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Poesie inedite vol. II cover

Poesie inedite vol. II

Chapter 10: II.
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About This Book

The collection gathers narrative lyric pieces framed as cantiche voiced by an imagined medieval troubadour. Poems present compact epic sketches—public assemblies, accusations, chivalric trials, and domestic scenes—that probe female virtue, honor, and passion. Interwoven are metapoetic reflections on the purpose of poetry and its moral aims, arguing for literature that cultivates civic and private virtues. Settings favor the medieval past as a fertile stage for moral exempla, while language alternates between declamatory address and concise storytelling to produce instructive yet pictorial poetic tableaux.

ILDEGARDE

CANTICA.

Anche l'Ildegarde è una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione, quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano le felici ispirazioni della gioventù.

ILDEGARDE.

Pars bona mulier bona. (Eccle. c. 26, 3.)

      —Perchè alle torri del superbo Irnando
    Sempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo?
      —Sposa, io molto l'amava; e in questi giorni
    Di nevose bufère, ognor la dolce
    Nostra infanzia mi torna alla memoria,
    Quando, arridenti il padre suo ed il mio,
    O di soppiatto noi dalle castella
    Usciti, incontravamci appo la riva
    Congelata del Pellice, e lung'ora
    Qua e là sdrucciolon ci vibravamo
    Ridendo e punzecchiandoci e luttando,
    E sul ghiaccio cadendo, e (bozzoluta
    Indi spesso la fronte o insanguinata)
    Tornando a casa lieti e tracotanti.
    Allora il padre suo, se all'un di noi
    Vedea della caduta in fronte il segno,
    Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il ferito
    Gridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchio
    Lo prendea fra le braccia e lo baciava,
    L'amor lodando de' perigli e il gaio
    Scherno d'un mal, che sol le carni impiaga,
    E nulla può sull'anima del forte.
    Un dì, com'or, fioccava a larghe falde
    Di dicembre la neve, ed ambo agli occhi
    De' parenti sottrattici e de' servi
    Discendemmo ciascun nostra pendice,
    E ai cari ghiacci convenimmo. Assai
    Sdrucciolammo e ruzzammo, e le condense
    Pallottole durissime a diversa
    Meta lontana, in alto o pe' dirupi,
    Scagliammo a gara, acute urla di gioia
    Ripercosse da acuti echi levando.
    Men da stanchezza mossi che da fame
    Ci abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppi
    Anelante alla cena. A quando a quando
    Ci volgevam guardandoci, ed allora
    Che, già molto remoti, un veder l'altro
    Più non potea, salutavamci ancora
    Con prolungati affettüosi strilli;
    E questi udìansi dalle due castella,
    E mia madre s'alzava, e tremebonda
    Al balcon della torre s'affacciava,
    Incerta se di gioco o di dolore
    Voci eran quelle. Ah! in voci di dolore
    Odo mutarsi quella sera infatti
    Le grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!»
    Ripeteva egli disperato. Io sudo
    Di spavento, ciò udito, e immaginando
    Di quel caro il periglio. I clivi scendo
    Novamente precipite: il ghiacciato
    Pellice varco, e per gli opposti greppi
    Affannato m'arrampico ed appello:
    «Irnando mio! Irnando mio!» Salito
    Egli era sovra un olmo. Eccol veloce
    Scendere a me. Ma il lupo allontanato
    Ritorce il passo, e verso noi s'avventa.
    Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettï
    Lunghissim'ora ivi restiam; chè intorno
    Incessante giravasi la fiera.
    Oh come su quell'olmo il dolce amico
    Teneramente mi stringea al suo seno,
    Il mio ardir rampognandomi! Ei dicea
    Aver alto gridato «Al lupo! al lupo!»
    Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi,
    E tristo incontro pari al suo scansassi.
    «E tu invece, oh insensato! ei ripetea
    Vanamente arrischiasti i cari giorni
    Per aïtar l'amico, o coll'amico
    Preda morir di quelle orrende zanne!»
    Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangeva
    Suoi cari lacrimosi occhi baciando,
    E tal commozïone era profonda,
    Delizïosa per entrambe! oh come
    Sentivamo d'amarci! oh quanto vere
    Sonavan le proteste, asseverando
    Che l'un per l'altro volontier la vita
    Donata avrìa!—Dall'olmo alfin veggiamo
    Scender di qua e di là dalle pendici
    Fiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padre
    Ed il mio che venìan, co' loro servi,
    Degli smarriti figliuoletti in cerca.
    Sgombrava il lupo a quella vista; e noi
    Dall'arbore ospital lieti calammo,
    E saltellanti sulla neve, incontro
    Movemmo ai genitor, con infinito
    Cinguettìo raccontando, io la paura
    Ch'ebbi di perder l'adorato amico,
    Egli la mia temerità e la prova
    Che in questa aveavi di gagliardo amore.
    Oh qual sera di gaudio! oh quanta lode
    Al fratellevol nostro affetto i duo
    Parenti davan! Come altero Irnando
    Mostravasi di me! Com'io di lui!—
    Di nostra püerizia i dolci giorni
    Da mille vicenduole ivan cosparsi,
    Che all'uno e all'altro certa fean la mutua
    E generosa fede! E così stretto
    Vincol di due schiettissim'alme… il tempo
    Dovea spezzarlo!
                    In questa guisa geme
    Il cavalier Camillo. Ed Ildegarde
    Dalle corvine chiome e dalla svelta,
    Maestosa statura:—O sposo amato,
    Perdona, prego, al mio pensier; non colpa
    Fu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passo
    Nobilmente tentato al benedetto
    Dagli Angioli e da Dio pacificarvi?
      —Di nostre nozze intera anco non volge
    La luna, o mia diletta, e mal conosci
    Del tuo Camillo il cor. Non di rossore
    Perciò si tinga il tuo bel volto, o donna:
    Garrir, no, non ti voglio: imparerai
    Col tempo qual possanza in questo core
    Abbian gli affetti. Se tentai? Se dieci
    Volte l'orgoglio mio non s'immolava
    Per racquistarmi quell'amico? Indarno
    Ei più non è quello di pria: uno spirto
    Di maligna superbia il signoreggia:
    Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!)
    Ei mi dispregia!—
                      L'arrossita dianzi
    Ildegarde a tai detti impallidiva,
    Mostrüoso sembrandole il destarsi
    Dispregio in chi che sia verso un mortale
    Sì per cavallereschi atti famoso,
    Qual era il pio Camillo. E l'abbracciava
    Vibrando sguardi or con gentil disdegno
    Alla torre d'Irnando, or con desìo
    Passïonato al caro sposo. E sguardi
    Tai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce,
    La stima ten compensi in ch'io ti tengo.»
      Qual della inimistà la cagion fosse
    De' duo generosissimi, in diversi
    Inni diversamente i trovadori
    Cantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando,
    Che, ito in Lamagna giovinetto, ad uno
    De' contendenti re sacrò il suo ferro;
    Altri a Camillo applaudon, che s'accese
    Pel secondo aspirante al real trono,
    Ma aspirante illegittimo. Speraro
    Camillo e Irnando un l'altro süadersi
    All'abbracciata parte. E l'un de' duo,
    Non si sa qual, trascorse a villanìa.
      Furor di fazïon trasse dapprima
    Questo e quello davvero a stimar vile
    Il già sì caro amico. Assai palese
    Delle avversarie crude ire sembrava
    L'iniquità ad Irnando: ei non potea
    Creder che onesto intento in alcun fosse,
    Il qual per esse parteggiasse. Al pari
    A Camillo parea dell'altra causa
    Evidente l'infamia essere al mondo.
      In qualunque dei duo fallisse primo
    La carità di confratello, e germe
    Altro o no di rancor vi si aggiungesse,
    Furon veduti inferocir nel campo
    Come leoni. Ma l'atroce guerra
    E l'alterna fortuna delle insegne
    Loco porgean a esercitar da entrambe
    Parti eccelse virtù. Cento fïate
    Camillo e Irnando, ad ammirarsi astretti,
    Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio,
    Sebben malvagio, egli è un eroe pur
    sempre!»
      Già quegli anni di sangue or son passati;
    Già molte spente sono illusïoni
    Nelle agitate lor menti guerriere,
    Benchè in età ancor verde. Eppur concordia
    Lor generose palme, ahi! non rinserra.
      Beato d'una sposa era anche Irnando,
    E questa il dolce avea nome d'Elina,
    E di più figli era già madre. Il cielo
    Dato le ha cor fervente, ed intelletto
    Gentil, ma entusïastico. Natìe
    Le pedemontanine aure in che vive
    A lei non son; romano è sangue; e il padre
    D'Elina, de' ribelli ognor nemico,
    Morì con gloria in campo. Ella supporre
    Non potria mai che Irnando ingiustamente
    Odio porti a Camillo. A lei Camillo
    Noto non è, ma sel figura indegno,
    Irreconcilïabile, covante
    Sempre perfidie. E motto mai non dice
    Per calmare il marito allor che l'ode
    Fremer contra il vicin.
                           Folli stranezze
    Del core umano! Irnando, ancorchè fiero
    Più di Camillo, e a malignar proclive,
    Più bei momenti non avea di quelli,
    In che, pensando alla sua dolce infanzia,
    Questo o quel nobil detto o nobil atto
    Del caro, oggi abborrito, ei ricordava.
    In quei momenti (e rivenian di spesso)
    L'alma gli sorrideva, immaginando
    Quando ad entrambo tornerìa dolcezza
    Esser amici ancor: ma appena accorto
    Di questo desiderio, ei ripigliava
    A esacerbarsi, a biasimar sè stesso
    Di soverchia indulgenza, ed intimarsi
    Perseveranza d'astio e di disprezzo.
      Vedute in tanti cavalieri avea
    Mutazïoni di principii abbiette!
    Gli uni servi al buon prence, indi congiunti
    Perfidamente all'avversario suo;
    Gli altri farsi un Iddio del tracotante
    Contenditore al trono, e poi, caduta
    La sua potenza, irriderlo. E di tali
    Apostasie si repetea sovente
    La turpe inverecondia. E le più altere
    Alme se ne sdegnavano, e temendo
    Apostate parer, persistean truci
    Ne' giurati decreti, ove decreti
    Sconsigliati pur fossero. Ogni volta
    Che Irnando dalle sue balze rimira
    Il castel di Camillo, e rivolgendo
    Va quanto spesso col diletto amico
    In quelle sale, a quel verron, su quelle
    Mura, per quel pendìo, sovra quell'erto
    Ciglione, in quella valle, avea di santi
    Affanni e santi gaudii conversato,
    Di repente corrucciasi, e la fronte
    Colla palma fregando, a sè ridice:
    «Via quelle stolte rimembranze! obbrobrio
    L'onorar d'un sospiro i dì bugiardi,
    Che amabil tanto mi pingean quel tristo!»
      Men concitato da alterigia, avea
    Camillo a dame ed a baroni ufficio
    Pacifero richiesto. E quelle e questi
    Sordo trovaro a lor parole Irnando.
    Ma alla dolce Ildegarde or molto incresce
    Questa fera discordia; ognor paventa
    Che i fremebondi prorompano a guerra.
      —Freddi interceditori, o sposo mio,
    Forse fur quelle dame e que' baroni
    Di cui mi narri. Di te degno oh come
    Stato sarebbe il presentar te stesso
    Con amabil fidanza e quell'iroso!
      —Che parli, o donna? Io, non colpevol, io
    Codardamente supplice a' suoi piedi!
      —Codardìa consigliarti, o mio diletto,
    Potrebbe mai la sposa tua? Dinanzi
    A lui, supplice no, ma con onesta
    Securtà mosso io ti vorrei. Da quanto
    Pinger mi suoli di quel prode offeso,
    Incapace ci sarìa di fare ingiuria
    A chi chiedesse entro sue torri ospizio.—
      Se il pio consiglio accolga, esita alcuni
    Giorni Camillo; indi alla sposa:—O amica,
    A tanto, no, non posso umilïarmi;
    Ma non perciò mi ristarò da speme
    Di pacificamento. Un messaggero
    Mai non mandai direttamente ancora
    Con parole d'onore all'orgoglioso.
    Forse gli estranei intercessori sdegna,
    Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero,
    E amici detti per mia parte udendo,
    Commoverassi, e non vorrà esser meno
    Generoso di me.—
                     Compie Camillo
    La divisata prova. Indi attendea
    Il ritorno del messo, e d'una sala
    Passava in altra irrequïeto, e indugio
    Soverchio gli sembrava.
                           —Il furibondo
    Sdegnasse dare all'invïato ascolto?
    O frodoloso intento, o vil lusinga
    D'animo impaurito ei sospettasse,
    E rispondesse coll'atroce insulto
    Di vïolar con carcere o con morte
    La sacra testa dell'araldo mio?
    Fellon! Guai se ciò fosse! A molta scese
    Mansuëtudin questo cor; ma un cenno,
    E rïascender lo vedresti ad odio
    Maggior del tuo, più spaventoso, eterno!
    Che dico? Bassa villania in quell'alma
    Inebbrïata da gigante orgoglio
    Non può capir. Abbietto spirto io sono
    Che immaginar sì turpe fatto ardisco.
    Intenerito si sarà; lung'ora
    Colmerà di dolcissime domande
    E d'onoranza il mio scudier; seguirlo
    Qui vorrà forse, o rattenuto or fia
    Da momentanee cure. A mezzo solo
    Esser seppi magnanimo. Io medesmo,
    Come la donna mia mi consigliava
    Io, non un messo, a lui mover dovea.
    Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certo
    Stato non foran più parole; in braccio
    Gettato a me sariasi, e senza vane
    Spiegazïoni, e dolorose, entrambo
    Rïappellati ci saremmo amici.
      Così tra sè il bramoso. Ed evitava,
    Per nasconderle il suo perturbamento,
    Della diletta sposa il dolce incontro.
      Ei cammina a gran passi; o nella sedia
    Breve momento s'agita, e risorge
    Tosto con ansia ad amor mista e ad ira,
    Or all'una effacciandosi, or all'altra
    Delle fenestre, or fuor della ferrata
    Negra sua porta uscendo, e non badando
    Al can che gli si appressa, e rispettoso
    Scuote la coda, e abbassa il ceffo, e spera
    Dalla man signorile esser palpato.
      Dai merli del terrazzo alfin gli sembra
    Lo scudier ravvisare. È desso, è desso.
      Al cavalier rimescolasi il sangue,
    E contener non puossi. Il ponte varca,
    Discende in fretta la pendice; incontro
    Al vegnente lo stimola sfrenata
    Smania d'udir.
                  —Perchè sì tardo movi?
    Gridagli.—
               I passi addoppia il fido, e parla:
    —Signor del tuo nemico entro la soglia
    Appena addotto io fui…
                            Camillo udendo
    Suo nemico nomarlo, impallidisce:
    E l'altro segue:
                    —Appena addotto io fui,
    I sensi tuoi gli esposi.
                            —In quali accenti?
      —Quali a me li dettasti. Oh cavaliero!
    Dissigli, il signor mio, dopo ondeggiante
    Con sè stesso luttar, cede al bisogno
    Di ricordarti sua amistà, di sciorre,
    Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicende
    Frapposto aveano fra il suo core e il tuo
.
    Io proseguir volea. Rise il superbo
    Amaramente, ed esclamò: Non gelo,
    Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!

