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Racconti poetici

Chapter 32: III.
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About This Book

A curated selection of narrative poems presented in Italian translation, framed by a dedicatory address, a translator's preface, and a compact biographical sketch of the poet. The verses range from short lyrical pieces to longer tale-like poems that blend folkloric motifs, vivid imagery, wit, and emotional intensity. The translator's notes elucidate linguistic choices and formative influences, while the biographical section sketches the poet's early education and artistic development. Together the components offer a varied portrait of the poet's tonal shifts, narrative skill, and melodic language.

PULTAVA.

PREFAZIONE.

Una delle avventure di Mazeppa, illustrata dalla penna di Lord Byron e dal pennello di Orazio Vernet, ha reso popolare fra noi il nome di quell’eroe dei Cosacchi.

Byron descrisse i fatti della giovinezza di Mazeppa. Puschin nel poema di Pultava narra le relazioni di Mazeppa colla figlia di Cocciu-bei, la battaglia in cui Carlo XII e l’etmanno‍[118] furono vinti, e dopo la quale doverono ricovrarsi in Turchia.

Caviamo i seguenti ragguagli dalla Biografia universale. Nominato che fu etmanno dei Cosacchi, guadagnò la fiducia di Pietro il grande; il quale, sodisfatto di trovare in lui un ausiliare zelante e coraggioso, lo insignì del cordone di Sant’Andrea. Creato quindi principe dell’Ucrania, Mazeppa deliberò di francarsi da una parte subalterna che da lungo tempo pesava alla sua indole ambiziosa ed attiva. Carlo XII ed i suoi Svedesi, proseguendo il loro cammino vittorioso, avevano dato un re alla Polonia e minacciavano il territorio russo. L’etmanno allora si sottrasse alla dominazione dello zar e trattò colli Svedesi. Si afferma che già durante le campagne di Polonia Mazeppa avesse scandagliato i principali del paese, e si fosse impegnato di ridurre l’Ucrania sotto l’obedienza di Stanislao Leczinski, a patto che la Severia gli sarebbe ceduta a titolo di sovranità. Comunque sia di tale primo passo, sia che Mazeppa si fosse conservato polacco nel cuore, o piuttosto che cercasse di assicurarsi un potere indipendente, tese le braccia a Carlo XII, e profferse di mettere a disposizione sua tutte le forze e i tesori dell’Ucrania. Intanto velava con arte le sue sorde pratiche; e affin di meglio velare i suoi disegni, finse di volgere i suoi pensieri alla morte. Più che sessagenario, ma ancora pieno di vigore, parve assumere ad un tratto i segni della decrepitezza. Attorniato da medici, stava abitualmente in letto, affettava l’esterno dell’uomo debole e sofferente. Evitava d’ubriacarsi per timore di svelare in mezzo all’ebrezza il secreto della sua defezione, e raddoppiava d’affabilità al fine di procurarsi l’affezione dei suoi primari offiziali. Cercando d’irritare lo zar contro i Cosacchi Zaporoghi, gli rappresentava che la loro indisciplina gli aveva costato una somma di cento mila scudi pagati ad una caravana di mercanti greci da essi spogliati, e toglieva a provargli che era interesse della Russia di domare quel popolo indocile. In pari tempo travagliava i Zaporoghi, insinuando loro che Pietro aveva giurato la loro perdita; voleva cedere la piccola Russia alla Polonia, e frattanto assoggettarli ad una disciplina regolare. Le cose erano in tale stato, quando lo zar n’ebbe sentore per la dichiarazione di Vassi Cocciu-bei, generale dei Cosacchi, e d’Iscra suo parente, colonnello di Pultava. Pietro non volle creder nulla da principio e pieno di fiducia inviò sotto buona scorta i due denunziatori all’etmanno, il quale li fece decapitare ai 14 di luglio dell’anno 1708. Mazeppa minacciato fu sollecito a fortificare le sue piazze d’arme; ma tale lotta diseguale ebbe un altro risultato di quello che egli credeva. La città capitale di Mazeppa (Baturino) cadde coi suoi tesori e colle munizioni in potere dei Russi; la forca fu il supplizio degli aderenti dell’etmanno, al quale fu tagliata la testa in effigie. Divenuto odioso ai suoi soldati dopo la scoperta del suo tradimento, gli riuscì a stento di raccoglierne un piccolo numero, e si recò da fuggitivo presso Carlo XII il quale s’avanzava verso l’Ucrania. Il conquistatore preferì il consiglio di Mazeppa a quello dei generali svedesi, e s’implicò nelle pianure di Pultava. Dopo la rotta dell’esercito svedese sotto le mura di quella città, Mazeppa si ricoverò in Valachia, poi a Bender dove morì nel 1709. Li storici non si accordano sulla età che aveva allora.

L’istoria non parla degli amori di Mazeppa con Maria figlia di Cocciu-bei. Questi però vivono nelle tradizioni popolari, delle quali Puschin si è giovato per la composizione del suo poema.

I.

Cocciu-bei è ricco e illustre. Possiede immensi prati, nei quali errano, senza pastoie e senza guardie, i suoi armenti di cavalli. Possiede, intorno a Pultava, molte ville cinte di giardini; ha in quantità pellicce, raso, argento, in casa e sotto chiave. Ma non insuperbisce Cocciu-bei dei suoi chiomati corsieri, nè dei suoi dominii aviti, nè dell’oro che gli pagan in tributo le orde della Crimea; il vecchio Cocciu-bei si gloria della sua figlia vezzosa.

Io lo giuro: in tutta Pultava non si trova una fanciulla da paragonarsi a Maria. Essa è fresca come un fior di primavera accarezzato dalli zeffiri sotto l’ombra dei boschetti. Essa è svelta come i pioppi che di Chief adornano i colli. I suoi moti ti rammentano le ondulazioni del cigno sulle acque, o li slanci del daino nelle selve. Il suo seno è candido come spuma; i suoi ricci neri s’affollano intorno alla sua fronte, come nuvolette intorno a un poggio; i suoi occhi son stelle serene; la sua bocca è una rosa nascente. Ma non per la sua sola bellezza, caduco fiore! vola di gente in gente la fama di Maria; tutti l’ammirano per la sua modestia, per il suo giudizio. Quindi è che dalla Ucrania e dalla Russia accorrono i signori a chieder la sua mano; ma la schiva Maria teme la corona nuziale, come altra teme le catene. Ricusa tutti i pretendenti.

L’etmanno stesso domanda Maria per sua sposa. È vecchio; è infiacchito dagli anni, dalle guerre, dalle cure, dalle fatiche; ma ha veduto Maria, e a quella vista gli si è rinvigorito il cuore, ed ha riamato.

Amore in un giovin cuore, presto arde e presto si smorza. Cresce e decresce, arriva e passa in un momento; ogni giorno cangia.

Nel cuore indurito d’un vegliardo, amore non trova adito così facile, nè esca così pronta; non si appicca così presto, ma quando s’è appiccato più non s’estingue; è un fuoco perenne, che non cessa se non colla vita.

Quel che odi, non è una damma che fugge veloce all’udire fremere le ali dell’aquila; è la giovinetta che spazia nel vestibolo del palazzo, e tutta ansante aspetta la sua sentenza.

La madre, fremente di sdegno, le viene incontro, e stringendole la mano le dice:

“Vecchio senza pudore e senza onore! No; tanto che saremo al mondo, egli non otterrà il suo intento. Egli, che dovrebbe essere il protettore e l’amico di questa fanciulla che tenne al fonte del battesimo.... insensato! sull’occaso della vita, vuole esserle sposo!”

