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Poesie scelte

Chapter 41: ROSILDE
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About This Book

La raccolta riunisce una tragedia in versi e numerose liriche che scandiscono l'interiorità del poeta tra amore, rassegnazione e devozione. La tragedia mette in scena un amore clandestino e le sue conseguenze attraverso dialoghi intensi, sospetto e dramma familiare; le poesie liriche oscillano fra meditazione religiosa, nostalgia e rassegnata dolcezza, con immagini naturali e ritratti di sentimenti privati. Insieme offrono un quadro coerente di sentimenti contrastanti: tenerezza e tormento, pietà e dignità morale, spesso filtrati da un senso di sacrificio e ricerca di consolazione interiore.

GUIDO.
No: tremendo fato
Noi tutti danna a interminabil pianto!
LANCIOTTO.
Rea non la chiami, e d'esecrando foco
Arde?
GUIDO.
Ma forte duol ne sente, e implora
Di fuggir da colui.—Ripigliò appena
I sensi, e pieno io di vergogna e d'ira
Dagli occhi tuoi la trassi: ed obbliando
Quasi d'esserle padre, a' piè d'un santo
Simulacro prostratala, snudai
Sul suo capo l'acciaro, ahi, minacciando
Di trucidarla e in un di maledirla,
Se il ver taceva. Fra singhiozzi orrendi
Favellò l'infelice.
LANCIOTTO.
E che ti disse?
GUIDO.
M'affoga il pianto. Ella è mia figlia...—Porse
La sua gola all'acciaro, e lagrimosi
Figgeva gli occhi negli asciutti miei.—
Sei tu colpevol? (le gridai) rispondi,
Sei tu colpevol?... pronunciar parola
Non poteva ella dall'angoscia... A forza
Mi si commosse il cor. Per non vederla
Torsi gli sguardi, e mi sentii le piante
Abbracciare, e lei, prono a terra il volto,
Sclamar con voce moribonda: Padre,
Sono innocente.—Giuralo.—Tel giuro!...
Ed io in silenzio m'asciugava il ciglio.—
Sono innocente, replicò tre volte...
Gettai l'acciar, l'alzai: la strinsi al seno...
Padre infelice e offeso son, ma padre.
LANCIOTTO.
Oh rabbia! L'ama ed innocenza vanta?
Lunge dagli occhi miei, più allegro amore
Con Paolo spera; ah, sen lusinga in vano!
Di seguirla a Ravenna ei le promette...
Oh traditor!.. Siete in mie mani ancora.
GUIDO.
Queste canute mie chiome rispetta.
Salvarla io deggio... tu, più non vederla.
(Parte.)

SCENA IV.

LANCIOTTO e PAOLO.


LANCIOTTO.
Sciagurato, t'avanza.
PAOLO.
Uso non sono
Ad ascoltar sì acerbi modi: in altri
Rintuzzarli saprei. Ma in te del padre
L'autorità con sofferenza onoro.—
Parli a fratello o a suddito?
LANCIOTTO.
...A fratello.—
Rispondi, Paolo. Se tua sposa fosse
Colei; se alcuno a te il suo cor rapisse,
E se quei fosse il tuo più dolce amico...
Un uom che, mentre ti tradia, stringevi
Come più che fratello al seno tuo...
Che faresti di lui?—Pensavi.
PAOLO.
Io sento
Quanto ti costa l'esser mite.
LANCIOTTO.
Il senti?
Fratello, il senti quanto costa?—Il nostro
Padre nomasti. Ei mite era co' figli,
Anche se rei credevali.
PAOLO.
Tu solo
Succedergli mertavi. E che mai dirti?
Oh, come atterri la baldanza mia!
Anch'io talor magnanimo mi credo:
Al par di te nol son.
LANCIOTTO.
Di': se tua sposa
Fosse?
PAOLO.
Francesca? Ah, d'un rival pur l'ombra
Non soffrirei.
LANCIOTTO.
Se un tuo fratello amarla
Osasse?
PAOLO.
Più non mi sarìa fratello.
Guai a colui! Lo sbranerei col mio
Pugnal, chiunque il traditor si fosse.
LANCIOTTO.
Me pure assal questo desio feroce,
E trattengo la man che al brando corre:
Credilo, a stento la trattengo. Ed osi
Del tuo delitto convenir? Sedurre
La sposa altrui, del tuo fratel la sposa!
PAOLO.
Meno crudel saresti, or se col brando
Tu mi svenassi. Un vil non son. Sedurre
Io quel purissimo angiolo del cielo?
Non fora mai. Chi di Francesca è amante
Un vil non è: lo foss'ei stato pria,
Più nol sarebbe amandola: sublime
Fassi ogni cor, dacchè v'è impressa quella
Sublime donna. Io perchè l'amo, ambisco
D'esser uman, religïoso e prode:
E perch'io l'amo, assai più forse il sono
Ch'esser non usan nè guerrier nè prenci.
LANCIOTTO.
E inverecondo più d'ogn'uom tu sei.
Vantarmi ardisci l'amor tuo?
PAOLO.
Se iniquo
Fosse il mio amor, tacer saprei, ma puro
È quanto immenso l'amor mio. Morire
Mille volte saprei pria che macchiarlo.—
Nondimen... veggio di partir la forte
Necessità.—Per la tua donna al tuo
Fratel rinuncia... ed in eterno!
LANCIOTTO.
Iniquo
Non è il tuo amore? E misero in eterno
Tu non mi rendi?... Obblierò ch'io m'ebbi
Un fratel caro: ma potrò dal core
Di Francesca strapparlo? E il cor di lei
Non porterai teco dovunque? Odiato
Vivrò al suo fianco. Nol dirà, pietosa,
Non mel dirà, ma ben il sento; ah, m'odia,
E tu, fellone, la cagion ne sei.
PAOLO.
L'amo, il confesso... Ma Francesca, oh cielo
Di lei non sospettar.
LANCIOTTO.
Anco ingannarmi
Vorresti? Il pensier tuo scerno. Tu temi
Che un giorno in lei mi vendichi, in Francesca,
Nella tua amante: e or più desio men prendi
Che? d'immolarvi non ho dritto? io regno:
Tradito sposo ed oltraggiato prence
Son io. Di me narri che vuoi la fama:
Di voi dirà: perfidi fur.
PAOLO.
La fama
Dirà: Qual colpa avea, se giovinetto
Paolo a Ravenna fu mandato, ed arse
Pel più leggiadro de' terrestri spirti?—
E tu quai dritti hai su di lei? Veduto
Mai non t'avea: sol per ragion di stato
La bramasti in isposa. Umani affetti
Non diè natura anco de' prenci ai figli?
Perchè il suo cor non indagasti pria
Di farla tua?
LANCIOTTO.
Che ardisci? aggiungi insulto
A insulto ancor? No, più non reggo.
(Mette mano alla spada.)

