Dov'è mia gioventù? Dove i bëati
Anni d'amor, del Rodano appo l'onde?
Dove il ritorno a' miei dolci penati,
E mia stanza alle Insùbri aure gioconde?
Dove in Milano i glorïosi vati
Che mi cingean dell'apollinea fronde?
Dove mia gloria alle applaudite scene?
E poi dove il decennio infra catene?
Io di carcere usciva egro, e piangendo
Il mio buon Federico e gli altri cari,
Cui dato ancor da quel recinto orrendo
Rieder non era ai desïati lari:
Poscia esultava, Italia rivedendo,
Ed alfin temperando i giorni amari
Fra gli amplessi de' mei sacri canuti,
Per me sì lungamente in duol vissuti.
E omai da un lustro tutto ciò trascorse!
E nuovi plausi a me la patria diede,
E di nuovi Aristarchi ira mi morse,
E di nuovi propizi ebbe la fede,
E nuova infanzia a me d'intorno sorse,
E di morte vid'io novelle prede,
E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo,
E separarmen voglio—ed ancor l'amo!
L'amo perch'alme vi trovai fraterne,
Che all'alma mia s'avvinser dolcemente,
E diviser mie gioie, e nell'alterne
Pene collacrimàr sinceramente:
E v'ha tali amistà che fièno eterne,
Benchè tessute in questa ombra fuggente,
Benchè tessute ov'ogni nobil core
S'apre appena a virtù, lampeggia e muore.
Degg'io, poss'io da tutte cose amate
Divellere una volta il mio pensiero?
Io, le cui sorti furono esaltate
Da tanto lutto e tanto gaudio vero!
Io, le cui rimembranze innamorate
Han su mia fantasia cotanto impero!
Io, cui balzar fa sin talora il petto
Vista di leve, inanimato oggetto!
Reduce a lidi miei, dopo che giacqui
Sepolto vivo per sì cupe notti,
Agli affetti più teneri compiacqui
Che la sventura non avea interrotti;
Nè agli estinti carissimi pur tacqui
Culto di preci e di sospir dirotti;
Indi a rivisitar presi le antiche
Pagine ch'ebbi a dolce veglia amiche.
E sovente su libri polverosi
La man vo riponendo tremebonda,
Ed apro, e parmi a' giorni studïosi
Tornar di giovinezza, e il pianto gronda!
E trovo i segni che ne' libri io posi,
Ove con mente mi fermai profonda,
Ove ad alti pensier d'amato autore
Commento fei di verità o d'errore.
Pur con sensi diversi or vi rimiro;
O libri tanto amati a' dì primieri:
Vate son io, ma spento è in me il desiro
Di prostrarmi idolatra anzi agli Omeri.
Se volgendo lor carte ancor sospiro,
Magia non è de' grandi lor pensieri:
Più d'un libro m'è caro, e pure in esso
Di rado cerco lui; cerco me stesso.
E non sol me vi cerco: alla memoria
Del me passato aggiugnesi indivisa
Di palpiti d'amor söave istoria,
Quando un'egregia m'infiammava in guisa,
Ch'io per lei sola ambìa pietate e gloria,
Ch'io sempre in lei tenea l'anima fisa,
Che d'un sorriso suo per farmi degno,
Sempre agognava ingentilir lo ingegno!
E se pio talor fui, pregio egli è stato
Di quella generosa animatrice:
Era ad essa straniero il forsennato
Foco d'amor che mi rendea infelice;
Ma compatìa mie pene, ed elevato
Volea il mio spirto, e lo volea felice,
Ed allor che più insano io le parea,
S'affannava, e garrivami, e piangea.
Quella donna, onde il bel, nobile viso
Polvere è da molt'anni, e l'alma in Dio,
Non disamai, benchè da lei diviso,
E onorerolla tutto il viver mio:
Ma nuovi poscia affetti han me conquiso,
E quel primiero ardor s'intiepidìo:
Quel ch'era in me un incendio, è una favilla
Che come lampa ad un sepolcro brilla.
Senza obblïar la già cotanto amata,
Altra ammirai ch'or dispartita è anch'essa;
E in me virtù credendo io sublimata
Per averla a sì bello angiol commessa,
L'anima mia da orgoglio inebbrïata
Vana si fea di lungo ben promessa:
Giorni d'alto dolor mi mosser guerra,
E a lei pur venni tolto, ed è sotterra!
