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Poesie inedite vol. II cover

Poesie inedite vol. II

Chapter 16: IX.
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About This Book

The collection gathers narrative lyric pieces framed as cantiche voiced by an imagined medieval troubadour. Poems present compact epic sketches—public assemblies, accusations, chivalric trials, and domestic scenes—that probe female virtue, honor, and passion. Interwoven are metapoetic reflections on the purpose of poetry and its moral aims, arguing for literature that cultivates civic and private virtues. Settings favor the medieval past as a fertile stage for moral exempla, while language alternates between declamatory address and concise storytelling to produce instructive yet pictorial poetic tableaux.

      Udìa Eleardo il prolungato grido
    Del supplice canuto, ed il veloce
    Corso intanto seguìa. Ma benchè sordo
    Paresse e irreverente, a lui que' detti
    Eran quai dardi all'anima commossa,
    E vïolenza a sè medesmo ei fea
    Non fermando il suo corso, e non volgendo
    Il piè per rigittarsi alle ginocchia
    Del caro supplicante. Il pro' Eleardo
    S'ostinava per varii ignoti impulsi
    A ritornar fra i collegati duci,
    Cercando creder ch'ei virtù seguisse,
    Ed Ugo fosse un tentatore, un cieco
    D'errori amico. Intende il cavaliero
    Ad ogni vil tentazïon lo spirto
    Incolume serbare: idolo intende
    Virtù, virtù, non larva farsi alcuna!
    Virtù vuol ravvisar, virtù secura
    Nelle giurate splendide fortune,
    Che il re Angioìno ai Saluzzesi e a tutta
    La penisola appresta. Ei quel monarca
    Ed i suoi capitani, e più Manfredo
    Vuol reputar veraci eroi. Ma pure….
    Ad onta del proposto, il sen gli rode
    Nascente dubbio irresistibil. Cela
    Questo dubbio, ma il porta, e così giunge
    Turbato, afflitto ai Manfredeschi brandi.
    A molti il cela, sì, non a sè stesso;
    E ondeggia alquanto, indi neppur celarlo
    Può al genitor della donzella amata,
    Guerrier, cui lo stringea più che ad ogn'altro
    Pia reverenza. E sì gli parla:
                          —Oh Arrigo!
    Appartiamci, m'ascolta: allevïarmi
    D'occulta angoscia non poss'io, se teco
    Non ne ragiono come a padre.
                        Il fero
    Barone attento il mira, e con presaga
    Severità:—Vacilleresti?
                      —Lievi
    Estimar bramerei del venerando
    Ugo le voci, e non so dirti quale
    In siffatte or benigne or fulminanti
    Parole di tant'uom, che onoro ed amo,
    Splender raggio tremendo oggi mi paia!
      Aggrotta il ciglio Arrigo, e l'interrompe:
      —Bada, Eleardo, che al rischioso passo
    Dopo lungo pensar ci risolvemmo;
    Or paventar nel cominciato calle
    Obbrobrio fora.
               Ma sebbene Arrigo
    Al giovin cavalier biasmo gettasse,
    Non men del giovin si sentìa colui
    Perturbato nel cor, per l'ardimento
    Del fatidico abate, e nel futuro
    Nubi scorger pareagli atre e sinistre.
    Dissimulava non pertanto, e saldo
    Stava come mortal che da gran tempo
    Il proprio senno e i proprii fatti adora.
    Tal era il truce Arrigo: ei mille volte
    Morto sarìa, pria che mostrarsi in gravi
    Opre dapprima certo, indi esitante.
      Il ferreo vecchio avea ne' precedenti
    Anni, coll'inquïeta ed iraconda
    Sua desïanza di giustizia e gloria,
    E col non mai pieghevole intelletto,
    Molti alla corte di Tommaso offesi.
    L'esacerbaron quelli, ed egli volse
    L'animo suo secretamente a' guelfi
    Ed a Manfredo, ivi lor duce occulto.
      Parve a Manfredo egregio essere acquisto
    L'amistà di tal forte, incanutito
    In severi costumi; e scaltramente
    Il seppe avvincolar con dimostranze
    Di sommo ossequio, affinchè il guelfo volgo,
    Affidato d'Arrigo alla canizie,
    Argomentasse tutti esser maturi,
    Tutti esser giusti gli audacissimi atti
    Cui Manfredo appigliavasi. Ahi! d'Arrigo
    La canizie coprìa pochi pensieri,
    Benchè gagliardi, e quell'ardito prence
    Consigli non chiedea, ma obbedïenza.
      Arrigo sè medesmo in alto pregio
    Reputa nella mente di Manfredo:
    A lui si crede necessario, e spesso
    Immagina que' dì, quando in Saluzzo
    Dominerà quel novo sire, ed ivi
    Migliorate n'andran tutte le leggi.
    Giubila e fra sè dice:—A tanto bene
    Della mia patria io dato avrò l'impulso!
    Io sono il genio di Manfredo! Io lui
    Illuminato avrò! Tener lontana
    Saprò da lui l'adulatrice turba,
    E gli ottimi innalzar! Beneficate
    L'adoreran le Saluzzesi terre,
    Ma unito al nome suo splenderà il mio!
      Sì grande speme ad Eleardo egli apre,
    Voglioso d'infiammarlo. Il giovin ode,
    Ma sta sospeso e mesto, indi ripiglia:
      —Rimaner con Manfredo obbligo è nostro,
    S'egli, mantenitor delle più sacre
    Fra le promesse, non vendetta anela,
    Ma podestà di padre, e di supremo
    Difenditor de' nostri antichi dritti.
    Chè s'egli, come d'Ugo oggi è temenza,
    Sol esca avesse ambizione ed ira,
    E gettasse la larva, e m'apparisse
    Malefico signor, oh! apertamente
    Gli disdirei servigio, e a cielo e terra
    Confesserei ch'io per error lo amava!
      Del magnanimo detto d'Eleardo
    Stupisce Arrigo, e corrucciato esclama:
      —Supposto indegno è il tuo! Pensa che solo
    A impermutabil, vero animo guelfo
    Sposa n'andrà dell'inconcusso Arrigo
    L'obbedïente figlia!
                  Il disdegnoso
    Vecchio si scosta, e resta ivi solingo
    Col suo dolore, e colla sua turbata
    Ma non corrotta coscïenza il prode
    Amante cavalier.
                —Volli del giusto
    Seguir la insegna, e voglio: in me desìo
    Altro capir non potrà mai! Sospetti
    Sol mi ponno assalir che non qui sorga,
    Non qui del giusto la bramata insegna.
    E se ingannato mi foss'io? Se falsi
    Scorgessi i dritti di Manfredo? Ligio
    Ad armi inique ratterriami forse
    Perfido orgoglio? O ad armi inique ligio
    Mi ratterrìa questa laudevol fiamma
    Che in petto chiudo per Maria, per tale,
    Che tutte illustri damigelle avanza
    In bellezza e virtù? Mi farei vile
    Per ottener la mano sua? Non mai!
    Amarti debbo degnamente, o donna
    Di tutti i miei pensier; debbo onorarti
    Ogni virtù seguendo e suscitando,
    S'anco per onorarti, ah! il più crudele
    Mi colpisse infortunio, e te perdessi!
      Del maggior tempio di Saluzzo all'alto
    Vertice non lontano erge le ciglia,
    E curvando ei lo spirto anzi alla croce
    Che colassù sfavilla, al Signor chiede
    Lume a scernere il vero e a praticarlo.
      Il divin lume balenogli e crebbe
    Al guardo suo ne' dì seguenti, alcuna
    Non vedendo in Manfredo esser pietosa,
    Verace cura nel funesto assedio
    Di tutelar gli oppressi e vendicarli,
    Mentre la invaditrice oste pe' campi
    S'andava ad ogni infamia iscatenando.
      A tutelare o vendicar gli oppressi
    Bensì Eleardo qua e là accorreva,
    Ma non di lui bastanti eran gli sforzi,
    Nè bastanti gli sforzi erano d'altri
    D'animo pari al suo cavalleresco,
    Che insiem con esso or s'avvedean fremendo
    Quanta in Manfredo, e ne' fratelli suoi
    Ed in Bertrando e nelle rie caterve
    Indol, non già d'amici eroi si fosse,
    Ma d'impudenti ladri e di nemici.
      Insin dal primo giorno i brandi iniqui
    Della straniera turba entro innocenti
    Tugurii sparser miserando affanno.
    Qui sgozzarono vergini inseguìte,
    Là genitori che alle amate figlie
    Difensori si fean. Volge ma indarno
    La sua voce imperterrita Eleardo
    Or a questo or a quel de' condottieri.
    Il siniscalco move il capo e ride,
    E Manfredo le accuse ode in silenzio,
    Guarda le torri di Saluzzo, e sembra
    Dir:—Che mi cal d'iniquità e di pianto,
    Purchè in breve là entro io signoreggi?
      Vengono a tutta la contrada imposte
    Inaudite gravezze, e ad ogni adulto
    Legge s'intima, sì ch'ei giuri ossequio
    Al marchese novel. L'abbominato
    Giuro negavan molti; indi tremende
    Carnificine a spegnerli, ed i tetti
    Diroccati e consunti dalle fiamme,
    E borghi interi in cenere ed in sangue!
      Fama nel campo giunge aver Lunello,
    Antico sir di Cervignasco, il giuro
    Negato agl'intimanti, e colà sorta
    Esser numerosissima una plebe
    A difender quel sir.—Temono i duci
    Che di Lunel la resistenza esempio
    Ad altri arditi feudatari avvenga,
    Ed invìan fero stuolo a Cervignasco,
    Che tutto abbatta, e in ogni dove insegua
    Il valoroso sire, e in brani il faccia.
      Consanguineo Lunello è d'Eleardo,
    Ed il giovin l'amava. Ahimè! non puote
    Questi il cenno arrestar, ma prontamente
    Scagliasi dietro all'orme de' ladroni,
    E moderarli spera, o spera almeno
    Sottrarre agli omicidi i cari giorni
    Del congiunto barone e de' suoi figli,
    O almen d'alcun di loro. Ah! dalle spade
    Distruggitrici invaso, saccheggiato,
    Pieno di strage è il borgo! Il prò Lunello
    Ferito fugge, e a stento si ricovra
    All'ombre sacre d'una chiesa, e seco
    Tragge l'antica moglie e le sue nuore
    E i lattanti nepoti. Ecco nel tempio
    I sacrileghi brandi! Ecco all'altare
    Abbracciate le vittime! Eleardo
    Entra, s'inoltra, grida: i truci colpi
    Eran vibrati! A' pie' di lui nel sangue
    Stramazzando Lunel, queste supreme
    Voci mettea:—Se tu Eleardo sei,
    Non prestar fede al rio Manfredo; imìta
    L'esempio mio: pria che avvilirti, muori!
      Dato alla chiesa il guasto, escon gli armati
    In cerca d'altre prede, e fra que' morti,
    Appo quell'ara, in disperata angoscia
    Resta Eleardo, e piange ed urla, e i crini
    Dalla fronte si strappa. Oh! chi l'afferra
    Gagliardamente per un braccio e parla?
    Il presul di Staffarda. Il qual veniva
    Di Lunel suo cugino ai dolci alberghi,
    Ed impensata vi trovò battaglia
    Ed orribile eccidio, e dalla fama
    Venne sospinto ai sanguinosi altari.
      Il braccio afferra del nipote, e dice
    Con autorevol grido:
                   —O sciagurato,
    Non di lagrime è d'uopo in queste colpe,
    Ma di nobil rimorso! A me la cura
    Lascia di queste miserande spoglie:
    Di giusti da feroci arme sgozzati,
    E volgi ad opre valorose. Espìa
    Il breve tuo delirio: appella, aduna,
    Suscita i forti delle valli. Insieme
    V'avvincolate con possenti giuri:
    Pio ghibellino ridivieni e pugna.
      Abbracciò il giovin cavalier le piante
    Del magnanimo zio. Questi con forza
    Lo rïalzò, gli ripetè il comando,
    Gli mostrò i consanguinei trucidati
    E il rosso altare e le spezzate croci;
    Raccapricciò Eleardo, il cor gl'invase
    Lampo di speme, si riscosse e sparve.
      Che avvien di lui, mentre lo zio infelice
    Riman nel tempio e fra dolenti voci
    D'alcuni inconsolati villanelli
    E di pietose donne, a tanti uccisi
    D'ultima carità rende gli ufizi?