SCENA V.

GUIDO, FRANCESCA e Detti.


FRANCESCA.
(Prima di uscire.)
Padre!
Stringer l'arme li veggio.
GUIDO.
(Vuol prima trattener Francesca; quindi si frappone tra Paolo e Lanciotto.)
Ferma.—Ah, pace,
O esacerbati spiriti fraterni!
PAOLO.
Più della vita mi togliesti: poco
Del mio sangue mi cal, versalo.
FRANCESCA.
Il mio
Sangue versate: io sol v'offesi.
GUIDO.
Oh figlia!
LANCIOTTO.
Il sacro aspetto di tuo padre, o iniqua,
Per tua ventura ti difende. Statti
Fra le sue braccia: guai s'ei t'abbandona!
Obblierò che regia fu tua culla:
Peggio di schiava tratterotti. Infame
È l'amor tuo: più d'una schiava è infame
Una moglie infedel... Questa parola
Forsennato mi rende. Io tanto amarti,
Tanto adorarti, e tu spregiarmi?... Altero
Ho il cor, nol sai? tremendamente altero:
E oltraggi v'han, che perdonar non posso.
Onor mel vieta... Onor? che dissi? noto
Questo nome t'è forse?
GUIDO.
Arresta.
LANCIOTTO.
Io intendo,
Io dell'onor l'onnipossente voce:
Nè allorch'ei parla, più altra voce intendo,
E vibro il ferro ovunque accenni.
FRANCESCA.
Ah padre!
Ei non m'uccide, uccidimi tu, padre!
LANCIOTTO.
Vaneggio?... Voi raccapricciate?...—Oh Guido!
Quando canute avrò le chiome anch'io,
E vivrò nel passato, e freddamente
Guarderò i vizi e le virtù mie antiche...
Anche allor rimembrando un'adorata
Sposa che mi tradia, tutta l'antica
Disperata ira sentirò nel petto,
Ed imprecando fuggirò col guardo
Verso il sepolcro, onde mie angosce asconda.
Ma non verrà quel dì. Verso il sepolcro
Mi precipita l'empia oggi: del mio
Vicin sepolcro già il pensier l'allegra:
Di calpestarlo essa godrà... Seco altri,
A calpestarlo verrà forse!
FRANCESCA.
Oh cielo!
Dammi tu forza, ond'io risponda.—Io sorda
Alle voci d'onor... Se Paolo amai,
Vil non era il mio foco: Italo prence,
Cavalier prode, altro ei per me non era.
Popoli e regi lo lodavan. Tua
Sposa io non era... Ah, che favello? Giusto
È il tuo furor; dal petto mio non seppi
Scancellar mai quel primo amor! E il volli
Scancellar pur... Con quell'arcano io morta
Sarei, se Paolo or non riedea, tel giuro.
PAOLO.
Misera donna!
FRANCESCA.
A lui solo perdona;
Non al mio amante, al fratel tuo perdona.
LANCIOTTO.
Per Paolo preghi? Oh scellerata!...Uscirne
Di queste mura ambi credete? Insieme
Di riunirvi concertaste. Al padre
Di rapirti fors'anco ei ti promise.
PAOLO.
Oh vil pensier!
LANCIOTTO
Io vil?—Partirà l'empia
Sì; ma più te mai non vedrà.—Di guardie
Si circondi costui. Passo ei non muova
Fuor della reggia.
PAOLO.
Tanta ingiuria mai
Non soffrirò nel tetto mio paterno.
(Vuol difendersi.)
LANCIOTTO.
Tuo signor sono. Quel ribelle brando
Cedi.
PAOLO.
(Oppresso dalle guardie.)
Fratel... tu disarmarmi... Oh come
Cangiato sei!
FRANCESCA.
Pietà!... Paolo!
PAOLO.
Francesca!
LANCIOTTO.
Donna...
GUIDO.
Vieni; sottrati al furor suo.

FINE DELL'ATTO QUARTO.


ATTO QUINTO.

SCENA PRIMA.

(La sala è illuminata da una lampada)


FRANCESCA e GUIDO.


FRANCESCA.
Deh, lo placasti?
GUIDO.
(Venendo dalle stanze di Lanciotto.)
Egli mi vide, e sorse
Spaventato dal letto.—Oh cielo! è giunta,
Sclamò, quest'alba sciagurata. Io debbo
Perder Francesca?... Ogni consiglio or cangio:
Senza lei viver non poss'io.—Frattanto
Lagrime amare gli piovean sul volto:
E or te nomando infuriava, or pieno
D'amor ti compiangea. Fra le mie braccia
Lungamente lo tenni, e con lui piansi,
Libero freno al suo dolor lasciando.
L'acquetai poscia con soavi detti,
E il convinsi che meglio è che tu parta
Senza vederlo. Andiam.
FRANCESCA.
Padre, non fia:
S'or nol riveggio, nol vedrò più mai.
Rancore ei serba contro di me: secura
Del suo perdono esser vogl'io.
GUIDO.
Ti calma.
Perdonato egli t'ha; perdonar Paolo
Pur mi promise.
FRANCESCA.
Oh gioja! Ma, deh, in questo
Sacro momento, non nomar, ten prego,
Colui che appieno obbliar deggio... e il bramo!
Già meno forte egli nel cor mi parla:
Già mi riparla la virtù perduta,
E il pentimento e la memoria sola
Dello sposo fedel che tu mi desti,
E ch'io non seppi amar.—Parlargli chieggo
Anco una volta. Deh, non adirarti!
Questa grazia m'ottieni. I miei rimorsi
Per la passata ingratitudin tutti
Mostrar gli vo': prostrarmi a' piedi suoi:
Di non sprezzarmi scongiurarlo. Vanne:
Digli che, s'io non lo riveggio, ahi parmi
Del perdono del ciel chiusa ogni speme.
GUIDO.
A forza il vuoi? Qui il condurrò.

