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Poesie inedite vol. II cover

Poesie inedite vol. II

Chapter 4: RAFAELLA.
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About This Book

The collection gathers narrative lyric pieces framed as cantiche voiced by an imagined medieval troubadour. Poems present compact epic sketches—public assemblies, accusations, chivalric trials, and domestic scenes—that probe female virtue, honor, and passion. Interwoven are metapoetic reflections on the purpose of poetry and its moral aims, arguing for literature that cultivates civic and private virtues. Settings favor the medieval past as a fertile stage for moral exempla, while language alternates between declamatory address and concise storytelling to produce instructive yet pictorial poetic tableaux.

The Project Gutenberg eBook of Poesie inedite vol. II

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Title: Poesie inedite vol. II

Author: Silvio Pellico

Release date: October 16, 2006 [eBook #19558]

Language: Italian

Credits: Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by the Bibliothèque nationale de France (BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK POESIE INEDITE VOL. II ***

Produced by Claudio Paganelli, Carlo Traverso and the

Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
(This file was produced from images generously made
available by the Bibliothèque nationale de France
(BnF/Gallica) at http://gallica.bnf.fr)

POESIE INEDITE

DI
SILVIO PELLICO.

L'Autore intende di godere del privilegio conceduto dalle Regie Patenti del 28 febbrajo 1826, avendo egli adempito quanto esse prescrivono.

POESIE

INEDITE
DI
SILVIO PELLICO
VOLUME SECONDO.
TORINO
TIPOGRAFIA CHIRIO E MINA
MDCCCXXXVII.

AI LETTORI

Erano da me stati immaginati alcuni poemetti narrativi, a cui dava nome di Cantiche, ponendoli, per finzione poetica, in bocca d'antico Trovadore Saluzzese; finzione che poscia ho rigettata, non avendo più in animo di tessere, siccome io divisava, un romanzo, il quale a tali Cantiche dovesse collegarsi.

Dato alla luce, anni sono, un saggio di esse, mi sembrò venisse gradito dal Pubblico Italiano, e perciò m'induco ora a consegnarne alle stampe altre sette.

Sebbene io senta essere scarse le mie forze nel mettere in esecuzione simili quadretti epici, mi pare non di meno d'accennare con essi una via lodevole a quegl'ingegni che hanno disposizione al genere narrativo, e alla pittura de' caratteri e delle passioni. Non molte storie offrono tema di grande poema epico, ma fra loro havvene assai, le quali possono porgere degno soggetto di brevi racconti eroici o pietosi, dandoci a rappresentare fatti avvenuti, od anche ad inventare dignitose favole, relative a questo o a quel paese, a questo od a quel secolo. Il raccontare azioni magnanime, ed errori e colpe, è uno de' modi con che la poesia può confortare lo spirito umano all'amore delle domestiche e civili perfezioni.

Chi avrà più vigore di me, potrà desumere molte morali Cantiche, più splendide delle mie, dagli annali delle varie parti d'Italia, niuna nazione essendovi che abbia avuto più luttuose e più felici vicende, più diritti alla stima e più torti, più uomini insigni d'ogni qualità. Ho fatto la mia prova con poemetti piuttosto semplici di tessitura, e non adorni di grande splendore pel soggetto. Se ottengono qualche suffragio, resterà vie meglio dimostrato quale buon successo potrebbe conseguirsi, traendo poetiche narrazioni di consimile foggia dai punti veramente luminosi delle storie nostre.

Le Cantiche da me eseguite sinora, vennero tutte poste nel medio evo, non già che io non discerna essere stati i pregi di quell'età contaminati da molta barbarie, ma bensì perchè tai secoli sono, per chi li vede in lontananza, un'età acconcia alla poesia, stante la forte lotta del bene e del male che allora sorse, e lungamente agitassi per ogni dove. Inoltre quei tempi non meritano vilipendio, e ciò ben dimostrano e quegli uomini che vi operarono alte cose, e quelli che le tentarono, e le potenti città che vi crebbero, e le istituzioni con che s'andò scemando l'ignoranza e la sventura, per impulso principalmente dei Sommi Pontefici e del Clero.

L'età presente offrirebbe altresì, a parer mio, un fondo eccellente per racconti poetici, nobilitati da scopo morale. Le gagliarde e terribili vicende che abbiamo vedute nel breve spazio di cinquant'anni, tante deluse promesse, tanti errori, tante guerre giuste ed ingiuste, sublimi e pazze, tanto cozzamento di popoli, d'opinioni, di sistemi, tutto ciò è grande per la poesia; tutto ciò abbonda di dolori umani, e quindi anche di lezioni. Ma possa l'impresa di dipingere poeticamente sì i nostri tempi, sì altre parti della storia patria, venire assunta da scrittori di nobile tempra, e non maligni nè cinici; da scrittori che pensino con forza, ma con forza religiosa, ed amino i progressi veri della civiltà, cioè i progressi delle virtù pubbliche e private. La poesia e la letteratura in generale non valgono niente, quando non tendono a destare sentimenti alti e benefici, e ad allontanare i concittadini dalle turpitudini dell'incredulità e dell'egoismo.

Se pubblicherò ancora altri versi, procaccerò di presentare qualche saggio di Cantiche relative ai secoli XVIII e XIX. Molti nomi ragguardevoli vi si possono mescere, e segnatamente nomi d'Italiani, che hanno con meriti di varia specie onorato la nativa terra e gli anni in cui sono vissuti, sfavillando quali di pregio purissimo, quali di pregio non incontaminato da deplorabili errori.

RAFAELLA.

Cantica.

La Cantica di Rafaella doveva essere il principio d'un'azione più vasta che non è quella presentemente qui disegnata. Fu il primo saggio ch'io abbia eseguito di tal genere di componimenti, or sono molti anni; ma siffatto lavoro essendo andato perduto con altri scritti dalla mia gioventù, ho pigliato più tardi a ricomporlo con affezione, ma non più come episodio di poema esteso. Quel poema, nella guisa ideata dapprima, aveva per oggetto di far sentire quanta debba e possa essere sugli uomini l'efficacia delle virtù della donna. Io congegnava a tal uopo una serie di fatti, collocandoli in Italia a' tempi dell'Imperadore Ottone II, e divisando con simili diversi quadri di mostrare altresì qual fosse l'Italia d'allora sì in bene sì in male, e quanti bei temi a poesia possa offerire la vita del medio evo. Foscolo bramava che ci dividessimo l'assunto di dipingere que' secoli, egli con una serie di tragedie della qualità della sua Ricciarda, ed io con poesie narrative. Sebbene fossa fautore caldissimo degli studii classici, amava egli pure i soggetti de' mezzi tempi, soltanto volendo che si trattassero con gusto severo, e non con quelle soverchie licenze d'invenzione e di stile, che da taluni della scuola romantica s'andavano introducendo.

RAFAELLA.

        Responsio mollis frangit iram, sermo
        durus suscitat furorem.
                        (Prov. 15. 1)

    O bell'arte de' carmi! Onde l'amore,
    Il dolcissimo amor, che sin dagli anni
    D'adolescenza io ti portava, e afflitto
    Da lunghi disinganni anco ti porto?
    Non per la melodìa, misterïosa
    Sol de' söavi accenti, e non per l'aura.
    Degli applausi sonanti entro le sale
    De' colti ingegni, e non per la più cara.
    Delle lodi,—la lagrima e il sorriso
    Delle donne gentili. Innamorato,
    O bell'arte de' carmi, hai la mia mente
    Colle nobili istorie. Il tuo incantesmo
    È per me la parola alta e pittrice
    De' secreti dell'anima, ed un misto
    Di semplice e di grande e di pietoso,
    Che nessun'altra bella arte con tanta
    Efficacia produce. A te ne' voli,
    Cui fantasìa ti trae, tutte concede
    Sue grazie il vero; e tu, se Poesia
    Inclita sei, quella ond'amante io vivo,
    Tutte del ver serbi le grazie, e ornarle
    Sai di delicatissimo splendore
    Che non punto le offende e non le muta,
    E pur le fa per molti occhi più dive,
    Più affascinanti l'intelletto. Incede
    Senza carmi e con leggi altre men gravi
    Più scioltamente un narrator, siccome
    Senza cinto la vergine; ma il cinto
    Converte la vaghezza in eleganza.
      Suoni sull'arpa mia, suoni la lode
    Delle forti sull'uom dolci potenze,
    Onde il femmineo cor va glorïoso;
    E mia cantica dica oggi le pompe
    Del Parlamento di Verona, e quale
    D'un magnanimo vate era il periglio,
    E più il periglio d'un illustre oppresso
    Se vergin trovadrice alla crucciata
    Alma d'un generoso imperadore
    Pacificanti melodìe opportune
    Dal mite e saggio cor non effondea.
      Quando Italia ordinar, lacera in mille
    Avversanti poteri, ebbe promesso.
    Il rege Ottone, e di Verona al circo
    Chiamò l'alta adunanza, ove concorse;
    Ogni baron d'elmo o di mitra ornato,
    Ch'oltre o di qua dell'alpi avesse nome,
    Immensa moltitudin coronava
    Sull'anfiteatrale ampia scalea
    La vasta piazza, in mezzo a cui d'Augusto
    La maestà fulger vedeasi, e quella
    De' reggenti minori. A gara e dritti
    S'agitavano e accuse. Ora fremente
    Rattenendo la giusta ira nel petto,
    Or con dolce sorriso, il re supremo
    Ascoltava e tacea dissimulando,
    Però che pria di pronunciar sue leggi,
    Gli altri indagava e maturava il senno.
      Fra le orrende in que' dì scagliate accuse
    Contro a veri o supposti empi, colpita
    D'Insubre cavalier venne la fama,
    La fama d'Ugonel. Gli s'apponea
    Da un ribaldo, il qual retti avea vissuti,
    A giudizio del popolo, molt'anni,
    Atroce fatto di perfidia e sangue:
    Una lunga covata inimicizia
    Verso il prode Emerigo, e astute fila
    Per ingannarlo sotto il sacro ammanto
    Delle gioie amichevoli; ed in fine
    La morte stessa d'Emerigo, oprata,
    Per artifizi d'Ugonel, con feri
    Di streghe incantamenti o con veleno.

