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Poesie inedite vol. II cover

Poesie inedite vol. II

Chapter 19: I.
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About This Book

The collection gathers narrative lyric pieces framed as cantiche voiced by an imagined medieval troubadour. Poems present compact epic sketches—public assemblies, accusations, chivalric trials, and domestic scenes—that probe female virtue, honor, and passion. Interwoven are metapoetic reflections on the purpose of poetry and its moral aims, arguing for literature that cultivates civic and private virtues. Settings favor the medieval past as a fertile stage for moral exempla, while language alternates between declamatory address and concise storytelling to produce instructive yet pictorial poetic tableaux.

AROLDO E CLARA

CANTICA.

Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire:—«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.»

AROLDO E CLARA.

    Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum da
      illi.

                                           (Ep. ad Rom. 12.)

I.

    Piangi, o la più gentil fra le convalli
    Dello spumante Pellice, ove un giorno
    Alle sale d'Aroldo i Saluzzesi
    Cavalieri affluìano ad alte feste.
    Più non vedrai delle sue torri a sera
    Uscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,
    Caramente appoggiando un braccio e l'altro
    Sovra Ioffrido e Clara, ed il canuto
    Ciglio volgendo con amor, ma indarno,
    Ai dolci rai del tramontante sole.
      Que' figli suoi nascean gemelli, e santa
    Tenerezza li univa. Or sola e mesta
    Clara accompagna il cieco padre a sera
    Fuor della torre, perocchè il gagliardo
    Fratel devote ha l'armi alla difesa
    Del pio Tommaso suo ramingo prence
    Contro i nemici della patria terra.
      Rosseggiava bellissimo un tramonto
    Sulle nevi lontane, e stupefatto
    Pareva il sol che dal romito albergo
    A salutarlo non venisse il vecchio.
    Ahimè, quell'era di sventura un novo
    Spaventevole dì! Schiudesi alfine
    La porta del castello, e con veloci
    Passi agitatamente escono Aroldo,
    Clara e più servi; nè il canuto ciglio
    Ai soavi del sole ultimi rai
    Volger si cura. Che avvenia?—Dal campo
    Infausto messo è giunto. Il pro' Ioffrido
    Contro l'usurpator del saluzzese
    Seggio osando tropp'oltre avventurarsi
    Nel calor della pugna, il circondaro
    L'empie straniere spade, e prigion cadde.
      Speme di riscattar sì cara vita
    Nutre il barone antico; e vuole ei stesso
    Trar supplichevol senza indugio al truce
    Fortunato invasor, che se talora
    Immolar gode i miseri captivi,
    Talor si placa a ricca d'oro offerta,
    Molto dovendo da sua iniqua sede
    Oro il tiranno effonder sulle bande
    Dell'alleato provenzal monarca.
      Giunto al margin vicino ove al tragitto
    Nel rigonfiato Pellice è apprestata
    La navicella, Aroldo porge il bacio
    Del congedo alla figlia. Allora al collo
    Gli s'avvinghia la pia.—Sola a mie stanze
    Non riederò, buon genitor; pupilla
    Esser della tua fronte a chi s'aspetta
    Se non a me? Forse pietà maggiore
    Assalirà dello sdegnato sire
    Il cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piedi
    La veneranda tua canizie e gli anni
    Giovenili di vergine scorgendo,
    Che colla vita del fratel la vita
    Chiede del padre.
                     Vuole opporsi Aroldo,
    Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzo
    Già vel precede, e al consentir paterno
    Fa cogli amplessi vïolenza, e l'onde
    Perigliose attraversano. Ma ov'era
    L'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,
    Generosa innocente? A voi non velo
    Fecer colle tutrici ale a celarvi
    Alla vista de' prossimi ladroni
    Che irrompono co' brandi alla rapina.
      Voler divino ai nembi di sfortuna
    Lascia possanza sovra i giusti un tempo;
    Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcana
    Nei patimenti una virtù Dio pose
    Ch'anco i giusti migliora e a sè li innalza.
      Sbandato di predoni era un drappello,
    Che della guerra col favor raccolto
    S'era d'Itale spiagge e di straniere
    A rubamenti ed omicidii, altero
    Linguaggio alzando di zelanti eroi,
    Campioni della patria e di Manfredo.
    S'azzuffan del baron coi fidi servi,
    E nell'orrenda mischia ad uno ad uno
    Dal soverchiante numero feriti
    Vengon que' servi, e de' vincenti in mano
    Son le ricchezze che a comprar la vita
    Destinava del figlio il cieco sire.
      Intero un dì per boschi e per dirupi
    Ei trascinato colla figlia venne,
    Ma il manto della notte ai duo infelici
    Prestò propizie tenebre, e dal mezzo
    Del brïaco drappel de' masnadieri
    Quetamente si trassero alla valle.
      Come lontani fur dall'empia frotta,
    E ardiron favellare, il cieco strinse
    La figlia al seno, e grazie alte le rese
    D'averlo addotto a salvamento, e lei
    Per l'accorto suo senno e per la dolce
    Filial carità ribenedisse.
      —Or dove, o padre, senza aïta alcuna
    Ci avvïeremo?
                  —O Clara mia, remoti
    Siam dal nostro castello, e a ritornarvi
    Il tempo mancheria; son prezïosi
    Tutti gl'istanti; acceleriamo il passo
    Verso il campo nemico, appo le triste
    Di Saluzzo rovine. O senza doni
    Compariremo anzi al tremendo sire,
    Ma sincere promesse il piegherranno
    A moti di clemenza. Inoltre ho fede
    In mia canizie e in queste spente occhiaie
    E nel pianto che versano, e ben anco,
    Figlia, nel tuo.
                    Pensava Aroldo ospizio
    Prender non lunge, ove la figlia al raggio
    Della luna scorgea l'amica torre
    D'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,
    Odon che il giorno pria furibonda oste
    Era quivi passata e avea deserta
    La rocca e trucidato il castellano,
    E devastato a' villici i tugurii.
      Il negro pan de' villici dispersi
    Piangendo rompe colla figlia Aroldo,
    E beono alle lor tazze. Indi sen vanno
    Per tutti i casolari, invan cercando
    Palafreno o giumento: avean le schiere
    De' nemici avidissime votata
    In que' lochi ogni stalla.
                              —Ahi, dilungati
    Vieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!
    Or dove andrem?
                   —Pedon la via si segua
    Sino al mattin: buio non è, dicesti.
    Fa cor; preghiamo camminando, e al guardo
    D'altri ladron te, mia dovizia or sola,
    Te il ciel pietoso asconderà.
                                 Sì disse,
    E di padre l'affetto e di sorella
    Lena lor porge insino all'alba. Il campo
    Mostrossi allora al pauroso orecchio
    Della fanciulla pria che agli occhi.
                                        —O padre,
    Odi tu, disse, odi tu roco un suono
    Simile al suon della bufèra o a quello
    Di molte acque correnti?
                            Il vecchio capo
    Ei soffermò, ed immemore un istante
    Delle sue angosce, alzò la barba e rise.
      —Oh di qual gioia quel fragor m'empiea
    Negli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!
    Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,
    Come voce di sposa al suo diletto.
    Un dì così fremente io il bellicoso
    Aere appena sentia, sovra il mio scudo
    Battea forte l'acciaro, e dai precordii
    Metteva un grido che atterrìa da lunge
    Del nemico le scolte. E i miei congiunti
    Dicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,
    Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiacca
    È questa voce, e più la destra, e al breve