SCENA II.

FRANCESCA.
—Per sempre
Dunque ti lascio, o Rimini diletta.
Addio, città fatale! addio, voi mura
Infelici, ma care! amata culla
Di... quei prenci... Che dico!—Eterno Iddio,
Per questa casa ultima prece io t'offro,
Bench'io sia rea, non chiuder, no, l'orecchio.
Nulla chieggo per me: per que' fratelli
Prego: tua destra onnipossente posi
Sul capo lor... Chi veggio?

SCENA III.

FRANCESCA e PAOLO.


PAOLO.
(Prorompendo forsennato con una spada alla mano.)
Oh sovrumana
Gioja! Vederla ancor m'è dato.—Ah, ferma!
Se tu fuggì, io t'inseguo.
FRANCESCA.
Audace! ahi lassa!
E come in armi?
PAOLO.
Sgombre ho le mie guardie
Coll'oro.
FRANCESCA.
Oh ciel! nuovi delitti...
PAOLO.
Io vengo
I delitti a impedir. Paga non fora
Contro me, credi, la gelosa rabbia
Del fratel mio; te immolar pensa. Orrendo
Spavento è quel ch'or qui mi tragge.—Al sonno
Chiusi dianzi le ciglia, ed oh qual truce
Visïone m'assalse! Immersa io vidi
Te nel tuo sangue moribonda: a terra
Mi gettai per soccorrerti... il mio nome
Proferivi, e spiravi!—Ahi disperato
Delirio! Invano mi svegliava, il fero
Sogno mi sta dinanzi agli occhi. Mira:
Sudor di morte da mie chiome gronda
Al rammentarlo.
FRANCESCA.
Calmati...
PAOLO.
Furente
M'alzai, corruppi i vili sgherri: un brando
Strinsi... Ahi, temea di più non rivederti!
Qui ti ritrovo: oh me felice!... Imponi:
Come del cor, del Braccio mio reina
Tu sei: morir per te desìo.
FRANCESCA.
Rientra,
Oh insano, in te. Quell'uom che oltraggi, a noi
Già perdonava. Fuggirai. Che speri?
PAOLO.
Se te col padre tuo salva non veggio
Fuor di queste pareti, abbandonarti
Non posso. Infausto, orribile presagio
Pe' giorni tuoi m'affanna.—Ah, tu non m'ami!
Tu rassegnata...
FRANCESCA.
Esserlo è d'uopo.
PAOLO.
Or dimmi:
Quando, ove mai ci rivedrem?
FRANCESCA.
Se in terra
Fine avrà... l'empio nostro amor...
PAOLO.
Non mai!...
Dunque non mai ci rivedrem!—Francesca,
Su questo cor poni la man. Talora
Tu questa mano ti porrai sul core
E de' palpiti miei ricorderatti:
Feroci sono: pochi fien!
FRANCESCA.
Oh amore!
PAOLO.
Adorata t'avrei: non fora un giorno
Passato mai ch'io non cercato avessi
Di farti ognora più e più felice...
M'avresti reso (oh incantatrice idea!)
Padre di prole a te simile: avrei
A' miei figli insegnato ad onorarti.
Dopo Dio prima, e come io t'amo amarti!
FRANCESCA.
Il solo udir questi tuoi detti è colpa.
PAOLO.
Nè mia giammai!...
FRANCESCA.
Che parli? Eternamente
Quant'io deggia al mio sposo e a' generosi
Suoi sacrifici sentirò. Solenne
Protesta or odi:—Se l'ingiusto fato
Lui seppellisse pria di me, perpetue
Conserverò le vedovili bende:
Nè coll'amarti mai, fuorchè in silenzio,
Offenderò la sua santa memoria.
PAOLO.
Mal m'intendesti: augurii empii non formo:
Viva e m'uccida il fratel mio. Ma lungi
Dall'ira sua tu pur, Francesca, ah, vivi:
Vivi, e in silenzio amami, sì!... Ne' mesti
Tuoi sogni spesso mi vedrai. Beata
Ombra dì e notte al fianco tuo starommi
Adorandoti ognor.
FRANCESCA.
Paolo...
PAOLO.
Tiranni
Gli uomini e il cielo fur con noi.
FRANCESCA.
T'acqueta.
Misera me! Non ci perdiamo... Ah, padre!
(Chiamando.)
PAOLO.
Più non ha dritti alla sua prole un padre
Che a sue voglie tiranniche l'immola.
Chi de' tuoi giovanili anni sepolto
Ha il fior nel pianto? Chi questa tremenda
Febbre in te mosse onde tutta ardi? All'orlo
Chi della tomba li spingeva?... Il padre!
FRANCESCA.
Empio, che dici?...—Odo fragor.
PAOLO.
Null'uomo
Potrà strapparti da mie braccia.

SCENA IV.

GUIDO, LANCIOTTO e Detti.


LANCIOTTO.
Oh vista!
Paolo?... Tradito da mie guardie sono...
Oh rabbia! e ad esser testimon di tanta
Infamia, o Guido, mi chiamasti? Ad arte
Ella a me ti mandò. Fuggire o farsi.
Ribelli a me volean: muojano entrambi.
(Snuda il ferro e combatte contro Paolo.)
FRANCESCA.
Oh rio sospetto!
GUIDO.
Scellerata figlia,
A maledirti mi costringi.
PAOLO.
Tutti,
O Francesca, t'abborrono: me solo
Difensor hai.
FRANCESCA.
Placatevi, o fratelli:
Fra i vostri ferri io mi porrò. La rea
Son io...
LANCIOTTO.
Muori!(La trafigge.)
GUIDO.
Me misero!
LANCIOTTO.
E tu, vile,
Difenditi.
PAOLO.
(Getta a terra la spada e si lascia ferire.)
Trafiggimi.
GUIDO.
Che festi?
LANCIOTTO.
Oh ciel! qual sangue!
PAOLO.
Deh... Francesca...
FRANCESCA.
Ah, Padre!...
Padre... da te fui maledetta...
GUIDO.
Figlia,
Ti perdono!
PAOLO.
Francesca... ah!... mi perdona...
Io la cagion son di tua morte.
FRANCESCA.
Eterno...
Martir... sotterra... oimè... ci aspetta!
PAOLO.
Eterno
Fia il nostro amore... Ella è spirata... io muojo...
LANCIOTTO.
Ella è spirata.—Oh Paolo!—Ahi, questo ferro
Tu mi donasti! in me si torca.
GUIDO.
Ferma,
Già è tuo quel sangue; e basta, onde tra poco
Inorridisca al suo ritorno il sole.

