AROLDO E CLARA
CANTICA.
Questa cantica nacque in giorni di somma sventura, ne' quali io, sentendomi troppo inclinato a sentimenti di sdegno, procacciava di vincerli col ragionare fra me stesso sulla bellezza della mansuetudine. Era in me indelebile un consiglio del buon Alessandro Volta, il quale un dì m'aveva detto queste parole, distogliendomi dallo scrivere satire:—«La poesia arrabbiata non migliora nessuno; e se v'avviene di sentirvi iracondo e propenso a spargere la bile in versi, paventate di diventar maligno. Vorrei anzi che allora cercaste di raddolcirvi, poetando sopra qualche nobile esempio di carità e d'indulgenza.»
AROLDO E CLARA.
Sed si esurierit inimicus tuus, ciba illum; si sitit, potum da
illi.
(Ep. ad Rom. 12.)
I.
Piangi, o la più gentil fra le convalli
Dello spumante Pellice, ove un giorno
Alle sale d'Aroldo i Saluzzesi
Cavalieri affluìano ad alte feste.
Più non vedrai delle sue torri a sera
Uscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,
Caramente appoggiando un braccio e l'altro
Sovra Ioffrido e Clara, ed il canuto
Ciglio volgendo con amor, ma indarno,
Ai dolci rai del tramontante sole.
Que' figli suoi nascean gemelli, e santa
Tenerezza li univa. Or sola e mesta
Clara accompagna il cieco padre a sera
Fuor della torre, perocchè il gagliardo
Fratel devote ha l'armi alla difesa
Del pio Tommaso suo ramingo prence
Contro i nemici della patria terra.
Rosseggiava bellissimo un tramonto
Sulle nevi lontane, e stupefatto
Pareva il sol che dal romito albergo
A salutarlo non venisse il vecchio.
Ahimè, quell'era di sventura un novo
Spaventevole dì! Schiudesi alfine
La porta del castello, e con veloci
Passi agitatamente escono Aroldo,
Clara e più servi; nè il canuto ciglio
Ai soavi del sole ultimi rai
Volger si cura. Che avvenia?—Dal campo
Infausto messo è giunto. Il pro' Ioffrido
Contro l'usurpator del saluzzese
Seggio osando tropp'oltre avventurarsi
Nel calor della pugna, il circondaro
L'empie straniere spade, e prigion cadde.
Speme di riscattar sì cara vita
Nutre il barone antico; e vuole ei stesso
Trar supplichevol senza indugio al truce
Fortunato invasor, che se talora
Immolar gode i miseri captivi,
Talor si placa a ricca d'oro offerta,
Molto dovendo da sua iniqua sede
Oro il tiranno effonder sulle bande
Dell'alleato provenzal monarca.
Giunto al margin vicino ove al tragitto
Nel rigonfiato Pellice è apprestata
La navicella, Aroldo porge il bacio
Del congedo alla figlia. Allora al collo
Gli s'avvinghia la pia.—Sola a mie stanze
Non riederò, buon genitor; pupilla
Esser della tua fronte a chi s'aspetta
Se non a me? Forse pietà maggiore
Assalirà dello sdegnato sire
Il cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piedi
La veneranda tua canizie e gli anni
Giovenili di vergine scorgendo,
Che colla vita del fratel la vita
Chiede del padre.
Vuole opporsi Aroldo,
Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzo
Già vel precede, e al consentir paterno
Fa cogli amplessi vïolenza, e l'onde
Perigliose attraversano. Ma ov'era
L'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,
Generosa innocente? A voi non velo
Fecer colle tutrici ale a celarvi
Alla vista de' prossimi ladroni
Che irrompono co' brandi alla rapina.
Voler divino ai nembi di sfortuna
Lascia possanza sovra i giusti un tempo;
Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcana
Nei patimenti una virtù Dio pose
Ch'anco i giusti migliora e a sè li innalza.
Sbandato di predoni era un drappello,
Che della guerra col favor raccolto
S'era d'Itale spiagge e di straniere
A rubamenti ed omicidii, altero
Linguaggio alzando di zelanti eroi,
Campioni della patria e di Manfredo.
S'azzuffan del baron coi fidi servi,
E nell'orrenda mischia ad uno ad uno
Dal soverchiante numero feriti
Vengon que' servi, e de' vincenti in mano
Son le ricchezze che a comprar la vita
Destinava del figlio il cieco sire.
Intero un dì per boschi e per dirupi
Ei trascinato colla figlia venne,
Ma il manto della notte ai duo infelici
Prestò propizie tenebre, e dal mezzo
Del brïaco drappel de' masnadieri
Quetamente si trassero alla valle.
Come lontani fur dall'empia frotta,
E ardiron favellare, il cieco strinse
La figlia al seno, e grazie alte le rese
D'averlo addotto a salvamento, e lei
Per l'accorto suo senno e per la dolce
Filial carità ribenedisse.
—Or dove, o padre, senza aïta alcuna
Ci avvïeremo?
—O Clara mia, remoti
Siam dal nostro castello, e a ritornarvi
Il tempo mancheria; son prezïosi
Tutti gl'istanti; acceleriamo il passo
Verso il campo nemico, appo le triste
Di Saluzzo rovine. O senza doni
Compariremo anzi al tremendo sire,
Ma sincere promesse il piegherranno
A moti di clemenza. Inoltre ho fede
In mia canizie e in queste spente occhiaie
E nel pianto che versano, e ben anco,
Figlia, nel tuo.
Pensava Aroldo ospizio
Prender non lunge, ove la figlia al raggio
Della luna scorgea l'amica torre
D'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,
Odon che il giorno pria furibonda oste
Era quivi passata e avea deserta
La rocca e trucidato il castellano,
E devastato a' villici i tugurii.
Il negro pan de' villici dispersi
Piangendo rompe colla figlia Aroldo,
E beono alle lor tazze. Indi sen vanno
Per tutti i casolari, invan cercando
Palafreno o giumento: avean le schiere
De' nemici avidissime votata
In que' lochi ogni stalla.
—Ahi, dilungati
Vieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!
Or dove andrem?
—Pedon la via si segua
Sino al mattin: buio non è, dicesti.
Fa cor; preghiamo camminando, e al guardo
D'altri ladron te, mia dovizia or sola,
Te il ciel pietoso asconderà.
Sì disse,
E di padre l'affetto e di sorella
Lena lor porge insino all'alba. Il campo
Mostrossi allora al pauroso orecchio
Della fanciulla pria che agli occhi.
—O padre,
Odi tu, disse, odi tu roco un suono
Simile al suon della bufèra o a quello
Di molte acque correnti?
Il vecchio capo
Ei soffermò, ed immemore un istante
Delle sue angosce, alzò la barba e rise.
—Oh di qual gioia quel fragor m'empiea
Negli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!
Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,
Come voce di sposa al suo diletto.
Un dì così fremente io il bellicoso
Aere appena sentia, sovra il mio scudo
Battea forte l'acciaro, e dai precordii
Metteva un grido che atterrìa da lunge
Del nemico le scolte. E i miei congiunti
Dicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,
Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiacca
È questa voce, e più la destra, e al breve
Giubilo del guerrier tosto succede
In me a quel suono il trepidar del padre.
Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,
Che sino allor söavemente a' detti
Del genitore avea frammisti i suoi,
Incominciò a interrompersi, e risposte
Dar che, non conscio l'intelletto, un moto
Parean sol delle labbra. A poco spazio
Vedea della distante oste per l'aure
Quasi di nave altissimi duo pini
Elevarsi e ondeggiar, poscia fermarsi
Come al suolo confitti. E secondata
Venìa quell'opra da un clamor che il primo
Clamor non era, ma or fischiante or rotto
Da infami ghigni o da cupo silenzio.
A' sensi suoi creder dovea? Le cime
Parean gravate de' duo legni, e il pondo
Che le gravava non scerneasi. Udito
Spesso Clara ha di barbari supplizi,
Ove ad appesa vittima lo strale
Drizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.
Quei che divide dalle ciglia il teschio.
Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbio
Peggior di morte! E chi alla sbigottita
Dice s'uno colà de' morïenti
L'amato suo fratello ora non sia?
Chi le dice se il passo al genitore
Vietare a forza ella non debba? Ahi lassa!
E se il padre trattien, non di Ioffrido,
Che forse ancor sull'albero non pende,
Cagionerà la morte?… Ad ogni costo
Vadasi al fatal loco!
Il piè, tremando
In ciò pensare, affretta. In man la mano
Della meschina Aroldo tien.—Di gelo,
Fra sè diceva, è questa man, siccome
Quella ch'io strinsi di sua madre al letto
Ove s'estinse.
Indi il vegliardo scuote
Il capo, quasi scuotere volesse
Un malaugurio, e non potea.—Di morte,
Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.
Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cari
Detti mi porgi che tue labbra sciorre
Uniche san, quando scorato è il padre.
Nata ne' giorni di sventura, e in erma
Torre cresciuta, ove sorelle e madre
Vide spirar, sollecita a sinistri
Presentimenti schiuder l'alma, è fatto
In lei religïon. Si raccapriccia
In udir che s'affaccin alla mente
Del genitore e in quest'istante i negri
Pensamenti di morte. A lui si volge,
Apre le labbra—e i consolanti detti
Ch'uniche sciorre un dì sapean, non trova:
Non trova, ed ahi! la prima volta è questa
Che inobbedito di suo padre è il cenno.
—Più de' pensier miei tristi or malaugurio
M'è il tuo silenzio, ei dice.
E lo spavento
In lei crescendo, e a' rai primi del sole
Splender veggendo le volanti frecce,
Improvviso s'arresta.—Oh genitore!
Non c'inoltriam: non odi tu le strida
Degli assassini?
—Il figlio, il figlio mio
Forse a morte strascinano: affrettiamci.
—Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.
Io stessa innanzi andronne, e se Ioffrido
In vita è ancor, di novo al fianco tuo
Tosto mi rendo, ma te… O ciel! raddurre
Te vivo a casa allor io posso almeno!
—Sciagurata, che parli? Orrende cose
Forse tu vedi e a me non dici. Ovvero
Fra quelle voci che il mio antico orecchio
Non distinte percuotono, tu scerni
Voci di morte e del fratello il nome.
Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchio
Porta il tumultüoso aere d'atroce?
—Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensa
Che se tu, giunto appo i nemici, udissi
L'orribil caso… tu m'intendi… allora
Orfana forse rimarrei nel campo.
—Me perder temi, e non t'avvedi, insana,
Che scellerata è tua pietà? Egli muore,
E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,
Tel comando, obbedisci.
All'inusata
Ira paterna impaurissi Clara;
S'alzò. Con passi rapidi il cammino
Misura il cieco, e strascinata quasi
La giovinetta il segue. Erasi spersa
La turba intanto che cingea i duo pini,
E presso a questi il padre e la sorella
Arrivan di Ioffrido. Ella più volte
Erse il ciglio tremando, e insanguinate
Scorse due salme, e incontanente a terra
Ritrasse il guardo. E non varrìa sovr'esse
Fiso tenerlo ad indagar; chè franta
Han la coppa del cranio, e dal mozzato
Lor sembiante piovea cèrebro e sangue.
Ma quell'orrida vista e lo spavento
Forza a' ginocchi tolgonle ed al core:
—Padre! dic'ella, padre!… E qui stramazza
A' piè d'Aroldo.
E mentre brancolando
Col caro pegno tra le braccia fugge
D'in mezzo della via, però che udito
Brigata di cavalli ha scalpitante
Di qua dal campo alla sua volta, e ignaro
Ad un de' lati fermasi, ove un tronco
D'albero sente; innanzi a lui lo stuolo
Giunge de' cavalieri. Era Manfredo,
Che di baroni provenzali cinto
Per intenti di guerra iva il terreno
Intorno visitando. Una fanciulla
Scorge egli tramortita ed un vegliardo;
E voltosi ad Aroldo, acerbamente
Così gli grida:—O discortese e stolto,
Perchè nel sangue d'un fellone e sotto
Il patibolo tratta hai quell'afflitta,
Cui toglie i sensi il raccapriccio?
—Oh sire,
Oh novo sire di Saluzzo! esclama
L'antico cavalier, cui non intera
L'aspra parola del crudel pungea,
Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:
Aroldo io son dalle romite torri
Che si specchian nel Pellice. E l'illustre
Tuo genitor te adolescente spesso
Adduceva a mie sale, e co' miei figli
In un calice sol beevi a mensa.
Ah per memoria del tuo estinto padre
Oggi pietà di me ti prenda! Il figlio
Ch'unico maschio avanza a mia vecchiaia,
E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!
Io non leggeri doni a te in riscatto
Dal mio castel portato avea, ma iniqui
Predatori per via m'hanno assalito.
Alle mie braccia il caro figlio rendi,
E qual tributo m'imporrai ti solvo,
Pareggiasse anco de' miei campi aviti
L'intero pregio.
—O sciagurato Aroldo,
Di qual osi tributo or favellarmi,
Se finor tutto mi negasti? È tardi.
—Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,
Fu da bollente figlio mio l'insegna
De' prischi Saluzzesi e di Tommaso,
E la vittoria a tua prodezza arride.
Ma tu il fervido oprar del giovinetto
Dona pietosamente al supplicante
Suo genitor che in venti pugne il sangue
Versò pel nobil padre tuo, quand'esso
Con tanta gloria signorìa qui tenne.
—È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogli
Tutta la forza ond'è capace il core
D'un cavalier. Sovra quel legno pende
Un trafitto cui grazia altra non posso
Conceder più che di ritorlo ai corvi,
E consentirgli de' suoi cari il pianto.
Disse, e accennando che una guardia il morto
Dalla croce calasse e all'infelice
Lo rimettesse, cogli sproni un tocco
Dïede al cavallo e col suo stuol disparve.
Clara i sensi racquista, e oh di dolore
Qual novo orrendo palpito! Era dunque
Il fratel suo quel miserando ucciso!
Eccolo tolto dal funesto legno;
Ed ella il raffigura a cicatrici
Che sul petto ei portava. Oh come il vecchio
E l'angosciata giovin su quel corpo
S'abbandonan piangendo! Ella in lino
L'infranta testa pïamente avvolge,
E chiede aiuto ai vïandanti. A dolce
Carità si commove una famiglia
Di Saluzzesi agricoltori, e dato
Viene un carro con bovi, onde al lontano
Castello il morto cavalier si tragga.
II.
Or da quel giorno d'ineffabil lutto
Rivolgiamo la mente oltre a sei lune,
E la mesta mia cantica, i solinghi
Pianti dell'orbo vecchio e di sua figlia
Commiserando, svolga altra vicenda.
