FUORI DI TEMPO E FUORI DI POSTO.
I.
L’Università di X è da qualche tempo un po’ scaduta di credito; ma dieci anni or sono essa era certo tra le più riputate del Regno, e vi si contavano a dozzine i professori aventi un nome celebre nella scienza. Nella facoltà giuridica il Bertioli, il Soreni, il Mereghini, nella fisico-matematica il de Ziani e il Luserta, nella medico-chirurgica l’Astigiano e il Barelli, in quella di filosofia e lettere il Meravigli, il Dalla Volpe, il Frusti, il Teofoli, il Canavese, il Pontevecchi, ch’era anche rettore. È verissimo che molti di questi uomini insigni appartenevano alla classe dei professori che chiameremmo decorativi, perchè le loro relazioni con l’Università si limitavano a qualche lettera scritta al segretario economo per farsi mandar lo stipendio. Il Bertioli, per esempio, era senatore e i suoi doveri di cittadino lo costringevano a frequentare le sedute della Camera vitalizia; il Sereni e il Mereghini erano tutti e due deputati e avevano obblighi uguali verso la Camera elettiva; anzi il Mereghini, nel cui cranio capace alloggiavano comodamente le legislazioni di tutti i paesi del mondo, poteva considerarsi un’appendice del Ministero di grazia o giustizia, ove i successivi titolari dei portafogli si servivano di lui per l’eterno rimaneggiamento dei codici. Ciò non gl’impediva del resto di fare all’Università una lezione ogni dicembre annunziando la materia che avrebbe trattato e che naturalmente non trattava nel corso dell’anno. Il de Ziani e il Luserta, onore della facoltà matematica, ambidue senatori in pectore, erano anch’essi pieni di cariche, membri dell’Accademia dei Lincei, membri del Consiglio superiore dell’istruzione pubblica, ecc., ecc., autori di relazioni e di programmi di studi in perfetta contraddizione fra loro. Dell’Astigiano e del Barelli non si parla. Erano medici di fama europea e non potevano rifiutare l’opera loro a chi li chiamasse a consulto in Italia e fuori d’Italia. Spesso li si chiamava tutti e due in una volta, giacchè essendo l’Astigiano profondo nella diagnosi e il Barelli nella terapeutica poteva accadere che il primo, infallibile nel determinare la natura del morbo, sbagliasse nel suggerire la cura, e il secondo, senza rivali nella cura, prendesse in iscambio un male per l’altro.
Del rimanente questo stato di cose conciliava le vedute delle famiglie degli scolari con quelle degli scolari medesimi. Le famiglie si riempivano la bocca coi gran nomi dei professori dei loro figliuoli; i figliuoli esultavano delle continue assenze dei professori e mancavano regolarmente alle lezioni dei sostituti.
Il rettore Pontevecchi, celebre orientalista ma non energico uomo, si consolava pensando che nella facoltà di filosofia e lettere, ch’era proprio la sua, le cose procedevano alquanto diversamente. In tanti professori non c’era che un unico deputato, il Meravigli, e anche quello andava di rado alla Camera perchè l’aria di Roma non gli era propizia. Gli altri erano puramente uomini di studio e non volevano saperne della vita pubblica.
Primeggiava tra questi il Teofoli, professore di filosofia, spirito largo ed acuto, parlatore limpido ed efficacissimo, ammirato dalla scolaresca, stimato e rispettato da tutti i colleghi. Due di essi, il Dalla Volpe e il Frusti, lo seguivano come la sua ombra, e la gente, a forza di vedere quei tre sempre insieme, aveva preso a chiamarli per celia i tre anabattisti. Il Dalla Volpe aveva moglie, una moglie terribile fino a trentacinqu’anni per la sua galanteria, da trentacinqu’anni in poi per la sua devozione: il Frusti era vedovo e grande odiatore delle donne; il Teofoli pareva deliberato a rimaner scapolo, e sebbene non partecipasse ai pregiudizi del suo amico Frusti contro il bel sesso, preferiva tenersene alla larga e frequentava soltanto il salotto della contessa Ermansi, ch’era una signora matura.
Ben provveduto di mezzi di fortuna, il professore Clemente Teofoli aveva un bel quartierino, una magnifica biblioteca e un’ottima tavola a cui egli invitava spesso qualche collega, e, nelle grandi occasioni, anche qualche discepolo preferito. Pegli altri due anabattisti, non c’è bisogno di dirlo, c’era sempre un posto e una posata disponibile. Il Dalla Volpe in particolare si rifugiava dall’amico il venerdì e le altre vigilie, per evitare la cucina di magro che la sua degna consorte gli avrebbe inflitta inevitabilmente.
Quei pranzetti, che la signora Pasqua, governante del professore Teofoli, una virago baffuta e contro le tentazioni, sapeva ammannire con arte sopraffina, erano rallegrati da discussioni dottissime fra i tre inseparabili. Il Teofoli parlava volentieri dell’opera ch’egli stava maturando da più anni sul tema già trattato alla fine del secolo scorso dal Dupuis, L’origine delle religioni; il Frusti e il Dalla Volpe facevano il possibile per tirare il discorso l’uno sulla storia antica e l’altro sulla moderna o a meglio dire su quel periodo di storia antica e moderna ch’essi prediligevano. Poichè, a voler essere sinceri, i due amici brillavano piuttosto per la profondità che per la varietà delle ricerche. Il Frusti non si occupava volentieri, nella storia moderna, che della rivalità tra Carlo V e Francesco I, e il Dalla Volpe, nella storia antica, non aveva occhi che per le gesta della 19ª dinastia tebana le cui glorie cominciano con Setti I, soprannominato Merenaphtha o Menaphtha (caro a Phtah), le cui imprese però, come sanno anche gli studenti di ginnasio, furono confuse con quelle di Ramesse II, suo figlio. Una volta preso l’aire, il dotto uomo non si fermava più, salvo che qualcheduno non trovasse il modo di richiamarlo alla memoria delle sue tribolazioni coniugali. Allora egli dimenticava Menaphtha e Ramesse e sfoggiava una facondia mordace che agli spiriti frivoli poteva parer preferibile alla grave e ponderata eloquenza con la quale egli esponeva le vicende memorabili dell’Egitto.
— Ero un bel somaro a pigliarmi tanti fastidi in gioventù per le scappatelle della mia signora consorte, — egli diceva sovente. — Quelli eran tempi beati in confronto d’adesso. C’erano, sì, delle chiacchiere in paese; c’erano spesso tra i piedi dei seccatori; ma almeno la Luisa era d’un umore gaio, piacevole, ed era bellina, ciò che non guasta. Le vere calamità, son principiate dopo quel fatale vaiuolo che la lasciò tutta butterata. Non vedendosi più un cane intorno, le son spuntati i rimorsi, l’è venuto il bisogno imperioso di espiare le sue colpe e di rimettersi in grazia di Domeneddio. E vigilie, e digiuni, e ogni momento in chiesa, alla messa, ai vesperi, alla benedizione, al confessionale, e preti, e frati e monache in casa.... e, s’io arrischio una parola, mi sento a rispondere: — Se ho commesso dei falli non puoi dire ch’io non ne faccia penitenza. — Così ho il gusto di aver la confessione esplicita di mia moglie, e quello di far penitenza insieme con lei.... Ah le donne!
Il nostro Teofoli notava che quando si ha avuto la sfortuna d’incappar male non è lecito giudicar tutte le donne alla stregua di quelle che ci hanno fatto soffrire.
Ma questa ragionevole osservazione dava sui nervi al terzo commensale, il professore Frusti. — È falso. Anzi è precisamente l’opposto. I soli che possono esser indulgenti con le femmine sono quelli che incapparono male. A loro almeno è permesso di credere che ce ne siano d’una pasta diversa dalle poco di buono che conoscono. Chi ha conosciuto le migliori non ha più illusioni possibili. E la mia era una delle migliori. Tutti lo dicevano, tutti continuavano a dirlo.... anche quando non c’era più un dubbio al mondo ch’ella mi menasse pel naso. E io sono intimamente convinto che avessero ragione.... Ma era donna e faceva la sua parte di animale nocivo.
Dopo queste dichiarazioni ripetute ogni tanto su per giù con le stesse parole e la cui amarezza lasciava sospettare una ferita ancora sanguinante, il professor Frusti aveva l’abitudine di tracannare un bicchiere di vino. Qualche volta, se la signora Pasqua era presente (ed ella usava dar di quando in quando una capatina in salotto da pranzo per sentir lodare i suoi manicaretti), egli si appellava al giudizio di lei ch’era uno spirito assennato e non aveva mai voluto esser confusa con le persone del suo sesso.
E la signora Pasqua approvava energicamente. — Parole d’oro — ella diceva con la sua voce grossa. — Son tutte tagliate sul medesimo stampo.
Le dispute fra i tre amici si prolungavano sovente durante la passeggiata e s’inacerbivano nelle sere in cui Teofoli, invece di andare in birreria coi colleghi, si recava dalla contessa Ermansi.