    Proseguii nondimen, tuoi decorosi
    Sensi esponendo. A' primi istanti vinto
      Da prepotente anelito parea,
    Sebbene al riso s'atteggiasse ognora,
    Ed ostentasse di vibrarmi i guardi
    Della minaccia e del dispregio. Ei detti
    Di maggiore umiltà dal labbro mio
    Certo aspettava. Non trascesi: umìle,
    Ma dignitosa serbai fronte e voce;
    Ed ei sognò ch'io lo schernissi. Audaci
    Son tue pupille, o giovine!
proruppe;
    Abbassale!—Non già! Timor non sente,
    Risposi, di Camillo un messaggero.
    —Mandotti il temerario ad insultarmi
?
    Riprese urlando, a far vigliacca prova
    Della mia pazïenza? A tentar s'io
    Contaminar vo' mia illibata fama,
    Tua vil pelle col mio ferro toccando,
    O alle fruste segnandola? Va, stolto
    Incettator di vituperi e busse;
    Riporta al signor tuo, ch'uom che si pente
    De' tradimenti suoi, ch'uom che desìa
    L'amistà racquistar d'un generoso,
    Con ambagi non parla, e schiettamente
    Dice: Il cammin ch'io tenni era turpezza.

    A sì indegne parole arsi di sdegno
    Per l'onor tuo. Via di turpezza mai
    Non calcherà, mai non calcò il mio sire!

    Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiume
    Di fulminea infrenabile eloquenza,
    Tutta rammemorò la sciagurata
    Storia del trono combattuto. E questa
    Fu una trama, al dir suo, d'illustri iniqui
    Striscianti a piè del volgo, e lordamente
    Convenuti d'illuderlo e spogliarlo.
    E tu…. fremo in ridirlo.
                              —Io? Segui.
                                          —Un vile
    Patteggiator di condivisa infamia,
    E condivisi lucri.
                      —Ei ciò non disse!
    Ei ciò non disse!
                     —Il giuro.
                                —E non troncasti
    La scellerata voce entro sua gola?
      —La troncai svergognandolo. E costretto
    Fu ad arrossire e replicar: Non dico
    Ch'ei fosse, ma parea di condivisi
    Lucri patteggiatore, e per lavarsi
    Di macchia tal non bastano le ambagi.
    Solennemente si ricreda, e provi
    Che insensato, ma mondo era il suo core;
    Provi ch'egli esecrato ha le perfidie
    De' nemici del re; ch'egli esecrato
    Ha l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!

