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Racconti di guerra

Chapter 4: UN DOTTORE
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About This Book

This collection offers a series of first-person sketches and reports from travels along the Adriatic front, blending vivid on-the-spot description with reflective observation. It records mobilization and marches, crowded transport and camp life, and how military movement intrudes on familiar rural routines. Soldiers, civilians, and landscapes are rendered with sensory detail—dust, noise, seasonal fields—while attention turns to absences in villages and altered rhythms of work. Alternating reportage and quiet reflection, the pieces examine how war reshapes daily life, communal ties, and memory without relying on a single narrative thread.

UN DOTTORE

Settembre 1915.

S’era laureato a Modena nella sessione di maggio; subito era stato chiamato al Distretto come sottotenente della Sanità. Non aveva ancora fatto il dottore, e non aveva mai fatto il soldato: entro le ventiquattr’ore dovette equipaggiarsi e partire pel fronte.

Bene, si parte! Lo accompagnammo nei giri per i negozi: la divisa, la sciabola (la rivoltella l’aveva: un vecchio macchinone che arrugginiva in casa entro un armadio), i gambali, la cassetta; non ricordo quante altre cosucce. (Ah, gli stivali: grossi, morbidi, gialli, con le lunghe stringhe rotonde, di cuoio, il suolo imbullettato, stridente, sonante sulle mattonelle rosse del negozio). A me non sarebbe bastata una settimana, a mettere insieme il corredo. Io sono un buono a nulla in queste occorrenze. Egli provvide a tutto rapidamente, ordinatamente con quel fruttuoso genio dell’organizzazione, che rende così notevole un uomo per tante altre parti comune. E che è, sovente, fondato su qualità di osservazione diretta e precisa, che pochi hanno.

Il nostro Enrico le ha. Non molte parole, immaginazione anche meno, niente poesia; ma Enrico osserva. Ha certi occhi di miope, cauti insistenti che non lasciano le cose se non dopo averne portato via i contorni. Vorrei avere io una retina sulla quale gli oggetti restassero incisi così a fondo. Gli stanno disegnati nella memoria per anni e anni, per sempre.

Glielo ho detto tante volte: Se tu avessi ingegno letterario, potresti fare lo scrittore. Ma alla licenza liceale fu bocciato in italiano.

Non importa. Il fatto è che in maggio prese la laurea; e partì con un battaglione per la guerra.

— Vedete come tutto s’accomoda — dicemmo noi. Ci siamo tante volte preoccupati di lui e del suo avvenire. Quando avrà presa la laurea, che farà Ernesto? Concorrerà a una condotta di campagna, e andrà a seppellirsi fra i monti? Ci siamo presi fastidio per nulla. Ecco che dalla mattina alla sera egli è a posto.

Dio mio, non che fosse un ufficiale brillante. Gli ufficiali brillanti vanno bene in tempo di pace (nei salotti, nelle sale da ballo, nei concorsi ippici). In tempo di guerra ci vogliono anche i buoni borghesi, i borghesi solidi, quadrati, massicci, che non hanno nulla di brillante e di “militare”, e che rappresentano così bene la nazione che combatte, che coopera, sotto il panno grigio dell’esercito, sotto le mostrine innumerevoli delle varie armi. Il nostro esercito che combatte è quasi tutto così.

Il nostro Enrico è in un reggimento di fanteria, di una classe di richiamati. Fino alla vigilia erano borghesi anche i suoi soldati. Quando partirono, i portaferiti erano forse meno allenati del loro sottotenente alle fatiche del campo. Erano tutti vestiti allo stesso modo, ecco l’importante. Tutti con lo stesso zaino, lo stesso fucile, la stessa mantellina, e lo stesso numero di reggimento sul davanti del berretto. Erano “quelli del 161”: un bel numero progressivo, che fa pensare a una distesa massa di uomini, a una spianata immensa, su cui brulichino centinaia di migliaia di uomini incolonnati. La terra scompare sotto la marea d’armi e d’armati.

Il dottore ha buona gamba. Da quattro anni è della Sucai; ha fatto tre campi in alta montagna; è cittadino emerito di tre Tendopoli. S’intende di gite in montagna, di vita in montagna, di tende e di cucina, di sacchi e di zaini, di piccozze, un poco anche di sci.

E il suo reggimento partì proprio per l’alta montagna.

Dunque:

Studente — sucaino; dottore — ufficiale.