      Strazïato Eleardo dal conflitto
    De' sinistri pensieri, asceso in sella,
    Simile a forsennato errò per vie,
    Per prati e per arene di torrenti,
    Chiedendo a sè medesmo e al ciel chiedendo
    Che fare omai dovesse. Un forte impulso
    L'agitava, e diceagli ad ogni istante
    D'obbedir senza indugio ai sacri detti
    Del morente Lunello e ai detti d'Ugo,
    Ridivenendo ghibellin. Ma in core
    L'astuto angiol del mal gli rinnovava
    Quel lusinglliero dubbio:—E se agli scempi
    Inevitati di que' giorni atroci,
    Che forse gettan falsa ombra maligna
    Sul benefico intento di Manfredo,
    Succedesser davvero inclite prove
    D'alto senno in Manfredo e di giustizia,
    Sì che alla patria giovamento e lustro
    Per lunga età tornasse? Impresa egregia
    Senza olocausti non compìasi mai,
    Nè per questi dar loco a terror debbe
    L'alma del forte, a giusta gloria inteso.
      Così fra le incertezze e le speranze
    E i rimbrotti del cor riede Eleardo
    Delle masnade assedïanti al campo.

IV.

    Miseramente ricca è d'infinite
    Fallaci industrie coscïenza, i cari
    Proponimenti ad abbellir, pur quando
    Luce severa di ragion li danna.
    Ma chi d'iniquità volonteroso
    Per l'infame sentier non move il piede,
    Sente per quel sentier, sebben cosparso
    Da inferne mani di stupendi fiori,
    Un ribrezzo frequente, un indistinto
    Fetor che si frammesce a que' profumi,
    Ed il ferma e il sospinge ad arretrarsi;
    Simile a que' timori innominati
    Che invadon ne' deserti il buon destriero,
    S'ivi non lungi s'accovaccia il tigre;
    E simile a que' taciti spaventi
    Che fanno impallidir la verginella,
    Quando in sembiante d'uom che di bellezza
    Adorno splende, ella ravvisa ignoto
    Lineamento, o non so qual favilla
    Nel sorridente sguardo, o non so quale
    Moto di labbro che le dice:«Trema!»
      In que' presaghi palpiti d'un core
    Ch'è vicino al periglio, e per potenza
    Misterïosa se n'accorge e guata,
    V'è la voce di qualche angiolo amante
    Che tutti sforzi a pro dell'uomo adopra:
    V'è la possa d'Iddio che lume sempre
    Bastevol dona a illuminar suoi figli.
      Vane di coscïenza in Eleardo
    Son le fallaci industrie: ei sulla fronte
    Porta il corruccio di talun che vive
    Fra scoperti ribaldi, e più li mira,
    Più inorridisce; e nondimen vorrebbe
    Insensato scusarli e amarli ancora.
      Oh come trista di quel dì esecrando
    Giunse la sera, e qual più trista notte
    Agitò ognun che, pari ad Eleardo,
    Alti e pietosi sensi ivi serbasse!
    Ma la dimane di quel dì pur troppo
    Sorse peggior! Repente una perfidia
    Entro le mura di Saluzzo avvenne,
    Che affrettò la caduta. In vari alberghi
    Scoppiano incendi orribili, ed il volgo
    De' cittadini si sgomenta, accoglie
    Di calunnia le voci. Un grido s'alza
    Esser Tommaso degl'incendi autore,
    Affinchè al buon Manfredo omai vincente
    Nulla Saluzzo fuorchè cener resti.

      Da poche mani congiurate i fochi
    Erano stati per le soglie accesi,
    E poche fur le labbra che dapprima
    Spargere osaro il grido abbominoso.
    Ma frenesìa nel popolo s'appiglia,
    E ratto si moltiplica il pensiero,
    Esser Tommaso un barbaro oppressore
    Abborrito dal ciel. Lui benedetto
    Asseriscon invan con generosa
    Gara i ministri delle chiese e i sempre
    Pacificanti Francescani e il colto
    Stuol di color, che stretti avea la legge
    Di Domenico santo all'esercizio
    De' forti studi e della pia parola.
    Benefiche potenze eran que' frati
    Sullo spirto de' popoli, e sovente,
    In tai secoli d'impeti e di sangue,
    Ma di gagliarda fè, coi gonfaloni
    Di Francesco e Domenico a feroci
    Animi imponean calma e pentimento.
    Ma spuntano ai viventi ore talvolta
    Di contagiosa irrefrenabil rabbia,
    E sotto ore sì infauste debaccava
    Del Saluzzese popolo assai parte.
      Dal di fuori frattanto a que' momenti
    Ecco irromper l'assalto! ecco le mura
    Scalate, superate! ecco Tommaso
    Astretto a ceder le abitate vie,
    A salir frettoloso all'alta rocca
    A lui ricovro ed a' suoi cari estremo!
      Non eccelsa metropoli prostrata
    Da infinite falangi era Saluzzo,
    Nè i suoi dolori fur soggetto a carmi
    Di stupefatte illustri nazïoni,
    Ma fur sommi dolori! E li divise
    Quel Iacopo da Fia, che vergò in forti
    Carte la istoria del tremendo eccidio.
    Ah, inorridisco in leggerle, e m'ispiro
    Io tardo trovadore al mesto canto!
      La fella di Manfredo anima irosa
    Crucciavan nuovi aneliti a vendetta,
    Perocchè a' piedi suoi sotto le mura
    Fracassati da travi e da macigni
    Dianzi veduto alcuni cari avea,
    E fra loro un fratello, il più diletto
    De' prodi e truci due degni fratelli.
      In ogni vinto armato cittadino,
    Ed anco negl'inermi e ne' vegliardi,
    E nelle donne stesse il furibondo
    Immaginava la nemica destra
    Ch'orbo l'avea di quel fratello, e tutti
    Ei sterminati indi li avrìa. Frenava
    Il proprio acciar, ma non frenava quelli
    Della brïaca moltitudin varia
    Ivi con esso a imperversar prorotta.
      Rifugge l'estro mio dalla pittura
    Degl'inauditi singolari strazi
    Che segnalàr quel giorno. Oh vane e stolte
    Speranze dei domati! oh retrospinte
    Preghiere fervidissime, innalzate
    Da' miseri che proni eran nel sangne
    De' figli loro o nel fraterno sangue!
    Oh giustamente non curati applausi
    Della stolida feccia scellerata
    Che menar volea festa ai vincitori,
    Liberator' chiamandoli, e mandati
    A raddrizzar tutti i plebei diritti!
    Oh inutil congregarsi trepidando
    Di lagrimose vergini e di madri
    E di fanciulli anzi ai predoni infami,
    Ricordando a costoro i dolci nomi
    Di pietà, di giustizia e d'innocenza!
    Oh ingiurie non dicibili! Oh colpiti
    Dalle scuri sacrileghe gl'ingressi
    Di più case di Dio, dove sgozzati
    Cadono antichi sacerdoti, e gioco
    Reliquie vanno e sacri vasi ai ladri!
      Tutto è dileggio e rubamento e morte
    Intero un giorno e la seguente notte,
    E già parte dell'armi e de' congegni
    Ratta si volge ad investir la rocca.
      Magnifico sorgea d'aprile un sole,
    E delle pompe di sì splendid'astro
    Raccapricciaron di Saluzzo i vinti,
    Lor macerie e cadaveri mirando,
    Quand'a lor s'apprestàr novelle ambasce.
      Clangor repente innalzasi di tromba,
    E nel nome abborrito di Manfredo
    Gridan gli araldi questo atroce bando:
    «Esser giusto castigo al contumace
    Popol de' ribellanti soggiogati,
    Ch'ivi su pietra più non resti pietra,
    E irremovibilmente or quel castigo
    Compiersi pria che il sol giunga all'occaso;
    Ma perdonata andare ancor la vita
    Ai puniti felloni, e per clemenza
    Che maggiormente moderi il flagello,
    Concedersi ad ognuno il portar seco
    Qual ch'egli serbi di tesori avanzo».
      Tal legge uscita, il raddoppiato pianto

