IL PRIGIONIERO DEL CAUCASO.
I.
I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle soglie dell’aúl.[11] I loro ragionamenti versano intorno ai pericoli della guerra, alla bellezza dei destrieri, alle delizie della vita alpestre; narrano le loro incursioni nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi de’ loro accorti capitani, la distruzione dei borghi incendiati e le tenere carezze delle captive dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo al silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori. Ma tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere che strascina dietro a sè un giovine prigioniero legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il Circasso vincitore. A quel grido tutto l’accampamento accorre in furia, e ogni cuore freme di vendetta. Il prigioniero muto, intirizzito, giace immobile colla testa bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte sembra che già imbruni la di lui faccia e un feral gelo gli serpe per l’ossa.
Rimane steso a terra, abbandonato e solo. Verso mezzo giorno, una lieta scintilla di sole gli irradia la fronte: ristorato da quel dolce calore, si sente rinascere, e pian piano solleva dal suolo il debil fianco; gira lentamente gli occhi intorno, e ovunque li fissa, niente altro distingue che monti inaccessibili, asilo d’un popolo di predoni, riparo e rôcca naturale dei Circassi. Serba appena una imagine confusa dell’accaduto; ma ode tintinnire le catene che gli gravano i piedi: quell’orribil suono gli richiama a mente la sua condizione funesta; e allora, più non scorge nè terra nè cielo. Addio, cara e santa libertà! Egli è schiavo.
Ha per covile un recinto di pali fortissimi, contiguo alle capanne dei masnadieri. I Circassi vagano per la pianura; l’aúl è vuoto d’abitanti; nessuno osserva il giovine Russo. Dinanzi a lui schiudonsi le profonde valli del Caucaso ammantate di verdeggianti selve; al di sopra schieransi in anfiteatro i gioghi e le guglie irte di ghiaccio. Un sentiero tristo e solingo sale e scende su quelle pendici, e svanisce per quelle foreste. A tal vista, il petto dell’infelice palpita commosso da violenti affetti.... Quel sentiero conduce in Russia, nella contrada ove altero, avventuroso, passò i più belli anni suoi; ove assaporò le prime gioie della vita, ove amò tanto, ove tanto soffrì, ove, finalmente, dopo aver lasciato nel vortice delle passioni la speranza, l’allegria, il desiderio, recuperò una seconda volta le illusioni dell’età fiorita. Adesso egli conosce gli uomini, e sa valutare a dovere questa nostra fugace esistenza. Fra i fiori dell’amicizia ha incontrato il laccio del tradimento; nel nappo dell’amore ha sorbito un veleno; ludibrio d’una vanità ch’egli pur da gran tempo aborriva, bersaglio della maldicenza bifida e della onesta calunnia, egli lasciò il patrio nido, e apostata della società, spiegò l’ali verso una riva longinqua, colla libertà per guida e per compagna.
Ma ormai son caduti nel nulla tutti i suoi progetti, le ultime sue illusioni son andate fallite: egli è schiavo. Posa il capo sopra un masso che indorano li estremi riflessi del crepuscolo vespertino, e aspetta la morte. Già la luce del giorno è spenta. Uno strepito tumultuoso sorge in lontananza; i malandrini riedono agli aúl, armati di falci. La brace sfavilla nei focolari; a poco a poco il rumore si va placando, la calma e il riposo occupano la terra. La luna dirada l’oscurità e a quel tremolo bagliore l’occhio discerne nella valle un ruscelletto che saltella spumante di balza in balza, e le nuvole che s’attorcono qual turbante alle vette serene dei monti. Ma chi s’avanza con passo cauto e lento sotto la face dell’astro notturno? Il Russo si desta; vede una fanciulla circassa che a lui s’appressa; la mira con mestizia, ed esclama: “È un sogno quel ch’io miro, è una larva suscitata dalla mia delirante fantasia?”.... Col bel volto suffuso d’un sorriso di simpatia la vergine s’inginocchia accanto al prigioniero, e gli mesce una tazza di kumi[12] rinfrescante. Egli afferra la tazza, ma non pensa a gustarne; sugge invece i soavi raggi che piovono da quei begli occhi, e invaghito della vezzosa incognita, si affatica, ma indarno, di comprendere i suoni che vibrano su quelle rosee labbra. Non penetra il senso delle parole non udite avanti, ma capisce bensì la grazia di quello sguardo, il rossore di quelle guance, l’intonazione di quella voce che gli dice: “Coraggio!” Già il prigioniero si sente meno sconsolato. Gli si ravvivan le forze; erge il capo languido, e appaga l’ardente sete nella bevanda offertagli. Poi ricompone la testa sopra il sasso; ma non rimuove più la vista dalla gentil donzella, la quale sen sta a lungo seduta accanto a lui per confortarlo; e sebben egli non possa intenderla, pure essa segue a parlargli e parlandogli sospira; e i di lei biondi cigli s’imperlano di lacrime.