Maria trema. Un pallore sepolcrale le invade il volto, e fredda e quasi estinta stramazza sul verone.

Tornò in sè un momento, poi richiuse nuovamente gli occhi, senza far parola. Il padre e la madre si accingono a placar quel turbamento, a dissipar quello affanno e quel timore, a ristorar la calma in quella mente. Ma indarno.

Due giorni passano. Maria, vacillante e squallida come ombra, ora piange, ora sospira; non mangia, non beve, non dorme. Il terzo giorno, la sua stanza era vuota.

Come e quando essa sparisse nessuno seppe. Un pescatore udì, a notte avanzata, un corsiere galoppare, un Cosacco parlare nella sua lingua, e una donna bisbigliare; — e la mattina seguente, si scoprirono, sulla rugiada dei prati, le orme di otto unghie di cavallo.

Non solo le guance d’un bel giovine, vestite di molle lanugine, non solo un volto cerchiato di biondi inanellati crini; ma anche l’aspetto austero d’un vegliardo, le rughe della fronte, i capelli grigi, possono destare nel cuore d’una tenera fanciulla sogni e deliri amorosi.

L’orrenda notizia giunge all’orecchio di Cocciu-bei. Maria ha calpestato il pudore, ha tradito l’onore per darsi nelle braccia d’un ladrone: oh vitupero!... Il padre e la madre non vogliono credere alla voce che corre. Ma quando ogni dubbio si convertì in certezza; quando la loro onta fu patente, compresero finalmente la perversità della figlia; videro perchè rifiutava tutti i pretendenti, perchè fingeva di aborrire il nodo coniugale; perchè piangeva e sospirava in disparte, perchè ascoltava con tanto diletto i racconti dell’etmanno durante i banchetti, quando il vino spumava nelle tazze; perchè essa non cantava altri stornelli, che quelli composti da esso nella sua giovinezza povera e ingloriosa; perchè essa con animo virile amava l’ondeggiare della cavalleria, il fragore delle armi, il clangor delle trombe; e i clamori della gente quando appariva il bunciuc[119] e la clava‍[120] del dominatore della Piccola Russia.

Cocciu-bei è ricco e illustre. Ha molti amici fidi; vuol lavar nel sangue il suo obbrobrio. Può sollevar Pultava; può nella propria reggia assalire il traditore, e col dritto d’un padre offeso immergergli.... ma no, ad un altro partito s’appiglia Cocciu-bei.

In quel tempo, la Russia adolescente raccoglieva tutte le sue forze per combattere lo straniero, sotto l’egida del sommo Pietro. Il fato le assegnò a maestro dell’arte della guerra il formidabil Carlo; lo svedese paladino più d’una improvisa e sanguinosa lezione le diede in quella crudele scienza. La Russia s’educò sotto tale severa disciplina, e si temperò sotto i colpi della sorte. Così il martello pesante sfracella il vetro, ma foggia il brando degli eroi.

Il temerario Carlo incoronato di efimeri allori avanzava sull’orlo di un precipizio. Moveva verso l’antica Mosca, sbaragliando le coorti russe come il turbine sperde la polvere della valle e sterpa le piante inaridite. Seguiva la strada, che calcò a’ giorni nostri un altro potente nemico della Russia.

L’Ucrania ferveva in secreto. Da lungo tempo portava in seno il fomite d’un grande incendio. I partitanti dell’antica barbarie sospiravano una lotta nazionale, e mormorando incitavano l’etmanno a sottrarsi alla dominazione straniera e a spezzar le loro catene. Carlo, impaziente, correva incontro ai loro applausi e alle loro lusinghe. “È tempo! è tempo!” ripetevasi da ogni lato intorno a Mazeppa. Ma il canuto etmanno rimane devoto e obediente allo Zar Pietro. Non travia dalla consueta austerità: non dà ascolto alle vane dicerie; e tranquillo e sereno passa la vita fra i banchetti.

“Che fa l’etmanno?” sclamava la gioventù. “È affievolito; è vecchio decrepito; gli anni e le fatiche hanno smorzato in lui il primiero generoso ardore. Perchè quella mano imbelle tuttora serba la clava? Questa sarebbe l’ora opportuna di mover guerra all’aborrita Moscovia. Se il venerando Doroscenco, o l’impetuoso Samoiloff, o Palei, o Gardienco,‍[121] capitanassero il nostro esercito, i Cosacchi non perirebbero miseramente fralle nevi di un lontano paese, e la Piccola Russia avrebbe ricuperato le sue bandiere.‍[122]

In tal modo la gioventù temeraria, avida di pericolose novità, dimentica della passata schiavitù, dei felici sforzi di Bogdan, delle sacre pugne, dei trattati e della gloria degli avi, insorgeva contro Mazeppa. Ma l’età senile agisce con prudenza, e avanza con circospezione; nelle cose ardue, non prende un partito se non dopo assidua riflessione. Chi può addentrarsi nelli abissi del mare lastricati d’immobile ghiaccio? Chi può penetrare li arcani tenebrosi d’una anima astuta e dissimulata? I pensieri e i disegni di Mazeppa, frutto di passioni a lungo combattute, dormono nel profondo del suo petto, e vi si maturano in silenzio. Chi sa quello che egli stia tramando adesso? Più Mazeppa è cauto, furbo e malizioso, più si dimostra improvido negli atti, e semplice nella conversazione.

Oh, con che despotica autorità egli sa governare le menti! Con che destrezza sa attrarre a sè i cuori, scandagliarne le più intime latebre, e indovinarne i più arcani pensieri! Come sa nei conviti e nelle adunanze, compiere tutte le parti, assumere tutte le maschere! Loda i tempi passati coi vecchi venerandi, vanta la libertà coi riottosi, denigra i principi coi malcontenti, sparge lacrime cogli oppressi, discute gravemente cogli idioti. Pochi, forse, sanno quanto è feroce l’anima sua: egli non rifugge dal delitto per nuocere al nemico; dacchè vide la luce, non perdonò mai una ingiuria; estende le sue mire ambiziose oltre i termini vietati; per lui non v’ha cosa sacra; non serba memoria dei beneficii, non ama nessuno; è pronto a spargere il sangue come l’acqua; disprezza la libertà, e non conosce carità di patria. Da gran tempo ordisce in secreto un gran progetto, un disegno tremendo. Ma uno sguardo sagace ha scoperto le sue trame.

“No, audace scellerato!” esclama Cocciu-bei digrignando i denti; “no; non la vincerai. Io risparmierò la tua reggia, carcere di mia figlia; non morrai nelle fiamme d’un incendio; non cadrai sotto il brando dei Cosacchi. No, iniquo! perirai fralle mani del boia di Mosca! Perirai sul patibolo, in mezzo a mille torture, chiedendo invano perdono, maledicendo il giorno e l’ora in cui battezzasti Maria, e il banchetto in cui ti pôrsi colma di vino la tazza d’onore, e la notte in cui ci furasti, rapace avvoltoio, la nostra diletta colomba!”

Sì, fu un tempo in che Cocciu-bei e Mazeppa erano amici, e dividevano i pensieri e i piaceri, come il sale, la panna e il pane. Insieme volavano contro al fuoco nemico sui loro agili destrieri, e non di rado sedevano lungamente insieme a consiglio secreto. L’etmanno dissimulato svelava in parte a Cocciu-bei i profondi ripieghi della sua mente rivoltosa, insaziabile, e gli prediceva in termini coperti e misteriosi imminenti novità, conferenze, sedizioni. In quel tempo Cocciu-bei era ligio e devoto a Mazeppa. Ma adesso, inferocito dalla perdita della figlia, non ha più che una idea, che un oggetto: o morire, o trucidar Mazeppa, e vendicare il disonore di Maria.