    Chi dirìa degli oppressi? A que' lamenti
    Inesorata del tiranno è l'alma,
    Inesorata al supplicar di molti
    Infra suoi cavalieri e d'Eleardo:
    Forz'è ch'ogni abitante i cari tetti
    Sgombri innanzi la sera, e chi sa dove
    Ramingo vada. Non v'è tempo a indugi,
    E vedi con sollecito, confuso
    Moto d'alme avvilite e disperate,
    Fra i singhiozzi e fra gli urli incominciarsi
    L'infelice spettacolo. Agl'infermi
    Ed agli avi decrepiti sostegno
    Fansi gli adulti d'ambo i sessi, e cinte
    D'adolescenti e pargoli e lattanti
    Collacrimar vedi le donne. Ognuno
    Che già d'averi non sia privo, or seco
    Gli ultimi tragge vestimenti e arredi.
    Di sì misera vista i vincitori
    Gioìron crudelmente insin che tutta
    Fosse la turba delle case uscita.
      Frodolento il decreto era a sol fine
    Di scovrir se ricchezza aveavi ancora
    Che al saccheggio primier fosse sfuggita.
    Or poichè tutti di lor robe carchi
    Furono i cittadini, il rio Manfredo
    Misericorde spirito ostentando,
    Disse che rasi non andrian gli ostelli,
    Ma diè barbaro cenno alle coorti
    Che assalisser la turba, e d'ogni spoglia
    La derubasser. Così il vil tiranno
    Suoi debiti solveva ai masnadieri,
    Che a quel regno di sangue aveanlo alzato.
      L'inverecondo estremo predamento
    Desta a furor gli sventurati. Allora
    Più non resiste agl'impeti possenti
    Del suo sdegno Eleardo:—Io m'ingannai,
    Alto grida fra il popolo; io sognava
    Esser Manfredo della patria padre;
    Usurpator mi s'appalesa infame!
    Con lui rompo ogni vincolo, al cospetto
    Di voi, di lui medesmo!
                     Intorno al prode
    Cento gagliardi giovani un celato
    Ferro traggon dal seno, od ai nemici
    Tolgon con forza l'arme, e questo pronto
    Saluzzese drappello osa brev'ora
    Sperar prodìgi. Orribile, ostinato
    Combattimento per le piazze ferve,
    E più fïate incontrasi Eleardo
    Coll'iniquo Manfredo, e mescolati
    Sono i lor brandi valorosi indarno.
      S'incontrano Eleardo e Arrigo pure,
    E quei più volte può svenare il vecchio
    Ma con affetto filïal lo sparmia,
    Benchè Arrigo lo imprechi. Alfin dal troppo
    Numero sopraffatta è l'animosa
    Schiera de' cento, e arretra, e quasi intera
    Esce fuor delle mura, ed inseguìta
    Viene per la campagna infin che l'ombre
    Delle selve la involano ai crudeli.
      Intanto agli occhi di Saluzzo un nuovo
    Si compiva infortunio. In man degli empi
    Cade la rocca stessa, e prigioniero
    Indi co' dolci figli esce Tommaso,
    E tratti van gli sciagurati illustri
    In carceri diverse. Alta ventura
    Ancor si fu che in piena sua balìa
    Non li avesse Manfredo: ei li avrìa spenti.
    Il fero siniscalco uman s'è fatto,
    Sì perchè non abbietto era il suo core,
    Sì perchè astutamente al rio Manfredo
    Volea serbar temuto un avversario,
    E sì perch'egli al generoso senno
    Ed alle scaltre previdenze unìa
    Non leve sete d'oro: immenso chiede
    Pel vinto sir riscatto ai ghibellini.
      Ma che diss'io, nel provenzal barone
    Immaginando non abbietto il core?
    Qual fu pietà la sua, mentre di scherni
    Osò abbevrar fuor di Saluzzo, a' piedi
    De' trionfati muri, innanzi a tutte
    Le invereconde vincitrici squadre,
    L'illustre prigionier, lui dichiarando
    Spoglio di signorìa? lui dividendo
    Da' lagrimosi tenerelli infanti,
    Che al sir d'Acaia fur commessi e tratti
    Di Pinerol nella superba rocca?
      L'infelice Tommaso a sorso a sorso
    D'amara prigionìa sorbì la tazza,
    Prima in Cardato brevi dì, poi chiuso
    Di Savigliano entro il castel, poi tolto
    Maggiormente alla vista de' mortali,
    E seppellito in solitaria torre,
    Di Pocapaglia sovra l'erta cima,
    Indi levato da quel forse troppo
    Mal securo deserto, e fra le mura
    Di Cuneo inespugnabili nascoso.
      Non sì tosto compita, ahi! di Tommaso
    Fu la caduta dall' avito seggio,
    Volò del tristo avvenimento il grido
    Pe' saluzzesi piani e per le balze,
    E l'intese Eleardo entro a' suoi boschi.
    Disconfortati allora esso e i compagni,
    Depongon le arditissime speranze
    Accarezzate nella prima ebbrezza,
    O se tutti non vonno appien deporle,
    In avvenir remoto, indefinito
    Le vagheggiano omai. Son ripetuti
    D'amicizia fra loro e di costante
    Cor ghibellino i dolci giuramenti,
    E con dolor s'abbracciano bagnando
    Di lagrime fraterne i forti petti,
    E chi per questa sponda e chi per quella,
    A diverso destin ciascun si trae.

V.