FINE DELL'ATTO QUINTO ED ULTIMO.


ROSILDE

CANTICA.

Dove il trovatore componesse questa cantica non appare; soltanto vedesi ch'egli era fuori di patria ed infelice nelle agitazioni in cui si trovavano a que' tempi le repubbliche lombarde—presso le quali si ricava dai suoi poemi ch'egli peregrinò diverse volte—è probabile che ivi s'attraesse lo sdegno d'alcuna di esse o di Federigo.


ROSILDE.

Canzoni de' miei padri, antiche istorie
Che a' felici d'infanzia anni imparai
Nel mio alpestre idioma (inculta lingua
Ma d'affetti guerrieri e di mestizia
Gentilmente temprata e dolce al core!)
Riedete nel mio spirto: e col soave
Risovvenir delle pietose note
Illudetemi sì che a' miei dolori
E al carcere ov'espio vani ardimenti
Togliermi io creda, e a me ritornin l'ore
Di mie gioje infantili—o di Saluzzo
Nell'amato che prima aere spirai—
O sui fragranti colli onde di fiori
E limpid'acque Pinerolo è lieta—
O per gli Eridanini ameni poggi,
Ove la sera il Torinese ascolta
Della lontana villanella il metro
Che avventure d'eroi dice e d'amore.
Oh poetica terra! oh popolata
D'alte cavalieresche rimembranze
Or gaje or triste, commoventi sempre!
Tu la prima onda porgi e le tue valli
Il primo letto al giovin re de' fiumi,
Ed ei ne' campi tuoi cresce educato
Come in orto di fiori! E di quell'orto
Mentre il voluttuoso aere m'inebbria
Veggio intorno—ove ch'io l'occhio sollevi—
Con fiero atto seder sovra le alture
Negre castella, e scemasi a tal vista,
Ma no, non cessa e sol natura cangia
La voluttà che mi ridea nel core
E più seria diventa e non men dolce;
E allora il pastoral flauto lasciando
Toccar desio la trobadoric'arpa.
Musa, o patria, a me sien le tue memorie:
Rosilde io canto.—
Bella era ed amata
E al suo sposo e signor tenera amante:
E—come a fiore un fiorellin s'appoggia—
Nelle braccia materne un pargoletto
Della madre al sorriso sorridea.
Se torna dalla caccia il cavaliere
Teodomiro, oh quanto gli par lunga
La salita al castel! non perchè il domi
Grave stanchezza, ma perchè alla sposa
Adorata il pensier vola ed al figlio:
Erge ei gli occhi alla torre—e v'apparìa
Lui desiando la venusta dama
Col leggiadro bambin, quasi dal cielo
Scesa fosse d'Iddio la Vergin Madre
A consolar d'un suo sguardo i mortali.
Ma improvviso precipita il dolore
Sui dì felici! Era un mattino, e in riva
Stava al Lemna natio Teodomiro
Inseguendo il cinghial. Vibra la freccia,
E tra questa e la belva, ahi, dal cavallo
Spinto è il giovin Denigi, e cade esangue!
Denigi il fratel d'arme, il fido amico
Dell'uccisore! (Vive ancor negli inni
Di tue vaghe fanciulle, o Pinerolo,
La beltà di Denigi e il suo coraggio.)
Oh rammarco! rammarco! e dacchè tinto
Del sangue dell'amico è il cavaliero,
Sfuma ogni gioja sua. Sovra il castello,
Così beato in pria, siede e vi spande
I negri vanni suoi l'angiol del male;
E dello spirto scellerato il riso
Fama è che molti udir di notte tempo,
Quando consunto da languor si spense
Di Rosilde il figliuolo, e del materno
Pianto ulular le desolate sale.
Nè qui del mal le orribili minacce
Termine han pure. Ahi! di Rosilde istessa
Le giovanili guance scolorarsi
Vede lo sposo, e andarsi a poco a poco
Estinguendo in que' grandi occhi il bel raggio
Onde dianzi splendean con tanta vita:
E in segreto ei sospira, e mentre asconde
Con ridenti parole il suo timore,
Gli s'arriccian le chiome immaginando
Un'altra tomba—e in questa tomba chiusi,
Chiusi quegli adorati occhi per sempre!
Presso a morte ella venne. E allor proruppe
Nel già incredulo cor del cavaliero
Religïon con tutta sua possanza:
E sceso a Pinerolo, al maggior tempio
Ricchi doni profonde, e con solenni
Riti espiar l'involontario cerca
Omicidio commesso, e (se mai peni)
Suffragar di Denigi il caro spirto,
Onde placato il ciel renda a Rosilde
Vita e gioja e di madre il dolce nome.
Ahi! nel sonno gli appar l'amico spettro,
E non irato è il volto suo, ma mesto
Come d'un che pietoso asconder brami
Le proprie, e più d'altrui senta le pene,
Nè gli si doni il sollevarle; e porti
Una coppa amarissima, e non sia
Quella coppa un rimedio, e ber si debba!
—Deh, spiegati! dicea Teodomiro,
Spiegati!—Ed il fantasma una lontana
Strada additava, e in fondo a quella strada
Con eccelse basiliche sorgea
Una grande città: dir sembra—«Vanne,
Là Dio ti chiama!» e mentre ivi lo affretta
Con una man si copre il volto e piange.
Atterrito si desta il cavaliere:
L'oscuro sogno medita; ispirato
Alfin si crede. «Ah! non v'ha dubbio, è Roma
Quella grande città: col pio vïaggio
Te, Denigi, da tue fiamme, e da morte
La cara donna liberar degg'io»—
Dice, e ad un tempo a ciò s'astringe in voto.
Esultate, o colline! ad abbellirvi
Torna col redivivo occhio Rosilde.
Di festive ghirlande olezzan tutte
Del castello le sale: echeggian l'arpe;
Stagion tornò di danze e di conviti:
L'angiol della sventura è dileguato.
Ma fido al voto suo prende il bordone
Teodomiro e seco uno scudiero,
Nè che la sposa il segua egli consente;
Perocchè a lei vicino ardua non fora
Più penitenza alcuna, e potrìa il cielo
