ILDEGARDE
CANTICA.
Anche l'Ildegarde è una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione, quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano le felici ispirazioni della gioventù.
ILDEGARDE.
Pars bona mulier bona. (Eccle. c. 26, 3.)
—Perchè alle torri del superbo Irnando
Sempre drizzi lo sguardo, o mio Camillo?
—Sposa, io molto l'amava; e in questi giorni
Di nevose bufère, ognor la dolce
Nostra infanzia mi torna alla memoria,
Quando, arridenti il padre suo ed il mio,
O di soppiatto noi dalle castella
Usciti, incontravamci appo la riva
Congelata del Pellice, e lung'ora
Qua e là sdrucciolon ci vibravamo
Ridendo e punzecchiandoci e luttando,
E sul ghiaccio cadendo, e (bozzoluta
Indi spesso la fronte o insanguinata)
Tornando a casa lieti e tracotanti.
Allora il padre suo, se all'un di noi
Vedea della caduta in fronte il segno,
Chiedevagli: «Hai tu pianto?» Ed il ferito
Gridava: «No.» Ed a tal risposta il vecchio
Lo prendea fra le braccia e lo baciava,
L'amor lodando de' perigli e il gaio
Scherno d'un mal, che sol le carni impiaga,
E nulla può sull'anima del forte.
Un dì, com'or, fioccava a larghe falde
Di dicembre la neve, ed ambo agli occhi
De' parenti sottrattici e de' servi
Discendemmo ciascun nostra pendice,
E ai cari ghiacci convenimmo. Assai
Sdrucciolammo e ruzzammo, e le condense
Pallottole durissime a diversa
Meta lontana, in alto o pe' dirupi,
Scagliammo a gara, acute urla di gioia
Ripercosse da acuti echi levando.
Men da stanchezza mossi che da fame
Ci abbracciamo, e ciascun monta i suoi greppi
Anelante alla cena. A quando a quando
Ci volgevam guardandoci, ed allora
Che, già molto remoti, un veder l'altro
Più non potea, salutavamci ancora
Con prolungati affettüosi strilli;
E questi udìansi dalle due castella,
E mia madre s'alzava, e tremebonda
Al balcon della torre s'affacciava,
Incerta se di gioco o di dolore
Voci eran quelle. Ah! in voci di dolore
Odo mutarsi quella sera infatti
Le grida dell'amico: «Al lupo! al lupo!»
Ripeteva egli disperato. Io sudo
Di spavento, ciò udito, e immaginando
Di quel caro il periglio. I clivi scendo
Novamente precipite: il ghiacciato
Pellice varco, e per gli opposti greppi
Affannato m'arrampico ed appello:
«Irnando mio! Irnando mio!» Salito
Egli era sovra un olmo. Eccol veloce
Scendere a me. Ma il lupo allontanato
Ritorce il passo, e verso noi s'avventa.
Ambo ascendiam sull'arbore, e costrettï
Lunghissim'ora ivi restiam; chè intorno
Incessante giravasi la fiera.
Oh come su quell'olmo il dolce amico
Teneramente mi stringea al suo seno,
Il mio ardir rampognandomi! Ei dicea
Aver alto gridato «Al lupo! al lupo!»
Per la speranza ch'io vieppiù fuggissi,
E tristo incontro pari al suo scansassi.
«E tu invece, oh insensato! ei ripetea
Vanamente arrischiasti i cari giorni
Per aïtar l'amico, o coll'amico
Preda morir di quelle orrende zanne!»
Ciò dicendo ei piangeva, ed io piangeva
Suoi cari lacrimosi occhi baciando,
E tal commozïone era profonda,
Delizïosa per entrambe! oh come
Sentivamo d'amarci! oh quanto vere
Sonavan le proteste, asseverando
Che l'un per l'altro volontier la vita
Donata avrìa!—Dall'olmo alfin veggiamo
Scender di qua e di là dalle pendici
Fiaccole ardenti. Eran d'Irnando il padre
Ed il mio che venìan, co' loro servi,
Degli smarriti figliuoletti in cerca.
Sgombrava il lupo a quella vista; e noi
Dall'arbore ospital lieti calammo,
E saltellanti sulla neve, incontro
Movemmo ai genitor, con infinito
Cinguettìo raccontando, io la paura
Ch'ebbi di perder l'adorato amico,
Egli la mia temerità e la prova
Che in questa aveavi di gagliardo amore.
Oh qual sera di gaudio! oh quanta lode
Al fratellevol nostro affetto i duo
Parenti davan! Come altero Irnando
Mostravasi di me! Com'io di lui!—
Di nostra püerizia i dolci giorni
Da mille vicenduole ivan cosparsi,
Che all'uno e all'altro certa fean la mutua
E generosa fede! E così stretto
Vincol di due schiettissim'alme… il tempo
Dovea spezzarlo!
In questa guisa geme
Il cavalier Camillo. Ed Ildegarde
Dalle corvine chiome e dalla svelta,
Maestosa statura:—O sposo amato,
Perdona, prego, al mio pensier; non colpa
Fu in te forse d'orgoglio! Hai tu alcun passo
Nobilmente tentato al benedetto
Dagli Angioli e da Dio pacificarvi?
—Di nostre nozze intera anco non volge
La luna, o mia diletta, e mal conosci
Del tuo Camillo il cor. Non di rossore
Perciò si tinga il tuo bel volto, o donna:
Garrir, no, non ti voglio: imparerai
Col tempo qual possanza in questo core
Abbian gli affetti. Se tentai? Se dieci
Volte l'orgoglio mio non s'immolava
Per racquistarmi quell'amico? Indarno
Ei più non è quello di pria: uno spirto
Di maligna superbia il signoreggia:
Ei (tu vedi s'io fremo a questo detto!)
Ei mi dispregia!—
L'arrossita dianzi
Ildegarde a tai detti impallidiva,
Mostrüoso sembrandole il destarsi
Dispregio in chi che sia verso un mortale
Sì per cavallereschi atti famoso,
Qual era il pio Camillo. E l'abbracciava
Vibrando sguardi or con gentil disdegno
Alla torre d'Irnando, or con desìo
Passïonato al caro sposo. E sguardi
Tai gli dicean: «S'altri spregiarti ardisce,
La stima ten compensi in ch'io ti tengo.»
Qual della inimistà la cagion fosse
De' duo generosissimi, in diversi
Inni diversamente i trovadori
Cantan d'Italia. Applaudon gli uni a Irnando,
Che, ito in Lamagna giovinetto, ad uno
De' contendenti re sacrò il suo ferro;
Altri a Camillo applaudon, che s'accese
Pel secondo aspirante al real trono,
Ma aspirante illegittimo. Speraro
Camillo e Irnando un l'altro süadersi
All'abbracciata parte. E l'un de' duo,
Non si sa qual, trascorse a villanìa.
Furor di fazïon trasse dapprima
Questo e quello davvero a stimar vile
Il già sì caro amico. Assai palese
Delle avversarie crude ire sembrava
L'iniquità ad Irnando: ei non potea
Creder che onesto intento in alcun fosse,
Il qual per esse parteggiasse. Al pari
A Camillo parea dell'altra causa
Evidente l'infamia essere al mondo.
In qualunque dei duo fallisse primo
La carità di confratello, e germe
Altro o no di rancor vi si aggiungesse,
Furon veduti inferocir nel campo
Come leoni. Ma l'atroce guerra
E l'alterna fortuna delle insegne
Loco porgean a esercitar da entrambe
Parti eccelse virtù. Cento fïate
Camillo e Irnando, ad ammirarsi astretti,
Dicean ciascun tra sè: «L'amico mio,
Sebben malvagio, egli è un eroe pur
sempre!»
Già quegli anni di sangue or son passati;
Già molte spente sono illusïoni
Nelle agitate lor menti guerriere,
Benchè in età ancor verde. Eppur concordia
Lor generose palme, ahi! non rinserra.
Beato d'una sposa era anche Irnando,
E questa il dolce avea nome d'Elina,
E di più figli era già madre. Il cielo
Dato le ha cor fervente, ed intelletto
Gentil, ma entusïastico. Natìe
Le pedemontanine aure in che vive
A lei non son; romano è sangue; e il padre
D'Elina, de' ribelli ognor nemico,
Morì con gloria in campo. Ella supporre
Non potria mai che Irnando ingiustamente
Odio porti a Camillo. A lei Camillo
Noto non è, ma sel figura indegno,
Irreconcilïabile, covante
Sempre perfidie. E motto mai non dice
Per calmare il marito allor che l'ode
Fremer contra il vicin.