Poichè Frusti e Dalla Volpe non gli potevano perdonare questa sua debolezza. Com’essi non avevano mai accettato gl’inviti di quel bas bleu ch’era la Ermansi, così avrebbero preteso che non li accettasse lui e che non si prestasse gentilmente a far la parte di bestia rara nel serraglio della contessa.
II.
La conoscenza di Teofoli con la contessa Susanna Ermansi datava dal giorno ch’egli aveva tenuto all’Università una prolusione a cui assisteva il fiore della cittadinanza e nella quale erano adombrate le idee fondamentali dell’opera sull’origine delle religioni. Non si ricordava all’Università un trionfo simile. Che il Teofoli avesse ingegno e dottrina all’altezza del tema lo sapevano tutti, ma non tutti presumevano che insieme col filosofo non rifuggente da nessuna audacia dell’intelletto ci fosse in lui un poeta atto ad intendere ogni aspirazione dell’anima, ogni inquietudine della coscienza. Nulla nel suo discorso che ricordasse la critica superficiale, beffarda del secolo XVIII, ma una larga tolleranza, ma una simpatia schietta per tutti gli sforzi con cui l’umanità tenta di penetrare il mistero che ne avvolge, per tutte le ipotesi pie che il sentimento tramuta volentieri in certezze. Così, mentre gli uni applaudivano l’erudito, gli altri battevano le mani all’artista, che vestiva di forme elettissime gli astrusi concetti, e l’eleganti donnine, alle quali tra la messa, il magro e il confessionale non dispiace qualche spruzzo di libero pensiero, erano le più entusiaste ammiratrici del facondo professore che si faceva perdonare l’ardito razionalismo con un caldo soffio d’idealità.
In quel dì memorabile Teofoli non potè esimersi dall’esser presentato a una ventina di contesse, marchese, baronesse, eccetera eccetera, che andarono a gara per colmarlo d’elogi e per sollecitarlo a tener presto una serie di conferenze a cui esse si sarebbero fatte una festa d’intervenire.
Non c’è dubbio che la vanità dell’uomo era lusingata da questo incenso; tuttavia, egli non perdette il suo sangue freddo e non si lasciò prendere negli ingranaggi fatali del cosidetto bel mondo. Si schermì molto cortesemente dagl’inviti che gli piovevano da ogni parte, si schermì dal tener le conferenze che gli si domandavano, e di tante nuove relazioni che avrebbe potuto iniziare non ne accettò che una sola, quella della Ermansi, il cui salotto era frequentato anche da parecchi colleghi dell’Università e della quale egli conosceva da un pezzo il marito. Superba di questa preferenza, la contessa colmava il professore d’attenzioni e di regalucci; lo sapeva appassionato dei fiori e gli mandava le più belle rose del suo giardino; lo sapeva ghiotto delle frutta e gli mandava le primizie del suo orto; e quando il conte marito tornava dalla caccia il professor Teofoli era sicuro di ricevere dal palazzo Ermansi o un invito a desinare o il dono d’un capo di selvaggina, che, dopo esser stato oggetto delle cure più amorose da parte della signora Pasqua, era servito in tavola a uno dei soliti pranzetti con l’intervento di Dalla Volpe e di Frusti. In queste occasioni Teofoli diceva scherzosamente ai suoi due commensali: — Dovete pur convenire che la mia amicizia con la Ermansi ha il suo lato buono.
— Sì, sì, — borbottavano gli altri; — se tutto si limitasse a ricever dei regali di frutta e di selvaggina. Ma presto o tardi la Ermansi ti farà qualche brutto tiro.
— O che tiro volete che mi faccia? — esclamava Teofoli. — Farsi sposare no sicuramente. È maritata.
— Le donne maritate possono restar vedove.
— Il conte Antonio gode una salute di ferro. E in ogni caso la contessa è fuori di combattimento.
— Non si sa mai.... Del resto in casa sua ci vanno anche delle signore giovani.
— Oh che uccelli di malaugurio! — replicava Teofoli infastidito. — Per le giovani son vecchio io.... E sul serio, avete paura ch’io mi metta a fare il galante?
I due amici tentennavano la testa con aria lugubre, e Frusti sentenziava con la sua voce cavernosa: — Tutto è possibile.
In verità non era facile rappresentarsi il nostro Teofoli sotto l’aspetto d’uomo galante. In primo luogo gli mancava quello che i francesi chiamano le physique de l’emploi. Tozzo della persona, con una fisonomia espressiva ma irregolare, con certi movimenti bruschi e nervosi, egli non era mai stato l’Apollo del Belvedere. Nell’età critica in cui noi l’incontriamo, cioè a cinquant’anni sonati, egli aveva già la vista indebolita dalle lunghe veglie sui libri, aveva sull’ampia fronte i segni dell’intensa applicazione mentale, e i capelli radi e grigi non lasciavano nemmeno sospettare la chioma folta e ricciuta ch’era stata forse l’unica bellezza della sua infanzia. Vestiva con proprietà ma senza la minima ricerca d’eleganza; soprabito nero di taglio professorale, cravatta pur nera, calzoni e guanti scuri, cappello a tuba, occhiali fissi, mazza d’ebano col pomo d’avorio. Certo che a sentirlo discorrere si dimenticava la sua apparenza infelice. Non lo si poteva confondere coi Dalla Volpe, i Frusti e similia, che portavano la cattedra dovunque andassero. Egli era piacevole, arguto, alieno da qualunque pedanteria, e aveva uno spirito così largo e una cultura così varia che nessun argomento grave o leggero lo coglieva alla sprovveduta. E anche con le signore era amabile e disinvolto più che non si sarebbe supposto in un uomo tanto dedito agli studi. Non che di tratto in tratto non gli accadesse di commettere qualche goffaggine, di toccare qualche tasto falso, di dir qualche madrigale che sentiva di rancido e di stantìo, ma eran peccatucci veniali che gli si perdonavano volentieri, in grazia delle molte sue qualità.
Anzi alla contessa Susanna non bastava averlo frequentatore assiduo del suo salotto; ell’avrebbe voluto accaparrarselo per la sua villeggiatura. — Venga a passare un mesetto con noi.... due settimane almeno.... nel nostro romitorio di Sant’Eufemia, a tre ore dalla città, in luogo tranquillo, con aria salubre e vista incantevole.... Venga, venga. Farà un vero piacere a me e a mio marito.... E sarà in libertà piena.... Potrà portarsi i suoi libri, le sue carte, potrà studiare.... Da noi non ci sono cerimonie, non ci sono etichette.... Ospiti, o nessuno, o pochissimi, e gente alla buona.... Venga, venga.
Il conte Antonio faceva eco alla moglie. E pigliando a parte il professore, soggiungeva in segreto: — Se ci onora della sua visita le mostrerò la mia collezione di edizioni rare del 1600. La tengo in campagna per godermela nelle giornate di brutto tempo.... Qui ho altre occupazioni.... Ma in campagna quando non posso andare alla caccia non trovo divertimento maggiore che quello di starmene fra i miei vecchi libri.
Notiamo fra parentesi che chi avesse argomentato da ciò che il conte Antonio Ermansi fosse una persona colta avrebbe pigliato un bel granchio. Il conte Ermansi era un bibliomane; nulla più e nulla meno. Egli non amava i libri per sè, ma per le loro curiosità tipografiche. E anche le sue ricerche in proposito si limitavano al secolo XVII. La più preziosa opera stampata nell’anno 1599 non valeva per lui quanto la più stupida stampata nel 1601. D’altra parte, nello stesso secolo XVII egli non si curava affatto degli autori celebri, noti, i cui scritti erano stati pubblicati e ripubblicati; a’ suoi occhi non avevano pregio che gli oscuri, quelli che nessuno conosceva, quelli che forse in tutta la loro vita non avevano dato alla luce che un misero opuscolo di venti pagine. Già il conte Ermansi non leggeva nè i volumi grandi, nè i piccoli; una volta sicuro che del libercolo da lui scovato fuori su un muricciuolo non c’erano che cinque o sei esemplari in Europa, egli era contento come una Pasqua. Del resto, non era più noioso degli altri della sua specie.
Comunque sia, è probabile che la collezione del conte Ermansi esercitasse una scarsa attrattiva sul professore Teofoli e contribuisse a fargli rimandar da un autunno all’altro l’accettazione dell’invito. Egli si scusava adducendo la sua antica abitudine d’intraprender nelle vacanze un lungo viaggio fuori d’Italia, a Parigi, a Vienna, a Berlino, a Londra, a Edimburgo, allo scopo di rovistar biblioteche, di annodare o di rinfrescar conoscenze coi confratelli di studio sparsi pel mondo. Guai per lui se cedeva alla tentazione d’impigrirsi negli ozi campestri.
Ma gli Ermansi non si davano per vinti. No, no, badasse a loro. Un po’ di quiete è indispensabile sopratutto agli uomini che affaticano molto il cervello. Avrebbe lavorato meglio dopo. In ogni modo, non si pretendeva ch’egli rinunziasso al suo viaggio. Avrebbe fatto un viaggio più breve, ecco tutto.... Anzi, se si fosse trovato male, sarebbe ripartito il giorno dopo il suo arrivo, senza che nè lei nè suo marito se ne adontassero.... Ma s’immagini. Con un vecchio amico!...
