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Racconti incredibili e credibili cover

Racconti incredibili e credibili

Chapter 5: CANTORES!
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About This Book

A series of short narratives that blend believable domestic scenes with occasional uncanny or striking incidents, focusing on private emotions and small moral dilemmas. The stories privilege atmosphere and interior observation over sweeping plots, often dwelling on music, yearning, fragility and delicate social tensions within constrained households. Episodes unfold through concise, evocative description and restrained sentiment, using subtle psychological shifts and ironic turns to reveal characters’ hopes, melancholies and unintended consequences.

CANTORES!

Io non penso, mia cara, d’aver demeritata la vostra stima. E fosse pur vero tutto quello che voi siete andata fantasticando dopo la mia lettera di martedì, o credete voi proprio che anche in un desiderio a prima vista disumano, grottesco, bislacco e teratologico, non possa nascondersi un alto senso di poesia? E sopratutto un alto senso di verità?

Voglio che m’ascoltiate attentamente e pacatamente. Io ora sento di potervi parlare con calma e voi non avete più a temere da me nè crudezza di linguaggio biblico, nè impeti di «lirismo forsennato.» Sono calmo, v’ho detto, e sopratutto non ho mai cessato d’esser uomo: anzi ho in me il convincimento profondo — dopo tutto quello che è passato nell’animo mio nei giorni addietro — che un aspetto nuovo della umanità mi si è svelato e s’è in qualche modo aggiunto all’esser mio d’uomo.

Vedete dunque che io non ho niente da rimproverarmi e voi niente da sospettare sul conto mio.

***

Ed ecco come andò.

Io nemmeno sapevo che quella fosse la festa dell’Ascensione. Avevo pranzato solo e di buona ora all’Albergo Milano. Come passare meno male il tempo in quel lungo dopo pranzo? A Roma in casi simili, io ho sempre la risposta pronta: salgo in una botte e mi faccio condurre a San Pietro. Ho per quella grande piazza ellittica una specie di passione strana che alimenta in me una bramosia inesauribile di rivederla: il getto superbo di quelle due fontane, illuminato dal sole, pare ogni volta che mi slarghi il petto e mi fa ballare il cuore di gioia, mentre l’immane colonnato, curvilineo, serrandomi a destra e a sinistra l’orizzonte, e tutte quelle statue poggianti ritte sovra l’attico e in atto d’osservarmi severe, par che mi avvisino ch’io sono entrato in un vecchio mondo misterioso e magnifico. Anche per la basilica vaticana io ho sempre avuta una forte ammirazione, e me la sento dentro aumentare e ingigantire, man mano che in me si raffreddano i romantici entusiasmi per certe architetture gotiche.... So che anche voi, mia cara, mi condannate per questo, ed io chino il capo rassegnato, aspettando che il tempo mi renda giustizia. Lento ma ottimo giustiziere il tempo, non è vero? Voi lo sapete per prova.

Arrivai dunque in piazza San Pietro un’ora circa prima del tramonto del sole. Cominciavano le grandi ombre a stendersi dalle moli colossali: delle due fontane quella ch’io vedevo, arrivando, alla mia sinistra, pareva tutta raccolta e tranquilla nella calma vespertina, ma l’altra, dardeggiata obliquamente dal sole occiduo, era tutta una letizia di raggi e di zampilli e di nebbia luminosa, diffusa intorno per largo tratto. Un gruppo di signori forestieri, uomini e donne, stava fermo ad ammirarla; e parevano contentissimi d’essere inaffiati da quella rugiada.

Credevo come al solito di trovare la gran chiesa a quell’ora deserta, ma m’ingannai.

La festa dell’Ascensione aveva chiamata là molta gente: forestieri delle provincie, romani de Roma, inglesi, suore, trasteverini, minenti, frati, preti, pifferari, la turba mista e bizzarra insomma che San Pietro accoglie in alcuni giorni dell’anno e che vanamente cerchereste altrove; le centinaia e le migliaia che si sparpagliano, povero formicaio umano, sotto le navate enormi, e si perdono, come ombre, dietro i piloni smisurati, non facendo nemmeno sentire il fruscìo dei loro piedi...

