WeRead Powered by ReaderPub
Politica estera: memorie e documenti cover

Politica estera: memorie e documenti

Chapter 6: Capitolo Quarto. Dal primo al secondo trattato della Triplice Alleanza.
Open in WeRead

About This Book

The volume gathers memoirs, official correspondence, diary excerpts and documents relating to Italian foreign policy from the late 1870s through the late 1880s, foregrounding a secret diplomatic mission of 1877 and later ministerial years. It presents negotiations, exchanges with leading European statesmen, and reflections on alliances and national interests, with candid diaries and facsimile autographs that illuminate strategy, diplomatic reasoning, and shifts around the Triplice Alleanza while preserving original texts with minimal editorial alteration.

Capitolo Quarto.
Dal primo al secondo trattato della Triplice Alleanza.

L'errore d'origine: l'Imperatore d'Austria non viene a Roma. — I Reali d'Italia, per ciò, non possono andare a Berlino. — Colloquio tra il principe di Bismarck e il duca di Genova: il pericolo di guerra è rappresentato dalla Francia e dalla Russia. — Il principe Federico Guglielmo a Roma. — Il gabinetto italiano scontento degli alleati. — Il generale Robilant ministro degli Affari esteri. — Un altro giudizio del principe di Bismarck sulla situazione in ottobre 1885. — I negoziati per la rinnovazione della Triplice Alleanza. — Con quali argomenti il principe di Bismarck indusse l'Inghilterra ad un accordo con l'Italia per il Mediterraneo. — Il nuovo trattato del 20 febbraio 1887.

L'accessione all'alleanza austro-germanica, se tolse l'Italia dall'isolamento e orientò la sua politica estera, non dette frutti tangibili. Nessuno per qualche anno seppe nulla del trattato; i ministri della Triplice sia dalla tribuna parlamentare, che nei ricevimenti diplomatici, negarono l'esistenza di impegni scritti. D'altronde, se niente esteriormente apparve mutato nelle relazioni fra i tre Stati — tranne nell'intonazione dei giornali austriaci che divenne più cortese, e ne fu dato il merito al viaggio di re Umberto — poco o nulla si fece da parte nostra per rendere veramente intime quelle relazioni, e vantaggiose. Già, nei rapporti con l'Austria l'impresa non era agevole; il ravvicinamento degli animi non era stato spontaneo, la dominazione austriaca in Italia era tuttavia ricordata con rancore da molti che ne avevano sofferto; e dall'altra parte, a Vienna, si aveva poca fede in un governo che si reggeva sui principii di libertà ed era debole, per dippiù, coi partiti estremi.

Un errore del Mancini, commesso già prima della firma del trattato, accrebbe gli ostacoli al miglioramento della situazione. Quando egli fece annunziare al gabinetto austro-ungarico il desiderio del re Umberto di visitare l'Imperatore, non richiese impegni per la restituzione a Roma della visita; anzi non fece motto di restituzione; e non già per oblio — che i suoi collaboratori, primo fra tutti l'ambasciatore Robilant, l'avrebbero avvertito — ma perchè, conoscendo gli umori dominanti nelle alte sfere austriache, sapeva che se avesse fatto condizione della venuta a Roma dell'Imperatore, il viaggio progettato sarebbe andato a monte.

Quell'errore danneggiò nell'opinione pubblica il clima dell'alleanza, e ne durano gli effetti; poichè parve, e pare tuttavia, che l'Austria non ci trattasse colla considerazione che ci era dovuta. Esso ebbe anche una conseguenza a breve distanza, giacchè impedì che i Reali d'Italia si recassero a Berlino nel 1883 a visitare il glorioso Guglielmo I.

Il principe di Bismarck aveva mosso per il primo la pedina,, facendo dire alla Consulta dall'ambasciatore Keudell che i Sovrani italiani erano desideratissimi in Germania e che l'Imperatore avrebbe accolto con grande gioia una loro visita. Aveva, bensì, avvertito nello stesso tempo che, sebbene Guglielmo non avesse difficoltà a recarsi a Roma, sarebbe stato poco prudente fare intraprendere il lungo viaggio ad un vegliardo di 86 anni. Il principe ereditario, Federico Guglielmo, avrebbe potuto sostituire il padre.