    Carissimo al regnante era Emerigo
    Per assai merti in guerra e pace, e quando
    Avvenne del baron la crudel morte,
    Fu visto nella reggia il coronato
    Balzar dal soglio, e impallidire, e gli occhi
    Empirglisi di lagrime, e le grandi
    Rammemorar virtù del cavaliero,
    Giurando alta vendetta.
                     Ora Ugonello
    Vincolato ecco giace entro i profondi
    Umidi cavi di vetusta torre;
    E provata apparendo omai la nera
    Trama ed i sortilegi e l'omicidio,
    Gode l'accusator, gode una turba
    D'invidïosi or satisfatta, e ognuno
    Di que' nemici aspetta la imminente
    Del prigionier condanna; e non pertanto
    V'ha moltitudin pur d'illustri e d'imi,
    Che reo stimar non san quel, già fra' sommi
    Seguaci di virtude annoverato.
      Le cure mille del Tedesco Impero
    E del regale Italo serto, e il vivo
    Desìo di non fallir, tengon sospesa
    L'alma d'Otton per varii giorni. Intanto
    Veniva egli nel circo alle adunanze,
    E più del consüeto era cruccioso,
    E de' suoi fidi gl'intelletti ognora
    Feansi industri con feste a serenarlo.
      Misti alla densa spettatrice folla
    Palpitavan due petti, usi coll'arpa
    A ridir cose non del volgo: a loro
    D'ogni grande spettacolo la vista
    Era di grandi sensi ispiratrice.
    Uno è il vecchio Romeo, guerrier de' monti
    Onde scende Eridan; l'altro Aldigero,
    Suo figliuolo e discepolo: Aldigero
    Non noto sol per gl'inni suoi gagliardi,
    Ma formidabil nelle patrie pugne,
    E cor, cui sublimato ha degno amore
    Per la vergin de' cantici lombardi,
    Rafaella, a que' dì gloria d'Olona.
      Fascino avea sull'anima d'entrambi
    Que' bellicosi spiriti la luce
    De' poetici studi. Il vïandante
    Le valli attraversando in notti estive,
    Vïolarsi i dolcissimi silenzi
    Da dilette armonie sui colli udiva;
    Ed erano i due vati, ardenti spesso
    Di quell'estro recondito e divino,
    Che più tra il riso degli ameni campi
    Che nel fragor delle città sfavilla.
    Ma l'estro sempre non traean da' belli,
    Maravigliosi di natura aspetti.
    Or contemplavan, bianchi di spavento,
    Le tempeste che visitan la terra
    Come i ladroni, e menan beffe al pianto
    De' poveri, cui tutto han divorato;
    Or lunge ramingavano, e sui laghi;
    E sui precipitevoli torrenti
    E sulle oceanine onde le spume
    Ivan solcando ne' perigli, all'urto
    Più feroce de' venti, allor che il legno
    E s'innalza e sprofondasi impazzato,
    E qual degl'imbarcati urla, qual prega
    Con pentimento e con secrete angosce,
    Quale il nocchiero interroga, e il nocchiero
    Non risponde, ma sibila convulso.
      Oltre a tai casi di terrore, a cui
    Aldigero e Romeo s'eran per lungo
    Vario peregrinar dimesticati,
    Da' lor nobili cuori assaporata
    Era la voluttà delle battaglie:
    Nelle imprese santissime, e il terrore
    Conoscean delle stragi, e l'alta febbre
    Della sconfitta, e del trionfo i gaudii.
    E sovente il canuto ad Aldigero
    Avea parlato questi detti:
                        —A' vati
    Uopo è molto veder, che terra e cielo
    Offran lor di magnifico e tremendo,
    E ciò che s'è veduto indi in solinghe
    Ore volger nell'alma, conversando
    Colla propria mestizia, e colle sacre
    Memorie degli estinti, e col Signore
      Eccoli ambi in Verona. Ivi li trasse
    La fama dell'eccelso intendimento,
    Che tanti spirti còngrega da mille
    Contrade lontanissime, e la fama
    Delle regali, portentose pompe.
      Spalanca i bei cilestri occhi Aldigero
    Nel vasto anfiteatro, inclito avanzo
    Degli antichi Romani. Oh quanta folla
    Sugli estesi gradini è brulicante!
    Quanto splender nel sottoposto foro,
    Intorno al soglio di colui che Italia
    Regge e Lamagna, e in Occidente è primo!
      —Oh padre! ei dice; qual soggetto a carme
    D'italo trovadore, e come il labbro
    Di Rafaella, se in Verona or fosse,
    L' alzerebbe sublime! Un gran monarca
    Che di due nazïoni i sommi aduna
    Per drizzar tutti i torti! E quel monarca
    Giudice è tal, che può cotante sciorre
    Inveterate liti, e le può sciorre
    O com'angiol di Dio, disseminando
    Sapïenza ed anelito di pace,
    O com'angiol di Sàtana, con ratto
    Piglio i buoni strozzando od illudendo!
      —Figlio, taci per or; bevi a larg'onda
    I robusti concetti, e le speranze,
    E il paventar magnanimo. Indi cresce
    Dell'ingegno l'acume, e in avvenire,
    A fulminar le laide opre de' vili,
    E a cingere di luce i generosi,
    Ti detterà più invigoriti i canti.
      Terminò dell'augusto parlamento
    L'affaccendato primo giorno, e allora
    Fino al seguente dì venner le regie
    Cure sospese, ed il pensoso Sire
    Collo scettro i baroni accomiatava.
    Gli applausi de' baroni Imperadore
    L'acclamavan del mondo, e le caterve
    Piene di maraviglia e di letizia
    Ripetean l'alto grido.
                    Asceso Ottone
    Sul candido destrier, per la più larga
    Trapassa delle vie (dall'eccheggiante
    Arena al suo palagio) ampia corsìa
    Tutta sparsa di fiori e di tappeti
    E d'ardenti profumi, entro le mura
    Della città scorrendo. A tanti viva
    Il festoso clangor si maritava
    Di cento e cento trombe; ed a' guerrieri
    Ed a' cavalli il cor battea sì lieto,
    Qual batter suol della vittoria al suono.
      Quel moversi de' popoli irruente
    Verso le regie case, un mar parea,
    Che traripando inondi la campagna,
    E le universe voci, ancor ch'allegre,
    Rombavan sì moltiplici e sì ferme,
    Che la tremenda ricordavan foga
    Di città che o si scagli alla rivolta,
    O per subiti incendi o per tremoto
    Impetüosa dagli alberghi spanda
    Uomini e donne, e per le vie cozzante
    Strilli fuggendo la insensata turba.
    Si discernea ch'ell'era gioia, e pure
    Era una gioia che mettea spavento.
      A quel mar traripato argine intorno
    Incrollabil si feano estesi armenti
    D'italici corsieri e di tedeschi,
    Affrenati da' prodi, irti di lance,
    E le precipitose onde giganti
    S'agitavan represse gorgogliando.
      In tali urti di gente il buon Romeo
    Da una parte fu spinto, e da altra parte
    Spinto venne il suo figlio, e vanamente
    Qua e là si cercan lungo tempo un l'altro,
    E a chiamarsi a vicenda alzan la voce.
      Il sole iva all'occaso, e detto avresti
    Ch'ei discendesse in mezzo al gregge umano,
    Tutto affollato sulla immensa terra.
    Quella vista, e la splendida vaghezza
    De' nugoletti occidentali, e il molle
    Nell'aere della sera innominato
    Religïoso incantamento, e in blandi
    Fremiti omai converso il fracassìo,
    Ed a que' blandi fremiti commista
    La grata dissonanza or de' nitriti
    Che le briglie scotendo alza, presago
    Della vicina stalla, il corridore;
    Or di persone salutanti, o mosse
    A subitanee risa; or d'allungato
    Grido di chi da lunge appellar sembra
    Con dolce affetto un qualche suo smarrito,
    De' trovadori commovea lo spirto.
      Alle söavi rimembranze è schiuso,
    Più in quella vespertina ora che in altre
    Dell'intero suo giorno, il cor dell'uomo,
    Perocchè il dileguarsi della lampa
    Che a tutti è lieta, inchina ogni pensante
    Ad affetti patetici, e al ricordo
    Del dileguarsi della vita. Allora
    Diciam la requie a' nostri pii, che insieme
    Un dì con noi frangeano il pane, e al sacro
    Ospital nappo s'estinguean la sete,
    E che falce di morte indi ha mietuto;
    E se remota è la natìa convalle,
    L'invochiam sospirando, e riportiamo
    Alle cene domestiche e alla pace
    Del proprio letto il desïoso sguardo.
    E le vergini piangono a quell'ora
    Più dolcemente o la perduta madre,
    O l'amica, od il prode, a cui risposto
    Avea già il cor, se non le labbra: «Io t'amo!»
    Ed a quell'ora tutto ciò nell'alma
    Sente un alto poeta, e più che mai
    Con mistica armonia s'ordinan belle
    D'egregi fatti istorie entro sua mente.
      Tal ben era Aldigero, e in sè volgea
    Fantasie nobilissime, e lui pure
    Premeva uopo di carmi. E nondimeno
    Sue fantasie turbava una tristezza,
    La tristezza gentil de' generosi,
    Nel dire entro il cor suo, che, mentre tanta
    Qui la festa fervea, mentre brïaca
    Di piaceri e spettacoli e conviti
    Era pur la genìa, carco di ferri,
    In cupe volte di prigion, nel lezzo
    E nel dolore un Ugonel giacesse
    Senza conforto di parola amata,
    Nè di soave illusïon, presago
    Di quell'orrendo palco e di que' neri
    Veli, e del manigoldo, e della scure!
    E quell'oppresso era Ugonel! Colui,
    Che il senno de' miglior dicea innocente!
      Di loco in loco errò Aldiger lung'ora,
    Indi all'ansante petto altra potenza
    Tormentosa s'aggiunse. Udì levarsi
    Dalle regie pareti una celeste
    Musica d'inni e corde, e a quelle sedi
    Egli tragge, vi giugne, e appena dice:
    «Son trovador», si schiudono le cinte
    Dell'amplissima sala, ove al fulgore
    Di faci innumerevoli e di gemme,
    Alla guisa d'un Dio, da inebbrïante
    Pompa sedea bëato il re de' regi.
      Cinquanta arpe sonavano, ed eletti
    Trovadori ed elette trovadrici,
    Bellissime di forma e verecondia,
    Coralmente cantavano salute.
    Al formidato e caro sir. Fra quelle
    Vergini illustri, chi s'affaccia al guardo
    Maravigliato d'Aldigero? È dessa!
    L'inimitabil Rafaella! Alcuna
    Ei dianzi speme non nutrìa che addotta
    Ivi da' consanguinei ella venisse,
    Inenarrabil giubilo s'indonna
    Dell'amante garzon; ma il foco ei cela,
    E mira, e pènsa, e ascolta, e più di prima
    Vago di carmi ha il fervido intelletto.
      Qual di lui fassi l'esultanza, quando
    Onorevol romor da tutte parti
    S'alza di gente che il ravvisa e dice:
    —Non è quegli Aldiger? Certo, è Aldigero!
    Il famoso Aldiger!—Lo stesso Ottone
    Ode il pronto susurro, e poichè tanta
    Dell'estro d'Aldigero è qui la fama,
    Vuole che un'arpa a lui si porga e canti.
      Penetrato era intanto ivi Romeo,
    E testimon d'onor sì grande al figlio,
    Di tenerezza lagrimò: tremava
    Nondimeno il canuto, a cui più noto
    Era che al figlio suo, quanta abbisogni
    Innanzi ai re prudenza; egli tremava,
    Conscio dell'arditissimo desìo
    Di verità che in Aldiger fervea.
      Ed infatti Aldiger, poste le dita
    Sull'auree corde, e dolcemente svolta
    Ossequïosa melodìa, la sacra
    Maestà benedisse, indi i sublimi
    Doveri commendando de' regnanti,
    Osò mischiar con reverenti encomii
    Sentenze tai, ch'eran flagello al core
    Di taluni fra i grandi, e l'infiammato
    Inno rivolse a pingere l'uom giusto,
    Che i maligni allontanano dal trono
    Con atroci calunnie. E la pittura
    Dell'improvvido vate apertamente
    D'Ugonel presentava e le sembianze,
    E le virtù, ed il carcere. In suo cieco
    Zelo pel vero il trovador pregava
    D'Augusto la giustizia a diffidenza
    Contro orribili accuse, e predicea
    Indi a lui gloria, ed agl'iniqui infamia.