Il tempo passa come onda. Il prigioniero incatenato mena i giorni pei monti custodendo la greggia. Il gelido arco d’una grotta lo difende dagli ardori del sole; e quando l’eburnea luna sorge sui colli, la gentil verginella, sboccando da un sentiero coperto e misterioso, gli arreca del kumi, del miele e della candida farina di miglio; divide seco lui quel pasto clandestino, e frattanto contempla assiduamente lo straniero. Finita la cena, gli modula le canzoni della Georgia; gli spiega coi gesti i termini che gli riescono oscuri, e fa di tutto per imprimergli nella mente qualche parola circassa. Essa ama per la prima volta, per la prima volta prova la voluttà; ma il Russo non può corrispondere a quell’affetto ingenuo, leale, sviscerato; forse teme di raccendere una antica fiamma da gran tempo sopita. La gioventù non fugge improvvisamente, la virtù sua non ci abbandona a un tratto, e spesse volte in età matura godiamo un diletto inaspettato: ma non ti ritroviamo mai più, cara illusione del primo amore, delirio celeste della prima passione; no, tu non torni più mai.
Il prigioniero dissimulava il rammarico della sua perduta libertà, e sembrava essersi per disperazione rassegnato al suo nuovo e crudel destino. Durante le fresche ore mattutine, egli si reca a stento fra gli ispidi scogli; getta l’avido sguardo sulle lontane schiene dei monti grigi, cerulei, biondeggianti, maraviglioso quadro dipinto dalla natura. Le loro ardue sommità gli appariscono quai troni delle nevi eterne e delle tempeste. Framezzo a quei vertici sublimi spiccasi l’Elboro, colosso bicipite, cinto d’un diadema di gelo il cui splendore gareggia col chiaror degli astri. Allorchè scoppiavan le saette e rimbombava la voce del tuono mista a quella dei turbini, oh quante volte il prigioniero si fermò immobile sul cucuzzolo d’un poggio che sovrastava all’aúl! Le nubi fluttuavano come mare sotto ai suoi piedi; una colonna di polvere rotava per la steppa; il cervo impaurito ricoveravasi nelle caverne; le aquile si libravano inquiete intorno ai precipizi, e assordavano l’eco con acuti schiamazzi; il calpestío dei cavalli, il muggito degli armenti, facevan coro al suon della bufera. La grandine e la pioggia scrosciavano sui prati pei fori delle nuvole indorate dallo splendor dei lampi; mille torrenti, nati in un momento sulle groppe dei monti, squarciavano il terreno in ogni dove, e rovinavano abbasso levando seco ingenti blocchi di granito.... Il prigioniero frattanto solo sulle alture dietro il nembo e la folgore, aspettava che riedesse il sole apportator di calma, e ascoltava con secreto diletto l’impotente furore della burrasca.
Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli i costumi di quei popoli, le loro pratiche religiose, il loro modo d’educazione. Ammirava la semplicità, l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari. L’incantava la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità dei loro passi, la robustezza delle loro braccia; si compiaceva in vedere il giovine circasso, il quale, colla berretta a punta sulla testa, colla burca[13] sulle spalle, incurvando il petto sul pomo della sella, assettando il piccol piede nelle staffe, varca i deserti illimitati sull’ali d’un destriero, e così s’indura da fanciullo ai pericoli della vita errante del bandito. Il Russo esamina con curiosità l’abbigliamento bellico di quegli eroi selvaggi. Ogni Circasso va irto di ferro; nell’armi sue ripone egli il suo onore e il suo bene; sempre ha indosso una maglia, un archibugio, una faretra, una balestra, uno stiletto, un laccio, e una sciabola compagna fedele delle sue fatiche e dei suoi riposi. Tale peso è per lui lieve, e porta quelli attrezzi in modo, che nemmen quando egli cammina fanno il minimo rumore. Fante o cavaliere, ogni Circasso ha aspetto truce e indomito, e combatte senza posa i neghittosi Cosacchi. Il Circasso ha per tesoro e per amico costante e paziente il suo corsiero, figlio dei più belli stalloni dell’Asia. Con questo si appiatta in un antro o fra l’erba fitta; tutto a un tratto, si slancia come fulmine sul viandante; in men che nol dico, abbatte l’infelice, gli avvolge un laccio al corpo, e dietro se lo tira a traverso i burroni e i dirupi. Il cavallo tocca terra col ventre; si fa strada dappertutto, per le paludi, per le macchie, pei dumeti, pei greppi e per le frane: una striscia di sangue segna i luoghi ove passa. Ecco, cápita a un torrente che trabocca: ma non perciò s’arresta; s’avventa impavido nel baratro spumoso, e il prigioniero immerso in seno alla voragine assaggia l’acqua torbida, e invoca la morte a liberarlo da tanti mali. Ma il vigoroso cavallo ha già raggiunto la riva e già riprende il suo corso a traverso il deserto.
Alcune volte il Circasso ferma uno stipite sbarbicato che nuota in preda alle acque; e quando il cupo drappo della notte involve i colli, l’avventuriere depone sulle radici, o appende ai rami degli alberi circostanti la targa, la burca, la lorica, l’elmo, e non serba presso sè che il turcasso e l’arco; quindi entra pian piano e con risoluzione nelle rapide onde. La terra tace; il fiume ferve e rugge; il tronco galleggiante sen porta, come navicella, l’animoso sgherro. I Cosacchi sparsi sulle sponde e sulle erte, appoggiati alle aste, considerano il torrente scevri d’ogni sospetto, e già l’omicida sta loro vicino e li minaccia. A che pensi, o Cosacco? Riepiloghi forse le tue antiche prodezze, le veglie nei bivacchi, le preghiere alzate al cielo avanti la lotta per la patria? O rimembranze perfide!... Addio i liberi villaggi, il tetto paterno, il maestoso Tanai, le zuffe ardenti e le belle fanciulle! Il barbaro nemico già ti adocchia; la freccia scocca dall’arco, parte, sibila.... e il misero Cosacco, ferito a morte stramazza al suolo. Ma quando imperversano gli elementi, il Circasso se ne sta tranquillo colla sua famiglia accanto al focolare acceso; e allora, se il viandante stanco, sorpreso dalle tenebre, entra nel tugurio del guerriero e si asside sopra uno scanno, il padrone si rizza per far lieta accoglienza al forestiero, gli augura la buona venuta, e gli fa empire una ciotola di tcikir[14] odoroso. Lo straniero imbacuccato nel suo gabbano stillante di pioggia, riposa in sicurezza nella casipola affumicata, e, la mattina seguente, lascia con rincrescimento il queto ospizio ove ha pernottato.
Fu un tempo in cui i giovani si adunavano per festeggiare il santo Beiram con mille giochi diversi. Ora, dividendo fra loro un turcasso pieno, trafiggevano coi pennuti strali l’aquila spaziante fralle nubi; ora, al cenno convenuto, piombavano impetuosi dal sommo di un colle, e come daini che radono appena il piano, correvano tutti a gara pei campi polverosi.
Ma la pace monotona genera tedio nei cuori nati alle battaglie; e non di rado fra i divertimenti dei giorni d’ozio sorgevano tremende contese. Spesse volte in mezzo ai tripudi ed ai banchetti si vedevan balenar le scimitarre, e le teste degli schiavi rotolare a terra fra gli applausi feroci dei fanciulli.
