LA FONTANA DI BAKCISARAI.
PREFAZIONE.
L’argomento del seguente poema riposa sopra una tradizione tuttora viva in Crimea. A poca distanza dal palazzo dei Khan in Bakcisarai, si vede un sepolcro costruito nel gusto saracinesco con una cupola emisferica. Si pretende che questo monumento fosse inalzato da Cherim Ghirei sulle ceneri d’una sua schiava ch’egli amava appassionatamente. La detta schiava era pollacca, e apparteneva alla famiglia dei Potozchi. Un viaggiatore russo, Muravieff Apostol, crede che questa tradizione non abbia nessun fondamento. Il celebre poeta pollacco Mizkiewic, che fu, come Puschin, esiliato in Crimea, e che ha dedicato quattro sonetti alla descrizione di Bakcisarai, propende ad ammettere come vera la tradizione popolare.
Citeremo questi sonetti perchè possono servire di preambolo al poema del Puschin, e perchè crediamo far cosa grata al lettore, offrendogli un’occasione di confrontare i due più insigni poeti slavi di questo secolo, ispirati dallo stesso soggetto.
Il quinto sonetto si riferisce a una montagna di Crimea (l’Aiu-dag) cui Puschin allude nell’ultimo verso del suo poema.
I. BAKCISARAI DI GIORNO.
La reggia di Ghirei è tuttora vasta ma deserta. Le locuste saltellano, le vipere s’attorcono pei veroni e pei portici spazzati altre volte dalla fronte dei pascià, e per quelle mura ove risiedeva l’autorità sovrana, ove s’annidava l’amore.
L’ellera parasita insinuandosi per le finestre variopinte s’arrampica alle pareti e agli archi; le piante usurpano il posto dell’uomo in nome della natura, e scrivono sui muri, nel linguaggio di Baltazare: Ruina.
In mezzo alla sala sta una vasca di marmo tuttora incolume. Fu questa la fontana dell’harem; e spargendo lacrime di perle, essa grida nella solitudine:
“Ove siete, amore, potenza e gloria? Dovevate durare de’ secoli; l’onda tuttora scaturisce dalla polla. O vergogna! siete spariti, e la fontana resta.”
II. BAKCISARAI DI NOTTE.
I devoti musulmani escono dalle meschite. L’eco dell’izam[17] si dilegua in lontananza; l’aurora dal volto di rubino si scolora; l’argentea regina della notte move a riposar col suo diletto.
L’eterne lampade del cielo rilucono nell’harem; una nuvoletta naviga a traverso le stelle pei campi di zaffiro, simile ad un cigno sonnolento sopra un lago; ha di neve il petto, e porta in fronte una ghirlanda d’oro.
L’ombra scende dai minaretti e dalle cime dei cipressi; laggiù nereggiano in giro i colossi granitici del Caucaso, simili a demoni seduti a consiglio nella corte d’Eblis,[18] sotto il padiglion delle tenebre.
Di quando in quando, dalle loro vette scocca un baleno che ratto come un faris[19] attraversa i silenziosi deserti del vasto azzurro.
III. LA TOMBA DI MARIA POTOZCA.
Ti sfiorasti, o giovine rosa, nella terra della primavera eterna, in mezzo ai giardini deliziosi! Nè potevi più vivere, dacchè le ore del passato, nell’involarsi quali auree farfalle, t’avean lasciato nel seno il verme della rimembranza.
Verso settentrione scintillano le costellazioni della Polonia.... Perchè tanti astri splendono in quella parte dell’etra? Forse il tuo sguardo fiammante pria di estinguersi nel sepolcro lasciò in cielo quegli eterni segni sfavillanti?
O Pollacca! Io pure morrò qui, in solitario lutto. Possa la mano dell’amicizia spargere sulle mie ossa un pugno di terra.
Spesso i viandanti confavellan fra loro presso alla tua tomba; il suono del patrio idioma mi desterà dal sonno della morte, e forse un poeta pensando a te e vedendo il mio sasso vicino, scioglierà un inno anche alla mia memoria.
IV.
LE TOMBE DELL’HAREM.
(Mirza parla al Pellegrino.)
Un grappolo immaturo della vigna d’amore fu qui colto per la mensa d’Allah. Qui il nero feretro, conca dell’eternità, furò giovani ancora e precipitò nelle tenebre le perle orientali, delizia e tesoro del mare.
Il velo dell’oblio e del tempo le involve; un turbante scolpito sulla loro fossa riluce nella campagna simile alla bandiera dell’esercito delle ombre, e appiè della lapida appena rimangono le iscrizioni incise dalla mano d’un giaur.[20]
O rose dell’Eden! I vostri giorni si sfiorarono sul rio di purità, sotto le fronde del pudore, ascose per sempre agli occhi degli infedeli.
Adesso gli sguardi dello straniero contaminano le vostre tombe e io lo permetto. Perdona, o gran profeta! Solo l’occhio di quello straniero le mira con lacrime.
V. L’AIU-DAG.
Appoggiato alle rupi d’Aiu-dag, godo di vedere le onde spumanti che s’avanzano, strette in lunghe file, come nere coorti tumultuose, o che, simili a banchi di neve, rifrangono i raggi del sole in mille archi baleni.
Incappano nelle secche arenose, e vi si sperdono; invadono il lido come un esercito di cetacei; occupano la terra in trionfo, e, volte tosto in precipitosa fuga, lasciano dietro a sè conchiglie, perle e coralli.
In cotal guisa, o giovine poeta, la passione spesso attrae sul tuo capo le tempeste; ma subito che impugni la cetra, esse senza offenderti,
Ripiombano nell’oceano dell’oblío, lasciando dietro a sè canti immortali, coi quali i secoli futuri intesseran ghirlanda alle tue tempie.
Il principe Anatolio Demidoff descrive nel suo Viaggio di Crimea le vaste rovine del palazzo dei sultani tartari, e allude alla tradizione surriferita; ma non sembra rigettarla come spuria. Ecco uno squarcio della sua relazione:
“Nell’harem circuito d’altissimi muri, e adorno di bagni e di sale di marmo, vedemmo l’appartamento in cui dimoravano le donne del Khan. Ma sono tutte deserte; appena qua e là scorgemmo qualche avanzo dell’incrostatura di legno; alle finestre alcuni brani di vetro colorito, e alle pareti alcune spere veneziane nelle quali le odalische talvolta si miravano. Quivi perì, secondo si dice, Maria Potozca che ispirò al Puschin il suo poema della Fontana di Bakcisarai....
”.... Tra le fontane del serraglio due meritano special menzione. Sono coperte di arabeschi in rilievo, indorati e spiccantisi sopra un fondo chiaro e variegato. In queste fontane si trova adunato quanto il gusto asiatico ha di più squisito, e l’architettura orientale di più elegante. Una di esse diede il titolo al poema del Puschin....”
(Viaggio ec. Pag. 333-34, dell’edizione russa.)