    Otton s'alzò sdegnato, e mise un cenno,
    E l'inno s'interruppe, e dalle mani
    D'uno scudier tolta al cantor fu l'arpa;
    E la popolosissima assemblea
    Alzò lungo susurro, in cui sommesso
    Plauso verso Aldiger mostravan molti,
    Ma plauso da rispetto e da paura
    Alternamente soffocato. I cuori
    Più ad Ugonello e ad Aldiger propensi
    Nuocer temeano maggiormente ad ambi,
    Se quel plauso sciogliean.
                        Qui l'assennato
    Imperador volle calmare il moto
    Di quella moltitudine di menti,
    Mostrando alma pacifica, e di novo
    Sovra il trono s'assise, e chiese il canto
    Delle arpatrici. Ognuno imitò il sire,
    Dissimulando la imprudente scossa
    Data ai pensieri dal gagliardo vate,
    E dolcissima scese sugli spirti
    Delle virginee voci insiem sonanti
    La musica celeste. Ognun per altro,
    Benchè temprato a palpiti più miti,
    Volgendo la pupilla in sul monarca,
    Contristar si sentìa; chè nell'augusta
    Faccia, atteggiata indarno alla quïete,
    Balenava recondito corruccio,
    E l'occhio suo fulmineo esser parea
    D'imminente rigor nuncio tremendo.
    I più avveduti spettatori scritta
    La morte vi scorgean del pro' Ugonello.
      Ad Aldiger s'approssimò Romeo,
    E—Che festi? gli disse sotto voce;
    Che fia di te? Finta indulgenza è questa,
    Che te impunito breve tempo lascia:
    Libero uscirai tu di questa cinta?
    E se pur libero esci, ove allo sdegno
    Ti sottrarrai del rege? Oh potess'io
    Trarti di qui!
              Pietosa a lor d'intorno
    Volea la folla schiudersi allo scampo
    Del perigliante vate.—Uso alla fuga
    Non son, disse Aldiger; se travïommi
    Nell'impeto dell'estro il buon desìo,
    Tal non è colpa che celarmi io debba,
    E molta ho fè nel retto cor del sire.
      Sebbene irremovibil dal suo loco,
    Pur mesto era Aldiger, tardi mirando
    Assai sciagure sovrastanti, e prima
    L'accelerato d'Ugonel supplizio,
    E rimordeagli coscïenza.—Io reo,
    Secretamente a sè dicea, d'audace
    Orgoglio fui; me ne punisce Iddio!
      Dopo il virgineo insiem sonante accordo,
    Palma Ottone degnò batter con palma,
    E sorridendo già sorgea, bramoso
    Di portar lunge da cotanti sguardi
    Alfin l'arcana impazïenza. Il passo
    Rafaella avanzò, novo tintinno
    Assumendo sull'arpa, ed il cortese
    Imperador si rifermò nel seggio,
    Brevi credendo reverenti augurii
    Dalla ispirata udir vergine illustre.
    Rafaella tremanti avea le bianche
    Mani sovra le corde, e uscìa tremante
    Dal dolce petto il modulato suono,
    E le guance arrossìano e di pallore
    Si ricoprìano, e il grande occhio fulgente
    Errava intimidito, e s'atterriva
    Del re incontrando il formidato sguardo.
    Quel gentil trepidar della fanciulla
    Di tutte grazie adorna, intenerìa,
    E maggiormente a lei tutti amicava.
      Oh! prepotenza de' söavi incanti
    Che la donna somigliano al bambino,
    E pur la spargon di virtù nascosa
    Che ratta vince ogni viril fortezza!
    Oh! come l'uom, quell'apparente infanzia
    Mirando in viso della donna, e in tutti
    I morbidissimi atti di quell'ente,
    Gli s'avvicina con fiducia, e ardisce
    Dirsi maggiore,—ed a quell'ente quindi
    Che sì debol parea, tributi solve
    Di reverenza, e a sè maggior lo estima!
      Per quel poter che nelle forme regna
    E nella voce della donna, e astringe,
    Le feroci, virili alme ad ossequio,
    Dato alla donna è svolger ne' suoi detti
    Mirabili ardimenti; ed ardimenti
    Non sembran quasi, ma sospiri e preghi.
      Chi rivelato avea tal maestrìa
    Alla vergin de' cantici? Addolcisce
    A sua voglia e fortifica. Ispirava
    Pietà col suo tremor; poi quella voce
    Dianzi timida tanto, e quell'aspetto
    Sembran di cherubin conscio a sè stesso
    Di grazia e d'autorevole potenza
    Irresistibil. Ne stupisce Ottone,
    Ma non puote adirarsene, e diletto
    Anzi ne prova sommo. E Rafaella
    Seppe scansar ne' generosi carmi
    Quel periglioso, indefinibil punto
    Di baldanza per ottimi consigli,
    Che irritar puote qual pungente biasmo;
    E non pertanto ella assai disse a laude
    Della giustizia ne' regnanti, e disse
    Necessarii gl'indugi, ove affrettata
    Da esortatori fremebondi venga
    Di talun la caduta. Ogni pensiero
    Della bella arpatrice era incalzante
    A virtù, ma siccome i detti blandi
    Di madre, che a virtù sprona e accarezza
    L'indociletto garzoncello, o come
    I detti d'una figlia a piè del padre.
      Quell'umiltà, quella dolcissim'arte,
    Que' prorotti dal cor supplici versi
    Vinser l'alma del grande Imperadore,
    E gl'intenti ei capì di Rafaella.
    Battè le regie palme, e alla percossa
    Unissona fur segno, onde gli astanti
    Baroni il plauso prolungàr sì forte,
    Che ne tremaro il suolo e le colonne.
      Otton chiamò la vergine, le cinse
    L'eburneo collo di splendenti gemme,
    E dal suoi rïalzandola, degnossi
    Dirle:—Qual grazia chiederesti?—Ed ella:
    —Se t'offese Aldiger, deh! gli perdona,
    E mite sii nelle condanne, o sire!
      Cessò la festa, e pieno di söave
    Commozïone era d'Otton lo spirto,
    Ed all'intime stanze dei riposi
    Riträendosi, disse al più fidato
    De' cancellieri suoi:—M'avea lo schietto,
    Ma severo Aldiger mosso a tal ira,
    Ch'io divisava d'Ugonel la morte;
    Pacato or sono, e indugierò.
                        Felice
    Quel freno ai moti del rigor! felice
    La sapïente vergine che a brame
    Di verità togliea l'impeto scabro
    Delle audaci parole, e ammorbidìa
    Con abbondante carità i consigli!
    Il sospendersi i fulmini, die' loco
    A gravi scoprimenti: entrò discordia
    Fra gl'inimici d'Ugonel; le accuse
    Si contraddisser; la menzogna apparve;
    Del Sassone Emerigo l'omicida
    Fu manifesto e dato a morte; e colmo
    Di gloria uscì del carcer suo Ugonello.
      Fu grato all'Imperante il liberato
    Ed alla vergin trovadrice; e vide
    Ch'ella amava Aldigero, e che Aldigero
    Per l'emula ne'carmi si struggea,
    E fra i varii parenti accordo trasse,
    E l'imen si compiè. Sorrise Ottone
    Ai degni sposi, e a Rafaella disse:
    —Temprato dal tuo pio genio celeste,
    Il vigor d'Aldiger più non m'irrìta.
    Nè da quel dì Romeo gl'impeti incauti
    Non temè del figliuol: fatto era questi
    Prode leon che a gentil maga è ligio.