Il Russo si contentava d’assistere a quei sanguinosi scherzi, ma non vi prendeva parte. Anche egli avea provato la febbre della gloria e ambito una illustre fine. Martire d’un onore spietato, anche egli avea veduto la morte da vicino, esponendosi con calma e con fermezza alle palle micidiali dei duelli. Forse gli torna in mente, contemplando quei certami e quei simposi, il tempo in cui circondato d’amici egli sedea con essi a lauta mensa? — Forse lo ange la rimembranza dei dì spariti, delle speranze perdute? — oppure osserva con gaudio quei semplici e barbari diporti e con curiosità vi studia quasi in uno specchio, i costumi di quel popolo? Frattanto occulta in profondo silenzio l’agitazion del cuore, e non ne lascia trasparire il minimo segno sulla altera sua fronte. I fieri Circassi meravigliati del di lui contegno sdegnoso e audace, gli risparmiano le fatiche della servitù, superbi di possedere un tale schiavo.
II.
La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la conoscesti l’ebbrezza dell’anima, l’estasi e la beatitudine dei sensi. Le tue luci divampano d’amore e di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte, t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante di giubbilo e di brama, più non pensi che a lui solo, ed esclami: “O gentil prigioniero, rasserena lo sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo, oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco nel deserto, o arbitro del mio fato! Amami! Nessuno innanzi a te m’avea baciato gli occhi; niun Circasso dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla mia coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile. So che sorte mi attende: il padre e il fratello voglion vendermi a prezzo d’oro a un ricco cui aborrisco; ma supplicherò il padre e il fratello, e se non li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una forza irresistibile, soprannaturale, mi spinge verso di te; io t’amo, o gentil prigioniero, e l’anima mia è tutta tua....”
Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far motto, la appassionata giovinetta, e ascolta con un tetro presentimento quelle affettuose parole. L’immagine dei giorni andati gli si affaccia al pensiero, e oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto.... La vista di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza più che piombo. Finalmente confida alla pietosa le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le dice; “non son degno della tua bontà. Non perder meco i dì preziosi di gioventù; dona il cuore a uno che meriti di goderlo e che ti vendichi della mia freddezza. Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua bellezza, il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo privo di desideri e d’entusiasmo. Mira sulla mia fronte tutti gli indizi d’un infelice amore e d’una interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire le mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi prima, allorquando io credeva alla speranza e ai sogni del cuore? Ormai è troppo tardi. Io son morto alla felicità; tramontò per me l’astro del piacere; i miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce dell’amore....
”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto coll’indifferenza, le lacrime di due begli occhi con un gelido riso! Dura condizione quella d’un amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra donna fralle braccia d’una appassionata fanciulla!...
”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e immersa nella voluttà, lasci scorrere inosservato il tempo fugace, io, astratto, meditabondo, discerno innanzi a me, quasi in sogno, le sembianze della mia diletta; io la chiamo per nome; a lei mi appresso; non vedo, non sento più altro che lei: e mentre io giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non te, ma quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di lacrime l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna, e, senza di essa, l’anima mia è simile ad una vedova derelitta e tribolata....
”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce, le acerbe memorie, e il pianto che non puoi divider meco. Udisti le mie sciagure; dammi un amplesso e separiamoci. Dolore di donna poco dura; presto ti scorderai di me; sopravverrà la noia, e amerai di nuovo.”
La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse, col ciglio asciutto; il di lei sguardo torbido e immoto esprimeva un rimprovero; pallida come uno spettro essa tremava, e teneva la fredda mano impalmata in quella dello straniero; finalmente sfogò l’interno affanno in questo modo:
“O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per la vita prima di conoscere i tuoi casi? Poche notti la giovine circassa ha riposato nel tuo letto, e poche furono le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno esse mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi, o forestiero, lasciarmi nell’errore; potevi, tacendo, illudermi, e almeno pietosamente bearmi di finte carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante il tuo sonno irrequieto.... Non hai voluto. Ma chi è mai questa bella che adori? Tu ami, o Russo, e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio martíre....”
Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo della fanciulla. La rampogna venne meno sulla di lei bocca. Priva di sentimento, stretta alle ginocchia dello straniero, appena aveva essa la forza di trarre il fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra così parlolle: “Non piangere, o infelice! Anch’io provo gli oltraggi dell’avversa fortuna e i rigori dell’indifferenza. Amo, e non sono amato.... amo solo, soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra meteora che si dilegua nella valle deserta.... Morrò lontano dal lido a me caro; queste steppe mi saran sepoltura.... e il ferro di queste catene righerà le mie ossa esiliate....”
Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati di candida neve si illuminano dalla parte d’oriente, i due sventurati si separano in silenzio colla testa bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da quell’ora in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo intorno all’aúl. L’aurora succede all’aurora; la sera sussegue alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene. Se guizza una camoscia fra i burroni, se un daino balza fralle nebbie, egli scuote i suoi ceppi e mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen viene furtivamente ad assalire l’aúl, e a liberare i Russi ivi detenuti. Chiama.... ma nessun risponde, e non ode altro suono che il mormorío delle acque e lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare dell’uomo, si rintanano nelle loro buche.
Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei monti il grido di guerra circasso: i cavalli! i cavalli! Quindi un correre, un urlare confuso nell’accampamento, uno strascicar di bridoni, un nereggiar di burche, un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli.... tutto l’aúl parte per una spedizione. Gli indomiti alunni di Marte precipitano a guisa di cataratte dalle alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le opulenti campagne del Cubano.
Ma ora, l’aúl giace sepolto nel riposo. I cani vigilanti cucciano al sole davanti alle soglie; i bambini brunetti e nudi ruzzano e schiamazzano in libertà; i vecchi siedono attorno in crocchio venerando; il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali cantati dalle ragazze, e a quella melodia sembra loro di sentirsi ringiovanire.
CANZONE CIRCASSA.
I.
Regna il silenzio sulla steppa vasta;
Tace il Caucaso avvolto in velo bianco;
Dorme il Cosacco spensierato e stanco
Col capo chino sulla fulgid’asta.
Mira quell’onde, o amico, e quelle spume:
I Cecceneti scendono sul fiume.
II.
Va il Cosacco in barchetta per pescare,
Ma del lido non sa tutti i ripieghi.
Bada, o Cosacco, che tu non t’anneghi
Come un bambino che non sa notare
E che pur di varcare il rio presume:
Il Circasso t’aspetta in riva al fiume.
III.
In riva al fiumicel con lento passo
Van le fanciulle a coglier le viole,
O tesson qua e là gaie carole.
Scappate, o forosette! ecco il Circasso
Che rapir le ragazze ha per costume:
Il Circasso vi coglie in riva al fiume.
Così cantavano le verginelle. Seduto sulla sponda, il Russo macchinava la fuga; ma i ceppi suoi son gravi, il flutto è alto, la corrente è veloce. Frattanto la steppa s’imbruna, le cuspidi dei monti s’annebbiano; appena di quando in quando echeggia nelle valli la pedata di un corsiero; cessò il crocitar dell’aquila; i cervi riposano nelle boscaglie ombrose sull’orlo de’ fiumi; gli aúl s’addormentano, e il roseo barlume della luna riverbera sulle capanne bianche dei Circassi.
Il prigioniero ode in vicinanza un passo a lui ben noto: scorge un velo femminile che svolazza al vento: è dessa. Vacillante, smorta, la figlia del deserto non sa trovar sul labbro le parole; la mestizia adombra quei begli occhi, e i capelli le tremolano sciolti sul seno e sulle spalle. Nella destra stringe una lima, colla sinistra un pugnale; diresti che move a una congiura o a un assalto notturno. Fisa lo sguardo sullo straniero, e: “Fuggi!” gli grida: “fuggi! i Circassi non ti possono incontrare. Affréttati.... non perder l’ora propizia.... Togli questo pugnale; nessuno scoprirà la tua traccia nella caliginosa oscurità....”
Così dicendo, essa si prostra a terra, e con mano incerta si accinge a rompere gli anelli che gli accerchiano i piedi. Il ferro cigola sotto la lima mordace: una lacrima involontaria zampilla dal ciglio della giovinetta; la catena crepita, e si spezza. “Sei libero,” essa esclama; “fuggi!” Ma sul volto di lei trapela l’amore e il dolore che le straziano il petto. La brezza stridula gonfia e sbatte la di lei gonna. “O fida amica,” grida il Russo; “son tuo per la vita! son tuo fino al sepolcro. Abbandoniamo insieme queste atroci regioni; vientene meco....”