      Oh fra i più strazïanti umani affanni
    Quello di non perversa alma che rea
    Ad un tratto si tiene, ove sciagure
    Piovon non tanto sulla sua cervice,
    Quanto sulle cervici de' suoi cari
    E dell'intera patria sua, ch'ei vede
    Agonizzar, nè può recarle aïta!
    E più quando quell'alma, in suoi terrori
    Disamata s'estima, e disamata
    Da tal cuor ch'era suo! da tal diletto
    Cuor, che per sempre ei scorge ora perduto!
    Così da lunge qua e là mirando
    E pensando a Maria, come colui
    Che vedovato delle sue pupille
    Pensa a quel sol ch'ei non vedrà più mai,—
    Giunge di nottetempo alla badìa
    D'Ugo il nepote, e chiede ivi l'ingresso.
      —Dov'è lo zio?
                 —Signor, finiti dianzi
    Erano i salmi, ed ei restò nel tempio.
      —Colà n'andrò.
                 —Perturberesti forse
    Le più calde sue preci. Odi, ti ferma.
      A tai voci non bada il cavaliero,
    Ed il portico varca, e l'infrapposto
    Varca esteso cortile, e al tempio move.
    Apre la porta, inoltrasi tremando;
    E della sacra lampada al pallore
    Scorge prostrato il solitario antico
    Appo l'altar. Questi repente s'alza
    Al rimbombo de' passi.
                    —Olà chi sei?
    Assaliti siam noi dalle masnade
    De' traditori? Oh che ravviso? Oh iniquo!
    Tu nella casa del Signor? T'arretra:
    Tinto di sangue cittadin tu vieni.
      Sino all'ingresso s'arretrò Eleardo,
    Confuso, esterrefatto, e dalle fauci
    Mettea supplici grida. Alfine a' piedi
    Dello zio inginocchiossi, e in abbondanti
    Lagrime ruppe; indi a' singulti amari
    Impose freno, alzò la fronte e disse:
      —Uomo di Dio, non maledirmi ancora,
    Porgi a mia strazïata anima ascolto!
      —Che di Saluzzo avvenne?
                         —Ell'è caduta!
    Saccheggiata! arsa!
                   —Che del sire avvenne?
      —Strascinato è prigion.
                        —Quali i pensieri,
    Quai sono i fatti di Manfredo?
                          —Orrendi!
      —E il proteggente provenzal vessillo?
      —Esulta negli oltraggi e ne' delitti!
      —E l'empio figlio di mia suora il brando
    Rotò per lor!
             —L'infame brando io ruppi,
    E qui vengo ad ascondere a' viventi
    La mia vergogna. E per quell'ara santa
    Giuro che illuso fui! Giuro che guerra
    Credei seguir magnanima, e salute
    Alla patria recar! Mi si è svelata
    L'ipocrit'alma di Manfredo alfine:
    Al par di te sue perfid'opre abborro,
    E disdico mie stolte ire nutrite
    Contro alla signorìa ch'oggi è crollata,
    E per Tommaso prego Iddio! e lo prego
    Che gli susciti vindici possenti,
    Sì che il traggan di carcere, e le insegne
    Espulsino straniere, ed ei risalga
    Al seggio avito, e il patrio suol conforti!
      —Oh Eleardo! mio figlio! àlzati; al cielo
    Chi delle colpe si ricrede, è caro.
    Piangi fra le mie braccia il breve fallo,
    E nobile fidanza indi ripiglia.
      —Unica posso una fidanza accorre
    Dopo tanto error mio; posso divina
    Misericordia chiedere e sperarla,
    Ma lontano dagli uomini, ma scevro
    D'ogni gloria del mondo. Io tutto perdo
    Ciò che più sorrideami, e affronto l'odio
    Del padre stesso dell'amata donna!
    L'odio di lei medesma! Alle terrene
    Cose son morto; seppellir qui voglio
    Tra penitenti angosce il nome mio!
      —Monaco tu? Vera sarebbe questa
    Vocazïon del Re del Cielo?… Ascolta.
      —Ugo, non contrastar; non mover dubbio
    Sulla chiamata che a me volge Iddio.
    Onor, dover m'astringono a deporre
    L'armi impugnate pel tiranno, e questa
    Ritratta mia decreto è che per sempre
    A me toglie la vergin ch'io adorava!
    Dopo tal sacrifìcio, il mondo spregio;
    Più non resta per me che o disperata
    Morte, o d'un chiostro il confortato pianto.
      —Figlio, se così scritto è dall'Eterno,
    Così sarà. Ma intanto a me l'Eterno
    Pon nell'alma un consiglio: odi e obbedisci.
      —Fede ti presto; obbedirò.
                         —Disdici
    Con voci ed opre apertamente il rio
    Vincol che ti stringeva agl'invasori.
    Gloria rendi al diritto; offri il tuo sangue
    Pel patrio suolo. Ingegno e braccia al sire
    Che oppresso giace e salvatori chiede,
    Generoso consacra. Eccita i forti,
    I deboli rincora, e lor rammenta.
    Che speranza e virtù prodigii ponno.
      Arrossiva Eleardo, impallidiva
    A questi detti, ed arrossìa di novo,
    E balbettava:—Obbedirò, ma…
                          —Tronca,
    Gli disse il vecchio, ogni esitanza, e parti.
    Servi al tuo prence ed a Saluzzo.
                             —Come?
      —Volgiti a Dio; t'ispirerà. T'adopra
    Sì che, per gara de' baroni, l'oro
    Di Tommaso al riscatto or si fornisca:
    Scuoti la possa de' Visconti, scuoti
    I nostri prodi. Combattete: egregio
    Acquista un loco tra' vincenti, o muori!
      —Ch'io snudi il ferro, e di Maria nel padre
    Forse mi scontri, e di svenarlo io rischi?
    Troppo, troppo dimandi. A me bastante
    Sforzo è perder Maria, qui seppellendo
    I giorni miei fra lagrime e rimorsi.
      —Più degna del Signor, dopo alti fatti,
    Riporterai qui la tua fronte, io spero,
    E non che il padre di Maria tu sveni,
    Di salvare i suoi dì forse avrai campo!
      Profetici parean gli atti, gli sguardi,
    E la voce del vecchio. E ciò dicendo,
    Forte afferrò la destra d'Eleardo,
    E dalla porta appo l'altar lo trasse.
    Ivi dalla parete una pesante
    Antica spada sciolse, e a lui:—La spada
    Quest'è che strinsi in gioventù, e di sangue
    Saracin l'abbevrai; prendila e pugna
    Com'io pugnava per fratelli oppressi.
      Eleardo s'infiamma; il sacro ferro
    Prende, snuda, lo bacia, il pon sull'ara;
    Attesta Iddio che il roterà sugli empi;
    Le preci implora del canuto, e parte.
      E quand'ei fu partito, Ugo prostrossi
    Novamente nel tempio, e pel nipote
    Orò gran tempo, insin che all'altro ufficio
    Mosser ver l'alba in coro i cenobiti.
    Allora il santo abate al pio drappello
    Disse:—Pregate per Saluzzo!
                        E pianse;
    E diè contezza dell'orrenda guerra;
    Ed i monaci in cor si rammentaro
    Parenti e amici, e lagrimaro anch'essi.
    Pregaron per Tommaso e pe' suoi fidi,
    E pregare altresì per gli oppressori,
    Solo Iddio supplicando a spodestarli
    Della vittoria che li fea superbi.

VI.

      In popol da' civili ire diviso
    Speranza poca è di salute, allora
    Che sol gagliarde fervono le incaute
    Anime giovanili, intente a còrre
    Bella, sognata, non possibil palma,
    Mentre della canizie intorpidito
    Vacilla il senno, sì che norma e freno
    Agli audaci inesperti alcuna sacra
    Fronte non sorge di guerriero antico.
      Mancanza tal di celebrato prode
    Che vero prode alla sua patria splenda,
    Nel colmo avvien de' tralignati tempi,
    E lunga indi stagion regna di pazzo,
    Sanguinoso dominio e d'anarchìa,
    Molteplice opra di fanciulli eroi,
    Fintanto che spossati e fatti vili
    Piegano il collo a tranquillante giogo.
      Non a tal segno eran corrotti i giorni
    Di Saluzzo ch'io canto, abbenchè tristi.
    Gioventù inferocìa, ma valorosi
    Vecchi brillavan sui crescenti ingegni
    Per nobil fama di bontà e prodezza.
      Fra tai canuti un prence grandeggiava,
    E Giovanni era, l'invincibil sire
    Dell'alte torri di Dogliani. Ei nato
    All'avo di Tommaso era fratello,
    E niun de' feudatarii dominanti
    S'agguagliava a Giovanni in virtù schiette
    D'amico e padre e leal servo a quelli
    Che abbisognavan di consiglio o scampo.
    In dì lontani ei superava i mille
    Cavalieri compagni in patrie pugne,
    Ed in pugne oltremar, sotto il vessillo
    De' campioni di Cristo: or men robusto
    È il braccio suo, ma pronta sempre e forte
    La intelligenza e immacolato il core.
    Grande è la fè del venerato prode
    Pel suo nipote or prigionier, ch'egli ama
    Siccome dolce padre ama il suo figlio,
    E ad un tempo siccome un pio guerriero
    Ama il signor cui vassallaggio debbe.
      Giovanni con baroni altri devoti
    A ghibellina parte ed a Tommaso
    S'adopravan solleciti, sì ch'oro
    Adunar si potesse e adunar gemme,
    Al fine urgente di comporre il chiesto
    Spaventoso tesoro, onde al marchese
    E a sua progenie libertà riedesse.