EBELINO

CANTICA.

L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento, ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza dell'immolato Ebelino.

EBELINO.

Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus! Job. 2, 10.

    Inno d'amore e di compianto al giusto,
    Al giusto denigrato! Ebelin, fido
    Campion del magno Ottone e consigliero,
    Colui che al generoso Imperadore
    Verità generose favellava,
    E i biasimati torti indi con mente
    Pronta e amorevol correggea e sagace;
    Colui, che, senza ambizïon nè orgoglio,
    Spesso invece del sir ponea la destra
    Al timon dell'impero, e lo volgea
    Del sir con tanta gloria e securanza,
    Che questi, anco in cimento arduo serrando
    Le auguste ciglia al sonno, a lui dicea:
    «Vigila or tu, che il signor tuo riposa;»
    Quell'Ebelin, che, lagrimato il sacro
    Cener del magno Otton, d'Otton novello
    Fu parimente lunghi anni sostegno
    Di giustizia nel calle, e guida e sprone;
    Sì che a nessun parea che dilettoso
    Ne' poveri tuguri e nelle sale
    Fervesse crocchio, ove lodato il nome
    Non fosse d'Ebelin,—quell'Ebelino
    Morì esecrato, ed era giusto! Amore
    E compianto agli oppressi!
                            Un dì l'Eterno,
    Come a' giorni di Giobbe, al suo cospetto
    Avea tutti gli spirti, e a Sàtan disse:
    —Onde vieni?
                E il maligno:—Ho circuita
    Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.
      Ed il Signore:—O di calunnie padre,
    Non vedestù l'amico mio Ebelino,
    Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo
    Tanta in prosperi dì serba innocenza?
    E l'angiol di menzogna ambe le labbra
    Si morse, e crollò il capo, e disdegnoso
    Disse:—Ebelin? Dov'è il suo pregio? Ei t'ama
    Perchè di beni è colmo. Il braccio or alza,
    Percuotilo, e vedrai s'ei non t'imprechi.
      Ed il Signor:—Giorni di prova a' retti
    Forse non io so stabilir? Va; pongo
    Entro a tue mani dispietate or quanto
    Agli occhi della terra Ebelin porta,
    Fuorchè la vita.
                     L'avversario allora
    Avventossi precipite dal grembo
    Della nembosa nube, onde i mortali
    Atterria lampeggiando; ed in un punto
    Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante
    Si soffermò, e da questo lato i campi
    Della lieta penisola mirando,
    E dall'altro le selve popolose
    De' boreali, l'una all'altra palma
    Battè plaudendo al sovrastante lutto
    D'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!
      La più squisita voluttà del male
    Pensò un momento qual si fosse, e al giusto
    Fermò ignominia cagionar per mano…
    Di chi?—D'amico traditore! Il colpo
    Più doloroso e a dementar più adatto
    Chi molto amando irreprensibil visse!
      —Un Giuda voglio! Il dèmone ruggia
    Giù dall'alpe scagliandosi e correndo
    Pe' teutonici boschi, e visitando
    Con infernal, veloce accorgimento
    Città e castella.
                      Iva ei cercando l'uomo,
    In cui scernesse il dolce volto, e i dolci
    Atti, e l'irrequïeto occhio geloso
    Del venditor di Cristo; e non volgare
    Mente si fosse, ma gentil, ma calda
    Di lodevoli brame, ed inscia quasi
    Di sè si pervertisse, e vaneggiasse
    D'amor per tutte le virtù, e seguirle
    Tutte paresse, e infedel fosse a tutte.
      Tale, od un vero giusto esser dovea
    Chi affascinasse d'Ebelino il core;
    E Sàtan nol trovava, e con dispregio
    Maledicea la lealtà nativa
    De' figli del Trïon, popol rapace
    Nelle battaglie, e in sue pareti onesto.
    Ma quando già il crudel quasi dispera,
    Ecco s'incontra in uomo onde il sembiante
    Tosto il colpisce; e fra sè dice:—«È desso!»
    Ed esulta, e più guata, e vieppiù esulta.
      Quel benedetto dall'orribil genio
    Era un prode straniero, e fama tace
    Di qual progenie, e nome avea Guelardo.
      Sul suo destrier peregrinava, e ladri
    Or assaliva, degli oppressi a scampo,
    Or dispogliava ei stesso i passeggeri,
    Se mercadanti, e più se ebrei. Nè spoglio
    Pur quelli avrìa, se a povertà costretto
    Non l'avesse un fratel, che del paterno
    Retaggio spossessollo.
                          A che di bosco
    In bosco errasse, ei non sapea. Sperava
    Dal caso alte venture, e perchè tarde
    Erano al suo desìo, volgea frequente
    Il pensier di distruggersi; e più volte
    Dall'altissime balze misurava
    Coll'occhio i precipizi, e mestamente
    Rideagli il core, e si sarìa slanciato
    Nelle cupe voragini, se voce,
    O aspetto di mortali, o speranze altre
    Non l'avesser ritratto.
                           —O cavaliere,
    Salve.
          —Scòstati, scòstati, o romito;
    Oro non tengo.
                  —Ed oro a te non chieggo;
    Ben d'acquistarne santa via t'accenno.
    Vile è il mestier cui t'adducea sciagura,
    Ma nobile è il tuo spirto. A me tue sorti
    Occulta sapïenza ha rivelate:
    Vanne a Bamberga; ad Ebelin ti mostra:
    Grazia agli occhi di lui, grazia otterrai
    A' clementi occhi del regnante istesso.
      Così Satan, e sparve.
                           Incerto è quegli
    Se fu delirio o visïone. Al cielo
    Volge supplice il viso: in cor gl'irrompe
    De' suoi misfatti alta vergogna; aspira
    A cancellarli, e quindi in poi di tutte
    Virtù di cavaliere andare ornato.
      In quel fervor del pentimento, incontra
    Un mendico, e su lui getta il mantello,
    E sen compiace, e dice:—Uom non m'avanza
    In carità e giustizia.
                          E Sàtan rise,
    E non veduto gli baciò la fronte.
      Alla real Bamberga andò Guelardo,
    Mosse alle auguste soglie, ad Ebelino
    Supplice presentossi, e pïamente
    Da quella bella e grande alma si vide
    Ascoltato, compianto, e di non tarda
    Aïta lieto. Un fascino infernale
    Sovra la fronte di Guelardo imposto
    Ha del demone il bacio. Allo straniero
    Conglutinossi d'Ebelino il core
    In breve tempo; e nella reggia e in campo
    Quei Gionata parea, questi Davidde.
      Mirabile brillava ad ogni ciglio
    Quella forte amistà: Saran fremeva
    Ch'ella durasse, e il volgersi degli anni
    Affrettar non potea. Nè ratto varco
    Sperabil era tra i pensieri onesti
    Che Guelardo nodriva e la sua infamia,
    Tra l'amor suo per Ebelin, tra il dolce
    Nella virtù emularlo, e il desiderio
    Scellerato di spegnerlo. Ma il tristo
    Angiol si confortava misurando
    L'immortal suo avvenire. Appo sì lunghi
    Secoli, breve istante eran poch'anni.
    Ed intanto ci godeva, a quell'imago
    Che tigre, sebben avida di sangue,
    Mira la preda, e ascosa sta, e sollazzo
    Tragge di quella contemplando i moti
    E l'amabil fidanza, ed assapora
    Più lentamente la decreta strage.
      Dopo tanto aspettar, s'appressa il giorno
    Sospirato dall'invido. Al novello
    Otton contrarie qua e là in Italia
    Eran le menti di non pochi, e speme
    Vivea secreta ch'italo Ebelino
    Secretamente lor plaudesse. Il core
    Di molti era per esso, e nelle ardite
    Congrèghe entro a' castelli, ed appo il volgo
    Susurravan, più splendido rinomo
    Non avervi del suo; null'uom più voti
    A suo pro riunir; doversi acciaro
    Dittatorio offerirgli, o regio scettro.
      L'augusto sir dalla germana sede
    Contezza ebbe di fremiti e lamenti
    Nell'alme de' Lombardi esasperate,
    Ed a sedarle con prudenza invìa
    Ebelino e Guelardo.
                       Alla venuta
    Di questi sommi giù dall'alpe, e al grido
    Che fama addoppia de' lor alti pregi,
    E più de' pregi di colui, che sembra
    D'onnipotenza quasi insignorito,
    Ferve ognor più l'insana speme, e tutta
    In congressi pacifici prorompe,
    Ove i duo messi imperïali invano
    Senno indiceano e obbedïenza.
                                —O prodi!
    Così Ebelin risponde al temerario
    De' corrucciosi invito; io condottiero
    Mai contr'Otton non moverò, chè avvinto
    Gli son da conoscente animo e onore,
    E il portai fra mie braccia. E quando insieme
    Del moribondo padre suo le coltri
    Inondavam di pianto, il sacro vecchio
    Nostre mani congiunse, e disse:—Un figlio,
    O Ebelino, ti lascio;—ed a te lascio,
    O figlio, un padre in Ebelino!—Ed era