“Non mai, Russo, non mai....” interrompe essa, “il calice della vita è per me esausto. Ho provato tutto; ho gustato la felicità. Passò quel tempo; non ne riman vestigio.... Come! Tu ami una altra?... raggiungila, adorala; a che sospiro io così?... che dritto ho io ai tuoi affetti? Addio!... ogni istante del giorno io ti benedirò.... addio!... dimentica le mie torture, e porgimi la mano per l’ultima volta....”
Il prigioniero ebro di giubilo, aprendo ambo le braccia, ne circonda la bella Circassa, e con un lungo bacio di separazione, suggellano la sincerità del loro amore. Stretti in un melancolico amplesso, calano silenziosi verso la piaggia.... Ecco, già il Russo s’attuffa nel rio; già nuota e fa biancheggiar l’acqua intorno; già approda agli scogli opposti, già li agguanta e respira; ma, in quel punto, ode un tonfo e un lamento indistinto: s’arrampica sui balzi diroccati, e volge in giro la vista.... l’argentea spuma risplende sulla cresta dell’onda, ma la giovine Circassa non appare nè sul margine del fiume nè a piè del monte; tutto è muto.... Appena si sente l’alito di zeffiro fra i giunchi del lido; e già i vortici formatisi sull’acqua a poco a poco si cancellano nella corrente imbrillantata dalla luna.
Egli indovina l’accaduto. Dà uno estremo sguardo all’aúl circondato di siepi, ai prati ove menava a pascer le pecorelle, ai dirupi ove trascinava le sue catene, al ruscelletto ove si sdraiava a mezzogiorno, mentre il ruvido Circasso gorgheggiava sui monti un inno di libertà. Le dense tenebre incominciano a diradarsi; i primi albori lambiscono le cime; l’aurora spunta. Il prigioniero sprigionato calca il sentiero che conduce in Russia: già le baionette dei Cosacchi gli scintillano davanti fra le nebbie mattutine, e i soldati in vedetta sui poggi annunziano il suo arrivo.
Epilogo.
Così la Musa, leggiadra compagna delle mie ore d’ozio, si slanciava ai confini dell’Asia, e coglieva i fiori selvatici del Caucaso per farsene una ghirlanda. L’allettavan i bizzarri arredi di quella stirpe bellicosa, e più d’una fiata la bella Camena mi apparve in quell’acconciamento insolito. Addobbata in tal guisa, essa vagava sola intorno alle capanne abbandonate, e porgeva orecchio alle ballatelle delle fanciulle derelitte. Essa amava quelle tribù militari, quei Cosacchi baldanzosi e sempre all’erta, quei tumuli, quelle tombe, quei cavalli. Dea del canto e dei racconti, carca d’un tesoro di rimembranze, forse un dì fia ch’essa illustri le leggende antiche del Caucaso. Narrerà il gran duello di Mistislao; gl’inganni e l’empietà delle belle Georgiane che scannarono i Russi innamorati; celebrerà il glorioso istante in cui la nostra aquila bicipite oscurò colle ali il Caucaso sbigottito; quando il primo fulmine di guerra scoppiò sul Terek petroso, quando vi romoreggiò il primo tamburo russo, e quando l’audace Zizianof vi portò la strage.... Celebrerò le tue gesta eroiche, o Cotliarevschi flagello dei Circassi! Ovunque movevi le orme, cadevano, perivano le turbe, come mietute da inevitabil lue. — Ora, hai scinto la lama ultrice, hai fatto divorzio colla guerra. Screziato di nobili ferite, assaggi le delizie della domestica felicità e della pace, che pur ti grava e ti incresce.... Ma, ascoltate! l’Oriente grida: armi, armi!... Umilia la canuta fronte, sottoponti al giogo, o Caucaso! Ecco Ermolof. E il bèllico richiamo già cessa e tutto obbedisce al brando moscovita. Superbi figli del Caucaso, combatteste e foste esterminati; nè il vostro coraggio, nè le vostre loriche fatate, nè gli aspri monti, nè i veloci corridori, nè l’amore di quella vostra barbara indipendenza, bastò a salvarvi! Simili ai discendenti di Bati,[15] dimenticherete un giorno i vostri progenitori, ingentilirete i vostri costumi, e getterete via le vostre frecce crudeli. Il viandante potrà arrischiarsi senza timore nelle angustie ove ora vi postate in agguato; e la voce della tradizione tramanderà ai posteri la fama del vostro castigo.