Frattanto cela a tutti il suo ardito disegno, finge di non più occuparsi che del suo dolore e della tomba. Non vuole nessun male a Mazeppa; sua figlia è sola colpevole. Ed egli le perdona, purchè dia conto al cielo dell’onta ridondata alla famiglia da quell’infrazione d’ogni legge divina ed umana....

Mentre così parla, Cocciu-bei, con occhi di lince, va cercando nella turba dei familiari e aderenti suoi alcuni compagni impavidi, esperti e fidati. Espone alla consorte il progetto che già da gran tempo gli cova in seno; ed essa, ebra di rabbia feminile, aggiunge esca alla fiamma di che arde il bei. Nella calma notturna, nel talamo tranquillo, essa, simile a un demone crudele, lo stimola alla vendetta, lo rampogna, piange, gli fa coraggio, esige un giuramento solenne, e il principe giura.

Il gran colpo è risoluto. L’intrepido Iscra s’associa a Cocciu-bei: “La caduta del nostro nemico è certa,” dicono fra loro. “Ma chi è il baldanzoso, che pien di zelo per il bene del paese oserà portare ai piè di Pietro una dinunzia contro il potente traditore?”

Tra i Cosacchi di Pultava disdegnati dalla infelice fanciulla uno ve n’era che l’aveva amata sin dai primi giovenili anni. La sera e la mattina, sulle sponde del fiume, sotto l’ombra dei ciriegi, egli stava aspettando Maria, smaniava se non la vedeva, e si stimava beato se passava un sol momento seco. L’amava senza speme; non la premeva mai d’importune preghiere; non avrebbe potuto sopravvivere a un rifiuto. Quando i pretendenti accorrevano in folla intorno ad essa, egli si ritirava mesto e silenzioso. Allorchè il ratto di Maria si divulgò fra i Cosacchi, la gente spietata perse ogni rispetto per Maria e la derise, ma egli le serbò l’antica riverenza e l’antico affetto. Allorchè per caso si pronunziava davanti a lui il nome di Mazeppa, egli impallidiva, si mordeva le labbra, e abbassava gli occhi al suolo.

IL COSACCO MESSAGGERO.

Di chi è quel corsier dall’alta groppa

Che ratto corre per la steppa bruna?

Chi è quei cavaliero che galoppa

Al chiaror delle stelle e della luna?

Fan cenno indarno al cavaliero stracco

I cavi spechi ed i boschetti foschi;

Non vuol prender riposo, il buon cosacco

Nè sotto gli antri nè fra i verdi boschi.

Splende il suo brando come vetro terso;

Gli balza al fianco un borsellin d’argento;

E il suo nobil corsier di schiuma asperso

Spiega la lunga chioma al vago vento.

Ama il Cosacco il suo tagliente acciaro;

Il gaio aspetto dei ducati adora;

Come un parente il suo caval gli è caro,

Ma il suo berretto gli è più caro ancora.

Se mai fa d’uopo, egli cederà tosto

La borsa, il brando, il destrier, la vesta;

Ma non darà il berretto a verun costo;

Più volentieri egli daria la testa.

Perchè mai quel Cosacco audace e rude

Tanto cura un berretto informe e tetro?

Perchè il berretto la denunzia acclude

Che Cocciu-bei manda all’augusto Pietro.

Mazeppa intanto, imperterrito, indomito, continua le sue brighe e i suoi raggiri. Il gesuita Zalenschi‍[123] suo fido sicario prepara una sommossa popolare, e gli promette il trono. Simili agli assassini, si concertano di notte; compongono in cifre le loro lettere, stabiliscono la tariffa del tradimento, mettono a prezzo la testa di Pietro, trafficano della fede delli schiavi. Un incognito giunge dall’etmanno; non si sa d’onde venga; il secretario Orlic‍[124] lo introduce e lo riconduce.

Gli scaltri emissari di Mazeppa van seminando dappertutto la zizania e l’insubordinazione: Bulavin, capo dei Cosacchi del Don, chiama all’armi le sue tribù; le orde nomadi e selvatiche fervono; e persino i coloni che abitano presso alle cataratte del Dniepr insultano l’autorità di Pietro.

Mazeppa volge lo sguardo e la mente in ogni lato; spedisce lettere in ogni paese; a forza di minacce e di lusinghe stacca Bakcisarai dalla sovranità di Mosca. Il re di Polonia accoglie in Varsavia i legati di Mazeppa; il pascià di Crimea in Occiacof, Pietro e Carlo nei loro accampamenti. L’ipocrita etmanno adopra ogni mezzo per procacciarsi il sostegno dei principi; la sua volontà è di ferro; la sua ambizione corre alla meta per mille vie tortuose ma sicure.

Ma come rabbrividisce quando a un tratto il fulmine scoppia sul suo capo! Come trema quando i boiari‍[125] di Mosca suoi amici‍[126] mandano a lui nemico della Russia la denunzia scritta a Pultava, e invece delle meritate rampogne gli prodigano le condoglianze come ad una vittima!

Lo Zar Pietro, avverso alle delazioni, preoccupato delle guerre, non bada alla denunzia; s’affretta di tranquillare quel Giuda e giura di attutar per sempre la calunnia infliggendole un esemplare castigo.

Mazeppa, oppresso da un finto dolore, alza la supplichevole voce al suo sovrano. “Dio sa,” dic’egli, “e il mondo vede se l’umile etmanno da dodici anni in qua sia stato devoto allo Zar, e in ricompensa di questa sua devozione colmato di benefizi dal suo signore... Oh quanto è ceca e folle la malignità! Come mai, Mazeppa giunto all’orlo della fossa vorrebbe ordir congiure e oscurar la sua antica rinomanza? Non ha egli negato i soccorsi chiestigli da Stanislao; non ha egli rispinto la corona offertagli dall’Ucrania e consegnato allo Zar, come doveva, i trattati e il carteggio secreto? Non chiuse egli l’orecchio alle suggestioni del Khan dei Tartari, alle esortazioni della Sublime Porta? Non ha forse egli sempre manifestato il suo zelo contro i nemici dello Zar; non li ha egli combattuti col senno e colla mano, con indefesso ardore e con pericolo della propria vita? Ed ora un vile rivale ardisce coprir di obbrobrio i miei capelli grigi! E chi è il mio accusatore?... Iscra, Cocciu-bei, che furono sì lungo tempo miei compagni...”

E l’etmanno domanda con lacrime il loro sangue; non sarà pago fin che non li vedrà puniti.

Feroce vecchio, di chi esigi la testa? Di colui la cui figlia ti stringe fralle braccia. Ma l’etmanno soffoca la voce della coscienza che lo rimbrotta.

“Perchè quell’insano” egli dice “mi sfida a disegual tenzone? Il superbo da sè stesso affila la scure che gli mozzerà il capo. Ove corre cogli occhi serrati? Su che fonda le sue speranze?... No; l’affetto mio per la figlia non salverà il padre. Convien che l’amante ceda il passo al regnante... altrimenti, son perduto.”