    Viltà sembrato mi sarìa modesti
    Accenti opporre ad arroganza tanta.
    Tel confesso, signor: ciò che gli dissi
    Appena il so. Non l'insultai, ma cose
    Di foco, certo, mi piovean dal labbro
    Contro a' denigratori; e di te laude
    Tal gli tessei, che fu colpito e plause.
    Va, buon servo, mi disse; amo il tuo ardire,
    ma non del tuo signor la ipocrisia
.
      —Oh ciel! diss'egli ipocrisia? Ingannato
    Non t'han le orecchie tue?
                              —Disselo, il giuro.—
    A queste voci il cavalier si torse
    Rabbïoso le mani, e con un misto
    Di voluttà e di fremito, in più pezzi
    Franse un anel, che dono era d'Irnando,
    Ed a' caduti pezzi impallidendo
    Il piede impose, e li calcò nel fango.
      —È finito! proruppe.—Ed iracondo
    Lagrimava, nè udia del messaggero
    Parola più, nè rispondeagli.
                                A guerra
    Precipitato contra Irnando ei fora;
    Ma nol permise il ciel. D'una sorella
    Alla difesa mover dee Camillo,
    La qual di Monferrato all'erme balze
    Co' pargoletti suoi vedova geme,
    Da illustri masnadieri assedïata.
      Solinga intanto ecco Ildegarde. E voti
    Per la salute dello sposo alzando,
    E per la sua vittoria, e pel ritorno,
    Pur trema che allorquando ei dalle pugne
    Rieda di Monferrato, incontro al sire
    Del vicino castel rompa la guerra.
      Un dì mirando quel castel, le cade
    Nell'animo un pensiero;—E s'io medesma
    Colà traessi, e mia nobil fidanza
    Vincesse il cor della romana altera
    E del truce baron?—
                        V'ha certi miti
    Senni, e tal era d'Ildegarde il senno,
    Che pur sono arditissimi, e formato
    Gentil proposto, se pur arduo ei paia,
    Tentennan poco, ed oprano. Tranquilla
    Il seguente mattin, poichè alla messa
    Nel delubro domestico ha innalzato
    Il femminil suo spirto appo lo Spirto
    Che regge i mondi e agli atomi dà forza,
    Ildegarde s'avvia sovra il suo bianco
    Palafreno seduta. A lei corteggio
    Sono una damigella e due famigli.
      Quand'ella giunse a' piè dell'alte mura
    Del castello d'Irnando, un momentaneo
    Palpitamento presela, e memoria
    Di perfidie tornolle, ahi troppo allora
    Frequenti fra baroni! e pensò quale
    Disperato dolor fora a Camillo,
    Se il visitato sire oggi smentisse,
    Brïaco d'odio, il vanto invïolato
    Che di leal s'ebbe sinora! Il guardo
    Volse alla damigella; e impallidita
    Era al par d'essa. Il guardo volse ai duo
    Famigli, e impalliditi erano, e osaro
    Interroganti dir:—Retrocediamo?
      —Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi.
      Intanto del castello in ampia sala
    La romana bellissima traea
    Dalla ricca di gemme ed indorata
    Conocchia il molle lino, e fra le punte
    Di due candide dita lo umidiva;
    Indi con grazia angelica all'eburneo
    Fuso il pizzico dava, e con accento,
    Che a labbra subalpine il ciel ricusa,
    Cavalleresche melodie cantava.
      Belli come la madre accanto a Elina
    Sedeano un bimbo ed una bimba, a lei
    Innamoratamente le pupille,
    Da negre e lunghe palpebre ombreggiate,
    Alzando vispe, e ogni ultima parola
    Della strofa materna ripetendo
    Con cantilena armonïosa d'eco.
    Ed a quest'eco s'aggiungea la grave
    Voce del padre lor, che per la caccia
    Un arco preparava, e spesso l'arco
    Ponea in obblìo, l'affascinante donna
    Mirando e i figli, ed i lor canti udendo.
      Portavan l'aure il suon del fervid'inno
    D'Ildegarde all'orecchio. Ella scendea
    Dell'arcione, ed a' paggi sorridente,
    Ma con trepido cor, dicea il suo nome.
      Qual fu d'Irnando la sorpresa! Ascolto
    E onore a dama diniegò egli mai?
    Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontro
    Con reverente cortesìa, e l'adduce
    Innanzi a Elina. Alzasi questa, e posa
    L'aurea conocchia, e di seder le accenna.
      —Vicina mia gentil (prende Ildegarde
    Così a parlar), da lungo tempo agogno
    Veder tuo dolce volto, e palesarti
    Un mio desìo.
                 —Qual? le dimanda Elina.
    —D'ottener tua amistà, di consolarmi
    Teco de' miei dolori.
                         —E che? Infelice
    Sei tu? Come?…
                    E nel troppo accelerato
    Immaginar, già Elina e il cavaliero
    Presumon ch'ella fugga il ritornante
    Camillo forse, ch'a lor occhi un mostro
    Verso tant'altri, un mostro esser dee pure
    Verso la sciagurata a lui consorte.
      Ad Ildegarde appressansi amendue,
    Ed Irnando le dice:—Il ferro mio
    Non fallirà, s'hai di mestier difesa.
      Ma oh stupor! La soave, in altro modo
    Che non credean, prosegue:
                              —Il sol non vede
    Donna di me più dal suo sposo amata,
    O buona Elina, e anch'io, quando al castello
    È il mio signore, ed io filo cantando,
    Spesso il miro al mio fianco, ed accompagna
    La mia colla sua voce; e molte volte
    Abbaian nel cortile i guinzagliati
    Cani pronti alla caccia, ed alla caccia
    Propizio è l'aer di levi nubi sparso,
    Ed ei pur meco stassi, ed al cignale
    Fino al seguente dì tregua consente.
    Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colse
    Alcuna volta, mai non fu quand'uno
    All'altro amato cor battea vicino.
    Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostra
    Solinga vila crescerà l'incanto,
    Allor che a noi (se il ciel pietoso arrida
    Alla dolce speranza!) uno o più figli,
    Siccome questi, fioriranno a lato!
      S'interrompe Ildegarde, e per gentile
    Impeto d'amorosa alma commossa,
    O per arte gentile, o per un misto
    D'impeto ed arte, i due bambin si prende,
    Uno a destra uno a manca, e li accarezza
    Con baci alterni e voluttà di madre,
    Sì che la madre vera e il genitore
    Inteneriti esultano, e amicati
    Tanto per lei vieppiù si senton, quanto
    A' pargoletti lor vieppiù è cortese.
      —Oh come a te in bellezza, o mia vicina,
    Questa bimba somiglia!
                          E ciò Ildegarde
    Dicendo, preme lungamente il labbro
    Sovra la rosea guancia paffutella
    Della cara angioletta, e la baciucchia.
    Poscia gitta la mano amabilmente
    Sulle ricciute chiome del fanciullo,
    E qua e là le palpa, indi pel ciuffo
    A sè lo trae, e, baciatolo, gli dice:
      —Sai tu che appunto sei, qual mi fu pinto
    Da fedel dipintore, il padre tuo
    Ne' suoi giorni d'infanzia? Inanellato
    Il fulvo crin, larga la fronte, arditi
    E amorevoli gli occhi…
                            E questi detti
    Pronunciando Ildegarde, involontaria
    O accorta, alzava paventoso un guardo
    Sul cavaliero. Ed ei si perturbava
    Ricordando Camillo. Allor la pia
    Ambagi più non volve; e con candore
    Dice quanta cagion siale di tristo
    Rincrescimento il dissentir d'Irnando
    E di Camillo.
                 —O degna Elina! ov'anco
    D'uno dei duo per indomato orgoglio
    Quella discordia non cessasse, amiche
    Esser non possiam noi? Commiserarci
    Non possiam noi di questa ria fortuna,
    Ed amar nostri sposi, e niun furore
    Lor condivider che sia oltraggio al dritto?
      Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe,
    E si stringono al seno.
                           Irnando balza
    Rapito a quella vista, a quegli accenti,
    E vorrìa discolparsi; ad Ildegarde
    Vorrìa provar nessuna esso aver colpa
    Nell'odio sorto fra Camillo e lui.
    Strano mortal! mentr'ei d'inenarrati
    Spregi e d'ingratitudine a Camillo
    Accusa vibra, il corruccioso lagno
    Con cui ne parla, non par quel dell'odio,
    Ma d'un amor geloso. Ei non perdona
    All'uom ch'ei tanto amava, essersi fatto
    Un idol d'altra gente! aver potuto
    Per nemici obblïar sì sviscerato
    Fratel, qual gli era dall'infanzia Irnando.
      Ciò non isfugge all'ospite avveduta,
    E con lenta eloquenza insinüante,
    Che più e più le udenti anime scuote,
    Pinge in Camillo a que' trascorsi tempi
    Un fautor generoso (errante forse,
    Ma generoso) d'abbagliante insegna,
    E che a virtù immolar tutto credea,
    Fin le dolcezze d'amistà più care.
    E come pur tal amistà in Camillo
    Vivesse, ella soggiugne, e come i giorni
    Sospirass'egli della pace, in cui,
    Placato Irnando, il rïamasse ancora.
    Dice inoltre com'ei, reduce all'onde
    Del Pellice natìo, concilïarsi
    Con Irnando agognava, e si valea
    D'intercessori invan; come ad Irnando
    Mandò il proprio scudiero, e fu respinto.
    Dice gli sguardi mesti e affascinati
    Di Camillo al castel del primo amico,
    E a quell'arbore e a questa, e a quel vallone
    Ed a quel poggio, e del torrente ai flutti
    Ove insieme natavano, ed ai ghiacci
    Ove lungh'ore sdrucciolon vibravansi,
    Ridendo e punzecchiandosi e luttando,
    E sui ghiacci cadendo, e (bozzoluta
    Indi spesso la fronte o insanguinata)
    Tornando a casa lieti e tracotanti.
      —Oh che facesti, sposo mio? prorompe
    La fervida Romana; un altro, un altro
    T'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure,
    Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostro
    Che innanzi agli alterati occhi ci stava,
    No, non era quel pio, cui sì dilette
    Son dell'infanzia le memorie tutte,
    Cui tu sempre sei caro, e che sì caro
    Ad Ildegarde non sarìa, se iniquo.
      —Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglio
    Gli si rïempie di söave pianto.
    Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffe
    A me mandò que' freddi intercessori
    Che sì mal peroravano, e quel troppo
    Zelante messagger che m'inaspriva
    Col suo ardimento? E ch'altro volli io mai
    Ch'esser amato da colui ch'io amava?
    D'odiarlo io giurava, e non potea!
