi monaco e obblïato
Dalla turba del mondo ai gaudi intesa!
Eccolo salmeggiante assiso in coro,
O in cella volto ad un gentil lavoro!
Al lavoro di splendido Messale
Che pazïentemente ei sta vergando;
E poichè per ferite più non vale
Sua nobil destra a servir Dio col brando,
Come già il sangue, ora con gioia eguale
Gli offre l'ingegno, questo libro ornando,
E gode in abbellir d'oro e di fiori
Quelle preci che tanto alzano i cuori.
Egli il buon Salvator dipinger gode
Per cui sì volentieri ha combattuto,
E la Vergin Maria che lo fè' prode
E sempre in guerra gli ha prestato aiuto;
Del pennello ogni tocco è una sua lode,
Un sospiro di grazie, un pio saluto:
Circondano Angioletti il pittor santo
Dando all'opera sua celeste incanto.
Ma tu meglio di me, Donna, volgendo
Quest'antico Messal senti secrete
Inaudite armonie che appena intendo,
Che mal accenna il verso o mal ripete:
Parla tu stessa, dal tuo labbro io pendo;
Delle soavi tue parole ho sete.
Tutta adorna con esse è l'arpa mia,
Tutta luce è di te mia poesia!
FINE DEL PRIMO VOLUME.
INDICE.
La mia Gioventù…………..pag. 9.
A Dio……………………… 14.
Dio Amore………………….. 18.
Maria……………………… 20.
L'Uomo…………………….. 22.
La Redenzione………………. 26.
La Croce…………………… 30.
Gli Angeli…………………. 35.
Le Chiese………………….. 44.
Le Processioni……………… 77.
I Parenti…………………. 110.
I Santuarii……………….. 131.
Le Passioni……………….. 142.
I Secoli………………….. 149.
Alessandro Volta…………… 168.
Ugo Foscolo……………….. 177.
Lodovico de Breme………….. 188.
La Patria…………………. 195.
Saluzzo…………………… 201.
Il Poeta………………….. 210.
Sospiro…………………… 213.
La Mente………………….. 215.
Mestizia………………….. 218.
Teresa Confalonieri………… 221.
L'Anima d'una figlia……….. 224.
L'Anima di Clementina………. 230.
Verità e Sofismo…………… 233.
Il Colera in Piemonte………. 239.
Cessato il Colera………….. 243.
Il Voto a Maria……………. 248.
La Madre degli afflitti…….. 252.
Dio e Maria……………….. 256.
Un Filosofo……………….. 258.
San Carlo…………………. 266.
Santa Fortunula……………. 281.
Santa Filomena…………….. 284.
La Beneficenza…………….. 289.
Una Donna…………………. 293.
Le Sale di ricovero………… 304.
La Guida………………….. 313.
Con permissione.