Sete d'amor, sete di studi, e sete
D'innalzar sopra il volgo il nome mio,
Gran tempo mi rapìan sonno e quiete,
Nè scerno se ammendato oggi son io:
Tu che del cor le latebre secrete
Solo ravvisi e mondar puoi, gran Dio,
Pietà di me che tanto sempre amai,
E sino a te l'amor non sollevai!
Tante cose sfumarono al mio sguardo,
E tutto giorno sfumar altre io miro!
Valga d'esperïenza il raggio tardo,
In che sforzatamente oggi m'aggiro,
Ad oprar alfin sì che più gagliardo
A tua bellezza s'erga il mio desiro,
E nulla tanto da' mortali io brami,
Quanto ch'ognun tuoi pregi scorga ed ami!
La legge tua non è d'irto rigore,
Sol le idolatre passïoni abborri:
Lunge che a te dispaccia amante cuore,
Ad un cuor fatto gel più non accorri.
Tu vuoi che a' miei fratelli io con ardore
Così soccorra, come a me soccorri:
Tu vuoi che in forte guisa il bello io senta,
Tu vuoi che al giusto il plauso mio consenta.
Tu doni a' figli tuoi mente e parola,
Non perchè il dono tuo venga sepolto;
Tu non imprechi investigante scuola
Su non vietato ver fra l'ombre avvolto:
In odio a te l'indagin empia è sola
Che contra il cenno tuo l'ardire ha volto:
Tu gl'ignari del mal chiami felici,
Ma il veggente non reo pur benedici.
Tu che sei tutto amor, la sacra stampa
Della natura tua nell'uomo imprimi:
Gagliardo sprone e inestinguibil lampa
Tu sei di tutti aneliti sublimi.
Tu godi quindi se il mio spirto avvampa
Per que' tuoi fidi che in virtù son primi:
Tu godi se fra lor taluni eleggo,
E nel lor santo oprar meglio ti veggo.
A me tu dato hai queste fiamme ardenti,
Con cui desìo de' petti amici il bene,
E con cui studïando i tuoi portenti
Traggo esultanza, e di capirti ho spene:
Così caldo sentir più non diventi
Esca giammai di vanità terrene:
Mie passïoni in guisa tal governa,
Che lode sièno a tua saggezza eterna.
Sempre le temo, e sempre sento ancora
Che in amar altre cose io troppo m'amo:
Cieca errò mia bollente alma sinora,
E presa fu di sua superbia all'amo.
Distruggi il suo sentire, o lei migliora;
O vil torpore, od amor santo io bramo;
Ah no, non vil torpor, dammi amor santo,
Tu che le tue fatture ami cotanto!
Oh di Saluzzo antiche, amate mura!
Oh città, dove a riso apersi io prima
Il coro e a lutto e a speme ed a paura!
Oh dolci colli! Oh maëstosa cima
Del monte Viso, cui da lunge ammira
La subalpina, immensa valle opima!
Oh come nuovamente or su te gira
Lieti sguardi, Saluzzo, il ciglio mio,
E sacri affetti l'aër tuo m'ispira!
Nelle sembianze del terren natìo
V'è un potere indicibil che raccende
Ogni ricordo, ogni desir più pio.
So che spiagge, quai siansi, inclite rende
Più d'un merto soave a chi vi nacque,
E bella è patria pur fra balze orrende;
Ma nessuna di grazia armonìa tacque,
O Saluzzo, in tue rocce e in tue colline,
E ne' tuoi campi e in tue purissim'acque.
Ogni spirto gentil che peregrine
A piè di queste nostre Alpi si sente
Letizïar da fantasie divine.
Sovra il tuo Carlo, e il dotto suo parente
[3],
Che pii vergaron le memorie avite,
Spanda grazia immortal l'Onnipossente!
Dolce è saper che di non pigre vite
Progenie siamo, e qui tenzone e regno
Fu d'alme da amor patrio ingentilite.
Più d'un estero suol di canti degno
Porse a mie luci attonite dolcezza,
E alti pensieri mi parlò all'ingegno:
Ma tu mi parli al cor con tenerezza,
Qual madre che portommi in fra sue braccia
E sul cui sen dormito ho in fanciullezza.
Ben è ver che stampata ho breve traccia
Teco, o Saluzzo, e il dì ch'io ti lasciai
A noi già lontanissimo s'affaccia.
Pargoletto ancor m'era, e mi strappai
Non senza ambascia da tue dolci sponde,
E, diviso da te, più t'apprezzai.
Perocchè più la lontananza asconde
D'amata cosa i men leggiadri aspetti,
E più forte magìa sul bello infonde.
Felice terra a me parea d'eletti
La terra di mio Padre, e mi parea
Altrove meno amanti essere i petti.
