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Racconti incredibili e credibili cover

Racconti incredibili e credibili

Chapter 7: IN REPUBBLICA
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About This Book

A series of short narratives that blend believable domestic scenes with occasional uncanny or striking incidents, focusing on private emotions and small moral dilemmas. The stories privilege atmosphere and interior observation over sweeping plots, often dwelling on music, yearning, fragility and delicate social tensions within constrained households. Episodes unfold through concise, evocative description and restrained sentiment, using subtle psychological shifts and ironic turns to reveal characters’ hopes, melancholies and unintended consequences.

IN REPUBBLICA

Diamo le spalle a Rimini e all’Adriatico: la vettura corre rapidissima traverso i campi, verso la montagna, per una larga strada fiancheggiata da siepi di biancospino che verdeggiano allegramente al primo sole d’aprile.

Il primo sole d’aprile è già sorto da mezz’ora sui monti d’Albania e si specchia nelle acque del mare, splendido, allegro, esultante forse dei propri splendori e della vita primaverile che sveglia e sollecita per tutto sulla terra. — Io, senza volgermi e fissarlo, ma guardando innanzi a me la campagna bellissima, lo tratto con un’apostrofe: chi sa quanti pesci d’aprile illuminerai tu oggi, o vecchio sole!

Questa idea mi mette addosso una specie d’allegria infantile. — Io, a buon conto, per quest’anno non corro più alcun rischio, mettendo tre lunghe ore di via montuosa fra me e il mio caro mondo civilizzato. Addio dunque, salons polis, hommes polis, dames polies! Io m’arrampico sulle cime dei monti a cercare ed a visitare un ultimo rifugio della semplicità antica... Di lassù oggi potrò gettare a queste basse regioni le mie occhiate più tranquille, sfidando tutti i pesci d’aprile che mai sia dato di confezionare a tutte le comari, a tutti i barbieri e a tutti i giornalisti del bello italo regno.

***

Così pensando, levo gli occhi alla meta del mio viaggio, al monte Titano, sede della città di San Marino, capitale della serenissima repubblica dello stesso nome.

Conveniunt rebus nomina. Chi, viaggiando in ferrovia tra Cesena e Rimini, guarda verso mezzodì la catena dell’Appennino, non può a meno di fermare l’occhio sovra questo enorme sasso bruno, diroccato, torreggiante un gran tratto colle sue tre creste superbe sulle cime minori; ed esso richiama davvero alla mente l’idea d’un gigante favoloso che un tempo si levò a lottare coll’onnipotente, e ora, tutto solcato dalle folgori, vinto, più che domo, sta adagiato lassù da secoli a guardare, a sfidare sempre il cielo col piglio cruccioso e dispettoso di Capaneo. Vedete che effetto può fare la distanza in una fantasia riscaldata ancora da qualche reminiscenza del De-Colonia!

La strada, dopo alcune miglia, comincia a salire; poi l’erta a breve andare diventa così rapida, che i cavalli non bastano più. S’aggiunge alla vettura un paio di bovi e malgrado il poderoso aiuto si va su lenti lenti guadagnando la montagna a oncia a oncia.

Il monte Titano intanto vi pare vicinissimo, è lì, proprio a pochi passi da voi; lanciando un sasso vi sembra certo che arriverebbe alla cima. Come va dunque che per due lunghe ore non vi par quasi di procedere innanzi, come se vi moveste a passi di tartaruga? Questa lunga e tediosa illusione è prodotta dall’immenso zig-zag ad angoli vicinissimi che la strada è costretta a disegnare sul dorso del monte per aver l’onore d’essere carrozzabile. Io inganno il tempo guardando la collina intorno assai bene coltivata, coi peschi ed i mandorli tutti in fiore, i grossi quercioni coi rami ancora ignudi, gli ulivi e i lecci spiccanti pel verde pallido e cupo delle loro foglie perenni.

Guardo e chiacchiero con due miei compagni di viaggio.

Il primo è un forlivese; amico intimo del celebre baritono Cotogni, un tempo baritono anch’esso; ora è uomo d’affari notissimo a Bologna e per tutta Romagna. E il più dilettevole compagno di viaggio che si possa desiderare da un musicomane par mio.

