Capitolo Quinto.
Crispi e la questione Bulgara.
La crisi ministeriale del febbraio 1887: il contegno dell'on. Crispi, suoi colloqui col Re, sua nomina a Ministro dell'Interno. — La questione bulgara e la condotta del Governo italiano prima che Crispi assumesse la direzione della politica estera, e dopo. — Carteggi e documenti. — L'Italia propone e fa accettare dalle Potenze il non-intervento in Bulgaria. — La triplice per l'Oriente.
La crisi ministeriale che l'ecatombe di Dogali determinò l'8 febbraio 1887, fu lunga e laboriosa.
L'impresa africana, iniziata con lo sbarco di un presidio italiano a Massaua (5 febbraio 1885), doveva essere, secondo il ministro Mancini, una riparazione, un compenso per le delusioni toccate all'Italia nel Mediterraneo: “Perchè non volete riconoscere — diceva egli alla Camera il 27 gennaio 1885 ai suoi oppositori i quali gl'imputavano di perder di mira il vero obbiettivo della politica italiana, cioè il Mediterraneo — perchè non volete riconoscere che nel mar Rosso, il più vicino al Mediterraneo, possiamo trovare la chiave di quest'ultimo?„
Purtroppo, l'Italia nel mar Rosso non trovò che disastri, e per dippiù una diversione esiziale intuita sin da allora dall'on. Crispi, che nella seduta del 29 gennaio avvertì:
“Se nel 1882 l'on. ministro Mancini avesse accettato le proposte dell'Inghilterra, forse oggi sarebbe a tempo per cominciare una politica coloniale seria, feconda di veri risultati. Ad ogni modo non posso che augurare all'Italia che quel ch'egli ha fatto possa non riuscirci dannoso„.
Dogali fu una conseguenza della leggerezza con la quale furono considerate le difficoltà dell'impresa, e specialmente il valore dell'ostilità abissina. A Massaua il generale Genè riteneva di potere tener fronte alle masse nemiche con un pugno dei nostri; a Roma il ministro Robilant chiamava “quattro predoni„ popolazioni bellicose, viventi in continua guerra.
Dimessosi il Ministero presieduto dall'on. Depretis — il quale era al potere dal 29 maggio 1881 e non godeva riputazione presso la parte sana del paese — il Re incaricò dapprima lo stesso Depretis di ricomporre il gabinetto; ma questi dovette rinunziare al mandato il 23 febbraio 1887. Gli on. Robilant, Biancheri, Saracco essendo stati successivamente officiati a comporre una nuova amministrazione ed avendo ricusato, il Re, il 5 marzo, ritornò sui suoi passi deliberando di non accettare le dimissioni del Ministero.
Qual contegno tenne l'on. Crispi durante questa crisi che doveva risolversi con la sua andata al governo?
Spigoliamo nel suo Diario.
Il 9 febbraio il Re lo chiamò a consiglio:
«Alle 9 ¼ fui al Quirinale.
Il Re chiese il mio parere sulla situazione politica e sulla situazione parlamentare, mostrandosi preoccupato delle condizioni del paese, dello stato d'Europa, delle grandi necessità onde siamo tormentati.
Risposi: peggiorata la nostra posizione in Europa in questi ultimi anni. La Germania ci sfugge, l'Austria può essere interessata ad averci seco, ma non sarà un'amica costante. La situazione parlamentare non può essere peggiore; l'on. Depretis vi ha messo il disordine, tanto che neppur lui può contare sulla Camera. I partiti son molti, ma nessuno può contare sulla maggioranza. Nulla di meno il più forte è quello di sinistra. Il disordine parlamentare non può esser tolto che da un'Amministrazione composta di uomini probi, scelti fra le migliori capacità della Camera.
— Nulla di meglio io chiedo. Mi indichi lei la persona alla quale dovrei indirizzarmi.
— Non tocca a me di darle cotesta indicazione. Cotesto ufficio spetta al presidente del Ministero che si è dimesso. Così suol farsi in Inghilterra.
— Io non escludo alcuno, e se mi fosse indicato un nome il mio ufficio sarebbe più facile. E, a proposito, le dirò che oggi ho letto con dispiacere in un giornale che a Corte sarebbe escluso il di lei nome. Cotesta è una malignità. Sento per lei tutta l'amicizia, apprezzo il di lei patriottismo, la di lei energia, la di lei esperienza. Se il di lei nome mi fosse indicato, o se in una combinazione ministeriale trovassi il suo nome ne sarei lietissimo. Io le affiderei volentieri il potere.
— Ringrazio Vostra Maestà dei suoi sentimenti verso di me....
— No, io non voglio che si creda che faccia delle esclusioni.
— Non posso dubitare di quanto V. M. mi dice.
— Va bene. Mi dica: come sta lei col conte di Robilant?
— Benissimo. Io lo conobbi al 1877 a Vienna. Lo ho riveduto alla Camera, ma non ho con lui intimità.
— È una grave questione quella degli uomini. Comprendo che Depretis è vecchio e non può sovraintendere al Ministero dell'Interno.
— Del Ministero dell'Interno parlai altra volta a V. M. e le dissi che in Italia manca assolutamente la polizia preventiva. Fortunatamente abbiamo un buon popolo.
Dopo pochi altri minuti il Re si alzò, mi strinse la mano e mi congedai.»
Il 22 febbraio l'on. Saracco si recò da Crispi ad offrirgli il portafoglio della Giustizia nel Ministero che il Depretis sperava potere ricostituire. L'on. Crispi declinando l'offerta ricordò che avrebbe potuto essere ministro di Giustizia nel 1866 e nel 1867; e avvertì che non avrebbe mai accettato una posizione che non gli consentisse di esercitare influenza su tutta la politica, specialmente su quella estera, della quale i ministri sogliono disinteressarsi.