Alla lunga Teofoli si lasciò carpire una mezza promessa per l’autunno 187.... Non voleva impegnarsi, ma insomma, se gli era possibile, al ritorno dalla Germania sarebbe passato a fare una visitina a Sant’Eufemia.
E avvenne proprio così.
III.
Dalla Volpe e Frusti non seppero nulla di questa visita. Nelle vacanze i tre indivisibili si dividevano. Quell’originale di Dalla Volpe, appena finiti gli esami, partiva per ignota destinazione, guardandosi bene di dare a chicchessia il suo indirizzo. Non voleva che la moglie potesse raggiungerlo nè con la persona nè con le lettere. — Il mio matrimonio — egli diceva — non mi accorda ormai altro benefizio che questo; di poter viver tre mesi lontano dalla mia dolce metà, di starmene pacificamente in qualche angolo remoto del mondo cullandomi nella beata illusione d’esser scapolo o vedovo, o pensando almeno che la cara Luisa urla, strepita, sbuffa ed espia i suoi vecchi peccati senza di me.
Fedele al suo programma, durante le sue assenze non scriveva a nessuno. Un anno lo si era visto in una dello stazioni alpine più romite e solitarie; l’anno dopo si seppe ch’egli era in Egitto alle rovine di Tebe dove corso il rischio di morire da un colpo di sole pigliato nel decifrar geroglifici.... Ma neanche la paura dei colpi di sole l’avrebbe indotto a rinunziare a quello ch’egli chiamava il suo bagno nel celibato.
In quanto a Frusti, egli rimaneva sepolto dal luglio all’ottobre d’ogni anno in qualche biblioteca d’Europa a ricercar documenti relativi a Francesco I e a Carlo V. E ogni nuova scoperta era per lui una grandissima gioia; non però una gioia senza mistura d’amaro, accadendogli spesso di trovare un documento favorevole a Francesco I quand’egli stava per mostrar le sue simpatie a Carlo V e uno favorevole a Carlo V quand’era sul punto di giungere a una conclusione opposta.
Per solito Frusti e Dalla Volpe erano di ritorno dalle loro peregrinazioni soltanto dopo l’amico Teofoli, il quale nel suo zelo per l’Università non voleva mancare nemmeno alla prima seduta del Consiglio accademico. Si pensi quindi che maraviglia fosse la loro quando, arrivati a X la mattina stessa dell’apertura dei corsi, seppero che Teofoli non sarebbe giunto che fra due o tre giorni. Peggio poi quando udirono il resto dalla signora Pasqua scandalizzata. Il professore era stato in Germania sino alla metà di ottobre; poi s’era fermato un paio di giorni nella villa dei conti Ermansi; di là era venuto a casa per poche ore, tanto da comperarsi alla sartoria della Ville de Rome un vestito completo e da far qualche altra spesuccia; e la sera stessa, senza dire nè ai nè bai, senza voler dare una spiegazione soddisfacente a lei, la signora Pasqua, che pur ne aveva diritto, aveva ripreso il treno per Sant’Eufemia. Ah c’era del buio, molto buio. Un uomo come il professore Teofoli, un uomo ch’era stato sempre così savio, così costumato!...
Frusti e Dalla Volpe si guardarono tentennando il capo. L’avevano sempre detto che la relazione degli Ermansi doveva esser fatale al loro amico.
La condotta del nostro Teofoli al suo ritorno non tardò a giustificare le maggiori apprensioni. Già bastava vederlo per capire che non era più quello di prima. C’era nella sua toilette, nella sua andatura, nell’espressione della sua fisonomia qualcosa di civettuolo che lo rendeva irriconoscibile. Dal rettore al bidello, dai professori agli studenti tutta l’Università era commossa da questa trasformazione. Ogni giorno se ne sentiva una di nuova. Teofoli s’era abbuonato dal parrucchiere, e aveva il fazzoletto impregnato d’acqua di Colonia! Teofoli aveva ordinato al confettiere Grandi di spedire a Sant’Eufemia (ove gli Ermansi si trovavano ancora) una colossale scatola di dolci! Teofoli s’era comperato due cravatte di raso color crema e un paio di lenti da sostituirsi in certi casi agli occhiali, troppo solenni e cattedratici! Teofoli, invece della sua mazza d’ebano col pomo d’avorio, aveva un leggero bastoncello di canna d’India! Teofoli aveva minacciato di licenziare la signora Pasqua s’ella si permetteva di seccarlo con le sue querimonie!
Nè le osservazioni dei due indivisibili erano accolte meglio. Egli si meravigliava delle loro meraviglie. S’era forse impegnato a vestir sempre ad un modo? O che un professore non potrà mettersi una cravatta di raso chiaro e farsi ravviare dal parrucchiere i pochi capelli che gli restano? Credevano di giovare alla scienza con simili pedanterie? No, no, egli era persuaso che quell’abisso voluto scavare fra gli studiosi ed i semplici mortali era un ostacolo alla diffusione del sapere. In quanto a lui era risoluto a esser un uomo come tutti gli altri, e non trovava necessario di andar a pescare dei motivi misteriosi a una determinazione così naturale.
— Teofoli, non ce la dai ad intendere — dicevano sarcasticamente Frusti e Dalla Volpe. — Tu non ti profumi d’acqua di Colonia per agevolar la diffusione del sapere. Qui sotto c’è una femmina.
Il professore alzava le spalle in atto stizzoso. — Che femmina, che femmina?
Ma ogni volta che gli toccavano questo tasto, diveniva rosso come un papavero.
Che la femmina ci fosse non c’era dubbio. Restava a sapere chi fosse.
Era evidente che Teofoli doveva averla incontrata in villeggiatura dagli Ermansi ove quell’autunno c’era stata più gente del solito, e ove con una magnanimità degna di lode la contessa Susanna, riconoscendo la propria insufficienza fisica, aveva invitato anche cinque o sei signore giovani e belle. La più bella, la più giovine era la contessa Giorgina Serlati, sposa da due anni di un lontano parente degli Ermansi, vissuta fino allora tra Roma e Parigi e rassegnata adesso, per riguardi di economia, al soggiorno meno costoso di X.... Questa Giorgina non s’era vista a X che di passaggio subito dopo il suo matrimonio, e aveva prodotto una notevole impressione per la singolare avvenenza dell’aspetto e per la festività un po’ rumorosa e bizzarra del carattere. La dicevano adesso ancora più seducente, ancora più originale; insomma una di quelle che paiono nate apposta per corbellare gli uomini. Aggiungasi un marito melenso, insignificante, persuaso da un pezzo della vanità d’ogni suo tentativo d’invigilar la moglie, e disposto a chiuder un occhio pur di esser libero d’occuparsi de’ suoi cavalli e delle sue galanterie di bassa lega.
Che fosse mai questa la donna che faceva girar la testa al professore Teofoli? È ben vero ch’egli poteva esser suo padre; ma non importa. In amore, le bestialità più grosse sono le più probabili, e non c’era da stupirsi se Teofoli a cinquant’anni sonati aveva preso una cotta per una donna di ventidue o ventitrè. In ogni caso, la faccenda si sarebbe chiarita appena gli Ermansi avessero abbandonato la villeggiatura, tirandosi dietro gli ospiti che rimanevano ancora presso di loro. E i Serlati erano appunto tra questi.
Ora il 25 novembre di quell’anno il professor Teofoli finì la sua lezione dieci minuti prima che il bidello suonasse la campana, e, congedandosi nell’atrio da tre o quattro studenti che avevano l’abitudine di accompagnarlo a casa, entrò in un fiacre appostato presso il portone dell’Università.
— O dove andrà il professore? — chiesero due di quei bravi giovinotti.
— Ve lo saprò dire più tardi — soggiunse un terzo che non aveva fretta di far colazione. E senza por tempo in mezzo montò in un altro fiacre che passava di là ed era vuoto.
Teofoli non si recava in nessun luogo illecito e misterioso. I due fiacre si fermarono alla stazione. Il professore discese dal suo e lo studente fece lo stesso; il professore si mise a passeggiare su e giù in atto d’uomo che aspetta, lo studente andò a sedere al caffè.
Circa dieci minuti dopo giunse una corsa, e Teofoli ch’era riuscito a spingersi fin sotto la tettoia ricomparve in mezzo a una folla di persone tra le quali lo studente riconobbe i coniugi Ermansi. Ma più dei coniugi Ermansi lo colpì una signora giovine, alta, bellissima, dai grandi occhi bruni che lampeggiavano sotto la veletta, dal corpo svelto e flessuoso, dalla voce argentina, squillante. La seguiva a pochi passi di distanza un uomo pur giovine, in soprabito grigio, dall’aria annoiata, certo il marito. Al fianco di lei c’era Teofoli e le parlava animatamente, e teneva sul braccio un suo impermeabile, e si tirava dietro col cordino una cagnetta pinch alla quale la bella signora slanciava degli sguardi teneri chiamandola a nome: Darling, Darling. Facevano parte della brigata altri tre o quattro signori, senza tener conto d’un codazzo di servi d’ambo i sessi, carichi di valigie, di sacchi da viaggio, di panieri, d’ombrelli e perfino di gabbie di canarini.