Mentre spingevo il pesante tendone della porta, m’arrivò subito una modulazione musicale. Era un istrumento? Era voce umana? Così alla prima non potei capire. Era un suono di timbro ed acutezza insolita, esilissimo, eppure vibrante per quella vastità in modo che parea tutta riempirla. Fatti alcuni passi nella basilica, sentii distintamente la frase di un verso biblico arrivarmi colle note all’orecchio. Era dunque canto umano senza dubbio.

E quale canto, signora! Immaginate una voce che fonde insieme la dolcezza del flauto e l’animata soavità della laringe umana, una voce che sale, sale leggera e spontanea come vola per l’aria un uccello di paradiso, e quando vi pare che siasi posata sugli ultimissimi vertici della gamma sopracuta, ecco che spicca ancora altri voli e sale sale sempre egualmente leggera, egualmente spontanea, senza la più piccola espressione di sforzo, senza il più tenue indizio d’artifizio, di ricerca, di stento, una voce infine che vi dà l’idea immediata del «sentimento fatto suono» e dell’ascensione d’un’anima verso l’infinito sull’ali di quel sentimento Che vi dirò di più? Ho sentito la Frezzolini in camera e la Patti in teatro; ho ammirato Masini, Vögel, Cotogni; ma in mezzo alla mia ammirazione rimaneva sempre qualcosa di inappagato in fondo al mio desiderio; rimaneva da togliere un certo dissidio fra l’intenzione dell’artista, non di rado elevata e fine, e la piena condiscendenza de’ suoi mezzi vocali. — Qui invece tutto il mio essere era mirabilmente soddisfatto: non la minima asprezza nel passaggio da un registro all’altro della voce, non penuria di astensione, non disuguaglianza di timbro da nota a nota, ma un linguaggio musicale calmo, dolce, solenne, intonatissimo, che mi stupiva e mi rapiva a un punto solo colla potenza di una gratissima sensazione non provata innanzi mai!

Mi spinsi avanti per la basilica con passi affrettati verso quella voce e quel canto. — Nel giorno dell’Ascensione i cantori della Cappella Sistina scendono in San Pietro e prendono parte alla celebrazione della festa. Cantano sotto la cupola di Michelangelo in una piccola cantoria eretta all’uopo, accompagnati da un piccolo organo, che anch’oggi, come al tempo di Berlioz, è mosso sovra delle rotelle pel pavimento.

La folla si faceva man mano più densa, ma io m’adoprai in modo che dopo circa dieci minuti ero arrivato proprio sotto la cantoria e guardavo in faccia il mio solista. — Eseguivano un mottetto dell’Allegri quasi tutto affidato a lui; il coro entrava di tanto in tanto con brevi risposte, e l’organo con pochi accordi di accompagnamento aiutava a sostenere l’intonazione perfetta.

Finalmente ho intesa la voce vera del soprano. Vadano a riporsi le signore cantatrici che usurpano questo nome! Con più appropriato vocabolo le chiameremo, se vogliono, soprane; ma è da augurare per il bene dell’arte del canto, declinante a gran passi, ch’esse smettano una buona volta la sciagurata ambizione d’assurgere cogli sforzi della loro laringe a certe acutezze diatoniche solo legittimamente consentite ai soprani veri ed a soprani sacri — ai soprani per diritto divino.

Oh chi ridona all’arte i vecchi contralti, così giustamente rimpianti da Gioacchino Rossini!

Nè vi paia strano, o signora, ch’io in quel giorno abbia anche compreso e partecipato il disgusto di Parini per i soprani in teatro;

Abborro sulla scena

Un canoro elefante...