    Giubilo del guerrier tosto succede
    In me a quel suono il trepidar del padre.
      Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,
    Che sino allor söavemente a' detti
    Del genitore avea frammisti i suoi,
    Incominciò a interrompersi, e risposte
    Dar che, non conscio l'intelletto, un moto
    Parean sol delle labbra. A poco spazio
    Vedea della distante oste per l'aure
    Quasi di nave altissimi duo pini
    Elevarsi e ondeggiar, poscia fermarsi
    Come al suolo confitti. E secondata
    Venìa quell'opra da un clamor che il primo
    Clamor non era, ma or fischiante or rotto
    Da infami ghigni o da cupo silenzio.
      A' sensi suoi creder dovea? Le cime
    Parean gravate de' duo legni, e il pondo
    Che le gravava non scerneasi. Udito
    Spesso Clara ha di barbari supplizi,
    Ove ad appesa vittima lo strale
    Drizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.
    Quei che divide dalle ciglia il teschio.
      Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbio
    Peggior di morte! E chi alla sbigottita
    Dice s'uno colà de' morïenti
    L'amato suo fratello ora non sia?
    Chi le dice se il passo al genitore
    Vietare a forza ella non debba? Ahi lassa!
    E se il padre trattien, non di Ioffrido,
    Che forse ancor sull'albero non pende,
    Cagionerà la morte?… Ad ogni costo
    Vadasi al fatal loco!
                         Il piè, tremando
    In ciò pensare, affretta. In man la mano
    Della meschina Aroldo tien.—Di gelo,
    Fra sè diceva, è questa man, siccome
    Quella ch'io strinsi di sua madre al letto
    Ove s'estinse.
                  Indi il vegliardo scuote
    Il capo, quasi scuotere volesse
    Un malaugurio, e non potea.—Di morte,
    Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.
    Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cari
    Detti mi porgi che tue labbra sciorre
    Uniche san, quando scorato è il padre.
      Nata ne' giorni di sventura, e in erma
    Torre cresciuta, ove sorelle e madre
    Vide spirar, sollecita a sinistri
    Presentimenti schiuder l'alma, è fatto
    In lei religïon. Si raccapriccia
    In udir che s'affaccin alla mente
    Del genitore e in quest'istante i negri
    Pensamenti di morte. A lui si volge,
    Apre le labbra—e i consolanti detti
    Ch'uniche sciorre un dì sapean, non trova:
    Non trova, ed ahi! la prima volta è questa
    Che inobbedito di suo padre è il cenno.
      —Più de' pensier miei tristi or malaugurio
    M'è il tuo silenzio, ei dice.
                                 E lo spavento
    In lei crescendo, e a' rai primi del sole
    Splender veggendo le volanti frecce,
    Improvviso s'arresta.—Oh genitore!
    Non c'inoltriam: non odi tu le strida
    Degli assassini?
                    —Il figlio, il figlio mio
    Forse a morte strascinano: affrettiamci.
      —Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.
    Io stessa innanzi andronne, e se Ioffrido
    In vita è ancor, di novo al fianco tuo
    Tosto mi rendo, ma te… O ciel! raddurre
    Te vivo a casa allor io posso almeno!
      —Sciagurata, che parli? Orrende cose
    Forse tu vedi e a me non dici. Ovvero
    Fra quelle voci che il mio antico orecchio
    Non distinte percuotono, tu scerni
    Voci di morte e del fratello il nome.
    Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchio
    Porta il tumultüoso aere d'atroce?
      —Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensa
    Che se tu, giunto appo i nemici, udissi
    L'orribil caso… tu m'intendi… allora
    Orfana forse rimarrei nel campo.
      —Me perder temi, e non t'avvedi, insana,
    Che scellerata è tua pietà? Egli muore,
    E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,
    Tel comando, obbedisci.
                           All'inusata
    Ira paterna impaurissi Clara;
    S'alzò. Con passi rapidi il cammino
    Misura il cieco, e strascinata quasi
    La giovinetta il segue. Erasi spersa
    La turba intanto che cingea i duo pini,
    E presso a questi il padre e la sorella
    Arrivan di Ioffrido. Ella più volte
    Erse il ciglio tremando, e insanguinate
    Scorse due salme, e incontanente a terra
    Ritrasse il guardo. E non varrìa sovr'esse
    Fiso tenerlo ad indagar; chè franta
    Han la coppa del cranio, e dal mozzato
    Lor sembiante piovea cèrebro e sangue.
      Ma quell'orrida vista e lo spavento
    Forza a' ginocchi tolgonle ed al core:
      —Padre! dic'ella, padre!… E qui stramazza
    A' piè d'Aroldo.
                    E mentre brancolando
    Col caro pegno tra le braccia fugge
    D'in mezzo della via, però che udito
    Brigata di cavalli ha scalpitante
    Di qua dal campo alla sua volta, e ignaro
    Ad un de' lati fermasi, ove un tronco
    D'albero sente; innanzi a lui lo stuolo
    Giunge de' cavalieri. Era Manfredo,
    Che di baroni provenzali cinto
    Per intenti di guerra iva il terreno
    Intorno visitando. Una fanciulla
    Scorge egli tramortita ed un vegliardo;
    E voltosi ad Aroldo, acerbamente
    Così gli grida:—O discortese e stolto,
    Perchè nel sangue d'un fellone e sotto
    Il patibolo tratta hai quell'afflitta,
    Cui toglie i sensi il raccapriccio?
                                       —Oh sire,
    Oh novo sire di Saluzzo! esclama
    L'antico cavalier, cui non intera
    L'aspra parola del crudel pungea,
    Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:
    Aroldo io son dalle romite torri
    Che si specchian nel Pellice. E l'illustre
    Tuo genitor te adolescente spesso
    Adduceva a mie sale, e co' miei figli
    In un calice sol beevi a mensa.
    Ah per memoria del tuo estinto padre
    Oggi pietà di me ti prenda! Il figlio
    Ch'unico maschio avanza a mia vecchiaia,
    E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!
    Io non leggeri doni a te in riscatto
    Dal mio castel portato avea, ma iniqui
    Predatori per via m'hanno assalito.
    Alle mie braccia il caro figlio rendi,
    E qual tributo m'imporrai ti solvo,
    Pareggiasse anco de' miei campi aviti
    L'intero pregio.
                    —O sciagurato Aroldo,
    Di qual osi tributo or favellarmi,
    Se finor tutto mi negasti? È tardi.
      —Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,
    Fu da bollente figlio mio l'insegna
    De' prischi Saluzzesi e di Tommaso,
    E la vittoria a tua prodezza arride.
    Ma tu il fervido oprar del giovinetto
    Dona pietosamente al supplicante
    Suo genitor che in venti pugne il sangue
    Versò pel nobil padre tuo, quand'esso
    Con tanta gloria signorìa qui tenne.
      —È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogli
    Tutta la forza ond'è capace il core
    D'un cavalier. Sovra quel legno pende
    Un trafitto cui grazia altra non posso
    Conceder più che di ritorlo ai corvi,
    E consentirgli de' suoi cari il pianto.
      Disse, e accennando che una guardia il morto
    Dalla croce calasse e all'infelice
    Lo rimettesse, cogli sproni un tocco
    Dïede al cavallo e col suo stuol disparve.
      Clara i sensi racquista, e oh di dolore
    Qual novo orrendo palpito! Era dunque
    Il fratel suo quel miserando ucciso!
    Eccolo tolto dal funesto legno;
    Ed ella il raffigura a cicatrici
    Che sul petto ei portava. Oh come il vecchio
    E l'angosciata giovin su quel corpo
    S'abbandonan piangendo! Ella in lino
    L'infranta testa pïamente avvolge,
    E chiede aiuto ai vïandanti. A dolce
    Carità si commove una famiglia
    Di Saluzzesi agricoltori, e dato
    Viene un carro con bovi, onde al lontano
    Castello il morto cavalier si tragga.

II.