    Ma e se la tua benignità, Ildegarde,
    Ti traesse in error! S'ei mentre alcuna
    Rammemoranza di me pia conserva,
    E quasi m'ama nel passato ancora,
    Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmi
    Collegato di vili anco s'ardisse?
    Se sconsigliati egli dicesse i passi
    Che al mio castello hai mossi, e dall'irato
    Cor prorompesse: «Amar non posso, Irnando!
    Amarlo più non posso!»
                          I dolorosi
    Dubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri,
    Col ricordar sull'amicizia antica
    Questo o quel detto di Camillo.
                                   —Io dunque
    Era il superbo! esclama il cavaliero:
    Espïar debbo mia ingiustizia. In guerra
    Lunge da me l'amico mio periglia;
    Ad aïtarlo di mie lance io volo.
      E i suoi fidi raguna, ed abbracciate
    La palpitante Elina ed Ildegarde
    E i pargoletti, in sella monta e parte.
      Per molti dì le due vicine a gara
    Si consolavan, si pascean di speme,
    E alterne visitavansi, aspettando
    De' baroni il ritorno, o messaggero
    Che di lor favellasse. Ascondon ambe
    Il lor perturbamento, e sol ciascuna,
    Quando al proprio castel siede romita,
    Numera i giorni ed angosciata piange.
    Quella dicendo: «Oh non avess'io mai
    Conosciuto Ildegarde! Ella funesta
    Forse è cagion che il mio signore è spento!»
    L'altra a Dio ripetendo: «Il mio Camillo
    Salva, e s'a me rapirlo è tuo decreto,
    Deh ch'io presto lo segua, e per mia causa
    Vedova Elina ed orfani i suoi figli
    Ah no, non restin!»
                       Cede alla possanza
    Del suo rammarco alfin l'inconsolata
    Moglie d'Irnando, ed una sera asceso
    Il solito cíglion con Ildegarde,
    Donde vedeasi per più lunga tratta
    La polverosa via, nè comparendo
    I cavalieri, o messo alcun, prorompe
    Abbracciando i figliuoli in disperato
    Pianto, e respinge dell'amica il bacio.
      —Va, sciagurata, lasciami; a' miei figli
    Rapisti il genitore! A me rapisti
    Colui che tutto era al cor mio! Colui,
    Pel qual degli avi miei la dolce terra
    Senza cordoglio abbandonata avea!
    Viver senz'esso non poss'io: qual sorte
    A queste derelitte creature
    Verrà serbata, dacchè al padre i ferri
    Tolgon la vita, ed alla madre il lutto?
    Voler, voler del cielo era d'Irnando
    L'inimistà pel tuo fatal consorte!
    Maledetto l'istante in che, ispirata
    Da infernal consiglier, lieta movevi
    A mia ruina! Maledetto il nome
    Di suora che ti diedi!—
                            Al furibondo
    Grido geme Ildegarde, e invan desìa
    Trovar parole per placar l'afflitta;
    Invan gli amplessi iterar tenta. Ognora
    Più duramente rigettata e carca
    Di rimbrotti amarissimi, il cordoglio
    Rispetta dell'amica, e ridiscende
    Dietro a lei mestamente la collina,
    D'ancella a guisa che garrita piange,
    E risponder non osa. A quando a quando
    Si sofferma Ildegarde, e confidata
    Tende l'orecchio e nella valle mira,
    Che voci udir le sembra; e quelle voci,
    Ahi! manda il villanel, che dagli arati
    Campi co' buoi ritorna, ed a lui cara
    Son compagnia l'antica madre, curva
    Sotto il fascio dell'erbe, e la robusta
    Moglie, peso maggior di rudi sterpi
    Con elegante alacrità portando.
      Ne' dì seguenti, al consüeto poggio
    Le due donne riedean, ma fremebonda
    Sempre era Elina, e, tramontato il sole,
    Moveva a casa delirante d'ira
    E di dolore; ognor vituperata
    Ma affettüosa la seguìa Ildegarde.
      Odon lontane grida, e nella valle,
    Come all'usato i guardi avidamente
    Con palpiti d'amor gettano entrambe
    E di speranza e di paura. Il cane
    Drizza i villosi orecchi, ed un acuto
    Insolito latrato alza, e si scaglia
    Giù per la praterìa precipitoso,
    Folte siepi saltando ed ardui fossi
    E scoscesi macigni. E ad intervalli
    Sparisce e ricompare, e tace, e abbaia,
    Nè mai s'arresta.
                     —E sarà ver? Son dessi,
    Son dessi certo! Esclamano a vicenda
    Con ebbrezza febbril le desïose.
    Ma se alle lance reduci or mancasse
    Uno de' capitani, od ambo forse?
    Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate!
    Chi ne assecura?
                    Sì dicendo, il passo
    Raddoppiano affannate. Al piano giunte,
    Odon le scalpitanti ugne veloci
    D'uno o duo corridori: ah fosser duo!
    Fosser de' duo baroni i corridori!
    Scerner gli oggetti mal lasciava un denso
    Nembo di polve. Ah sì! Lor lance appunto
    Camillo e Irnando precedean, con ansia
    Di riveder le dolci spose. Oh gioia!
    Oh certezza felice! Il lor saluto
    Suona per l'aer, ben son lor voci queste.
    Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi!
    Oh istante indescrittibile! E il consorte,
    Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assai
    L'ha coperto di lagrime e di baci,
    Ciascuna dell'amica infra le braccia
    Gittasi giubilando.
                       —Il dolor mio
    Aspra mi fea: perdonami Ildegarde.
      E Ildegarde alla suora il detto tronca,
    Ponendo bocca sovra bocca, ed ambe
    Pur di lagrime bagnansi. I fanciulli
    Preso frattanto ha fra le braccia Irnando,
    E accarezzato li accarezza, e gode
    Porgendoli a Camillo, e di Camillo
    La nova tenerezza rimirando.
      Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio,
    Un esclamar, un alternarsi accenti
    Di cortesìa e d'amore, un romper folle
    In pianto e in riso, un mescolar dimande
    E risposte e racconti, e i cominciati
    Detti obblïar per detti altri frapporre,
    Che niun di lor cosa veruna intende.
      Nel castello d'Irnando entrano. E assisi
    Nella gran sala—e da donzelle e fanti
    Portate l'ampie coppe—e zampillato
    Fuor de' fiaschi ospitali il ribollente
    Dal roseo spumeggiar bel nibbïolo—
    E del giocondo brindisi i sonanti
    Tocchi osservati—e roborato il core—
    Allor le maschie voci alzano a gara
    I baroni, e ripigliano il racconto
    In più seguìta, intelligibil foggia:
    —Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde,
    Te in così tempestiva ora spingendo
    A rannodar fra Irnando e me l'amato
    Vincol che stoltamente io franto avea!—
      Così Camillo, e l'interrompe l'altro:
      Io lo stolto! Io il feroce!—
                                   E quei la mano
    Sovra il labbro gli pon rïassumendo:
      —Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde!
    Perduto er'io, se redentrice possa
    D'amistà non venìa. L'assedïante
    Ladron dapprima sbaragliai, ma il tristo
    Novella frotta ragunò. Me chiuso
    Nel castel della suora, egli ogni giorno
    Schernìa e sfidava. Io sul fellone indarno
    Prorompeva ogni giorno: ahimè! gli sforzi
    Del valor mio nulla potean su tanto
    Nover crescente di nemici. A noi
    Già le biade fallìan, già fallìan l'armi,
    E già il cessar d'ogni speranza e il cruccio
    Rabido della fame a' guerrier nostri
    Consigliavan rivolta ed abbandono.
    Universal divenne voce alfine:
    «Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadiero
    Promettea vita a ognun fuorchè a mia suora
    E a' suoi figliuoli e a me. Tra minaccioso
    E supplicante, io i perfidi arringava,
    Che della rocca aprir volean le porte:
    —«Sino a dimane il tradimento, o iniqui,
    Sino a dimane sospendete!» Un resto
    Di pietà e di rispetto, al grido mio,
    Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane!
    Sclamarono, e se Dio pria dell'aurora
    Portenti oprato non avrà a tuo scampo,
    Lo scampo nostro procacciar n'è forza.»
    Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore!
    Oh come orrenda cosa eraci il suono
    Del bronzo che segnavale! Oh angosciato
    Appressarsi dell'alba! Oh sbigottiti
    Muti sembianti della mia sorella
    E de' suoi pargoletti! Oh contrastante
    Dignità di parole in prepararci
    A' vicini supplizi! Ed oh com'io
    Tra me dicea: «Deh! che non seppi amico
    Tutta la vita conservarmi Irnando?—
    Improvviso frastuono udiam levarsi
    Fuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio!
    Una pugna! E con chi?—«La man di Dio!
    La man di Dio!» gridan mie turbe: a terra
    Mi si prostran pentite, il giuramento
    Di fedeltà rinnovano; a gagliarda
    Sortita le süado, ed infinito
    Macel lung'ora de' nemici è fatto.
      Qui il narrar di Camillo Irnando tronca:
    —Ah! s'impeto cotanto, e se cotanta
    Prodezza ad ammirar non m'astringevi,
    Me gli assaliti sconfiggeano! In fuga
    Eran molti de' miei, già in fuga io stesso
    Omai volgeami disperato: i colpi
    Tuoi scomposer l'esercito inimico,
    E di salvezza io debitor t'andai!—
      S'avvicendan la lode i cavalieri,
    L'uno dell'altro memorando i fatti.
    Alfine Elina sclama:—Ad Ildegarde
    Spettan tutte le lodi! Innanzi a lei
    Prostratevi, e la sua destra baciate.—
      E i cavalieri prostratisi, e la destra
    Baciano d'Ildegarde, e penitenza
    Le chieggon del furente odio passato;
    Ed ella in penitenza un'annua festa
    Intima in questo e in quel castel, che festa
    Dell'amistà
si chiami, e dove uficio
    De' vati sia cantar quanti sospetti
    Calunnïosi partorisce l'ira,
    E quanto l'ira accrescano le ambagi
    De' falsi intercessori, e quanto egregia
    Sappia interceditrice esser la donna.
      —E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoi
    Penitenza? soggiugne in umil atto
    Palma a palma accostando, ed il ginocchio
    Piegando Elina.—
                     Ed Ildegarde:—Il primo
    Figlio, o diletta, che ti nasca, il nome
    Porti del mio Camillo; e mi sia dato,
    Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina.