    In tai detti spirato. Allora il figlio
    Gettommi al collo ambe le braccia, e molto
    Pianse, e chiamommi padre suo, e lo strinsi,
    E il chiamai figlio. Ove pur reo di patti
    Violati con voi fosse il mio sire,
    Biasmo sincer da mie labbra paterne
    Avriane, sì; retti n'avrìa consigli,
    Ma non odio, non guerra, non perfidia!
      —Deh! taccïano, Ebelin, privati affetti,
    Ov'è causa di popoli. Ed ignota
    Mal tu presumi essere a noi l'ingrata
    Alma d'Ottone anco ver te, che dritti
    Tanti acquistasti a guiderdone e lode.
    Ombra a lui fa la tua virtù: onorarti
    Finge, ma stolta è finzione omai
    Ond'ogni cor magnanimo s'adira.
    Possente sei, ma più non sei quel desso
    Che ne' duo regni un dì tutto volvea.
    Tëofanìa il governa, e da Bisanzio
    Sul germanico seggio ov'ei l'assunse
    Recò le greche astuzie, e lo circonda
    Di greci consiglieri. Essi con lei
    Van macchinando contro te ogni giorno;
    Che se finor cadute anco non sono
    Le podestà che a te largì il monarca,
    Della tua rinomanza egli è prodigio,
    E nel tiranno è di pudor reliquia.
    Bada a' perigli, a tua salvezza bada:
    D'Otton l'iniquità rotto ha i legami
    D'ogni giusto con esso.
                           Un de' maggiori
    Così parlò fra gli adunati audaci.
    Nè, sebbene oltrespinta, era appien falsa
    La parola di sdegno e di sospetto
    Circa l'imperadrice e i cortegiani
    Ch'ella a sue nozze addotti avea di Grecia.
      Ma la candida e ferma alma del pio
    Ebelin s'adirò. L'imperadrice
    E Otton con nobil gagliardìa difese,
    E de' Greci sorrise. Ei sì facondo
    Favellava, e amichevole e verace,
    Che i più irati l'udìan con reverenza:
    Con tenerezza quasi, ancor che invitti
    Nel feroce astio e nell'ardente brama.
      Di Guelardo lo spirto a quel congresso
    Funestamente s'esaltò. Il diletto
    Ebelino ei vedea, nella commossa
    Fantasia, re, suscitator di gloria
    Ad un popol redento. Il vedea bello
    Giganteggiare in immortali istorie,
    Com'un di que' supremi, onde la terra
    Lunghi secoli è priva; e sè medesmo
    Socio vedea di quel supremo, e a lui
    Successor forse, e… Che non sogna audace
    Ambizïon, se raggio ha di speranza?
      Quand'ei fu sol con Ebelin, ridisse
    Le voci insieme intese, e commentolle
    Coll'insistenza del favore; e aggiunse
    Maligno esame de' pensier, degli atti
    D'Ottone, e della Greca in trono assisa,
    E degli astuti amici ond'ella è cinta.
    Quasi certezza accolse i più irritanti
    Dubbi e i minimi indizi di periglio,
    E gridò ingratitudine, e diritto
    Alla rivolta. E a grado a grado questa
    Ei necessaria osò chiamare, e il pio
    Ebelin concitarvi. Lo interruppe
    Finalmente Ebelin; duplice tela
    Come già svolto aveva agli adunati,
    Svolse di novo al tentatore amico:
    Qua la turpezza del tradir, là i vani
    Sforzi a potenza e gloria, ove bruttata
    È nazïon da lunghi odii fraterni.
      Negli aneliti suoi s'ostinò il core
    Di Guelardo in quel giorno, e seguì poscia
    A ridir con sofistica, inesausta
    Facondia per più dì l'empie sue brame;
    Sì che non poche volte il generoso
    Ebelino in resistergli, dal mite
    Considerare e dai soavi detti
    Passò a dogliosa maraviglia e sdegno.
      Turbossene colui, ma il turbamento
    Ascose e il disamore, e da quel tempo
    Crescente invidia in sen covò tremenda.
      Novi succedon fortunati eventi,
    Ch'ognuno attesta glorïosi al senno
    Dell'ottimo Ebelin; ma più Guelardo,
    Come negli anni primi, or della gloria
    Del suo benefattor non va giocondo.
    Ei con geloso sospettante ciglio
    Mira la sua grandezza, e superarla
    Vorria e non puote; e detestando, sogna
    Dall'amico esser detestate; e pargli,
    Laddove pria si belle in Ebelino
    Virtù vedea, più non veder che scaltra
    Ipocrisia. De' pervertiti è proprio
    Non credere a virtù; d'ogni più certo
    Generoso atto dubitar motivi
    Turpi, ed asseverarli: in ogni etade
    Così abborriti fur dal mondo i santi.
      Da quello stato di rancor, di mente
    Ognor proclive a gettar fango ascoso
    Sovra l'opre del giusto, è breve il passo
    Ad assoluto di giustizia scherno.
      In Lamagna Guelardo ad altri uffizi
    Di grande onor da Ottone è richiamato,
    Mentre Ebelin nell'itale contrade
    Resta moderator. L'ingrato amico
    Sospetta ch'Ebelino abbia con arte
    Tal partenza promosso, a fin di trarsi
    Uom dal cospetto che in secreto esècri.
      Del congedo gli amplessi ei rende a quello,
    Ma senza avvicendar come altre volte
    Palpiti dolci di desìo e di pena.
    Infinto ei crede ogni atto ed ogni accento
    Del più sincero degli umani, e parte
    Coi fremiti dell'odio, e maturando
    Di non avute offese alta vendetta.
      —Cieco tanto io sarò che vero estimi
    Suo rifiuto ai ribelli? Or che si vaste
    Son le congiure? Or che da lunghe e infauste
    Guerre è stanco l'impero? Or che d'illustre
    Nome a capitanarla, e di null'altro,
    La penisola ha d'uopo? Or che oltraggiata
    Dalla superba, greca, invida nuora
    È quell'antica d'Ebelin fautrice,
    La vantata Adelaide, che alle umìli
    Ombre de' chiostri dalla reggia mosse?
    Or che Tëofania palesemente
    Lacci a lui tende e sua rovina agogna?
    Il menzogner di me diffida: i vili
    Diffidan sempre! Allontanarmi volle
    Non senza mira ostil: me di qui toglie
    Per regnar sol, per non aver chi forse
    Sua sapïenza e sue prodezze oscuri.
    All'amico ei rinuncia; ei nelle schiere
    Del suo tradito Imperador mi brama,
    Nelle schiere d'Otton, contro a cui l'asta
    Scaglierà in breve; e tanto orgoglio è in lui,
    Che nè lo sdegno mio, nè la sagacia
    Non teme, nè il valor! Perfido! io mai
    Stato non fora a tua amicizia ingrato;
    Alla mia ingrato ardisci farti: trema!
    Valor non manca al vilipeso e senno
    Da smascherar tua ipocrisia. Ludibrio
    Ne fur bastantemente il sire, i grandi,
    Le sciocche turbe, e insiem con loro io stesso!
      Così nel suo vaneggiamento infame
    S'agita l'infelice, e non s'accorge
    Che il re d'abisso più e più il possede;
    Così travolve le apparenze ogn'uomo
    Che a livor s'abbandoni:
                             Ecco Guelardo
    Giunto ai reali di Bamberga ostelli;
    Eccolo assaporante i nuovi onori,
    Ma com'egro che, misto ad ogni cibo,
    Sente l'amaro della propria bile.
    Più sovra il labbro di Guelardo il nome,
    Come già tempo, d'Ebelin non suona,
    O su quel labbro se talvolta suona,
    Laude non l'accompagna, e il favellante
    Impallidisce, e torvamente abbassa
    La pensosa pupilla irrequïeta,
    E la rïalza sfavillando; e ognuno
    Scerne che di compressa ira sfavilla.
      Del mutamento avvedasi esultando
    Tëofania, s'avvedono i suoi fidi,
    E al convito di lei con gran decoro
    Visto sovente è quel Guelardo assiso,
    Ch'ella tanto agli scorsi anni abborria.
    Ordiscono essi alcuna trama insieme
    Contro al lontano giusto? o la perfidia
    Tutta covossi di Guelardo in petto?
      Un dì da quel convito esce il fellone,
    E quasi esterrefatto si presenta
    Agli occhi del monarca, e a lui si prostra,
    Ed esclama:—Ebelino è traditore!
    Le rivolte fomenta; alla corona
    D'Italia aspira: sciolta è l'amistade
    Che a lui mi strinse! Eternamente è sciolta!
      E false carte adduce in prova, e adduce
    Di vili già ribelli, or prigionieri,
    Menzogne tai, che faccia avean di vero.
    Ed il monarca trabalzò, fu vinto
    Dalle inique apparenze. Esitò ancora,
    Dubitar volle novamente; a novo
    Esame ripiegò la scrupolosa
    Afflitta anima sua; ma le apparenze
    Trionfaron più orrende e più secure.
    Indi egli irato invìa turba di sgherri
    All'italo paese, onde sia tratto
    Carico di catene il formidato
    Duce a Bamberga.
                    L'innocente duce
    Stanza a que' giorni avea in Milan. Posava
    Una notte, ed in sogno a lui s'affaccia
    Lo stuol de' cari, in varia guerra estinti,
    Fratelli suoi, col vecchio padre; e il padre
    «Fuggi, gridava, sei tradito!» E gli altri
    Con affanno e singhiozzi ad una voce
    Ripetean: «Fuggi, fuggi!»
                             Ei si risveglia,