E mi sovvien ch'io mai non m'assidea
Sui ginocchi paterni così pago,
Come quando tuoi vanti ei mi dicea.
In me ingrandiasi ogni tua bella imago;
Del nome saluzzese io insuperbiva;
Di portarlo con laude io crescea vago.
E degl'illustri ingegni tuoi gioiva,
E numerarli mi piacea, pensando
Che in me d'onor tu non andresti priva.
Vennemi quel pensiero accompagnando
Oltre i giorni infantili, allor che trassi
Al di là delle care Alpi angosciando.
Nè t'obblïai, Saluzzo, allor che i passi
All'Itale contrade io riportava,
Benchè in tue mura il capo io non posassi.
Chè il bacio de' parenti m'aspettava
Nella città ch'è in Lombardia regina,
E colà con anelito io volava.
E colà vissi, e colsi la divina
Fronde al suon di quel plauso generoso,
Che premia, e inebbria, e suscita, e strascina.
Oh Saluzzo! al mio giubilo orgoglioso
Pe' coronati miei tragici versi,
Tua memoria aggiungea gaudio nascoso.
Oh quante volte allor che in me conversi
Fulser gli occhi indulgenti del Lombardo,
E spirti egregi ad onorarmi fersi,
Ridissi a me con palpito gagliardo
La saluzzese cuna, e mi ridissi
Che grata a me rivolto avresti il guardo!
E poi che in ogni Itala riva udissi
Mentovar la mia scena innamorata,
Ed ai mesti Aristarchi io sopravvissi,
L'aura vana, che fama era nomata,
Pareami gran tesor, ma vieppiù bello
Perchè a te gioia ne sarìa tornata.
Mie mille ardenti vanità un flagello
Orribile di Dio ratto deluse,
E negra carcer mi divenne ostello.
Non più sorriso d'immortali Muse!
Non più suono di plausi! e tutte vie
A crescente rinomo indi precluse!
Ma conforti reconditi alle mie
Tristezze pur il Ciel mescolar volle,
E il cor balzommi a rimembranze pie.
Del captivo l'afflitta alma s'estolle
A vita di pensier, che in qualche guisa
Il compensa di quanto uomo gli tolle.
E quella vita di pensier, divisa
Fra le non molte più dilette cose,
Ora è tormento ed ora imparadisa.
Io fra tai mura tetre e dolorose
Pregava, e amava, e sentìa desto il raggio
Del poëtar, che il cielo entro me pose.
Miei carmi erano amor, prece e coraggio;
E fra le brame ch'esprimeano, v'era
Ch'essi alla cuna mia fossero omaggio.
Io alla rozza, ma buona alma straniera
Del carcerier pingea miei patrii monti,
E allor sua faccia apparìa men severa.
E m'esultava il sen, quando con pronti
Impeti d'amistà quel torvo sgherro
Commosso si mostrava a' miei racconti.
Pace allo spirto suo, che in mezzo al ferro
Umanità serbava! A lui di certo
Debbo s'io vivo, e a' lidi miei m'atterro.
Morto o insanito io fora in quel deserto,
Se confortato non m'avesse un core
Nato di donna, e a caritade aperto.
Scevra quasi or mia vita è di dolore,
Ad Italia renduto e a' natii poggi,
Ov'alte m'attendean prove d'amore.
Benedetti color, che dolci appoggi
Mi fur nell'infortunio, e benedetti
Color, che mia letizia addoppian oggi!
E benedetta l'ora in che sedetti,
Saluzzo mia, di novo entro tue sale,
E strinsi a me concittadini petti!
Non vana mai su te protenda l'ale
Quell'Angiol, cui tuo scampo Iddio commise,
Sì che nobil sia cosa in te il mortale!
L'alme de' figli tuoi non sien divise
Da fraterna discordia, e mai le pene
Dell'infelice qui non sien derise!
Le città circondanti ergan serene
Lor pupille su te, siccome a suora
Ch'orme incolpate a lor dinanzi tiene.
E le lontane madri amin che nuora
Vergin ne venga di Saluzzo, e questa
Abbia figliuola reverente ognora;
E la straniera vergin, che fu chiesta
Da garzon saluzzese, in cor sorrida
Come a lampo di grazia manifesta!
Pera ogni spirto vil, se in te s'annida!
Vi regni indol pietosa ed elegante,
E magnanimo ardire, e amistà fida!