I SALUZZESI.

Cantica.

L'amore che porto a Saluzzo, mia città nativa, m'ha indotto a cantare un fatto luttuosissimo, che trovasi ne' suoi annali, al secolo XIV. Il Marchesato di Saluzzo era di qualche importanza a quei tempi, e la vicenda di cui parlo si collegava colle passioni che ferveano per tutta Italia.

Nel 1336 Tommaso II succedette al padre nella signorìa di Saluzzo, ma gli fu contrastato il seggio da Manfredo suo zio. Tommaso avea per moglie Riccarda Visconti di Milano, ed era quindi uno de' Principi ghibellini, ai quali i Visconti erano capo, tutte le speranze della parte ghibellina appoggiandosi a quel tempo sovra Azzo fratello di Riccarda di Saluzzo, e poscia sovra Luchino Visconti, loro zio.

Manfredo si professò guelfo per avere la protezione del potentissimo capo de' guelfi, Roberto Re di Napoli, della casa d'Angiò. Era questi un ragguardevole monarca per ingegno e per possedimenti. Oltre al suo regno ed alla contea di Provenza, suo avito dominio, gli appartenevano, per diritti veri o dubbii, parecchie signorìe qua a là in tutta la lunghezza della penisola. Roma e Firenze lo riconoscevano per protettore. Sventolava la sua bandiera sopra molte castella delle terre Lombarde, Monferrine, Astigiane, Piemontesi. A lui obbedivano Savigliano, Fossano, Cuneo ec. Non conduceva eserciti egli medesimo, e teneva, tutti quei disseminati dominii con masnade Provenzali, Napoletane o d'altre razze, sotto al comando di valorosi baroni, i quali, governando ciascuno a modo suo, mal sapeano affezionare le genti al loro sovrano. Voleva Roberto far cadere la potenza ghibellina de' Visconti, e domare tutti gli Stati Italiani; ma non essendo egli d'indole guerriera, operava con lentezza, e non conseguì mai l'ardito proposto. Guelfi e ghibellini si vantavano a vicenda d'essere i veri amanti della nazione, i veri fautori della civiltà, della giustizia, della causa di Dio; ed intanto mal si sarebbe distinto da qual lato fossero più errori e più colpe, benchè in tali tenebre pur lampeggiassero alcune alte virtù. L'età era cavalieresca e religiosa, con elementi di gelosie repubblicane. Tutto ciò è sommamente poetico.

A que' giorni viveano con immensa fama di dottrina Petrarca e Boccaccio, ed altri uomini sommi; ed il re Roberto ed i Visconti si gloriavano d'averli ad amici. Siccome il Marchesato di Saluzzo attraeva gli occhi della corte di Napoli, non è maraviglia che il Boccaccio abbia dato luogo fra le sue più nobili novelle alla Saluzzese Griselda.

Mentre quella splendida corte era modello di gentilezza, le schiere di Roberto, capitanate dal siniscalco Bertrando del Balzo, provenzale, e congiunte con altre armi, proruppero ne' nostri paesi per sostenere i pretesi diritti di Manfredo, empierono di rubamenti e di carnificine la contrada, espugnarono ed incendiarono Saluzzo, presero prigione il marchese Tommaso co' suoi figliuoli, gareggiarono con Manfredo a commettere ogni barbarie, e così in breve disingannarono coloro fra i prodi Saluzzesi che avevano sognato in Roberto un semidio, e ne' suoi guelfi altri semidei, chiamati ad abolire le antiche ingiustizie, ed a stabilire in Italia il secolo della sapienza e della rettitudine.

Ottenne Tommaso per riscatto la libertà, e trovando che Manfredo e tutti i guelfi erano esecrati, si volse ad adunare nuova oste di ghibellini, v'aggiunse uno stuolo assoldato di lance straniere, ma ben disciplinate, guerreggiò e vinse. Il tiranno Manfredo e i suoi alleati furono espulsi.

Questi avvenimenti di Saluzzo sono il soggetto della mia Cantica. Tratta di essi con assai numero di rilevanti particolarità la storia di Saluzzo di Delfino Muletti, e di Carlo suo figlio; ed ivi leggesi pubblicato la prima volta da esso Carlo uno scritto, in cui il cominciamento di quella guerra e delle crudeltà di Manfredo è dipinto con forza da autore di quel secolo, stato anzi egli medesimo testimonio della distruzione del luogo nativo. Quello scritto intitolato Calamitas calamitatum, Commentariolum Iohannis Iacobi de Fia, rivela nell'uomo che lo dettava una mente colta e generosa. Ei dimandava al cielo, e presagiva la caduta degl'invasori.—(Ploremus ergo coram Deo, poeniteat nos iniquitatum nostrarum, et a praesenti calamitate calamitatum maxima liberi facti erimus).

La cacciata degli stranieri diede novella virtù ai Saluzzesi; le discordie civili scemarono, e s'estinse a que' giorni con Roberto la gloria della fatale casa d'Angiò, che aveva cotanto illuso ed insanguinato l'Italia. Carlo, figlio di Roberto, era premorto al padre, e lo scettro passò nelle mani di Giovanna, figlia di Carlo, la quale, rea dell'uccisione d'un marito, patì infiniti guai, ed infine dal vendicatore del primo marito fu data a morte.

I SALUZZESI.

      Odium suscitat rixas, et universa
      delicta operit charitas.
                (Prov. 10. 12).

I.