    E per quell'alme prega, e s'addormenta
    Un'altra volta. E in sogno ecco apparirgli
    Il magno Otton primiero ed Adelaide,
    Non cinta ancor di monacali bende,
    Ma il serto imperial sopra la fronte.
    Meste eran lor sembianze, ed a lui: «Fuggi
    Fuggi, dicean, del figlio nostro l'ira!
    Ira per te sarìa mortal!»
                             Si desta
    Il nobil duce, e per quell'alme prega,
    E s'addormenta un'altra volta. E vede
    Il tempo antico e la città solenne
    Ove sorge il Calvario, e là pur vede
    Di Getsèmani l'orto, ed appressarsi
    Una frotta d'armati, e Iscarïote
    Dare il bacio alla vittima!… Ed oh vista!
    Iscarïote era Guelardo!
                           Balza
    Spaventato destandosi Ebelino,
    E que' tre sogni avvertimento estima
    Dell'angiol suo. Fuggir vorrìa; ma dove?
    Ma perchè? Fugge l'innocente mai?
    Pochi istanti anelò fra que' pensieri
    Di stupor, di tristezza, e piena d'armi
    Fu ben tosto la soglia. Udì Ebelino
    Che dal suo Imperador venìan que' ferri,
    E il cenno di seguirli: ai manigoldi
    Cesse con muto fremito la spada,
    E porse ai ceppi gli onorati pugni.
      Quasi ladro il trascinano, e Milano
    E tutta Lombardia mira quel crollo
    Sì inopinato. Il prigioniero obbrobri
    Soffre inauditi; e non sarìagli pena
    Dagli sgherri soffrirli: itale voci
    Lo irridon per la via, maledicenti
    Al passato suo lustro. E quale esclama:
    —Va, di rivolte eccitator maligno!
    Va, scellerata causa, onde su noi
    Cesare versa il suo tremendo sdegno!—
    Qual:—Va, codardo degli Otton mancipio,
    Che d'Italia campion far ti negasti!
    Ben or ti sta de' tuoi servigi il premio!—
    Qual più schietto prorompe:—Erami noia
    Udir chiamarti il giusto; alfin delitti
    Potrem di te sapere ed abborrirti!
      Quant'è lunga la via sino a' confini
    Delle italiche valli, Ebelin tacque
    Degli spregi sofferti. Allor che in cima
    Dell'alpe fu, rivolse gli occhi, e alzando
    Le incatenate braccia,—Oh maledetta
    Troppo da' vizi tuoi, misera patria,
    Sclamò, non io ti maledico! Il cielo
    Figli ti dia che s'amino fra loro,
    Ed amin te com'io t'amava e t'amo,
    E più di me felici acquistin gloria
    Senza espïarla con dolori e insulti!
    —Maledicila! gridagli all'orecchio
    Una voce infernal.
                      —Ti benedico
    L'ultima volta! ripres'egli.
                                E pianse
    Siccome pio figliuol sulla ignominia
    D'una madre infelice; e gli sovvenne
    Quanto già quella madre avea prefulso
    In virtù fra le genti, e a depravarla
    Quante cagioni eran concorse! E grande
    Su lei di Dio misericordia chiese;
    E dal dolce aer suo, dalle ridenti
    Tutte illustri sue sponde, ei nè le amanti
    Ciglia diveller, nè il pensier poteva!
    Satan che indarno occultamente spinto
    Avealo ad imprecar la patria terra,
    Urlò di rabbia le sue preci udendo;
    E di Lamagna per alture e piani
    Corse con questo grido:
                           —È alfin caduto
    L'italo malïardo, il seduttore
    De' nostri augusti, il protettor di quanti
    Di Lombardia traeano ad impinguarsi
    Sul germanico suol, genìa predace
    Onde la tanta povertà cresciuta
    In quest'anni da noi! Tutti Ebelino
    Nostri tesori al lido suo recava,
    E colà un trono alzar voleasi, allora
    Che ad atterrar le ribellanti spade
    Inetto fosse per miseria Ottone?
    —Ebelin mora! Universal risposta
    Fu del tedesco volgo. Ed obblïato
    Da migliaia di cuori in un dì venne
    Quanto a lodarlo aveali invece astretti
    La sua mansüetudine, il modesto
    Non curar le ricchezze, il riversarle
    Sulle infelici plebi, il non mostrarsi,
    Benchè pio verso gl'Itali, men pio
    Ver gli stranieri. Quella dianzi nota
    Serie di virtù splendide cotanto,
    Un incantesimo vil parve ad un tratto,
    Una menzogna. Convenìa disdirla:
    Riconoscenza è grave pondo ai bassi.
    Esultan se pretesto a lor si porga
    Di rigettarla, e attaccaticci morbi
    Son odio, ingratitudine e calunnia.
    Conscio de' benefizi innumerati
    Ch'egli avea sparso, avea creduto ognora
    L'irreprensibil cavalier che stretti,
    A lui fosser d'amor cuori infiniti.
    Le ripetute indegne contumelie
    Lo sorpreser, ma tacque; e sovra tanta
    Pravità de' mortali meditando,
    Arrossì d'esser uomo, e innanzi a Dio
    Umilïossi. E vanamente ancora
    Stette Satan mirandolo e aspettando
    Il desìo di vendetta e le bestemmie.
    Chiama l'Onnipossente al suo cospetto
    Tutti i ministri spirti, e a Satan dice:
    —Onde vieni?
                   E il maligno:—Ho circüita
    Dell'uom la terra, e non rinvenni un santo.
      Ed il Signore:—O di calunnie padre,
    Non vedestù l'amico mio Ebelino,
    Ch'uomo a lui simil non racchiude il mondo,
    Tanta nel suo dolor serba innocenza?
      E l'angiol di menzogna ambe le labbra
    Si morse, e disse:—Ov'è il suo pregio? Ei t'ama,
    Perchè, in tuo amor fidando, ei palesata
    In breve spera sua innocenza. Il braccio
    Estendi, e più percuotilo, e vedrai
    Se non t'impreca.
                      Ed il Signor:—Non forse
    Giorni di prova assegno a' retti? Vanne:
    Ebelino è in tua mano; anco sua vita,
    Anco la fama sua, perchè maggiore
    Torni suo vanto e tua immortal vergogna.
      L'avversario precipite avventossi
    Dal grembo della nube, onde i mortali
    Atterrìa lampeggiando, ed in un punto
    Fu su roccia dell'alpi. Ivi gigante
    Si soffermò, e da questo lato i campi
    Della lieta penisola mirando,
    E dall'altro le selve popolose
    De' boreali, l'una e l'altra palma
    Battè plaudendo al sovrastante lutto
    D'entrambo i regni, ed esclamò:—Vittoria!
      Di là scagliossi alla città del trono
    E de' cento felici incliti alberghi,
    E delle orrende mura ove trascina
    Sua catena Ebelin. Desta il demonio
    Ne' giudici, che Ottone a indagin chiama
    Dell'alta causa, aneliti vigliacchi.
    Temon, se reo non trovan l'accusato,
    L'ira d'Otton, l'ira d'Augusta, l'ira
    Di quel Guelardo che per essi or regna;
    E dove il trovin reo, speran più pingui
    Gli onorati salarii, e maggior lustro.
      Chi primiero è fra' giudici? Oh impudenza
    Guelardo stesso!
                    Oh come il core all'empio
    Nondimen trema, udendo che s'appressa
    L'irreprensibil catenato! E questi
    Entra con umil, sì, ma non prostrato
    Animo, e reca sulla smorta fronte
    Quell'alterezza ch'a innocenza spetta.
      Cela Guelardo il suo tremore, e prende
    Così ad interrogar:
                       —Qual è il tuo nome,
    O sciagurato reo?
                     —Sono Ebelino
    Da Villanova, amico tuo.
                            —Rigetto
    L'amistà d'un fello: giudice seggo.
    Che macchinasti co' Lombardi?
                                  In viso
    L'accusato guardollo, e non rispose.
      E Guelardo:—A lor trame eri secreto
    Eccitator; t'offrìan lo scettro, e pronta
    Stava tua destra ad accettarlo in giorno
    Ch'ansio esitavi a stabilire, in giorno
    Che, la mercè di Dio, non è spuntato.
    V'ha fra i complici tuoi chi tua perfidia
    Al tribunale attesta.
                         E poichè muto
    Serbavasi Ebelin, vengon a un cenno
    Que' testimoni nella sala addotti.
      Eran duo di que' truci esclamatori
    Di libertà, di civiche vendette,
    Di patrio amor, che ne' consessi audaci
    Della rivolta più fervean, più scherno
    Scagliavan sui dubbianti e sovra i miti,
    E più capaci d'affrontar qualunque
    Parean supplizio, anzi che mai parola
    Di codardia pel proprio scampo sciorre.
      Questi eroi da macelli, questi atroci
    Ostentatori d'invicibil rabbia,
    Come fur tolti a lor gioconde cene,
    E gravato di ferri ebbero il pugno,
    E il patibolo vider,—tremebondi
    Quasi cinèdi, le arroganti grida
    Volsero in turpi lagrime e in più turpi
    Esibimenti di riscatto infame,
    Altre teste al carnefice segnando.
    Ad Ebelino in riveder coloro
    Isfuggì un atto di stupor:—Voi dunque?
    Voi?… Ma, qual maraviglia? Oh! ben a dritto
    Io sempre le feroci alme ho spregiato,
    E ben diceami il cor quali voi foste!
    Ed appunto perchè troppe vid'io