Fuori c’erano le carrozze, e la comitiva si divise con gran dimostrazioni di cordialità. Gli Ermansi salirono in un landau chiuso, l’altra coppia prese posto in un legno scoperto insieme con la cagnetta. Però nel momento che il cocchiere stava per allentar le redini sul collo dei cavalli la signora disse una parolina a Teofoli, e questi ch’era ancora ritto davanti allo sportello mise il piede sul montatoio e con una prestezza di movimenti di cui non lo si sarebbe creduto capace fu in un attimo nella carrozza seduto accanto alla bella persona che lo aveva invitato.
Rinvenuto appena dalla meraviglia di veder il suo professore dileguarsi in quell’equipaggio signorile e al fianco di quella splendida fata, lo studente colse a volo alcune frasi d’un colloquio fra due zerbinotti ch’erano arrivati anch’essi in compagnia degli Ermansi e che s’avviavano in città a piedi seguiti da un fattorino a cui avevano consegnato il loro piccolo bagaglio.
Uno di questi zerbinotti che lo studente conosceva di nome, il marchese di Montalto, diceva dispettosamente all’amico: — Alla lunga quel balordo di Teofoli dà sui nervi.
— Non crederai mica che la Serlati lo prenda sul serio?
— Lo so anch’io che non lo prende sul serio. È però una gran noia l’averlo sempre tra i piedi.
— Speriamo che quando ella lo avrà reso completamente ridicolo lo getterà da parte.
— Sì, sì.... intanto si rende ridicola anche lei.
— Oh — notò l’interlocutore che prendeva le cose con maggior calma — una donna bella come la contessa non si rende mai ridicola.
Lo studente non intese più di così, ma quello che aveva inteso, unito con quello che aveva visto, gli bastò per riferire ai suoi condiscepoli che la donna alla quale il professore Teofoli prestava i suoi omaggi era la contessa Serlati, una creatura deliziosa, nel primo fiore degli anni, un bocconcino insomma più adattato agli scolari che ai professori. E quei bravi ragazzi che pur volevano un gran bene a Teofoli, che lo consideravano un luminare della scienza, che l’avrebbero difeso accanitamente contro i suoi detrattori, provavano in quell’occasione una specie d’animosità contro di lui e si sentivano disposti a far eco a quel mezzo cretino del marchese di Montalto che con tanta disinvoltura gli aveva dato del balordo. Gli è che se non capita mai il momento in cui il balordo paia un uomo di spirito, ci sono anche troppi momenti nella vita in cui l’uomo di spirito pare, ed è davvero, un balordo.
IV.
Dunque non c’era più dubbio: il professore Teofoli era innamorato (spiritualmente, platonicamente) della contessa Giorgina Serlati. Questa malattia (non si poteva chiamarla con altro nome) l’aveva côlto in villa Ermansi e la contessa Susanna n’era dolente ed indispettita. Può darsi che nel suo dolore e nel suo dispetto entrasse un po’ di gelosia, poichè la Ermansi, senza essersi mai sognata che la sua relazione con Teofoli uscisse dai confini d’un’onesta intimità, s’era avvezza a considerare il buon professore come cosa sua e non desiderava ch’egli stringesse dimestichezza con altre famiglie. Ma sarebbe ingiusto il negare che i suoi sentimenti fossero dettati da una sincera amicizia. Le spiaceva veder incamminarsi per una via senza uscita un brav’uomo a cui ell’era affezionata, e avrebbe voluto salvarlo finch’era in tempo. Bisogna convenire però che l’impresa non era facile. Mettere in guardia un innamorato contro la sirena che lo affascina è probabilmente un aggiunger esca al fuoco ed è poi quasi sempre un farselo nemico. D’altra parte il dire a una donna galante che non lusinghi un suo corteggiatore pel male che potrebbe derivarne a lui è come parlare a un sordo. La donna galante non consentirà mai, senza una suprema necessità, ad assottigliare la schiera dei suoi cicisbei. Se ce ne sono di quelli che soffrono, di quelli che muoiono, tanto peggio per loro. Così le pratiche della contessa Ermansi non riuscirono che a render più freddi i suoi rapporti con Teofoli e con la Serlati. Il professore continuava a frequentar casa Ermansi, ma era sulle spine quando non ci trovava la Serlati, e quando ce la trovava non aveva pace finchè non l’era seduto vicino. La Serlati, dal canto suo, si godeva a mettere in burletta la Ermansi, e ne imitava i modi, i gesti, la voce, e la chiamava dottoressa e maestra di buoni costumi.
Ma insomma, si domanderà, che cos’era questa Serlati? E a quale scopo faceva ammattire quel povero Teofoli che non era giovine, che non era bello, che non apparteneva alla società ov’ella brillava come uno degli astri più fulgidi?
La contessa Giorgina Serlati era una civetta; e questa parolina di sette lettere è grave di significato. Essa è nel medesimo tempo un’accusa e un’attenuante. Perchè le civette di prima qualità, le civette di razza (e la Serlati era una di queste) hanno, voglia o non voglia, qualche cosa di spontaneo e d’irresponsabile che disarma le collere e tempera i rancori. Gli avvocati della forza irresistibile non potrebbero trovar campo più propizio alle loro eloquenti perorazioni. Quand’una è nata civetta, ella è tale senz’accorgersene, senza volerlo; vicina ad un uomo qualunque sia, sfoggerà le sue arti di seduzione, non perchè quell’uomo le piaccia, ma perchè non può a meno di far così. E se gli uomini saranno parecchi, avrà per ciascuno una preferenza, un’attenzione particolare. In un salotto, in un ballo, confiderà a questo il ventaglio mentre accorda un valzer a quello, permetterà che uno raccolga un suo guanto e che un altro raccolga un suo fiore, s’appoggerà voluttuosamente sul cavaliere che le dà il braccio, e lascerà cader uno sguardo pieno di simpatia sullo spasimante timido e sconosciuto che s’è messo sul suo cammino per vederla passare, per toccar un lembo della sua veste, per essere avvolto dal suo respiro. Susciterà desideri a cui non partecipa, speranze ch’ella non si sogna di appagare, rivalità che non si cura di estinguere, inconsapevole del male che fa, pronta a mostrare uno stupore ingenuo e sincero se vi sia chi osi rinfacciarglielo, perch’ella è convinta di far piuttosto del bene come fa il sole quando risplende sui forti e sugli umili. E il peggio si è che s’ella tenta correggersi e per un momento accenna a riuscirvi, ella perde le sue maggiori attrattive, onde quelli stessi i quali le rimproveravano la sua civetteria, le rimproverano il suo sussiego e la sua mancanza di naturalezza, e a lei non resta altro partito da prendere che di tornare ciò ch’era prima.
Quest’era il caso della contessa Serlati. Per civetta era una civetta adorabile; se si fosse forzata a divenire una donna savia, assestata, casalinga, sarebbe parsa una creatura insignificante e melensa. Certo che non erano da invidiare coloro che si abbruciavano a’ suoi raggi, e il professore Clemente Teofoli era da invidiare meno di tutti. L’incontro della Serlati era stato per lui un colpo di sole ben più grave di quello che aveva minacciato l’esistenza del suo collega Dalla Volpe. Ella lo aveva sin dal primo istante domato con la sua bellezza e con la sua grazia, ell’aveva fatto vibrare in lui delle corde che non avevano vibrato mai, gli aveva aperto lo spiraglio d’un mondo ignoto al paragone del quale impallidivano anche le visioni luminose del vero in cui soltanto s’era fino allora appuntata la sua pupilla. Se si fosse chiesto a Teofoli che cosa desiderava, a che cosa credeva potesse approdare questa sua passione, egli non avrebbe saputo rispondere. O forse avrebbe risposto che non pretendeva nulla, che gli bastava viver presso a quella donna incantevole, pendere dalle sue labbra, inebbriarsi allo splendore de’ suoi occhi. E probabilmente, nell’entusiasmo che scalda i primordi dell’amore, avrebbe soggiunto che da quando la conosceva si sentiva la fantasia più feconda, l’intelligenza più alacre, e che l’opera da lui meditata nelle lunghe vigilie sarebbe giunta meglio a maturità ora che un dolce sorriso gli era in pari tempo inspirazione e compenso. Gl’innamorati cominciano col creder sempre così.
In quanto alla Serlati non c’era punto da maravigliarsi ch’ella accettasse gli omaggi di Teofoli come accettava quelli di tutti gli altri. E non era neanche così strano ch’ella mostrasse di aggradirli in modo speciale. La sua vanità era stata singolarmente lusingata dall’impressione fulminea ch’ella aveva prodotto sopra un uomo d’età matura, di costumi austeri, dedito interamente agli studi e celebre in Italia e fuori. Poichè le donne possono essere indifferenti alla dottrina e all’ingegno; non sono mai indifferenti alla celebrità. La contessa Giorgina pensava con ragione che di spasimanti della risma di Montalto ella ne avrebbe trovati a dozzine, ma che i Teofoli erano pochi e che non era piccola soddisfazione per lei l’averne uno aggiogato al proprio carro. Aggiungasi un’ultima particolarità della nostra bella contessa. Ell’aveva uno spirito leggero, superficiale; pur non si poteva negarle una certa prontezza e versatilità, una certa curiosità di sapere e d’apprendere. È poi naturale che queste doti non accoppiate a nessuna perseveranza, a nessuna fermezza riuscissero all’unico risultato di alloggiare nella sua povera testolina una serie di nozioni confuse e mal digerite.