Folli stranezze
Del core umano! Irnando, ancorchè fiero
Più di Camillo, e a malignar proclive,
Più bei momenti non avea di quelli,
In che, pensando alla sua dolce infanzia,
Questo o quel nobil detto o nobil atto
Del caro, oggi abborrito, ei ricordava.
In quei momenti (e rivenian di spesso)
L'alma gli sorrideva, immaginando
Quando ad entrambo tornerìa dolcezza
Esser amici ancor: ma appena accorto
Di questo desiderio, ei ripigliava
A esacerbarsi, a biasimar sè stesso
Di soverchia indulgenza, ed intimarsi
Perseveranza d'astio e di disprezzo.
Vedute in tanti cavalieri avea
Mutazïoni di principii abbiette!
Gli uni servi al buon prence, indi congiunti
Perfidamente all'avversario suo;
Gli altri farsi un Iddio del tracotante
Contenditore al trono, e poi, caduta
La sua potenza, irriderlo. E di tali
Apostasie si repetea sovente
La turpe inverecondia. E le più altere
Alme se ne sdegnavano, e temendo
Apostate parer, persistean truci
Ne' giurati decreti, ove decreti
Sconsigliati pur fossero. Ogni volta
Che Irnando dalle sue balze rimira
Il castel di Camillo, e rivolgendo
Va quanto spesso col diletto amico
In quelle sale, a quel verron, su quelle
Mura, per quel pendìo, sovra quell'erto
Ciglione, in quella valle, avea di santi
Affanni e santi gaudii conversato,
Di repente corrucciasi, e la fronte
Colla palma fregando, a sè ridice:
«Via quelle stolte rimembranze! obbrobrio
L'onorar d'un sospiro i dì bugiardi,
Che amabil tanto mi pingean quel tristo!»
Men concitato da alterigia, avea
Camillo a dame ed a baroni ufficio
Pacifero richiesto. E quelle e questi
Sordo trovaro a lor parole Irnando.
Ma alla dolce Ildegarde or molto incresce
Questa fera discordia; ognor paventa
Che i fremebondi prorompano a guerra.
—Freddi interceditori, o sposo mio,
Forse fur quelle dame e que' baroni
Di cui mi narri. Di te degno oh come
Stato sarebbe il presentar te stesso
Con amabil fidanza e quell'iroso!
—Che parli, o donna? Io, non colpevol, io
Codardamente supplice a' suoi piedi!
—Codardìa consigliarti, o mio diletto,
Potrebbe mai la sposa tua? Dinanzi
A lui, supplice no, ma con onesta
Securtà mosso io ti vorrei. Da quanto
Pinger mi suoli di quel prode offeso,
Incapace ci sarìa di fare ingiuria
A chi chiedesse entro sue torri ospizio.—
Se il pio consiglio accolga, esita alcuni
Giorni Camillo; indi alla sposa:—O amica,
A tanto, no, non posso umilïarmi;
Ma non perciò mi ristarò da speme
Di pacificamento. Un messaggero
Mai non mandai direttamente ancora
Con parole d'onore all'orgoglioso.
Forse gli estranei intercessori sdegna,
Ma vedendo a sè innanzi un mio scudiero,
E amici detti per mia parte udendo,
Commoverassi, e non vorrà esser meno
Generoso di me.—
Compie Camillo
La divisata prova. Indi attendea
Il ritorno del messo, e d'una sala
Passava in altra irrequïeto, e indugio
Soverchio gli sembrava.
—Il furibondo
Sdegnasse dare all'invïato ascolto?
O frodoloso intento, o vil lusinga
D'animo impaurito ei sospettasse,
E rispondesse coll'atroce insulto
Di vïolar con carcere o con morte
La sacra testa dell'araldo mio?
Fellon! Guai se ciò fosse! A molta scese
Mansuëtudin questo cor; ma un cenno,
E rïascender lo vedresti ad odio
Maggior del tuo, più spaventoso, eterno!
Che dico? Bassa villania in quell'alma
Inebbrïata da gigante orgoglio
Non può capir. Abbietto spirto io sono
Che immaginar sì turpe fatto ardisco.
Intenerito si sarà; lung'ora
Colmerà di dolcissime domande
E d'onoranza il mio scudier; seguirlo
Qui vorrà forse, o rattenuto or fia
Da momentanee cure. A mezzo solo
Esser seppi magnanimo. Io medesmo,
Come la donna mia mi consigliava
Io, non un messo, a lui mover dovea.
Oh! alla mia vista uopo ad Irnando certo
Stato non foran più parole; in braccio
Gettato a me sariasi, e senza vane
Spiegazïoni, e dolorose, entrambo
Rïappellati ci saremmo amici.
Così tra sè il bramoso. Ed evitava,
Per nasconderle il suo perturbamento,
Della diletta sposa il dolce incontro.
Ei cammina a gran passi; o nella sedia
Breve momento s'agita, e risorge
Tosto con ansia ad amor mista e ad ira,
Or all'una effacciandosi, or all'altra
Delle fenestre, or fuor della ferrata
Negra sua porta uscendo, e non badando
Al can che gli si appressa, e rispettoso
Scuote la coda, e abbassa il ceffo, e spera
Dalla man signorile esser palpato.
Dai merli del terrazzo alfin gli sembra
Lo scudier ravvisare. È desso, è desso.
Al cavalier rimescolasi il sangue,
E contener non puossi. Il ponte varca,
Discende in fretta la pendice; incontro
Al vegnente lo stimola sfrenata
Smania d'udir.
—Perchè sì tardo movi?
Gridagli.—
I passi addoppia il fido, e parla:
—Signor del tuo nemico entro la soglia
Appena addotto io fui…
Camillo udendo
Suo nemico nomarlo, impallidisce:
E l'altro segue:
—Appena addotto io fui,
I sensi tuoi gli esposi.
—In quali accenti?
—Quali a me li dettasti. Oh cavaliero!
Dissigli, il signor mio, dopo ondeggiante
Con sè stesso luttar, cede al bisogno
Di ricordarti sua amistà, di sciorre,
Per quanto è in lui, quel gel, che rie vicende
Frapposto aveano fra il suo core e il tuo.
Io proseguir volea. Rise il superbo
Amaramente, ed esclamò: Non gelo,
Ma orrendo sangue è fra i due cor frapposto!—
Proseguii nondimen, tuoi decorosi
Sensi esponendo. A' primi istanti vinto
Da prepotente anelito parea,
Sebbene al riso s'atteggiasse ognora,
Ed ostentasse di vibrarmi i guardi
Della minaccia e del dispregio. Ei detti
Di maggiore umiltà dal labbro mio
Certo aspettava. Non trascesi: umìle,
Ma dignitosa serbai fronte e voce;
Ed ei sognò ch'io lo schernissi. Audaci
Son tue pupille, o giovine! proruppe;
Abbassale!—Non già! Timor non sente,
Risposi, di Camillo un messaggero.
—Mandotti il temerario ad insultarmi?
Riprese urlando, a far vigliacca prova
Della mia pazïenza? A tentar s'io
Contaminar vo' mia illibata fama,
Tua vil pelle col mio ferro toccando,
O alle fruste segnandola? Va, stolto
Incettator di vituperi e busse;
Riporta al signor tuo, ch'uom che si pente
De' tradimenti suoi, ch'uom che desìa
L'amistà racquistar d'un generoso,
Con ambagi non parla, e schiettamente
Dice: Il cammin ch'io tenni era turpezza.
A sì indegne parole arsi di sdegno
Per l'onor tuo. Via di turpezza mai
Non calcherà, mai non calcò il mio sire!
Gridai. Ruppe il mio grido, e con un fiume
Di fulminea infrenabile eloquenza,
Tutta rammemorò la sciagurata
Storia del trono combattuto. E questa
Fu una trama, al dir suo, d'illustri iniqui
Striscianti a piè del volgo, e lordamente
Convenuti d'illuderlo e spogliarlo.
E tu…. fremo in ridirlo.
—Io? Segui.
—Un vile
Patteggiator di condivisa infamia,
E condivisi lucri.
—Ei ciò non disse!
Ei ciò non disse!
—Il giuro.
—E non troncasti
La scellerata voce entro sua gola?
—La troncai svergognandolo. E costretto
Fu ad arrossire e replicar: Non dico
Ch'ei fosse, ma parea di condivisi
Lucri patteggiatore, e per lavarsi
Di macchia tal non bastano le ambagi.
Solennemente si ricreda, e provi
Che insensato, ma mondo era il suo core;
Provi ch'egli esecrato ha le perfidie
De' nemici del re; ch'egli esecrato
Ha l'opre inique ond'or l'impero è afflitto!
Viltà sembrato mi sarìa modesti
Accenti opporre ad arroganza tanta.
