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Racconti di guerra

Chapter 13: DON BIGOLIN
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About This Book

This collection offers a series of first-person sketches and reports from travels along the Adriatic front, blending vivid on-the-spot description with reflective observation. It records mobilization and marches, crowded transport and camp life, and how military movement intrudes on familiar rural routines. Soldiers, civilians, and landscapes are rendered with sensory detail—dust, noise, seasonal fields—while attention turns to absences in villages and altered rhythms of work. Alternating reportage and quiet reflection, the pieces examine how war reshapes daily life, communal ties, and memory without relying on a single narrative thread.

DON BIGOLIN

Aprile 1916.

Pare ci fosse un cappellano in un reggimento dei nostri molto avanzato in Valle Lagarina, il quale si chiamava don Bigolino. Anzi, più breve: don Bigolin.

Sulle labbra dei soldati, degli ufficiali e dell’altra gente del luogo, il nome o nomignolo che fosse sonava ogni volta al passare rapido rapido d’una tonaca, che veniva di chi sa dove, che andava chi sa dove, che si vedeva in varie ore del giorno un po’ dappertutto. In paese i ragazzi dicevano: “Ecco don Bigolin”. E la tonaca scantonava per le viuzze. Le donne che lavano i panni entro la vasca, alzavano il capo quando sentivano il fru-fru del panno, e don Bigolin passava. Lungo la strada, dove sono i paletti con su scritto “passaggio battuto dall’artiglieria nemica”, anche di lì passava don Bigolin, di pieno giorno, col suo solito passetto affrettato, ma non per le parole scritte sul paletto. Più avanti, dove i territoriali lavorano, e ogni tanto, al fischio delle granate, si rimbucano entro le grotte, la tonaca di don Bigolin sventolava. Gli artiglieri inginocchiati attorno alla coda dei pezzi mascherati, tirando la cordicella per rispondere alle missive nemiche, vedevano con la punta dell’occhio il cappellano che batteva il sentiero scoperto, e procedeva oltre. Quando, molto più avanti, i camminamenti nostri scavati nella sabbia erano ancora stretti stretti, e bisognava in certi punti camminare di sbieco, i soldati con l’elmetto vedevano passare anche da quelle parti, rialzando con le mani la tonaca, l’irrequieto cappellano.

Più avanti ancora, dove i camminamenti sboccano nelle trincee e fra le corone dei sacchetti s’aprono le fenditure degli osservatori in cemento o quelle quadrate, in legno, le guardie che stanno all’agguato col fucile in pugno e le bombe allineate sulle mensole, all’altezza del petto, volgendosi si trovavano alle spalle don Bigolin. Nelle ore calme, come nei giorni più caldi, don Bigolin era sempre in giro di qua e di là, in un punto o nell’altro della zona, ed era sempre quella tonaca, sempre quel passetto rapido, sempre quella vocetta di saluto e di sorpresa, e, con quel suo essere dappertutto, pareva avesse del leggendario e del fantastico. Questi era don Bigolin.

Di qui venne che un cannoncino austriaco, che tirava sulle nostre posizioni da posizioni non precisate, e mandava i suoi colpi anche lui dappertutto, improvvisi anche quelli e senza conseguenze, come il fru-fru della tonaca del cappellano, avesse dai soldati il nome di costui, e si chiamasse senz’altro, don Bigolin. Chi fu il primo a trasferire a un cannoncino il nome di un buon servo di Dio, non si sa, e non si saprà mai. Nulla è più misterioso della prima origine delle parole. Ora in Val Lagarina don Bigolin è nome comune: dal cannoncino austriaco che tira ora da un punto ora dall’altro, si è trasferito a più d’uno dei nostri che gli rispondono. Di dove precisamente, è un mistero profondo. Noi si vede dove arrivano, e non si deve cercare altro.

Ci sono dinanzi a Rovereto, dei pezzi che hanno ben altra importanza. Coni Zugna e Zugna Torta, — che a guisa di sperone, si spingono fra Val Lagarina e Vallarsa fin sulla bella città in mano al nemico, dividendo le due magnifiche strade che da Rovereto si partono per raggiungere l’una Verona e l’altra Vicenza — devono essere pieni di grossi calibri nostri, che dànno alla guerra d’assedio una maestà terribile e sonante. Non per nulla abbiamo cacciato gli austriaci di qui: credo bene per mettere qualcosa di grande nelle piazzole e negli appostamenti che essi s’erano preparati lassù. Ma accanto ai pezzi grossi, i nostri vari don Bigolin conservano il proprio ufficio particolare che assolvono con impegno.