Era una sera: alle vetuste mura
Del baron s'appresenta un fuggitivo,
A cui ferite e febbril sete esausta
Miseramente avean la voce. Aroldo
Piena di vino gli mandò una coppa
Con questi detti: Al focolar t'accosta
Sin che apprestata sia la cena, e al sire
Perdona del castel s'ei di sue stanze
Non uscirà, dove cordoglio il tiene.
Clara portò que' detti, e il fuggitivo
Che al maestoso inceder cavaliero
Parea e mendìco a' finti panni, il volto
Pria si coverse, indi con pronti passi
Balzar tentò fuor della soglia, a guisa
Di mortal che, caduto in impensato
Orribile periglio, aneli scampo.
Ma nella mossa impetuosa a lui
Manca il fievole spirto, e piomba a terra.
Clara il soccorre, il mira, ed alla negra
Ricciuta barba e al crine ella il ravvisa.
Chi era? Chi!… Manfredo! il già possente
Desolator della sua patria! il ladro
Che alla corona del nepote osava
Stender la man sacrilega, e sul capo
Inverecondo imporsela, e i diritti
Calpestar più sanciti, e di Saluzzo
Dirsi benefattor, serva a stranieri
Brandi facendo la natìa contrada!
Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiasco
Da compiuta sconfitta è l'empio sire,
E per sottrarsi agl'inseguenti ferri
Ei s'è imboscato in varii lochi, e ignote
Calcò deserte rupi. Indi pel sangue
Nella pugna perduto e per la rabbia
Gli s'era da brev'ora intorbidato
Sì fattamente il lume del pensiero,
Che mal sapea dov'ei movesse, e giunto
Era ai campi d'Aroldo altra credendo
Sponda toccar. Qui più dal dolce tempo
D'adolescenza riportate mai
Non avea l'orme, ed alberi e tugurii
Mutato avean l'aspetto della terra.
Sol quand'ei vide Clara, appien le soglie
Raffigurò d'Aroldo, e se bastata
A lui fosse la possa, ei rifuggìa.
Manfredo! e senza guardie! e semivivo,
Sotto il tetto dell'uom cui trucidato
Non in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!
Clara il conosce, e mentre a lui gli spirti
I famigli richiamano, ella corre
Alle stanze del padre, e già già quasi
A lui così sclamava:—Esci, un prodigio
Ad ammirar del Dio delle vendette:
Sull'ossa di tuo figlio a spirar viene
Il suo assassin!
Ma in quell'istante gli occhi
Della donzella alzaronsi a parete,
Onde pendea dell'Uomo-Dio morente
Effigie veneranda, e a quella vista
L'irrompente parola in cor rattenne.
Religïoso fremito la invase
Dinanzi a quell'effigie.
—Oh mio Signore!
Quai voci arcane alla tua ancella parli?
Tu irreprensibil fosti e sì infelice!
E a quei che l'uccidean pur perdonavi!
Or chi sa? Forse il dolce mio fratello
Pe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,
In carcer sotterraneo, o d'inquieti
Elementi per l'alte aure ludibrio
Sta ancor penando, e a liberarlo vane
Fervon le preci, e in loco d'esse un atto
Di virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!
Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù somma
È il perdonar! Cert'è che in cielo entrando
Tu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamo
Come a noi perdonato ha il Redentore!
Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìa
Delle forze d'un padre il dare aïta
D'un caro figlio all'uccisor. La lancia
Ei no giammai non bagnerìa nel sangue
D'uom che toccò la mensa sua… Ma pure
Chi può segnar dove talor trascorra
Nella foga dell'ira un core offeso?
Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!
Disse, e prona curvossi, e lungamente
Con ambascia pregò. Temea d'orgoglio
Esser tentata; innanzi a Dio temea
Calunnïar la santa alma del padre.
Ma nella mente repentino un raggio
Di fidanza pienissima le splende,
E ratta sorge e dice:—Ah sì, fratello!
Questo è il momento in che del ciel la porta
A tue brame si schiude: io di tua gioia
Sento il reflesso, e quella gioia è Dio!
Un servo entrava:—Damigella, o carco
D'inaudite peccata, o fuor di senno
È lo stranier. Che far dobbiam? D'Iddio
Parla tra sè com'uom cui prema occulto
Di vendette terribili spavento,
E di qui vuol fuggir.
—Tosto bardata
Per lui sia mia cavalla.
Il servo parte
Maravigliato, ed obbedisce. Intanto
Antico armadio la fanciulla schiude,
Ed indi tratto un de' paterni manti,
Al leve suo tesor poscia s'affretta
D'auree monete, e in una borsa il pone.
Così ver l'agitato ospite mosse,
E que' doni offerendogli—D'Aroldo
Questa, gli disse, è la vendetta, o sire.
Fremea la generosa in lui mirando
L'uccisor di Ioffrido e il formidato
Di Saluzzo oppressor, ma pïamente
Frenò il ribrezzo, e dal balcon la corte
Del castello accennando, a lui soggiunse:
—Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lena
Ti basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!
Clara sparve, ciò detto. E l'infelice
Tiranno—Angiol! gridò.—Poi diè dal core
Uno scroscio di pianto. Ed allor forse
Pentimento verace a lui fu strazio,
Le proprie atroci colpe rammentando,
E rammentando il giovine Ioffrido,
E quel misero cieco che appoggiato
Ad un alber credeasi, e gli grondava
Sovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!
Frettoloso Manfredo i doni tolse;
L'inaudita pietà benedicendo,
D'Aroldo cinse su le spalle il manto,
E quindi a pochi tratti il vide Clara
Dalla fenestra, che, al cortil venuto,
Con sembiante commosso intorno intorno
Iva gli occhi volgendo, e verso il cielo
In atto di preghiera ergea le mani,
Poi le briglie toccava ed era in sella.
Fermato ivi un istante, ad alta voce
Mise queste parole:—Aroldo! Aroldo!
Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perduto
Seggio e de' vituperi onde vo sazio,
Consolarmi potrò; non potrò mai
Consolarmi d'aver tua nobil alma
Col più truce rigore insanguinata.
Udì il vecchio baron quel forte grido,
E balzò dalla seggiola esclamando:
—Figlia! il nemico nostro! il maledetto
Uccisor di Ioffrido!
E sul rugoso
Pallido volto del canuto il foco
S'accese del furore. A' piedi suoi
Clara gettasi allora, e gli palesa
Ciò che d'oprar le ispirò Iddio.
—No, Iddio
Questo non t'ispirò! prorompe Aroldo;
Manfredo è un empio! ei di dominio sete
Portò infernal su queste invase terre,
Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!
Infame della patria e del suo prence
Manfredo è traditor. Per sollevarsi
Sulla sede non sua, trasse alleati
E Provenzali e Càlabri e venduti
Guelfi di tutta Italia allo sterminio
De' nostri feudi e delle nostre plebi,
E incenerì Saluzzo!… e il figlio mio,
Il figlio mio su scellerata croce
A' carnefici suoi diede bersaglio!
Lunga e tremenda di rammarco e d'ira
Fu l'eloquenza dell'antico. A lui
Clara abbracciava le ginocchia, e santi
Detti porgea con supplice dolcezza:
—Le iniquità punir sol puote Iddio;
Noi non possiam sul misero fuggiasco
Punirle coll'acciar: solo a punirle
Una guisa n'è data, ed è il perdono.