Tel confesso, signor: ciò che gli dissi
Appena il so. Non l'insultai, ma cose
Di foco, certo, mi piovean dal labbro
Contro a' denigratori; e di te laude
Tal gli tessei, che fu colpito e plause.
Va, buon servo, mi disse; amo il tuo ardire,
ma non del tuo signor la ipocrisia.
—Oh ciel! diss'egli ipocrisia? Ingannato
Non t'han le orecchie tue?
—Disselo, il giuro.—
A queste voci il cavalier si torse
Rabbïoso le mani, e con un misto
Di voluttà e di fremito, in più pezzi
Franse un anel, che dono era d'Irnando,
Ed a' caduti pezzi impallidendo
Il piede impose, e li calcò nel fango.
—È finito! proruppe.—Ed iracondo
Lagrimava, nè udia del messaggero
Parola più, nè rispondeagli.
A guerra
Precipitato contra Irnando ei fora;
Ma nol permise il ciel. D'una sorella
Alla difesa mover dee Camillo,
La qual di Monferrato all'erme balze
Co' pargoletti suoi vedova geme,
Da illustri masnadieri assedïata.
Solinga intanto ecco Ildegarde. E voti
Per la salute dello sposo alzando,
E per la sua vittoria, e pel ritorno,
Pur trema che allorquando ei dalle pugne
Rieda di Monferrato, incontro al sire
Del vicino castel rompa la guerra.
Un dì mirando quel castel, le cade
Nell'animo un pensiero;—E s'io medesma
Colà traessi, e mia nobil fidanza
Vincesse il cor della romana altera
E del truce baron?—
V'ha certi miti
Senni, e tal era d'Ildegarde il senno,
Che pur sono arditissimi, e formato
Gentil proposto, se pur arduo ei paia,
Tentennan poco, ed oprano. Tranquilla
Il seguente mattin, poichè alla messa
Nel delubro domestico ha innalzato
Il femminil suo spirto appo lo Spirto
Che regge i mondi e agli atomi dà forza,
Ildegarde s'avvia sovra il suo bianco
Palafreno seduta. A lei corteggio
Sono una damigella e due famigli.
Quand'ella giunse a' piè dell'alte mura
Del castello d'Irnando, un momentaneo
Palpitamento presela, e memoria
Di perfidie tornolle, ahi troppo allora
Frequenti fra baroni! e pensò quale
Disperato dolor fora a Camillo,
Se il visitato sire oggi smentisse,
Brïaco d'odio, il vanto invïolato
Che di leal s'ebbe sinora! Il guardo
Volse alla damigella; e impallidita
Era al par d'essa. Il guardo volse ai duo
Famigli, e impalliditi erano, e osaro
Interroganti dir:—Retrocediamo?
—Stolti! diss'ella; e rise, ed innoltrossi.
Intanto del castello in ampia sala
La romana bellissima traea
Dalla ricca di gemme ed indorata
Conocchia il molle lino, e fra le punte
Di due candide dita lo umidiva;
Indi con grazia angelica all'eburneo
Fuso il pizzico dava, e con accento,
Che a labbra subalpine il ciel ricusa,
Cavalleresche melodie cantava.
Belli come la madre accanto a Elina
Sedeano un bimbo ed una bimba, a lei
Innamoratamente le pupille,
Da negre e lunghe palpebre ombreggiate,
Alzando vispe, e ogni ultima parola
Della strofa materna ripetendo
Con cantilena armonïosa d'eco.
Ed a quest'eco s'aggiungea la grave
Voce del padre lor, che per la caccia
Un arco preparava, e spesso l'arco
Ponea in obblìo, l'affascinante donna
Mirando e i figli, ed i lor canti udendo.
Portavan l'aure il suon del fervid'inno
D'Ildegarde all'orecchio. Ella scendea
Dell'arcione, ed a' paggi sorridente,
Ma con trepido cor, dicea il suo nome.
Qual fu d'Irnando la sorpresa! Ascolto
E onore a dama diniegò egli mai?
Qual pur siasi Ildegarde, ei le va incontro
Con reverente cortesìa, e l'adduce
Innanzi a Elina. Alzasi questa, e posa
L'aurea conocchia, e di seder le accenna.
—Vicina mia gentil (prende Ildegarde
Così a parlar), da lungo tempo agogno
Veder tuo dolce volto, e palesarti
Un mio desìo.
—Qual? le dimanda Elina.
—D'ottener tua amistà, di consolarmi
Teco de' miei dolori.
—E che? Infelice
Sei tu? Come?…
E nel troppo accelerato
Immaginar, già Elina e il cavaliero
Presumon ch'ella fugga il ritornante
Camillo forse, ch'a lor occhi un mostro
Verso tant'altri, un mostro esser dee pure
Verso la sciagurata a lui consorte.
Ad Ildegarde appressansi amendue,
Ed Irnando le dice:—Il ferro mio
Non fallirà, s'hai di mestier difesa.
Ma oh stupor! La soave, in altro modo
Che non credean, prosegue:
—Il sol non vede
Donna di me più dal suo sposo amata,
O buona Elina, e anch'io, quando al castello
È il mio signore, ed io filo cantando,
Spesso il miro al mio fianco, ed accompagna
La mia colla sua voce; e molte volte
Abbaian nel cortile i guinzagliati
Cani pronti alla caccia, ed alla caccia
Propizio è l'aer di levi nubi sparso,
Ed ei pur meco stassi, ed al cignale
Fino al seguente dì tregua consente.
Ignoto ad ambo è il tedio, o se noi colse
Alcuna volta, mai non fu quand'uno
All'altro amato cor battea vicino.
Ed oh a qual segno in esso, in me, di nostra
Solinga vila crescerà l'incanto,
Allor che a noi (se il ciel pietoso arrida
Alla dolce speranza!) uno o più figli,
Siccome questi, fioriranno a lato!
S'interrompe Ildegarde, e per gentile
Impeto d'amorosa alma commossa,
O per arte gentile, o per un misto
D'impeto ed arte, i due bambin si prende,
Uno a destra uno a manca, e li accarezza
Con baci alterni e voluttà di madre,
Sì che la madre vera e il genitore
Inteneriti esultano, e amicati
Tanto per lei vieppiù si senton, quanto
A' pargoletti lor vieppiù è cortese.
—Oh come a te in bellezza, o mia vicina,
Questa bimba somiglia!
E ciò Ildegarde
Dicendo, preme lungamente il labbro
Sovra la rosea guancia paffutella
Della cara angioletta, e la baciucchia.
Poscia gitta la mano amabilmente
Sulle ricciute chiome del fanciullo,
E qua e là le palpa, indi pel ciuffo
A sè lo trae, e, baciatolo, gli dice:
—Sai tu che appunto sei, qual mi fu pinto
Da fedel dipintore, il padre tuo
Ne' suoi giorni d'infanzia? Inanellato
Il fulvo crin, larga la fronte, arditi
E amorevoli gli occhi…
E questi detti
Pronunciando Ildegarde, involontaria
O accorta, alzava paventoso un guardo
Sul cavaliero. Ed ei si perturbava
Ricordando Camillo. Allor la pia
Ambagi più non volve; e con candore
Dice quanta cagion siale di tristo
Rincrescimento il dissentir d'Irnando
E di Camillo.
—O degna Elina! ov'anco
D'uno dei duo per indomato orgoglio
Quella discordia non cessasse, amiche
Esser non possiam noi? Commiserarci
Non possiam noi di questa ria fortuna,
Ed amar nostri sposi, e niun furore
Lor condivider che sia oltraggio al dritto?
Dall'anima d'Elina un «sì!» prorompe,
E si stringono al seno.
Irnando balza
Rapito a quella vista, a quegli accenti,
E vorrìa discolparsi; ad Ildegarde
Vorrìa provar nessuna esso aver colpa
Nell'odio sorto fra Camillo e lui.
Strano mortal! mentr'ei d'inenarrati
Spregi e d'ingratitudine a Camillo
Accusa vibra, il corruccioso lagno
Con cui ne parla, non par quel dell'odio,
Ma d'un amor geloso. Ei non perdona
All'uom ch'ei tanto amava, essersi fatto
Un idol d'altra gente! aver potuto
Per nemici obblïar sì sviscerato
Fratel, qual gli era dall'infanzia Irnando.
Ciò non isfugge all'ospite avveduta,
E con lenta eloquenza insinüante,
Che più e più le udenti anime scuote,
Pinge in Camillo a que' trascorsi tempi
Un fautor generoso (errante forse,
Ma generoso) d'abbagliante insegna,
E che a virtù immolar tutto credea,
Fin le dolcezze d'amistà più care.