Ecco, per esempio, a Parigi l’era venuto il ghiribizzo di studiar scienze fisiche e aveva preso alcune lezioni da uno scienziato che la corteggiava. Ma le prime difficoltà l’avevano sbigottita; se l’era presa col maestro che non sapeva insegnare, e gli aveva dato il ben servito e come professore e come galante. Più tardi, a Roma, era stata assalita da un nuovo capriccio. Avrebbe voluto imparare la pittura, ma avrebbe voluto impararla presto, non in modo da far dei quadri originali ma in modo da poter far delle copie. Non doveva esser così difficile il copiare. Un artista famoso che le bazzicava per casa ebbe l’insigne onore di dirigere quella mano gentile. Dopo qualche settimana la contessa perdette la pazienza. — Di questo passo, — ella esclamò infastidita, — ci vorranno cinquant’anni perchè io arrivi a dipingere passabilmente una testa.
L’artista, vedute le disposizioni della sua allieva, pensava che anzichè cinquanta gliene sarebbero voluti cento, e glielo fece intendere. Ma siccome aveva più spirito dello scienziato francese, glielo fece intender con garbo, offrendosi di avviarla in uno studio diverso, quello dell’archeologia.
La contessa accettò con trasporto. L’archeologia studiata a Roma, sotto una guida esperta e simpatica! Ma era una di quelle fortune da non lasciarsi scappare. E poi il dedicarsi all’archeologia era un prender due piccioni a una fava; era uno studiare, con la storia dei monumenti, la storia di Roma, senza noia di libri, nelle condizioni più propizie possibili, parte in carrozza, parte a piedi, quasi sempre all’aria aperta. In conseguenza di ciò la bella contessa fu vista tra i ruderi della città eterna, insieme col celebre artista, intenta a prender note sul suo taccuino, ora al Campidoglio, ora al Foro Romano, ora al Palazzo dei Cesari, o al Colosseo, o alle Catacombe, o alle Terme di Caracalla. Per i primi due giorni l’accompagnò il marito. Diavolo! Non era mica conveniente che una signora della sua età girasse sola per Roma con un estraneo. Ma que’ due giorni misero a troppo dura prova le forze del conte Serlati. Alzarsi presto la mattina, trascurare i suoi cavalli e il suo club per veder quattro sassi e sentir degli sproloqui sui primi abitatori del Lazio e sulla fusione dell’arte greca con l’arte romana? Ah, non era affare per lui. Ed egli tentò di persuader sua moglie che non sarebbe stato nemmeno affare per lei. Ma ella tenne fermo. Non era così volubile, sebbene la dicessero tale; non intendeva troncare uno studio così bene incominciato. In quanto a lui, chi lo costringeva a seguirla? Non credeva ch’ella sapesse custodirsi da sola? Riluttante sul principio, il conte finì col lasciarsi persuadere. E la eccentrica signora continuò le passeggiate archeologiche col suo cicerone. Continuò per un paio di settimane, miracolo di perseveranza, chi consideri il suo carattere. È vero che badando alle chiacchiere dei maligni, la bella contessa e il celebre artista non si occupavano soltanto di archeologia. A ogni modo, passate le due settimane, la contessa Giorgina dovette riconoscere che anche l’archeologia ha i suoi inconvenienti. O le bisognava trascurare i suoi alti doveri sociali, o rinunciare ad aver mai un momento di quiete. Arrivava dalle sue conoscenti ansante, trafelata; i suoi adoratori non la trovavano mai in casa; la sera, nei salotti, le accadeva di esser côlta da un’invincibile sonnolenza. Le amiche la canzonavano. Sei matta? Vuoi diventar socia dell’accademia dei Lincei? Non ti accorgi che per poco che la duri sarai la favola del paese? E non capisci che ti comprometti? Che ti si crede più invaghita dell’archeologo che dell’archeologia? Se vedessi poi come ti sciupi la pelle! Perdi ogni freschezza, finirai col farti la carnagione di quelli che stanno esposti all’aria ed al sole.
Questo pronostico recò il colpo di grazia alla vocazione della contessa per lo ricerche archeologiche.
Pareva anzi che si fossero acquetate in lei definitivamente le curiosità intellettuali e ch’ella fosse rassegnata a esercitar le sue forze soltanto nel campo della galanteria ove non c’era chi potesse contrastarle la palma. Ma l’incontro con Teofoli a Sant’Eufemia riaccese uno de’ suoi fuochi di paglia. Alcune parole ch’egli disse una sera intorno a Spinoza la invogliarono della filosofia. Quello doveva essere uno studio attraente, quando si potesse avere un professore come Teofoli, un uomo che rendeva chiari i soggetti più astrusi. O se Teofoli avesse voluto! Figuriamoci se non voleva! Sarebbe stato per lui un onore, una felicità. Egli si metteva a sua disposizione e adesso in campagna e più tardi in città, alle ore che lei desiderava, anche tutti i giorni.... anche tutto il giorno se a lei fosse piaciuto — egli concluse con enfasi e infiammandosi in volto.
Troppe grazie!... a lei bastava una infarinatura, quella che può occorrere a una donna, specialmente sulle dottrine di Spinoza.
Perchè a una donna dovesse occorrere specialmente la conoscenza, sia pure superficiale, delle dottrine di Spinoza è piuttosto difficile a intendere. Ma Teofoli non volle contraddire alla sua bella discepola e si accinse con molto fervore a spiegarle i principii cardinali su cui si appoggiano l’Etica e il Trattato teologico politico del sommo Olandese. Questi dotti colloqui succedevano per solito nel giardino degli Ermansi, nell’ora in cui gli altri usavano ritirarsi nelle proprie camere, e vi partecipava la cagnetta Darling, la quale aveva un debole per le gambe del professore, e non avrebbe rinunziato per tutto l’oro del mondo a mordergli almeno i calzoni. Onde accadeva sovente che i discorsi sull’Ente assoluto e sulla legge di causalità fossero interrotti dalle sommesse e quasi carezzevoli proteste del filosofo minacciato nella sua integrità personale e dalle rampogne più severe della contessa contro il poco rispettoso quadrupede. Talvolta c’erano altri motivi di distrazione. La Serlati aveva qualche suggerimento da dare al professore Teofoli circa alla sua toilette. Quella cravatta col fiocco fisso non era di buon gusto; quei polsini staccati dalla camicia non si usavano più; quei colletti troppo alti erano da notaio, eccetera, eccetera. L’ottimo professore pendeva dalle labbra della sua scolara e s’impegnava a seguirne in tutto e per tutto i consigli. — Chi non imparerebbe con una tal maestra? — egli diceva entusiasta. Ed ella replicava compiacente e lusinghiera: — È cosa reciproca, caro Teofoli, è cosa reciproca.... Mutuo insegnamento.
Quelle erano ore deliziose per Teofoli. C’era però il rovescio della medaglia. Quando la contessa era insieme col marchese di Montalto e con altri giovinastri della stessa risma, ospiti come lei degli Ermansi, ella dimenticava interamente la filosofia ed il filosofo. O se ne ricordava soltanto per scherzarne.... scherzi senza dubbio argutissimi, ma che il nostro egregio amico gustava limitatamente, quantunque egli si affrettasse a dichiarare che tutto stava bene su quella bocca di rosa.
Già, per disinvolto che volesse parere, alcune cose gli mettevano addosso un’inquietudine, un cruccio grandissimo. Si rodeva di non poter seguirla nelle sue cavalcate con quei capiscarichi, ma più di tutto si rodeva se nel dopo pranzo, allorchè l’intera compagnia era raccolta sul terrazzo, la bella donnina si allontanava in silenzio e scendeva in giardino con Montalto o con altri perdendosi in quei viali, in quei boschetti ove poche ore prima egli l’aveva intrattenuta in dotti ragionamenti frammezzati di silenzi, di sospiri, di discrete allusioni che dovevano farle capire la sua passione rispettosa e profonda. Chi sa se Montalto sarebbe stato così riservato? Il professore Teofoli se la prendeva col conte Ercole, il marito, il quale fumava tranquillamente discorrendo di cani e di cavalli con Ermansi senza neppur badare alla moglie. Ah mariti, mariti! Paion fatti apposta per tirarsi addosso le disgrazie. Però Teofoli non poteva a meno di fare in cuor suo qualche rimprovero anche alla contessa Giorgina. Che gusto doveva trovarci una donna come lei a prestare orecchio a dei libertini che non avevano nè ingegno, nè spirito, nè coltura? Oh, su questo punto Teofoli non s’ingannava. Egli aveva buon naso. Di Montalto, per esempio, egli parlava ex informata conscientia; avendolo avuto anni addietro per scolaro all’Università. Uno scolaro che non assisteva mai alle lezioni, che doveva ripeter tre o quattro volte gli esami e a cui si finiva coll’accordare il passaggio per non vederselo più davanti agli occhi. Ecco, la contessa Giorgina faceva male, proprio male a perdere il suo tempo con quel balordo.... Ah se Teofoli avesse potuto immaginarsi che Montalto dava del balordo a lui, e che, in quel momento, un giudice imparziale sarebbe stato in un bell’impiccio a dire chi dei due avesse ragione!