Càlmati, o genitor; pensa che o degno
Per penitenza diverrà Manfredo,
O, rimanendo iniquo, a lui carboni
Saranno inestinguibili sul core,
Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsi
E fra l'alme perverse il danno eterno.
A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,
E il benefico palpito e l'eccesso
Della pietà non sol sugl'innocenti,
Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopo
Del perdono di Dio morendo avremo!
—Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,
Ti benedico; santamente oprasti!
L'alza, al petto la stringe, e lagrimando
Mercè le rende che alla prova il senno
D'esacerbato padre ella non mise.
Un dì alle torri del baron fu visto
Giungere di Manfredo un messaggero
Da lontana contrada, e apportatore
Venìa di ricchi doni. Eran tre lune
Che pace avean l'ossa d'Aroldo, e muto
Era il castello, ed in vicino chiostro
Cinta di sacre lane, i dolci salmi
L'orfana, per la cara alma del padre
E del fratel, tutte le notti ergea.
ROCCELLO.
Cantica.
M'era sembrato si potesse fare una specie di romanzo in due o tre volumi, dipingendo un generoso cavaliero italiano del secolo decimoquarto, il quale visitasse una dopo l'altra le varie dominazioni in cui stava divisa la nostra penisola, e così si disingannasse di molti sogni. Provatomi a tal lavoro, incontrai troppi scogli, stante l'obbligo che ha di svolgere con minutezza molti argomenti chi assume lunga prosa relativa a punti storici. Convertendo il soggetto in cantica, tutti i quadri si sono impiccioliti; ma forse così il lettore non avendo tempo d'annojarsi, potrà meglio afferrarne le armonie morali.
Ogni cosa veduta dal mio Roccello nella Italia de' suoi tempi è esattamente storica.
ROCCELLO.
Nec memor eris iniuriae civium tuorum.
(Levit. 19.18).
Oh sospirato d'indulgenza alterna
Malagevol ritorno, allor che fiamma
Di discordia civil tocche ha l'irose
Schiatte de' forti! Nè bastò la fuga
Delle guelfe di Napoli bandiere
E del lor collegato empio Manfredo
A raddur tosto pe' Saluzzii lidi
L'armonia del perdono e delle paci.
Aperti scherni ed avventate punte
Di calunnia secreta e più crudele
Affliggean le famiglie, e singolari
Ne seguìano certami e vïolenti
Scoppi a vendette. Il buon Roccel, perduti
Ambo i vecchi parenti, e contristato
Dallo spettacol di cotanti sdegni,
Caduta in troppe a lui sembrò bassezze
La stirpe umana entro la patria terra.
Di Milan sorrideagli e de' Visconti
La rimembranza, ed a Milan s'avvia
Vagheggiando col fervido pensiero
I costumi leali e generosi
Della città lombarda.—Oh dell'estinta
Mia genitrice amata culla! Oh pie
Torri de' suoi congiunti! Oh come tutta
Combacian quest'amante anima i fatti
De' cavalieri che in Milano io vidi!
Là s'albergo pur v'hanno alcuni indegni,
I degnissimi abbondano: là i cuori
Intemerati a cuori intemerati
Unir si ponno e confortarsi. Un tempo
Anco Saluzzo e le sue valli amene
Eran così; mietute ha cruda guerra
Le magnanime vite, e brulicante
Vil di rettili resta oggi semenza.
Scotea le spalle il suo scudier Gilnero
Dietro a lui cavalcando:—Illustre sire,
Trista per ogni dove è l'agitata
De' mortali progenie, e sol da lunge
Sfavillan di virtù le stranie rive.
—Gilner, tu ignori l'età nostra: eccelse
Speranze arridon per più genti, e il loco
Onde arridono più, certo è Milano.
Grandi cose avverran: d'uopo il mio core
Ha di batter fra giusti e fra gagliardi.
—Signor, di giusti e di gagliardi copia
Non nutre alcun terren.
—Grandi ti dico
Avverran cose in questo secol. Rozza,
Ignara del presente e del futuro
È la nostra Saluzzo; io nella sede
Degli operanti e de' veggenti spirti
Nato a viver mi sento.
—Udite, o sire…
—Taci.
E Gilner tacea; ma affettuose
Occhiate indietro qua e là gettava
Ai Saluzzesi campanili, ai poggi
Che dalle mura estendonsi con tanta
Varïetà e vaghezza di contorni
Per le verdi convalli, ed agli acuti
Gioghi che più remote alzan le teste
Coronate di neve. A quell'aspetto
Sin da' prim'anni a lui sì caro, il mesto
Scudier sospira e brontola:—Contrade
Si cerchin pur simili a questa! Il mondo
Alquanto anch'io stolidamente ho corso:
V'è un sol Monviso sulla terra, un solo
Gruppo di monti come quello, un solo
Pian che s'agguagli di Saluzzo al piano.
Su via, vediam quel de' Lombardi. Un tempo
So che di maestose ombre penuria
Patìa pe' molli prati, e su quel guazzo
Giacean fetide nebbie. Or sarà, certo,
Ricco di piante al par di questo, e scarso
Di pantani e di febbri; e trasportate
Le bige nebbie si saranno oltr'Alpe.
—Gilner, non adirarmi: e quando cieco
Ti parvi di mia patria alla bellezza?
Non questa fuggo, ma color che iniquo
Su terra sì gentil traggon respiro.
Brontolava sovente il buon seguace,
E gemiti mandava, e sovra gli occhi
Talor di furto colla destra il pianto
Mal compresso tergeva; e se Roccello
Vedea quel pianto, commoveasi anch'esso
Ma celava del dolce animo i sensi,
E si fea beffe di Gilner.—Cinquanta
Anni, e sei debol come donna!
—Ingrato
A mia terra non son, dicea con ira
Il rozzo Saluzzese: amo ed onoro
Tutte le sponde sue, tutti i suoi rivi,
Perchè infinita all'alma mia recaro
Per molt'anni letizia! Un Saluzzese
Che s'innamori di straniere spiagge,
Sire, oltre voi, lo cercherete indarno.
In tali avvicendati impeti il suolo
Di Piemonte magnifico varcaro
I duo peregrinanti, e nella Insùbre
Signorìa de' Visconti eccoli alfine.
Bello l'aspetto della reggia altera
Ove rinnovellato han de' Lombardi
La monarchia i Visconti, esterminando
La invecchiata repubblica! E del forte
Imperante Luchin bella col saggio
Fratel Giovanni l'armonia perpetua,
Mentre Giovanni dall'Olona il lituo
Stendeva episcopal per così vasta
Regïon cisalpina! Ambo i fratelli
Sprona eccelso desìo: giustizia, freno
Alle gare de' grandi e alle plebee,
Accrescimento di virtù guerriera,
Civil, religïosa. Ogni sublime
Italo indegno è loro amico: il sommo
Petrarca istesso ad Avignone omai
Vuol Milano anteporre. Oh bella, oh piena
Di nobili destini una contrada
Signoreggiata da potente senno,
Il qual sue lance dilatando astringe
Popoletti ad unirsi, e così sempre
Prosperità, studi e fortezza aumenta!
In tal guisa Roccel solea dapprima
In Milano esclamare. Esilarati
Venìan gli spirti suoi dalle splendenti
Feste del prence in Lombardia primiero
Che a lui dal seggio sorridea, siccome
A tutti sorridea gli ospiti illustri,
Anelando in occulto alle sue mire
Ambizïose partigiani farli.