    Or da quel giorno d'ineffabil lutto
    Rivolgiamo la mente oltre a sei lune,
    E la mesta mia cantica, i solinghi
    Pianti dell'orbo vecchio e di sua figlia
    Commiserando, svolga altra vicenda.
      Era una sera: alle vetuste mura
    Del baron s'appresenta un fuggitivo,
    A cui ferite e febbril sete esausta
    Miseramente avean la voce. Aroldo
    Piena di vino gli mandò una coppa
    Con questi detti: Al focolar t'accosta
    Sin che apprestata sia la cena, e al sire
    Perdona del castel s'ei di sue stanze
    Non uscirà, dove cordoglio il tiene.
      Clara portò que' detti, e il fuggitivo
    Che al maestoso inceder cavaliero
    Parea e mendìco a' finti panni, il volto
    Pria si coverse, indi con pronti passi
    Balzar tentò fuor della soglia, a guisa
    Di mortal che, caduto in impensato
    Orribile periglio, aneli scampo.
    Ma nella mossa impetuosa a lui
    Manca il fievole spirto, e piomba a terra.
    Clara il soccorre, il mira, ed alla negra
    Ricciuta barba e al crine ella il ravvisa.
      Chi era? Chi!… Manfredo! il già possente
    Desolator della sua patria! il ladro
    Che alla corona del nepote osava
    Stender la man sacrilega, e sul capo
    Inverecondo imporsela, e i diritti
    Calpestar più sanciti, e di Saluzzo
    Dirsi benefattor, serva a stranieri
    Brandi facendo la natìa contrada!
    Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiasco
    Da compiuta sconfitta è l'empio sire,
    E per sottrarsi agl'inseguenti ferri
    Ei s'è imboscato in varii lochi, e ignote
    Calcò deserte rupi. Indi pel sangue
    Nella pugna perduto e per la rabbia
    Gli s'era da brev'ora intorbidato
    Sì fattamente il lume del pensiero,
    Che mal sapea dov'ei movesse, e giunto
    Era ai campi d'Aroldo altra credendo
    Sponda toccar. Qui più dal dolce tempo
    D'adolescenza riportate mai
    Non avea l'orme, ed alberi e tugurii
    Mutato avean l'aspetto della terra.
      Sol quand'ei vide Clara, appien le soglie
    Raffigurò d'Aroldo, e se bastata
    A lui fosse la possa, ei rifuggìa.
      Manfredo! e senza guardie! e semivivo,
    Sotto il tetto dell'uom cui trucidato
    Non in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!
    Clara il conosce, e mentre a lui gli spirti
    I famigli richiamano, ella corre
    Alle stanze del padre, e già già quasi
    A lui così sclamava:—Esci, un prodigio
    Ad ammirar del Dio delle vendette:
    Sull'ossa di tuo figlio a spirar viene
    Il suo assassin!
                    Ma in quell'istante gli occhi
    Della donzella alzaronsi a parete,
    Onde pendea dell'Uomo-Dio morente
    Effigie veneranda, e a quella vista
    L'irrompente parola in cor rattenne.
      Religïoso fremito la invase
    Dinanzi a quell'effigie.
                            —Oh mio Signore!
    Quai voci arcane alla tua ancella parli?
    Tu irreprensibil fosti e sì infelice!
    E a quei che l'uccidean pur perdonavi!
    Or chi sa? Forse il dolce mio fratello
    Pe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,
    In carcer sotterraneo, o d'inquieti
    Elementi per l'alte aure ludibrio
    Sta ancor penando, e a liberarlo vane
    Fervon le preci, e in loco d'esse un atto
    Di virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!
    Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù somma
    È il perdonar! Cert'è che in cielo entrando
    Tu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamo
    Come a noi perdonato ha il Redentore!
    Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìa
    Delle forze d'un padre il dare aïta
    D'un caro figlio all'uccisor. La lancia
    Ei no giammai non bagnerìa nel sangue
    D'uom che toccò la mensa sua… Ma pure
    Chi può segnar dove talor trascorra
    Nella foga dell'ira un core offeso?
    Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!
      Disse, e prona curvossi, e lungamente
    Con ambascia pregò. Temea d'orgoglio
    Esser tentata; innanzi a Dio temea
    Calunnïar la santa alma del padre.
    Ma nella mente repentino un raggio
    Di fidanza pienissima le splende,
    E ratta sorge e dice:—Ah sì, fratello!
    Questo è il momento in che del ciel la porta
    A tue brame si schiude: io di tua gioia
    Sento il reflesso, e quella gioia è Dio!
      Un servo entrava:—Damigella, o carco
    D'inaudite peccata, o fuor di senno
    È lo stranier. Che far dobbiam? D'Iddio
    Parla tra sè com'uom cui prema occulto
    Di vendette terribili spavento,
    E di qui vuol fuggir.
                         —Tosto bardata
    Per lui sia mia cavalla.
                            Il servo parte
    Maravigliato, ed obbedisce. Intanto
    Antico armadio la fanciulla schiude,
    Ed indi tratto un de' paterni manti,
    Al leve suo tesor poscia s'affretta
    D'auree monete, e in una borsa il pone.
      Così ver l'agitato ospite mosse,
    E que' doni offerendogli—D'Aroldo
    Questa, gli disse, è la vendetta, o sire.
      Fremea la generosa in lui mirando
    L'uccisor di Ioffrido e il formidato
    Di Saluzzo oppressor, ma pïamente
    Frenò il ribrezzo, e dal balcon la corte
    Del castello accennando, a lui soggiunse:
      —Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lena
    Ti basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!
      Clara sparve, ciò detto. E l'infelice
    Tiranno—Angiol! gridò.—Poi diè dal core
    Uno scroscio di pianto. Ed allor forse
    Pentimento verace a lui fu strazio,
    Le proprie atroci colpe rammentando,
    E rammentando il giovine Ioffrido,
    E quel misero cieco che appoggiato
    Ad un alber credeasi, e gli grondava
    Sovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!
      Frettoloso Manfredo i doni tolse;
    L'inaudita pietà benedicendo,
    D'Aroldo cinse su le spalle il manto,
    E quindi a pochi tratti il vide Clara
    Dalla fenestra, che, al cortil venuto,
    Con sembiante commosso intorno intorno
    Iva gli occhi volgendo, e verso il cielo
    In atto di preghiera ergea le mani,
    Poi le briglie toccava ed era in sella.
      Fermato ivi un istante, ad alta voce
    Mise queste parole:—Aroldo! Aroldo!
    Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perduto
    Seggio e de' vituperi onde vo sazio,
    Consolarmi potrò; non potrò mai
    Consolarmi d'aver tua nobil alma
    Col più truce rigore insanguinata.
      Udì il vecchio baron quel forte grido,
    E balzò dalla seggiola esclamando:
    —Figlia! il nemico nostro! il maledetto
    Uccisor di Ioffrido!
                        E sul rugoso
    Pallido volto del canuto il foco
    S'accese del furore. A' piedi suoi
    Clara gettasi allora, e gli palesa
    Ciò che d'oprar le ispirò Iddio.
                                    —No, Iddio
    Questo non t'ispirò! prorompe Aroldo;
    Manfredo è un empio! ei di dominio sete
    Portò infernal su queste invase terre,
    Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!
    Infame della patria e del suo prence
    Manfredo è traditor. Per sollevarsi
    Sulla sede non sua, trasse alleati
    E Provenzali e Càlabri e venduti
    Guelfi di tutta Italia allo sterminio
    De' nostri feudi e delle nostre plebi,
    E incenerì Saluzzo!… e il figlio mio,
    Il figlio mio su scellerata croce
    A' carnefici suoi diede bersaglio!
      Lunga e tremenda di rammarco e d'ira
    Fu l'eloquenza dell'antico. A lui
    Clara abbracciava le ginocchia, e santi
    Detti porgea con supplice dolcezza:
      —Le iniquità punir sol puote Iddio;
    Noi non possiam sul misero fuggiasco
    Punirle coll'acciar: solo a punirle
    Una guisa n'è data, ed è il perdono.
    Càlmati, o genitor; pensa che o degno
    Per penitenza diverrà Manfredo,
    O, rimanendo iniquo, a lui carboni
    Saranno inestinguibili sul core,
    Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsi
    E fra l'alme perverse il danno eterno.
    A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,
    E il benefico palpito e l'eccesso
    Della pietà non sol sugl'innocenti,
    Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopo
    Del perdono di Dio morendo avremo!
      —Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,
    Ti benedico; santamente oprasti!
      L'alza, al petto la stringe, e lagrimando
    Mercè le rende che alla prova il senno
    D'esacerbato padre ella non mise.
      Un dì alle torri del baron fu visto
    Giungere di Manfredo un messaggero
    Da lontana contrada, e apportatore
    Venìa di ricchi doni. Eran tre lune
    Che pace avean l'ossa d'Aroldo, e muto
    Era il castello, ed in vicino chiostro
    Cinta di sacre lane, i dolci salmi
    L'orfana, per la cara alma del padre
    E del fratel, tutte le notti ergea.