Se fosse mancato il precedente austriaco, la proposta avrebbe potuto accettarsi, perchè ragionevole sarebbe stato il motivo della sostituzione; e del resto il principe Federico Guglielmo, già recatosi a Roma pei funerali di Vittorio Emanuele, aveva lasciato in Italia ottimo ricordo di sè. Ma dopo l'astensione di Francesco Giuseppe era impossibile transigere.

Il principe di Bismarck desiderava tanto la visita dei Sovrani d'Italia che, il 1.º marzo 1883, conversando col duca Tomaso di Savoia, il quale si trovava in Germania pel suo matrimonio con la principessa Isabella di Baviera, portò il discorso sul vagheggiato viaggio reale, del quale il Duca nulla sapeva.

È interessante, a proposito di questo incontro, riferire il giudizio espresso al duca di Genova dal principe di Bismarck circa la situazione internazionale di allora.

“Egli disse che i buoni rapporti tra la Germania e l'Italia erano una conseguenza naturale del fatto che gl'interessi di queste due Potenze non divergevano, anzi cospiravano al mantenimento della pace generale. Lo stesso è a dirsi delle relazioni del Gabinetto di Berlino con quello austriaco; l'Austria aveva completamente rinunziato alla sua antica politica di lotta e di dominazione in Germania come in Italia, politica che era stata nel passato cagione di grande debolezza per la Casa degli Asburgo. Per ciò la Germania si trovava allora in una intimità perfetta col vicino impero, la quale non poteva non influire sui rapporti italo-austriaci. L'accordo di queste tre Potenze — soggiunse il Principe — offre una solida e mutua garanzia dal punto di vista difensivo. Il Gabinetto di Berlino non pensa ad attaccare nessuno, ma è pronto e risoluto, offrendosene l'occasione, a respingere energicamente qualsiasi aggressione. Il pericolo viene dalla Francia, dove le passioni sono sempre in ebollizione, e dalla Russia, dove, per non citare che un solo dettaglio, l'esercito è malcontento. Le truppe sono sparse su di un territorio vasto: l'ufficiale, relegato nelle piccole guarnigioni, si annoia, e preferisce la guerra ad una vita non solamente manchevole di ogni distrazione, ma circondata da molte privazioni.„

I Reali d'Italia non andarono a Berlino, e tuttavia Federico Guglielmo venne ufficialmente a Roma nel dicembre di quell'anno 1883 per ringraziare — si disse — il Re delle accoglienze straordinarie ricevute in Genova, ma in realtà perchè il Bismarck volle dare una pubblica prova, ammonitrice per i presunti nemici della Germania, degli eccellenti rapporti che questa teneva con l'Italia. Della qual cosa si fu scontenti a Vienna, perchè le feste tributate al principe ereditario germanico fecero risaltare la freddezza delle relazioni italo-austriache, e ricordare che Francesco Giuseppe era in debito di una visita doverosa.

Il Ministero Depretis-Mancini, timoroso di irritare la Francia, già in allarme per la voce corsa sui giornali dell'esistenza di una alleanza, era piuttosto imbarazzato che contento delle ostentazioni dell'intimità italo-germanica. E la sua condotta ispirò a tale preoccupazione, commettendo l'errore, che è stato di poi ripetuto, di rinunziare a trarre dall'alleanza i vantaggi che essa poteva dare, per correre dietro alla fisima di una amicizia con la Francia, chiaritasi chimerica per l'impresa di Tunisi, e ad ogni modo allora incompatibile coi legami stretti con la Germania.

Così, mentre l'alleanza austro-germanica diveniva sempre più cordiale e raggiungeva lo scopo di fronte alla Russia, la quale nel marzo 1884 si riavvicinava ai due imperi centrali, l'Italia era in sospetto a tutti, e negletta dagli alleati.