Mai non cessino in te fantasìe sante,
Che in dottrina gareggino, e sien luce
A chi del bello, a chi del vero è amante;
E del saver tra' figli tuoi sia duce
Non maligna arroganza, invereconda;
Ma quella fè che ad ogni bene induce;
Quella fede che agli uomini feconda
Le mentali potenze, a lor dicendo,
Ch'uom non solo è dappiù di belva immonda,
Ma può farsi divin, virtù seguendo!
Ma dee farsi divino, o di viltate
L'involve eterno sentimento orrendo!
Tai son le preci che per te innalzate
Da me son oggi, e sempre, o suol nativo:
Breve soggiorno or fo in tue mura amate,
Ma, dovunque io m'aggiri, appo te vivo!
Mentre tanti di nome e d'or potenti
Volgono a vanitate e nome ed oro,
Nè a taluni più bastano i contenti
Che sulla terra Iddio concede loro,
Mentre a meglio goder cercan furenti
La propria gioia nell'altrui disdoro,
Simili a falsi Dei d'età lontane
Che a' lor piedi volean vittime umane;
E mentre mirando
Que' ricchi malvagi
Il volgo fremente
Che invidia lor agi,
Esagera, infuria,
Invoca dal Ciel
Su tutti i felici
Que' flagelli rattiene il ricco pio
Che riparar gli altrui misfatti agogna,
E oprando assai per gli uomini e per Dio,
Anco d'essere inutil si rampogna:
Degl'innocenti aiuta il buon desìo,
Gli erranti tragge a salutar vergogna;
Onora l'arti ed anima l'artiero,
E chiamar vorrìa tutti al bello, al vero.
Il volgo commosso
Ripensa, si calma,
Capisce che il ricco
Può aver nobil alma;
Insegna a' suoi figli,
Che pace e lavor
Del povero sono
Salute e decor.
Salve, o di carità sacra fiammella
Che accendi il cor del pio dovizioso!
Se a noi mortali fulgi or così bella,
Qual fulgi tu dell'anime allo Sposo?
A lui che, tutte mentre a sè le appella,
Le appella a mutuo affetto generoso!
A lui che quando cinse umano velo,
Ci palesò che tutto amore è il Cielo!
Amore santifica
Tesori e palagi,
Amore santifica
Tuguri e disagi;
Amor sulla terra
Può tutto abbellir,
L'impero, il servire,
La vita, il morir.
Amato molto, amato sia il Signore
Ch'è modello de' ricchi impietositi!
Amato molto, amato sia il Signore,
Modello ai cuori da sventura attriti!
Amato molto, amato sia il Signore
Che noi vuol tutti alla sua mensa uniti!
Amato molto, amato sia il Signore
Che per l'anime umane arde d'amore!
Oscuro o potente,
Di Dio tu sei figlio,
Ancor che in esiglio!
Gran fallo ci avvolse
Nel fango e nel duol:
Amiam! ci fia reso
Degli Angioli il vol!
«Son pargoletto e povero e ammalato;
Abbi pietà di me, Gesù bambino,
Tu che sei Dio, ma in povertà sei nato!
Me qui lascia la mamma ogni mattino
Nel solingo tugurio, ed esce mesta
Il nostro a procacciar vitto meschino.
Ancella move a quella casa e questa,
Ed acqua attinge e lava e assai si stanca,
E vive appena, ed indigente resta.
Qui soletto io mi volgo a destra, a manca,
Senza dolcezza di parole amate,
E fame ho spesse volte, e il pan mi manca.
Le melanconich'ore prolungate
M'empion l'alma di pianto e di paure,
E mi sfogo in ismanie sconsolate.
Amor la madre assai mi porta, e pure
Quando al tugurio torna e pianger m'ode,
Spesso le voci sue prorompon dure;
Talor mi batte, e duolo indi mi rode,
Sì che allor quasi affetto io più non sento,
E in maligni pensieri il cor mi gode.
Povera madre! il viver nello stento
Estingue nel suo spirto ogni sorriso,
Ed anch'io più cruccioso ognor divento.
Gesù, prendimi teco in Paradiso,
O tempra la tristezza che m'irrita,
E rasserena di mia madre il viso:
Fa ch'ella trovi ad allevarmi aïta,
Fa che deserto io non mi strugga tanto
Fa che un po' d'allegrezza orni mia vita.
Se ad altri bimbi io respirassi accanto,
E non sempre gemessi, e qualche mano
Söavemente m'asciugasse il pianto,
Crescerei più benevolo e più sano
E più caro a la madre io mi vedrìa:
Lassa! altrimenti ella fu madre invano!
Ella al mio fianco in pace invecchierìa,
E per essa con gioia adoprerei
A laudevol sudor mia vigorìa.