Sano. Robusto. Buono, cordiale. Servizievole. Paziente. Senza nervi.

Piemontese.

No, non faceva “un brillante ufficiale”. Ma molto di più.

* * *

Ora sono passati quattro mesi. Durante i quali ci ha scritto più volte la settimana, lettere e cartoline. Cara mamma, care sorelle, caro Luigi. Ne abbiamo un pacchetto, di sua corrispondenza. Come oggi tutti ne hanno in famiglia. La mattina, la prima cosa che si chiede al postino è la lettera dal fronte. E si sta bene tutto il giorno. Si legge e si rilegge, se ne parla, si commenta.

Ognuno segue il suo caro, lontano. Lo si pensa e lo si vede. Lo si colloca con l’immaginazione in un paesaggio, che è poi tutto di nostra invenzione; in una cameretta così e così, fabbricata da noi, con la finestra che guarda su un prato, su una strada, su un fiume, verso una montagna; o sotto una tenda, in un bosco di pini, o di faggi, o di abeti, o tra i macigni, in mezzo alle rupi, sul dente di una cresta, in mezzo alle altre tende, vicino ai carriaggi, non lontano dai muli; e più oltre un parco d’artiglieria, e una staccionata pei buoi della sussistenza.

Ogni lettera che arriva di lassù, reca qualche particolare, che si aggiunge ai precedenti: e compie il quadro. Un quadro che si finisce col vedere quasi con gli occhi della fronte: tanto ci si fissa; tanto ci si pensa di giorno e di notte, a occhi chiusi, non meno che a occhi aperti.

* * *

I primi giorni, era l’avanzata. Andavano a cercarsi il proprio posto. Si ricevevano cartoline più che lettere; non c’era tempo per scrivere a lungo; le cose erano un po’ sottosopra. Tutto era nuovo, le abitudini, la compagnia, i doveri del servizio. Un po’ di smarrimento, un po’ di stanchezza.

Quello che più mi piaceva nelle sue lettere era l’assenza di idee. L’uomo che non pensava che al suo posto, al suo mestiere, alle piccole cose che riguardavano proprio lui, alla sciabola che era forse inutile, alle scarpe che facevano un po’ male, a qualche lieve incidente. Era proprio l’uomo senza crisi, senza impazienze e preoccupazioni e anche senza facili ebbrezze: semplice, queto, e parco di emozioni; direi economico. Ma appunto per questo, buono alla guerra, alla guerra lenta, lunga, che in molti consuma prima ancora lo spirito che il corpo.

Tutta la sua cura era nel mettersi a posto, nel divenire un piccolo dente dell’enorme ingranaggio. “Mi sto ingranando, scriveva, e non mi riesce difficile. Anche in guerra si è uomini come in pace. E io sono un dottore, al seguito di qualche centinaio di clienti. La mattina passo la visita, vedo qualche lingua sporca, distribuisco qualche pozione di olio di ricino. Come vedi, comincia bene”.

Di tappa in tappa egli, con i suoi uomini e le carrette, seguiva il battaglione. Una notte si persero. Il battaglione era andato avanti, il dottore doveva raggiungerlo. A un bivio dovevano esserci le segnalazioni, e non c’erano. Si fa un piccolo alt, e si tiene consiglio. La notte è buia, si staccano le lanterne dai carri, si esplora la massicciata, prima a destra, poi a sinistra, per sorprendere le peste del reggimento. Ma c’erano segni di un passaggio recente da una parte e dall’altra. Si chiama ad alta voce: Olà sentinella! Nessuno risponde. Intorno non c’era che buio denso, che pareva appiccicato come una vernice nera e spessa a tutte le cose, ai fossi, alle siepi, ai campi, alla terra, al cielo. Un buio che empiva la notte, come il vano di una grotta, e teneva fermi quei dieci o dodici uomini, accanto alle carrette: fermi come i cavalli, che pareva si fossero addormentati. Adesso che la strada non li guidava più, qualcuno s’era seduto per terra, attendeva la decisione dagli altri, contento che non ci fosse più un comando, perchè non c’era la possibilità di un comando.

(Erano i primi giorni di guerra; molti soldati ancora pigri; qualcuno pieno di malavoglia, di disinteressamento, con un po’ di egoismo, con un po’ di piccola cattiveria. Non gli dispiaceva vedere il superiore nell’imbarazzo; non gli dispiaceva non aver trovata la sentinella al suo posto. Un esercito è una macchina, di proporzioni enormi. Ci vuole, a metterla in moto, qualche po’ di tempo. Poi tutto cammina).