    Dolce Saluzzo mia! terra d'antiche
    Nobili pugne, e d'alternate sorti
    Prospere e infelicissime, e d'ingegni
    Che t'onoràr con gravi magisteri,
    O con bell'arti, o con sincere istorie,
    O coll'affettüoso estro che splende
    In ognun che ti canta, e vieppiù splende.
    Sovra l'arpa gentil di Dëodata[1],
    Tua prediletta figlia! Io ti saluto,
    O terra de' miei padri, e dall'affetto
    Che ti porto, m'ispiro oggi cantando
    Un tuo illustre dolor d'anni lontani,
    Che fu dolor da forti alme compianto,
    E da forti alme sopportato e misto
    Ahi troppo! a colpe, ma pur misto a esempi
    Di patrio amor, di lealtà e di senno.
      O fantasia, sulle tue magich'ali
    Toglimi a' dì presenti, e con gagliardo
    Vol ritocchiamo il secolo guerriero
    Di Tommaso e Manfredo; il secol pieno
    Di guelfe e ghibelline ire, che servo
    Parve e non fu dell'ultimo Angioìno;
    Il pöetico secol, che dall'ombra
    Gigantesca di Dante e dalle pure
    Armonìe di Petrarca, e più dal lume
    D'ammirabili Santi, era di molti
    Olocausti di sangue consolato.
      Fra gl'Itali dominii, ecco Saluzzo
    Non ultima in possanza: eccola altera
    Di lunga tratta di montagne e valli
    E feconde pianure, e di castella
    Governate da prodi: eccola altera
    De' prenci suoi. La marchional corona
    Fregia Tommaso, affratellato ai grandi
    Ghibellini Visconti, onde Roberto
    Angiöin dalla sua Napoletana
    Splendida reggia freme, e agguati ordisce,
    Impor bramando con novello prence
    A' Saluzzesi il guelfo suo stendardo.
      Volgea quella stagion, quando Saluzzo
    Vede scemar pe' campi suoi le nevi,
    E ogni dì s'avvicendano i gelati
    Estremi soffi dell'inverno, e l'aure
    Che già vorrebbe intepidir l'amica
    Possa del Sol che a ricrëarci torna.
    E volgeva una sera, ed a tard'ora
    Entro alla cara sua celletta prono
    Stava orando il canuto Ugo, dolente
    Che involontaria a' preghi si mescesse
    Nel suo intelletto or questa cura or quella
    Di Staffarda pel chiostro, onde ei cingea
    L'infula veneranda. E benchè antico
    Nelle salde virtù di pazïenza
    E d'umiltà, pur non potea ne' preghi
    Trovar facìl quïete, anco ove miti
    Talor del monaster fosser gli affanni,
    Perocch'ei molte conoscea secrete
    D'alti alberghi sfortune e di tugurii,
    E d'innocenti peregrini oppressi;
    E la mente magnanima del vecchio
    Compatìa in tutti i cuori illustri o bassi
    Delle colpe gli strazi e quei del pianto.
      Or mentre inginocchiato ei le divine
    Grazie per tutti invoca, ode la squilla
    Che a notte suona il vïator venuto
    Alla porta ospital. Sospeso allora
    Il conversar con Dio, s'alza ed appella
    Un de' laici fratelli, e—Va, gli dice;
    Provvedi tu che all'arrivante abbondi
    Di carità dolcissima il conforto,
    Chiunque ei sia.
                Quindi, umilmente curva
    La nivea fronte, eccol di nuovo a' piedi
    Del Crocefisso, e nell'orar diceva:
    —Or chi sarà questo ramingo? Oh fosse
    Tal di que' mesti a cui giovar potessi!
      D'accelerati e poderosi passi
    D'un cavalier sonar sembran le volte;
    Poscia addotto dal laico entro la cella
    Viene… Eleardo.
                 —Oh amato zio!
                            —Nepote,
    Onde tu di Staffarda alla Badìa?
    Il laico si ritrasse. I duo congiunti
    Si strinsero le destre, e il giovin prode
    Sovra la scarna destra del canuto
    Le labbra pose, ed ambe allor le braccia
    Aperse questi, e al sen paternamente
    Il figlio accolse dell'estinta suora.
      Così il giovin comincia:
                        —Alto mistero
    Son chiamato a svelarti.
                      —In me fiducia
    Sai qual tua madre avesse; abbila pari.
      —Dacchè in Saluzzo reduce son io
    Dalla corte di Napoli e dal Tebro,
    Poche fïate al fianco tuo m'assisi,
    E assai pensieri d'Eleardo ignori.
      —E l'ignorarli mi mettea paure,
    Che forse sgombrerai.
                   —Padre, mentita
    È la fama che sparsa han da Milano
    I perfidi Visconti incontro al vero
    Proteggitor d'Italia tutta e nostro.
    In benefizi alto, fedel, possente
    È il regio cor del Provenzal Roberto:
    Ei la Chiesa vuol grande: ci de' tiranni
    Flagello fia; de' buoni prenci scampo.

      —Bada, o giovin bollente, omai tremenda
    Splender la luce di quel re straniero
    Che di Napoli al serto altre aggiungendo
    Minori signorìe, stende sue lance
    Di castello in castel, di villa in villa,
    Fra' Romani, fra' Toschi e fra' Lombardi,
    E feudi suoi non pochi ha in Monferrato
    E in Piemontesi sponde. A molti egregi
    Dubbia pietà è la sua sulle miserie
    Delle irate, cozzanti, Itale stirpi.
      —Dubbia fu dianzi, or più non è. Sol una
    Appalesasi speme, un sol desìo
    In re Roberto e nel Pastor del mondo:
    Concordia vonno e giuste leggi, e freno
    Ad eresìe, a tirannidi, a macelli:
    Collegare in un patto a comun gloria
    Vonno e prenci e repubbliche e baroni.
      —Del supremo Pastor ferve nel petto
    Ansïetà pe' figli suoi sublime;
    Il so: ma in petto di Roberto ferve
    Pericolosa ambizïon.
                  —Tal grida
    Del ghibellin Visconte la calunnia,
    Ma smascherato è l'impostor. Lui regge
    Ed ognor resse ambizïon! Lui preme
    Sete d'oro e di sangue! In Lombardia
    Ei d'un mortal più non possede il core:
    Sospiran ivi tutti i buoni o il braccio
    Liberator dell'Alemanno Augusto,
    O della serpe Viscontèa sul capo
    La folgor pontificia, e i benedetti
    Brandi del re. Quanto i Lombardi omai
    Da quella fatal serpe avviluppati,
    Contaminati, laceri, scherniti
    Non ci vediam noi Saluzzesi forse,
    Dacchè sposa al Marchese incantatrice
    Venne Riccarda, e tracotante stormo
    D'Insubri cortegiani accompagnolla?

      —Figlio, ricorda ch'altre volte io seppi
    Quell'ira tua sedar. Ragioni mille
    Di Saluzzo il dominio alla fortuna
    Stringono di Milano.
                  —Oggi disciolta
    È l'infernal necessità.
                     —Che intendi?
      —Svelta alfin oggi dall'ignobil crine
    Del marchese Tommaso è la corona.
      —Oh ciel! che parli? Come?
                          —Oggi Saluzzo
    E delle valli sue tutti i baroni
    Mutan sommo signor: nel seggio ascende
    Del marchesato…
                 —Chi?
                     —Manfredo.
                              —Un sogno,
    Un sogno è il tuo: Manfredo osò la mano
    Stendere al serto del nepote un giorno,
    Ma pochi il secondaro, e giurò pace.
      —Fur vïolati da Tommaso i sacri
    Vincoli della pace, e l'insultato
    Manfredo sorge con diritto, e pugna.
      —Foggiati insulti! Agli occhi miei rifulge
    Di Tommaso la fede.
                   —Or cessa, o zio,
    Di compianger l'iniquo, e sostenerlo.
    A quest'ora medesma in ch'io ti parlo,
    Invitte squadre ascosamente tratte
    Son da più lati del Piemonte, l'une
    Da Savigliano e circostanti borghi
    Obbedïenti al re, l'altre portando
    La Taurinense e la Sabauda insegna;
    Ed a lor si congiunge Asti, ed il nerbo
    De' Monferrini guelfi; e, pria che albeggi,
    Saluzzo investiranno, e di Saluzzo
    Da interni guelfi s'apriran le porte.