V.
Sarebbe un’offesa alla verità l’affermare che, dopo la villeggiatura, i colloqui filosofici della Serlati con Teofoli procedessero molto regolarmente. Le occupazioni della bella contessa non lo permettevano. Quantunque la sua dimora a X fosse piuttosto un esperimento che altro, ed ella si fosse accomodata provvisoriamente in un quartierino ammobigliato, ella non intendeva vivervi nell’ombra e aveva quindi da far visite e da riceverne, da conferire con la sarta, con la modista, col gioielliere, da prepararsi insomma a passar bene il prossimo carnevale. Inoltre, con tutto il rispetto per Spinoza, ella era forzata a confessare che lo trovava più noioso del bisogno. Non si sarebbe potuto, a tempo opportuno, occuparsi di Darwin, di Spencer?... Ma sicuro; il professore non desiderava di meglio. Egli ammirava que’ due illustri pensatori; anzi con Darwin era stato e con Spencer era in corrispondenza; figuriamoci se non si sarebbe volentieri fatto interprete del loro pensiero con la contessa Giorgina! — Va bene, va bene, — ella disse — sarà per la quaresima.
Se, per le gravi ragioni che sappiamo, la Serlati non si dedicava con fervore agli studi, è innegabile però ch’ella seguitava a mostrarsi singolarmente benevola al nostro professore. Gli aveva regalato una sua fotografia ch’egli custodiva come una reliquia dentro un cassetto per non esporla a sguardi profani; lo invitava a desinare da lei un paio di volte per settimana, lo riceveva anche di giorno, a qualunque ora, quand’era in casa, lo avvertiva delle sere ch’ella andava a teatro, lo eccitava a lasciarsi presentare a due o tre famiglie che avrebbero aperto i loro salotti in carnevale. Queste sollecitazioni trovavano in principio il Teofoli renitente; egli pensava alle sue care abitudini, alle sue serate tranquille, al suo studio, a’ suoi fidi compagni; ma d’altra parte se quello era l’unico modo di veder spesso la contessa Giorgina, se, rifiutando, si correva il pericolo di disgustarla? Ond’egli fece violenza alla sua indole e comparve qualche volta a teatro e consentì a frequentare qualche nuovo salotto. Non che vi si divertisse; ah questo no. A teatro egli badava poco alla scena; dal suo posto di platea guardava al palchetto della Serlati ch’era sfolgorante di bellezza e di grazia e intorno alla quale c’era un nugolo di adoratori. Per andare a salutarla egli avrebbe voluto cogliere un momento in cui non ci fosse nessuno, ma questo momento non capitava mai e gli conveniva pur risolversi a entrare nel palchetto pieno. E dopo esser riuscito con fatica a darle la mano sedeva in un angolo, assordato dal cinguettìo di tutta quella gioventù frivola ed elegante che discorreva di balli, di toilettes, di sposalizi, d’intrighi amorosi. Tuttavia la contessa Giorgina non lo dimenticava, e rivolgendosi a lui con la sua voce flautata gli chiedeva il suo parere sullo spettacolo. E siccome per poco ch’egli fosse stato attento era stato certo più attento di lei, egli si accingeva ad esprimere coscienziosamente i propri giudizi, ma gli era forza smetter subito, o perchè la sua interlocutrice passava ad altro argomento, o perchè la porta del palchetto s’apriva a nuovi visitatori. Naturalmente i primi arrivati dovevano cedere il posto, e così, a mano a mano, quelli giunti dopo si avanzavano dal fondo alla fronte del palco e si avvicinavano al posto d’onore. Ma non ci rimanevano un pezzo, cacciati com’erano dai sopravvenienti. Teofoli attendeva anch’egli il suo turno, sedeva per un istante a fianco o dirimpetto alla contessa, e poi se ne tornava alla sua poltroncina, o più sovente abbandonava addirittura il teatro, riportandone un misto d’impressioni dolci ed amare. Egli aveva un bel dire a sè stesso che una donnina come la Serlati non poteva a meno di aver una folla di relazioni, e ch’era da aspettarsi di vederla cinta da uno stuolo di spasimanti; aveva un bel dire che tutte lo signore giovani, avvenenti, ricche, spiritose sono quasi costrette a menar l’identica vita; ciò non bastava a calmar l’inquietudine de’ suoi nervi. La Giorgina (tra sè e sè egli la chiamava così) a ventidue o ventitrè anni appena avrebbe avuto necessità di una guida, non avrebbe dovuto esser lasciata esposta a tutte le tentazioni. Quel suo marito era d’una leggerezza! Non si curava nemmeno d’assumere informazioni sul conto di quelli ch’eran presentati a sua moglie! E ce n’erano d’ogni specie; ufficiali e forestieri per la massima parte, gente che di punto in bianco avrebbe preso il volo per lidi ignoti e che dalla instabilità del domicilio era resa pressochè irresponsabile.
In società Teofoli faceva le medesime riflessioni, aveva le medesime angustie che in teatro. Non era possibile giungere fino alla contessa che oltrepassando una barriera di galanti cosmopoliti. Con la sua innata affabilità che diceva: — Buona sera, Teofoli, — lo eccitava ad accostare una sedia, e a mettersi anch’egli nel suo circolo. Ma quand’egli cedeva alla tentazione non tardava a trovarsi a disagio, egli uomo più che maturo fra tanti giovani, egli uomo grave fra tanti scapati. Si vedeva squadrato dalla testa ai piedi, notava un fondo d’ironia perfino nella deferenza che gli si mostrava. Involontariamente correva col pensiero alla sua cameretta raccolta, alla sua solitudine pensosa, alla sua biblioteca, a’ suoi quaderni, alla sua grande opera storico-filosofica a cui le mutate abitudini gl’impedivano di attendere come avrebbe dovuto. E suo malgrado lo assaliva un rimpianto di quei tempi tranquilli, di quelle laboriose giornate che gli costavano tanto minor fatica delle distrazioni presenti. Allora le sue distrazioni si limitavano alle passeggiate con Dalla Volpe e con Frusti, che ormai gli tenevano il broncio, alle due sere per settimana passate dalla Ermansi, che diveniva sempre più fredda verso di lui, che non gli mandava neanche più le sue rose dopo che aveva saputo ch’esse andavano a finire dalla bella contessa Giorgina. Tutta, tutta la vita di Teofoli era cambiata. E per causa di chi? Per causa della Serlati.
A mente fredda egli formava mille propositi eroici. Avrebbe diradato le sue visite, avrebbe cercato di esonerarsi dagl’inviti a pranzo, non sarebbe andato nè a teatro, nè in società, luoghi che non erano fatti per lui. Oh sì. Proprio negl’istanti in cui la sua risoluzione pareva più salda, qualche incidente imprevisto lo costringeva a mutar consiglio. È più facile a un gran generale di perdere una battaglia che a una civetta sopraffina di perdere un adoratore. Un istinto infallibile l’avverte del pericolo e le suggerisce il rimedio. La contessa Giorgina non intendeva rinunziare agli omaggi di Teofoli, ch’era certo il più vecchio, il meno chic de’ suoi vagheggini, ma ch’era anche il più illustre, quello che forse le voleva più bene di tutti, quello a ogni modo che non badava ad altre donne che a lei. E allorchè le sembrava ch’egli mirasse a emanciparsi, ella lo legava a sè con uno sguardo, con un sorriso, con una parola, con una preferenza spiccata. Le preferenze femminili, già si sa, sono servigi richiesti a ciascuno secondo le sue attitudini. Un giorno ella gli mandò un bigliettino così concepito:
“Caro Teofoli. Potreste stasera accompagnarmi a teatro? Non si tratta che di accompagnarmi e di restare al massimo una mezz’oretta in palco con me fin che capiti qualcheduno. In ogni caso, sul tardi verrà mio marito che ha non so quale impegno subito dopo pranzo, ma sarà libero prima delle undici. Se non mi manderete a dir nulla in contrario, vi aspetterò per le otto e mezza a casa mia. Scusate e prendete la mia indiscrezione come una prova della mia amicizia.„
VI.
Il professore era a casa Serlati alle otto e un quarto. Sulle scale egli trovò il conte Ercole che lo salutò cordialmente. — Bravo, professore. Lo ringrazio anch’io della sua gentilezza. Alla Giorgina non sarebbero mancati i cavalieri, ma noi abbiamo preferito lei.
— È un onore, un onore grandissimo, — biascicava Teofoli.
Il conte Ercole sorrise. — Basterà che rimanga finchè principia il turno delle visite. Non avrà tanto da aspettare. Mia moglie conosce ormai mezza città.