E il dottore disse:

— Chi di voi vuole andare per quella strada, a vedere, a domandare? Ci dovrebbe essere qualche sentinella più su.

Nel gruppetto intorno all’ufficiale tre o quattro si guardarono in faccia senza parlare. Il sottotenente capì che nessuno aveva voglia. Avrebbe potuto dare un ordine, non lo diede. Disse:

— Staccatemi un cavallo, vado io.

Glielo sciolsero dalle stanghe, lasciandogli in dosso tutti i finimenti.

L’ufficiale saltò sulla groppa, impugnò le redini, si volse per dire:

— Non movetevi finchè non sarò tornato.

E partì per una delle due strade, nel buio, solo, al trotto.

E andò, andò, senza incontrare nessuno, sempre salendo la costa di un monte, senza sapere dove riuscisse la strada.

Trottò per più di mezz’ora. Poi per un’altra mezz’ora. Gli venne il dubbio di avere perfino passato il confine. Ogni tanto portava le mani all’anca destra: la busta della rivoltella gli dava una sensazione gradevole nel buio tutto uguale, e avanti ancora. Finalmente, un: Alto là! Chi va là! — Ufficiale. — Che ufficiale? — Ufficiale della Sanità, italiano. — La parola d’ordine. — Mi sono perso. Dove siamo? — Al forte di..... — Ebbene, ho sbagliato strada. Conducimi al forte. Era salito al forte, dove fu accolto con sorpresa, e un ufficiale gli spiegò dinanzi agli occhi una carta. Era l’altra strada che doveva prendere. Risero, sturarono una bottiglia, e poi di nuovo in groppa, e giù verso il crocicchio.

Aveva trovato i suoi soldati pieni di ansia. Avevano temuto per lui, l’avevano immaginato prigioniero, dopo due ore di attesa. Il fatto è che avevano ammirato il suo coraggio, si vergognavano, adesso, di non essere andati loro, di non averlo accompagnato.

“Un’altra volta non mi lasceranno andare solo — ci scriveva nella lettera in cui narrava l’avventura. — Per questa, mi basta di aver loro dato una lezione, senza bisogno di sgridarli”.

Da allora i soldati cominciarono a volergli bene, a sentirsi legati a lui, a capire che in guerra bisogna stare insieme, essere d’accordo, sentirsi tutti uniti, aiutarsi sempre. Come, del resto, in qualunque occorrenza difficile della vita.

* * *

In luglio andai a trovarlo. Quando giunsi al paese dove il battaglione doveva essere accantonato, seppi che questo era partito da mezz’ora per una località più avanzata, che a me non era possibile raggiungere. Dovevo dunque rinunziare a vederlo. Tuttavia provai a spedirgli un biglietto, per un ciclista che pedalava verso quelle parti. Lo avvertivo che l’avrei atteso ad Asiago fino a sera. Gironzolai per il paese tutto il giorno, m’imbattei in parecchi conoscenti ed amici, coi quali si parlò di tante cose, e anche di lui. Poichè tutti lo conoscevano, di nome e di persona e di fama: il dottore del battaglione, allegro, servizievole, bonario, che si prestava a tutto, e non diceva no a nessuno: che aveva fatto perfino l’ufficiale di mensa. E verso sera lo vidi venir giù per la bella strada bianca, inforcato sulla bicicletta; gli tesi le braccia, ci scambiammo due baci, come fratelli.

E quella notte non si dormì. All’alba egli doveva essere di ritorno, io dovevo ripartire.

Domande e domande, una dopo l’altra: con una curiosità di notizie, di impressioni, che pareva una sete; ed egli mi dissetava. Parlava, come suo costume, lento e un po’ monotono, senza scatti, senza vivacità; calmo, continuo, inesauribile, sicuro, preciso, pieno di cose, di fatti, di osservazioni, quasi senza giudizi, senza personalità, ma di quel che diceva ci si fidava, perchè non era un intellettuale, nè un che cedesse alle impressioni sùbite, ma un ragazzo senza nervi, che guardava gli uomini come avrebbe guardato le cose, che guardava i morti in faccia come guardava i vivi, senza impallidire. Quando si sono sezionati, sulla tavola anatomica centinaia di cadaveri, centinaia di “pezzi”, si fa un’anima buona a tutte le circostanze, anche alle peggiori: si sa che alla morte bisogna arrivarci, e che più in là della morte non si va. La cosa è diventata semplice, e senza sorpresa.