Non riuscito il tentativo del Depretis, l'on. Crispi divenne l'oracolo della situazione: il 25 e il 27 ricevette il marchese di Rudinì; il 3 marzo, dopo che il Depretis fece fallire, col negargli il suo appoggio, una combinazione Saracco perchè ad essa avrebbe preso parte il Rudinì, i dissidenti della Destra decisero in una riunione di appoggiarsi a Crispi; il quale ricevette il 4 marzo l'on. Tajani, il 6 di nuovo il Rudinì, il 9 gli on. Lacava e Giolitti, quindi gli on. Baccarini, Cairoli e Nicotera, l'11 gli on. Codronchi e Rudinì, Lacava e Giolitti. Il 12 aderì ad incontrarsi con gli on. Bonghi, Spaventa, Codronchi e Rudinì. Trascriviamo dal Diario:
12 marzo. — Alle ore 5 pom. all'albergo di Roma dove trovai gli on. Bonghi, Rudinì e Codronchi. Verso le 5 ¼ sopraggiunse Spaventa.
Dopo spiegazioni diverse, si convenne sui seguenti punti. Ipotesi di una combinazione con Depretis. Crispi ritiene non offra probabilità alcuna; nulladimeno, ove avvenisse, non bisognerebbe opporsi; anzi renderla possibile.
Politica estera. — Rinnovare gli accordi con le Potenze centrali. Il rifiutarsi potrebbe nuocere; Spaventa osserva che la Germania potrebbe sospettare di noi. Bisogna inoltre considerare la posizione nella quale si è messo il papato con Bismarck. Necessario, intanto, riannodare le nostre relazioni con l'Inghilterra, associarsi a lei nell'Egitto, renderle facile con l'opera nostra il compito assuntosi, per obbligarla ad essere con noi in tutte le questioni nel Mediterraneo.
Finanza. — Rinforzarla con nuove imposte per accrescere le entrate e soddisfare alle spese militari ed a quelle per le opere pubbliche.
Esercito ed armata forti.
Legge Comunale e Provinciale. — Elettorato: censo, 5 lire. Capacità, quarta elementare. Sospensione agli impiegati municipali del diritto elettorale.
Esplicare il nostro accordo alla Camera alla prima occasione e informare il Re; di questo s'incarica il Rudinì.
Discutendo delle imposte, si accennò al dazio di entrata sui cereali; ma esso non potrebbe esser solo, dovendosi provvedere a 60 milioni di nuova entrata.
Rudinì racconta di aver visto Zanardelli, il quale anch'egli è di avviso che il solo possibile sarebbe un Ministero di coalizione. Egli lo motivava non solo con le condizioni della Camera, ma per le necessità in cui siamo di dover stabilire nuove imposte. Bisogna che la impopolarità sia affrontata dai patriotti dei diversi partiti.
13 marzo. — Alle 10 ant. ho la visita del marchese Rudinì.
Egli fu iersera dal Re, al quale diede conto dell'accordo sui punti principali di governo tra Crispi, Spaventa e gli altri. Questo accordo assicura la possibilità di un'amministrazione nel caso di crisi.
Il Re ne fu contento. Egli in tutti i casi saprebbe a chi rivolgersi.
Chiese se dell'accordo potesse parlare al Depretis, e il Rudinì rispose che S. M. facesse a suo talento.
20 marzo. — Invitato, mi reco alle 4 ½ pom. dal Depretis. Mi narra avergli il Re riferito il colloquio avuto col marchese di Rudinì circa l'accordo dell'albergo di Roma. Mi parla delle difficoltà della situazione e della necessità di comporre una nuova amministrazione. L'opinione pubblica designare un ministero Depretis-Crispi; lui volervisi prestare e m'invitava ad accettare. Risposi che sarei entrato a condizione che si potesse comporre un gabinetto capace di durare. Si discorre delle persone che dovrebbero farne parte. Depretis soggiunge di esser vecchio ed accasciato e di non poter rimanere al Ministero dell'Interno. M'informò che il trattato con le Potenze centrali era già stipulato con condizioni migliori delle precedenti. Conveniamo sul programma. Mi riservo a decidermi.
24 marzo. — Alle 2 pom. viene Rattazzi a nome del Re. Sua Maestà desidera che io entri nel Ministero. Messaggio di affettuose parole e di cortesie. Aderisco.
28 marzo. — Tornando a Roma da Napoli, trovo un biglietto di Depretis che mi avverte esser io atteso dal Re.
S. M. mi riceve alle 11 ant. Mi ringrazia perchè avevo accettato di assumere il potere. Dichiara che non fa questione di nomi, e che accetterà quelli che indicheremo Depretis ed io. Informo il Re delle pratiche fatte con lo Zanardelli e della necessità di averlo nel Ministero. Non si può fare a meno di provare ai pentarchi la convenienza che d'accordo si tenti una composizione ministeriale col Depretis. Ad ogni modo giova portare le cose al punto che sia dimostrato che da parte nostra non manca la buona volontà.
Il Re approva.
Francesco Crispi prese possesso del Ministero dell'Interno il 4 aprile. Della politica estera non potè ingerirsi finchè fu in Roma l'on. Depretis, il quale, ritiratosi il Robilant, si era riservato l'interim degli Affari esteri. Ma allontanatosi il Depretis per curare la sua salute, Crispi reclamò che il Consiglio dei Ministri fosse tenuto al corrente dell'azione della Consulta nella questione bulgara, allora divenuta più che mai piena d'incognite per la elezione di Ferdinando di Sassonia-Coburgo-Gotha a Principe (7 luglio).