ROCCELLO.

Cantica.

M'era sembrato si potesse fare una specie di romanzo in due o tre volumi, dipingendo un generoso cavaliero italiano del secolo decimoquarto, il quale visitasse una dopo l'altra le varie dominazioni in cui stava divisa la nostra penisola, e così si disingannasse di molti sogni. Provatomi a tal lavoro, incontrai troppi scogli, stante l'obbligo che ha di svolgere con minutezza molti argomenti chi assume lunga prosa relativa a punti storici. Convertendo il soggetto in cantica, tutti i quadri si sono impiccioliti; ma forse così il lettore non avendo tempo d'annojarsi, potrà meglio afferrarne le armonie morali.

Ogni cosa veduta dal mio Roccello nella Italia de' suoi tempi è esattamente storica.

ROCCELLO.

    Nec memor eris iniuriae civium tuorum.
                 (Levit. 19.18).

    Oh sospirato d'indulgenza alterna
    Malagevol ritorno, allor che fiamma
    Di discordia civil tocche ha l'irose
    Schiatte de' forti! Nè bastò la fuga
    Delle guelfe di Napoli bandiere
    E del lor collegato empio Manfredo
    A raddur tosto pe' Saluzzii lidi
    L'armonia del perdono e delle paci.
    Aperti scherni ed avventate punte
    Di calunnia secreta e più crudele
    Affliggean le famiglie, e singolari
    Ne seguìano certami e vïolenti
    Scoppi a vendette. Il buon Roccel, perduti
    Ambo i vecchi parenti, e contristato
    Dallo spettacol di cotanti sdegni,
    Caduta in troppe a lui sembrò bassezze
    La stirpe umana entro la patria terra.
      Di Milan sorrideagli e de' Visconti
    La rimembranza, ed a Milan s'avvia
    Vagheggiando col fervido pensiero
    I costumi leali e generosi
    Della città lombarda.—Oh dell'estinta
    Mia genitrice amata culla! Oh pie
    Torri de' suoi congiunti! Oh come tutta
    Combacian quest'amante anima i fatti
    De' cavalieri che in Milano io vidi!
    Là s'albergo pur v'hanno alcuni indegni,
    I degnissimi abbondano: là i cuori
    Intemerati a cuori intemerati
    Unir si ponno e confortarsi. Un tempo
    Anco Saluzzo e le sue valli amene
    Eran così; mietute ha cruda guerra
    Le magnanime vite, e brulicante
    Vil di rettili resta oggi semenza.
      Scotea le spalle il suo scudier Gilnero
    Dietro a lui cavalcando:—Illustre sire,
    Trista per ogni dove è l'agitata
    De' mortali progenie, e sol da lunge
    Sfavillan di virtù le stranie rive.
      —Gilner, tu ignori l'età nostra: eccelse
    Speranze arridon per più genti, e il loco
    Onde arridono più, certo è Milano.
    Grandi cose avverran: d'uopo il mio core
    Ha di batter fra giusti e fra gagliardi.
      —Signor, di giusti e di gagliardi copia
    Non nutre alcun terren.
                     —Grandi ti dico
    Avverran cose in questo secol. Rozza,
    Ignara del presente e del futuro
    È la nostra Saluzzo; io nella sede
    Degli operanti e de' veggenti spirti
    Nato a viver mi sento.
                    —Udite, o sire…
      —Taci.
           E Gilner tacea; ma affettuose
    Occhiate indietro qua e là gettava
    Ai Saluzzesi campanili, ai poggi
    Che dalle mura estendonsi con tanta
    Varïetà e vaghezza di contorni
    Per le verdi convalli, ed agli acuti
    Gioghi che più remote alzan le teste
    Coronate di neve. A quell'aspetto
    Sin da' prim'anni a lui sì caro, il mesto
    Scudier sospira e brontola:—Contrade
    Si cerchin pur simili a questa! Il mondo
    Alquanto anch'io stolidamente ho corso:
    V'è un sol Monviso sulla terra, un solo
    Gruppo di monti come quello, un solo
    Pian che s'agguagli di Saluzzo al piano.
    Su via, vediam quel de' Lombardi. Un tempo
    So che di maestose ombre penuria
    Patìa pe' molli prati, e su quel guazzo
    Giacean fetide nebbie. Or sarà, certo,
    Ricco di piante al par di questo, e scarso
    Di pantani e di febbri; e trasportate
    Le bige nebbie si saranno oltr'Alpe.
      —Gilner, non adirarmi: e quando cieco
    Ti parvi di mia patria alla bellezza?
    Non questa fuggo, ma color che iniquo
    Su terra sì gentil traggon respiro.
      Brontolava sovente il buon seguace,
    E gemiti mandava, e sovra gli occhi
    Talor di furto colla destra il pianto
    Mal compresso tergeva; e se Roccello
    Vedea quel pianto, commoveasi anch'esso
    Ma celava del dolce animo i sensi,
    E si fea beffe di Gilner.—Cinquanta
    Anni, e sei debol come donna!
                         —Ingrato
    A mia terra non son, dicea con ira
    Il rozzo Saluzzese: amo ed onoro
    Tutte le sponde sue, tutti i suoi rivi,
    Perchè infinita all'alma mia recaro
    Per molt'anni letizia! Un Saluzzese
    Che s'innamori di straniere spiagge,
    Sire, oltre voi, lo cercherete indarno.
      In tali avvicendati impeti il suolo
    Di Piemonte magnifico varcaro
    I duo peregrinanti, e nella Insùbre
    Signorìa de' Visconti eccoli alfine.
      Bello l'aspetto della reggia altera
    Ove rinnovellato han de' Lombardi
    La monarchia i Visconti, esterminando
    La invecchiata repubblica! E del forte
    Imperante Luchin bella col saggio
    Fratel Giovanni l'armonia perpetua,