Alle Delegazioni, il ministro Tisza, rispondendo ad una interpellanza Helfy, aveva parlato delle relazioni estere dell'Austria-Ungheria senza accennare all'Italia; e nel Parlamento austriaco il ministro Taaffe aveva mantenuto un'attitudine passiva a fronte del linguaggio offensivo verso l'Italia di un deputato dalmata di razza slava. Le diffidenze e il malvolere delle classi dirigenti austriache apparivano ad ogni occasione. Nè migliori disposizioni si notavano nel governo germanico, chè anche il principe di Bismarck ci manifestava marcatamente la sua noncuranza.

L'on. Mancini fortemente si lagnava di tutto ciò. All'infuori dei termini del trattato, dei casi previsti, non derivava dal fatto stesso dell'alleanza l'obbligo dell'assistenza fin là dove cominciasse per avventura il conflitto d'interessi tra l'uno e gli altri alleati? Così egli aveva interpretato il patto in ogni circostanza, ma diversamente gli alleati si regolavano nelle questioni d'interesse italiano. Perchè?

L'on. Mancini restò al Ministero sino al 29 giugno 1885; gli successe, dopo un breve interim del Depretis, il Robilant, il quale il 6 ottobre di quell'anno passò dall'ambasciata di Vienna alla Consulta. Aveva fatto buona prova come diplomatico e acquistato prestigio presso le Cancellerie d'Europa pel suo carattere diritto, per i suoi nobili sentimenti, per la sua intelligenza. Questo prestigio personale giovò al paese, perchè conferì al nuovo ministro l'autorità necessaria presso il principe di Bismarck ed il conte Kálnoky per fare includere nel trattato della Triplice Alleanza la tutela di taluni interessi italiani.

Si può dire che l'esistenza ministeriale del conte di Robilant sia stata tutta dedicata alla rinnovazione del trattato. Poco soddisfatto delle stipulazioni del 1882, pur da lui negoziate a Vienna in momenti nei quali l'Italia si offriva, l'esperienza gliene avea dimostrate le lacune, e si propose di colmarle.

I due gabinetti di Vienna e di Berlino gli manifestarono subito il desiderio di continuare l'alleanza; ed egli, consentendo in massima, prese tempo per aprire le trattative. Scartava l'idea di non continuarla, come quella di rinnovarla tale e quale; ma per proporre nuovi patti bisognava pensarvi, e l'Italia non doveva far vedere che avesse fretta.

Il 19 ottobre il principe di Bismarck, rispondendo al saluto dal conte di Robilant inviatogli nell'assumere il nuovo ufficio, gli fece sapere che le sue parole avevano prodotto in lui la migliore impressione, e che per fargli cosa gradita avrebbe ricevuto a Friedrichsruh l'ambasciatore di Launay.

Il conte di Launay fece la visita il 24; il giorno precedente era stato dal Gran Cancelliere l'ambasciatore francese. Il Principe accennò al nuovo trattato, si disse disposto a renderlo più pratico ed intimo, non fece obbiezioni all'osservazione del di Launay che per allora non si chiedeva altro che preparare il terreno, migliorando la pratica dei patti esistenti. Poi, con evidente sincerità, gli parlò della situazione:

“Allo scopo di mantenere la pace egli aveva cercato, dal trattato di Versailles in poi, di rimanere in buoni termini con la Francia, di non ostacolarla nella sua politica di espansione in Tunisia, in Cina, nel Madagascar e sulla costa occidentale d'Africa. Le dava così qualche indennizzo, qualche soddisfazione d'amor proprio; ma le aveva anche fatto comprendere chiaramente che doveva rinunziare per sempre all'Alsazia. Seguendo lo stesso ordine di idee, egli era divenuto in certo modo, specialmente in Egitto, l'ausiliario degli interessi francesi. Ma i suoi sforzi erano stati sterili. La sua assiduità, la sua quasi servilità nel corso degli ultimi quindici anni, era stata una delusione. La Francia, nelle sue grandi correnti d'opinione pubblica, pensa sempre alla rivincita, e se la prende con tutti coloro che non partecipano ai suoi rancori. Essa ne ha data l'ultima prova nell'affare delle Caroline. Le recenti elezioni generali avranno, d'altronde, come risultato la tendenza del suo governo verso il radicalismo. E in tali circostanze il Cancelliere riconosceva l'accresciuta importanza dell'accordo fra i tre Imperi e l'Italia. Egli aveva destinato allora all'ambasciata di Londra il conte di Hatzfeldt, che sarebbe riuscito meglio del Münster a stabilire anche un ravvicinamento con l'Inghilterra„.