Il trattato di Berlino aveva costituito la Bulgaria in principato autonomo, ma tributario della Turchia, e stabilito (art. 3.º) che il principe sarebbe stato eletto dalla popolazione e confermato dalla Sublime Porta col consenso delle Potenze. Aveva altresì costituito al sud dei Balcani, col nome di Rumelia Orientale, una nuova provincia e l'avea posta sotto l'autorità politica e militare della Turchia.
La elezione del primo principe, Alessandro di Battenberg, fatta dall'assemblea dei deputati bulgari il 29 aprile 1879, non aveva avuto contrasti. Nel breve regno di sette anni (abdicò il 3 settembre 1886) Alessandro organizzò lo Stato e l'esercito, cementò lo spirito nazionale dei bulgari con la guerra vittoriosa contro la Serbia (battaglia di Slivnitza, 28 novembre 1885) e con l'acquisto della Rumelia, indirizzandoli per la via d'ogni progresso verso l'indipendenza.
L'ambizione della Russia di tenere in soggezione il principato fu la causa maggiore dell'abdicazione di Alessandro di Battenberg, come delle difficoltà incontrate dal successore di lui.
L'indomani dell'elezione del principe di Coburgo, Crispi desiderando che l'Italia prendesse parte attiva e indipendente nella questione, iniziò col presidente del Consiglio la corrispondenza telegrafica che riferiamo:
«8 luglio 1887.
Presidente Consiglio Ministri,
Stradella.
Dopo nomina nuovo principe Bulgaria e incertezza risoluzione della Russia, il Consiglio dei Ministri è preoccupato difficili condizioni Europa e chiede conoscere vero stato cose e quale sia la parte presa e da prendere dall'Italia, se e quale l'accordo con le Potenze alleate.
Crispi.»
«9 luglio.
S. E. Ministro Interni,
Roma.
Avrai spiegazione richiesta. Intanto prego dissipare preoccupazione Consiglio Ministri, sicuri come siamo procedendo correttamente sul terreno dei trattati e di pieno accordo con Potenze amiche.
Depretis.»
«9 luglio.
Presidente Consiglio Ministri,
Stradella.
Aspettiamo tua risposta. Certamente avrai dato istruzioni ai nostri ambasciatori di Vienna, Berlino, Londra e Costantinopoli, ed al nostro ministro a Sofia sul modo come debbano regolarsi circa la nomina del nuovo Principe. Vienna e Londra essendo favorevoli a codesta nomina, noi non dovremmo essere ultimi.
Giova anche regolare il contegno del nostro ambasciatore a Pietroburgo, la Russia essendo contraria alla elezione fatta dall'Assemblea bulgara.
La questione bulgara può esser causa di un dissidio, e noi dovremmo trar profitto dalle nostre amicizie ed alleanze.
Crispi.»
«9 luglio.
S. E. Ministro Interni,
Roma.
Ecco situazione. Governo Bulgaro insiste presso la Porta affinchè non faccia difficoltà preliminari e chieda assenso delle Potenze per elezione Principe, conformemente trattato Berlino. Se Porta aderisce converrà prepararsi rispondere alla sua interrogazione. Già sappiamo Russia contraria, Inghilterra favorevole, Germania manterrà solita riserva, Francia seguirà probabilmente esempio Russia. Ambasciatore Austria Costantinopoli si mostra scontento; però avendo ragione dubitare della sincerità di questo sentimento ho telegrafato Nigra interrogare schiettamente quel governo.
Parmi ci convenga sospendere ogni risoluzione finchè situazione meglio chiarita. Intanto continuare scambio idee colle Potenze alleate.
Depretis.»
«12 luglio.
Presidente Consiglio Ministri,
Stradella,
Godo che tua salute costantemente migliori.
Duolmi che costantemente continui male politica estera che non fai e non lasci fare.
Crispi.»
Il 14 luglio l'on, Depretis informava l'on. Crispi di aver telegrafato alle RR. Ambasciate e alla R. Legazione di Sofia la dichiarazione seguente fatta all'ambasciatore di Turchia:
«Nell'interesse della Bulgaria, della Turchia e dell'intera Europa è, a nostro avviso, altamente desiderabile che la crisi bulgara giunga il più presto possibile a propizia e definitiva conclusione mercè l'insediamento a Sofia di un principe, e il ristabilimento nel principato di un ordine di cose stabile e normale. La Sublime Porta deve quindi considerare come acquisito il nostro concorso per tale soluzione che, essendo l'espressione della libera volontà delle popolazioni in Bulgaria, si uniformerebbe ora nella sua pratica attuazione ai procedimenti segnati nel trattato di Berlino».
«15 luglio.
Presidente Consiglio Ministri,
Stradella.
Comunicai ai miei colleghi telegramma V. E. 14 corrente spedito alle nostre ambasciate ed al nostro agente in Sofia. Alcuni di loro non furono contenti perchè nulla vi è detto che valga ad indicare la nostra politica in Oriente.
In verità non essendosi nulla deciso dall'Italia, si vorrebbe almeno conoscere quali pratiche siano state fatte presso le altre Potenze e quali risposte ottenute per la soluzione della questione.
Crispi.»