    Mentre Giovanni dall'Olona il lituo
    Stendeva episcopal per così vasta
    Regïon cisalpina! Ambo i fratelli
    Sprona eccelso desìo: giustizia, freno
    Alle gare de' grandi e alle plebee,
    Accrescimento di virtù guerriera,
    Civil, religïosa. Ogni sublime
    Italo indegno è loro amico: il sommo
    Petrarca istesso ad Avignone omai
    Vuol Milano anteporre. Oh bella, oh piena
    Di nobili destini una contrada
    Signoreggiata da potente senno,
    Il qual sue lance dilatando astringe
    Popoletti ad unirsi, e così sempre
    Prosperità, studi e fortezza aumenta!
      In tal guisa Roccel solea dapprima
    In Milano esclamare. Esilarati
    Venìan gli spirti suoi dalle splendenti
    Feste del prence in Lombardia primiero
    Che a lui dal seggio sorridea, siccome
    A tutti sorridea gli ospiti illustri,
    Anelando in occulto alle sue mire
    Ambizïose partigiani farli.
    E ricolmo di grazie iva Roccello
    Dalla moglie del prence incantatrice,
    Isabella del Fiesco, emula a grandi
    Regine della terra in gemme ed auro
    E di corte eleganza e di conviti.
    Tali accoglienze un fàscino alla mente
    Poser del saluzzese ospite, a segno
    Che men trista gli parve una sciagura,
    Il non trovar tra' Milanesi amati
    Alcuni volti consanguinei. Morte
    Ed esilio colpite avean più teste
    Ne' giorni infausti in che Luchino ad uno
    De' suoi proprii fratelli, al bellicoso
    Marco, troncò le trame e in un la vita.
      Roccel creder non può che nell'orrenda,
    Storia del fratricidio il gran Visconte
    Da tiranno operasse. Ode assai bocche
    Giustificarlo ed attestar che il sire
    Dannò, costretto da giustizia e rischio,
    L'empio fratello, e in condannarlo pianse.
      Sol dopo trenta giorni al buon Gilnero
    Badò Roccello alquanto.—Il cor, signore,
    Quei gli dicea, voi nella reggia aprite
    Alle voci di tali infra i Lombardi,
    Cui prodiga Luchino ogni onoranza:
    Io parlo al popol. Di Luchino il regno
    Regno è di frodi e sangue. Il trucidato
    Marco avea queste colpe: alti pensieri
    Pel comun bene e invitta spada e senno.
    Tolta la vita all'innocente prode,
    Vite molt'altre caddero. Il terrore
    Per le vie di Milan muto passeggia,
    E questa in ogni dove or celebrata
    Prosperità, è menzogna. A signoria
    Dritti non ha Luchino, e dove manca
    La possanza de' dritti, usasi il ferro.
      —Fole, Gilnero mio.
                    —Fole? E l'indegna
    Di Luchino alleanza oggi col rio
    Filippin de' Gonzaghi, uom che fregiato
    Della corona mantovana obblìa
    Ogni fè signorile, e omai s'agguaglia
    Con sue perfidie ai masnadier più vili?
    Udiste pur di Filippin l'infame
    Sovr'Obizzo degli Esti tradimento,
    Promettendogli il passo, e su lui quindi
    Con oste scellerata prorompendo
    Che fe' de' pellegrini ampio macello?
      Vero, inaudito, orribile misfatto
    Mentovava Gilnero, e collegato
    Col truce sire infatti era il Visconte.
      —Taci, dicea Roccello al temerario
    Ragionator. Ma breve tempo quegli
    Ammutolisce e a mormorar ripiglia:
      —Luchino un grande cavalier? Luchino
    Degno di regio serto? Il salvatore
    Ei dell'itale glorie? Alma villana
    Mascherata da re! Col fratricidio
    Non si pianta un impero a' dì cristiani.
    Indarno ei rapinava una dop'altra
    Città qui intorno tante, e si curvaro
    Alla vipera alzata in sanguinosi
    Stendardi Alba, Cherasco, Asti, Alessandria,
    E intero omai s'arroga egli il Piemonte.
    Gloria oggidì al ladrone, e doman forse
    La fune al collo! Eroe lo chiaman oggi;
    Doman da quei che gli movean più laudi,
    Si scaglierà sulla sua tomba oltraggio!
      —Taci! era il grido di Roccello ancora.
    Ma ruminava ei di Gilnero i motti,
    E scrutando iva poscia altri pensanti;
    E a poco a poco discoprìa infelice
    La città Milanese, e fremebonda
    Di rancori indelebili e di trame.
    Vide egli stesso di Luchin nel tetto
    Paure e inimicizie ed immolate
    Nobilissime fronti; e vide il sommo
    Vate Petrarca abbrevïar l'ospizio
    Largito a lui dal protettor Visconte;
    E dalle labbra di quel sommo intese
    Questo secreto, spaventevol detto:
    —Qui sovrasta ogni dì spada o veleno!
      La bellissima Ligure Isabella,
    De' Milanesi ammalïante donna,
    Al Veneto san Marco un voto sciorre
    A que' tempi volea. Glielo consente
    Il signor suo. Con sontüosa, immensa
    Di liete dame e lieti cavalieri
    Cavalcante brigata ella al devoto
    Vïaggio move[1]. Italia mai non ebbe
    Lusso più vago di monili e insegne
    E vesti ed armi e splendidi corsieri,
    Ed arpe e trombe e canti. Anco Roccello
    Quelle pompe seguì, vago ad un tempo
    Di visitar la veneta laguna,
    Ed ansio nel cor suo di trarsi a lochi
    Men da rammarchi e tirannia infestati.
      —Nasconder non tel vo, fido Gilnero:
    Con letizia abbandono or quelle mura
    Che più non son la mia gentil Milano
    Degli anni andati, quando tanti avea
    La genitrice mia concittadini
    A lei pari in contento e cortesìa.