      Un dì alle sale di Dogliani aveva
    A non lieto convito egli parecchi
    Fervidi amici accolto, a consultarsi
    Coi lor fidi intelletti e a stimolarli,
    Prodigando con bello accorgimento
    Lodi e parole di speranza e preghi.
    Dopo la mensa i congregati forti,
    Nel bollor de' pensieri e de' colloqui,
    Facean di voci rintronar le auguste,
    Adornate di ferri, alle pareti,
    Allor ch'entrò il valletto d'armi, e nunzio
    Fu dell'arrivo d'Eleardo.
                       Al nome
    D'Eleardo s'aggrottano le ciglia
    De' ghibellini.
               —Ingresso entro tue mura
    Darai, Giovanni, all'arrogante guelfo?
      —Venga il fellon. Certo, Manfredo il manda:
    Udirlo giova.
             Non sapeano alcuni
    Infra quei generosi fremebondi
    Ch'Eleardo si fosse un di coloro,
    I quai, vedute l'ultime rapine,
    Disperata battaglia avean con gloria,
    Benchè indarno, arrischiato entro Saluzzo.
      Ei nella sala addotto vien. Severo
    Salutevole cenno appena a lui
    Movon gl'irati ghibellini.
                        —Donde
    Tu, guelfo, a me?
                 —Sir di Dogliani, al cielo
    Piacque arricchir le avite mie castella
    Di non lieve tesor. Vedi tal borsa
    E orïentali perle ed adamanti,
    Che saranno alcun che, perchè s'affretti
    Dell'infelice signor mio il riscatto.
      —-Che veggo? Agli occhi miei creder poss'io?
    Tu che a Manfredo!…
                   —A lui sacrato ho l'armi
    Credendol pio liberator: lo vidi
    Menzognero e tiranno, e gli ho disdetto
    Il non dovuto mio servigio.
                         Ai torvi
    Cavalieri asserenansi le fronti:
    Esultan, cingon l'arrivato prode,
    Gli stringono la destra, e per quegli ori
    Da lui recati, soverchiare omai
    Veggion quanto al riscatto era mestieri,
    E benedicon Dio.
                Quel dì medesmo
    Andò il sir di Dogliani al regio campo;
    La libertà ricomperò del prence
    E de' figli di lui; volaron messi
    A Cuneo, a Pinerolo: e nel seguente
    Giorno redenti uscirono il felice
    Padre dai torrïon che il Gesso bagna,
    E dall'altra fortezza i giovinetti,
    E si rïabbracciar con dolce pianto;
    E dal suolo, natìo trasser raminghi
    Con Riccarda all'Insùbre ospitai reggia.
      Gli esuli amati accompagnò Giovanni
    Con altri pochi; e fra costor v'avea
    Un cavalier cui nascondea il sembiante
    Ferrea visiera. Di Dogliani il sire
    Narra per via a Tommaso, onde l'estrema
    Voluta somma gli venisse. Il prence
    Chiede ove sia il benefico Eleardo;
    E il pro' Giovanni sottovoce:—Vedi
    Quel cavalier che le sembianze cela,
    E accostarsi non osa: egli è Eleardo.
    Sino a' confini ei t'accompagna, e poscia
    Rieder vuole a sue torri, e mantenervi
    L'insegna tua ed apparecchiarti aiuti
    Pel dì che il ciel te chiamerà a vittoria.
      Serbar silenzio non potè il commosso
    Esul marchese, e, volto il palafreno,
    Ad Eleardo s'accostò, e per nome
    Chiamandol con affetto,—A te perenni
    Sien grazie, disse; or mi si svela quanto
    Debitor ti son io.
                  Balzar di sella
    Volle e prostrarsi il giovin, ricordando
    La frenesìa che inimicollo al sire.
    Ma smontò questi insieme, e lo rattenne
    Con vivo amplesso, e intorno al cavaliero
    Venner anco Riccarda e i dolci figli,
    Mercè rendendo, chè senz'esso lunga
    Durar potea la prigionìa tuttora.
      Più da temersi non parea Tommaso
    A' nemici frattanto, e sovra lui
    Liete canzoni alzavano beffarde.
    Ma tacquer le canzoni indi a non molto
    Al grido inaspettato, esser Tommaso,
    Non nella reggia de' Visconti, in vana
    Mestizia ed in abbietti ozi sepolto;
    Bensì già di colà rapidamente
    Tornato a' gioghi saluzzesi, in mezzo
    A falange d'armati, inalberando
    Il vessillo di guerra.
                    Allor Manfredo
    Sovra il suo seggio impallidisce, e copre
    Il timor collo sdegno, alto sclamando:
      —La prima volta i dì sparmiammo al tristo;
    In nostre mani or riede, e, qual lo merta,
    Guiderdon di sua audacia avrà la scure.
      Solleciti provveggono Manfredo
    E il sir del Balzo al moversi di lance
    Che di Tommaso sperdano i fautori,
    E s'odon rinnovar le invereconde
    Del patrio ben promesse. Odonsi voci
    D'increscimento onde si dice afflitto
    Degli scempii Manfredo. Odonsi voci
    Di futura clemenza irrevocata,
    E di leggi paterne, e di novello
    Tribunale integerrimo, e d'onori
    A chi giovi col senno e colla spada
    Al marchese, allo stato, ai sacri altari.
      Uso antico, perenne è di potenze
    Su rapina fondate, allor che spunta
    Il giorno del periglio, il serrar l'ugne
    Sovra l'oppresso volgo e accarezzarlo,
    E sfoggiar mire eccelse a sgombrar tutti
    Alfin gli avanzi de' passati danni.
      Di nuovo suona piucchè mai d'astuti
    Stranieri l'eloquenza: essi la mente
    San di Roberto; un re sì pio, sì grande
    Ne' benefici intenti, unqua non visse.
    Ei vuol felice Italia, ei vuol felici
    I prodi Saluzzesi. Attribüirsi
    Non denno a lui nè a' capitani suoi
    Nè all'ottimo Manfredo i brevi strazi
    Recati dalla guerra al marchesato.
    Si saneran le cicatrici, e in loco
    Della prisca Saluzzo, è già decreta
    Sulle rovine sue più vasta e bella
    E forte una città che degna appaia
    Di cotanto dominio, e faccia invidia
    Alla rival Taurino. Al guelfo rege
    Cosa non è che sì altamente prema,
    Come il dispor che a' piè dell'Alpi sia
    Il regio feudo Saluzzese un nido
    Glorïoso di prodi, atto a far fronte
    Ai vicini avversari. Indi i confini
    Di questo feudo estendere or si vonno,
    Sì che divenga ampia duchea gagliarda,
    A' Visconti terrore ed a' Sabaudi.
      Tal dipintura offerta è dagli scaltri
    Alle volgari fantasìe. Nè il lustro
    Della reggia di Napoli si tace,
    Che l'egual non fu visto, e il portentoso
    Incivilir de' popoli ove impulso
    A piena civiltà dona sì forte
    Il gran Roberto; il gran Roberto, amico
    Di dottrine e bell'arti; il gran Roberto
    Che pone il core in luminosi ingegni,
    E più in Petrarca, uomo divino, a cui
    Sulle chiome Roberto in Campidoglio
    Metteva fregio d'immortal corona.
    E si dice che tosto il re a Saluzzo
    Con Petrarca verranne e coll'arguto
    Narrator di Certaldo, il cui volume
    Fra le più vaghe istorie annoverati
    Ha d'una sposa Saluzzese i vanti,
    Onde per tutti d'Occidente i regni
    L'alme gentili, in onorar Griselda,
    Onoran di Saluzzo il caro nome.
      Ed in qual secol e in qual mai contrada
    Mancaron voci splendide e robuste
    Ad adular la moltitudin cieca,
    Schernendo quasi barbara e compiuta
    La vicenda de' scorsi anni infelici,
    E asseverando ch'ora alfin comincia
    L'età de' veggentissimi intelletti?
    Ma tempi v'ha più di prestigio ricchi
    Per quest'amabil fola; e simil tempo
    Era quel di Roberto e delle tante
    Suscitate degl'Itali speranze,
    Ch'indi la morte di quel re disperse.
      Tai brillanti menzogne avriano forse
    Illuso ancor le Saluzzesi valli,
    Se a governar l'esercito severa
    D'un retto capitan sì fosse stesa
    La destra allor, frenando de' guerrieri
    L'esecranda licenza. Al siniscalco
    Tanta giustizia non premea; invocata
    Venìa talor, ma indarno da Manfredo.
    Ambo imperar voleano, e il Provenzale
    Non consentìa che un suo guerrier giammai,
    Per quante iniquità sui vinti oprasse,
    Colpevol fosse detto e avesse pena.
      Del supremo stranier la tracotanza,
    E quindi le ribalde opre di mille
    Armati suoi sovra l'inulta plebe
    Qui riprodusser quel furor, che visto
    S'era in Sicilia poco innanzi, quando
    Per l'isola scoppiar vespri di sangue.
    Se non che men secreti i Saluzzesi
    Scorger lasciaro improvvidi le trame,
    E più avveduti e unanimi vegliaro
    Gl'investiti oppressori alla difesa.

    Tace il mio carme i varii assalti e i varii
    Destini delle insegne ora fuggiasche
    Or vincitrìci. Sempre a' ghibellini
    Anima principale era il Dogliani,
    Come già tempo il Procida a sue terre,
    E fra i ministri al suo comando egregi
    Splendea per senno e per virtù Eleardo.

VII.

    Amor di patria in vani sogni il core
    No, non agita allor, ma di divina
    Potenza il nutre e lo sublima, quando
    Svolgesi in terra da stranieri oppressa:
    Allor non dubbia è sua purezza; allora
    Tutte s'intendon l'alme generose
    Che fremono del giogo; allor divisi
    In discordanti aneliti e dottrine
    Non son nobili e volgo: unica han meta
    L'espulsïon delle insultanti spade,
    E della prisca dignità il ritorno.
      Quanto in que' dì contrario al patrio bene
    Fosse pe' Saluzzesi il guelfo spirto,
    Meglio comprese ognuno all'improvvisa
    Morte del vecchio provenzal monarca.
    Orbo questi del figlio, al debil pugno
    Della nepote abbandonò lo scettro;
    E della incauta il leve cor s'avvolse
    In infelici amori, e la sua fama
    Fu dalla morte del trafitto sposo
    Più orrendamente deturpata, e i novi
    Mariti la tradìan, sin che il feroce
    Vendicator carnefice a lei fessi.
      Sceso Roberto nella tomba, crebbe
    Per tutta Italia il ghibellin coraggio,
    E si volser de' più le speranzose
    Ciglia novellamente alle promesse
    Della potente signorìa Lombarda.
      Moltiplicati vidersi gli esempli
    Di fraterna concordia e di valore
    Ne' nostri lidi Saluzzesi. Al bello
    De' popoli fervor corrispondea
    La virtù di Tommaso: egli emulava
    De' suoi più forti la prodezza. Il nome
    Di Tommaso era sola indi una cosa
    Col nome della patria al cor de' giusti;
    E da lunga, sfortuna raffinato,
    Il suo spirto gentil s'affratellava
    Sinceramente co' minori, e segni
    Dava di gratitudin commoventi
    A cavalieri e ad infimi mortali
    Che ponean fede in esso, ed olocausto
    Con lui fean degli averi e della vita.
      Godea l'animo a tutti i generosi
    In vederlo onorar gli alti consigli
    Del canuto Giovanni. Eran Tommaso
    E di Dogliani il sir qual figlio e padre,
    E il portentoso vecchio corregnando
    Söavemente sulle suddit'alme
    Più e più le affidava. Alcune volte
    Lievi nascean principii di discordia
    Nelle diverse ghibelline schiere,
    Perocchè a' Saluzzesi andavan misti
    Sotto il vessillo di Tommaso e Insùbri
    E assoldati Germani. Alla parola
    Dell'antico Giovanni i dissidenti
    Animi s'acquetavano, e sebbene
    Cagion di lagno non restasse agli altri,
    Pur gioìa il Saluzzese, ognor veggendo
    Che anteposto a lui mai nell'intelletto
    De' sommi duci lo stranier non era.
      L'opposto caso tuttodì avvenìa
    Nella parte de' guelfi. Il rio Manfredo
    Dell'odio de' nativi esacerbossi
    Più feramente ciascun giorno; e volle
    Col terror contenerli: indi suprema
    Grazia spargea sugli esteri comprati,
    E verso ogni nativo anco più fido
    Scorger lasciava diffidenza ed ira.
      Giunse a tal, ne' suoi dì più disperati,
    La tirannide sua, che i prigionieri,
    Se patria avean la saluzzese terra,
    Considerava ribellanti degni
    Dell'ultimo supplizio, e senza indugio
    Strage ne fea. Tal rabida inclemenza
    Costrinse i ghibellini a rappresaglia,
    Sì che perdòn più non brillò sui vinti.
      A quel tempo si vide in ambo i campi
    Accorrer di Staffarda il santo abate,
    Misericordia supplicando invano
    Pe' guerrieri captivi. A lui Manfredo
    Con vilipendio rispondea, sgozzando
    Innanzi a lui le vittime, e nell'altro
    Campo l'udìano con ossequio i prodi,
    Ma rispondean che giusto uso di guerra
    Stabilìa le vendette, unico modo
    A frenar gli avversari in tal barbarie.
      Per tutti gl'immolati Ugo gemea,
    E notte e giorno l'atterrìa il timore
    Che prigion di Manfredo in qualche pugna
    Eleardo restasse. Ah! insiem con esso
    Un altro cuor da quel pensier tremendo
    Era a que' tempi strazïato: il cuore
    Della figlia d'Arrigo. Avea creduto
    L'infelice Maria poter nemica
    Vivere ad Eleardo, allor che intese
    Ch'ei dipartito dalle guelfe insegne
    Alla destra di lei più non ambiva.
    L'avea davvero alcuni dì abborrito
    Com'uom che lei tradìa, com' uom che l'armi
    Tradìa de' generosi. Ah! nel sincero
    Animo della vergin quello sdegno
    Fu breve fiamma, e sfavillò al suo ciglio
    De' ghibellini la giustizia, e pianse
    Riconoscendo in qual funesto errore
    Il padre s'avvolgesse. Ella in Envìe
    Nel paterno castel traea la vita
    Colle dilette ancelle, trepidando
    Pel genitore e per l'amante. Ascesa
    I passegger vedeanla da lontano
    Su questo ovver su quel dei sette grigi
    Torrïoni d'Envìe. La sventurata
    Scorgea nella pianura o sovra i colli
    Gl'incontri delle avverse aste feroci,
    E talor le parea per que' remoti
    Lochi discerner dal fulgor degli elmi
    Arrigo od Eleardo, od ambidue
    Cozzanti insiem. Prostravasi la pia
    Lagrimando e pregando il Re del Cielo
    E la Donna degli Angioli; e sovente
    Restava lunghi giorni il dilicato
    Corpo affliggendo con digiuni, e intere
    Vigilava le notti in calde preci,
    I proprii patimenti a Dio offerendo
    Per la salvezza de' suoi cari. E seco
    Viveano in lutto e assidua penitenza
    Le fide ancelle e antichi servi. L'alme
    Angosciate si schiudono a paure
    Di superstizïone. Or dalla torre
    Nelle nubi scorgean croci di sangue,
    E sembianze di scheletri, e l'immensa
    Falce e dell'Angiol della morte il pugno;
    Or di sciagure sovrastanti indizio
    Lo strido era dell'ùpupa ed il mesto
    Urlo notturno dell'errante cagna;
    Or dagli armati servi a mezzanotte
    L'estinta madre di Maria s'udiva
    Singhiozzar nel sepolcro, o lentamente
    Scoperchiarlo ed uscirne, e per le brune
    Scale salire, ed appellar con fioca
    Voce il marito o la diletta figlia.