Il 21 luglio l'on. Depretis ebbe un'idea e senza comunicarla al Consiglio dei Ministri, la sottopose al giudizio dell'ambasciatore a Berlino, conte di Launay:
«Consideriamo la elezione Coburgo come fallita.[!] Se la continuazione dello statu-quo e del provvisorio a Sofia è cosa indifferente per il gruppo alleato, non abbiamo che da attendere tranquillamente il seguito degli avvenimenti. Se al contrario, occorre regolare la questione al più presto, si potrebbe forse far andare il principe di Coburgo a Sofia in qualità di «luogotenente principesco (lieutenant princier)» anzichè di principe. Se il gabinetto di Pietroburgo è di buona fede nella sua opposizione, se contesta soltanto la legalità della elezione senza intento di tenere aperta la questione bulgara per i suoi fini, dovrebbe accettare questo espediente. A Berlino, centro naturale del nostro gruppo, si dovrebbe formulare un parere su questo suggerimento, ed eventualmente dire qual gabinetto sarebbe in migliori condizioni per prenderne l'iniziativa.»
Ma il di Launay trovò l'espediente impraticabile, poichè un luogotenente principesco, il cui ufficio sarebbe stato quello di preparare l'elezione del nuovo principe, non poteva essere lo stesso candidato al trono; e d'altra parte come Ferdinando, già eletto Principe, avrebbe potuto presentarsi in Bulgaria in una veste inferiore?
La consuetudine di camminare sulle orme degli altri era così inveterata che l'on. Depretis eccezionalmente si era azzardato a metter fuori un'idea; in tutti i documenti partiti in quel mese di luglio dalla Consulta, non vi sono che parole vaghe e di attesa delle decisioni delle altre Potenze. Mentre l'on. Crispi esortava il Presidente del Consiglio a prendere posizione, dalla Consulta il 13 luglio si scriveva all'ambasciatore a Costantinopoli:
«Avvenuta l'elezione del principe di Coburgo non abbiamo creduto di affrettarci ad enunciare la nostra opinione. Ci parve conveniente di astenerci dal pregiudicare, con premature dichiarazioni, una questione rispetto alla quale una considerazione elementare di reciproco riguardo, e quasi di equità internazionale, suggeriva che si lasciasse anzitutto la parola alle Potenze aventi nel problema che si agita in Bulgaria un interesse più diretto e immediato.»
L'on. Depretis morì il 31 luglio; gli successe nella presidenza dei Consiglio l'on. Crispi, il quale per decreto dell'8 agosto assunse altresì l'interinato del ministero degli Affari esteri. Lo stesso giorno Crispi dirigeva alle regie rappresentanze all'estero questa circolare:
«Nel prendere la direzione degli Affari esteri, tengo a manifestare il mio fermo intendimento di continuare la politica di pace e di conservazione che nel concerto europeo caratterizza l'opera dell'Italia.
Conforme a tale intendimento è l'atteggiamento che intendiamo prendere nella questione bulgara, nella nuova fase in cui sembra che entri per l'annunciato imminente arrivo del principe di Coburgo in Bulgaria. Non abbiamo predilezioni personali per questo piuttosto che per altro principe; ma il principe Ferdinando, per il fatto della sua elezione, rappresenta agli occhi nostri, sino a prova contraria, l'espressione della volontà del popolo bulgaro. L'Italia, politicamente costituitasi coi plebisciti, non può disconoscere l'alto valore di quella manifestazione con cui è stato soddisfatto alla prima ed alla più importante, per noi, delle tre condizioni poste dall'art. 3.º del trattato di Berlino.
Convinto essere dell'interesse generale che la questione bulgara, minaccia permanente per la pace europea, venga risolta quanto più presto è possibile, il governo si è sempre dichiarato pronto ad adoperarsi per il successo di qualsiasi soluzione, la quale, sulla base dei trattati e del rispetto della volontà delle popolazioni, potesse assicurare un governo stabile alla nazione bulgara. Ora, l'avvenuta elezione del principe di Coburgo, che rappresenta un principio di soluzione, ci sembra appunto una combinazione che, favorita dal buon volere delle Potenze, varrebbe, mantenendo fisse le due basi suddette, a conseguire l'intento. Ad esso adunque dobbiamo desiderare che le Potenze aventi con noi comunità di fine e d'intendimenti pacifici prestino, come siamo disposti a prestarlo noi stessi, un volenteroso appoggio morale. Gradisca ecc.»
Il 7 agosto il principe Ferdinando, dopo avere invano atteso che la Turchia e le Potenze assentissero alla sua elezione, cedette alle insistenti sollecitazioni del governo bulgaro, e passò in Bulgaria, dove ebbe entusiastiche accoglienze. Era trascorso appunto un mese dalla elezione della Sobranje, e in quei trenta giorni il Principe era vissuto in una tormentosa indecisione, tra l'irremovibile no della Russia, l'oscitanza della Turchia e la propria ambizione. Il 29 luglio, l'ambasciatore Nigra aveva telegrafato da Vienna:
«Il principe Ferdinando è venuto a vedermi in questi giorni. Mi ha domandato consiglio. Mi sono rifiutato di dargli consigli dicendogli che nella mia qualità di ambasciatore non avevo niente a dirgli. Ma come amico privato gli ho detto che mi sembrava la sua via fosse tracciata dai trattati. Egli non mi è sembrato molto disposto a tentare l'avventura di una corsa in Bulgaria. Ignoro se abbia fatto qualche passo a Pietroburgo; in ogni caso non sarebbe riuscito.»
Il fatto compiuto, cioè la presa di possesso da parte del principe Ferdinando della dignità conferitagli dal popolo bulgaro, accrebbe l'irritazione della Russia e le difficoltà della situazione.
Si presentò subito la questione come dovessero condursi i rappresentanti delle Potenze in Bulgaria, col Principe. Crispi non esitò a telegrafare il 9 agosto al r. Agente e console generale in Sofia:
«Un riconoscimento formale del principe Ferdinando come Principe di Bulgaria non è evidentemente possibile da parte nostra se non dopo acquistata la certezza che egli effettivamente rappresenta la volontà delle popolazioni e dopo legittimazione della sua posizione conformemente al trattato di Berlino.»