    [1] Vedi il libro del SANTAROSA, intitolato Scene istoriche del
    Medio Evo
    Spenti sono i migliori, e succeduta
    È qui razza di mesti e di discordi
    Ch'ogni dì più contristerìami. Or voglio
    Questa regal magnificente corsa
    Assaporar per via; fermo in Vinegia
    Prendere ostello intendo poi: Vinegia,
    La città senza esempio! il più bel frutto
    Dell'italica mente! il seggio dove,
    La maestà si ricovrò latina!
    Barbara cosa è tutto il resto: i soli
    Veneti han leggi e libertà e senato
    Come i prischi Romani, e ad emularli
    Chiamati son per l'universa terra.
      —Vedrem, dicea Gilner, vedrem codesta
    Città di fetid'acque e di palagi.
    Piantati nella melma! E veneranda
    Nazïon certo ne parrà una ciurma
    Di possenti pirati, usi a galere
    E traffichi e saccheggi, ingentilita
    Men fra cristiani che fra turchi e mori!
      Ma giunsero a Verona, e qui la moglie
    Del temuto Luchin maravigliose
    Accoglienze gioconde ebbe dai duo
    Scaligeri fratelli ivi regnanti,
    Mastino e Alberto: illustre coppia e forte
    D'unanimi signori, anch'essi audaci
    In desiderio di supremo impero.
      Il saluzzese cavalier si piacque
    Su' bei liti dell'Adige, e più lieta
    D'ogni altra corte or giudicando questa,
    Disse a Gilner:—Se poi Vinegia a noi
    Stanza grata non fosse, io, vedi, ho fermo
    Di trarmi a queste sponde. Il sai, prosapia
    È d'eroi la Scaligera, e la insidia
    Qui della serpe Viscontèa non cova.
    Dante Alighier, quel lume delle genti
    Che passato e presente e avvenir seppe,
    Com'esul fu dalla sua ingrata terra
    Qui portò i passi, ed altre itale reggie
    Non onorò sì lungamente. È fama
    Che l'ispirato ingegno presagisse
    A questa prode casa alte fortune.
    In Mastino ed Alberto io veramente
    D'anime grandi e voci e modi scerno.
      —Signor, non volge lungo tempo, il guardo
    Accarezzante e astuto del Visconte
    Apparìavi innocenza di colomba.
      —Taci!
           —Que' nomi di Mastino e Cane
    Che di Verona usano i prenci, un segno
    Mi par di minacciosa indol cagnesca
    Più che di santa carità e di pace.
      Proseguiro il viaggio e finalmente
    Videro la laguna e di san Marco
    Le mura incomparabil. Il superbo
    Doge e il Senato e innumerevol folla
    D'uomini e donne illustri a Dea simile
    Tenner la bella di Milan signora,
    E d'onoranze pie la inebbrïaro.
      Fulgeano i giorni dell'Ascensa e il ricco
    Sfoggio di tutte merci e tutti giochi
    E in Vinegia fervea gente di cento
    Itale spiagge e greche e saracine;
    E il portentoso Bucentor dai mille
    Remi indorati recò il doge in trono
    Sulle sparse di fiori onde spumanti
    Ed allor dalle dita il doge trasse
    L'anel, gettollo, e si sposò col mare.
      Più d'Isabella forse inebbriato
    Da sì vaghi spettacoli era il core
    Immaginoso di Roccello.—Oh primo
    Popolo di quest'orbe! Oh manifeste
    Testimonianze d'opulenza e regno
    Che crebbe e cresce e crescerà. Oh ridenti
    E colte labbra anco del volgo! Oh dolce
    D'amor linguaggio e d'intima blandizie
    Costringente a fiducia! Oh maga stirpe
    Che da pantani eleva case e templi,
    Ed eserciti crea, manda, alimenta,
    E miete palme, e serto a serto aggiunge!
    Qui respirar vogl'io; qui mi vo scerre
    Gentil compagna, e padre esser di prole
    Cui toccar possa virtù chiara e gloria.
      Brontolava Gilner, ma—Taci! taci!
    Gridò con più vigor l'acceso sire;
    Veneto voglio farmi, allo stendardo.
    Sacrar della repubblica il mio brando
    Mescer di prode Saluzzese il nome
    Ad immortali Adriaci nomi. In guerra
    Sta Vinegia co' Dàlmati: sottratte
    Al cenno suo di Zara son le torri,
    Per impulso degli Ungheri; ma il forte
    Leon non perde sue conquiste mai.
      Ciò meditava il cavaliere, e intanto
    Fama gli arriva di severe, atroci
    Opre de' reggitori. E Zara ed altre
    Città soggette fremono di leggi
    E di capricci d'avidi mercanti
    Fattisi quasi prenci. Entro la stessa
    Celebrata laguna, appo quel vampo
    Di libertà e di rìso e di saggezza,
    S'odon sommessamente acerbe storie
    Di tribunal secreto e di profonde
    Fosse per vivi seppelliti, a piedi
    Della reggia de' dogi; e su tal reggia
    Mentovavansi bolge arse dal sole
    Sotto infocati piombi, e là espïati
    Venìan da illustri vittime delitti
    Che il volgo mal sapea, che il volgo in dubbio
    Osava por. Malediche, oltrespinte
    Eran tai voci del terrore, e niuno
    Forse dalla repubblica iva tolto
    Dal dolce liber'aer, se d'esecrandi
    Fatti non reo. Ma all'alma di Roccello
    Que' vivi seppelliti e quelle bolge
    Che son corona a tal palagio, un sogno
    Angoscioso divennero. Imprudenti
    Quesiti usò su quelle storie, ed ecco
    Farglisi incontro, un dì, cortese fante
    De' vigili patrizi imperadori,
    Il qual l'avverte pronta esser la nave,
    E l'affretta a salirvi, e gli pronuncia,
    Sotto pena di scure, eterno bando.
      Non è a ridirsi il sogghignare amaro
    Del fremente Gilner. Giunti alla riva,
    E risaliti sull'arcion, guardossi
    Intorno intorno lo scudier, poi volto
    Ver la città dell'acque, alzò la destra.
    E a mezza voce' fulminò parole
    Di maledizïon. Non l'interruppe
    Con dirgli «Taci» in sulle prime il sire,
    Ma diessi poscia ad acquetarlo.
                           —Eh via!
    Non t'infiammar con tal corruccio il sangue.
    Tedio noi già prendea di quelle meste
    Gondole e de' canali impegolati,
    E i piedi nostri e de' corsier le zampe
    Nascean per batter sul terren, le impronte.
      —M'era dolce, o signor, che di quel lezzo
    Ci traessimo alfin, ma volontarii,
    Non come coppia di birboni espulsi!
    Ed espulsi da chi? Da insolentita
    Di possenti usurai turba corsara!
      —Oibò, Gilner! qualche rigor molesto
    Ponno i Veneti oprar, nè però cessa
    Delle lor leggi il venerevol lustro:
    Fu colpa mia; chè di maggiore ossequio
    Era a tai leggi debitor. Creduto
    M'hanno inimico, e pur, tu vedi, in ceppi
    Non siam ne' pozzi o nell'aeree buche.
    —Meglio infatti così! sclamò Gilnero;
    Ma dove andiam?
               —Mel chiedi? Al cor mio nota
    Città non è che in leggiadria e costumi
    Cavallereschi agguaglisi a Verona:
    Da lei scostarmi io non doveva; e l'orme
    Sacre di Dante ivi mi legan.
                        —Parmi
    Che qua e là, come le nostre, erranti
    Vagasser l'orme di quel vate, ognora
    Fiori di senno e carità cercando,
    Ed abbrancando non que' fior, ma spine
    E morte frasche e laidi insetti e rospi.
    Ma l'esul Fiorentin dritto al compianto
    Avea d'ogni gentil, chiuse dall'arme
    Veggendosi le valli, ove ne' campi
    Degli avi suoi vissuto fora, amando
    Se non tutti i mortali, almen taluno
    De' servi e cani delle sue pareti.
    Noi, sir, compianto non mertiam, fuggendo
    Senza esilio que' lochi ove la polve
    De' padri nostri giace, ove ogni zolla
    Rammenta di que' padri angosce o gioie
    Ad essi sacre, e non men sacre ai figli.
      —Taci! disse Roccello. Ed ambidue
    S'asciugaron le ciglia.
                     Entro il regnetto
    Della prosapia da Carrara i passi
    Misero i vïaggianti, ed ivi i dotti
    Portici Padovani appena tocchi
    Venner dal cavaliero, a questo un fante
    Cortese come il Veneto affacciossi.
      —Illustre sir, picciolo prence è il nostro,
    E l'ira di san Marco evitar debbe:
    A voi di là bandito i Padovani
    Dar non possono ospizio: uscir vi piaccia.
      Sulle cavalcature i Saluzzesi