E ricolmo di grazie iva Roccello
Dalla moglie del prence incantatrice,
Isabella del Fiesco, emula a grandi
Regine della terra in gemme ed auro
E di corte eleganza e di conviti.
Tali accoglienze un fàscino alla mente
Poser del saluzzese ospite, a segno
Che men trista gli parve una sciagura,
Il non trovar tra' Milanesi amati
Alcuni volti consanguinei. Morte
Ed esilio colpite avean più teste
Ne' giorni infausti in che Luchino ad uno
De' suoi proprii fratelli, al bellicoso
Marco, troncò le trame e in un la vita.
Roccel creder non può che nell'orrenda,
Storia del fratricidio il gran Visconte
Da tiranno operasse. Ode assai bocche
Giustificarlo ed attestar che il sire
Dannò, costretto da giustizia e rischio,
L'empio fratello, e in condannarlo pianse.
Sol dopo trenta giorni al buon Gilnero
Badò Roccello alquanto.—Il cor, signore,
Quei gli dicea, voi nella reggia aprite
Alle voci di tali infra i Lombardi,
Cui prodiga Luchino ogni onoranza:
Io parlo al popol. Di Luchino il regno
Regno è di frodi e sangue. Il trucidato
Marco avea queste colpe: alti pensieri
Pel comun bene e invitta spada e senno.
Tolta la vita all'innocente prode,
Vite molt'altre caddero. Il terrore
Per le vie di Milan muto passeggia,
E questa in ogni dove or celebrata
Prosperità, è menzogna. A signoria
Dritti non ha Luchino, e dove manca
La possanza de' dritti, usasi il ferro.
—Fole, Gilnero mio.
—Fole? E l'indegna
Di Luchino alleanza oggi col rio
Filippin de' Gonzaghi, uom che fregiato
Della corona mantovana obblìa
Ogni fè signorile, e omai s'agguaglia
Con sue perfidie ai masnadier più vili?
Udiste pur di Filippin l'infame
Sovr'Obizzo degli Esti tradimento,
Promettendogli il passo, e su lui quindi
Con oste scellerata prorompendo
Che fe' de' pellegrini ampio macello?
Vero, inaudito, orribile misfatto
Mentovava Gilnero, e collegato
Col truce sire infatti era il Visconte.
—Taci, dicea Roccello al temerario
Ragionator. Ma breve tempo quegli
Ammutolisce e a mormorar ripiglia:
—Luchino un grande cavalier? Luchino
Degno di regio serto? Il salvatore
Ei dell'itale glorie? Alma villana
Mascherata da re! Col fratricidio
Non si pianta un impero a' dì cristiani.
Indarno ei rapinava una dop'altra
Città qui intorno tante, e si curvaro
Alla vipera alzata in sanguinosi
Stendardi Alba, Cherasco, Asti, Alessandria,
E intero omai s'arroga egli il Piemonte.
Gloria oggidì al ladrone, e doman forse
La fune al collo! Eroe lo chiaman oggi;
Doman da quei che gli movean più laudi,
Si scaglierà sulla sua tomba oltraggio!
—Taci! era il grido di Roccello ancora.
Ma ruminava ei di Gilnero i motti,
E scrutando iva poscia altri pensanti;
E a poco a poco discoprìa infelice
La città Milanese, e fremebonda
Di rancori indelebili e di trame.
Vide egli stesso di Luchin nel tetto
Paure e inimicizie ed immolate
Nobilissime fronti; e vide il sommo
Vate Petrarca abbrevïar l'ospizio
Largito a lui dal protettor Visconte;
E dalle labbra di quel sommo intese
Questo secreto, spaventevol detto:
—Qui sovrasta ogni dì spada o veleno!
La bellissima Ligure Isabella,
De' Milanesi ammalïante donna,
Al Veneto san Marco un voto sciorre
A que' tempi volea. Glielo consente
Il signor suo. Con sontüosa, immensa
Di liete dame e lieti cavalieri
Cavalcante brigata ella al devoto
Vïaggio move[1]. Italia mai non ebbe
Lusso più vago di monili e insegne
E vesti ed armi e splendidi corsieri,
Ed arpe e trombe e canti. Anco Roccello
Quelle pompe seguì, vago ad un tempo
Di visitar la veneta laguna,
Ed ansio nel cor suo di trarsi a lochi
Men da rammarchi e tirannia infestati.
—Nasconder non tel vo, fido Gilnero:
Con letizia abbandono or quelle mura
Che più non son la mia gentil Milano
Degli anni andati, quando tanti avea
La genitrice mia concittadini
A lei pari in contento e cortesìa.
[1] Vedi il libro del SANTAROSA, intitolato Scene istoriche del
Medio Evo
Spenti sono i migliori, e succeduta
È qui razza di mesti e di discordi
Ch'ogni dì più contristerìami. Or voglio
Questa regal magnificente corsa
Assaporar per via; fermo in Vinegia
Prendere ostello intendo poi: Vinegia,
La città senza esempio! il più bel frutto
Dell'italica mente! il seggio dove,
La maestà si ricovrò latina!
Barbara cosa è tutto il resto: i soli
Veneti han leggi e libertà e senato
Come i prischi Romani, e ad emularli
Chiamati son per l'universa terra.
—Vedrem, dicea Gilner, vedrem codesta
Città di fetid'acque e di palagi.
Piantati nella melma! E veneranda
Nazïon certo ne parrà una ciurma
Di possenti pirati, usi a galere
E traffichi e saccheggi, ingentilita
Men fra cristiani che fra turchi e mori!
Ma giunsero a Verona, e qui la moglie
Del temuto Luchin maravigliose
Accoglienze gioconde ebbe dai duo
Scaligeri fratelli ivi regnanti,
Mastino e Alberto: illustre coppia e forte
D'unanimi signori, anch'essi audaci
In desiderio di supremo impero.
Il saluzzese cavalier si piacque
Su' bei liti dell'Adige, e più lieta
D'ogni altra corte or giudicando questa,
Disse a Gilner:—Se poi Vinegia a noi
Stanza grata non fosse, io, vedi, ho fermo
Di trarmi a queste sponde. Il sai, prosapia
È d'eroi la Scaligera, e la insidia
Qui della serpe Viscontèa non cova.
Dante Alighier, quel lume delle genti
Che passato e presente e avvenir seppe,
Com'esul fu dalla sua ingrata terra
Qui portò i passi, ed altre itale reggie
Non onorò sì lungamente. È fama
Che l'ispirato ingegno presagisse
A questa prode casa alte fortune.
In Mastino ed Alberto io veramente
D'anime grandi e voci e modi scerno.
—Signor, non volge lungo tempo, il guardo
Accarezzante e astuto del Visconte
Apparìavi innocenza di colomba.
—Taci!
—Que' nomi di Mastino e Cane
Che di Verona usano i prenci, un segno
Mi par di minacciosa indol cagnesca
Più che di santa carità e di pace.
Proseguiro il viaggio e finalmente
Videro la laguna e di san Marco
Le mura incomparabil. Il superbo
Doge e il Senato e innumerevol folla
D'uomini e donne illustri a Dea simile
Tenner la bella di Milan signora,
E d'onoranze pie la inebbrïaro.
Fulgeano i giorni dell'Ascensa e il ricco
Sfoggio di tutte merci e tutti giochi
E in Vinegia fervea gente di cento
Itale spiagge e greche e saracine;
E il portentoso Bucentor dai mille
Remi indorati recò il doge in trono
Sulle sparse di fiori onde spumanti
Ed allor dalle dita il doge trasse
L'anel, gettollo, e si sposò col mare.