E dopo questa dichiarazione dava istruzione al r. Agente di astenersi da atti che implicassero riconoscimento, pur usando al Principe i riguardi dovuti, e mantenendo col governo principesco i rapporti di fatto necessarii.
Dopo poco, l'Austria-Ungheria dava al suo agente in Bulgaria analoghe istruzioni.
L'11 agosto l'Incaricato di affari di Russia si presentò alla Consulta per dichiarare che il suo Governo non riconosceva la validità della elezione, che aveva cercato di dissuadere indirettamente il Principe dal recarsi in Bulgaria, e che si credeva obbligato di dichiarare illegale la di lui apparizione nel principato per mettersi alla testa del Governo. Il gabinetto imperiale faceva appello alle Potenze sperando di non trovarsi solo ad esigere il rispetto al trattato di Berlino.
Crispi rispose che si sarebbe messo in comunicazione con gli altri gabinetti, e che il governo italiano non aveva cessato di considerare il trattato di Berlino come la base necessaria per la soluzione della crisi bulgara.
Propostosi l'intento di appoggiare l'eletto della nazione bulgara e di cogliere l'occasione per acquistare all'Italia prestigio e simpatie nella penisola balcanica, l'on. Crispi cercò innanzi tutto di assicurarsi l'appoggio dell'Inghilterra, la quale, dapprima non contraria al principe Ferdinando, aveva poi fatto comprendere alla Russia che vedeva l'elezione di lui “con indifferenza„, e alla Bulgaria che “non riputava vantaggiosa agli interessi del principato la scelta del Coburgo„.
Come l'on. Crispi regolasse la condotta dell'Italia nelle fasi successive della questione, e riuscisse a formare il gruppo italo-anglo-austriaco che impose il non intervento nelle faccende interne della Bulgaria, si rileva dai documenti che seguono:
«12 agosto.
A S. M. il Re,
Monza.
Lord Salisbury dette istruzioni al suo agente a Sofia di trattare il principe di Coburgo come un parente della Regina. I gabinetti di Parigi e di Vienna avranno con lui relazioni come governo di fatto e senza pregiudicare la questione di diritto.
Crispi.»
«15 agosto.
All'Ambasciatore a Costantinopoli,
Per noi, sino a prova contraria ed equivalente, l'avvenuta elezione è testimonianza valida della volontà del popolo bulgaro. Il principio della volontà delle popolazioni potrebbe essere indicato come il migliore mezzo d'interpretazione dello spirito del trattato di Berlino nella sua applicazione ai casi imprevisti.»
«Napoli, 16 agosto.
A S. M. il Re,
Monza.
Riparto stasera per Roma. Telegrafai confidenzialmente a Nigra e a Catalani quale a mio avviso dovrebbe essere la linea di condotta del governo di V. M. nella questione bulgara: aiutare, cioè, la Bulgaria ad uscire dallo stato provvisorio in cui si dibatte e che costituisce una minaccia immediata e permanente per l'Europa. Il principe di Coburgo, eletto per acclamazione, ricevuto con entusiasmo, ha almeno il merito di rappresentare una soluzione accettabile e per metà realizzata. Noi crediamo quindi di dover aiutarlo per quanto è possibile, senza beninteso staccarci dall'accordo di principii che abbiamo coll'Austria e con l'Inghilterra, e ciò tanto più che la Germania vede di buon occhio tale accordo. La unanimità di tutte le Potenze è una utopia. Il principe o il generale russo, che solo potrebbe esser gradito a Pietroburgo, spiacerebbe a Vienna. Aggiungerò che l'Italia, per esser fedele alle sue tradizioni, ai suoi principii, ai suoi interessi, deve mirare a che la Bulgaria come tutti gli Stati balcanici si avvii all'indipendenza. Essendo però questo scopo ancora lontano, dobbiamo, nell'intervallo, favorire l'influenza dell'Austria a preferenza di quella di ogni altra Potenza; locchè equivale ad aiutare lo spostamento verso Oriente del centro dei suoi interessi.
Telegrafai poi a Blanc autorizzandolo, previo accordo coi suoi colleghi d'Austria e d'Inghilterra, di esprimere l'opinione che l'avvenuta elezione è, sino a prova contraria ed equivalente, una testimonianza valevole per noi della volontà del popolo bulgaro, e di aggiungere che ai nostri occhi il principio del rispetto della volontà delle popolazioni è il migliore elemento d'interpretazione dello spirito del trattato di Berlino nella sua applicazione ai casi imprevisti.
Crispi.»
«17 agosto.
L'ambasciatore di Turchia domanda per parte del suo governo all'Italia ed alle altre grandi Potenze:
1. I loro apprezzamenti circa la presa di possesso, per parte del Principe, del governo della Bulgaria;
2. Le istruzioni che, in considerazione di questo fatto, hanno impartito ai loro agenti nel principato;
3. Il loro modo di vedere circa i mezzi di eliminare le presenti difficoltà e conseguire una soluzione.
Ho risposto:
1. Riconosciamo che, prendendo possesso del potere principesco, il principe Ferdinando, allo stato attuale delle cose, si è allontanato dalle prescrizioni del trattato di Berlino;
2. Che le nostre istruzioni si riassumevano così: Nessun atto che implichi riconoscimento; rispetto alla persona del Principe; continuazione dei rapporti di fatto necessari col governo principesco;
3. La soluzione della questione bulgara doversi cercare sul terreno pacifico del trattato di Berlino. Su quel terreno, il concorso dell'Italia essere assicurato a quella qualsiasi soluzione che, soddisfacendo ai legittimi voti delle popolazioni bulgare, abbia probabilità di essere accettata da tutte le Potenze, ed in primo luogo dalla Potenza alto-sovrana.»