Gravemente punirnelo.—«Addio, sempre
Più sempre amata! i giorni tuoi mi serba
E l'amor tuo! qui fra due lune io riedo.»
Piangea Rosilde, e dalle care braccia
Strapparsi non potea: nè di Rosilde
Tutte eran quelle lagrime che il volto
Inondavano al sire.—Oh dolorose
Partenze, sì, ma di dolcezza miste,
Quando due cuori che batteano insieme
Breve tempo si staccano, ma l'ora,
La lieta ora si dicon del ritorno!
Ahimè che di partenze altre son conscio
Più dolorose! allorchè a forza svelti
Da geloso tiranno eran due cori,
Nè dirsi addio potean, nè lor rimase
Speme che di ritorno ora risplenda!
Compie una luna dacchè orando e cinta
D'umil cilicio, infra i digiuni e il pianto,
Quasi pia vedovella, entro il solingo
Castel vivea la innamorata donna,
Di niun pensier curando altro che un solo,
Quando dal suo veron gli occhi volgendo
Giù sul pendio, salir vede un canuto
Che pare (ed è) il fedele Ugger, che il sire
Accompagnato ha in romeaggio.—«Ahi lassa!
Solo ritorna? Oh palpiti! oh funesti
Presentimenti!»—E indietro si ritrae:
Si riaffaccia indi al veron: prestigio
Creder vorria ciò ch'ella vede; e il santo
Segno si fa della salute, e sclama,
«No, mio Gesù, no, non sia ver! non sia!»
Ma giunto è il vecchio, e a' pie della signora
Singhiozzando si getta.
«O mio buon servo!
Tu mi rechi la morte, io già t'intendo:
Narra ov'ei cadde; ah, ch'io sovra la terra
Che lo ricopre, almen mi tragga e spiri!»
«O Donna, il fido Uggero a te dinanzi
Non tornerìa, se del suo sir la tomba
Veduto avesse.»
«Che dicesti? Ei vive?
Ah! sciagurata più non sono.»
«Ascolta,
Signora mia: non lusingarti, grave,
È grave assai questa sciagura: è incerto
Del mio sire il destino. Appena giunti
A quel varco eravam dove la terra
Al Piacentin del Po bagnano l'onde,
Allorchè un passegger, forte spronando
Il cavallo ver noi: fuggite, grida,
Fuggite, e pelegrini! un'orrenda oste
Invaso ha la contrada: il fero Otlusco
Co' suoi prodi vaganti Ungari il fianco
Occupò di Piacenza, e impossessato
S'è d'un vicin castello, e in quel castello
Quanti più può, chiude prigioni, e immensi
Indi al riscatto vuol tesori o il sangue
Versa degli infelici.—Il cavaliere
Che così ne parlava era un prigione
Al cui riscatto i teneri parenti
Tutto venduto avean, servi e poderi
E rocche avite. E il giovin cavaliere
S'era con altri prodi a fratellanza
Religïosa consacrato, e il voto
Di que' frati guerrieri è i pellegrini
Difendere e gli oppressi e la innocenza;
Ma nè il coraggio lor, nè tutti i brandi
Dell'afflitta città respinger ponno
Il fero Otlusco: sue terribili armi
Son gli stessi prigioni onde la strage
Minaccia se assalirlo osin le genti.—
Mercè rendiamo al generoso, e in fretta
Ricalchiamo la via. Ma quando soli
Teodomiro ed io per una selva
Ci scostiam dal periglio, «aita! aita!»
Sentiam gridar da lunge: onor ci vieta
Negare aita a chi la implora: il ferro
Snuda Teodomiro: il seguo: a zuffa
Con gli Ungari veniamo. Avean rapita
Al suo sposo una dama. Ahi, che potero
Contro a sì forte stuol soli due brandi?
Mira sul petto mio le non ben salde
Ancor ferite, onde i nemici a terra
Mi lasciar, mentre vinto e prigioniero
Strascinavano il sire. Allorchè appena
Riavermi e sorreggermi sull'egro
Fianco potei, mossi ad Otlusco e chiesi
Del mio signor divider la sciagura:
Ma il barbaro esultò, mi risospinse,
E appeso ad una croce un uman tronco
Mostrandomi:—«Al tuo sir, disse, egual sorte
Fra pochi dì sovrasta, ove quant'oro
Val sì nobile vita io non riceva.»
«E ch'è mai l'or? grida Rosilde: ah, tutto
Si sagrifichi tosto: assai di gemme
Erede io fui...»
«Deh, ciò bastasse, o donna!
Ma tal chiede riscatto il masnadiero,
Cui ben pavento non s'adegui alcuna
Di tue ricchezze. E il tempo incalza: i giorni
Numerati ha il crudel.»
—Quando la donna
L'enorme udì richiesta somma, il lume
D'ogni speranza a' guardi suoi s'estinse:
E come il Giusto[1] in Idumea, percosso
Dall'eccesso de' mali, osò il suo grido
Elevar verso Dio, ragion chiedendo
Del non mertato aspro flagel—Rosilde
Così, nel colmo del suo affanno, obblia
Che col suo Creator, dritto la polve
Di contender non ha: ma il Creatore
Come allor per quel Giusto, or si commove
Per la infelice delirante, e a detti
Che nell'angoscia le sfuggian, perdona.
E che sai tu, cieco mortal, se Iddio
Non conduce le sorti e non ti scaglia
Incontro alla sciagura, onde il tuo spirto
In più che umane lotte trionfando
Vieppiù a Lui s'assomigli? Al Sempiterno
Mancheran forse i modi e le delizie
Onde il lor guiderdone abbiano i forti?
Va', pia Rosilde, al tuo destin: che sono
Mai di Teodomiro e di te stessa
La pace e i giorni, ove allo scampo Iddio
D'una intera città voglia immolarli?
Scuotesi: amor le ridà forza, e nulla
D'intentato consente.—E drappi d'oro
E splendidi monili e vasi e perle
Tutto che mobil sia d'alto valore
Sui giumenti si carca. In fretta e campi
Vendere e torri non poteansi: in pegno
Alla Badia li affida, e ne ritrae
Non picciolo tesoro.
«O mia signora,
Deh! non avventurarti,» invan ripete
Il prudente scudiero; «a me abbandona
Questo messaggio.»