Più d'Isabella forse inebbriato
Da sì vaghi spettacoli era il core
Immaginoso di Roccello.—Oh primo
Popolo di quest'orbe! Oh manifeste
Testimonianze d'opulenza e regno
Che crebbe e cresce e crescerà. Oh ridenti
E colte labbra anco del volgo! Oh dolce
D'amor linguaggio e d'intima blandizie
Costringente a fiducia! Oh maga stirpe
Che da pantani eleva case e templi,
Ed eserciti crea, manda, alimenta,
E miete palme, e serto a serto aggiunge!
Qui respirar vogl'io; qui mi vo scerre
Gentil compagna, e padre esser di prole
Cui toccar possa virtù chiara e gloria.
Brontolava Gilner, ma—Taci! taci!
Gridò con più vigor l'acceso sire;
Veneto voglio farmi, allo stendardo.
Sacrar della repubblica il mio brando
Mescer di prode Saluzzese il nome
Ad immortali Adriaci nomi. In guerra
Sta Vinegia co' Dàlmati: sottratte
Al cenno suo di Zara son le torri,
Per impulso degli Ungheri; ma il forte
Leon non perde sue conquiste mai.
Ciò meditava il cavaliere, e intanto
Fama gli arriva di severe, atroci
Opre de' reggitori. E Zara ed altre
Città soggette fremono di leggi
E di capricci d'avidi mercanti
Fattisi quasi prenci. Entro la stessa
Celebrata laguna, appo quel vampo
Di libertà e di rìso e di saggezza,
S'odon sommessamente acerbe storie
Di tribunal secreto e di profonde
Fosse per vivi seppelliti, a piedi
Della reggia de' dogi; e su tal reggia
Mentovavansi bolge arse dal sole
Sotto infocati piombi, e là espïati
Venìan da illustri vittime delitti
Che il volgo mal sapea, che il volgo in dubbio
Osava por. Malediche, oltrespinte
Eran tai voci del terrore, e niuno
Forse dalla repubblica iva tolto
Dal dolce liber'aer, se d'esecrandi
Fatti non reo. Ma all'alma di Roccello
Que' vivi seppelliti e quelle bolge
Che son corona a tal palagio, un sogno
Angoscioso divennero. Imprudenti
Quesiti usò su quelle storie, ed ecco
Farglisi incontro, un dì, cortese fante
De' vigili patrizi imperadori,
Il qual l'avverte pronta esser la nave,
E l'affretta a salirvi, e gli pronuncia,
Sotto pena di scure, eterno bando.
Non è a ridirsi il sogghignare amaro
Del fremente Gilner. Giunti alla riva,
E risaliti sull'arcion, guardossi
Intorno intorno lo scudier, poi volto
Ver la città dell'acque, alzò la destra.
E a mezza voce' fulminò parole
Di maledizïon. Non l'interruppe
Con dirgli «Taci» in sulle prime il sire,
Ma diessi poscia ad acquetarlo.
—Eh via!
Non t'infiammar con tal corruccio il sangue.
Tedio noi già prendea di quelle meste
Gondole e de' canali impegolati,
E i piedi nostri e de' corsier le zampe
Nascean per batter sul terren, le impronte.
—M'era dolce, o signor, che di quel lezzo
Ci traessimo alfin, ma volontarii,
Non come coppia di birboni espulsi!
Ed espulsi da chi? Da insolentita
Di possenti usurai turba corsara!
—Oibò, Gilner! qualche rigor molesto
Ponno i Veneti oprar, nè però cessa
Delle lor leggi il venerevol lustro:
Fu colpa mia; chè di maggiore ossequio
Era a tai leggi debitor. Creduto
M'hanno inimico, e pur, tu vedi, in ceppi
Non siam ne' pozzi o nell'aeree buche.
—Meglio infatti così! sclamò Gilnero;
Ma dove andiam?
—Mel chiedi? Al cor mio nota
Città non è che in leggiadria e costumi
Cavallereschi agguaglisi a Verona:
Da lei scostarmi io non doveva; e l'orme
Sacre di Dante ivi mi legan.
—Parmi
Che qua e là, come le nostre, erranti
Vagasser l'orme di quel vate, ognora
Fiori di senno e carità cercando,
Ed abbrancando non que' fior, ma spine
E morte frasche e laidi insetti e rospi.
Ma l'esul Fiorentin dritto al compianto
Avea d'ogni gentil, chiuse dall'arme
Veggendosi le valli, ove ne' campi
Degli avi suoi vissuto fora, amando
Se non tutti i mortali, almen taluno
De' servi e cani delle sue pareti.
Noi, sir, compianto non mertiam, fuggendo
Senza esilio que' lochi ove la polve
De' padri nostri giace, ove ogni zolla
Rammenta di que' padri angosce o gioie
Ad essi sacre, e non men sacre ai figli.
—Taci! disse Roccello. Ed ambidue
S'asciugaron le ciglia.
Entro il regnetto
Della prosapia da Carrara i passi
Misero i vïaggianti, ed ivi i dotti
Portici Padovani appena tocchi
Venner dal cavaliero, a questo un fante
Cortese come il Veneto affacciossi.
—Illustre sir, picciolo prence è il nostro,
E l'ira di san Marco evitar debbe:
A voi di là bandito i Padovani
Dar non possono ospizio: uscir vi piaccia.
Sulle cavalcature i Saluzzesi
Risaliron mirandosi, e Gilnero
Vermiglia come brage avea la faccia.
—Spero, disse a Roccel, che da ogni lido
Sarem cacciati come ladri, e grazia
Poca non fia se n'è sparmiato il laccio.
Ma novamente in breve eccoli a riva
Stanzïati dell'Adige, il fremente
Gilnero sbadigliando, e il lieto sire
Gioie di cavalieri assaporando
Ora a torneamenti, or a pompose
Sere di corte, ove su nobili arpe
La scaligera gloria i trovadori
Su tutte glorie esaltano, e obblïato
Non è l'ospizio e l'amistà che v'ebbe
Il ramingo signor de' patrii canti.
Ma dopo il giro di due lune, oppressi
Cittadini conobbe il Saluzzese,
Che si dolean secretamente: il tempo
Esser dicean per sempre estinto, in cui
Davver fiorìa Verona, uomini insigni
Recando in seggio. Or tralignato il seme
Stimavan de' lor prenci. Or su Verona
Primeggiante vedean di giorno in giorno
Vieppiù Milano: or non fulgea più raggio
Di grandezza ai nepoti; ora infamato
Iva il nome scaligero da paci
Ed alleanze instabili e bugiarde,
E pazze guerre e di giustizia spregio.
S'attristava Roccel considerando
Come per ogni umana gente, accanto
A superbe allegrezze e a larghi incensi
Tributati al natìo suolo beato,
Ferva di sconsolate alme il dolore,
Ch'ivi non veggion fuorchè fango ed onta.
—Dunque, ei dicea (non a Gilner, ma chiuso
Entro se stesso), a che vogl'io contrade
Trovar migliori di Saluzzo? Inferma
L'umana razza non è tutta al pari?
Vana apparenza ognor non sono il lustro
E l'albagìa de' più cospicui lidi?
Vana apparenza non è tutto, i retti
Pensieri tranne e le magnanim'opre?