«18 agosto.
All'Ambasciatore a Costantinopoli,
Due fini essenzialmente ci proponiamo: l'uno immediato, cioè il mantenimento della pace; l'altro mediato ed a più lunga scadenza, che è l'assetto definitivo su basi salde e razionali, di popolazioni europee e cristiane non ancora costituite a nazioni, benchè aventi in sè stesse tutti gli elementi etnici e morali che valgono a determinare le nazionalità. Entrambi codesti fini ci sembrano di capitale importanza, l'uno perchè ispirato agli interessi del nostro paese, il quale vuole la pace con dignità; l'altro perchè risponde ai principii di giustizia e di diritto, sui quali si è costituita la nazione italiana e che ne sono la base più salda.
A conseguire il primo fine abbiamo le nostre alleanze ed i nostri accordi. Il secondo fine propostoci spiega il nostro contegno verso la Bulgaria.»
«18 agosto.
All'Ambasciatore a Costantinopoli,
Con rapporto del 13 corrente, V. E. m'informava degli uffici di cotesto ambasciatore di Russia per indurre la Porta a fare passi energici a Sofia allo scopo di conseguire l'allontanamento dalla Bulgaria del principe Ferdinando, l'elezione del quale, al dire del sig. Onou, sarebbe stata disapprovata da tutte le Potenze.
Riguardo al modo di considerare questa elezione, non posso che confermarle il mio telegramma del 16 di questo mese, col quale lo autorizzava a porsi d'accordo coi suoi colleghi d'Austria-Ungheria ed Inghilterra per esprimere l'opinione che nella avvenuta elezione noi dobbiamo ravvisare, fino a prova contraria ed equivalente, una valida testimonianza della volontà del popolo bulgaro.
Il principio del rispetto della volontà delle popolazioni, come l'E. V. giustamente osservava, è, agli occhi nostri, il migliore elemento d'interpretazione dello spirito del trattato di Berlino, ogni qual volta si tratti di applicarlo a casi non preveduti.»
«20 agosto.
All'Ambasciatore a Vienna,
Non accetteremmo, come non l'accetta l'A. U., una reggenza affidata ad un generale russo [Ehrenroth]. Si prolungherebbe così, peggiorandolo, l'eterno provvisorio bulgaro. Non abbiamo predilezioni, ma il principe Ferdinando rappresenta per noi un principio di soluzione.
L'accordo su questo punto è completo con Londra e con Vienna.»
«23 agosto.
Agli Ambasciatori a Londra e a Berlino,
La proposta fatta dalla Russia alla Turchia di scacciare il principe Ferdinando ed insediare un agente russo, non sarebbe attuabile che con l'uso della violenza.
Non è dunque accettabile da chi vuole che il trattato di Berlino serva di base pacifica alla soluzione della questione bulgara.»
«24 agosto.
A tutti gli Ambasciatori,
In presenza dell'eventualità ravvisata possibile dell'occupazione russa di Varna e di Erzerum, qualora la Turchia non intervenisse attivamente in Bulgaria, il gabinetto italiano si dichiara contrario ad ogni violenza e ad ogni violazione del trattato di Berlino, ed interroga gli altri gabinetti circa l'atteggiamento che prenderebbero.»
«30 agosto.
All'Ambasciatore a Pietroburgo,
Nel tenere, rispetto alla questione bulgara, l'atteggiamento di cui non facciamo punto mistero, e del quale abbiamo alla Russia stessa lealmente dichiarate le ragioni, noi intendiamo esclusivamente giovare alla causa della pace in Oriente, senza che la condotta nostra abbia mai obbedito a sentimenti che fossero meno che amichevoli per la Russia. Con la Russia abbiamo, invece, sempre desiderato e desideriamo mantenerci nei termini della più cordiale amicizia, non essendovi tra i due Stati ragione alcuna di dissidio.»
«31 agosto.
All'Ambasciatore a Costantinopoli,
Parlando, nel momento attuale, di reggenti, di luogotenente principesco, di commissario da mandare in Bulgaria, si perde di vista la realtà delle cose. Prima di discutere il nome e la nazionalità di quel personaggio, dobbiamo chiederci in qual modo, ammesso che venisse designato, egli sarebbe accolto in un paese in cui non è nè chiesto, nè desiderato. I bulgari, sotto un principe di loro scelta, il quale malgrado gli errori che ha potuto commettere dispone certamente di un partito non indifferente, sono in procinto di organizzare un governo. Il meglio è di non intralciare l'opera loro. Un tentativo d'ingerenza, o peggio d'intervento, esporrebbe l'Europa o a dover confessare la propria impotenza a dar soluzione alla crisi, oppure, se si ricorresse alla violenza, a provocare essa stessa il conflitto che si vuole appunto evitare.»
«2 settembre.
All'Ambasciatore a Costantinopoli,
Mi è debitamente pervenuto il suo rapporto del 20 agosto volgente e ne ringrazio particolarmente V. E.
Il linguaggio tenuto alla Porta dal barone di Calice e da sir W. White si riassume così: la elezione del principe di Coburgo non essere illegale; non doversi dalla Porta nè tentare un'occupazione militare, nè imporre ai bulgari un reggente a loro inviso, nè prendere una decisione non approvata dalle Potenze firmatarie del trattato di Berlino.