    Alme siffatte là nelle congrèghe
    Ove il mio plauso si cercava indarno,
    E pochi vidi eccelsi petti, avversi
    Ad insolenza e a stragi, io mestamente
    Presentii di mia patria obbrobri e pianto,
    S'ella sorda restava a' preghi miei,
    E alle minacce mie, quando insensata
    Io vostr'impresa nominava e iniqua.
      I testimoni balbettaro, e fisi
    Gli occhi loro in Guelardo, il concertato
    Calunnïar sostennero. Ebelino
    Più non degnolli di risposta, e chiese
    D'esser condotto anzi ad Ottone a cui
    Parlar volea.
                 Respinge inutilmente
    Guelardo quest'inchiesta, e così forte
    La ripete Ebelin, ch'un de' seduti
    A giudicarlo generoso alzossi,
    Sclamando:—La tua brama, o il più infelice
    Fra gli accusati, porteranno al trono
    Le labbra mie.
                  Null'uom potè di quella
    Anima schietta rattenere i passi:
    Move all'Imperador, franco gli parla,
    E il pio monarca inducesi al colloquio.
      Mentre dunque l'afflitto incoronato
    Nelle regali, splendide pareti
    Aspettava che a lui tratto venisse
    Il già caro Ebelin, nella memoria
    Gli ritornavan gli alti e numerosi
    Servigi di quel prode, e l'amicizia
    Che al magno Otton, suo padre, avealo stretto;
    E commoveasi ripensando quante
    Volte quell'Ebelin con tenerezza
    Lui prence fanciulletto infra le braccia
    Portato avea, quante paterne cure
    Prese per lui, quanti affrontati in guerra
    Per sua difesa ardui perigli,—e il core
    Gli si volgea a clemenza.
                             Ode sonanti
    Nelle vicine sale i trascinati
    Ferri del prigioniero, e gli si gela
    Di pietà il sangue. E quand'entrare il vede
    Pallido, smunto, gli si gonfia il ciglio,
    E magnanimo pianto a stento cela.
      Ebelin pur commosso era, calcando
    Con vincolato piede oggi i tappeti,
    Che tante volte avea con dominante
    Passo calcati, e intorno a sè veggendo
    Tanti, che in altro tempo a lui dinanzi
    S'inchinavan temendo, ovver felici
    Andavan s'egli a lor stringea la destra,
    E ch'or s'atteggian contegnosi, e quali
    A sterile pietà, quali ad insulto.
      Giunto Ebelino alla presenza augusta,
    Piegasi reverente, e aspetta il cenno:
      —Favella, sciagurato: uom con più caldo
    Fervor non brama tue discolpe.
                                  —Sire,
    La mia innocenza esser dovriati scritta
    Ne' lunghi intemerati anni ch'io vissi
    Di tua casa al servizio e dell'onore.
    In inganno te volto han miei nemici,
    E me calunnia opprime.
                          —A tue parole
    Aggiungi prova, e riputato il sommo
    De' tuoi servigi questo fia da Ottone.
      —Se a te prova non son gli atti che oprai
    Alla luce del sol, l'abborrimento
    Sperimentato mio contra ogni fraude,
    Contr'ogni ingiusta ambizïon; se nulla
    A te non dicon queste mie sembianze
    Imperturbate in così ria sventura,
    Preclusa è a me di scampo ogni fiducia;
    Anzi alle leggi mia supposta colpa
    È attestata abbastanza. Altro non posso
    Se non gli estremi del mio zelo sforzi
    In quest'istante consecrarti, o sire,
    Tai verità parlandoti, che forse
    Più non udresti, se da me non le odi.
      —T'ascolto, disse il rege.
                                 Ed Ebelino
    La propria causa obblïar parve, e diessi
    A svolgere di stato alti consigli,
    I bisogni quai fossero additando
    Delle schiere, del popol, dell'altare,
    De' tribunali, e della reggia stessa:
    Quali i provvedimenti unici, rotti
    Ed efficaci ad impedir l'ebbrezza
    Delle rivolte, a raffermar lo impero:
    Quali de' prischi imperadori, e quali
    Del magno Otton le più laudabili opre,
    E quai le insane; e come arduo ognor sia
    Seguir le prime e non errare; e come
    Gli egregi prenci a errar tragge talvolta
    Adulante caterva. Accennò alcuni
    Del sir lusingatori, accennò il vile
    Cangiarsi di Guelardo: e brevi furo
    Su lor suoi detti, e non degnò que' nomi
    D'anime basse proferir neppure.
    Ma que' rapidi detti eran gagliardi,
    Siccome piglio di paterno braccio,
    Che sovra l'orlo d'un dirupo afferra
    Perigliante figliuolo.
                          Otton si scuote.
    Da verità sì energiche, da senno
    Sì giusto e luminoso ed esaltante
    Non era stato mai colpito. In altri
    Colloqui a' dì felici il buon ministro
    Parlava il ver, ma forse in più gradita
    Guisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.
    Ora è il parlar solenne, il grido urgente
    D'uom, che vicino a morte anco un tributo
    Di fedeltà solve al monarca e al dritto,
    Tutto dicendo che giovar del pari
    Sembrigli al trono e alle regnate genti.
      Alla beltà del vero e del coraggio,
    E di quel dignitoso intenerirsi
    Che da alterezza vien compresso, e pure
    Nella voce si sente e ne' benigni
    Sguardi si vede, unìasi in Ebelino
    Da natura sortita un'armonìa
    Di nobili sembianze e di contegno,
    Talchè valor più prepotente dava
    A sua favella, ed escludea il supposto
    D'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,
    E facea forza a Otton. Perocchè Ottone
    Stranier non era a simpatia per cuori
    Di grandissima tempra. E fu vicino
    A cedere, a gettare ambe le braccia
    Del prigioniero al collo, al gridar:—Falsa
    Tengo ogni accusa contro al mio fedele!
      Ma Sàtan vide quell'istante, e spinse
    Tëofania d'Augusto in cerca.
                                Bella
    Era la greca donna e di vivaci
    Grazie adorna, e scaltrissima e pungente
    Ne' suoi sarcasmi, ed irridea talvolta
    La bonaria alemanna indol con motti
    Quasi di spregio; e di quei motti spesso
    Arrossia Ottone. E perocch'egli amava,
    L'affascinante sposa, ambìa piacerle
    E far pompa d'accorta alma inconcussa,
    E a tal cagion solea de' generosi
    Sensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.
      Salutata dall'armi, il passo inoltra
    Fra le colonne di que' regii lochi
    La incoronata, e stabilisce e freme
    In vedere Ebelino; e sovra Ottone
    Lancia quel guardo che dir sembra:—Stolto!
    Sedur ti lasci?
                   Tanto, oimè, bastava
    A confondere il sire! Eccol a un tratto
    Con più severa maestà atteggiarsi
    Verso il captivo, e dir:—Riedi: a me il vero
    Tutto paleserassi; e tu, innocente,
    Gloria n'avrai; prevaricato, morte.
      Torna Ebelino al carcere, e già scerne
    Che inevitata è per lui morte. Oh come
    Lenti di nuovo i dì, lente le notti
    Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi
    D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,
    Ed il perpetuo tenebrore—e i cibi
    Immondi e scarsi—e l'aspreggiante voce
    Di questo o quello sgherro—e il frequent'urlo
    D'altri prigioni disperati, in cupe
    Vicine volte seppelliti—e il suono
    De' ceppi loro, e quel de' propri—e il canto
    Osceno del ladron che, bestemmiando,
    La forca aspetta—e i gemiti dell'egro
    Forse non reo che sulla paglia spira—
    E il sollecito passo delle guardie
    Che dicono: «È spirato!»—e questo detto
    Che l'echeggiante corridoio in guisa
    Ripete orrenda—e il pianto d'un amico
    Che, udendo il nome dell'estinto, grida
    Dal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»—
    E per dispregio di quel pianto il ghigno
    Od il sibilo infame di coloro
    Che trascinano il morto—e, con siffatta
    Serie d'inenarrabili vicende
    Di castel, che i perenni affigurava
    Dell'abisso tormenti, il ricordarsi
    De' dì sereni che svanìr, de' plausi,
    Delle liete speranze, e, più di tutto,
    De' dolci affetti—ah! quella è tale immensa
    Congerie di dolori e di spaventi,
    Che dissennar minaccia ogni più forte
    E sdegnoso intelletto! E se si ponno
    Da intelletto simil serbar talvolta
    Contro all'empia fortuna altero scherno,
    O pensieri di pace e di perdono,
    E di fede nel cielo, ahi! pur quell'ora
    Amarissima vien che ineluttata
    Mestizia il cor miseramente serra,
    E non v'è chi consoli! Ed altre pari
    A quell'ora succedono, e d'angoscia
    In angoscia si cade! Ed un'ardente
    Smania investe il cervello, ed impazzato
    Esser si teme o brama! E il generoso