E come pur tal amistà in Camillo
Vivesse, ella soggiugne, e come i giorni
Sospirass'egli della pace, in cui,
Placato Irnando, il rïamasse ancora.
Dice inoltre com'ei, reduce all'onde
Del Pellice natìo, concilïarsi
Con Irnando agognava, e si valea
D'intercessori invan; come ad Irnando
Mandò il proprio scudiero, e fu respinto.
Dice gli sguardi mesti e affascinati
Di Camillo al castel del primo amico,
E a quell'arbore e a questa, e a quel vallone
Ed a quel poggio, e del torrente ai flutti
Ove insieme natavano, ed ai ghiacci
Ove lungh'ore sdrucciolon vibravansi,
Ridendo e punzecchiandosi e luttando,
E sui ghiacci cadendo, e (bozzoluta
Indi spesso la fronte o insanguinata)
Tornando a casa lieti e tracotanti.
—Oh che facesti, sposo mio? prorompe
La fervida Romana; un altro, un altro
T'eri foggiato e l'abborrivi. Io pure,
Qual lo foggiavi, l'abborrìa; ma il mostro
Che innanzi agli alterati occhi ci stava,
No, non era quel pio, cui sì dilette
Son dell'infanzia le memorie tutte,
Cui tu sempre sei caro, e che sì caro
Ad Ildegarde non sarìa, se iniquo.
—Sarebbe ver? balbetta Irnando; e il ciglio
Gli si rïempie di söave pianto.
Ei m'amerebbe ancora? Ei non per beffe
A me mandò que' freddi intercessori
Che sì mal peroravano, e quel troppo
Zelante messagger che m'inaspriva
Col suo ardimento? E ch'altro volli io mai
Ch'esser amato da colui ch'io amava?
D'odiarlo io giurava, e non potea!
Ma e se la tua benignità, Ildegarde,
Ti traesse in error! S'ei mentre alcuna
Rammemoranza di me pia conserva,
E quasi m'ama nel passato ancora,
Pur qual son m'esecrasse, ed appellarmi
Collegato di vili anco s'ardisse?
Se sconsigliati egli dicesse i passi
Che al mio castello hai mossi, e dall'irato
Cor prorompesse: «Amar non posso, Irnando!
Amarlo più non posso!»
I dolorosi
Dubbii vieppiù son da Ildegarde sgombri,
Col ricordar sull'amicizia antica
Questo o quel detto di Camillo.
—Io dunque
Era il superbo! esclama il cavaliero:
Espïar debbo mia ingiustizia. In guerra
Lunge da me l'amico mio periglia;
Ad aïtarlo di mie lance io volo.
E i suoi fidi raguna, ed abbracciate
La palpitante Elina ed Ildegarde
E i pargoletti, in sella monta e parte.
Per molti dì le due vicine a gara
Si consolavan, si pascean di speme,
E alterne visitavansi, aspettando
De' baroni il ritorno, o messaggero
Che di lor favellasse. Ascondon ambe
Il lor perturbamento, e sol ciascuna,
Quando al proprio castel siede romita,
Numera i giorni ed angosciata piange.
Quella dicendo: «Oh non avess'io mai
Conosciuto Ildegarde! Ella funesta
Forse è cagion che il mio signore è spento!»
L'altra a Dio ripetendo: «Il mio Camillo
Salva, e s'a me rapirlo è tuo decreto,
Deh ch'io presto lo segua, e per mia causa
Vedova Elina ed orfani i suoi figli
Ah no, non restin!»
Cede alla possanza
Del suo rammarco alfin l'inconsolata
Moglie d'Irnando, ed una sera asceso
Il solito cíglion con Ildegarde,
Donde vedeasi per più lunga tratta
La polverosa via, nè comparendo
I cavalieri, o messo alcun, prorompe
Abbracciando i figliuoli in disperato
Pianto, e respinge dell'amica il bacio.
—Va, sciagurata, lasciami; a' miei figli
Rapisti il genitore! A me rapisti
Colui che tutto era al cor mio! Colui,
Pel qual degli avi miei la dolce terra
Senza cordoglio abbandonata avea!
Viver senz'esso non poss'io: qual sorte
A queste derelitte creature
Verrà serbata, dacchè al padre i ferri
Tolgon la vita, ed alla madre il lutto?
Voler, voler del cielo era d'Irnando
L'inimistà pel tuo fatal consorte!
Maledetto l'istante in che, ispirata
Da infernal consiglier, lieta movevi
A mia ruina! Maledetto il nome
Di suora che ti diedi!—
Al furibondo
Grido geme Ildegarde, e invan desìa
Trovar parole per placar l'afflitta;
Invan gli amplessi iterar tenta. Ognora
Più duramente rigettata e carca
Di rimbrotti amarissimi, il cordoglio
Rispetta dell'amica, e ridiscende
Dietro a lei mestamente la collina,
D'ancella a guisa che garrita piange,
E risponder non osa. A quando a quando
Si sofferma Ildegarde, e confidata
Tende l'orecchio e nella valle mira,
Che voci udir le sembra; e quelle voci,
Ahi! manda il villanel, che dagli arati
Campi co' buoi ritorna, ed a lui cara
Son compagnia l'antica madre, curva
Sotto il fascio dell'erbe, e la robusta
Moglie, peso maggior di rudi sterpi
Con elegante alacrità portando.
Ne' dì seguenti, al consüeto poggio
Le due donne riedean, ma fremebonda
Sempre era Elina, e, tramontato il sole,
Moveva a casa delirante d'ira
E di dolore; ognor vituperata
Ma affettüosa la seguìa Ildegarde.
Odon lontane grida, e nella valle,
Come all'usato i guardi avidamente
Con palpiti d'amor gettano entrambe
E di speranza e di paura. Il cane
Drizza i villosi orecchi, ed un acuto
Insolito latrato alza, e si scaglia
Giù per la praterìa precipitoso,
Folte siepi saltando ed ardui fossi
E scoscesi macigni. E ad intervalli
Sparisce e ricompare, e tace, e abbaia,
Nè mai s'arresta.
—E sarà ver? Son dessi,
Son dessi certo! Esclamano a vicenda
Con ebbrezza febbril le desïose.
Ma se alle lance reduci or mancasse
Uno de' capitani, od ambo forse?
Oh spaventoso dubbio! Oh sventurate!
Chi ne assecura?
Sì dicendo, il passo
Raddoppiano affannate. Al piano giunte,
Odon le scalpitanti ugne veloci
D'uno o duo corridori: ah fosser duo!
Fosser de' duo baroni i corridori!
Scerner gli oggetti mal lasciava un denso
Nembo di polve. Ah sì! Lor lance appunto
Camillo e Irnando precedean, con ansia
Di riveder le dolci spose. Oh gioia!
Oh certezza felice! Il lor saluto
Suona per l'aer, ben son lor voci queste.
Eccoli; balzan dall'arcione. Oh amplessi!
Oh istante indescrittibile! E il consorte,
Poichè ciascuna ha stretto al seno, e assai
L'ha coperto di lagrime e di baci,
Ciascuna dell'amica infra le braccia
Gittasi giubilando.
—Il dolor mio
Aspra mi fea: perdonami Ildegarde.
E Ildegarde alla suora il detto tronca,
Ponendo bocca sovra bocca, ed ambe
Pur di lagrime bagnansi. I fanciulli
Preso frattanto ha fra le braccia Irnando,
E accarezzato li accarezza, e gode
Porgendoli a Camillo, e di Camillo
La nova tenerezza rimirando.
Mentre ascendono il colle, evvi un bisbiglio,
Un esclamar, un alternarsi accenti
Di cortesìa e d'amore, un romper folle
In pianto e in riso, un mescolar dimande
E risposte e racconti, e i cominciati
Detti obblïar per detti altri frapporre,
Che niun di lor cosa veruna intende.
Nel castello d'Irnando entrano. E assisi
Nella gran sala—e da donzelle e fanti
Portate l'ampie coppe—e zampillato
Fuor de' fiaschi ospitali il ribollente
Dal roseo spumeggiar bel nibbïolo—
E del giocondo brindisi i sonanti
Tocchi osservati—e roborato il core—
Allor le maschie voci alzano a gara
I baroni, e ripigliano il racconto
In più seguìta, intelligibil foggia:
—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde,
Te in così tempestiva ora spingendo
A rannodar fra Irnando e me l'amato
Vincol che stoltamente io franto avea!—
Così Camillo, e l'interrompe l'altro:
Io lo stolto! Io il feroce!—
E quei la mano
Sovra il labbro gli pon rïassumendo:
—Oh qual buon genio t'ispirò, Ildegarde!