Il ministro Robilant, deciso a non prendere l'iniziativa dei negoziati, fu contento dell'accoglienza fatta dal Principe al concetto che il nuovo trattato dovesse dare soddisfazione alle legittime e modeste esigenze dell'Italia, ed attese. Finalmente, in ottobre 1886, il principe di Bismarck fece il primo passo, dichiarandosi pronto ad aprire le trattative tanto a Roma che a Vienna. Il Robilant dapprima nicchiò, dichiarando che con o senza alleanza, l'Italia avrebbe proceduto d'accordo con la Germania e con l'Austria-Ungheria; poi disse che l'opinione pubblica italiana non vedeva i benefici dell'alleanza, che gli alleati non avevano mai dato all'Italia una prova di fiducia completa, che Bismarck non trovava mai tempo per conferire personalmente con l'ambasciatore d'Italia. Queste lagnanze e la riluttanza, più apparente che reale, a rinnovare il trattato, fecero il loro effetto. In realtà, grave impressione avrebbe prodotto la cessazione dell'alleanza, e la Germania, tra la Francia nemica e la Russia poco benevola, non sarebbe stata tranquilla: disse ciò spontaneamente il Keudell. Onde le condizioni poste dappoi dal Robilant, le quali si riassumevano nella garanzia dello statu-quo nel Mediterraneo e nella Penisola Balcanica, furono accettate.

La redazione dei nuovi patti, dopo un lungo scambio di proposte e contro-proposte, fu pronta il 19 febbraio 1887; l'indomani essi furono firmati a Berlino.

L'esigenza del conte di Robilant che l'Italia fosse garantita nel Mediterraneo, ispirò al principe di Bismarck l'idea di un accordo con l'Inghilterra. Deciso a tenersi avvinta l'Italia e fermo nella sua politica d'isolare la Francia per renderla impotente a far la guerra, il Principe vide la doppia utilità che sarebbe derivata alla Germania da una intesa anglo-italiana: l'Inghilterra avrebbe offerto quella sicurtà marittima che la Germania non poteva dare, e, impegnandosi con l'Italia, si sarebbe preclusa la possibilità di appoggiare la politica della Francia.

Non era facile indurre i ministri della Regina, in un tempo nel quale lo “splendido isolamento„ aveva tanti fautori, a legarsi con una Potenza continentale, sia pure mercè un accordo che sarebbe rimasto segreto. Ma per il principe di Bismarck la cosa fu facilissima.

Il 1.º febbraio 1887 egli si recò a far visita all'ambasciatore britannico a Berlino, sir E. Malet. “Il gabinetto italiano — disse — gli aveva chiesto di voler appoggiare la domanda fatta a Londra di una più stretta amicizia dell'Inghilterra con l'Italia; egli pensava che il governo inglese avesse ogni motivo per fare buon viso a tale domanda. Esisteva una specie [!] di alleanza fra la Germania e l'Italia, ma aveva scarso pregio per la Germania, l'Italia non potendo essere la sua vera alleata efficace che alla condizione di essere in grado di trasportare le proprie truppe per mare. I valichi delle Alpi essendo irti di fortificazioni, sarebbe impedito ogni efficace aiuto attraverso a queste. Se l'Italia potesse trasportare le sue truppe per mare, allora soltanto essa sarebbe una considerevole alleata. Ma ciò potersi solo effettuare con una cooperazione dell'Inghilterra, per mezzo della quale il predominio del Mediterraneo sarebbe assicurato a queste due Potenze.