Da parte sua, Ella, secondo le autorizzazioni ed istruzioni avute, dichiarò l'elezione del Principe essere per noi, sino a dimostrazione contraria ed equivalente, una valevole testimonianza della volontà del popolo bulgaro; il principio del rispetto delle popolazioni, costituire, secondo noi, uno dei migliori elementi d'interpretazione del trattato di Berlino; non doversi usare mezzi di coazione per imporre alla Bulgaria un reggente o dei commissari stranieri da essa non richiesti; e finalmente ogni azione isolata, concertata tra Russia e Turchia senza preventiva adesione delle altre Potenze, essere illegale e pericolosa.
Rilevo con soddisfazione che continua l'accordo d'intenti e l'analogia di linguaggio di V. E. e dei suddetti suoi colleghi.»
Nel momento in cui sembrava che il governo di Pietroburgo, non rendendosi esatto conto delle reali disposizioni delle grandi Potenze, volesse col suo intervento armato riprendere in Bulgaria l'influenza che gli sfuggiva, Crispi ebbe la visione della guerra e ricordò gli impegni assunti dall'Italia per il mantenimento dello statu quo. Certamente egli non desiderava la guerra e fece quanto era in lui perchè la Russia abbassasse il tono delle sue proteste accorgendosi di aver contro sè quasi tutta l'Europa; ma sentiva il dovere di preparare l'Italia al possibile cimento. Il ricordo di Crimea era presente al suo spirito; come allora il Piemonte, in rappresentanza dell'Italia, aveva conquistato il diritto di farsi ascoltare, la partecipazione ad una guerra ben condotta avrebbe potuto dare gloria all'Italia e l'animo e il prestigio necessarii a riguadagnare il tempo e le occasioni perdute.
Dato che il conflitto nascesse, in qual modo l'Italia avrebbe mandato sul teatro di esso il proprio contingente? Non vi avevano pensato. Onde Crispi, il 29 agosto, telegrafò all'Ambasciatore italiano a Londra:
«Speriamo che si allontani il caso di una comune azione, ma le minaccie della Russia contro la Bulgaria, delle quali fu tenuto discorso nei vostri dispacci del 26 volgente, ci devono preoccupare ove fossero ripetute e seguite dai fatti. Ciò posto, credo necessario che fra i due governi si stabiliscano le linee principali del possibile intervento armato e la parte di cooperazione che competerebbe all'Inghilterra ed all'Italia.
Ove Sua Signoria fosse del nostro parere, converrebbe stabilire la relativa convenzione militare, e nell'affermativa noi saremmo disposti a mandare in Londra uno dei nostri ufficiali, qualora Sua Signoria non preferisse di mandare un ufficiale inglese a Roma.
In coteste materie non bisogna attendere il momento del pericolo, ma tenersi pronti e preparati pel momento opportuno.»
L'Incaricato di affari italiano, T. Catalani, rispose il 31 agosto:
«Lord Salisbury mi ha pregato di far gradire a V. E. i sentimenti della sua viva riconoscenza per la proposta relativa ad una convenzione militare. Egli mi ha detto che presentandosene l'occasione sarebbe fiero della cooperazione dell'esercito italiano e che poteva giungere il momento in cui essa fosse necessaria. Ma S. S. ha soggiunto che sino a quando il pericolo di guerra non era imminente, la costituzione politica di questo paese e la tradizione legatagli dai suoi predecessori lo ponevano nella impossibilità di stipulare un atto di tal genere.
Nel momento attuale, sembra che ogni pericolo in Bulgaria sia da scartarsi. Il sig. De Giers ha vivamente smentito i progetti di occupazione attribuiti alla Russia, attenuato il significato della comunicazione a Chakir pascià ed espresso il suo desiderio di mantenere la pace.
Inoltre l'ambasciatore di Germania, che aveva allora allora lasciato il Foreign Office, l'aveva assicurato che il principe di Bismarck vede schiarirsi l'orizzonte; e una comunicazione ricevuta dal conte Kálnoky riguardava la situazione nello stesso modo. Non era più questione dell'invio del generale Ehrenroth, il quale d'altronde non avrebbe potuto entrare in Bulgaria, poichè i bulgari l'avrebbero impedito con la forza.
Nulla dunque giustifica la stipulazione di una convenzione, la quale avrebbe presentato un pericolo per il governo, poichè, malgrado tutte le precauzioni possibili, il segreto non potrebbe mantenersi e una interpellanza alla Camera metterebbe il governo nella condizione di renderla pubblica.
Tuttavia, se la situazione verrà a mutarsi «poichè la politica — egli ha detto — è mutevole come il clima di queste isole», saremo sempre in tempo a stipulare una convenzione militare.»
L'on. Crispi fece, come risulta da una lettera del Catalani a lord Salisbury, che si era recato a Royat, talune osservazioni alle argomentazioni del ministro inglese, ma non insistette. Il Catalani scriveva:
«Il sig. Crispi vi è riconoscente per le vostre cortesi spiegazioni. Egli comprende la vostra posizione e, come voi sapete, egli è assai dotto ed è un ammiratore della costituzione politica inglese, la quale, come voi accennate, impedirebbe al governo di stipulare una convenzione militare finchè non sia in vista il pericolo. Senonchè il sig. Crispi domanda: È il pericolo così remoto da rendere non necessarie le precauzioni? Suppongasi che un esercito russo entri in Bulgaria, le cui linee di difesa non sono più quelle che erano: avremmo noi il tempo di discutere e di concludere una convenzione militare con la rapidità richiesta ai nostri giorni dalle eventualità militari? Dovremmo noi lasciarci sorprendere alla sprovvista?