Perduto er'io, se redentrice possa
D'amistà non venìa. L'assedïante
Ladron dapprima sbaragliai, ma il tristo
Novella frotta ragunò. Me chiuso
Nel castel della suora, egli ogni giorno
Schernìa e sfidava. Io sul fellone indarno
Prorompeva ogni giorno: ahimè! gli sforzi
Del valor mio nulla potean su tanto
Nover crescente di nemici. A noi
Già le biade fallìan, già fallìan l'armi,
E già il cessar d'ogni speranza e il cruccio
Rabido della fame a' guerrier nostri
Consigliavan rivolta ed abbandono.
Universal divenne voce alfine:
«Arrendiamci! arrendiamci!» Il masnadiero
Promettea vita a ognun fuorchè a mia suora
E a' suoi figliuoli e a me. Tra minaccioso
E supplicante, io i perfidi arringava,
Che della rocca aprir volean le porte:
—«Sino a dimane il tradimento, o iniqui,
Sino a dimane sospendete!» Un resto
Di pietà e di rispetto, al grido mio,
Rïentrò in cor de' più. «Sino a dimane!
Sclamarono, e se Dio pria dell'aurora
Portenti oprato non avrà a tuo scampo,
Lo scampo nostro procacciar n'è forza.»
Oh spaventosa notte! Oh fugaci ore!
Oh come orrenda cosa eraci il suono
Del bronzo che segnavale! Oh angosciato
Appressarsi dell'alba! Oh sbigottiti
Muti sembianti della mia sorella
E de' suoi pargoletti! Oh contrastante
Dignità di parole in prepararci
A' vicini supplizi! Ed oh com'io
Tra me dicea: «Deh! che non seppi amico
Tutta la vita conservarmi Irnando?—
Improvviso frastuono udiam levarsi
Fuor delle mura. Che sarà? Oh prodigio!
Una pugna! E con chi?—«La man di Dio!
La man di Dio!» gridan mie turbe: a terra
Mi si prostran pentite, il giuramento
Di fedeltà rinnovano; a gagliarda
Sortita le süado, ed infinito
Macel lung'ora de' nemici è fatto.
Qui il narrar di Camillo Irnando tronca:
—Ah! s'impeto cotanto, e se cotanta
Prodezza ad ammirar non m'astringevi,
Me gli assaliti sconfiggeano! In fuga
Eran molti de' miei, già in fuga io stesso
Omai volgeami disperato: i colpi
Tuoi scomposer l'esercito inimico,
E di salvezza io debitor t'andai!—
S'avvicendan la lode i cavalieri,
L'uno dell'altro memorando i fatti.
Alfine Elina sclama:—Ad Ildegarde
Spettan tutte le lodi! Innanzi a lei
Prostratevi, e la sua destra baciate.—
E i cavalieri prostratisi, e la destra
Baciano d'Ildegarde, e penitenza
Le chieggon del furente odio passato;
Ed ella in penitenza un'annua festa
Intima in questo e in quel castel, che festa
Dell'amistà si chiami, e dove uficio
De' vati sia cantar quanti sospetti
Calunnïosi partorisce l'ira,
E quanto l'ira accrescano le ambagi
De' falsi intercessori, e quanto egregia
Sappia interceditrice esser la donna.
—E da me, per mia ingiusta ira, qual vuoi
Penitenza? soggiugne in umil atto
Palma a palma accostando, ed il ginocchio
Piegando Elina.—
Ed Ildegarde:—Il primo
Figlio, o diletta, che ti nasca, il nome
Porti del mio Camillo; e mi sia dato,
Se figli avrò, chiamarli Irnando o Elina.
I SALUZZESI.
Cantica.
L'amore che porto a Saluzzo, mia città nativa, m'ha indotto a cantare un fatto luttuosissimo, che trovasi ne' suoi annali, al secolo XIV. Il Marchesato di Saluzzo era di qualche importanza a quei tempi, e la vicenda di cui parlo si collegava colle passioni che ferveano per tutta Italia.
Nel 1336 Tommaso II succedette al padre nella signorìa di Saluzzo, ma gli fu contrastato il seggio da Manfredo suo zio. Tommaso avea per moglie Riccarda Visconti di Milano, ed era quindi uno de' Principi ghibellini, ai quali i Visconti erano capo, tutte le speranze della parte ghibellina appoggiandosi a quel tempo sovra Azzo fratello di Riccarda di Saluzzo, e poscia sovra Luchino Visconti, loro zio.
Manfredo si professò guelfo per avere la protezione del potentissimo capo de' guelfi, Roberto Re di Napoli, della casa d'Angiò. Era questi un ragguardevole monarca per ingegno e per possedimenti. Oltre al suo regno ed alla contea di Provenza, suo avito dominio, gli appartenevano, per diritti veri o dubbii, parecchie signorìe qua a là in tutta la lunghezza della penisola. Roma e Firenze lo riconoscevano per protettore. Sventolava la sua bandiera sopra molte castella delle terre Lombarde, Monferrine, Astigiane, Piemontesi. A lui obbedivano Savigliano, Fossano, Cuneo ec. Non conduceva eserciti egli medesimo, e teneva, tutti quei disseminati dominii con masnade Provenzali, Napoletane o d'altre razze, sotto al comando di valorosi baroni, i quali, governando ciascuno a modo suo, mal sapeano affezionare le genti al loro sovrano. Voleva Roberto far cadere la potenza ghibellina de' Visconti, e domare tutti gli Stati Italiani; ma non essendo egli d'indole guerriera, operava con lentezza, e non conseguì mai l'ardito proposto. Guelfi e ghibellini si vantavano a vicenda d'essere i veri amanti della nazione, i veri fautori della civiltà, della giustizia, della causa di Dio; ed intanto mal si sarebbe distinto da qual lato fossero più errori e più colpe, benchè in tali tenebre pur lampeggiassero alcune alte virtù. L'età era cavalieresca e religiosa, con elementi di gelosie repubblicane. Tutto ciò è sommamente poetico.
A que' giorni viveano con immensa fama di dottrina Petrarca e Boccaccio, ed altri uomini sommi; ed il re Roberto ed i Visconti si gloriavano d'averli ad amici. Siccome il Marchesato di Saluzzo attraeva gli occhi della corte di Napoli, non è maraviglia che il Boccaccio abbia dato luogo fra le sue più nobili novelle alla Saluzzese Griselda.
Mentre quella splendida corte era modello di gentilezza, le schiere di Roberto, capitanate dal siniscalco Bertrando del Balzo, provenzale, e congiunte con altre armi, proruppero ne' nostri paesi per sostenere i pretesi diritti di Manfredo, empierono di rubamenti e di carnificine la contrada, espugnarono ed incendiarono Saluzzo, presero prigione il marchese Tommaso co' suoi figliuoli, gareggiarono con Manfredo a commettere ogni barbarie, e così in breve disingannarono coloro fra i prodi Saluzzesi che avevano sognato in Roberto un semidio, e ne' suoi guelfi altri semidei, chiamati ad abolire le antiche ingiustizie, ed a stabilire in Italia il secolo della sapienza e della rettitudine.
Ottenne Tommaso per riscatto la libertà, e trovando che Manfredo e tutti i guelfi erano esecrati, si volse ad adunare nuova oste di ghibellini, v'aggiunse uno stuolo assoldato di lance straniere, ma ben disciplinate, guerreggiò e vinse. Il tiranno Manfredo e i suoi alleati furono espulsi.
Questi avvenimenti di Saluzzo sono il soggetto della mia Cantica. Tratta di essi con assai numero di rilevanti particolarità la storia di Saluzzo di Delfino Muletti, e di Carlo suo figlio; ed ivi leggesi pubblicato la prima volta da esso Carlo uno scritto, in cui il cominciamento di quella guerra e delle crudeltà di Manfredo è dipinto con forza da autore di quel secolo, stato anzi egli medesimo testimonio della distruzione del luogo nativo. Quello scritto intitolato Calamitas calamitatum, Commentariolum Iohannis Iacobi de Fia, rivela nell'uomo che lo dettava una mente colta e generosa. Ei dimandava al cielo, e presagiva la caduta degl'invasori.—(Ploremus ergo coram Deo, poeniteat nos iniquitatum nostrarum, et a praesenti calamitate calamitatum maxima liberi facti erimus).
La cacciata degli stranieri diede novella virtù ai Saluzzesi; le discordie civili scemarono, e s'estinse a que' giorni con Roberto la gloria della fatale casa d'Angiò, che aveva cotanto illuso ed insanguinato l'Italia. Carlo, figlio di Roberto, era premorto al padre, e lo scettro passò nelle mani di Giovanna, figlia di Carlo, la quale, rea dell'uccisione d'un marito, patì infiniti guai, ed infine dal vendicatore del primo marito fu data a morte.