O Maria, gentil Maria, rosa della Circassia! tu non sai che serpente tu ti scaldi in seno. Ma qual forza ignota, incomprensibile, potè indurti ad amare quel guerriero ruvido e perverso e a sacrificargli tutto? il suo crin canuto e inanellato, le sue profonde rughe, il suo occhio incavato e scintillante, i suoi ragionamenti artifiziosi fanno le tue delizie. Per lui abbandonasti i tuoi parenti; preferisti al tuo verginal letto fra le soglie paterne, il talamo scandaloso dell’avventuriere. Come potè quel vecchio affascinarti coi suoi sguardi foschi? Come potè incantarti coi suoi discorsi perfidi? Timida e riverente alzi su lui le tue luci accecate dall’amore; lo accarezzi con passione.... La tua infamia t’è cara; vanti il suo ingegno e la sua bellezza; ti ascrivi il tuo amore a virtù; e perdesti nella tua caduta persino la forza del pentimento.

Maria non teme la vergogna: non le cale della sua reputazione. Sfida i rimbrotti della gente, quando la altera cervice del vegliardo riposa sui ginocchi di lei; quando il prode con lei favellando dimentica le cure e le pene del comando, e palesa alla timida fanciulla i suoi secreti più tremendi. Essa non rimpiange i passati giorni d’innocenza e di quiete infantile; ma di tanto in tanto un pensiero tetro come una procella attraversa quell’anima serena; si raffigura il cordoglio del padre e della madre; li vede framezzo a un velo di lacrime, orbi e soli, nella loro infelice vecchiaia; le sembra di udire i loro lamenti e le rampogne... Oh! se essa sapesse ciò che già sa tutta l’Ucrania! Ma la funesta verità le è tuttora occulta.

II.

Mazeppa è mesto. Atroci pensieri sconvolgono quel cuore. Maria con tenerezza mira il consorte. Abbracciata ai suoi ginocchi, essa gli ripete dolci asserzioni d’amore. Ma nè le preci nè i vezzi valgono a sperdere quei tetri presentimenti. L’etmanno disattento figge gli occhi a terra, e non risponde che con un gelido silenzio a quelle graziose premure, a quei dolci rimproveri. Attonita, sdegnata, finalmente la bella si alza ed esclama: “Senti, etmanno; io per te ho rinunziato a tutto. Io coll’amarti non bramava che una cosa: essere amata. Per te distrussi io la mia felicità. Ma non me ne pento. Tu ti ricordi quella notte placida in cui mi feci tua? Tu giurasti di amarmi. Perchè non m’ami più?”

Mazeppa. Sei ingiusta, amica. Cessa di vaneggiare: lascia codesti edaci sospetti. La passione ti tormenta e ti rende ingiusta. Credimi, Maria; io ti amo più della gloria, più dell’autorità sovrana.

Maria. Mênti; m’inganni. Quant’è che non stavamo mai l’un senza l’altro? Ora, tu mi fuggi; io t’importuno. Meni i giorni interi nei banchetti, nei crocchi, in compagnia degli anziani. — A me non pensi più. Passi le notti tutto solo, o coll’incognito o col gesuita. Contraccambi il mio sincero amore con una fredda urbanità. Poco fa bevesti alla salute di Dulsca. Chi è cotesta Dulsca?

Mazeppa. Sei gelosa? Come puoi supporre che un uomo della mia età solleciti i favori d’una disdegnosa giovinetta? Come potrei io avvilirmi a segno di porgere il piede a infame laccio e di sedurre le donne a forza di smorfie e di sospiri? Questo io lascio ai zerbinotti imbelli.

Maria. Parla senza raggiri; rispondimi con schiettezza.

Mazeppa. Mi preme la tua tranquillità, Maria; dunque ascolta. Abbiamo concepito una alta impresa; siamo in procinto di porla a esecuzione; squillò l’ora del gran cimento. Già da più secoli, o Ucrania, pieghi la fronte ingloriosa e schiava, sotto il ferreo giogo dei tuoi protettori e dei tuoi tiranni di Varsavia o di Mosca. È tempo che tu rompa i tuoi ceppi, e ricuperi l’indipendenza; io inalbero lo stendardo della libertà contro la bandiera di Pietro. Tutto è pronto; i due re trattano meco; e fra poco forse, in mezzo alle rovine e alle battaglie, io erigerò un nuovo trono. Ho aderenti fidati; la principessa Dulsca, il gesuita e l’incognito guidano la mia barca a buon porto. Per le loro mani mi pervengono le istruzioni e i consigli dei re. Questi sono secreti molto gravi per il tuo petto. Ora sei paga? Ti senti sollevata?

Maria. Sarai dunque re delle patrie contrade. Oh! come converrà al tuo capo canuto la corona dei Zar!

Mazeppa. Piano; non è fatto ancor nulla. La rivoluzione si prepara; ma chi sa quale ne sarà l’esito?

Maria. Per te non temo. Sei così potente! Non ne dubito; il trono ti aspetta.

Mazeppa. E se fosse il patibolo?

Maria. Ebbene, ci andremo insieme. Come potrei sopravvivere a te? Ma no; tu porti le insegne dei principi.

Mazeppa. Mi ami?

Maria. Io! se t’amo?

Mazeppa. Dimmi. Chi più ami, il padre o il marito?

Maria. A che una tal domanda? Essa mi spaventa. Io fo di tutto per obliare la mia famiglia. Io l’ho disonorata; forse..... orrendo sospetto! mio padre m’ha maledetta! e per chi?...

Mazeppa. Mi ami dunque più del genitore? Non rispondi....

Maria. Dio mio!

Mazeppa. Rispondi alfine.

Maria. Rispondi tu per me.

Mazeppa. Odi. Se tu dovessi perdere il padre o il marito; se potessi scegliere fra loro, chi salveresti? chi condanneresti?

Maria. Basta così. Non mi squarciare il cuore. Tu mi tenti.

Mazeppa. Rispondi.

Maria. Impallidisci.... Il tuo parlare m’empie d’orrore.... Ah! non adirarti! Sono pronta a sacrificar tutto per te; — ma simili domande mi straziano senza utilità. Lasciale.

Mazeppa. Ricórdati, Maria, di quel che ora dicesti.


La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolan le mobili fronde dei pioppi. La luna splendida riverbera sui campanili della Chiesa Bianca,‍[127] sui giardini e sul castello dell’etmanno. La campagna intorno intorno tace. Ma una grande agitazione e confusione regna nel palazzo. Affacciato alla finestra d’una torre, Cocciu-bei immerso in profonde riflessioni guarda il cielo con tristezza.

Dimane Cocciu-bei perirà. Egli andrà senza timore incontro alla morte; non gli cale della vita. Che è per lui la tomba? Un grato letto. È pronto a coricarvisi. Non gli incresce il supplizio, ma solo il modo in cui vi è condannato. Gli incresce di spirare ai piedi dell’aborrito seduttore di sua figlia, gli incresce di morire in silenzio, come bove al macello, e per ordine del suo Zar che lo abbandona in balía del suo nemico. Gli incresce di perder l’onore; di trascinar seco nella fossa i suoi compagni; di udir le loro maledizioni immeritate; di incontrare lo sguardo trionfante dell’assassino, mentre cadrà innocente sotto la scure infame; di non aver nessuno cui fare erede del suo odio e mandatario delle sue vendette!

Gli torna alla mente Pultava e la dolce famiglia e i dolci amici, le sue ricchezze, la sua gloria, i canti della gentil Maria, la antica casa nella quale egli nacque, dove fu nutrito, ove conobbe la fatica e il riposo e tutto ciò che gli molceva il cuore; tutto ciò che ora egli abbandona, e perchè?

La chiave stride nella toppa arrugginita. Lo sventurato bei, risvegliato da quel suono, pensa fra sè; “Ecco il banditore della Croce che viene per scortarmi al patibolo. Ecco l’assolutore dei peccati, il medico delle piaghe della coscienza; il servo di Cristo immolato per noi. Mi reca il corpo e il sangue del mio Dio, per rinfrancarmi l’animo, per darmi la virtù di disprezzar la morte e di acquistar l’eterna vita!”