«A tutto, il barbaro Unno
Resister può, non d'una moglie al pianto,»
Sclama la dolorosa.
«Eppur, deh! pensa
Che non è fede ne' malvagi. E s'egli
I tesori rapisse, e te prigione,
Donna, tenesse?»
«Ah! del mio sposo al fianco
Andar carca di ferri, anzi che lunge
Aver tesori e libertà, ben chieggio.»
Dice, e comanda, e vuole. E sulla via
Col fido Ugger, co' pochi servi, assisa
Eccola sulla mula.—Ahi! così un tempo
Da' Francesi inseguito io colla madre
Pargoletto fuggìa: si soffermava
Il viandante attonito e chiedea
Da qual parte calato era il nemico.
Oh cavalieri improvidi, ch'a imbelli
Arti educate le fanciulle! Or d'uopo
Qui sarìa di valore! In mezzo all'armi
E all'arroganza od all'insidie forse
Troverassi Rosilde, e le vien meno
Segretamente al sol pensarvi il core.
Dal palagio paterno uscita mai
Pria non era del giorno in che da Susa
Mosse al castel dello sposato amante:
E qualche volta appena ivi la faccia
D'alcun ospite vide, e tutto serba
Il pudor dell'infanzia e la paura.
E quel debole petto or notte e giorno
Per le selve cavalca! e ad ogni fischio
Trema di fronda, e gli urli della lupa
Ode, e vede la sera da lontano
I fochi, ove, chi sa? forse cenando
Novi omicidii medita un ladrone!—
«Per me non tremerei: ma se rapiti
Mi fossero que' carchi, onde salvezza
A te verria, Teodomiro, allora?»—
Ed ei, Teodomir—dall'alte mura
Ove geme prigion, stassi alle doppie
Sbarre aggrappato della sua fenestra:
Ad ore ad ore immobilmente figge
Sovra l'ampio orizzon l'occhio bramoso:
Bramoso? e che mai spera?—Ah! nulla spera!
Estinto credo il fido Ugger: Rosilde
Saper di lui non può.—«Questo vil cibo,
Che invan mi si largisce, alfin dispendio
Parrà soverchio, e m'alzeran la croce;
Venga, venga quel dì!»—Tal è il febbrile
Suo frequente desio. Fero contrasto,
Bramar come riposo unico morte,
E inorridir pensando al disperato
Lamento di chi t'ama, allorchè il grido
Udrà del tuo martirio! e nuovamente,
Quasi l'orribil vita che tu vivi
Bramar di proseguire, onde non giunga
Alle tue sale mai quel desolante
Indubitabil grido Ei più non vive!
Da quelle sbarre guarda, e nulla spera
Teodomir: ma i dì passan talvolta,
Ed umana figura egli non vede,
Perocchè a tergo della torre il campo
Giace degli Unni, e a questa parte è un vasto
Tratto deserto di palude e arena
Che ad un bosco confina, e solo a manca
Veggonsi dietro agli olmi i campanili
Della città, e se il vento agita i rami
Si scoprono gli spaldi... Agita, o vento,
Agita quelle fronde! e il prigioniero
Veggia talor sovra gli spaldi il passo
Di vivente persona! È un indistinto
Tormentoso bisogno al solitario
Il veder l'uomo—Almen da lunge! un santo
Misterioso amor lega i mortali,
Se distanza li scevra: ah! come a noja
Puon da presso venirsi e farsi guerra?
Anco i nemici quasi ama, se ascolta
Lor selvaggia canzon Teodomiro,
Che pur l'Ungaro canto è umana voce.
E se nel bosco alcuna volta udìa
La percossa lontana della scure,
Pur frenava il respiro, e da que' colpi
Alcun piacer traea, perocchè all'occhio
Della mente pingeasi il buon villano
Che coll'ardua fatica alla diletta
Moglie porgeva e a' dolci figli il pane.
Ahimè, ben d'uopo è ch'uom giaccia all'estremo
D'ogni miseria onde gli sien ricchezza
Così povere gioje!—E se nel bosco
Tace la scure—e taccion gli Unni—e tace
Negli olmi il vento—e dalle torri il caro
A' meditanti suon della campana—
Chi allor molce, o prigion, tue tetre noje?
Oh allor—quel ciglio ch'uom giammai non vide
Nel lutto inumidirsi, in mesta guisa
Abbassandosi a terra, a larghe stille
Versa il dolore!
«Oh mia Rosilde! io sono
L'autor di tua sciagura! Io da celeste
Credea ispirazione essere al pio
Viaggio mosso, e m'illudea il consiglio
Dello spirto a cui gioco è l'uman pianto!»
«A cavallo! a cavallo! ecco una preda!»
Così sclama, e già sprona, e già seguito
Da cento lance è Otlusco. Oh, qual fu l'alma
Della timida donna al furibondo
Proromper d'una squadra! oh spaventose
Urla che assordan l'aere, e men saccheggio
Sembran nunciar che rapido macello!
Discende dalla mula. Il cor le manca,
Ma invoca il suo buon angiolo e confida
Nel suo soccorso, e pallida e smarrita—
Pur risoluta—avanzasi all'incontro
De' masnadieri, e con la mano accenna
Che raffrenino il corso ed ascoltarla
Vogliano per pietà.—V'è nell'aspetto
Dell'inerme e del debole un arcano
Che ispira reverenza anco ai feroci:
E se il debole opprimono, è un comando
Che natura non fece, è un altro moto
Che senza sforzo non si compie, e il compie
Pensata voglia di trionfo o lucro.
Commovente spettacolo! Un istante,
E dalle scalpitanti ugne pestata
Esser potea la misera—un istante,
E l'avventata squadra immobil sta:
Così Otlusco imperò.
Smonta, s'appressa
All'atterrita dama: e sopra il viso
Dell'assassin colla insultante gioja
Della propria potenza e colle dure
Tracce di crudeltà, v'è come un fosco
Lume che quelle tracce e quella gioja
Addolcisce un momento, e sembra quasi
Raggio di cortesìa. L'opra era forse
Di tua beltà, o Rosilde? o forse innanzi
Ch'atti inumani il trasformasser, grande