Il Principe disse di comprendere le difficoltà che sovrastano ad ogni presidente dei ministri britannico il quale tenti di stringere un'alleanza con una Potenza estera; nel caso attuale però non era necessario che di venire ad un accordo basato sulla permanenza al potere del presente governo. Egli riteneva che le trattative amichevoli con l'Italia avrebbero favorevole accoglienza in Inghilterra, giacchè sarebbero in armonia con le tradizioni popolari dei due paesi. Credeva poi che la sua esistenza durante la crisi presente sarebbe stata un potentissimo fautore per il mantenimento della pace in Europa, mentre la sua mancanza avrebbe potuto fomentare la guerra.

Accennando alla questione della pubblica opinione e al dovere riconosciuto in un ministro inglese di seguirla, il Principe disse che qualunque fosse la consuetudine, stava sempre nel potere del ministro, anzi nella cerchia dei suoi doveri, di formare questa pubblica opinione. Questa non è, soggiunse, che un fiume formato da una quantità di piccoli ruscelli, uno dei quali è il ruscello governativo. Se il governo alimentasse sufficientemente il suo ruscello, concorrerebbe efficacemente a formare la grande corrente pubblica; se invece aspetta di giudicare delle forze di tutti gli altri ruscelli, separatamente meno potenti del suo, pur dalla unione loro rimarrebbe sopraffatto. Agire in tal guisa sarebbe una imperdonabile mancanza di precauzione.

Il Principe insistette poi sui reciproci vantaggi di una alleanza fra l'Inghilterra e l'Italia, asserendo che nessun desiderio di quest'ultima avrebbe mai potuto verificarsi in antagonismo con gl'interessi di quella. Nel Mediterraneo le aspirazioni dell'Italia convergono verso Tunisi e Tripoli, sul continente al ricupero di Nizza„.

Sir Malet osservò che concepiva un'alleanza fra l'Italia e l'Inghilterra per gli affari d'Oriente, ma dubitava che l'Inghilterra contraesse un'alleanza che potesse porla in ostilità con la Francia.

Tutte le volte che il gran Cancelliere consigliava l'accettazione di una proposta, faceva osservare quali avrebbero potuto essere le conseguenze di un rifiuto.

Secondo le sue vedute era dovere dell'Inghilterra di assumere la sua parte di responsabilità, per assicurare la pace d'Europa. Egli sapeva dell'esistenza di una scuola che predicava la astensione di quella Potenza da ogni ingerenza nella politica europea; ma egli pensava che l'Europa avesse ragione di desiderare la cooperazione inglese per il mantenimento dell'equilibrio fra le Potenze. Se l'Inghilterra si rifiutasse, e se tutti i tentativi per indurla ad assumere la sua quota di pericolo e di responsabilità che incombe ad ogni Potenza europea, fallissero, le Potenze interessate si vedrebbero costrette a cercare altre combinazioni. “Per esempio — disse il Principe — con tutta facilità potrei rendere più intimi i rapporti della Germania con la Francia accondiscendendo alle incessanti sollecitazioni di questa riguardo all'Egitto. E potrei allontanare ogni apprensione da parte della Russia, riducendo la nostra alleanza con l'Austria al puro impegno letterale di garentire l'integrità del territorio dell'impero austriaco, o permettendo alla Russia di occupare il Bosforo e lo Stretto dei Dardanelli„.

Naturalmente, a questo punto sir Malet osservò che ogni tentativo di tal natura da parte della Russia implicherebbe una guerra con l'Inghilterra, e che perciò la pace, che sembrava essere l'unico obbiettivo del Cancelliere, non sarebbe stata certamente assicurata con simili combinazioni.

Un sorriso di soddisfazione passò sul volto del Principe, il quale soggiunse che aveva additato soltanto combinazioni possibili, che tuttavia sperava non si sarebbero mai verificate.

Il colloquio finì con un giudizio del Principe sul pericolo di guerra con la Francia. Egli disse che fino a quando fossero al potere uomini come Ferry e Freycinet nulla vi era da temere, ma che se invece il generale Boulanger dovesse diventare presidente del consiglio dei ministri o della repubblica, ciò che già si prevedeva, il pericolo sarebbe stato imminente, essendo egli già compromesso dalla sua attitudine generale e non avendo altro modo di mantenersi al potere che continuando a rappresentare la parte assuntasi.