    Risaliron mirandosi, e Gilnero
    Vermiglia come brage avea la faccia.
    —Spero, disse a Roccel, che da ogni lido
    Sarem cacciati come ladri, e grazia
    Poca non fia se n'è sparmiato il laccio.
      Ma novamente in breve eccoli a riva
    Stanzïati dell'Adige, il fremente
    Gilnero sbadigliando, e il lieto sire
    Gioie di cavalieri assaporando
    Ora a torneamenti, or a pompose
    Sere di corte, ove su nobili arpe
    La scaligera gloria i trovadori
    Su tutte glorie esaltano, e obblïato
    Non è l'ospizio e l'amistà che v'ebbe
    Il ramingo signor de' patrii canti.
      Ma dopo il giro di due lune, oppressi
    Cittadini conobbe il Saluzzese,
    Che si dolean secretamente: il tempo
    Esser dicean per sempre estinto, in cui
    Davver fiorìa Verona, uomini insigni
    Recando in seggio. Or tralignato il seme
    Stimavan de' lor prenci. Or su Verona
    Primeggiante vedean di giorno in giorno
    Vieppiù Milano: or non fulgea più raggio
    Di grandezza ai nepoti; ora infamato
    Iva il nome scaligero da paci
    Ed alleanze instabili e bugiarde,
    E pazze guerre e di giustizia spregio.
      S'attristava Roccel considerando
    Come per ogni umana gente, accanto
    A superbe allegrezze e a larghi incensi
    Tributati al natìo suolo beato,
    Ferva di sconsolate alme il dolore,
    Ch'ivi non veggion fuorchè fango ed onta.
      —Dunque, ei dicea (non a Gilner, ma chiuso
    Entro se stesso), a che vogl'io contrade
    Trovar migliori di Saluzzo? Inferma
    L'umana razza non è tutta al pari?
    Vana apparenza ognor non sono il lustro
    E l'albagìa de' più cospicui lidi?
    Vana apparenza non è tutto, i retti
    Pensieri tranne e le magnanim'opre?
      Meditava ei così, ma fantasie
    Più splendide e men vere indi volgea,
    Che bello il secol gli pingeano, e bello
    il vincolarsi all'inclito destino
    De' prenci più operosi e più possenti:
    Alte dal secol suo cose aspettava,
    E da Verona or presagìane il cenno.
      Del bando a lui da' Veneti scagliato
    Voce traspira intanto, e da maligni
    O sospettosi inventansi novelle
    Sulla cagion del fatto. Ei di Luchino
    Viene estimato esploratore astuto,
    E cessano per lui gli accoglimenti
    Nelle sale de' sommi ed il sorriso
    Delle dame scaligere. Egli espulso
    Per comando non vien, ma dai serrati
    Cuori si scosta disdegnoso e parte.
      Invan Gilnero, il curïoso adunco
    Naso arricciando, investigar tentava
    Dal taciturno signor suo le cause
    Del pronto dipartir.—M'era avvezzato,
    Sire, a quelle bell'onde, a que' bei colli,
      Aquel sublime anfiteatro, a quella
    Cavalleresca, franca indol soave
    Della incorrotta Veronese stirpe.
    E da lei ci togliam? Sire, io non penso
    Che pur qui v' abbian detto: «Ite in mal'ora».
      —Temerario!
              —Ma dunque…
                        —Ognor vaghezza
    Di Fiorenza ebbi, e visitarla or voglio,
    E so ch'ella Verona in pregio vince.
      —Bel pregio, parmi, esser madrigna atroce
    A quel re de' poeti, onde cotanto
    Italia e tutta umanità s'onora!
      —Dell'Alighieri a' tempi incrudeliva
    Parte malvagia entro Fiorenza; or pio
    Vi campeggia stendardo, e all'Alighieri
    Culto, siccome a patrio angiol, si rende.
      Mossi i duo Saluzzesi ecco alla volta
    Delle tosche amenissime colline,
    E toccan pria le fertili campagne
    Dell'Abdüano, e non si ferman, tanta
    Ira colà nutrono i petti al nome
    Di Filippin di Mantova tiranno;
    E varcan per Ferrara, egregia sede
    D'Obizzo Estense, ma laddove il ferro
    Sempre sovrasta del vicin Gonzaga
    E del Visconte, e queta alba non sorge;
    E varcan per Bologna, ove l'acciaro
    Stendon robusti i Pepoli, ma dove
    Da' nemici de' Pepoli ogni notte
    S'alza tumulto, e pallidi il mattino
    I passegger pacifici bagnate
    Veggion di sangue cittadin le vie,
    Od appesi alle forche i ribellanti.
      —Salve, Fiorenza! un dì sclamò Roccello
    Con ardente esultanza, allor che alfine
    Vide sulla pendice i generosi
    Tetti della repubblica più ardita
    Che in cor d' Italia splenda. A te serbata
    Di tutta Etruria è signorìa secura,
    Dacchè il ciel maledetta ha l'esecranda
    Torre di Pisa, ove perìan di fame
    I figli d'Ugolin: Pisa, già donna
    Di tanti mari e terre, oggi da guelfi
    E ghibellini lacera e da nuovi
    Ospiti protettori ogni dì spoglia.
    Salve, o patria di vati e di guerrieri,
    Che non han pari altrove! Oh, finalmente
    Avrà qui posa il mio agitato spirto,
    Avido d'alti fatti e di verace
    Gara per dritti e libertà ed onore!
      —Ma parmi, o sir, che, non ha molto, un grido
    Universal vilissima chiamasse
    Questa prosapia di toscani eroi,
    Curva a lambir d'un cavalier francese
    L'orme sanguigne.
                 —Oibò, Gilnero! Il tristo
    Gualtier duca d'Atene avea la stolta
    Sua gallica arroganza ivi recato,
    Soggiogarli sperando; e più rifulse
    Di Fiorenza il valor! più la concordia
    Contro a straniere tirannie! Di laude
    Più che mai degna è questa illustre terra.
      Così in Fiorenza entrarono, e tre giorni
    Roccel d'amor s'inebbriò e d'ossequio
    Per quelle mura, per quel ciel, per quelle
    Argute faccie, per quel dolce vezzo
    D'un idïoma che le grazie vince
    Pur de' veneti suoni, e per palagi
    E chiese e monumenti, ove di grandi
    Anime tante la memoria vive:
    E d'amore e d'ossequio inebbrïossi
    Per le repubblicane alto-sonanti
    Paterne leggi, onde con bello orgoglio
    Favellava ne' trivii anco l'artiero.
      Volgea la terza notte, i Saluzzesi
    Desta ad un tratto un rombo, ed era a guisa
    Di nembo e terremoto. Ed ecco rugge
    Di strida l'aura, e splendono attraverso
    La fenestra giganti orrende fiamme
    Divoratrici di civili alberghi.
    S'alza Roccel, s'alza Gilnero: ascolto
    Porgono all'empie voci, e gridar morte
    Odono a' guelfi e morte a' ghibellini,
    E viva i buoni popolani, e viva
    Le patrizie famiglie! Intanto ferve
    Carnificina sino all'alba; e poscia
    Ecco feste e clamori di vittoria,
    Ed a suono di trombe un proclamarsi
    Felicità, cui mischiasi condanna
    Di scure o strozzamento a' reggitori
    Che regnavano ier, se alcun di loro
    Fia che al notturno scempio anco sorvivan
    Ed insiem si proclama uno stupendo
    Magistrato di plebe imperadrice,
    Tutto saggezza e libertà e confische,
    E carità di patria e manigoldi.
      In tal trionfo di giustizia e senno
    Roccello e lo scudier venner percossi
    E ingiurïati e rapinati, e a stento
    Salvo recàr lunge dall'Arno il capo.
      Frenar Giluero or chi potea?—Villana
    Di beccai libertà! sozza di schiavi
    Sollevati repubblica! Ed è questa
    Dell'itale divine arti la terra?
    La degna patria d'Alighier? la gente
    Che se vivo il dannò, morto l'adora?
    Oh! nella schietta saluzzese lingua,
    Razza di!…
            —Taci; andiamo. Oggi qui palma
    Pur troppo han colto i rei. Se piace a Dio,
    Roma ci appagherà.
                  —Roma? Neppure
    Il Padre Santo più v'alberga!
                         —I tempi
    Trapiantavan la sede in Avignone,
    Ma al Tebro, il sai, riede Clemente alfine.
      —Quando vedrollo, il crederò: promesso
    Da molt'anni è il ritorno; ad impedirlo
    Troppi s'adopran fra romani istessi.
    Lasciamo, o sire, i vani sogni. Il mondo
    S'approssima al suo fin, tutto è rapina,
    Fraude, eresia, bestemmia; e più si muta,
    Più si peggiora. Un angolo men tristo
    In quest'ampia penisola rimane