Il sig. Crispi non crede tale ipotesi remotissima. Non mi diceste voi stesso il 25 dello scorso mese che avevate indirettamente avvertita la Russia che sarebbe, è vero, facile per un esercito russo di entrare a Varna, ma non così facile di uscirne, poichè avrebbe trovato la via sbarrata dalle forze alleate dell'Inghilterra e dell'Italia?
Tuttavia, poichè voi declinate d'intrattenervi di tale proposta, il sig. Crispi non insiste e la questione è chiusa.»
Nondimeno, l'identità d'interessi constatata durante lo svolgersi del periodo acuto della questione bulgara, suggerì un accordo speciale per gli affari d'Oriente tra l'Italia, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria:
«Londra, 21 settembre.
«Salisbury divide intieramente idee di V. E. circa l'avviamento di trattative fra i tre ambasciatori a Costantinopoli allo scopo di stabilire un accordo.
Catalani.»
In Russia il nuovo presidente del Consiglio italiano non acquistò simpatie col suo contegno attivo e fermo, e da allora in poi l'on. Crispi ebbe in quell'impero una cattiva stampa. Le sue idee sul complesso problema orientale, più volte esposte alla Camera, non gli consentivano di seguire una politica diversa, e non fu una cattiva politica se essa riuscì a formare un blocco formidabile di tre Potenze — ben visto e incoraggiato dal principe di Bismarck — che dette alla Turchia animo a resistere alla pressione del colosso moscovita. Che quell'accordo fosse precipuamente opera dell'on. Crispi si rileva anche dal fatto che non sopravvisse al suo primo ministero.
Della condotta del governo di Pietroburgo sembra non fosse soddisfatto neppure lo Czar. In un Diario di Crispi è annotato quanto segue:
«4 ottobre. — Kálnoky riferì al conte Reuss, ambasciatore germanico, un colloquio avuto col re Giorgio. Il re Giorgio, essendo a Copenaghen, parlò con lo Czar delle cose di Bulgaria. Il Re di Grecia ritiene che sebbene il gabinetto russo mantenga ancora ostensibilmente la missione del generale Ehrenroth e che questa si discuta ancora tra Pietroburgo e Costantinopoli, l'Imperatore l'abbia già abbandonata. Secondo l'Imperatore, l'affare sarebbe stato eseguibile prima della entrata in Bulgaria del Principe di Coburgo. Adesso non vi si può più pensare. Quindi il cattivo umore dello Czar contro il Principe, il quale avrebbe rovesciato i piani della Russia col suo intervento inopportuno in Bulgaria. La Russia aveva fatto assegnamento sulla discordia tra gli statisti bulgari e sulla dissoluzione che ne sarebbe risultata. L'Imperatore non ha detto quello che farà.»
Riproduciamo un giudizio dell'on. Crispi sulla Russia:
«La posizione della Russia è privilegiata. Essa può assalire i suoi nemici in Europa; difficilmente essere assalita. Quindi può scegliere, a suo agio, il giorno che meglio le convenga a far la guerra.
Gl'indugi, dunque, le giovano.
Dopo il 1871 essa si trova in una condizione assai migliore di prima. Distaccata la Francia dal concerto delle Potenze centrali, la Russia ha un nemico di meno. L'alleanza del 1854 non è più possibile.
Alla Russia poco importa che la Francia riprenda l'Alsazia e la Lorena. Direi anzi che le conviene lasciar la Francia irreconciliabile con la Germania.
La Germania si è detta disinteressata nelle cose di Oriente, e si è visto alle prove, non avendo preso parte diretta a tutte le questioni che sono sorte nella penisola dei Balcani dopo il 1871. Contro la Russia adunque non possono schierarsi che l'Italia e l'Austria, Potenze territoriali, la Gran Brettagna Potenza marittima. La Russia, spingendo i suoi armamenti, ed aspettando finchè questi siano compiuti, dubito che i suoi avversari possano opporre contro di lei forze sufficienti per vincerla.
L'Austria e l'Italia potrebbero raddoppiare gli eserciti, ma i loro bilanci non lo permettono. E poi, se la Francia rompe in guerra per rivendicare le provincie perdute, e la Russia vuol cogliere quel momento per gettarsi sui Balcani, la partita per le Potenze centrali diventerebbe difficile. Occupate al Reno ed alle Alpi, non potrebbero disporre di grandi forze verso l'Oriente. Si correrebbe il rischio, che la Russia fosse sola a lottare contro la Turchia come nell'ultima guerra, l'Inghilterra non avendo un forte esercito da mettere in campo.
Aggiungi che nessun aiuto la Turchia potrebbe avere dai piccoli Stati balcanici; primieramente perchè alcuni di essi, come la Serbia e il Montenegro, sono nell'orbita russa; secondariamente perchè altri, come la Bulgaria e la Grecia, mirano a conquistare quei territori che da gran tempo ambiscono per completare la loro nazionalità.
Certo, per la Russia, l'impero austriaco è un imbarazzo, quando non le è amico.
Nelle guerre del 1854 e del 1876 lo Czar potè ottenerne la neutralità. Al 1854, era molto vicina la campagna contro l'Ungheria, l'imperatore Francesco Giuseppe dovendo a.... la conquista del Regno di Santo Stefano. Al 1876 l'Austria ebbe il compenso della sua neutralità con la cessione della Bosnia e dell'Erzegovina.
Oggi la posizione è mutata. L'Austria e la Russia sono due rivali in Oriente. L'Austria non può permettere che la Russia giunga a Costantinopoli; la sua autonomia ne sarebbe scossa, ed il suo avvenire compromesso.
Nell'impero vicino la guerra contro la Russia sarebbe popolare. A Buda-Pest i russi sono detestati; ed a Vienna non sono amati. Gli ungheresi non hanno dimenticato il 1849.»