      A calmar quelle ambasce e que' terrori
    E a consolarsi fra i soavi amplessi
    Dell'innocente vergine, il cruccioso
    Padre venìa talor. Con duri modi
    L'aspreggiava e garriala del suo pianto,
    Poi commoveasi e l'abbracciava, e preci
    La supplicava d'innalzar pe' guelfi.
      E nelle rughe della smorta fronte
    Ella più e più leggea del genitore
    I sinistri presagi. Insinüante
    Sonava un non so che nella pietosa
    Voce di lei che costringea il canuto
    A poco a poco a palesarle occulti
    Sempre novi dolori.
                   Un dì le disse:
    —Più non pregar pe' guelfi! abbandonati
    Siamo da Dio! Deluse ha mie speranze
    Il superbo Manfredo: i miei consigli,
    I preghi miei non cura. Adulatrici
    Parole ei vuol; darle non so. Un drappello
    D'infami lusinghieri applaude a tutte
    Sue tirannie, le suscita, il fa cieco
    Stromento a loro insazïabil sete
    Di tesori e vendette. Apportar senno
    Volevamo e giustizia; abbiam delitti
    E stoltezza apportato. Ad uno ad uno
    Da noi si dipartìano i prodi amici:
    Pochi omai siamo ed esecrati, e all'orlo
    Dell'estrema ignominia!
                     —Oh sciagurate
    Voci! oh misero padre! I vaticinii
    Ecco d'Ugo avverati! Il reo vessillo
    Lascia tu dunque di Manfredo: accetta
    Di Tommaso la grazia!
                   —È tardi, o figlia!
    Errò Manfredo, ma infelice il veggo:
    Mai da prence infelice non si scosta
    Fuorchè il vigliacco!
                   —Oh padre amato, pensa…
      —Che vigliacco non son, che con Manfredo
    Debbo cader.
            —Mai di vigliacco taccia
    Ad Eleardo non darassi.
                     —Ei corse
    Quando da noi si svincolò, a bandiera
    D'un prence espulso: audace era il partito,
    Ma generoso. Non così oggi fora,
    Correndo a sir cui la fortuna arride.
    Cessa il tuo supplicar, cessa il tuo pianto:
    Dimane si combatte, e se non opra
    Per noi prodìgi Iddio… dimane, o figlia,
    Più non hai padre!
                  —Oh feri detti!
                              —Io vengo
    L'ultima volta a benedirti forse:
    Con vigor di te degno, odimi: stirpe
    Di codardi non siam. Tergi le ciglia,
    Frena i singhiozzi; te l'intìmo. Ascolta:
    Un patto pongo al benedirti.
                        —Quale?
      —Bada che guelfo io moro, e maledetta
    Sarà tua man se a ghibellin la porgi!
      —T'affida, o padre: intendo. Amo Eleardo,
    Ma te guelfo perdendo, a ghibellino
    Moglie mai non sarei!
                   —Tutti il Signore
    Dunque sul capo tuo spanda i suoi doni!
    Me sol, me sol de' falli miei punendo,
    Sparmii l'anima tua!
                  Disse. Ad un servo
    L'accomandò; da lor si svelse e sparve.

VIII.