Sì, quella voce eccezionale e quasi sorvolante agli orizzonti della vita è fatta per esprimere slanci di preghiere e rapimenti di estasi religiosa, non è fatta per disposarsi alle torbide passioni del dramma umano, nè per concorrere, profanandosi, al divertimento scenico. Nella scena essa doveva perdere il suo prestigio mistico senza acquistare il vigore, la pieghevolezza e la verità del dramma, e questo forse spiega perchè il vero dramma musicale moderno comincia e coincide col bando dei veri soprani dalle nostre scene melodrammatiche. E se comprendo l’ammirazione dei nostri nonni elevata al più alto grado, trovo impossibile e ridicola la passione. L’amore di Sarazine per Zambinella e la sanguinosa avventura a cui riesce, per quanto magistralmente narrati da Balzac, mi lasciano freddo ed incredulo. Meglio comprendo gli epigrammi scritti dal popolo napoletano sulla casa costrutta da Cafariello....

***

Io guardavo attento il mio soprano. Era un giovane alto, pallido, non grasso, con una barbetta rada e gentile, ritto e composto nella sua cotta bianchissima davanti al suo leggìo. Mentre la sua voce si elevava come un razzo canoro serpeggiando in trilli e scale, dispiegandosi in magnifiche declamazioni, io non riuscivo a notare in lui il più piccolo segno di fatica e di sforzo. La testa era lievemente inchinata sulla musica che teneva con le due mani immobili. Cantava a quel modo e pareva che leggesse. Solo i suoi occhi si dilatavano, illuminandosi tratto tratto allorchè una frase musicale toccava il suo momento di più viva espansione; solo le rughe della sua fronte si spianavano e si contraevano assecondando le movenze del ritmo.

Ebbene, guardando quegli occhi illuminati e il tremito di quella fronte, io ho sentito che quel giovane cantore gustava in quell’ora una felicità alta ed intensa come io e voi, mia cara, non abbiamo probabilmente gustata mai. — Egli era felice, ma più che di tutta quella folla attenta e rivolta a lui, e del lieve mormorìo d’ammirazione contenuta che le sue mirabili note ogni tanto suscitavano sotto la più augusta cupola del mondo, egli era, io credo, felice della bellezza del suo canto che si sentiva ripiovere sull’anima come una rugiada celeste!

Io l’ho compreso e l’ho invidiato: nel calore del mio entusiasmo ho pronunziato dentro di me il pazzo augurio che ho avuto la franchezza di significarvi e che mi ha tirato addosso le espressioni del vostro orrore. Che volete ch’io vi dica? Durante quel mottetto dell’Allegri uno strano cambiamento è avvenuto in me; e mi pareva che nell’animo mio si facesse una gran luce improvvisa. In quella luce io vedevo — bizzarra visione — gli antichi Coribanti che menavano intorno, con gesti e grida di gente estatica una danza vertiginosa, e in mezzo a quella ridda vedevo alzarsi la figura grave e serena di Origene che tendendo una mano e gli occhi verso le stelle esclamava: beati!... Al tempo stesso mi venivano in mente certe parole con cui il duca di Richelieu ringraziò la bontà divina quando s’accorse d’esser giunto al termine della sua carriera — nè diplomatica, nè militare.

E pensavo: quando questo giovane sarà anch’esso innanzi cogli anni e un giorno s’accorgerà di non aver più la voce atta al mistico ufficio a cui ora la consacra, con che parola ringrazierà egli Dio della sua carriera compiuta?... In sostanza la mia mente s’andava arrampicando su per delle guglie perigliose e splendide. Mi tinnivano negli orecchi e mi sentivo vibrare per tutto l’essere accordi e dissonanze piene di voluttà ignota. Alzavo gli occhi e mi pareva che gli Evangelisti dai grandi pennacchi mi accennassero colla testa che avevo ragione. Sarò stato pazzo, se volete, ma ero superbo e felice.

Potete condannarmi, ma, francamente, a compiangermi avreste torto.