— Pur troppo, — avrebbe voluto rispondere il professore. Ma si contentò di protestare ch’egli era ben lieto di consacrar l’intera serata alla sua ottima amica.
Su in casa lo s’introdusse in un salottino bene riscaldato, bene illuminato, pieno di ninnoli altrettanto inutili quanto eleganti, e lo si pregò di attendere. La contessa finiva di vestirsi.
Di lì a pochi minuti ella comparve abbottonandosi i guanti e seguita dalla cameriera che teneva spiegata una mantellina di stoffa bianca con guarnizione di cigno.
— Lo sapevo bene che su voi si può fare assegnamento, — ella gli disse stendendogli la mano. — Avete anticipato.
— Oh.... di qualche minuto.
Ella si affacciò allo specchio. — Ecco, per non lasciarvi solo son venuta a compier qui la mia toilette.
Si rivolse alla cameriera. — Maria, infilami la mantellina.
La contessa Serlati quella sera era proprio un amore, con le sue belle braccia nude, con l’abito di raso nero aperto sul davanti, con un monile di perle intorno al collo di neve, e senz’altro ornamento in testa che una camelia d’un color roseo pallido che faceva spiccare il castano scuro de’ suoi capelli.
— Mi par di leggervi in cuore, — ella disse mentre dava un’ultima occhiata allo specchio. — Queste donne non finiscono mai di lisciarsi, di contemplarsi.... Tutte un impasto di vanità....
— Oh contessa....
— No, no, in fondo avete ragione.... Ma se siamo fatte così? Se la cura della nostra persona e del nostro abbigliamento è parte del nostro decoro, della nostra dignità?
— Ed è naturale, — rispose con galanteria il professore. — Quando la persona è un’opera d’arte merita bene il conto di occuparsene.
— Sempre gentile, — ella soggiunse avvicinandosi.... — Io però credo d’esser delle più spiccie a vestirmi.... Me ne appello alla Maria.
La cameriera chinò il capo assentendo.
— La carrozza? — domandò la contessa.
— È pronta.
— Andiamo allora.
Il professore Teofoli era stato più volte in carrozza con la contessa, ma solo con lei, di sera, in un legno chiuso, non c’era stato mai. Si sentiva al tempo stesso orgoglioso e turbato di quella vicinanza, di quel tepore, di quel profumo che l’avvolgeva. Dai lampioni della strada entravano ogni tanto dei fasci di luce nel landau, ed egli vedeva quella testina adorabile voltata dalla sua parte, quei grandi occhi scintillanti, quelle labbra rosee fatte per sorridere e per baciare.... Oh com’egli capiva che per un bacio di quelle labbra rosee si desse la vita!... Se avesse osato?... Ma l’età dell’audacia era passata da un pezzo.... E poi egli non era stato giovine nemmeno a trenta, nemmeno a venti anni.... come poteva esser tale a cinquanta?
— Non avete niente da raccontarmi? — disse a un certo punto la Serlati. — A che pensate stasera?
— Penso, — replicò il professore, — al dottor Fausto che dopo esser invecchiato sui libri assimilandosi quasi tutto lo scibile umano, vendette l’anima al diavolo per tornar giovine e farsi amare da Margherita.
— E che c’entrano Fausto e Margherita in questo momento?
— Oh più di quello che non creda, contessa.
— Lasciamo stare Margherita. Sareste voi Fausto?
— Sono di quella famiglia.... Meno sapiente, s’intende.
— Meno vecchio piuttosto.
— Uno è vecchio appena ha cessato d’esser giovine.
— E vendereste l’anima al diavolo?
— Forse sarebbe inutile offrirgliela. Il diavolo è diventato più positivo e s’è accorto che le anime non valgono quello che costano.
— Però voi non credete al diavolo, — soggiunse maliziosamente la contessa.
— Credevo di non credervi.
— E avete mutato opinione?
— Sono problemi gravi.
— Ah Teofoli, — disse la Serlati con uno di quei bruschi passaggi di cui le donne hanno il segreto, — che ce n’è delle nostre conferenze di filosofia, del nostro Spinoza, del nostro Darwin, del nostro Spencer?
— Cara contessa, — ribattè il professore, — sa bene che dal canto mio....
— Lo so, lo so, non è colpa vostra.... Ma vedete voi pure se ho un momento di quiete.... V’avevo anche promesso di venir a vedere le fotografie di quegli omenoni nel vostro studio.
— Magari venisse! — proruppe Teofoli. — Non ardisco sperarlo.
— Avete torto.... Forse sarei venuta se non temessi di esser morsicata dal vostro Cerbero.
— Che Cerbero?
— La vostra governante, la vostra cuoca, quello che è insomma.
— La Pasqua?
— Si chiama Pasqua? Un nome stagionato, da persona matura.... Ebbene, scommetterei che quella donna lì non mi può soffrire....
— Che idee!
— Ma sì; è naturale.... dev’essere uno spirito metodico la vostra signora Pasqua. Deve averla con me per la rivoluzione che ho portato nelle vostre abitudini.
Il professore seguitava a negare, ma in cuor suo riconosceva che la contessa Giorgina aveva colto nel segno. Che donna perspicace!
— In ogni modo, — egli insinuò timidamente, — dal tocco alle tre la Pasqua non c’è mai.
— Davvero?
— Sono le sue ore di libertà.... Non ci rinunzierebbe a nessun patto.
— Eh, allora.... chi sa che un bel giorno quando meno ve l’aspettate....
— Contessa, cara contessa, — esclamò Teofoli ingalluzzito. — Parla sul serio?
— Sicuro.
— E quando verrà?
— Oh questo poi.... Non ha da essere una sorpresa?
— No.... riflettendoci bene.... potrei aver gente.... potrei esser fuori.
— È giusto.... Allora vi avvertirò un giorno prima.... È inutile far chiacchiere intanto....
— Si figuri....
E il professore strinse con entusiasmo la mano che la Giorgina gli porse quasi a conferma della sua promessa.
La carrozza si fermò sotto la loggia coperta del teatro.
Teofoli aiutò la sua dama a scendere, e dandole il braccio attraversò pomposamente il vestibolo. Camminava con la testa alta, con passo leggero ed elastico; gli pareva di aver vent’anni.
Ma l’apparizione del giovine marchese di Montalto sul primo pianerottolo dello scalone gli fece l’effetto d’una doccia fredda. Il marchese si mise subito al fianco della contessa, ed entrò in palco con lei e col professore. Egli rivolse alla Giorgina mille complimenti sulla sua bellezza, sul buon gusto della sua toilette, e passando in rassegna col cannocchiale le varie signore che c’erano in teatro sentenziò che nessuna, proprio nessuna, poteva reggere al confronto di lei. Nella quale opinione Teofoli consentiva interamente; gli seccava però che la cosa fosse detta da Montalto, e più ancora che la Serlati mostrasse di gradirla tanto e scherzasse con quella testa di legno e gli concedesse una strana familiarità.
A poco a poco sopraggiunsero i soliti visitatori, i soliti cicisbei sguaiati, svenevoli con cui la Giorgina aveva il torto di ridere e di divertirsi.
— Ormai, — ella disse a Teofoli, — sono ben custodita, e non voglio tenervi prigioniero. Grazie della vostra cortesia.
Fatto si è che nel palco non ci si stava più e che il professore non poteva insistere per rimanere.
Al garbato congedo della contessa egli rispose:
— Scendo in platea.... Ripasserò sul tardi per sentire se le occorre nulla.
— Ma no, non vi disturbate, — ella insistè con un principio d’impazienza. — Che cosa deve occorrermi?
— Però.... se non venisse suo marito.... per riaccompagnarla in carrozza....
— Mio marito verrà certamente.
— In ogni caso ci siamo noi, — gridarono all’unissono i presenti.
— Vedete che i cavalieri non mi mancano, — soggiunse la Giorgina. — Buona notte, Teofoli, e grazie di nuovo.
E nel palco fu un coro di — Buona notte, professore, buona notte, — con certe inflessioni di voce che davano alla frase innocente il significato di: — Se ne vada, si spicci, non secchi più.
— Già, i cavalieri non le mancano, — borbottava l’ottimo professore scendendo le scale. — Voglio sperare ch’ella li stimi per quello che valgono. Con l’ingegno che ha non dovrebbe prender lucciole per lanterne.... Quel marito però è un gran minchione.
Giunto nell’atrio, Teofoli non seppe resistere alla tentazione di fermarsi alquanto in platea, ove, non avendo sedia chiusa, stette ritto in mezzo alla folla con gli occhi fissi al palco 24 di prima fila ch’era quello della Serlati.
Era un gran cicaleccio in quel palco, e di tratto in tratto dal basso salivano dei tss, tss prolungati all’indirizzo dei disturbatori. Due vicini del professore si sfogavano a sparlare di quelle dame in generale e della Serlati in particolare che soggiornava da pochissimo tempo a X e quantunque fosse sposa da soli due anni faceva già discorrer sul conto suo come le veterane. Il nostro amico sudava freddo a sentir questi orrori, e avrebbe voluto ricacciar lo parole in gola a quei bifolchi. Ma come promuovere uno scandalo alla sua età, nella sua posizione sociale?... E poi non era peggio anche per la contessa Giorgina? Non era un dare il nome di lei in pascolo al pettegolezzo cittadino? No, no, era più savio consiglio l’andarsene.