    Infelici ambidue!—Ma più infelice
    Forse d'ogni innocente addolorato
    È quel mortal che temerario corse
    A illusïoni infauste, onde tormento
    Ineluttabil ridondò a' suoi cari!
    Oh come allor, nella pietà ch'ei sente
    Di questa o quella vittima diletta,
    Tardi vede primier debito d'uomo
    Esser religïon, carità, pace,
    Provvedimento a dolce sicurezza
    Di domestiche gioie, e non desìo
    Imprudente di gloria e di perigli.
      Tal verità gli splende, or che non puote
    Più sollievo ritrarne il vecchio Arrigo;
    E forte è assai per sè medesmo in tutte
    Avversità, ma non è forte, al duolo
    Della figlia pensando, e sebben mostri
    In mezzo a' suoi guerrieri animo invitto,
    Spesso ei nel manto si rinchiude e piange.
      Tre dì Maria si stette in disperati
    Non cessanti delirii:
                   —Empio Eleardo!
    Perchè movevi alle felici insegne
    Destinate al trionfo, e il padre mio
    Per dolci preghi e dolce vïolenza
    Teco a salvezza non traevi? Oh fossi
    Tu restato co' guelfi! il valoroso
    Tuo braccio avriali sostenuti. Un prode
    Fatal perdemmo in te: spesso deciso
    A pro de' ghibellini hai la vittoria.
    Possente impulso hai dato alla fortuna
    Del profugo Tommaso: alta, primiera
    Cagion tu sei delle sconfitte nostre.
    Ah, non m'amavi, ingrato! E insino ad ora
    Io figlia iniqua, immemor de' perigli
    Del caro padre mio, secretamente
    Alzato sempre voti ho pe' tuoi giorni!
    Que' voti abborro! quell'amor disdico!
    Il padre mio si serbi! il padre vinca!
    Il padre atterri i suoi nemici, i miei!
    Guelfa, guelfa son io! Mendace è il grido
    Che di virtù civile ai ghibellini
    Or dona palma. I nostri petti infiamma
    Vero di patria amor: calunnïato
    È Manfredo da voi; calunnïato
    È il padre mio, di giuste opre seguace;
    Ma vinti siamo, e il mondo vil ne impreca!
      Così l'immenso affanno isconsolata
    Iva Maria sfogando; e avvicendava
    Accenti d'ira e di pietà, e d'umìle
    Fervida prece. E promettea al Signore,
    Se dagli eccidii salvo andasse il padre,
    Essa tutrice farsi ad orfanelli,
    A vedove, ad infermi, a pellegrini,
    E tutti gli anni un dono offrire eletto
    Sì di Riffredo al monister famoso,
    Sì ad altri santi d'innocenza asìli.
    Ella avrebbe voluto alle promesse
    Che le dettava il core, aggiunger quella
    Di cingere in Riffredo il santo velo,
    Ma la meschina non potea, pensando
    Al solitario padre orbo di figli!
    Ed, ahi, forse non conscia ella a sè stessa,
    Anco pensava mal suo grado ognora
    A colui, che ne' scorsi anni felici
    Erale stato così caro!
                    Oh come
    La infelice Maria sta dalla torre
    Investigando ogni lontano moto
    D'armi o di passeggieri, ed in lei cresce
    Indicibil timor ch'ella securo
    Presentimento d'alto lutto estima!
      Chi son que' duo che sull'arcion veloci
    Movon per la pianura? Ad essi lunghe
    Soverchiamente son le usate strade,
    E là passano un rio, là per gli sterpi
    D'una macchia s'inoltrano, agognando
    Il più diretto corso. Alla borgata
    Pareano volti di Revello, e pure
    Quivi non si soffermano, e alla terra
    Certo d'Envìe sospingono i cavalli.
    Oh di Maria nell'anima dubbiante
    Ansïetà novella? Or si protende
    A guardare in silenzio, or si dispera,
    E grida e trema di saper chi sièno
    Que' frettolosi. Omai discerne alfine
    Che non guerriera è la lor veste; e poscia
    Sospetta, avvisa che l'un d'essi il giusto
    Presule sia col fido laico. Un dubbio
    No, più non è; son dessi!
                       A quella vista
    Le ginocchia le mancano, ma i sensi
    Non perde ancor. La reggono le ancelle,
    E la misera esclama:—Ugo! tu vieni
    A me del padre ad annunciar la morte!
      Ma quando intese appo il castel d'Envìe
    Scalpitare i corsieri, allor sì grande
    Fu la tema e il dolor, che appieno svenne.
      Ahimè! spenta la credon qualche tempo
    Le ancelle e i servi. Alfine in sè ritorna,
    Ed entrar vede pallido, turbato,
    Lagrimoso il canuto.
                  —Il padre mio…
    Parla… dov'è sua spoglia?
                         —Ei vive ancora;
    Ma prigionier, ma dalla cruda legge
    Che a morte danna i prigionieri, oppresso!
      —Oh sventurato! oh più felici quelli
    Che in battaglia cadeano! E tu a supplizi
    Lasci lui trarre? Intercessor non debbe
    Uom di Dio farsi a disarmar le atroci
    Ire de'vincitori?
                 —Ah! da te sono,
    O vergine, ignorati i vani sforzi
    Che tentai da Tommaso! I suoi nemici,
    Or volgon pochi dì, sacrificaro
    Barbaramente dieci illustri teste
    Di ghibellin captivi. Universale
    Nell'oste ghibellina è quindi il grido,
    Che gl'immolati abbian vendetta. Arrigo
    Morrà domane con nov'altri: il cenno
    Tommaso niega rivocar; respinto
    Venni da lui. Prova sol una or resta:
    Seguimi al campo: sforzerem l'ingresso
    Della tenda del sir; forse il tuo pianto
    Ammollirà il suo nobil cor, dai truci
    Fatti d'alterna rabbia incrudelito.
      —Il ciel t'ispira: andiam.
                         Rapidamente
    La vergin s'allestì; rapidamente
    Ella e pochi fedeli in sui corsieri
    Volser con Ugo al saluzzese campo.
      Ad un tronco giaceva incatenato
    Tra i furenti nemici Arrigo, a breve
    Di Saluzzo distanza. Ei siccom'uomo
    Che avea la gloria di Saluzzo amata
    Vagheggiando per essa e per Manfredo
    Fortune alte, impossibili, or mirava
    Con istupor, qual visïon non vera,
    Quell'ultima sconfitta, e quell'orrendo
    Svanir d'ogni speranza, e quel ritorno
    De' ghibellini e di Tommaso, e quella
    Guerra in veloci tratti or consumata
    Con nessun frutto, fuorchè stragi e scherni
    E povertà ed obbrobrio e sacrilegii!
    E tutto ciò per vicendevol, grande,
    Creduto zelo di virtù e di patria!
      E innanzi a lui mirando egli quel loco
    Dove a prosperi dì sorgea Saluzzo,
    E dove diroccato oggi è il recinto,
    E dentro quel, fra orribili macerie,
    Non v'ha che rari antichi alberghi e templi
    Con negri campanili, e qualche novo
    Incominciato cittadino ostello,
    Sente Arrigo la dura alma infiacchirsi
    Da pietà inusitata. Ei nella foga
    Delle gioie guerresche avea con occhi
    Di ferocia le fiamme un dì veduto
    Ed il saccheggio devastar Saluzzo.
    Or cessata l'ebbrezza, il cavaliero
    Delle avvenute iniquità s'affligge,
    E dice mal suo grado:—Ecco onde il CieIo
    Manfredo e i guelfi e me con lor condanna!
      Poi caccia quel pensiero, e, benchè rieda,
    Celarlo vuole, e alta la fronte ei tiene,
    Con dispregio guardando i vincitori.
      Cacciar vorrebbe altro pensier più dolce,
    Ma in un più divorante. Ei nelle meste
    Sale d'Envìe scorge la figlia, ed ode
    Il miserando suo lamento, e sola,
    Orfana, senza prossimi congiunti,
    Senza soccorsi d'amistà la mira;
    E le canute palpebre di pianto
    Amarissimo grondano e i singhiozzi
    Frenar non puote, e colle scarne mani
    Si copre il volto per vergogna e rugge.
      Un de' custodi come un tempo i falsi
    Di Giobbe amici, lo compiange e incuora.
      —Non avvilirti, o prode; in cielo è scritto
    Il destin de' mortali; adorar sempre
    Dobbiam di Dio gl'imperscrutati cenni:
    Non accettarli è codardia e bestemmia.
      —Taci, impudente ghibellin; m'è noto
    Che giusto è Iddio, che i falli miei punisce,
    Che l'are sue mal onorai, che vissi
    D'ira e d'orgoglio più d'ogn'uom, che merto
    Cader per mani inesorate e inique.
    Non mi ribello contro a lui; non biasmo
    Il suo rigor, non tremiti codardi
    Me presso a morte invadono: un'angoscia
    Non ignobil mi preme. Ho una figliuola
    Ch'orfana resta, e sua sventura io piango!
      —Padre ai pupilli derelitti è Iddio.
      —Vero favelli, ma la terra è piena
    Di pupilli derisi, insidïati,
    Spogli di tutto; ed ahi! su lor punite
    Forse da Dio son le paterne colpe!
    Indi io pavento, io peccator, sul fato
    Che all'innocente figlia mia sovrasta.
      —Ben paventate, o sciagurati guelfi,
    Che tanti alberghi incendïaste, e tanti
    Olocausti sacrileghi immolaste:
    Men empio è il ghibellino.
                        —Empi siam tutti,
    Amor vantando di giustizia a gara,
    E ognor con nostre stolte ambizïoni
    Opprimendo la patria e calpestando
    Natura e dritti ed innocenza e onore!
      Così dal labbro del feroce vecchio
    Usciva un misto d'indomata audacia
    E di sincero pentimento. Il capo
    Piegava sotto ai fulmini divini,
    Ma i consigli degli uomini esecrava,
    E negli sguardi suoi sì presso a morte
    Indistinti fulgean Cielo ed Inferno.

IX.