Proprio su Mori, che noi ci siamo lasciati alle spalle per inoltrarci a monte dell’Adige, con un sistema di camminamenti, di trincee e reticolati, s’erge e strapiomba sul paesetto abbandonato il Biaena: una di quelle posizioni austriache che vi fanno pensare all’impossibilità di un’avanzata. Il monte su in vetta è forato, e i buchi delle cannoniere accennano dall’alto, giù dal regno delle nuvole. Più in basso, pei canalotti, lungo i costoni ora lisci ora scabri, per le schegge e i macigni, per i sentieri e i ripiani, s’abbarbicano le difese nemiche. S’appostano i tiratori, si snodano i camminamenti, si annidano altri pezzi, si stendono in brevi linee le trincee. Tutta questa roba ci pende sul capo, e dovrebbe impedirci di muovere un passo. Ebbene, laggiù in fondo alla valle, sulla riva del fiume, sotto quelle difese aeree che paiono appostamenti di cacciatori, che sono veri nidi di falchi, la nostra avanzata quasi tocca Rovereto. Quando il nemico tenta di disturbare i lavori, questo cannoncino, o quello va coi suoi colpi su per le rocce del Biaena, a scovare il disturbatore.

* * *

Da Mori si vede su pel Biaena un camminamento nemico; deve essere un modesto sentiero, dove passano le truppe loro che vanno e vengono da un tratto di trincea. Per coprire il passaggio, l’hanno coperto con una fila di graticci, di quelli che servono all’allevamento dei bachi. Un muretto di cannucce, giallognolo, leggero, che appena resiste al vento di montagna. Dietro quello schermo passano non veduti: ma don Bigolin sale a trovarli di quando in quando, e apre nel graticcio una falla. In altro punto un loro sentiero è mascherato da una cortina di frasche: e don Bigolin rovescia le frasche. Allora quelli s’indispettiscono e a loro volta tirano. La lite s’ingaggia fra i piccoli pezzi. Se non cessa intervengono i grossi.

Basta una fucilata a far nascere uno scompiglio. Una pallottola scatena una tempesta. La valle rintrona per ore di ululi e di boati, gli echi si sbattono da parete a parete, coprono il vasto profondo mormorìo del fiume, trasportano la guerra in fondo ai burroni, la sollevano ad altezze candide di nevi e di nubi. Alle batterie di Valle Lagarina fanno presto compagnia quelle di Vallarsa, e Rovereto e la sua bella conca sono in piena guerra d’assedio.

* * *

Dinanzi a Rovereto, come dinanzi a Gorizia, si è a poche centinaia di metri dai borghi. Sulle sponde dell’Adige e su quelle dell’Isonzo siamo risaliti a monte con quei lenti, prudenti passi che nella guerra moderna movono avanti agli stessi uomini le trincee. Fin dove giungono i campi, gli orti, le sparse propaggini dei suburbi, le prime case, siamo giunti noi strisciando, appiattandoci, sprofondando nei lunghi camminamenti tortuosi scavati nella terra o nella sabbia, sotto i bracci distesi dei filari, lungo le siepi di biancospino, fra le radici dei susini, dei peschi, dei meli.

Stratificazioni molli e profonde ha lasciate l’Adige súbito a valle di Rovereto. Un soffice giacimento di arena si è accumulato ai piedi delle montagne rocciose, dirupate, che si erigono come baluardi della difesa nemica. Sotto un velo di terriccio fertile, dato tutto alla vegetazione, si è trovato scavando questo strato di sabbia nel quale la nostra avanzata ha proceduto con lavori di approccio silenziosi.

* * *

Chi venga qui dal fronte carsico, ha l’impressione quasi di un’altra guerra. Le sponde dell’Adige fin presso le linee nostre più avanzate, sono ricreative al paragone di quelle dell’Isonzo. Bel fiume è l’Adige e si svolge fra pareti di roccia e piani verdi come una vena azzurra che si disegni vigorosa in un bel corpo. L’Adige ha un aspetto di forza e di letizia insieme, e intona mille episodi idillici. La sua corrente non separa due nemici. Per lungo tratto è unicamente nostra, attraversa le nostre città, specchia i nostri villaggi, le rustiche case, i bei campi dove il lavoro ferve ininterrotto, e gira le alte nere ruote dei nostri mulini e degli orti.