I SALUZZESI.
Odium suscitat rixas, et universa
delicta operit charitas.
(Prov. 10. 12).
I.
Dolce Saluzzo mia! terra d'antiche
Nobili pugne, e d'alternate sorti
Prospere e infelicissime, e d'ingegni
Che t'onoràr con gravi magisteri,
O con bell'arti, o con sincere istorie,
O coll'affettüoso estro che splende
In ognun che ti canta, e vieppiù splende.
Sovra l'arpa gentil di Dëodata[1],
Tua prediletta figlia! Io ti saluto,
O terra de' miei padri, e dall'affetto
Che ti porto, m'ispiro oggi cantando
Un tuo illustre dolor d'anni lontani,
Che fu dolor da forti alme compianto,
E da forti alme sopportato e misto
Ahi troppo! a colpe, ma pur misto a esempi
Di patrio amor, di lealtà e di senno.
O fantasia, sulle tue magich'ali
Toglimi a' dì presenti, e con gagliardo
Vol ritocchiamo il secolo guerriero
Di Tommaso e Manfredo; il secol pieno
Di guelfe e ghibelline ire, che servo
Parve e non fu dell'ultimo Angioìno;
Il pöetico secol, che dall'ombra
Gigantesca di Dante e dalle pure
Armonìe di Petrarca, e più dal lume
D'ammirabili Santi, era di molti
Olocausti di sangue consolato.
Fra gl'Itali dominii, ecco Saluzzo
Non ultima in possanza: eccola altera
Di lunga tratta di montagne e valli
E feconde pianure, e di castella
Governate da prodi: eccola altera
De' prenci suoi. La marchional corona
Fregia Tommaso, affratellato ai grandi
Ghibellini Visconti, onde Roberto
Angiöin dalla sua Napoletana
Splendida reggia freme, e agguati ordisce,
Impor bramando con novello prence
A' Saluzzesi il guelfo suo stendardo.
Volgea quella stagion, quando Saluzzo
Vede scemar pe' campi suoi le nevi,
E ogni dì s'avvicendano i gelati
Estremi soffi dell'inverno, e l'aure
Che già vorrebbe intepidir l'amica
Possa del Sol che a ricrëarci torna.
E volgeva una sera, ed a tard'ora
Entro alla cara sua celletta prono
Stava orando il canuto Ugo, dolente
Che involontaria a' preghi si mescesse
Nel suo intelletto or questa cura or quella
Di Staffarda pel chiostro, onde ei cingea
L'infula veneranda. E benchè antico
Nelle salde virtù di pazïenza
E d'umiltà, pur non potea ne' preghi
Trovar facìl quïete, anco ove miti
Talor del monaster fosser gli affanni,
Perocch'ei molte conoscea secrete
D'alti alberghi sfortune e di tugurii,
E d'innocenti peregrini oppressi;
E la mente magnanima del vecchio
Compatìa in tutti i cuori illustri o bassi
Delle colpe gli strazi e quei del pianto.
Or mentre inginocchiato ei le divine
Grazie per tutti invoca, ode la squilla
Che a notte suona il vïator venuto
Alla porta ospital. Sospeso allora
Il conversar con Dio, s'alza ed appella
Un de' laici fratelli, e—Va, gli dice;
Provvedi tu che all'arrivante abbondi
Di carità dolcissima il conforto,
Chiunque ei sia.
Quindi, umilmente curva
La nivea fronte, eccol di nuovo a' piedi
Del Crocefisso, e nell'orar diceva:
—Or chi sarà questo ramingo? Oh fosse
Tal di que' mesti a cui giovar potessi!
D'accelerati e poderosi passi
D'un cavalier sonar sembran le volte;
Poscia addotto dal laico entro la cella
Viene… Eleardo.
—Oh amato zio!
—Nepote,
Onde tu di Staffarda alla Badìa?
Il laico si ritrasse. I duo congiunti
Si strinsero le destre, e il giovin prode
Sovra la scarna destra del canuto
Le labbra pose, ed ambe allor le braccia
Aperse questi, e al sen paternamente
Il figlio accolse dell'estinta suora.
Così il giovin comincia:
—Alto mistero
Son chiamato a svelarti.
—In me fiducia
Sai qual tua madre avesse; abbila pari.
—Dacchè in Saluzzo reduce son io
Dalla corte di Napoli e dal Tebro,
Poche fïate al fianco tuo m'assisi,
E assai pensieri d'Eleardo ignori.
—E l'ignorarli mi mettea paure,
Che forse sgombrerai.
—Padre, mentita
È la fama che sparsa han da Milano
I perfidi Visconti incontro al vero
Proteggitor d'Italia tutta e nostro.
In benefizi alto, fedel, possente
È il regio cor del Provenzal Roberto:
Ei la Chiesa vuol grande: ci de' tiranni
Flagello fia; de' buoni prenci scampo.
—Bada, o giovin bollente, omai tremenda
Splender la luce di quel re straniero
Che di Napoli al serto altre aggiungendo
Minori signorìe, stende sue lance
Di castello in castel, di villa in villa,
Fra' Romani, fra' Toschi e fra' Lombardi,
E feudi suoi non pochi ha in Monferrato
E in Piemontesi sponde. A molti egregi
Dubbia pietà è la sua sulle miserie
Delle irate, cozzanti, Itale stirpi.
—Dubbia fu dianzi, or più non è. Sol una
Appalesasi speme, un sol desìo
In re Roberto e nel Pastor del mondo:
Concordia vonno e giuste leggi, e freno
Ad eresìe, a tirannidi, a macelli:
Collegare in un patto a comun gloria
Vonno e prenci e repubbliche e baroni.
—Del supremo Pastor ferve nel petto
Ansïetà pe' figli suoi sublime;
Il so: ma in petto di Roberto ferve
Pericolosa ambizïon.
—Tal grida
Del ghibellin Visconte la calunnia,
Ma smascherato è l'impostor. Lui regge
Ed ognor resse ambizïon! Lui preme
Sete d'oro e di sangue! In Lombardia
Ei d'un mortal più non possede il core:
Sospiran ivi tutti i buoni o il braccio
Liberator dell'Alemanno Augusto,
O della serpe Viscontèa sul capo
La folgor pontificia, e i benedetti
Brandi del re. Quanto i Lombardi omai
Da quella fatal serpe avviluppati,
Contaminati, laceri, scherniti
Non ci vediam noi Saluzzesi forse,
Dacchè sposa al Marchese incantatrice
Venne Riccarda, e tracotante stormo
D'Insubri cortegiani accompagnolla?
—Figlio, ricorda ch'altre volte io seppi
Quell'ira tua sedar. Ragioni mille
Di Saluzzo il dominio alla fortuna
Stringono di Milano.
—Oggi disciolta
È l'infernal necessità.
—Che intendi?
—Svelta alfin oggi dall'ignobil crine
Del marchese Tommaso è la corona.
—Oh ciel! che parli? Come?
—Oggi Saluzzo
E delle valli sue tutti i baroni
Mutan sommo signor: nel seggio ascende
Del marchesato…
—Chi?
—Manfredo.
—Un sogno,
Un sogno è il tuo: Manfredo osò la mano
Stendere al serto del nepote un giorno,
Ma pochi il secondaro, e giurò pace.
—Fur vïolati da Tommaso i sacri
Vincoli della pace, e l'insultato
Manfredo sorge con diritto, e pugna.
—Foggiati insulti! Agli occhi miei rifulge
Di Tommaso la fede.
—Or cessa, o zio,
Di compianger l'iniquo, e sostenerlo.
A quest'ora medesma in ch'io ti parlo,
Invitte squadre ascosamente tratte
Son da più lati del Piemonte, l'une
Da Savigliano e circostanti borghi
Obbedïenti al re, l'altre portando
La Taurinense e la Sabauda insegna;
Ed a lor si congiunge Asti, ed il nerbo
De' Monferrini guelfi; e, pria che albeggi,
Saluzzo investiranno, e di Saluzzo
Da interni guelfi s'apriran le porte.
—Perfidia tanta ah! non permetta il cielo!
—Manfredo, signor nostro, a te m'invia,
A te ch'egli ama e venera, e possente
Crede appo Dio.
—Che vuol da me il fellone?
—T'acqueta.
—Che vuol ei?
—Rende onoranza
A quella fama tua che in parte celi
Per umiltade, e forse in parte ignori,
Ma che sul volgo e sui baroni è immensa.