Quando ogni argomento di chiacchiere è esaurito, e le ore della ferrovia si succedono lente, lunghe, uggiose, e il sonno promette sempre di venire e non viene, allora l’amico ex cantante trae fuori dal ricco repertorio de’ suoi ricordi teatrali una parte di basso o baritono a vostra scelta, dal vecchio Faliero di Donizetti al Mefistofele di Gounod, e qui, con una mezza voce intonata e gradevole, comincia a cantarvela tutta da cima a fondo senza saltare una battuta, senza sbagliare una nota, — accennando per giunta il canto delle altre parti e gli intermezzi orchestrali.

L’altro mio compagno di salita, e insieme nostro ospite, è il conte Bartolomeo Manzoni-Borghesi, figlio al celebre bibliografo di Lugo, erede del nome e delle sostanze del sommo archeologo di Savignano. È un giovane molto simpatico, e ricco di quella cultura soda, a fondo schiettamente classico, che fu un tempo così frequente nelle buone famiglie di Romagna, ed oggi, pur troppo, è quasi del tutto perduta. Egli ama con passione due cose: la caccia e le medaglie antiche. L’acquisto fatto il giorno innanzi d’una moneta rara dell’imperatore Pertinace accresceva il suo buon umore, e gli tardava d’aggiungerla al famoso medagliere che ereditò dal Borghesi.

Ma intanto i bovi fanno il loro dovere, e siamo oramai alla meta. Ecco il borgo, un allegro e grazioso paese di circa ottocento abitanti, il quale si adagia molto pittorescamente e abbastanza comodamente sovra un ultimo ripiano che gira come d’una zona sul fianco destro l’ultima e ripidissima cima del Titano.

Si staccano i bovi, ed i cavalli da soli e da bravi fanno l’ultima salita in una stupenda strada a rampe, costeggiante l’abisso. Il cocchiere li incalza colla frusta e colle grida; a un tratto le quattro ruote della vettura rumoreggiano sul duro ciottolato; ed eccoci trasportati in mezzo alla capitale della serenissima. Evviva!

Oggi è un giorno di festa magna per tutti i Sammarinesi. I due Capitani reggenti a nome del Consiglio principe, dopo i sei mesi d’uso, depongono il supremo comando esecutivo nelle mani, o, a parlar più testuale, «sul collo» dei loro due successori.

Noi arriviamo appunto quando la solenne cerimonia sta per cominciare. Sul pianello (la maggior piazza della capitale) è adunata molta gente in abiti festivi, che attende davanti al palazzo d’udienza i vecchi ed i nuovi magistrati. Io osservo intanto in mezzo alla piccola piazza un alto piedistallo di marmo, abbastanza bello nella sua semplicità, e mi pare che sovr’esso verrà fra breve inaugurata una statua alla Libertà. Donde verrà la statua, e chi n’è l’autore? I Sammarinesi non sanno più che tanto. Una signora russa, letificata dalla repubblica col titolo di duchessa di Mongiardino (una città di provincia) ha ricambiato il magnifico dono con una bella somma di denaro e la promessa di quella statua per giunta. A quest’ora, probabilmente, la figliuola d’un mercante d’olio di balena in Finlandia, scorre per le capitali d’Europa facendosi salutare e inchinare duchessa in nome d’una repubblica. E i liberi cittadini del Titano aspettano la statua della Libertà!

Attenti: dalla parte del palazzo d’udienza esce a far mostra de’ suoi brillanti uniformi il drappello delle guardie del Consiglio Principe, e si schiera ad attendere i Consoli. I quali poco appresso escono anch’essi attorniati dai maggiori ufficiali dello stato, e s’incamminano verso la chiesa in processione lenta, sotto un cielo azzurro e splendido, accompagnati dal popolo che si profonde in atto di rispetto, con dietro la banda che suona una allegra marcia, mentre le campane suonano a festa, e più d’alto, dalla somma Rocca del Titano, s’odono, a giusti intervalli, gli scoppi de’ mortari ripetuti intorno dagli echi solenni del monte e della vallata.

In chiesa la cerimonia è breve e semplicissima, perchè si limita ad una messa bassa, detta con edificante rapidità da un prete dabbene, più qualche oremus di circostanza. L’altare è parato a festa, e intorno al ciborio brilla in grandi lettere il motto di San Paolo: Voi siete nati per essere liberi.

Durante la cerimonia io osservavo i quattro magistrati che vi assistono gravi, silenziosi, ora in piedi, ora in ginocchio, davanti a uno sgabello parato in rosso per la circostanza. I due nuovi, malgrado che vestano uno stesso costume, che ha dello spagnuolo e del fiammingo, mostrano visibilmente al tipo che uno è tratto dal patriziato, uno di famiglia popolare. Non dirò quale dei due tipi sia meglio rappresentato: so che guardando a quelle due teste nè altere, nè umili, senza piglio dittatorio o lampi di genio, io, a tutto loro elogio, volgevo in mente un epigramma di Platen composto dal poeta tedesco mentre assisteva, non ricordo in che anno, a questa istessa solennità.