      Bella fra tutte umane imprese è quella
    Dell'uom che avvampa di desìo di pace
    E di perdon, non per suo proprio bene,
    Ma per altrui! ma per servire a Dio,
    Ed alla dolce patria e ad infelici
    Cuori ch'egli ama e consolare anela!
    Tal nell'ire civili è il vostro uficio,
    O vegliardi autorevoli che all'ara
    Del Dio di pace consecraste i giorni!
      Ecco arrivare al campo Ugo e Maria:
    E mentre del marchese al padiglione
    Van rivolgendo accelerati i passi,
    Veggono appunto da catena stretto
    A fisso legno fra custodi Arrigo.
      Con qual pianto e quali impeti di grida
    Prorompe la fanciulla infra le care
    Braccia paterne! e qual celeste han suono
    Sue filïali tenere parole
    A genitor così infelice? Ei serra
    Al sen quella innocente; e sclama:
                              —Oh gioia!
    Ma insana gioia! Oh nuovi affanni orrendi!
    Deh, perchè a me non li sparmiava Iddio?
    Non misero abbastanza era il mio fato,
    Ugo crudel? Tu qui la figlia traggi
    A vedermi morir!
                —Padre, ei mi tragge
    A salvare i tuoi dì.
                  —Che? supplicando
    Codardamente il vincitor maligno
    Di largirmi il perdon? Non sarà mai!
    La stirpe mia non annovrò guerrieri
    Che morir non sapessero da forti.
    D'espor ti vieto il virginal sembiante
    Al barbaro sorriso de' felici!
    Io so morir, io morir voglio prima
    Che la mia figlia a'piedi altrui si prostri!
      —Padre, lasciami: il so, ti disdirebbe
    Di coraggio scarsezza ai più tremendi
    Giorni della sconfitta, e se il nemico
    Te immolar vuol, da prode cavaliero
    E da cristiano perirai pregando
    Non gli uomini, ma Dio. Lasciami: un altro
    Dovere è quel di figlia. A me ignominia
    Fora il non chieder la tua vita al sire.
      —Vilipesa sarai.
                   —Pur vilipesa,
    Degna sarò d'ossequio e di compianto:
    Avrò adempiuto quanto amor di figlia,
    Quanto la voce del Signor m'impone.
      Contendeano in tal foggia, e l'ostinato
    Arrigo persistea nel suo divieto;
    Ma di Staffarda l'infulato duce
    Strappò Maria dalle paterne braccia,
    Ed attraverso a numerose tende
    Corrono di Tommaso al padiglione.
      Udivan essi da lontano gli urli
    Del corrucciato Arrigo:
                     —A tutte dunque
    Serbato io son le più esecrabili onte!
    Di me la figlia indegnamente stesa
    Ad implorar la vita mia, la vita
    Che mi si fa spregevol, che non posso,
    Che non voglio accettar! Riedi, ten prego,
    Tel comando! paventa il furor mio,
    Il maledir d'un genitor morente!
    Ghibellino fu sempre Ugo, e nol move
    Pietà di noi. L'ipocrita vegliardo
    Del nostro duolo infamemente esulta,
    E per farlo maggior vuol che d'Arrigo
    L'ultima figlia esempio doni abbietto.
      Del minacciar, paterno e delle ingiuste
    Voci contr'Ugo questa inorridiva;
    Ma il venerando abate alla fanciulla
    Reggeva il cor, dicendole:—Salvarlo
    Dobbiam malgrado l'ira sua superba.
      Ma qual d'entrambi è l'animo allorquando
    Dalle guardie interdetto al padiglione
    Vien lor l'ingresso! Non bastàr nè preghi,
    Nè lagrime, nè strida. Un assoluto
    Cenno del sir faceva inesorati
    Tutti i guerrieri che cingean la tenda.
      Stavano dentro a quella in assemblea
    Col supremo signor parecchi duci;
    E questi duci tutti eran da lunghi
    Danni e da amare perdite innaspriti,
    Sì che spinto da lor venìa il marchese
    A costante fierezza, insin che, espulsi
    Pienamente i nemici, astro securo
    Di comun gioia sfavillar potesse.
      Entro la rocca di Saluzzo chiuso
    Erasi il rio Manfredo, e colà ancora
    Ei da stranieri iva sperando aïta,
    Benchè spersi fuggissero, inseguiti
    Dall'antico Giovanni e da Eleardo.
      Di questi duo suoi fidi cavalieri
    Or più Tommaso non avea contezza
    Già da due dì. Certo parea il trionfo;
    Ma se fallito avesse? e se impensate
    Novelle squadre di possenti guelfi
    Nel paese irrompessero? Que' dubbii
    Nutron lo sdegno di Tommaso. Impone
    Che congedati sien Ugo e Maria,
    E quai si fosser supplicanti.
                         Allora
    Pria di ritrarsi il presul generoso
    Resistendo alle guardie, alzò la voce:
      —Nobil marchese di Saluzzo, ascolta
    I moti del cor tuo: non meritato
    Da' tuoi nemici è di tua grazia il raggio,
    Ma so ch'aneli d'emanarlo, e Iddio
    L'adempimento di tua brama aspetta
    Per benedirti più e più…
                        Troncato,
    Fu duramente da' guerrieri il pio
    Grido del vecchio, e fu troncato il grido
    Dell'angosciata vergine, e repente
    Lunge dal padiglion venner sospinti.
      Videli Arrigo a sè tornare, e disse
    Con amaro sogghigno:—Il pianto vostro
    Non terse dunque il vincitor? Lucraste,
    E ben vi sta, gli ultimi oltraggi: io puro
    Son di codesto obbrobrio vostro almeno!
    A Dio mi curvo; a nessun uomo in terra!
      Ma dopo quel sogghigno e quell'acerba
    Favella, intenerissi alle dirotte
    Lagrime di Maria. Con lui rimase
    La sconsolata, e ritornò alla tenda
    Il santo amico lor, novellamente
    Tentar volendo di Tommaso il core;
    Ed intanto la vergine abbracciando
    Del padre le ginocchia, or lo pregava
    Di placar Dio con miti sensi, ed ora
    A Dio medesmo rivolgea sue preci.
      Ugo, ahimè, ricompar! nulla otteneva,
    Nulla ottener più spera! Alta mestizia
    Al degno sacerdote in volto siede,
    Ma mestizia di forte alma che viene
    Un moribondo a regger nel tremendo
    Agonizzar dell'ore sue supreme.
      Maria l'intende, e misera prorompe
    In impeti di duolo inenarrati;
    Smarrisce i sensi, e inconsapevol tratta
    Viene appartatamente infra pietose
    Donne che a lei soccorrono. Prostrossi
    Arrigo allor del sacerdote a' piedi,
    E confessò sue colpe. E dacchè sciolto
    Gli fu in nome di Dio di queste il laccio,
    Si rïalzò con pacatezza altera,
    Ma non di quella indomita alterigia
    Che in lui dianzi apparia, qual di nociva
    Fosca meteora formidabil luce.
    Or quell'ardito e dignitoso sguardo
    Porta di pace e d'umiltà un'impronta
    Che vien dal Ciel, dal Cielo, autor sublime
    Di stupende armonie!
                  —Dov'è mia figlia?
    Ugo, traggila a me: l'estrema volta,
    Benedirla degg'io. Meco brev'ora
    Star si potrà.
             Fu ricondotta al padre
    La sventurata, ed ancorchè d'affanno
    Le sanguinasse il cor, pur di lui vide
    Con maraviglia la quiete, e grazie
    Alla Donna degli Angioli ne rese,
    Ed impose a se stessa umiltà, pace,
    Eroica forza. Ella piangea, ma freno
    Ponea a' lamenti, e con devote ciglia
    Mirava il padre, e sue parole tutte
    Accoglieva nell'anima, siccome
    Parole d'uom che santamente muoia.
      Festivo era quel giorno, e perciò l'altro
    Pei supplizi aspettavasi. Omai tarda
    Era la sera, ed Ugo apparecchiati
    A pio morire aveva altri prigioni.
    Ritorna ei quindi presso Arrigo, e i proprii
    Palpitamenti di pietà vorrìa
    Celare in parte:—O cavaliere! o donna!…
    Tutto puossi con Dio!…
                      —Dal padre amato
    Deh, ch'io non venga separata ancora!
    Lontana è l'alba.
                 —Più crudel sarìa
    Vicino all'alba separarvi.
                        Arrigo
    Stringeva al sen la figlia, e lei disporre
    Desïava a partir. Ma la infelice
    Alla prova tremenda obblïò i miti
    Sentimenti di pace, e la ragione
    Le si turbò miseramente.—Oh guerre
    Scellerate di popoli! oh stendardi
    Di virtù menzognere! oh glorie infami
    D'emuli cavalieri, onde son frutto
    Crudeltà e morte! Ah! perchè Dio fecondi
    Alla feroce umana stirpe ognora
    Fa gl'imenei, se la catena intera
    De' secoli spruzzata è d'uman sangue?
    E qual di sì esecrande ire perenni
    Colpa abbiam noi, dell'uom compagne e figlie,
    Nate ad amar, nate a compianger, nate
    A viver senza offesa, assorte in Dio!
    Di qual delitto intrisa son perch'oggi
    A me tolgano il padre i masnadieri,
    Nè generoso pur vi sia terrestre
    O celeste poter, che degli oppressi
    Alla difesa accorra? Ed Eleardo
    In ch'io tanto fidava, anco Eleardo
    Ch'io tanto amava, abbandonommi!
                            Il campo
    Suona improvviso di festanti grida.
    Balza il core a Maria; porge ella ascolto:
    Che sarà mai? Reduci sono il prode
    Antico Doglianese ed Eleardo,
    Apportatori di vittoria piena.
      Brillan del presul le ispirate luci
    Per novella speranza, e i passi affretta
    Ver l'amato nepote; il giunge, il ferma,
    E d'Arrigo gli parla.
                   Intanto usciva
    Del padiglion Tommaso, e lieto amplesso
    Porgeva a' trionfanti; e ratto a lui
    Volgea tai detti di Dogliani il sire,
    Indicando Eleardo;—Alla prodezza
    Di questo forte molto devi, o prence;
    Le più valenti squadre egli ha sconfitte.
      Stende il marchese al giovin glorïoso
    L'amica destra. Ei gliela bacia, e prono.
    —Signor, grida, signor, me qui tu miri
    Astretto a chieder dalla tua clemenza
    A' pochi miei servigi alta mercede.
      —Quai pur sieno tue brame, o campion mio,
    Le manifesta, e saran paghe.
                        —I giorni
    Chieggo salvi d'Arrigo. Il so, fu reo:
    Non corrucciarti del mio ardito prego.
    Arrigo a me qual padre ebbi molt'anni,
    E padre è di colei che sul mio core
    Sin dall'infanzia regna.
                      Ondeggia alquanto
    Il magnanimo prence, indi prevale
    Benignità sugli altri affetti, e sclama:
      —Ho perdonato! ogni prigion si sciolga,
    Ed a' suoi tetti rieda, apparecchiando
    A più nobile oprar suoi dì futuri.
      A quella augusta consolante voce
    Mill'altre voci eccheggiano, e fra loro
    Quella del vecchio di Dogliani, e quella
    Del presul di Staffarda, e più robusta
    Quella del giovin che all'amata donna
    Rendere può del genitor la vita.
      A tanti applausi si nasconde il prence
    Rïentrando commosso entro sua tenda:
    Ed ecco volan Ugo ed Eleardo
    A scior d'Arrigo i lacci.
                       Il prigioniero
    Uso ad ira e superbia, esitò prima,
    Poi fu da conoscente animo vinto
    E da dolcezza, ed Eleardo al seno
    Colla figlia serrando, inginocchiossi,
    E disse a Dio:—Sovra Tommaso schiudi
    Tuo più giocondo riso, e prosperato
    Sia nel dominio e nella prole, e cessi
    A lui d'intorno ogni fraterna guerra!
      Modestia e gratitudine e contento
    E maraviglia e amor davano agli occhi
    Della vergin bellissima un novello
    Indicibile incanto, onde il fedele
    Suo cavalier gioìva inebbrïato.
      Scorge i lor voti il padre, e prende e unisce
    Le destre loro. Un grido alza di gioia
    Il felice Eleardo, e la tremante
    Fanciulla irrompe in lagrime soavi,
    Benedicendo la celeste aïta
    Che i lunghi affanni in tanto gaudio volse.
      Di Saluzzo la rocca indi a tre giorni
    Spalancar si dovette. Uscì Manfredo
    Con pochi suoi compagni ed esularo;
    E in sua paterna sede il buon Tommaso,
    Se non durevol pace, almen godette
    Signorìa da virtudi alte illustrata,
    E alle rovine di Saluzzo orrende
    Nuovi successer tetti e nuovi prodi.