Fu dell'eroe lo spirito, e quel raggio
Di cortesìa reliquia è di quel tempo?
Ma in alme dal delitto degradato
A' moti generosi un pentimento
Di sentirli succede, e—unica a loro
Nota virtù—della virtù il dispregio.
«Signor, la sposa io son d'un prigioniero
Di cui t'offro il riscatto. Ove regina
Nata foss'io, per quel riscatto un regno
Dato t'avrei: ma ciò ch'io m'ebbi or pongo
Tutto a' tuoi piedi, e supplice scongiuro
Che il mio Teodomir tu mi ridoni.»
«Donna, ravviso il tuo scudier. Recato
T'avrà il pregio in che tengo il signor tuo:
Nè mai per men del valor suo di tanto
Peregrino giojel fia che mi spogli.»
«Deh! non macchiar tue forti gesta, o sire,
Schernendo gl'infelici: ecco non vile
Tesoro, e tu il gradisci: e fa' che priva
Di quanto io possedea, tranne il consorte,
Di mia miseria non curante, io possa
Ogni dì benedirti.»
«Olà mi segua
Quel convoglio al castel.»
Trema e rimonta
Rosilde la sua mula, e a fianco a Otlusco
Dinanzi agli altri avviasi, e da lontano
Guarda con desiderio e con affanno
Quelle mura ove chiuso è il suo diletto.
Ma l'avaro ladron vede l'amore
E la bellezza della dama, e volge
Nell'astuto pensier nova perfidia.
Arrivano al castel: spiegansi i doni,
E Otlusco a sè venir fa il prigioniero.
Oh emozion de' due teneri sposi
Nel rivedersi! Udì Teodomiro
Ciò che a salvarlo fea Rosilde, e gioja,
Stupore e gratitudine è in lui tanta
Che parole non trova.—Il sospettoso
Unno quel muto giubilar mirando,
«No» sclama «non è ver, queste non sono
Vostre sole dovizie; in voi non fora
Sì poco duol nel perderle: al riscatto
Ben puon di te, o guerriero, esser bastanti,
Ma pari a questi quattro volte un dono
Vo' per la donna che prigion ritengo.»
Piansero, supplicàr. Barbaramente
Sono divisi, e dal castello a forza
Dagli Ungari cacciato è il cavaliero.
Che diverrà la misera? E ove mai
Teodomir ritroverà tant'oro
Qual dal perfido vuolsi? Il pio scudiere
Gli rammenta i congiunti. «Ah, i miei congiunti
Possenti son, ma antiche guerre e invidia
A me feali inimici, e non che ajuto,
Scherno n'attendo nella rea fortuna!
Vendere il mio retaggio? E lenta è l'opra;
Nè molto indi trarrei, poichè sì pingue
Già ne diè somma chi toglieali in pegno.»
Mentre varii nel cor volge pensieri,
E un furibondo più dell'altro, e tutti
Fausti a vendetta sì, inefficaci
A liberar la cara sposa—e mentre
Tenta indarno in agguato al masnadiero
Toglier la vita—e mentre indarno ai prodi
Frati guerrieri e all'armi piacentine
Recasi e prega e stimola e, a gran rischio
Di cagionar d'ogni prigion la strage,
Pur li spinge a battaglia, e dieci volte
(Con finti attacchi) in lontananza spera
Trarre l'oste malvagia e della rocca
Rapidamente impadronirsi, e sempre
La vigile degli Unni arte il delude—
A investir la città pensa in segreto
Con audacia incredibile il ladrone.
Oh scellerata notte! Un tradimento
Forse ad Otlusco aprì le porte: il ferro
E il foco cinque giorni orribilmente
Scorre per ogni via, per ogni chiesa,
Per ogni ostello, e disperato sembra
Del popol vinto il più risorger mai.
Nè per l'amor sol della preda esulta
Di sue vittorie il barbaro: egli esulta
Perocchè quanto più temuto e forte,
Tanto più grande apparir crede al guardo
Dell'altera Rosilde. Il ferreo core,
Non si sa come, al pianto di Rosilde
S'era commosso, e in guisa ch'ei sul punto
Fu alcune volte d'asciugar quel ciglio,
Libera rimandandola al marito:
E se eseguia il magnanimo pensiero
Non avrebbe sol lei, ma seco tutti
I suoi tesori rimandati. Un giorno
Alla stanza ei movea della dolente
Col nobile proposto, ahi! ma rivide
Quelle angeliche forme, intese il suono
Di quella voce, e gli morì sul labbro
La pensata parola, e generoso
Esser più non potè. Parlò d'amore,
E, ciò che mai sofferto ei non avea,
I dispregi sofferse, e quei dispregi
Eran pugnali all'alma del superbo,
Eppur chi li avventava era a lui caro.
Nè degli altri prigion pari alla sorte
Di Rosilde è la sorte. A lei l'uscita
Sol tolta è del castel, ma le si dona
E visitar gli altri infelici e alquanto
Alleviar lor pene e dalla croce
Redimer chi dannato era e taluni
Render senza riscatto a lor famiglie.
Con benefico intento e varia speme
Va serbando la vita, e all'esecrato
Ladron si finge meno irata, e volta
Tutta è a cercarsi occasïon di fuga.
Ma maggior di lor possa è il breve sforzo
Di gentilezza e di pudor nei vili;
Parer grandi vorriano e oprar da grandi
Incominciato appena avean—nel basso
Sentiero ecco ricalcali natura,
O abitudin d'infamia, o delirante
De' sensi ebbrezza, o il giubilo del male.
Prudenza e preghi e dignità e disdegno
Più a Rosilde non val. Fra le volgari
Delle coppe esultanze, il masnadiero
Motti d'amor—ma temerarii—vibra,
Ed orgogliosi (ah, il tuo bel nome, Amore,
Non merta il foco de' profani!)
«O stolta,
A che ostinarti contra il fato? E credi
Che, dacchè l'ha perduta, in vedovanza
Perenne stiasi il tuo primier compagno?
Ah, ch'ei ben già di tua mancanza in braccio
D'amante altra consolasi! A cercarti
Forse riedea? Ti vendica: le nozze
D'Otlusco accetta. Splendida ben altra