«Quando entrai nella chiesa vi si eleggevano i consoli dell’anno come impone l’usanza. Veramente essi erano una coppia paesana, e non Cato e non Cesare. Ma promettevano al popolo ancora un anno di pace.»

Il più importante della cerimonia, cioè la consegna del potere, si compie poi nella gran sala del Consiglio Principe.

Un professore delle scuole pubbliche legge un discorso, il quale disserta al solito su qualche argomento di buon governo, e che i buoni magistrati ascoltano senza pensare (almeno sembra) alla risposta che diede Annibale a quel retore che l’intrattenne per due ore sul modo di vincere le battaglie.

Giunge infine il momento solenne. I due vecchi consoli si levano dal collo il gran collare di S. Marino e lo appendono a quello dei nuovi; il segretario prende atto d’ogni cosa, e il trapasso dei poteri è un fatto compiuto. Il governo della repubblica per altri sei mesi è affidato a mani sicure. — Bande, campane e mortai ripetono i saluti festivi, il popolo inchina al passaggio i nuovi suoi reggitori, e ognuno va a pranzo che già il tocco è sonato.

***

Anche noi si va a pranzo, e camminando si dà una occhiata intorno alla fisonomia del paese. Le vie strette e bistorte corrono su e giù per il dosso del monte così erte, a pendii così bizzarri e disuguali, che non di rado paiono scoscendimenti repentini avvenuti per terremoto. Le case, d’esteriore spesso modestissimo, piantate alla meglio su quei greppi di pietra arenaria, pare che s’addossino penosamente l’una all’altra per paura di cadere. Diresti che la città di San Marino siasi venuta formando via via per modo d’agglomerazione fortuita, come il sasso enorme, da cui è sorretta, il quale nel tempo dei tempi si formò, dicono i geologi, per una formazione venti volte millenaria di elementi corallini e calcari, in mezzo ai flutti vetustissimi del Mediterraneo.

La casa ove il nostro ospite ci accoglie, posta in uno dei luoghi più eminenti della città, non ha nulla da invidiare ad un palazzo. — Visitiamo anzitutto il celebre medagliere di Borghesi: quarantamila circa tra monete e medaglie consolari, imperiali e medievali e del rinascimento, di cui moltissime in oro e argento. Che ricchezza metallica, e sopratutto quale inestimabile tesoro archeologico! La collezione completa delle monete consolari fu messa in ordine e tutta sapientemente illustrata dallo stesso Borghesi. Qual’è oggi sovrano o museo di Europa per cui il fortunato possessore non debba essere oggetto d’invidia?

A pranzo (un pranzo squisito, ove specialmente si fanno onore i pesci dell’Adriatico e i vini del Titano) il discorso s’aggirava naturalmente intorno a Bartolomeo Borghesi, il vero genius loci. — Quest’uomo portentoso che tutta la dotta Europa salutò principe nella epigrafia e nella numismatica, che Mommsen chiama maestro suo, che Napoleone III volle onorare ordinando a proprie spese la stampa delle sue opere, visse quassù gli ultimi trent’anni della sua vita, solitario co’ suoi libri, semplice, alla mano, ospitale, vero eremita della scienza.

Gli studi austerissimi non gli turbarono mai l’indole piacevole e l’elegante urbanità della vita. Convitava assai volentieri alla sua mensa, e là, al tramonto del sole, dopo essersi tutto il giorno stillato il cervello sopra una lapide osca o sannita, lasciava il freno all’umore gaio. A guisa di tanti altri uomini illustri, da Catone a Beethoven, egli a lungo e volentieri sedebat et bibebat, più contento d’un re, autorevole e modesto come un patriarca.

L’amico ricordava più d’un aneddoto caratteristico della vita di Borghesi. — Un giorno gli venne notizia che in una montagna presso Ancona s’era scoperto un numero grandissimo di monete consolari. L’archeologo andò sollecito sul luogo e comperò in blocco tutto il tesoro ritrovato; poi scelse delle monete quelle che servivano ad empire i vuoti della sua collezione e disfece il rimanente.

— O che ne fece? domandai io....

— Le mise in un crogiuolo e coll’argento fuso diede a fabbricare le posate di cui ora ci serviamo mangiando.