Verso Rovereto, i colpi di cannone fioccano; ma non si trovano le rovine dei paesi che l’Isonzo costeggia o bagna. Qualche casa scoperchiata, un muro sforacchiato da un finestrone rotondo, irregolare, il cornicione d’un campanile sfrangiato, qualche fossa orlata di terra nera, smossa di recente e che s’apre lungo i sentieri o in mezzo all’abbandono dei campi. Sono i segni della guerra, ma non della devastazione, dello spopolamento, del terrore. La popolazione rimane ad abitare le case, a lavorare i campi, ad accudire alle proprie faccende. Sono bambini che giocano, donne che lavano curve su una vasca o vanno alla fontana col carico dei bei secchioni di rame lucente. Sono contadini che menano il carro coll’unico bove aggiogato fra le due stanghe che si riuniscono sul davanti a punta di timone. Tutta questa gente è sotto il tiro, vive nel pericolo, e non ci bada. La guerra passa loro accanto, ma non li caccia e non li schiaccia. Traversano i passaggi comunemente colpiti, rimangono lunghe ore in zone scoperte, non si dànno pensiero di quel che accade.

Questo è anche un effetto della montagna. La pianura è terribile perchè ogni suo punto può essere individuato, bersagliato, colpito. I monti hanno dei fianchi scoscesi, anfrattuosi; hanno una fronte ma anche una schiena, hanno delle rughe profonde, una vegetazione folta, un rivestimento denso; hanno mille angoli morti, nei quali si annida la pace, il placido idillio dell’erba col ruscello, della cascatella col musco, della zolla col sole. Le gole rombano, riecheggiano al tuono delle artiglierie, ma la montagna mormora e sospira da tanti piccoli angoli calmi, che empie solo il mormorio dell’acqua cadente, il borbottio della roggia e del canaletto, lo strepito lene, uguale, monotono della fontana.

* * *

La conquista di Coni Zugna e di Zugna Torta è stata per noi di un valore inestimabile. Ci ha permesso di andare innanzi in Valle Lagarina, lungo l’Adige, e contemporaneamente in Vallarsa, per le due strade alle quali accennammo, che muovono da Verona e da Vicenza e convergono a Rovereto. In Vallarsa siamo passati proprio sotto l’immenso forte del Pozzacchio, che è tutta una montagna scavata a fortezza; gli austriaci ne volevano fare una porta chiusa per sempre a noi; non sono riusciti a fornirla a tempo di truppe e di cannoni. Don Bigolin ci avrebbe aiutato poco da quella parte, se il Pozzacchio fosse stato pronto nel maggio del 1915!

Chi da Valle Lagarina passi in Vallarsa e salga a visitare i lavori interrotti sul grosso cocuzzolo del monte, che doveva difendere Rovereto sbarrando la rotabile che porta da Vicenza e da Schio per il pian delle Fugazze, resta attonito dinanzi alla enormità del disegno, alla maestosa potenza di quell’abbozzo di forte. Una intera montagna è stata scavata per annidarci le più potenti artiglierie di cui l’Austria dispone. Chi ha visto a Siracusa le Latomie può farsi un’idea dell’immensità di quest’opera, nelle cui grotte ampie, ciclopiche, lugubri come catacombe si sarebbero facilmente adunate provviste inesauribili di proiettili di maggiori calibri, capaci di sostenere una guerra senza limiti di tempo. Il Pozzacchio doveva essere un caposaldo della difesa delle terre italiane aggiogate all’Impero. Così com’è rimasto a mezzo deve essere costato milioni.

La fortezza immane è in nostro possesso, e le nostre truppe l’hanno sorpassata di parecchi chilometri. Anche da quella parte esse stringono Rovereto dappresso, con opere d’approccio che il nemico vede ogni mese crescersi sotto gli occhi.

La sua rabbia deve essere stata grande, se proprio in questo settore ha creduto di dover sperperare contro di noi una cinquantina di colpi di quell’unico pezzo da 420 che esso abbia finora rivelato lungo tutta la linea del fronte. Povero pezzo, deve essere ormai fuori uso. E doveva essere malandato quando intraprese il compito vano, se quasi tutti i proiettili che lanciò caddero senza esplodere, sulla viva roccia. Ne abbiamo veduto uno in una sella di monte, lungo, lucido, rossastro, rimasto lì sugli scogli come un cetaceo arenato. Pieno di polvere e di spocchia, grottesco, nella sua fine, più innocuo assai di un piccolo don Bigolin che sentivamo correre in aria mentre eravamo chini a guardarlo.