Non era ancora stato in trincea: non poteva dire che cosa è la guerra per chi combatte; ma raccontava la guerra di chi si prepara, di chi si allena, gli episodi della vita di accantonamento, i fatterelli della mensa, le caratteristiche dei compagni, le parole e l’anima dei soldati, la vita sotto la tenda, la sua preparazione al grave compito che lo attendeva, parlava dei mezzi che aveva a propria disposizione come dottore, dei portaferiti, delle barelle, dei medicinali, dei rifornimenti e d’altre cose; ma solo di quelle che aveva vedute lui, che erano la sua esperienza di due mesi.

Io cercavo di capire se la vita militare l’avesse mutato: e in che cosa l’avesse mutato. Lo ritrovavo sempre uguale, sempre lui. Solo che la sua opera pratica s’era organizzata, ora, intorno a un dovere, a uno scopo, a un fine: ed egli era un uomo utile, era la parte di un tutto; aveva un compito e una responsabilità che lo ingrandiva ai miei occhi, lo ingrandiva agli occhi dei colleghi. Era il dottore del battaglione: a lui erano affidate delle vite, dalle sue cure avrebbero dipeso le sorti di chi sa quanti feriti, la riconoscenza e il sorriso o le lacrime di chi sa quante famiglie.

Tutto questo egli non lo diceva, forse non perdeva tempo a pensarlo: ma lo sapeva, perchè lo sentiva dentro, accettando la guerra per quello che è, non scherzando sul proprio ufficio, pieno di una serietà che non si espandeva in parole, che era una cosa sola con la sua anima silenziosa, naturale, profonda.

Rinasceva in lui, nell’occasione della guerra, il morto nonno materno, che era stato dottore del piccolo suo paese natale, che era stato cinquant’anni prima il “medico” per antonomasia, di una terra di fittavoli e di borghigiani; che aveva vissuto fino ai settantasei anni fra gli ammalati e i poveri; che aveva tenuto una condotta vasta come una regione, correndola a sella dalla mattina alla sera e di notte, a qualunque ora, per qualunque tempo; che rompeva le reni a tre cavalli il giorno, per raggiungere, là nelle langhe del Monferrato, per le scarpate dei colli, per i sentieri, i cascinali più remoti; che era rimasto, dopo la morte, un mito, per la gente del popolo. Sepolto quello, non ce n’era stati più di medici come lui: ne erano venuti su altri, molti, che tutti insieme non facevano le sue fatiche e non ritiravano indietro, quanti erano, tanti, vicini a morire.

* * *

Finalmente sapemmo ch’era in trincea, sotto il fuoco, e lavorava anche lui di zappa e di badile. Lo vedemmo, con la fantasia, rannicchiato nella sua buca; tutto caldo nei maglioni e nelle calzature di lana che gli avevamo spedite. E cercavamo sulla carta il posto avanzato nel quale egli era col suo battaglione. Egli segnava con la sua persona un punto del nuovo confine d’Italia!

Ed ecco, l’altro giorno, una gran lettera: la descrizione di un assalto.

“Cara mamma,

“Mi trovo qui davanti un mucchio di vostre cartoline e lettere, che rilessi e alle quali rispondo cumulativamente con questa mia. Molte volte ho cominciato lettere, e non ho potuto continuarle e finire: per scrivere bisogna avere almeno un paio di ore di tranquillità e di libertà. Tranquilli non si può essere mai, liberi non s’era nemmeno nei così detti giorni di riposo, quando tutti i giorni c’erano marce o tattiche o finti combattimenti.

“Eravamo nel paese di C....., vicino ad A.....; i soldati erano accantonati, ossia alloggiati nelle case, gli ufficiali sparsi per gli alberghi. Poi, come vi scrissi, siamo tornati su al fronte, e lì si fece servizio di trincea, un po’ in prima linea e un po’ indietro.