Eravamo proprio in pieno ambiente archeologico, anche a tavola.

Dopo pranzato ci rechiamo a prendere il caffè sul vasto spianato dinanzi alla casa, che il vecchio Borghesi volle ridotto ad orto e giardino con terra portata sin lassù a coprire il nudo sasso, a schiena di quadrupedi. Immaginate che difficoltà e che spesa! Ma non per nulla la sua fantasia si aggirava di continuo in mezzo agli ardimenti del mondo romano. Il parapetto del giardino gira proprio sull’orlo dell’altissimo ciglione. Mi affacciai e rimasi incantato.

Non è il panorama di Napoli, nè quello di Genova e del Bosforo. Non è «l’interminabile sorriso» dei piani lombardi che da una balza dell’Alpi si versa per gli occhi nell’anima all’esule di Berchet. È uno spettacolo, un quadro di natura che ha un tipo tutto suo originale. In faccia Rimini e l’Adriatico, vasta distesa d’acque biancheggianti, rotte qua e là da strisce di puro smeraldo: lontano, in fondo all’orizzonte, forse nubi trasparenti nella nebbia lievissima, forse i contorni indecisi delle montagne di Dalmazia. Alla nostra destra la punta d’Ancona col suo monte solitario; e girando più su l’occhio, si scoprono a mano a mano le giogaie di San Vicino, la catena di Carpegna, e più lontano confuse nei vapori azzurrognoli le cime altissime di Cagli. La pineta di Ravenna nereggia a sinistra, verso il mare, e più presso il superbo colle di Bertinoro, tutto ridente di case e di vigneti.

Fra questi due confini si stende l’ampia vallata, che la Marrecchia attraversa, camminando al mare col suo meandro serpeggiante e luminoso sotto i raggi del sole.

Questa vallata, veduta così dall’altezza del Titano, ha un aspetto d’austera grandiosità, che in quell’ora, in quel silenzio, mette nell’anima una tristezza sublime.

Le colline, che degradando la fiancheggiano, di colore ferrigno e in apparenza incolte, paiono di lassù colossali rigonfiamenti di terreno i cui vertici debbano da un momento all’altro aprirsi fumando in crateri di vulcani.

... Dall’aspetto di questi luoghi la mente corre alla loro storia, e coglie una somiglianza, forse fantastica, ma viva e portante. Sì, questi sono davvero i campi, questo il teatro, ove doveva agitarsi una gente feroce, indomita e generosa, così ben ritratta negli storici latini e nelle cronache del medio evo: una gente in cui la natura condensò tutti i nobili istinti della stirpe italica, ma che ereditò, più che ogni altra della famiglia, il difetto d’un ideale storico mal definito, e consumò sovente se stessa in fiere inquietudini, in lotte atroci ed infeconde....

Gli amici mi tolgono alle mie divagazioni, chè la giornata è ormai al suo termine. Saliamo in fretta a visitare la vecchia Rocca della Repubblica, messa ad uso di prigione. Una fortezza senza cannoni, e delle carceri senza un solo prigioniero! Una visita facemmo anche alla biblioteca, che è a un tempo pinacoteca, museo, armeria e raccolta d’ogni oggetto notevole posseduto dalla Repubblica. Tra le cose d’arte ammiriamo un bassorilievo in bronzo di fare michelangiolesco, una tavola di Giulio Romano, e un S. Sebastiano, bellissimo nudo fieramente spiccato in contrasto di luce e d’ombra. Lo dicono di Ribera, ed è opera degna del Velasquez.

Il sole tramonta dietro la bruna rôcca di San Leo, mentre noi discendiamo rapidamente verso Rimini: i suoi raggi obbliqui colorano ritirandosi or questa or quella cima di colle, e le ombre gigantesche si estendono per la vallata innanzi a noi, mutando con vicenda rapida e fantastica. Io vado sfogliando le pagine d’un bel volume regalatomi cortesemente dal bibliotecario della Repubblica. È la storia di San Marino, scritta dal conte E. De Bruc, oggi incaricato degli affari della Serenissima a Parigi. Mi fermo casualmente al seguente passo, che regalo ai lettori pour la bone bouche:

«Nel 1872, questo trattato (fra il regno d’Italia e la Repubblica) lievemente modificato ricevette la sua definitiva applicazione dopo che l’ebbero ratificato il signor E. Vigliani ministro plenipotenziario della Repubblica di San Marino e il signor Guardasigilli ministro di S. M. il Re d’Italia.»