Il vigor de' Profeti, è nel tuo sguardo,
Nella parola tua, nell'inclit'opre!
Nè fur poste in obblìo le ardimentose
Verità che portate hai cento volte
In nome dell'Eterno a' piè de' forti.
Banditor oggi te desìa, te vuole
Di verità terribili Manfredo:
Vieni i Visconti a maledir nel campo,
Vieni in Saluzzo a maledirli; vieni
Tommaso a maledir, che a' ghibellini
Fatto s'era mancipio; e il tuo ispirato
Ingegno volgi a secondar gl'intenti
Di chi protegge i popoli e il diritto.
Balza a tai detti dal suo antico seggio
Il sacro vecchio, e grida:—Oh sconsigliati!
Oh foss'io in tempo! Oh, me vestisse Iddio
Del vigor de' Profeti un giorno solo!
Ov'è Manfredo?
—Il menan le notturne
Ombre colla invadente oste a lui fida.
—Mi si bardi il corsier, prorompe l'altro.
E mentre il laico diligente move
Ad obbedir, l'illustre coppia ancora
Entro la cella si sofferma, e scambia
Dell'agitato alterno animo i sensi.
—Figlio, sedotto sei. Più che a te noti
Di Roberto e Manfredo i cor mi sono.
Ottimo è il re, ma in Napoli, ove lieto
Di splendid'arti e cortesìa sfavilla:
Lunge di là, malefico è il suo genio,
Però che illude cavalieri e volgo,
Con brame empie di guerra e di rivolta.
E mentre a chi gli sta vicino ei mostra
Amabili virtù, sparge per tutte
Le vie della penisola protetta
Superbi capitani a intimar pace,
Depredando, uccidendo e soggiogando.
Tal è il vantato amico re. Gli giova
Scemar la possa de' Visconti, a noi
Unici grandi appoggi; ed a quel fine
Oggi stromento egli Manfredo elegge.
—A Manfredo parlando e a' regii duci,
Dissiperassi il tuo terror. Brandite
Furon le generose armi con alto,
Solenne giuro d'elevar gli oppressi,
Ed atterrar chi leggi ed are spregia.
—Di chi s'avventa a qual sia guerra, è il giuro.
—Vedrai di stirpe Saluzzese egregi
Baroni alzar la Manfredesca insegna.
—So che vedrovvi tra i cospicui illusi
Quell'Arrigo Elïon che ti governa,
Sua figlia promettendoti. Arrossisci?
Pur troppo non errai.
—Più che gli affetti,
Seguir ragione e coscïenza intendo.
Bardato del canuto è il palafreno,
E accanto ad esso scalpita il corsiero
Del giovin cavalier. Brevi l'abate
Lascia a' monaci suoi caute parole;
Di sua man l'acqua santa a lor comparte,
Li benedice, ed eccolo salito
Guerrescamente sull'arcion, siccome
Uom, che pria della tonaca ha vestito
Corazza e maglia, e nome ebbe di prode.
Stride sui ferrei cardini la porta
Del monastero, e si spalanca. Entrambo
Escon gl'illustri, e su minor cavalli
Duo servïenti; e soffermato resta
In sulla soglia il monacal drappello,
Cui s'abboccò l'abate alla partita.
—Che fia? Si dicon con alterno sguardo
Paventando sciagure, ed ignorando
Le sovrastanti stragi. Intanto s'ode
La campanella de' notturni salmi,
E vien chiusa la porta, e traversato
L'ampio cortil, tutta la pia famiglia
Entra nel tempio e tragge al coro, e canta.
[1] La Contessa DEODATA ROERO DI REVELLO, nata SALUZZO.
II.
All'ombra delle chiese oh fortunata
Pace, in secoli d'odii e tradimenti!
Ivi mentre ne' campi arse talora
Venìan le messi, e al villanello afflitto
Il guerriero aggiugnea scherni e percosse,
E mentre in borghi ed in città i fratelli
Trucidavan fratelli, e mentre noto
Andava questo e quel castel per nappi
Di velen ministrati, e per pugnali
Vibrati nelle tenebre, e per donne,
Che il geloso, implacabile barone
Seppellìa vive delle torri in fondo,
Il monaco espïava or sue passate
Colpe, or le colpe delle stirpi inique:
E non di rado quelle sacre lane
Coprìano ingegni sapïenti e miti,
Stranieri al secol lor, com'è straniero
Fra malefici sterpi il fior gentile,
E fra cocenti arene il zampillìo
Ospital d'una fonte, e fra selvagge
Masnade un cor che sopra i vinti gema.
Intanto che a Staffarda i coccollati
Salmeggiavano in coro, e che l'antico
Ugo sul palafreno i pantanosi
Sentieri e le boscaglie attraversava,
Mossa da Moncalier, tragge a Saluzzo
Moltitudine varia e spaventosa:
Di regie insegne e d'alleati, e insieme
Co' guerrieri diversi orrende bande
Di comprati ladroni. Il sommo duce
È Bertrando del Balzo, altero e prode
Siniscalco del rege, e di Bertrando
Primo seguace è il traditor Manfredo,
Ch'entrambe i suoi fratelli sconsigliati
Seco strascina alla malvagia impresa.
Giunger vonno di notte appo le mura
Insidïate, e lor sorride speme
Ch'a suon di trombe s'apra ivi la porta.
Ma precorsa è la fama, e quando arriva
L'oste a' piè di Saluzzo, e dagli araldi
Si suonano le trombe, al suono audace
Interna intelligenza non risponde,
E nessun ponte levatoio scende
Degl'invasori al passo. Irte le mura
Stan di lance fedeli, scintillanti
Al raggio della luna, e dal lor grembo
Piovon sull'oste urli di rabbia e dardi;
Ed a quegli urli universal succede
Il grido popolar:—«Viva Tommaso!».
Sì che Manfredo per livor si morde
Ambe le labbra, e al baldanzoso volgo
Giura dar pena d'infinite stragi.
Il Provenzal Bertrando, alma beffarda
Dell'amistà del rege insuperbita,
Quasi rege teneasi, e agevolmente
Sovr'ogn'italo sir vibrava scherni.
Prorompe ei quindi in tracotante riso,
E voltosi a Manfredo:—Ecco, gli dice,
Quel che ne promettesti universale
Amor per te de' Saluzzesi spirti!
Poi dopo il riso atteggiasi a disdegno:
—Tutti siete così! Promesse, vanti,
Folli speranze! ed ardui indi i perigli,
Lunghe le imprese, ed il mio re frattanto
Per vantaggi non suoi perde i suoi prodi!
—T'acqueta, dice con infinta calma
Il fremente Manfredo; oltre poch'ore
Non dureran gl'inciampi: un solo basta
Gagliardo assalto, e il disporrem veloci.
Mentre a dispor l'assalto ardimentosi
Coopran gl'intelletti de' supremi
E l'obbedir delle volgari turbe,
Congegnando, apprestando armi, brocchieri,
Ferrate travi e macchine scaglianti,
E tutta la pianura è voce e moto
E cigolìo di carri, e picchiamento
Di mannaie che atterrano le piante,
E stridere di pietre agglomerate,
E in mezzo alle fatiche or la bestemmia
E l'impudente ghigno, ed ora il canto—
Dentro Saluzzo non minor s'avviva
Il poter delle menti e delle braccia
Per la sacra difesa. Ignoti e pochi
Sono gl'interni traditori, e a mille
Ardono i cuori allo stendardo uniti
Del marchese Tommaso. Ei di que' prenci
Magnanimi era, ch'ove rischio appaia,
Brillan di nova luce, e più sublime
Han la parola, e più sublime il guardo,
E quasi per magìa destan ne' petti
Della poc'anzi malignante plebe
Amor, concordia, ambizïon gentile.
Pressochè in tutte l'alme ivi obblïato
È questo o quell'error che, apposto o vero,
Jer gran macchia parea sovra Tommaso:
Più non vedesi in lui che un assalito
Posseditore di paterni dritti,
Un amato signor, una man pia
Che premiava e puniva e sorreggeva,
E ch'uopo è conservar. Sì che la stessa
Bellissima Riccarda, onde cotanto
A' Saluzzesi dispiacea la stirpe,
Più d'abborrita origine non sembra,
Or che il popol la vede paventosa,
Ma non già vil, dividere i perigli
E le cure del sir. La sua bellezza
Molce i fedeli armati; il suo linguaggio
Più non suona stranier, benchè lombardo.
E quand'ella e Tommaso, a destra, a manca,
Parlan di speme nell'accorrer pronto
Dell'armi de' Visconti a lor salvezza,
Esultan gli ascoltanti e mandan plauso.