    All'alme generose, ed è Saluzzo:
    Colà si nasce ancor come nasceste,
    Come nacqui io: garrula gente, ardita,
    Prona ad afferrar brandi e a menar busse,
    Ma larga di compianti e di perdoni.
      Rivolto a Roma, non badò Roccello
    Al consiglier che lo seguìa cruccioso;
    E più cruccioso, imperocchè per via
    Cose orrende s'udìan dell'empia stirpe
    Onde in Ravenna uscita era Francesca,
    La trucidata in Rimini infelice.
      Regnava Ostasio, e morto questo, il serto
    E i mutui dì s'insidïaro i figli
    Con nere trame, ed un de' tre sgabello
    Fece a sua gloria i duo fratelli in ferri.
      Odono i vïatori anco tragedie
    De' Malatesti a Rimini imperanti,
    E de' tiranni di Forlì Ordelaffi,
    E de' Trinci in Foligno, e delle venti
    Schiatte di masnadieri insignoriti
    Di Romagna e di Marca e dell'antico
    Patrimonio di Pier. Mille fïate
    Più di pria sanguinose eran le genti
    Di quel latino suol, dacchè lontana
    La tïara gemea quasi captiva.
      Sconfortato Roccel da tante voci
    Di sciagure e di colpe, arrivò un giorno
    Alle sette colline, e messe appena
    Nella sacra città l'umili piante,
    Andò ne' templi a lagrimar. Chi puote
    Non lagrimar mirando Roma e tali
    Di sua crollata possa orme famose,
    Ed orme di miracoli e martirii,
    E pur troppo fra i santi anco frammiste
    Alme d' Iscarïoti e di perenni
    Del Figliuolo di Dio crocefissori!
      E assai giorni Roccello e il suo scudiero,
    Le romane basiliche ammirando
    E le mille rüine e le vetuste
    Effigie e le colonne e gli obelischi,
    Alternàr gioia e lutto ed ira e scherno
    E penitenza e preci, ogni pensiero
    Della terra obblïando oltre a' pensieri
    Che in lor destava la città rëina,
    Afflitta sì, ma ognor rëina al mondo
    Per memorie e speranze e immortal ara.
      A far vieppiù maravigliosa e grande
    La città de' portenti, ecco a tai giorni
    Sorger Cola di Rienzo, uom che insanito
    Pareva e saggio, e invaso da potenza
    Non si sapea se inferna o celestiale.
      Abbietto di prosapia, alto d'ardire,
    Vissuto in gravi studii, amico a' sommi
    Di dottrina e di cor, predicò, volle
    Che da Avignon la Pontificia Sede
    Sul Tevere tornasse, e poichè udita
    Non fu sua voce, sguainò la spada,
    Quasi guerrier profeta, e intitolossi
    Tribuno e sire e correttor dell'orbe.
      Tal fu l'audace senno o gl'incantesmi
    Del plebeo fatto eroe, che al suo comando
    Patrizi e popol si curvaro, e plausi
    Ebbe da re lontani, e il suo stendardo
    Parve a Petrarca stesso il destinato
    Per ristaurar giustizia e fede e pace.
      Ratto elevossi e ratto cadde, e ratto
    S'elevò ancor l'incomprensibil forte,
    Adorato e imprecato. Oh quante in esso
    L'alma fidente di Roccel sognava
    Forze divine! Or nella vera patria
    Ei sì credea de' generosi, e patria
    A se medesmo Roma indi eleggea!
    Sublimi, eterne gli parean le leggi
    Di quel re popolano: alme d'eroi
    Pareangli tutti, e sommi ed imi, in Roma.
    E che a Roccello non parea?… Gilnero
    Zufolava fremendo e intercalando:
    —Cola di Rienzo il tavernar! costui
    Aver senno da Cesari! Albagìa
    D'uom che impazzì su que' vetusti libri
    Di cui la gente il dice dotto, e breve
    Reca stupor! ne ghignerem dimane.
      E la dimane da Gilner predetta
    Spuntò non tarda. Il dotto imbaldanzito
    Sol ne' volumi conoscea la grande
    Arte del regno, e in suoi pensier foggiava
    Uomini antichi, ed ignorava il core
    De' respiranti, e gioco alto imprendea
    Da giocator frenetico. Trasparve
    Tra' suoi lampi d'ingegno al mobil volgo
    La stoltezza di Cola, e fin que' lampi
    Gli si negaro, e l'appellar buffone,
    E riser di sue leggi e dalle spalle
    Strappargli voller di tribuno il manto,
    Ed ei chiamò i suoi fidi alla battaglia,
    E quei che fidi ei riputava, il ferro
    Volser sull'idol loro e il laceraro!
      In quella orrenda civil pugna, il folle
    Parteggiar di Roccel per l'assalito
    L'espose a risse ed a coltelli. A stento
    Si strascinò ferito alle ospitali
    Soglie d'un chiostro, e le pietose cure
    Di Gilnero e de' frati il serbàr vivo.
      Il magnanimo infermo cavaliero
    Più dì e più notti delirò, imprecando
    I nemici di Cola e Cola istesso,
    E le promesse e le speranze e l'ire
    Del suo secol maligno, e ciascheduna
    Delle da lui percorse itale spiagge.
      Gilner l'interrompea:—Saluzzo in vero
    Non è paese come questi, e vale
    Tutte le Rome della terra: ad ogni
    Paio di birbi abbiam cinquanta onesti!
    Ad ogni donna vil, cento zitelle
    E cento mogli che son perle! Andate
    Dove volete, una Saluzzo è sola!
      L'infermo cavalier ne' suoi delirii
    Tai di Gilnero udendo amate voci,
    Non discernea chi il parlator si fosse,
    E a lui diceva:—Oh! chi se' tu, cortese
    Venerando filosofo, che alfine
    Sveli al mio indagatore, avido spirto
    La contrada cui tende ogni mia brama,
    La contrada de' buoni?
                       —Io son Gilnero,
    E a Dio piacesse ch'io vi fossi ognora
    Sembrato un venerando! Io vi consiglio
    Di risanar dalle ferite e in uno
    Dalle vostre follìe. Cercando eroi
    Si trovan coltellate, e si consuma
    Inutilmente sanità e danaro.
      —Dunque?
             —A Saluzzo torneram.
                            —No: vista
    Non ho Napoli ancor, la fortunata
    Monarchia di Giovanna: ah troppo dure
    Son le maschie superbe anime, e solo
    Dove bella Reina un popol regge,
    Imperar ponno amore e pace e gloria.
      Ito a Napoli fora il cavaliero,
    Ma mentre ei stava risanando, crebbe
    Contro Giovanna in tutta Italia il grido,
    Aver dessa aguzzato i brandi infami
    Che la francàr dall'abborrito sposo,
    Ed esser già del novo sposo stanca,
    Ed avvilirsi in empi amori, e tutto
    Esser rivolte ed omicidii il regno
    Ed alterne vendette e sacrilegio.
      —Dunque? ridisse al buon Gilner.
                            —Saluzzo!
    Ripigliò questi.
                E uscirono del chiostro,
    Mercè rendendo alla ospital famiglia
    De' fraticelli. E uscirono di Roma,
    E verso le dilette Alpi lontane
    Venner ricavalcando. Ardui perigli
    Incontran mille, ma le sponde un giorno
    Ritoccan del Piemonte, e omai vicina
    La maestà riveggion del Monviso,
    E le pendici amene, innamoranti
    Del marchesato. Oh grande, oh incomparata
    Gioia a chi mosse ramingando in cerca
    D'egregi umani e di felici terre,
    Ed incontrò per ogni dove umani
    Da colpa travagliati e da sventura,
    E ritornando alle natìe convalli
    Gli amici primi si ricorda, e i fatti
    Glorïosi degli avi e l'indol cara
    Della fraterna stirpe! Invaso il seno
    Da quella nova gioia avea Roccello,
    Nè il suo Gilner con palpiti men dolci
    Salutava l'Eridano ed i poggi
    Di Taurino eleganti e la pianura
    D'arbori e prati e campi e ruscei vaga,
    E i monti di Saluzzo, e finalmente
    Saluzzo istessa.
                —Ah vi siam giunti! esclama
    Quegli e questi a vicenda; e il cavaliero,
    Fervido sempre, altissime, abbondanti
    Mette dal cor voci di laude al loco,
    Al principe, alle leggi, a' consanguinei,
    Al volgo, agli usi, alla favella, a tutto.
      —Temprate il foco del contento, o sire,
    Dice il savio Gilner: senza magagne
    Non evvi terra, ed ha le sue pur questa.
    Ma poichè pieno è di magagne il mondo,
    Indulgete de' vostri avi alla terra
    Più che ad ogni altra, e pïamente a lei
    Sacrate il senno ed i tesori e il brando.