E Cocciu-bei si dispone a spargere davanti all’Onnipotente le preghiere e le lacrime. Ma colui che entra nel suo carcere non è un sacerdote; è Orlic, ministro di Mazeppa. Fremente di sdegno e di ribrezzo egli grida: “Tu qui, belva? Perchè vieni a turbare il mio ultimo sonno?”

Orlic. L’esame tuo non è finito. Rispondi.

Cocciu-bei. Già risposi. Parti e lasciami in pace.

Orlic. L’etmanno nostro signore esige un’altra rivelazione.

Cocciu-bei. Di che? Io già confessai tutto ciò che voleste. Tutte le mie dichiarazioni sono menzognere. Io son perfido e tendo insidie. L’etmanno è probo. Che volete di più?

Orlic. Noi sappiamo che possedevi immensi tesori, e che gli hai nascosti a Dicagne. Convien che tu paghi i delitti col sangue, e che il tuo oro passi nelle casse dell’esercito. Così detta la legge. Io te la fo palese. Dimmi; ove sono i tuoi tesori?

Cocciu-bei. Sì; hai ragione: Dio per mio conforto mi largiva in questa vita tre tesori. Il primo mio tesoro era l’onore; le torture me l’han rapito: il secondo era mia figlia; Mazeppa l’ha svelta dalle mie braccia, Mazeppa l’ha contaminata: il terzo tesoro tuttora mi resta: è la speme della vendetta. Questo lo porto meco nella tomba.

Orlic. Vecchio, cessa le vane ciance. Sul punto di lasciar la vita, di più gravi pensieri devi pascer la mente. Non è tempo di scherni nè di beffe. Se non vuoi sottoporti a nuove torture, rispondi: ove s’asconde il tuo tesoro?

Cocciu-bei. Barbaro mancipio! Quando cesserai le tue dimande inutili? Aspetta che io giaccia nel sepolcro, poi va con Mazeppa nel mio palazzo, conta il mio retaggio colle tue mani grondanti del mio sangue; fruga i miei sotterranei; devasta i miei giardini, abbatti le mie case. Chiama mia figlia; essa ti scoprirà le mie ricchezze. Ho detto. Lasciami in pace, per l’amor di Dio.

Orlic. Ove hai sepolto il tuo denaro? Parla. Paventa l’effetto del tuo rifiuto. Insegnami il luogo appunto. Non vuoi? — Ebbene, alla tortura! Olà, boia!”

Il boia comparve.... Oh notte atroce!


Ma dov’è l’etmanno? Dov’è il crudele? Dove assopisce i rimorsi della sua coscienza?

Mazeppa, accigliato e muto, siede nella camera della giovinetta, che nulla sa della prigionia del padre. Egli china la testa sul letto della bella che dorme, e fra sè dice: “Il folle Cocciu-bei morrà. Non posso graziarlo. Più m’approssimo alla meta, più convien ch’io tratti con rigore i miei nemici, e tutti coloro che ricusan di piegarsi al mio scettro. Non v’ha scampo: il delatore e il suo complice periranno.”

Allora gettando un rapido sguardo sul letto, soggiunge:

“O Dio! Che sarà di essa quando udrà l’orrendo annunzio? Fin qui essa ignora tutto! ma il secreto non può celarsi più a lungo. Il colpo della fatale scure echeggerà per tutta l’Ucrania. La fama volerà attorno spandendo l’infausta notizia.... Ora vedo a chi riserba il cielo le più severe prove.... Colui solo può sfidare la folgore che non unì una donna al suo destino. È demenza aggiogare allo stesso carro l’intrepido destriero e la timida damma. Commessi una imprudenza; ora ne pago il fio. Tutti quei dolci fiori che fan gioconda l’esistenza, essa me li recò in dote, essa ne incoronò la mia truce vecchiaia.... E che le offro io in contraccambio?... Che dono le appresto?... Ahimè lasso!...”

E Mazeppa contempla la bella che riposa sì tranquilla sulle piume. Le labbra son socchiuse, il respiro è quieto; il cuore batte lentamente in quel niveo seno.... Ma dimane!.... Mazeppa a quell’idea ritorce la vista dal letto, s’alza, ed a passi lenti si incammina verso il solitario suo giardino.

La notte è placida; il cielo è limpido; le stelle brillano. Il vento stanco dorme nelle caverne alpestri. Appena tremolano le argentee fronde dei pioppi. Nere idee sorgono e s’aggirano per l’animo dell’etmanno. Le faci della notte lo mirano e lo spiano come tanti occhi indagatori. I pioppi stretti in lunga fila, crollando di tanto in tanto il capo, susurrano fra loro, come giudici al fôro. L’aria è ardente come la vampa d’una fornace.

Un flebil grido, un gemito indistinto sembra escir dalle mura del castello. Forse fu un suono imaginario, lo strido d’un gufo, o l’urlo d’una belva, o il cigolío d’una tortura. Mazeppa tornando in sè a quel grido prolungato e funebre, vi risponde con un grido festoso, con quel grido di guerra, che tante volte alzò sul campo della strage e della gloria, quando scagliavasi impetuoso nella mischia ardente in compagnia di Zabiela, di Gamalea, e di quello stesso Cocciu-bei, or suo accusatore.

La chiara aurora imporpora l’oriente; le valli, i colli, i piani rinascono. Le cime de’ boschi s’indorano; il corso dei fiumi biancheggia. Dappertutto penetra il soave brulichío mattutino. L’uomo si desta....

Maria tuttora dorme, e dormendo sogna dolcemente. Tutto a un tratto sente, in mezzo al sonno, un passo che s’avanza verso il letto, e una mano che le tocca i piedi. Apre gli occhi, ma tosto li richiude abbagliati dal gaio riverbero del sol nascente. Stende le bianche braccia sorridendo, e con voce amorosa bisbiglia: “Sei tu, Mazeppa?”

Ma non è Mazeppa che risponde.... Dio! Esterrefatta Maria guarda intorno e vede.... vede sua madre!

La madre. Taci, taci. Non ci perdere ambedue. Mi introdussi qui furtivamente col favor delle tenebre per chiederti una grazia. Oggi è il supplizio. Tu sola puoi disarmar Mazeppa. Salva il padre.

La figlia. Che padre? Che supplizio?

La madre. Come? Non sai?... Eppure non vivi in un deserto. Vivi in un palazzo. Dovresti sapere che Mazeppa può tutto; che egli è vendicativo; che lo Zar gli crede.... Ma comprendo; tu sacrifichi a Mazeppa la propria famiglia; tu dormi, allorchè l’atroce sentenza si legge, allorchè si affila la bipenne, allorchè il carnefice l’alza sopra tuo padre! Ahi che siamo ormai estranee l’una all’altra!... Ravvediti, figlia diletta! Diletta Maria, vola, próstrati ai piedi suoi, salva il genitore, sii il nostro angelo tutelare; un tuo detto molcerà quel cuore, un tuo sguardo spezzerà la scure.... Affréttati, piangi, scongiura; l’etmanno non ti ributterà.... per lui obliasti l’onore, i genitori, Dio medesimo.

La figlia. Che odo!... Il padre.... Mazeppa.... il supplizio.... mia madre è qui, in questo castello; mia madre m’implora.... no, o io deliro, o è un sogno....