    —Perfidia tanta ah! non permetta il cielo!
    —Manfredo, signor nostro, a te m'invia,
    A te ch'egli ama e venera, e possente
    Crede appo Dio.
               —Che vuol da me il fellone?
    —T'acqueta.
            —Che vuol ei?
                        —Rende onoranza
    A quella fama tua che in parte celi
    Per umiltade, e forse in parte ignori,
    Ma che sul volgo e sui baroni è immensa.
    Il vigor de' Profeti, è nel tuo sguardo,
    Nella parola tua, nell'inclit'opre!
    Nè fur poste in obblìo le ardimentose
    Verità che portate hai cento volte
    In nome dell'Eterno a' piè de' forti.
    Banditor oggi te desìa, te vuole
    Di verità terribili Manfredo:
    Vieni i Visconti a maledir nel campo,
    Vieni in Saluzzo a maledirli; vieni
    Tommaso a maledir, che a' ghibellini
    Fatto s'era mancipio; e il tuo ispirato
    Ingegno volgi a secondar gl'intenti
    Di chi protegge i popoli e il diritto.
      Balza a tai detti dal suo antico seggio
    Il sacro vecchio, e grida:—Oh sconsigliati!
    Oh foss'io in tempo! Oh, me vestisse Iddio
    Del vigor de' Profeti un giorno solo!
    Ov'è Manfredo?
              —Il menan le notturne
    Ombre colla invadente oste a lui fida.
      —Mi si bardi il corsier, prorompe l'altro.
      E mentre il laico diligente move
    Ad obbedir, l'illustre coppia ancora
    Entro la cella si sofferma, e scambia
    Dell'agitato alterno animo i sensi.
      —Figlio, sedotto sei. Più che a te noti
    Di Roberto e Manfredo i cor mi sono.
    Ottimo è il re, ma in Napoli, ove lieto
    Di splendid'arti e cortesìa sfavilla:
    Lunge di là, malefico è il suo genio,
    Però che illude cavalieri e volgo,
    Con brame empie di guerra e di rivolta.
    E mentre a chi gli sta vicino ei mostra
    Amabili virtù, sparge per tutte
    Le vie della penisola protetta
    Superbi capitani a intimar pace,
    Depredando, uccidendo e soggiogando.
    Tal è il vantato amico re. Gli giova
    Scemar la possa de' Visconti, a noi
    Unici grandi appoggi; ed a quel fine
    Oggi stromento egli Manfredo elegge.
      —A Manfredo parlando e a' regii duci,
    Dissiperassi il tuo terror. Brandite
    Furon le generose armi con alto,
    Solenne giuro d'elevar gli oppressi,
    Ed atterrar chi leggi ed are spregia.
      —Di chi s'avventa a qual sia guerra, è il giuro.
      —Vedrai di stirpe Saluzzese egregi
    Baroni alzar la Manfredesca insegna.
      —So che vedrovvi tra i cospicui illusi
    Quell'Arrigo Elïon che ti governa,
    Sua figlia promettendoti. Arrossisci?
    Pur troppo non errai.
                   —Più che gli affetti,
    Seguir ragione e coscïenza intendo.
      Bardato del canuto è il palafreno,
    E accanto ad esso scalpita il corsiero
    Del giovin cavalier. Brevi l'abate
    Lascia a' monaci suoi caute parole;
    Di sua man l'acqua santa a lor comparte,
    Li benedice, ed eccolo salito
    Guerrescamente sull'arcion, siccome
    Uom, che pria della tonaca ha vestito
    Corazza e maglia, e nome ebbe di prode.

      Stride sui ferrei cardini la porta
    Del monastero, e si spalanca. Entrambo
    Escon gl'illustri, e su minor cavalli
    Duo servïenti; e soffermato resta
    In sulla soglia il monacal drappello,
    Cui s'abboccò l'abate alla partita.
      —Che fia? Si dicon con alterno sguardo
    Paventando sciagure, ed ignorando
    Le sovrastanti stragi. Intanto s'ode
    La campanella de' notturni salmi,
    E vien chiusa la porta, e traversato
    L'ampio cortil, tutta la pia famiglia
    Entra nel tempio e tragge al coro, e canta.

[1] La Contessa DEODATA ROERO DI REVELLO, nata SALUZZO.

II.

      All'ombra delle chiese oh fortunata
    Pace, in secoli d'odii e tradimenti!
    Ivi mentre ne' campi arse talora
    Venìan le messi, e al villanello afflitto
    Il guerriero aggiugnea scherni e percosse,
    E mentre in borghi ed in città i fratelli
    Trucidavan fratelli, e mentre noto
    Andava questo e quel castel per nappi
    Di velen ministrati, e per pugnali
    Vibrati nelle tenebre, e per donne,
    Che il geloso, implacabile barone
    Seppellìa vive delle torri in fondo,
    Il monaco espïava or sue passate
    Colpe, or le colpe delle stirpi inique:
    E non di rado quelle sacre lane
    Coprìano ingegni sapïenti e miti,
    Stranieri al secol lor, com'è straniero
    Fra malefici sterpi il fior gentile,
    E fra cocenti arene il zampillìo
    Ospital d'una fonte, e fra selvagge
    Masnade un cor che sopra i vinti gema.
      Intanto che a Staffarda i coccollati
    Salmeggiavano in coro, e che l'antico
    Ugo sul palafreno i pantanosi
    Sentieri e le boscaglie attraversava,
    Mossa da Moncalier, tragge a Saluzzo
    Moltitudine varia e spaventosa:
    Di regie insegne e d'alleati, e insieme
    Co' guerrieri diversi orrende bande
    Di comprati ladroni. Il sommo duce
    È Bertrando del Balzo, altero e prode
    Siniscalco del rege, e di Bertrando
    Primo seguace è il traditor Manfredo,
    Ch'entrambe i suoi fratelli sconsigliati
    Seco strascina alla malvagia impresa.

      Giunger vonno di notte appo le mura
    Insidïate, e lor sorride speme
    Ch'a suon di trombe s'apra ivi la porta.
    Ma precorsa è la fama, e quando arriva
    L'oste a' piè di Saluzzo, e dagli araldi
    Si suonano le trombe, al suono audace
    Interna intelligenza non risponde,
    E nessun ponte levatoio scende
    Degl'invasori al passo. Irte le mura
    Stan di lance fedeli, scintillanti
    Al raggio della luna, e dal lor grembo
    Piovon sull'oste urli di rabbia e dardi;
    Ed a quegli urli universal succede
    Il grido popolar:—«Viva Tommaso!».
    Sì che Manfredo per livor si morde
    Ambe le labbra, e al baldanzoso volgo
    Giura dar pena d'infinite stragi.
      Il Provenzal Bertrando, alma beffarda
    Dell'amistà del rege insuperbita,
    Quasi rege teneasi, e agevolmente
    Sovr'ogn'italo sir vibrava scherni.
    Prorompe ei quindi in tracotante riso,
    E voltosi a Manfredo:—Ecco, gli dice,
    Quel che ne promettesti universale
    Amor per te de' Saluzzesi spirti!