Al declinar di quell'orribil notte
Ugo nella invadente oste arrivava
Con Eleardo, e trassero al cospetto
Del regio siniscalco e di Manfredo.
Alzò Manfredo un grido di contento
All'apparir del vecchio, ed a Bertrando
Lo presentò dicendo:—O sir del Balzo,
Eccoti di Staffarda il presul santo,
Colui, che per bell'opre onnipossente
Fama sul popol di Saluzzo ottenne!
Il cor certo gli splende a questa aurora
D'un avvenir pe' nostri patrii lidi
Più glorïoso e fortunato e giusto.
Avvicinossi ad Ugo il siniscalco,
E celando nell'alma dispettosa
Il disamore e il tedio, un reverente
Foggiò sorriso, e disse:—Anco il monarca
Serba di te memoria, o illustre padre,
E qui trionfo, non dall'arme tanto,
Che ben darglielo ponno, egli desìa,
Quanto dall'opra del tuo amico senno.
Indi Manfredo ripigliò i motivi
A spiegar della guerra, annoverando
Frodi e stoltezze e ineluttabili onte
Sul nome di Tommaso accumulate,
Perchè ligio all'astuta Insubre possa,
Ed uopi urgenti di riparo, e prove
Che il maggior uopo a' Saluzzesi fosse
E a tutta Italia l'unità d'omaggio
Di quanti erano feudi al re Roberto.
Ed Ugo ai cavalieri:—Il mio suffragio
Certo sarìa per la comun concordia
Sotto uno scettro o ghibellino o guelfo,
Ma non basta d'afflitti animi il voto
Perchè cessi il poter dell'ire antiche
In un popol di stirpi concitate
Ad aneliti varii e a varii lucri;
E ragioni si schierano possenti
Al mio intelletto, sì ch'io neghi al regno
D'uno straniero in Puglia incoronato
Il giunger con sua fama e co' suoi brandi
A collegarci a reverenza e pace.
—Pensa, o canuto, ch'alto assunto è il nostro:
Degna è di te l'aïta.
—Aïta bramo
Recarvi, sì: guisa sol una io scorgo.
—Qual?
—Del popolo agli occhi e degli armati
Intercessor presenterommi a voi,
E per relïgione ambi e clemenza
Sospenderete le battaglie, e intanto
A Napoli n'andrò. Placherò, spero,
L'augusto re; lo distorrò da impresa
Onde gli torneria danno ed obbrobrio;
E se leso alcun dritto era a Manfredo,
Per saldi patti ei risarcito andranne.
—Proporne indugio alle battaglie è vano:
Impermutabil di Roberto è il cenno;
E mal vai profetando obbrobrio e danno
A chi certezza piena ha di vittoria.
Solo uno sguardo a nostre schiere volgi,
E vedrai che Saluzzo oggi s'espugna.
—Espugnarla potrete, ed il ricovro
Forse tor del castello al vinto sire,
E prigion trascinarlo, e dalle chiome
L'avito serto marchional strappargli,
E tu, Manfredo, ornartene la fronte.
Io non ciò vi contendo; io, per l'antico
Conoscimento mio di questa terra
E degli animi suoi, sol vi dichiaro,
Che al crollar di Tommaso, ardua e non ferma
Vittoria avreste. In cor de' più, gagliarde
Son le eredate ghibelline fiamme,
Gagliarda quindi l'amistà a' Visconti,
Gagliardo l'odio per le guelfe insegne.
Picciol popolo siam, ma ci dan forza
E l'arme de' Visconti e il nostro ardire,
E l'indol Saluzzese, aspra, selvaggia,
Che paure non piegan ne' supplizi.
—Obblii ch'io pur son Saluzzese, e mai
Non mi piegan paure.
—In te, Manfredo,
Splenda il miglior degli ardimenti: quello
D'anteporre alle gioie empie del brando
Una gloria più pia, l'amabil gloria
D'allontanar dalle tue patrie rive
Una guerra funesta!
—Altra favella,
Assumi, o vecchio. Se t'è caro ufizio
Scemar l'orror d'inevitata guerra,
Sposa il vessillo mio, movi alle mura
Assedïate, i cittadini arringa,
Traggili a sottopormisi.
—Non posso!
Nol debbo! Ufizio mio giovevol solo
Esser ponno le supplici parole,
E l'aprirvi, quai Dio me li palesa,
I forti avvisi. Trattenete i brandi,
E se ingiustizia fu in Tommaso, al dritto
Basteran le ragioni a richiamarlo,
Ed indi a pochi dì voi satisfatti
E glorïosi e senza ira di sangue,
Benedetti dai popoli e dal cielo,
Trarrete a vostre sedi. Ove sospinto
Da ambizïone e da rancori antichi
Tu inesorabilmente alla corona
Di Saluzzo, o Manfredo, oggi agognassi,
E afferrarla potessi, in odio fora
Il nome tuo a' soggetti, e, pur volendo,
Felici farli non potresti. Iniqua
Necessità di gelosie e vendette
Nasce da civil guerra, e l'usurpante
Non si sostien fuorchè a perpetuo patto
Di timori e carnefici. E si ponga
Che dianzi mal reggesse il prence vinto,
L'esser vinto o fuggiasco ovver sotterra
Amicherà al suo nome i cuori molti
Che offeso avrai; s'obblïeranno i torti
Del perduto signor; s'abbelliranno
Le ricordate sue virtù. Lui spento,
Sorgeran prenci astuti o generosi
Per vendicarlo, e s'anco astuti ed empi
Fossero in cor, venereralli il volgo,
Giocondo sempre d'abborrire un forte,
Che per ingegno e vïolenza regni.
E a cotal colleganza d'assalenti
Quai son le forze che opporrìa Manfredo?
—Le regie forze! esclama furibondo
Il Provenzal barone.
—In molte guerre
Il vostro re s'avvolge, Ugo ripiglia,
E ove sia con gagliarde armi assalito
Per altri lidi, a propugnarli io veggo
Receder queste schiere, e te, Manfredo,
Veggo fremente e povero d'acciari,
E tradito da' tuoi!…
Qui del profeta
Interrompon la voce i capitani.
Egli alza il Crocefisso, ed umilmente
Prega i superbi, e pregali pel nome
Del Redentor. Respinto viene, e sorge
Più d'un ferro dell'oste a minacciarlo.
Scudo al monaco feansi alcuni prodi,
E fra questi Eleardo. Il santo vecchio
Di scherni non tremò, nè di minacce,
E più fïate ripetè ai felloni:
—L'impresa vostra maledice Iddio!
III.
Di te, Religïon, nobile è ufficio,
L'affrontare imperterrita coll'arme
Delle temute verità i superbi,
Pur con periglio d'onta e di martirio!
E quell'uficio, oh quante volte i veri
Sacerdoti di Dio forti adempièro!
Talor sotto l'acciar de' vïolenti
Perìan que' venerandi, e talor rotti
E insanguinati, e carichi di ferro
Venìan sepolti in erma, orrida torre:
Nè dai tremendi esempi sbigottito
Era il cor d'altri santi. E se la voce
D'un'alma pura e consecrata all'are
Da iniqui prodi spesso iva schernita,
Pur non inutil pienamente ell'era:
Schernita andava, ma ponea ne' petti
Di que' feroci inverecondi un germe
Che forse un dì fruttava; ed era un germe
Religïoso di terrore. E in mezzo
A tai feroci petti, alcun pur sempre
Ve n'avea di men guasto, a cui l'ardita
Sacerdotal, magnanima parola
Or di cospicui presuli, or d'umili
Fraticelli o romiti in patrocinio
Degl'innocenti, era parola invitta
Che con pronti rimorsi il tormentava,
Sì che riedesse a carità ed onore.
Compagno fessi al vecchio Ugo per molti
Passi Eleardo oltre al terren coperto
Da quelle schiere di crudeli armati,
Indi, con grave d'ambidue cordoglio,
Il nipote strappossi dalle invano
Tenaci braccia dell'amato antico.
Ahi! senza pro sclamava questi:—Oh figlio!
Qui non m'abbandonar! Più fra quell'empie
Insegne che il Signore ha maledette
Pel labbro mio, deh non ritrarre il piede!
Te ne scongiuro per la sacra polve
Della mia suora, a te sì dolce madre!
Te ne scongiuro per la polve illustre
Del tuo buon genitore e de' nostr'avi,
Che fidi cavalieri ed incolpati
Furon sostegni tutti a chi in Saluzzo
Stringea con dritto il signorile acciaro!
Esci dal laccio che al tuo core han teso
I rapaci stranieri! A me, alla patria,
Al tuo prence ritorna. Infamia e lutto
Sta con Manfredo, con Tommaso il cielo!