La madre. No, in nome di Dio, non è un sogno, non è una illusione.... Come non sai ancora che tuo padre consunto di rabbia, non potendo tollerare il disonore della figlia, dinunziò l’etmanno allo Zar, rivelò fra i tormenti mille progetti ambiziosi, mille insane chimere; — che, martire della verità, se Dio non lo libera miracolosamente, egli oggi verrà giustiziato per comando del suo nemico, in presenza di tutto l’esercito?... — che frattanto egli sta rinchiuso nella torre del castello?

La figlia. Dio, Dio mio!... oggi!... ahi, misero padre!...

E la fanciulla ricade sul letto fredda come un cadavere.

La piazza brulica di gente. Le lance scintillano. Il tamburo rimbomba. I cavalieri galoppano; i fantaccini marciano in ordine. La moltitudine ondeggia e serpeggia; i cuori palpitano.

Il boia, aspettando la vittima, passeggia sul palco infame e scherza. Ora afferra la scure pesante, e la fa saltellare fralle sue mani, ora motteggia e ride colla giubilante plebe. Le strida delle donne, gli alterchi, le beffe, il mormorío dappertutto risuonano.... Ma un alto clamore ergesi al cielo; quindi a quello succede un profondo silenzio. Appena un calpestío di cavalli s’ode di quando in quando. Circondato di guardie, s’avanza cogli altri anziani il potente etmanno sopra un corsiero nero.... Sulla strada di Chieff ecco apparire una carretta. Tutti gli occhi si volgono curiosi verso quella.

In quella carretta, sta seduto immoto, rassegnato, riconciliato con Dio, confortato dalla fede, l’innocente Cocciu-bei. Accanto a lui è Iscra, suo compagno, non men di lui sereno e tranquillo.

La carretta s’arresta. Il fumo dell’incenso monta alle nubi. I preti cantano in coro il vespro dei morti. Il popolo prega a bassa voce per il riposo di quelli sventurati, i quali pregano per il bene dei loro persecutori. Essi scendono dalla carretta, e salgono sul palco. Cocciu-bei fa il segno della croce, e pone la testa sul ceppo. La moltitudine tace come una adunanza di ombre e di spettri. La bipenne balena, sibila; una testa sbalza. Tutto il campo geme. Una altra testa ruzzola appresso a quella sull’erba sanguinosa. Il carnefice, contento della sua destrezza, ghermisce quelle teste pei capelli, e le scuote con mano nerboruta davanti al popolo.

Il supplizio è compito. La folla indifferente si dirada, si disperde, e già ciascuno torna al proprio tetto parlando dei propri interessi. Il campo poco a poco si fa vuoto. In questo mentre due donne, spossate dalla stanchezza, cosperse di polvere, arrivano, inorridite, sul teatro dell’esecuzione. “È troppo tardi,” dice loro un passeggero accennando al patibolo che si andava scomponendo.

Un sacerdote in abito nero orava lì vicino mentre due Cosacchi ponevano un feretro di quercia sopra un carro.

Mazeppa, cogitabondo e mesto, si separa dalla sua comitiva, e s’allontana dal campo maledetto. L’abbandono in che si trova lo sgomenta. Nessuno gli viene incontro; il cavallo spumante lo riconduce al palazzo. Entra. “Dov’è Maria?” è la sua prima parola. I servi tremanti esitano a rispondere... Colpito di stupore, Mazeppa passa alla stanza di Maria; la trova vuota e muta. Scende nel giardino; erra qua e là fra i cespugli, nel boschetto ombroso, lungo il vivaio; non scopre vestigio della sua diletta. “È fuggita!” Chiama a sè i fedeli servitori, le agili guardie. Accorrono al cenno del signore. I cavalli nitriscono. Suona intorno l’ordine di partire a galoppo, e immantinente volano in ogni direzione.

Passa il tempo prezioso, e Maria non torna. Nessuno ha udito, nessuno ha veduto dove essa sia andata. Mazeppa digrigna i denti dalla rabbia. I suoi servi tremano e tacciono. Gonfio il cuore d’amarissima angoscia, l’etmanno si rinchiude nella sua stanza. Sta tutta la notte accanto al letto della bella, senza chiuder occhio, infranto dal cordoglio e dal rimorso. La mattina le guardie ricompariscono l’una dopo l’altra. I cavalli appena possono più reggersi in gambe; le cinghie, le unghie, le briglie, le selle sono rotte, lacerate, intrise di spuma e di sangue; ma nessun messo reca notizie di Maria.

La traccia di lei sparve come un raggio nell’aere, e sua madre terminò nell’esilio e nella solitudine la misera esistenza.

III.

Il dolor che prova Mazeppa non gli toglie il proseguir lo svolgimento delle sue macchinazioni. Perseverante nelle sue imprese, continua le trattative col monarca svedese. Ma per meglio coprire le sue mene secrete e ingannare chi fida in lui, si confina in un letto, e finge sognati mali. Si circonda d’una turba di medici, geme, invoca il cielo e gli chiede la sua guarigione. Le fatiche della guerra, le pene della vita, l’hanno ridotto agli estremi. Già è pronto a lasciar questo mondo caduco per il mondo eterno. Brama i soccorsi della religione da lui oltraggiata, e un arcivescovo viene a sparger l’olio santo sul crin canuto dello spergiuro Mazeppa.

Mosca indarno aspetta gli ospiti desiati, e prepara di nascosto giuochi solenni, in onore dello Svedese, fra mezzo alle antiche tombe nemiche. Ma Carlo volge subitamente indietro i passi, e porta la guerra nell’Ucrania.

Il gran giorno s’appressa. Mazeppa torna in vita. Quel moribondo, che ieri stava per scendere nella fossa, ecco risorge, ecco sfida il magnanimo Pietro. Impugna e vibra la spada davanti al suo esercito schierato, e galoppa impetuoso verso le sponde della Desna. Poco fa curvato e rotto dal peso dell’età, a un tratto egli si drizza sano e forte, simile a quell’astuto porporato che buttò via le grucce, quando ebbe in fronte la tiara. La incredibil notizia vola sull’ale della fama. L’Ucrania freme di sdegno, e grida: “Egli tradisce Pietro, e umilia ai piedi di Carlo le nostre disonorate insegne.” Lo sdegno rapido si spande come fiamma; arde la guerra civile.

Chi pennelleggerà l’ira che invade Pietro? L’anatema rimbomba nelle cattedrali; il boia incenerisce l’effigie di Mazeppa. Il consiglio supremo cassa l’etmanno, e gli nomina un successore. Pietro richiama dai deserti dell’Ienisei le famiglie di Cocciu-bei e d’Iscra. Unendo le proprie lacrime alle loro, egli le colma di favori e di cortesie, e loro rende i titoli e i beni. L’antagonista di Mazeppa, il valoroso Palei, passa dalle steppe dell’Ucrania, ove languiva esiliato, negli accampamenti dello Zar. La ribellione, abbandonata a sè medesima, si affievolisce e sfascia. L’audace Ceccel‍[128] e il principe dei Zaporoghi lascian la testa sul patibolo. E tu pure morrai, favorito della vittoria, che la corona getti per l’elmo, tu pur morrai, dacchè sei giunto in vista delle mura di Pultava.

Lo Zar muove a Pultava con tutte le sue coorti. Vi piomba come il fulmine. I due eserciti si assediano l’un l’altro in mezzo alla pianura. Così il gladiatore, già battuto in vari incontri, anticipatamente pascendosi di sangue, s’avventa all’avversario da gran tempo aspettato. Il potente Carlo non vede intorno a Pietro le masse imbelli disperse a Narva, ma innumerevoli schiere ben disciplinate, ben armate, leggiere, pazienti, minacciose e irte di sfolgoranti baionette.