Le poche forze ai patimenti rei
Soggiaceranno in breve, e, fuorchè pena,
Nulla i miei giorni avran fruttato a lei.
Ovver, se presto a morte non mi mena
Tanta miseria, crescerò doglioso,
Me coll'afflitta madre amando appena.
Ed ella pur mi dice che odïoso
Il povero alla terra e al ciel rimane,
Quando alle brame sue non dà riposo,
Quando coll'ira in cor mangia il suo pane.»
Ed ecco del bimbo
La mamma ritorna:
È stanca, ma un raggio
Di gioia l'adorna;
S'asside a lui presso,
Lo stringe al suo sen,
«Oh quanto sinora
Mi dolse, o figliuolo,
Lasciarti ogni giorno
T'allegra: celeste
Soccorso a noi vien.
«Nell'ore ch'ai figli
Non ponno dar cura
Le madri, cui preme
Fatica e sventura,
Da provvide menti
Ricovro s'aprì.
Alquanto risana,
E là tu verrai:
Son piene due sale
Di pargoli omai:
Giocando, imparando,
Vi passano il dì.
«Al santo pensiero
Che aprì quel ricetto,
Ministre si fanno
Con tenero affetto
Più vergini umìli,
Sacrate al Signor:
Null'altro che amarti,
Il sai, potev'io,
Ancelle di Dio
Più dolce, più giusto
Faranno il tuo cor.
«Io, conscia che al figlio
Non manca un'aïta,
Trarrò senza pianto
Mia povera vita,
L'usato lavoro
Stimando leggèr.
Al tetto materno
Verrai verso sera,
E sempre alzeremo
Concorde preghiera
Per l'alme pietose
Che asilo ti dier.»
Quel fanciulletto già infermiccio e tristo,
Indi a non molto, in sì benigna scuola,
Rosee le guance e lieti i rai fu visto.
Oh d'amorose labbra la parola
Quanto a' cuori avviliti, e più a' bambini,
Addolcisce le doglie e li consola!
D'entrambo i sessi i pargoli tapini
Ivi sottratti vanno a rio squallore,
Ed a costumi stolidi e ferini.
Che invan vorria la madre o il genitore
Occhio assiduo tener sui cari pegni,
Qua e là faticando per lungh'ore.
Abbandonati a sè, crescere indegni
Veggionsi quindi d'assai plebe i figli,
Egre le membra ed egri più gl'ingegni.
Per cadute e per cento altri perigli
Vedi qual di storpiati e di languenti
Esce turba da' poveri covigli!
Quanti avrian le persone alte e ridenti
Ch'essi strascinan luride e contorte,
Perchè guaste d'infanzia agli elementi!
Oh benedetti voi che sulla sorte
Della schiatta plebea v'intenerite,
E pensate a scemarle e vizi e morte!
In voi sì belle le grandezze avite
Non son, quant'è il magnanimo disìo,
Onde a tanti innocenti asilo aprite.
Memori siete di quell'Uomo-Iddio
Che, cinto da drappel di bambinelli,
Li confortava col suo sguardo pio,
Ed imponea d'assomigliare a quelli.
E voi benedette,
Donzelle pietose,
Che al Dio de' bambini
Facendovi spose,
Di madri assumete
Le pene e l'amor.
Per voi dalla terra
Piacer non alligna:
Fors'anco taluno
Vi guarda e sogghigna,
Vi chiama delire
Da stolto fervor.
Ma voi non curanti
Di plauso o di scherno,
I poveri amando
Amate l'Eterno,
Ai bimbi servendo
Servite a Gesù.
Il mondo che ignora
Non sa che più dolce
Di tutti i piaceri
È l'umil conflitto
D'arcana virtù.
La vergine sacra
Al Dio degl'infanti
Sublima sue pene
Con palpiti santi;
È abbietta ai mortali,
Ma l'anima ha in ciel.
Con Dio nella mente
Le cure più gravi,
Le cure più vili
Diventan söavi:
Bassezza non tange
Un'alma fedel.
La vergine sacra
Al Dio de' bambini
Vagheggia in Maria
Affetti divini,
Le impronte cercando
Di lei seguitar.
Tirannico ciglio
Color, che mirando
Maria col suo Figlio,
Li veggon dal cielo
Sui bimbi vegliar.
Ah! sì, benedette
Voi tutte, o bell'alme,
Che ai miseri infanti
Porgete le palme,
Di padri e di madri
Vestendo l'amor!
Pensier non vi preme
Di plauso o di scherno:
I poveri amando
Amate l'Eterno:
Ai bimbi servendo
Servite al Signor.