“Ci fu un gran bombardamento di tutte le artiglierie per varii giorni e notti, nella sera del..... scorso siamo andati avanti verso il forte di..... Arrivammo nel bosco di.... che lo fiancheggia, a notte fatta: ci accompagnava l’artiglieria da montagna. Eravamo in due reggimenti; il mio, e precisamente il 1º battaglione doveva andare avanti nelle prime ore del mattino. Ho impiantato il posto di medicazione in una valletta il più avanti possibile, per abbreviare la strada ai portaferiti, che seguivano il 1º battaglione, e che hanno l’incarico di sgombrare il campo dai caduti per portarli ai medici. Fra gli alberi si vedeva bene la pianura, ossia una serie di collinette, di vallette con erba alta, ortiche, cardoni, scavate qua e là da grandi buche fatte dalle nostre artiglierie. Una stradetta di campagna l’attraversava, poi dei muretti a secco, qualche larice qua e là, da una parte il forte, davanti a lui i reticolati; dall’altro il..... collina che sembra un panettone, tutta trincee e reticolati, forse tutta gallerie e mine; più in alto ancora c’è un monte, lo..... anche lui col suo fortino.

“C’era una bellissima luna e pareva di essere in pieno giorno. Finchè siamo stati nel bosco al coperto, arrivavano cannonate in alto, con nessun danno. Parevano treni diretti che fischiassero in lontananza. Ma poi si accesero qua e là riflettori: uno dal monte frugava in basso, il forte si illuminò con un altro riflettore; le sue trincee erano segnate da tante lampadine, e pareva di vedere una nave illuminata in mare. Andarono avanti i soldati guastatori, che devono tagliare o far saltare con tubi di gelatina esplosiva i reticolati, e cadde subito il tenente che li guidava. Ai primi tagli dei fili spinati, siccome ci sono i fili elettrici, i soldati hanno sentito squillare anche le sonerie elettriche nelle trincee del forte. Si vede che frammischiati al reticolato ci sono linee di campanelli: il soldato di notte non le distingue, le taglia, avviene il contatto, e il suono dà l’allarme. Io dal bosco vidi inalzarsi dei razzi verdi luminosi, e poi subito funzionarono le mitragliatrici, che scoppiettano come motociclette. Sono pericolosissime, poichè si sa che dove battono tagliano addirittura l’erba. Ogni tanto sparavano, poi tacevano; non si vedevano, naturalmente, e si andò avanti. Albeggiava quando arrivarono i primi feriti, a piedi e in barelle; poi il numero andò man mano crescendo, e noi due medici non bastavamo più, e chiedemmo aiuto dei medici del 2º e 3º battaglione, che stavano nel bosco, di rinforzo al 1º battaglione, che avanzava. Quando ci dissero che quattro ufficiali erano feriti, io lasciai il posto di medicazione e sono sceso coi caporali di Sanità e col padre Marcello sul campo. Allora non pensavamo al pericolo, ma vi assicuro che andare avanti allo scoperto era un affare serio. Ogni uomo, o sano o ferito, che si movesse era un bersaglio alla artiglieria da montagna nemica, e alle mitragliatrici e ai pochi, ma buoni tiratori scelti. L’artiglieria fa poca paura, ma sentire le pallottole di fucile e di mitragliatrice passare rasente il corpo, ripararsi distesi contro i tronchi abbattuti e sentire i proiettili piantarsi nel legno (ne ho estratti due come ricordo), o ripararsi in una buca fatta dai cannoni e non poter più uscire perchè sulla testa ti inaffiano colle pallette di shrapnel, non era certo piacevole. Pure se si stava fermi tanto valeva ritornare indietro, e allora sono saltato fuori e di corsa ho raggiunto un muro, e trovai un tenente col petto trapassato, e fu portato al sicuro. Più in su, in una buca da proiettili, s’era fatto portare il sottotenente Bortolotti, di Torino, ferito in più parti, alle gambe e all’inguine (ma non grave). Il frate andava a vedere i più gravi, i portaferiti li trasportavano su nel bosco per farli medicare, e poi cercammo gli altri due tenenti feriti, ed io non li trovai. Furono scoperti dai miei caporali. L’aiutante tenente Cena, col braccio stroncato da un proiettile d’artiglieria, e il tenente Zineroni (c’è l’annuncio di morte sulla Stampa), di Torino, direttore dei tramvai (crivellato di ferite), furono portati su ai medici. Anch’io allora mi ritirai, e mentre medicavo il povero Zineroni, gli altri colleghi colle forbici amputavano, o, meglio, staccavano i pochi brandelli del braccio.