Carlo ha detto: “Dimani la battaglia.”

Il sonno regna negli accampamenti. In una sola tenda, si ode ancora un susurro di voci:

“Sì, Orlic mio, io riconosco che ci siamo troppo affrettati di allearci a Carlo. Egli non ha nessuna delle doti che si richiedono in un buon generale. Saprà vincere due o tre volte; andare di galoppo a domandar da cena al suo nemico;‍[129] motteggiare gentilmente sulle bombe che gli cascano vicino;‍[130] approssimarsi di notte, in gran silenzio, alle trincere nemiche; saprà levar di sella un Cosacco, e rendergli ferita per ferita,‍[131] ma non sa lottar contro un emulo potente e perseverante; vorrebbe governar la sorte come si governa un reggimento, a suon di tamburo; è sconsiderato, ostinato, impaziente, irritabile; confidando follemente nella sua stella, stima superflua la prudenza; abbagliato dai suoi primi successi, non pone mente alla attuale superiorità delle forze russe; va a darvi di cozzo senza tema; vi si fiaccherà le corna. Vecchio come io sono, io non doveva fanatizzarmi per quel temerario; mi lasciai illudere dall’apparenza, come un inesperto e debile fanciullo.

Orlic. Aspettiam l’esito della pugna. È tempo ancora d’entrare in trattative con Pietro, e di riparare il nostro fallo. Lo Zar sconfitto da noi non ci ricuserà il suo perdono e la sua alleanza.

Mazeppa. No, è troppo tardi. Lo Zar dei Russi non può riconciliarsi meco. Già da gran tempo la mia sorte è decisa. È tanto ch’io ardo d’ira e di rancore! Ascolta quel ch’io sto per dirti. Un giorno, sotto le mura d’Azoff, io sedeva a mensa nella tenda del feroce Pietro. Il vino ferveva nelle coppe, e non meno di quello bolliva il nostro sangue incalorito dalla discussione. Mi sfuggì dalle labbra una parola acerba. I convitati impallidirono. Il principe infuriato lasciò cader la coppa, e minaccioso mi tirò pei canuti baffi. Fu forza ch’io inghiottissi quell’oltraggio; ma in cuore giurai di vendicarlo. Ho fin qui nutrito la vendetta in seno, come una madre il caro pargoletto. Aspettavo il momento propizio. È giunto. Il cielo m’ha eletto a punitor di Pietro; il nome di Mazeppa non gli escirà mai dalla memoria. Io sono la spina della sua corona. Volentieri darebbe le sue più grandiose città, le sue più belle ore di vita per potermi tener un’altra volta per i baffi.... Ci resta tuttora una speranza.... L’aurora determinerà per chi parteggeremo.

Dopo ch’ebbe così parlato, il fellone tacque e s’addormentò.

La nuova aurora splende all’oriente. Già i cannoni mugghiano sui poggi e nelle valli. Un purpureo vapore s’alza, ondeggiando per l’aria indorato dai raggi mattutini. I reggimenti serrano le file; i bersaglieri si sparpagliano per le macchie. Le bombe scoppiano; le palle fischiano; le fredde baionette avanzano. Li Svedesi attraversano il fuoco delle trincere; la cavalleria fluttua e vola; l’infanteria la segue, e la rinforza colle sue masse pesanti e compatte. Il lugubre campo traballa e arde in mille luoghi; ma appare chiaro da vari segni che l’incostante fortuna questa volta combatte con i Russi. Le legioni svedesi, rispinte dall’artiglieria moscovita, si scompigliano, cadono stese al suolo come mèsse falciata. Rosen si ricovera nelle gole dei monti; il prode Slipenbac si arrende prigioniero. I Russi incalzano gli Svedesi, li sbaragliano truppa per truppa; s’oscura lo splendore delle loro bandiere, e, grazie all’assistenza del Dio delle battaglie, ogni nostro passo avanti è un trionfo. Allora la voce ispirata di Pietro esclama: “Coraggio, per Dio!” Circondato di offiziali, lo Zar esce della sua tenda. Li occhi suoi scintillano di gioia. Il suo sembiante incute spavento. I suoi moti sono violenti. È bello, è tremendo come un angelo sterminatore. S’inoltra. Viene il suo destriero fedele. Impetuoso e tranquillo, il nobile animale freme annasando da lontano la strage e il fuoco, scuote la criniera, butta faville dagli occhi, e superbo del suo cavaliero, si precipita nel più fitto della mischia.

Il sole entra nel meriggio e versa torrenti di fiamma. Come i mietitori, i guerrieri riposano. I Cosacchi volteggiano all’intorno. I reggimenti sparsi si riformano. I bellici istrumenti tacciono. Il cannone più non folgoreggia dai colli. Nella vasta campagna echeggia un immenso evviva. Pietro si mostra ai suoi soldati.

Passa rapidamente davanti alle truppe, potente e sereno come Marte. Collo sguardo misura il terreno. Lo scortano in schiera folta i suoi compagni fidi fra tutte le vicende della sorte, in tutte le fatiche del governo e della guerra, i Sceremetieff, i Bruce, i Bour, i Repnin.

Carlo, frattanto, sdraiato in una bara portata dai suoi servitori, pallido, immoto, gravemente ferito, fa la rassegna delle sue truppe decimate. Lo seguono i suoi generali. Sta immerso in profonda meditazione. Il suo aspetto esprime l’agitazione che gli sconvolge il cuore. Diresti che la guerra desiata ha tolto a Carlo il senno e la ragione. Fa un gesto colla destra, e immantinente li Svedesi assaliscono i Russi.

E l’esercito dello Zar marcia contro a quello del re, in mezzo a un velo di lampi e di fumo. Incomincia la battaglia, la battaglia di Pultava!

Nell’incendio della lotta, fralla grandine rovente dei proiettili, le falangi si urtano come muraglie vive, cadono al suolo disfatte, son supplite da altre fresche, che anche esse vanno tosto a mordere la terra. Le baionette s’incrociano. Li squadroni vestiti d’acciaro volano come nembo procelloso. Risuonano le briglie, le sciabole; i cavalieri s’aggrediscono con furore, si tagliano a pezzi. Le palle di metallo accatastando cadaveri su cadaveri, rimbalzano, rugghiano, sbranano, rotolano nella polvere, e bollono nel sangue. Li Svedesi, i Russi, rovesciano, trafiggono, trinciano, mietono. Da per tutto, rombo di tamburi e di cannoni, urli, gemiti, calpestii, nitriti; dappertutto la morte e l’inferno.

In mezzo alla confusione e al tumulto, i capitani contemplano tranquillamente la battaglia, giudicano ogni evoluzione di truppe, predicono la perdita o la vincita d’ogni assalto, e ragionano fra sè a bassa voce.

Ma chi è quell’eroe canuto, ritto accanto allo Zar? Sostenuto da due Cosacchi, acceso di sublime emulazione, osserva con occhio esperto i movimenti dei due eserciti. Egli non monterà più a cavallo, e al suo richiamo non accorreranno più i Cosacchi da ogni parte. Il vecchio Palei imbiancò nell’esilio, e già sta vicino alla fossa. Ma perchè lampeggiano i suoi occhi? Perchè la sua fronte scabra si copre d’un’ombra di furore più nera della notte? Che sentimento lo fa rabbrividire? Forse egli ha scorto tra il fumo del campo il suo nemico Mazeppa, e a quella vista orrenda maledice la sua vecchiezza imbelle.... Sì. Mazeppa tutto pensieroso considerava la battaglia, attorniato d’una torba di Cosacchi ribelli, di parenti, di anziani, e di guardie.