Meditava ei così, ma fantasie
Più splendide e men vere indi volgea,
Che bello il secol gli pingeano, e bello
il vincolarsi all'inclito destino
De' prenci più operosi e più possenti:
Alte dal secol suo cose aspettava,
E da Verona or presagìane il cenno.
Del bando a lui da' Veneti scagliato
Voce traspira intanto, e da maligni
O sospettosi inventansi novelle
Sulla cagion del fatto. Ei di Luchino
Viene estimato esploratore astuto,
E cessano per lui gli accoglimenti
Nelle sale de' sommi ed il sorriso
Delle dame scaligere. Egli espulso
Per comando non vien, ma dai serrati
Cuori si scosta disdegnoso e parte.
Invan Gilnero, il curïoso adunco
Naso arricciando, investigar tentava
Dal taciturno signor suo le cause
Del pronto dipartir.—M'era avvezzato,
Sire, a quelle bell'onde, a que' bei colli,
Aquel sublime anfiteatro, a quella
Cavalleresca, franca indol soave
Della incorrotta Veronese stirpe.
E da lei ci togliam? Sire, io non penso
Che pur qui v' abbian detto: «Ite in mal'ora».
—Temerario!
—Ma dunque…
—Ognor vaghezza
Di Fiorenza ebbi, e visitarla or voglio,
E so ch'ella Verona in pregio vince.
—Bel pregio, parmi, esser madrigna atroce
A quel re de' poeti, onde cotanto
Italia e tutta umanità s'onora!
—Dell'Alighieri a' tempi incrudeliva
Parte malvagia entro Fiorenza; or pio
Vi campeggia stendardo, e all'Alighieri
Culto, siccome a patrio angiol, si rende.
Mossi i duo Saluzzesi ecco alla volta
Delle tosche amenissime colline,
E toccan pria le fertili campagne
Dell'Abdüano, e non si ferman, tanta
Ira colà nutrono i petti al nome
Di Filippin di Mantova tiranno;
E varcan per Ferrara, egregia sede
D'Obizzo Estense, ma laddove il ferro
Sempre sovrasta del vicin Gonzaga
E del Visconte, e queta alba non sorge;
E varcan per Bologna, ove l'acciaro
Stendon robusti i Pepoli, ma dove
Da' nemici de' Pepoli ogni notte
S'alza tumulto, e pallidi il mattino
I passegger pacifici bagnate
Veggion di sangue cittadin le vie,
Od appesi alle forche i ribellanti.
—Salve, Fiorenza! un dì sclamò Roccello
Con ardente esultanza, allor che alfine
Vide sulla pendice i generosi
Tetti della repubblica più ardita
Che in cor d' Italia splenda. A te serbata
Di tutta Etruria è signorìa secura,
Dacchè il ciel maledetta ha l'esecranda
Torre di Pisa, ove perìan di fame
I figli d'Ugolin: Pisa, già donna
Di tanti mari e terre, oggi da guelfi
E ghibellini lacera e da nuovi
Ospiti protettori ogni dì spoglia.
Salve, o patria di vati e di guerrieri,
Che non han pari altrove! Oh, finalmente
Avrà qui posa il mio agitato spirto,
Avido d'alti fatti e di verace
Gara per dritti e libertà ed onore!
—Ma parmi, o sir, che, non ha molto, un grido
Universal vilissima chiamasse
Questa prosapia di toscani eroi,
Curva a lambir d'un cavalier francese
L'orme sanguigne.
—Oibò, Gilnero! Il tristo
Gualtier duca d'Atene avea la stolta
Sua gallica arroganza ivi recato,
Soggiogarli sperando; e più rifulse
Di Fiorenza il valor! più la concordia
Contro a straniere tirannie! Di laude
Più che mai degna è questa illustre terra.
Così in Fiorenza entrarono, e tre giorni
Roccel d'amor s'inebbriò e d'ossequio
Per quelle mura, per quel ciel, per quelle
Argute faccie, per quel dolce vezzo
D'un idïoma che le grazie vince
Pur de' veneti suoni, e per palagi
E chiese e monumenti, ove di grandi
Anime tante la memoria vive:
E d'amore e d'ossequio inebbrïossi
Per le repubblicane alto-sonanti
Paterne leggi, onde con bello orgoglio
Favellava ne' trivii anco l'artiero.
Volgea la terza notte, i Saluzzesi
Desta ad un tratto un rombo, ed era a guisa
Di nembo e terremoto. Ed ecco rugge
Di strida l'aura, e splendono attraverso
La fenestra giganti orrende fiamme
Divoratrici di civili alberghi.
S'alza Roccel, s'alza Gilnero: ascolto
Porgono all'empie voci, e gridar morte
Odono a' guelfi e morte a' ghibellini,
E viva i buoni popolani, e viva
Le patrizie famiglie! Intanto ferve
Carnificina sino all'alba; e poscia
Ecco feste e clamori di vittoria,
Ed a suono di trombe un proclamarsi
Felicità, cui mischiasi condanna
Di scure o strozzamento a' reggitori
Che regnavano ier, se alcun di loro
Fia che al notturno scempio anco sorvivan
Ed insiem si proclama uno stupendo
Magistrato di plebe imperadrice,
Tutto saggezza e libertà e confische,
E carità di patria e manigoldi.
In tal trionfo di giustizia e senno
Roccello e lo scudier venner percossi
E ingiurïati e rapinati, e a stento
Salvo recàr lunge dall'Arno il capo.
Frenar Giluero or chi potea?—Villana
Di beccai libertà! sozza di schiavi
Sollevati repubblica! Ed è questa
Dell'itale divine arti la terra?
La degna patria d'Alighier? la gente
Che se vivo il dannò, morto l'adora?
Oh! nella schietta saluzzese lingua,
Razza di!…
—Taci; andiamo. Oggi qui palma
Pur troppo han colto i rei. Se piace a Dio,
Roma ci appagherà.
—Roma? Neppure
Il Padre Santo più v'alberga!
—I tempi
Trapiantavan la sede in Avignone,
Ma al Tebro, il sai, riede Clemente alfine.
—Quando vedrollo, il crederò: promesso
Da molt'anni è il ritorno; ad impedirlo
Troppi s'adopran fra romani istessi.
Lasciamo, o sire, i vani sogni. Il mondo
S'approssima al suo fin, tutto è rapina,
Fraude, eresia, bestemmia; e più si muta,
Più si peggiora. Un angolo men tristo
In quest'ampia penisola rimane
All'alme generose, ed è Saluzzo:
Colà si nasce ancor come nasceste,
Come nacqui io: garrula gente, ardita,
Prona ad afferrar brandi e a menar busse,
Ma larga di compianti e di perdoni.
Rivolto a Roma, non badò Roccello
Al consiglier che lo seguìa cruccioso;
E più cruccioso, imperocchè per via
Cose orrende s'udìan dell'empia stirpe
Onde in Ravenna uscita era Francesca,
La trucidata in Rimini infelice.
Regnava Ostasio, e morto questo, il serto
E i mutui dì s'insidïaro i figli
Con nere trame, ed un de' tre sgabello
Fece a sua gloria i duo fratelli in ferri.
Odono i vïatori anco tragedie
De' Malatesti a Rimini imperanti,
E de' tiranni di Forlì Ordelaffi,
E de' Trinci in Foligno, e delle venti
Schiatte di masnadieri insignoriti
Di Romagna e di Marca e dell'antico
Patrimonio di Pier. Mille fïate
Più di pria sanguinose eran le genti
Di quel latino suol, dacchè lontana
La tïara gemea quasi captiva.