    Petto chiuder non puossi all'irrüente
    Piena dell'odio che in lui versan mille
    Della viltà degli uomini memorie!
    E feroce si resta, e di sè stesso
    S'inorridisce e sclamasi:—«Son io,
    Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»
    E chiedesi all'Eterno, e lungamente
    Chiedesi invan, d'amore una scintilla!
      Quelle angosce conobbe anco Ebelino,
    Ed allora invisibile al suo fianco
    Sàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,
    Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad ira
    E a disperazïon trarlo potesse.
    Ed Ebelin pur resistea, e pensava,
    In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,
    Che sublimò i dolori, e fu ludibrio
    D'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,
    Che insensatezza all'occhio è de' felici,
    Insensatezza non pareagli, ed alta
    Storia pareagli che gli oppressi in tutti
    Lor martirii nobilita; e volgendo
    Quella storia ammiranda, a poco a poco
    Ammansava gli sdegni e perdonava.
      Ma la parte del cor, che più dolente
    Sanguinava, era quella ove scolpite
    Stavan due care fronti. Una è la fronte
    Della madre decrepita che in pace,
    All'ombra degli altar, da parecchi anni
    Viveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quella
    Della madre d'Augusto. Ambe le antiche
    Serrava il chiostro istesso, e raramente
    Alla reggia venìan; che ad Adelaide
    Odïosa la reggia erasi fatta
    Per l'imperar della superba nuora.
      —Qual sarà stato di mia madre, e quale
    Dell'onoranda Imperadrice il core,
    Allorchè udir la mia sventura? Iniquo
    Esse, no, non mi tengono! Esse almeno,
    Mentre a tutti i mortali il nome mio
    In abbominio fia; caro l'avranno!
      Così geme Ebelino. Un dì, ottenuto
    La madre alfine ha di vederlo, e scende
    Alla prigion del figlio. Oh inenarrati
    Di quel colloquio i sacri detti e i sacri
    Abbracciamenti! Oh qual pietà! Una madre
    Che riscattar col sangue suo non puote
    Di sue viscere il frutto! ed il più amante
    Figlio che di sua madre, ahimè! in secreto
    Deplorar dee la lunga vita!
                               Il giorno
    Che dalla inconsolabil genitrice
    Fu Ebelin visitato, oh da qual notte
    Seguito fu! L'espandersi de' cuori
    Nella sventura, è de' sollievi il sommo;
    Ma dopo tal sollievo, allor che mesto
    Il prigionier dalle pietose braccia
    Di persona carissima è staccato,
    E solingo riman, quanto più dura
    Gli è solitudin! Quanto più affannoso
    Il desiderio de' bei tempi in cui
    Fra gli amati vivea! Quanto più viva,
    Più lacerante la pietà ch'ei sente
    Di sè stesso e d'altrui!
                            Me a tal dolore
    Stranier non volle il Cielo, e in ripensarti,
    O decennio del carcere, infiniti
    Strazi ricordo, ma il più acerbo è forse
    Quand'io, abbracciato il genitor, partirsi
    Da me il vedea; quand'io, calde le labbra,
    Del bacio suo, dicea:—Questo è l'estremo!
      Non un decennio, ma più lune ancora
    Durar gli allarmi d'Ebelino. Ei forse
    Nel giudizio di Dio gli accusatori
    Sperava iniqui col possente acciaro
    Düellando atterrar. Chi d'Ebelino
    Avea la forza e la destrezza? E quanta
    Forza o destrezza in düellar non dona
    Senso d'intemerata anima offesa!
    Ma tai giudizi Iddio forse abborrendo,
    Non volle che sancito il reo costume
    Per Ebelin venisse; o del demonio
    Opra fu l'impedirlo. Il pestilente
    Aere del carcer nell'oppresso infonde
    Maligni influssi, ed eccolo abbattuto
    Da insanabili febbri. Il derelitto
    Pur talvolta illudeasi, immaginando
    Che alcun de' tanti, su cui sparsi avea
    Suoi benefizi, or con repente mossa
    D'onore e gratitudin s'offerisse
    A combatter per esso:—attese indarno.
      Spunta il dì della morte, ed Ebelino
    Vien tratto innanzi a' giudici; e Guelardo
    La sentenza gli legge! Il condannato
    Udì, chinò la fronte, e rese grazie
    Tacitamente a Dio che al sacrificio
    Termine alfin ponesse; e bramò ancora
    Una volta veder la genitrice.
      Venne l'antica, e insiem si consolaro
    Con nobil forza alterna, e con alterne
    Religïose cure. Ella ed un pio
    Ministro del Signor soli eran consci
    Dell'innocenza d'Ebelin. Veloce
    Scorre quel sacro tempo, e omai gl'istanti
    Sovrastan del patibolo. Umilmente
    Prostrasi ancora innanzi al sacerdote
    Il giusto cavalier; quindi si prostra
    Anzi alla madre, ed ella il benedice,
    E si dividon sorridendo, e in cielo
    Riabbracciarsi in breve speran.
                                   Move
    Per le vie tra i carnefici, agguagliato
    Al più vil masnadiero, e contro a lui
    Insane urla di scherno alzan le turbe.
      Di quegl'inverecondi ultimi segni
    Dell'odio altrui stupìa, ma per le turbe
    Egli pregava. Ed arrivato al palco,
    Con fermo passo ascese, e parlar volle;
    Ma sue parole non s'udir, sì orrendi
    Vituperi sonavano. Ed allora
    Accennò egli medesimo al percussore,
    E siede sullo scanno, e tosto il collo
    Mise sul ceppo—e la mannaia cadde!
      L'angiol della calunnia, abbenchè indurre
    Non avesse potuto alla bestemmia
    Il retto cavaliere, e or si rodesse
    Invido i pugni, l'alta anima a Dio
    Salir veggendo—audacemente «Ho vinto!»
    Volea sclamar. Ma pria che la menzogna
    Intera uscisse dell'infame petto,
    Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardo
    Spirto ravvolser negli eterni abissi.
      Ov'è il Giuda novel?—Perchè perduto
    Delle guance ha il vermiglio, e la baldanza
    Della voce e del guardo?—E perchè al riso
    Che da Tëofania volto gli è spesso
    Non ride, e gli occhi abbassa, o spaventato
    Mira a destra e sinistra?—E perchè a sera,
    Se in luoghi oscuri passa, affretta il piede
    A illuminata parte, e ansante giunge
    Quasi inseguito fosse?—E perchè cerca
    Talor per via i mendici, e su lor versa
    A piene mani l'oro, e di lor preci
    L'aiuto invoca, e inefficaci poscia
    Di quei le preci ei furibondo chiama?—
    E perchè ne' festini alcune volte
    Cionca e sghignazza, e intrepido si vanta
    Contro a tutte paure, e quando a letto
    Va nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fido
    Servo chiede il cilicio e se lo cinge?
      Pentimento ei bramava, e scellerata
    L'alma era fredda, e a pentimento chiusa.
      Un dì, colui con altri sommi duci
    Passò a fianco d'Otton sovra la piazza,
    Ove ancor d'Ebelino ad alto palo
    Vedeasi infisso il teschio. Il traditore
    Volea finger letizia, e le pupille
    Miseramente stralunava, e insieme
    Forte i denti batteangli. Ottone il guarda,
    E vacillar sovra l'arcione il vede,
    E a sostenerlo accorre.
                           —Oh! che ti turba?
    Oh! che ti turba? Gli ripete.
                                 —È desso!
    Sclama Guelardo, il mio tradito amico!
    Chi dal giusto immolato mi sottragge?
      E prepotenza di rimorso invitta,
    Ma non pia, lo costringe. Ei maledice
    E terra e ciel, ma l'alto arcano svela.
    Folto drappello d'ottimati, e folta
    Moltitudin di volgo al confessante
    Fa cerchio, e inorridisce a sue parole,
    Tutta imparando la esecrata istoria.
    Da tanti petti universal s'innalza
    Un lamento:—Oh sventura! oh atroce colpa!
    Il caduto Ebelino era innocente!
      Ed Otton più che gli altri inconsolato
    Raccapricciando grida:—Oh me infelice!
    Era innocente, e trarre a morte il feci!
      Il traditor nel suo sangue stramazza.
    Qual mano il colpo diè primier? Mal puote
    Fama saperlo. I più disser che ratto
    Un ferro in cor si configgesse il tristo,
    Altri che Otton percosselo. Il tumulto
    Ferve con rabbia orrenda. In cento brani
    Ecco lacero, pesto, annichilato
    Il cadavere infame. E s'inchinaro
    D'Ebelino anzi il teschio e imperadore
    Ed ottimati e popolo, e nel tempio
    Dato fu loco alla reliquia santa.
      Alto clamor di giubilo e di rabbia
    Rimbombò nell'inferno, al piombar quivi
    Il traditor, ma sol menonne festa
    L'abbietta e sciocca de' demonii plebe:
    Il lor superbo re, poste con ira
    Su Guelardo le luci e le calcagna,
    Urlò:—Che gloria alma sì vil mi reca!