Che non Teodomir t'offro ventura:
Invitte squadre io guido, un regno innalzo
Cui le più ardite signorie curvarsi
Dovran d'Italia: te possanza e pompa
E adoramenti faran lieta, e madre
Sarai di regi.» (E in così dir con guardo
inverecondo alla pudica un braccio
Osa afferrar.)
«Deh, signor mio! Te irrito
Se il passato rammento e i dì felici
Che da te lunge io trassi: a sgombrar l'ire
Dal ciglio tuo, quindi in silenzio io pongo
Il prisco ond'arsi immenso amor: ti basti
Questo silenzio. E se ostinata speme
Nutrir pur vuoi ch'amor novel me accenda,
Fa' che d'atti tirannici e scortesi
Io mai capace non ti scorga, e al tempo
Lascia il mutarsi del cor mio.»
Tra umile
E maestosa così parla: e tenta
Allontanar pur quel terribil punto
Cui già da lungo con preghiere e pianto
S'è apparecchiata.—Mesi e mesi invano
Sperò in Teodomir: più non ritorna.
Nelle pugne sperò, ma invan: la palma
Sempre è dell'Unno. Invan sperò d'aprirsi
Qualche strada alla fuga: omai non resta
Scampo ad infamia, altro che un sol—la morte.
A timid'alma arduo dover, la morte.—
Ma non feroci tutte fur le donne
Di cui l'alto morir narran le istorie.
A talune, o pittor, forse tra quelle
E maschi tratti e gigantesca possa
E spirito guerrier dar non dovevi:
E mite cor portavano, e formate
Eran solo ad amore, e d'una spada
Inorridiano al lampo, eppure (oh grande,
Oh ben più grande era virtù!) a dispetto
Della dolce indol femminile, il seno,
Anzi ch'a onore o amor farlo spergiuro,
Colla tremante man si laceravano!—
Ahi giunta è l'ora per Rosilde! Un varco
Era all'audacia del fellon, quel varco
Or più non è. Nè avvidesi ei che l'armi
Appese alla parete ella adocchiasse:
La parete adocchiava e già scagliata
Col volo d'un baleno erasi a un ferro
La generosa... allor che risonanti
Di spaventose grida ode le sale.
Due i momenti non furo: assaliti ode
Rosilde gli Unni, e un rapido pensiero
Non mai previsto or le risplende, e il ferro
Che in sè volger dovea, vibra al tiranno.
Cade—e su lei rovesciasi—e quel ferro
Dal seno Otlusco a sè strappando il pianta
Ed il ripianta dieci volte e in viso
E nel fianco alla misera, e fra gli urli
E i colpi e il duolo e le bestemmie ei spira.
Tal nel castel la spaventevol scena
Presentavasi agli Ungari, allorquando
Prorompea l'oste. Impugnano le lance,
A far fronte s'accingon, ma l'orrenda
Morte del condottiero e la sorpresa
Sì gli atterrìa che immemori son fatti
Dell'antica lor possa e a vergognosa
Fuga si dan per la campagna.—I prodi
Esuli Piacentini al forte, fatto
Duce Teodomiro, eransi spinti
Perir giurando o vincere: e mai fermo
Da moltitudin ciò non fu che tutti,
Per quanto lunghi sien feri gli inciampi,
Visti a crollar sotto ai suoi piè non li abbia.
Ma come or sì poco ardua è la vittoria?
Donde il terror de' barbari? Nè Otlusco
Fu veduto pugnar.
Parla un morente
Ungaro e accenna del suo sir la sorte:
«Femminea man lo trucidò!» Ai vincenti
Raddoppiasi la gioja.—Ov'è la santa,
La salvatrice della patria?—Schiuse
Son le carceri: mischiasi col grido
De' redentori il grido di cinquanta
Liberati prigioni.
«E tu, Rosilde,
Che non accorri? Dove sei? Rosilde!
Diletta sposa!»
Ardea fosca una lampa
Nella gran sala. Spaventato n'esce
Il vecchio Ugger: nel suo signor s'incontra;
Ritrarnel vuol. Ma già Teodomiro,
Tra rovesciate mense e armi, scoverto
Ha l'immane cadavere d'Otlusco:
Con gioja gli s'appressa—oh vista! un altro
Cadavere ei copria! Rosilde—
E intanto
Che il più infelice de' mortali esclama
Miserandi lamenti (oh mescolanza
Che drizzar fa le chiome!) urla di gaudio
Metteano, ignari i suoi compagni ancora,
E con festa il chiamavano: «A te dessi
Questa lieta vittoria! A' fuggitivi
Riposo non si dia! Guidane, o prode!
La città si riacquisti!»—
A poco a poco
Cessa il giulivo dissonante strepito:
Il luttuoso caso odono: muti
Reverenti s'affollano alla sala:
Tutti lor gioja oblian: l'egregia donna
Mirano—e oh che pietà! quel cavaliere
Dianzi sì dignitoso, or nella polve
E nel sangue si rotola ululando,
Nè più gli cal che forse altri il dispregi.
«Ite, o felici: agevol cosa è omai
Il ripigliar la città vostra. Otlusco
Da costei fu atterrato... oh, ma vedete
La generosa!»
E il sen tutto squarciato
Di Rosilde accennava e quelle care,
Or deformi sembianze: ed oltraggiando
Il fido Ugger che il contenea, una spada
Afferrava, ma indarno, onde svenarsi.
Riacquistò le sue mura il fortunato
Popolo piacentino. Ebber perenne
Del vedovo stranier cura i pietosi
Ospiti, ed a Rosilde a eterna gloria
In mezzo al foro alzaro un monumento;
E allorquando, tra pochi anni recisa
Fu dal dolor la vita di quel prode,
Chiuse le sue infelici ossa nell'arca
Venner dov'eran di Rosilde l'ossa.
Ahi! quell'arca vedeasi a' tempi ancora
Della mia fanciullezza, e il padre mio
La visitò: ma quando pellegrino
Adulto mossi tra i Lombardi, e volli
A mia debol virtù porger conforto
Quelle sacre onorando ossa d'eroi,
Più non rinvenni che un'infranta pietra,
E su quella sedea, laide canzoni
Vil giullare cantando, e gli fea cerchio
Con ghigni infami la plaudente plebe!