Si spara uno schioppo in vicinanza. Mazeppa rivolge la testa. Il fucile tuttora fuma tralle mani di Voinarovschi. Un giovine Cosacco, colpito a morte, stramazza a pochi passi di distanza; il suo corsiero cosperso di polvere e di spuma, sentendosi libero, fugge di carriera, e si perde nella rosseggiante campagna. Il Cosacco si slanciava contro l’etmanno, colla spada in mano, colla disperazione in volto. Mazeppa s’accosta al moribondo per interrogarlo, ma già ha spirato l’anima. Le sue pupille spente tuttora insultano l’assassino di Cocciu-bei, il nemico della Russia; e la sua lingua paralizzata articola ancora le sillabe adorate del nome di Maria.

L’ora della vittoria è giunta. I Russi incalzano; li Svedesi cedono. O glorioso istante! o glorioso miracolo! Facciamo un ultimo sforzo, e li Svedesi si danno alla fuga. La nostra cavalleria li insegue; le spade si spuntano e si spezzano a trucidarli; i morti coprono il piano in mucchi così spessi, come li sciami delle locuste nere.

Pietro dà un gran convito.‍[132] Raggiante di felicità e di gloria, egli siede all’alto della mensa. Arrivano in mezzo alle acclamazioni dei soldati tutti i generali russi e svedesi. Pietro accoglie con amorevolezza gli illustri prigionieri, e fa un brindisi in onore dei suoi maestri nella grande arte della guerra.

Ma dov’è il più cospicuo fra quelli ospiti, dov’è il nostro più esimio maestro, quel reale dottor di guerra, cui Pietro ha finalmente superato e vinto? Dov’è Mazeppa il perfido apostata? Perchè il re di Svezia non fu invitato al banchetto? Perchè l’etmanno non fu inviato al patibolo?

Il re e l’etmanno fuggono insieme a cavallo a traverso le steppe tacite e nude. La sventura li ha congiunti. La vergogna, l’ira, e il pericolo vicino infondono al monarca nuove forze. Egli oblia la sua profonda ferita. Fugge colla testa bassa, inseguito dai Russi, e appena la caterva tumultuosa dei servi può tenergli dietro.

Il vecchio etmanno vola al suo fianco, girando la vista intorno sul vasto orizzonte del deserto. Giungono ad una villa.... Perchè raccapriccia Mazeppa? Perchè passa sì rapido davanti a quella abitazione? Forse quel cortile vuoto, quel giardino, quella porta aperta verso il prato, gli richiamano alla mente qualche antico orribile evento? O profanatore d’ogni cosa sacra! Riconosci quella dimora altre volte sì gaia, nella quale, rallegrato dal vino, tu scherzavi a mensa in mezzo ad una felice famiglia? Riconosci l’umile asilo ove viveva l’angelo di pace; il boschetto, nel quale rapisti la bella durante una oscurissima notte?.... Lo riconosci?

Le tenebre abbuiano le steppe che si estendono lungo le rive del ceruleo Dnieper. I due capitani raminghi si adagiano sull’erba fralle rupi della sponda. Il giovine eroe dorme placidamente, e più non si ricorda di Pultava. Ma il vecchio suo compagno è inquieto; non può gustare un istante di riposo. Tutto a un tratto, una voce lo chiama nelle tenebre. Si riscuote, mira; vede una figura che si china sopra lui con un gesto minaccioso. Egli rabbrividisce come sotto alla scure. Una donna coi capelli sparsi, cogli occhi fiammeggianti e cavi, magra, squallida, livida, lacera, sta lì davanti a lui, sotto i raggi della luna.

Mazeppa. È un sogno?... oppure sei tu, Maria?...

Maria. Piano, piano, amico! È poco che mio padre e mia madre sono andati a letto.... fermo.... potrebbero udirci....

Mazeppa. Maria! Misera Maria! Torna in te.... Dio mio.... che hai?...

Maria. Ascolta. Oh che furberia! Che sciocca favola hanno inventata! Essa mi ha detto in secreto che il mio povero padre è morto, e m’ha mostrato di nascosto il capo bianco di lui.... Ohimè.... come sottrarsi alle calunnie? quel capo non era d’uomo, ma di lupo.... Essa voleva ingannarmi!... Come non si vergogna di straziarmi?... E perchè mi strazia? Affinchè io non me ne vada teco oggi. Sarà mai possibile?”

Il suo amante la ode con immensa compassione. Frattanto Maria, trascinata dalla sconvolta fantasia, seguita a sragionare.

“Mi ricordo,” dice, “quel campo; quella allegrezza strepitosa, quella plebe, quelle due teste... Mia madre mi conduceva a quella festa... Ma dove stavi tu?.... Perchè da te disgiunta vo io vagando nell’orror della notte? Andiamo a casa. Presto!... Si fa tardi.... Ah che folli pensieri mi assalgono.... Ti tenevo per un altro, buon vecchio.... Lasciami. L’occhio tuo è spaventoso e beffardo. Tu sei deforme.... Egli, è bello.... arde d’amore il suo sguardo, spira grazia e voluttà il suo linguaggio.... i suoi baffi son più candidi che neve, e i tuoi rosseggiano di sangue.”

E la fanciulla piange e ride ferocemente, e più agile d’una cervetta saltella, corre, e sparisce nella oscurità.

L’ombra si diradava. L’oriente si tingeva di color di porpora. I cosacchi accendevano il fuoco e facevan cuocere il riso. Le guardie menavano i cavalli all’acque pure del Dnieper. Carlo si desta. “Su, su, Mazeppa, álzati, è tempo di partire; il giorno spunta.” Ma l’etmanno non dormiva. L’angoscia lo opprime e gli toglie il respiro. Sella in silenzio il suo corsiero, e parte col monarca. Tremendo fu l’ultimo sguardo, l’ultimo addio di Mazeppa agli Stati perduti per sempre.

Cento anni passarono. Che rimane di quei potentati alteri, imperiosi, violenti? Sparvero dalla faccia della terra; e con essi sparve ogni vestigio delle loro sanguinose lotte, delle loro depredazioni, delle loro conquiste. Tu solo, vincitore di Pultava, erigesti un monumento durevole al tuo nome, nell’impero del settentrione, da te creato e incivilito. In quella parte ove una lunga fila di molini alati circonda i bastioni diroccati di Bender, lì dove gli armenti mugghianti vagano tranquillamente intorno alle tombe degli eroi, vedonsi gli avanzi sparsi d’un tugurio; tre gradini del quale, mezzo sepolti nel suolo e ammantati di musco, serbano la memoria del re Carlo. Solo coi suoi servitori palatini, quel temerario guerriero sostenne fra quelle mura l’impeto dei battaglioni turchi, e arrese la spada come Mazeppa la clava. Ma si cercherebbe invano nelle vicinanze il sepolcro dell’etmanno. Non resta traccia di lui. Solamente, una volta l’anno, l’eco della antica cattedrale ripete quel nome maledetto.

Le due vittime innocenti di Mazeppa giacciono sotto la stessa lapida. La chiesa ha collocato le loro ossa fra quelle dei credenti e dei giusti. Tuttora vivono in Dicagne le alte querce piantate in loro onore dagli amici piangenti.

In quanto a Maria.... La tradizione non parla di essa. Un velo impenetrabile copre i suoi patimenti, le sue sventure, la sua fine. Ma di quando in quando un cantore ceco dell’Ucrania, modulando davanti alli abitanti d’un villaggio li inni composti da Mazeppa, cita per incidenza ai giovani cosacchi il nome della colpevole e infelice Maria.

FINE.