      Poi dopo il riso atteggiasi a disdegno:
    —Tutti siete così! Promesse, vanti,
    Folli speranze! ed ardui indi i perigli,
    Lunghe le imprese, ed il mio re frattanto
    Per vantaggi non suoi perde i suoi prodi!
      —T'acqueta, dice con infinta calma
    Il fremente Manfredo; oltre poch'ore
    Non dureran gl'inciampi: un solo basta
    Gagliardo assalto, e il disporrem veloci.
      Mentre a dispor l'assalto ardimentosi
    Coopran gl'intelletti de' supremi
    E l'obbedir delle volgari turbe,
    Congegnando, apprestando armi, brocchieri,
    Ferrate travi e macchine scaglianti,
    E tutta la pianura è voce e moto
    E cigolìo di carri, e picchiamento
    Di mannaie che atterrano le piante,
    E stridere di pietre agglomerate,
    E in mezzo alle fatiche or la bestemmia
    E l'impudente ghigno, ed ora il canto—
    Dentro Saluzzo non minor s'avviva
    Il poter delle menti e delle braccia
    Per la sacra difesa. Ignoti e pochi
    Sono gl'interni traditori, e a mille
    Ardono i cuori allo stendardo uniti
    Del marchese Tommaso. Ei di que' prenci
    Magnanimi era, ch'ove rischio appaia,
    Brillan di nova luce, e più sublime
    Han la parola, e più sublime il guardo,
    E quasi per magìa destan ne' petti
    Della poc'anzi malignante plebe
    Amor, concordia, ambizïon gentile.
      Pressochè in tutte l'alme ivi obblïato
    È questo o quell'error che, apposto o vero,
    Jer gran macchia parea sovra Tommaso:
    Più non vedesi in lui che un assalito
    Posseditore di paterni dritti,
    Un amato signor, una man pia
    Che premiava e puniva e sorreggeva,
    E ch'uopo è conservar. Sì che la stessa
    Bellissima Riccarda, onde cotanto
    A' Saluzzesi dispiacea la stirpe,
    Più d'abborrita origine non sembra,
    Or che il popol la vede paventosa,
    Ma non già vil, dividere i perigli
    E le cure del sir. La sua bellezza
    Molce i fedeli armati; il suo linguaggio
    Più non suona stranier, benchè lombardo.
    E quand'ella e Tommaso, a destra, a manca,
    Parlan di speme nell'accorrer pronto
    Dell'armi de' Visconti a lor salvezza,
    Esultan gli ascoltanti e mandan plauso.
      Al declinar di quell'orribil notte
    Ugo nella invadente oste arrivava
    Con Eleardo, e trassero al cospetto
    Del regio siniscalco e di Manfredo.
    Alzò Manfredo un grido di contento
    All'apparir del vecchio, ed a Bertrando
    Lo presentò dicendo:—O sir del Balzo,
    Eccoti di Staffarda il presul santo,
    Colui, che per bell'opre onnipossente
    Fama sul popol di Saluzzo ottenne!
    Il cor certo gli splende a questa aurora
    D'un avvenir pe' nostri patrii lidi
    Più glorïoso e fortunato e giusto.
      Avvicinossi ad Ugo il siniscalco,
    E celando nell'alma dispettosa
    Il disamore e il tedio, un reverente
    Foggiò sorriso, e disse:—Anco il monarca
    Serba di te memoria, o illustre padre,
    E qui trionfo, non dall'arme tanto,
    Che ben darglielo ponno, egli desìa,
    Quanto dall'opra del tuo amico senno.
      Indi Manfredo ripigliò i motivi
    A spiegar della guerra, annoverando
    Frodi e stoltezze e ineluttabili onte
    Sul nome di Tommaso accumulate,
    Perchè ligio all'astuta Insubre possa,
    Ed uopi urgenti di riparo, e prove
    Che il maggior uopo a' Saluzzesi fosse
    E a tutta Italia l'unità d'omaggio
    Di quanti erano feudi al re Roberto.
      Ed Ugo ai cavalieri:—Il mio suffragio
    Certo sarìa per la comun concordia
    Sotto uno scettro o ghibellino o guelfo,
    Ma non basta d'afflitti animi il voto
    Perchè cessi il poter dell'ire antiche
    In un popol di stirpi concitate
    Ad aneliti varii e a varii lucri;
    E ragioni si schierano possenti
    Al mio intelletto, sì ch'io neghi al regno
    D'uno straniero in Puglia incoronato
    Il giunger con sua fama e co' suoi brandi
    A collegarci a reverenza e pace.
      —Pensa, o canuto, ch'alto assunto è il nostro:
    Degna è di te l'aïta.
                   —Aïta bramo
    Recarvi, sì: guisa sol una io scorgo.
      —Qual?
           —Del popolo agli occhi e degli armati
    Intercessor presenterommi a voi,
    E per relïgione ambi e clemenza
    Sospenderete le battaglie, e intanto
    A Napoli n'andrò. Placherò, spero,
    L'augusto re; lo distorrò da impresa
    Onde gli torneria danno ed obbrobrio;
    E se leso alcun dritto era a Manfredo,
    Per saldi patti ei risarcito andranne.
      —Proporne indugio alle battaglie è vano:
    Impermutabil di Roberto è il cenno;
    E mal vai profetando obbrobrio e danno
    A chi certezza piena ha di vittoria.
    Solo uno sguardo a nostre schiere volgi,
    E vedrai che Saluzzo oggi s'espugna.
      —Espugnarla potrete, ed il ricovro
    Forse tor del castello al vinto sire,
    E prigion trascinarlo, e dalle chiome
    L'avito serto marchional strappargli,
    E tu, Manfredo, ornartene la fronte.
    Io non ciò vi contendo; io, per l'antico
    Conoscimento mio di questa terra
    E degli animi suoi, sol vi dichiaro,
    Che al crollar di Tommaso, ardua e non ferma
    Vittoria avreste. In cor de' più, gagliarde
    Son le eredate ghibelline fiamme,
    Gagliarda quindi l'amistà a' Visconti,
    Gagliardo l'odio per le guelfe insegne.
    Picciol popolo siam, ma ci dan forza
    E l'arme de' Visconti e il nostro ardire,
    E l'indol Saluzzese, aspra, selvaggia,
    Che paure non piegan ne' supplizi.
      —Obblii ch'io pur son Saluzzese, e mai
    Non mi piegan paure.
                  —In te, Manfredo,
    Splenda il miglior degli ardimenti: quello
    D'anteporre alle gioie empie del brando
    Una gloria più pia, l'amabil gloria
    D'allontanar dalle tue patrie rive
    Una guerra funesta!
                   —Altra favella,
    Assumi, o vecchio. Se t'è caro ufizio
    Scemar l'orror d'inevitata guerra,
    Sposa il vessillo mio, movi alle mura
    Assedïate, i cittadini arringa,
    Traggili a sottopormisi.
                      —Non posso!
    Nol debbo! Ufizio mio giovevol solo
    Esser ponno le supplici parole,
    E l'aprirvi, quai Dio me li palesa,
    I forti avvisi. Trattenete i brandi,
    E se ingiustizia fu in Tommaso, al dritto
    Basteran le ragioni a richiamarlo,
    Ed indi a pochi dì voi satisfatti
    E glorïosi e senza ira di sangue,
    Benedetti dai popoli e dal cielo,
    Trarrete a vostre sedi. Ove sospinto
    Da ambizïone e da rancori antichi
    Tu inesorabilmente alla corona
    Di Saluzzo, o Manfredo, oggi agognassi,
    E afferrarla potessi, in odio fora
    Il nome tuo a' soggetti, e, pur volendo,
    Felici farli non potresti. Iniqua
    Necessità di gelosie e vendette
    Nasce da civil guerra, e l'usurpante
    Non si sostien fuorchè a perpetuo patto
    Di timori e carnefici. E si ponga
    Che dianzi mal reggesse il prence vinto,
    L'esser vinto o fuggiasco ovver sotterra
    Amicherà al suo nome i cuori molti
    Che offeso avrai; s'obblïeranno i torti
    Del perduto signor; s'abbelliranno
    Le ricordate sue virtù. Lui spento,
    Sorgeran prenci astuti o generosi
    Per vendicarlo, e s'anco astuti ed empi
    Fossero in cor, venereralli il volgo,
    Giocondo sempre d'abborrire un forte,
    Che per ingegno e vïolenza regni.
    E a cotal colleganza d'assalenti
    Quai son le forze che opporrìa Manfredo?
      —Le regie forze! esclama furibondo
    Il Provenzal barone.
                  —In molte guerre
    Il vostro re s'avvolge, Ugo ripiglia,
    E ove sia con gagliarde armi assalito
    Per altri lidi, a propugnarli io veggo
    Receder queste schiere, e te, Manfredo,
    Veggo fremente e povero d'acciari,
    E tradito da' tuoi!…
                   Qui del profeta
    Interrompon la voce i capitani.
    Egli alza il Crocefisso, ed umilmente
    Prega i superbi, e pregali pel nome
    Del Redentor. Respinto viene, e sorge
    Più d'un ferro dell'oste a minacciarlo.
      Scudo al monaco feansi alcuni prodi,
    E fra questi Eleardo. Il santo vecchio
    Di scherni non tremò, nè di minacce,
    E più fïate ripetè ai felloni:
    —L'impresa vostra maledice Iddio!

III.

    Di te, Religïon, nobile è ufficio,
    L'affrontare imperterrita coll'arme
    Delle temute verità i superbi,
    Pur con periglio d'onta e di martirio!
    E quell'uficio, oh quante volte i veri
    Sacerdoti di Dio forti adempièro!
    Talor sotto l'acciar de' vïolenti
    Perìan que' venerandi, e talor rotti
    E insanguinati, e carichi di ferro
    Venìan sepolti in erma, orrida torre:
    Nè dai tremendi esempi sbigottito
    Era il cor d'altri santi. E se la voce
    D'un'alma pura e consecrata all'are
    Da iniqui prodi spesso iva schernita,
    Pur non inutil pienamente ell'era:
    Schernita andava, ma ponea ne' petti
    Di que' feroci inverecondi un germe
    Che forse un dì fruttava; ed era un germe
    Religïoso di terrore. E in mezzo
    A tai feroci petti, alcun pur sempre
    Ve n'avea di men guasto, a cui l'ardita
    Sacerdotal, magnanima parola
    Or di cospicui presuli, or d'umili
    Fraticelli o romiti in patrocinio
    Degl'innocenti, era parola invitta
    Che con pronti rimorsi il tormentava,
    Sì che riedesse a carità ed onore.
      Compagno fessi al vecchio Ugo per molti
    Passi Eleardo oltre al terren coperto
    Da quelle schiere di crudeli armati,
    Indi, con grave d'ambidue cordoglio,
    Il nipote strappossi dalle invano
    Tenaci braccia dell'amato antico.
      Ahi! senza pro sclamava questi:—Oh figlio!
    Qui non m'abbandonar! Più fra quell'empie
    Insegne che il Signore ha maledette
    Pel labbro mio, deh non ritrarre il piede!
    Te ne scongiuro per la sacra polve
    Della mia suora, a te sì dolce madre!
    Te ne scongiuro per la polve illustre
    Del tuo buon genitore e de' nostr'avi,
    Che fidi cavalieri ed incolpati
    Furon sostegni tutti a chi in Saluzzo
    Stringea con dritto il signorile acciaro!
    Esci dal laccio che al tuo core han teso
    I rapaci stranieri! A me, alla patria,
    Al tuo prence ritorna. Infamia e lutto
    Sta con Manfredo, con Tommaso il cielo!