Mentre Teofoli agitava in mente questi pensieri, al parapetto del palco N. 24 di prima fila s’affacciava il conte Serlati e con la sua presenza rimoveva gli ultimi scrupoli dall’animo del professore. Ormai c’era il marito, e di lui non si aveva più bisogno.
Egli uscì dunque dal teatro. Ne uscì con la testa confusa, col cuore in tumulto, con quello strano miscuglio d’impressioni e di sensazioni contrarie ch’egli provava sempre dopo esser stato con la Giorgina. Mai, mai una volta da poter dire senz’ambagi: — Oggi sono contento. — Ma fors’è così nella vita; ove c’è intensità di gioia c’è intensità di dolore.
Però, nel rifare la strada di casa e di mano in mano che l’aria fresca metteva un po’ d’ordine nelle sue idee, Teofoli diceva a sè stesso che quella sera egli aveva un gran torto di pensare ad altro che alla promessa dolcissima fattagli ripetutamente dall’amabile contessa; quella di venirlo a visitare nel suo studio. È vero che di quest’argomento s’era già discorso in passato, ma se n’era discorso per incidenza, nè egli stesso vi si era trattenuto più che tanto, nè vi aveva attribuito un grande significato. Adesso era tutt’altro, adesso la Giorgina s’era impegnata in modo solenne, e con una cert’aria di mistero che aggiungeva importanza alla cosa. Non c’è dubbio, la Serlati non veniva da lui come ci sarebbe venuta, per esempio, la Ermansi.... Ma come, come ci veniva? Con quali idee, con quali aspettazioni? Qui la mente del povero professore si smarriva in un pelago di congetture, ed egli sentiva alternarsi nell’anima audacie di leone e pusillanimità di coniglio, e avrebbe dati volentieri dieci degli anni che gli restavano a vivere per aver chiara e limpida davanti a sè la via da seguire. Ah, in fin dei conti, un po’ di pratica non è mai una disgrazia.
Insomma non è punto da far le maraviglie se dopo una serata così ricca di commozioni, il professore Clemente Teofoli non potè chiuder occhio per tutta la notte.
VII.
È una caratteristica delle civette quella di dare agli atti, alle parole più semplici un’apparenza che ne accresce la portata agli occhi degli ingenui. Ogni donna dice buona sera, buon giorno, arrivederci, ogni donna, se è stanca, accetta il braccio d’un cavaliere; se ha sete, lo prega di procurarle un bicchiere d’acqua; se le casca un guanto, lascia ch’egli lo raccolga; ma la civetta farà tutto ciò in un suo modo particolare. Nel buon giorno, nella buona sera ci sarà un languore sentimentale; nell’arrivederci ci sarà una promessa; nell’appoggiarsi ci sarà un molle abbandono; nel ringraziare d’un bicchier d’acqua portato, d’un guanto raccolto, ci sarà un’espressione tenera di riconoscenza piena di sottintesi.
Così, in via ordinaria, non v’è motivo di scandalo e di meraviglia nel fatto che una signora (e sia pur giovine e bella) vada una o più volte nello studio d’uno scienziato d’età matura e di reputazione illibata. E, in vero, abbiamo già detto che sulle prime il professore Teofoli non aveva messo malizia alcuna nella visita sperata della contessa Giorgina. Sarebbe stato certo un gran piacere per lui, ma la sua innocente galanteria non mirava più in là. Era stata la contessa con lo sue reticenze, col suo ordine di non dir nulla a nessuno che gli aveva messo il sangue in fermento. E come non aveva dormito la notte, così non seppe mettersi a lavorar di lena nei dì successivi. Dopo la sua lezione all’Università non riusciva a far altro. Nel suo insegnamento non si poteva scoprire il minimo sintomo di decadenza; la sua memoria, la sua dialettica erano sempre ammirabili, la sua parola era sempre limpida e colorita; anzi c’erano momenti ch’essa aveva un fascino maggiore dell’usato come di strumento a cui si sia aggiunta una nuova corda. Ma se il professore si manteneva all’altezza d’un tempo per ciò che riguardava le sue lezioni, lo scienziato non era più quello per l’assiduità nelle ricerche, per l’instancabile operosità del pensiero. E non era nemmeno più quello per la sollecitudine verso gli scolari dei quali una volta egli amava attorniarsi e che ora egli teneva sempre a una certa distanza. Peggio poi da quando aspettava la visita della Serlati. Bisognava assolutamente sviar quei ragazzi dal venirlo a cercare a casa. E se uno di loro gli diceva che sarebbe passato a disturbarlo per avere un libro in prestito, o per manifestargli alcuni suoi dubbi su qualche questiono un po’ controversa, egli aveva una sequela di ma, di se, di forse che scoraggiavano il sollecitatore. Ecco, in quanto al libro, gliene indicasse pure il titolo; glielo avrebbe fatto avere per mezzo del bidello. E circa ai dubbi che lo studente desiderava esporgli, s’eran tali da potersi risolvere lì per lì, valeva meglio spicciarsi subito; se no il giovine li mettesse in carta, ed egli avrebbe risposto nello stesso modo. Coi colleghi teneva un sistema analogo. S’isolava quanto più era possibile, insisteva sul suo gran da fare; suggeriva loro, se avevano da parlargli e non si sgomentavano dell’idea di aver fatto la strada inutilmente, di venir di sera, dalle sette allo otto.... Per solito, a quell’ora era in casa.
— Par d’essere nel deserto — borbottava la signora Pasqua. Ed ella che aveva in altri tempi molto brontolato pel continuo viavai della ragazzaglia, adesso brontolava perchè, a eccezione del postino, non c’era quasi nessuno che suonasse il campanello. E poi tutto andava alla peggio. Talvolta a metà della giornata, il professore annunziava che sarebbe stato a pranzo fuori, talvolta non si curava nemmeno di annunziar nulla, e all’ora del desinare non si faceva vedere. E non tollerava mica osservazioni. Oh sì. Era diventato un basilisco. — Se non v’accomoda, quella è la porta — ecco il suo ritornello.
Ah se la signora Pasqua non gli fosse stata affezionata, se non avesse trovato il suo tornaconto a stare al servizio d’un uomo solo! Non le restava altro conforto che quello di sfogarsi con le vicine e coi professori Frusti e Della Volpe, quando, venuti a cercar l’amico e non trovatolo avevano anch’essi la loro dose di fiele da versar nell’animo di qualcheduno. Già la signora Pasqua si conciliava subito la loro benevolenza col dir male delle donne. — Avevano ragione, avevano ragione da vendere. Le donne erano sempre la prima causa di tutti i mali. Non poteva rimaner dov’era, quel serpente, quella contessa che aveva reso irriconoscibile un uomo come il professore Teofoli?
Diceva ciò quasi a dipingerlo come la vittima di un incanto, di una malìa. Però i suoi interlocutori non ammettevano circostanze attenuanti. Se avesse avuto vent’anni, trent’anni, passi. Ma alla sua età? Non si è vittime quando non si vuol esser tali. Si fosse provata a civettar con loro, la signora contessa! Gli è che Teofoli aveva avuto sempre le sue debolezze per il bel sesso. Non aveva badato a chi gli presagiva che il salotto Ermansi sarebbe stato la sua rovina, aveva voluto girare intorno al fuoco e s’era bruciato le ali. Tanto peggio per lui!
Il più arrabbiato era il Della Volpe che non perdonava al collega di avergli fatto mangiare di magro a casa un venerdì inviandogli all’ultimo momento un biglietto per contrammandare il solito invito settimanale. Un’azionaccia, una vera azionaccia che lo aveva esposto ai sarcasmi della moglie e l’aveva costretto il giorno dopo a prendere il bicarbonato di soda per accomodarsi lo stomaco!
Del rimanente, anche quando i tre amici desinavano insieme, i loro ritrovi non avevano niente a che fare con quelli d’una volta. Le querimonie di Della Volpe contro la consorte viva e quelle di Frusti contro la defunta non sollevavano nessuna ilarità; alle galanterie di Teofoli non era lecito di fare il minimo accenno; i fatti della 19ª dinastia tebana e la rivalità di Carlo V e di Francesco I non riuscivano ad animare la conversazione; le virtù culinarie della signora Pasqua, per quanto apprezzate dai commensali, non ricevevano il debito tributo di lodi in causa dell’inappetenza dell’anfitrione. La signora Pasqua avvilita dal veder che il professore toccava appena le vivande, gettava sdegnosamente gli avanzi al gatto Tocci, dicendo che per poco che durasse così ell’avrebbe fatto la cucina soltanto per lui. — Ma già — ella proseguiva con aria sprezzante — tu non sei migliore del tuo padrone. Se ti salta qualche grillo, se la micia soriana dei nostri vicini ti fa qualche smorfia, pianti il cibo e la casa e corri dietro a quella poco di buono pegli orti e pei tetti. Bada però di non portartela qui dentro.... Se vi colgo state freschi.... Scandali non ne voglio.