Sconfortato Roccel da tante voci
Di sciagure e di colpe, arrivò un giorno
Alle sette colline, e messe appena
Nella sacra città l'umili piante,
Andò ne' templi a lagrimar. Chi puote
Non lagrimar mirando Roma e tali
Di sua crollata possa orme famose,
Ed orme di miracoli e martirii,
E pur troppo fra i santi anco frammiste
Alme d' Iscarïoti e di perenni
Del Figliuolo di Dio crocefissori!
E assai giorni Roccello e il suo scudiero,
Le romane basiliche ammirando
E le mille rüine e le vetuste
Effigie e le colonne e gli obelischi,
Alternàr gioia e lutto ed ira e scherno
E penitenza e preci, ogni pensiero
Della terra obblïando oltre a' pensieri
Che in lor destava la città rëina,
Afflitta sì, ma ognor rëina al mondo
Per memorie e speranze e immortal ara.
A far vieppiù maravigliosa e grande
La città de' portenti, ecco a tai giorni
Sorger Cola di Rienzo, uom che insanito
Pareva e saggio, e invaso da potenza
Non si sapea se inferna o celestiale.
Abbietto di prosapia, alto d'ardire,
Vissuto in gravi studii, amico a' sommi
Di dottrina e di cor, predicò, volle
Che da Avignon la Pontificia Sede
Sul Tevere tornasse, e poichè udita
Non fu sua voce, sguainò la spada,
Quasi guerrier profeta, e intitolossi
Tribuno e sire e correttor dell'orbe.
Tal fu l'audace senno o gl'incantesmi
Del plebeo fatto eroe, che al suo comando
Patrizi e popol si curvaro, e plausi
Ebbe da re lontani, e il suo stendardo
Parve a Petrarca stesso il destinato
Per ristaurar giustizia e fede e pace.
Ratto elevossi e ratto cadde, e ratto
S'elevò ancor l'incomprensibil forte,
Adorato e imprecato. Oh quante in esso
L'alma fidente di Roccel sognava
Forze divine! Or nella vera patria
Ei sì credea de' generosi, e patria
A se medesmo Roma indi eleggea!
Sublimi, eterne gli parean le leggi
Di quel re popolano: alme d'eroi
Pareangli tutti, e sommi ed imi, in Roma.
E che a Roccello non parea?… Gilnero
Zufolava fremendo e intercalando:
—Cola di Rienzo il tavernar! costui
Aver senno da Cesari! Albagìa
D'uom che impazzì su que' vetusti libri
Di cui la gente il dice dotto, e breve
Reca stupor! ne ghignerem dimane.
E la dimane da Gilner predetta
Spuntò non tarda. Il dotto imbaldanzito
Sol ne' volumi conoscea la grande
Arte del regno, e in suoi pensier foggiava
Uomini antichi, ed ignorava il core
De' respiranti, e gioco alto imprendea
Da giocator frenetico. Trasparve
Tra' suoi lampi d'ingegno al mobil volgo
La stoltezza di Cola, e fin que' lampi
Gli si negaro, e l'appellar buffone,
E riser di sue leggi e dalle spalle
Strappargli voller di tribuno il manto,
Ed ei chiamò i suoi fidi alla battaglia,
E quei che fidi ei riputava, il ferro
Volser sull'idol loro e il laceraro!
In quella orrenda civil pugna, il folle
Parteggiar di Roccel per l'assalito
L'espose a risse ed a coltelli. A stento
Si strascinò ferito alle ospitali
Soglie d'un chiostro, e le pietose cure
Di Gilnero e de' frati il serbàr vivo.
Il magnanimo infermo cavaliero
Più dì e più notti delirò, imprecando
I nemici di Cola e Cola istesso,
E le promesse e le speranze e l'ire
Del suo secol maligno, e ciascheduna
Delle da lui percorse itale spiagge.
Gilner l'interrompea:—Saluzzo in vero
Non è paese come questi, e vale
Tutte le Rome della terra: ad ogni
Paio di birbi abbiam cinquanta onesti!
Ad ogni donna vil, cento zitelle
E cento mogli che son perle! Andate
Dove volete, una Saluzzo è sola!
L'infermo cavalier ne' suoi delirii
Tai di Gilnero udendo amate voci,
Non discernea chi il parlator si fosse,
E a lui diceva:—Oh! chi se' tu, cortese
Venerando filosofo, che alfine
Sveli al mio indagatore, avido spirto
La contrada cui tende ogni mia brama,
La contrada de' buoni?
—Io son Gilnero,
E a Dio piacesse ch'io vi fossi ognora
Sembrato un venerando! Io vi consiglio
Di risanar dalle ferite e in uno
Dalle vostre follìe. Cercando eroi
Si trovan coltellate, e si consuma
Inutilmente sanità e danaro.
—Dunque?
—A Saluzzo torneram.
—No: vista
Non ho Napoli ancor, la fortunata
Monarchia di Giovanna: ah troppo dure
Son le maschie superbe anime, e solo
Dove bella Reina un popol regge,
Imperar ponno amore e pace e gloria.
Ito a Napoli fora il cavaliero,
Ma mentre ei stava risanando, crebbe
Contro Giovanna in tutta Italia il grido,
Aver dessa aguzzato i brandi infami
Che la francàr dall'abborrito sposo,
Ed esser già del novo sposo stanca,
Ed avvilirsi in empi amori, e tutto
Esser rivolte ed omicidii il regno
Ed alterne vendette e sacrilegio.
—Dunque? ridisse al buon Gilner.
—Saluzzo!
Ripigliò questi.
E uscirono del chiostro,
Mercè rendendo alla ospital famiglia
De' fraticelli. E uscirono di Roma,
E verso le dilette Alpi lontane
Venner ricavalcando. Ardui perigli
Incontran mille, ma le sponde un giorno
Ritoccan del Piemonte, e omai vicina
La maestà riveggion del Monviso,
E le pendici amene, innamoranti
Del marchesato. Oh grande, oh incomparata
Gioia a chi mosse ramingando in cerca
D'egregi umani e di felici terre,
Ed incontrò per ogni dove umani
Da colpa travagliati e da sventura,
E ritornando alle natìe convalli
Gli amici primi si ricorda, e i fatti
Glorïosi degli avi e l'indol cara
Della fraterna stirpe! Invaso il seno
Da quella nova gioia avea Roccello,
Nè il suo Gilner con palpiti men dolci
Salutava l'Eridano ed i poggi
Di Taurino eleganti e la pianura
D'arbori e prati e campi e ruscei vaga,
E i monti di Saluzzo, e finalmente
Saluzzo istessa.
—Ah vi siam giunti! esclama
Quegli e questi a vicenda; e il cavaliero,
Fervido sempre, altissime, abbondanti
Mette dal cor voci di laude al loco,
Al principe, alle leggi, a' consanguinei,
Al volgo, agli usi, alla favella, a tutto.
—Temprate il foco del contento, o sire,
Dice il savio Gilner: senza magagne
Non evvi terra, ed ha le sue pur questa.
Ma poichè pieno è di magagne il mondo,
Indulgete de' vostri avi alla terra
Più che ad ogni altra, e pïamente a lei
Sacrate il senno ed i tesori e il brando.