“Venne così il mezzogiorno. La sezione di Sanità portò via man mano i medicati; i morti venivano allineati e riconosciuti; poi si ritirarono le truppe che andavano avanti, e finite le medicazioni ci riposammo nel bosco. Il fuoco cessò, il più bel sole illuminava la scena molto triste, ed io mi sono addormentato, armato, e col sacco da montagna sulle spalle e il binoccolo a tracolla, là sull’erba. Verso le 2 il colonnello ci fece avvisare che si vedevano nel campo i morti, e forse ci potevano essere dei feriti. Chi voleva andare poteva seguire la bandiera della Croce Rossa, col P. Marcello, cappellano. Sul forte e sul..... gruppi di austriaci guardavano in giù, e pare che anche loro raccogliessero i caduti. Così partii col dottor Martina, col frate, tre caporali e non so quanti portaferiti, e siamo scesi giù e si cominciò la ricerca.

“La bandiera fu piantata il più visibilmente possibile, e nessuno pensò che un colpo ben mirato poteva troncare la nostra opera di misericordia. Ricordo che appena io spuntai sulla cima della prima collinetta avanzò una lunga fila di dispersi; camminavano a quattro gambe e avevano abbandonate le fossette che s’erano scavate. Erano soldati che, spintisi avanti o rimasti indietro mentre si ritornava al mattino, non avevano più raggiunta la loro compagnia, e riunitisi in gruppetti, stavano, secondo loro, trincerati nelle buche o dietro i sacchetti pieni di terra, e aspettavano la notte per ritornare nelle loro file. Vista la bandiera, che il sole illuminava e il vento teneva ben spiegata, ci vennero incontro e si posero in salvo. E noi continuammo a battere il terreno. Non vi descriverò quello che abbiamo visto. Il nemico per noi almeno fu leale, ci sorvegliò certo, ma ci rispettò, e non fece che il suo dovere.

“Raccolsi i feriti, e ne abbiamo trovati molti che, caduti nelle prime ore del mattino, erano lassù impossibilitati a muoversi, invocanti di essere portati via. Benchè non fosse mio compito, col carico della barella, aggiunsi le armi e le munizioni, il restante materiale, bombe di dinamite, pinze per il taglio dei reticolati, vanghette, tascapani per viveri di riserva per due giorni, e il carico di cartucce e baionette fu da noi ammucchiato e coperto con le mantelline. Quando credemmo di non aver lasciato feriti o morti al nemico, mentre calava il sole, rientrai al battaglione col caporale che portava la bandiera e con un portaferiti. Non so perchè, ci fu tirata una fucilata, e subito uno shrapnel scoppiò alla nostra destra, un 300 metri troppo avanti. Si allungò il passo, raggiungendo il bosco, e per quel giorno avevamo fatto tutto il nostro dovere.

“I battaglioni si posero sulla via del ritorno: io restai cogli zappatori, e in buche avvicinate seppellimmo i morti della giornata. Io portai in un sacchetto le carte trovate addosso ai caduti ed il piastrino che ogni soldato tiene cucito alla giubba, col nome e cognome, matricola e Distretto, coll’anno di leva. Scendemmo nella valle e ci fermammo in seconda linea.

“Il 26 fui occupato con gli altri medici e col dottor Ferrero a compilare l’elenco dei feriti, dispersi e caduti; poi vi scrissi che si andava al mattino del 27 al......., a raccogliere i morti di un altro reggimento. Difatti alle 5,45 io mi sono presentato al Comando, ma consultato anche il Comando della nostra Brigata, col pericolo di restare noi pure sul campo o di essere catturati, si rinunciò. Da quel giorno, nessuno di loro è uscito.

“Abbiamo notti fredde (4-3 gradi sopra zero) e giorni molto caldi. Da stamattina, alle 8, piove. Ora siamo qui aspettando un po’ di riposo. È dal 26 maggio che battiamo i monti e i boschi. Di salute sto bene. Ho molto da fare, non tanto per servizio di malati, perchè sono le solite indisposizioni, i feriti sono già tutti ai varii ospedali, più verso la pianura.

“Scrivo male per essere appoggiato sulla mia cassetta, sotto un ricovero poco umano, mentre piove.....”.

* * *

Quando il nostro Enrico ritornerà, ve ne trascriverò altri di questi suoi racconti di guerra.