CONFORTI D'UN VECCHIO AI VECCHI
«Per corta che sia la vita, la è sempre lunga abbastanza purchè buona e onesta.» Così filosofava Cicerone: ma fra i vecchi saranno sempre il maggior numero quelli che esclameranno umanamente col vecchio Goethe: «Amabile vita, dolce e cara abitudine d'esistere e di operare, dovrò rinunziarti?»
Mentre è di moda affettarsi già logori a 20 anni, sazj dei godimenti, disingannati dagli affetti, spogli delle illusioni: allorchè si avvicinano i 50 anni, tutti vorremo ricominciare, o almeno allungare il tempo tanto più, quanto più si sente che «giunta in sul pendio precipita l'età.»
Ebbene, consoliamoci al pensare che il nostro corso non è finito; che restiamo ancora in capitale d'alquanto di vita avvenire. «Quando uno ha 40 in 50 anni, faccia conto d'essere a mezzo del suo cammino.» Lo diceva il famoso longevo veneziano Luigi Cornaro; lo ripeterono Buffon e Haller; lo sostenne testè con raziocinj e con argomenti il signor Fleurens, segretario dell'Accademia delle Scienze di Parigi, in un curioso, se non profondo libro, Della longevità umana e della quantità di vita sul globo (Paris 1855), «Son quindici anni (dic'egli) ch'io continuo ricerche sulla legge filosofica della durata della vita dell'uomo e in alcuni animali domestici, e la risultanza più precisa è, che normalmente essa va ad un secolo.»
Così fosse! ma per intenderci bisogna distinguere la vita media, la vita ordinaria, la naturale, la straordinaria.
La durata media della vita si ottiene (chi nol sa?) sommando gli anni di molti individui, e dividendo la somma pel numero di questi; sicchè vi vanno comprese tutte le malattie, tutte le accidentalità.
Benoiston de Chateauneuf per 14 anni calcolò la durata della vita sopra 14 milioni di persone, morte fra le rive del Mediterraneo e il mar Glaciale; e trascurando l'infanzia, in cui ne perisce il maggior numero, trovò che, ogni cento persone, più di 44 giungono a 30 anni; dai 30 anni ai 60 se ne perde un poco meno della metà: a 70 anni trovò ridotti a un terzo quelli che avevano tocco i 30; un decimo agli 80; ai 90 ne restava appena uno ogni 63.
Prendendo tutti i nati, anche quelli che respirarono un solo istante, si riconosce la vita media di 39 anni e 8 mesi: era di 28 anni e 9 mesi all'uscire del secolo passato: di 26 nel 600; di 17 nel 1400, chi voglia fidarsi delle statistiche: i legislatori romani, sopra il ruolo di popolazione tenuto per mille anni da Servio Tullio fin a Giustiniano, stabilirono la durata media a 30 anni.
Le probabilità del vivere sono dunque di 39 anni e 8 mesi pel bambino; ma crescono rapidamente: e a quattro anni già arrivano a 49 anni e 4 mesi: poi decrescono: ai venti sono di 40 e 3 mesi: ai trenta di 34 e un mese; ai quaranta di 27 e mezzo; ai cinquanta di 20 e 5 mesi; ai sessanta di 14 e 3 mesi; chi ha settant'anni può sperarne ancora 8 e 8 mesi; chi ottanta, 4 anni e 8 mesi; chi novanta, 21 mesi.
A ciò riescono i calcoli del Deparcieux, sopra i quali si stabiliscono i contratti vitalizj e le tontine. Cosa mortificante il doverci riportare ai computi dei Belgi e dei Francesi; perocchè non possediamo nessuno studio siffatto in Italia, benchè non pochi si ostentino cultori della statistica e, ciò che farebbe più al caso, della statistica medica. Eppure tale studio sarebbe più desiderabile, perchè varia la durata secondo i paesi, e mentre la media in Inghilterra supera i 38 anni, in Francia sta ai 30, a Napoli a 31 anno e 7 mesi, in Sassonia appena a 29.
La varietà sentesi ben maggiore quanto ai longevi, e mentre in Francia, sopra mille nati, 364 toccano i 60 anni, soli 272 nel Belgio e 91 a Vienna, ove poi soli 14 giungono agli 80, mentre in Inghilterra vi giungono 74, in Francia 80. Quei che compiono i 60 anni, per lo più raggiungono i 65, e in generale vi ha un centenario ogni diecimila nati.
Fu poc'anzi pubblicata, in superba edizione, la statistica della Francia, e ne raccogliamo, per ciò che concerne il nostro argomento, che sopra i 35,783,170 abitanti di quello Stato si hanno:
| Uomini | Donne | In tutto | |
|---|---|---|---|
| fino ai 25 anni | 8,316,651 | 8,195,052 | 16,511,703 |
| dai 25 ai 55 anni | 7,265,630 | 7,208,780 | 14,474,410 |
| dopo i 56 anni | 2,194,731 | 2,572,683 | 4,767,414 |
| d'età non provata | 17,952 | 11,691 | 29,643 |
Dal che risulta che, di 100 persone, 46 appartengono all'età dell'incremento: 41 all'adulta: 13 al decremento, al quale meno di un settimo della popolazione arriverebbe.
Fra questi le femmine stanno agli uomini come 14,30 a 12,33; e in generale la vita media delle donne è alquanto più protratta da per tutto, ma sono di più i maschi che raggiungono età straordinarie.
Secondo il censo della popolazione della Gran Bretagna nel 1851, dei 21 milioni d'abitanti del regno unito, mezzo milione oltrepassarono i sessant'anni; più di 129,000 raggiunsero gli ottanta: circa diecimila di novanta: 319 passarono i cento.
La longevità dei patriarchi appartiene al miracolo: nè qui è il luogo d'esporre i sistemi con cui vuolsi ragionarla o spiegarla. Certo dopo Abramo, vissuto 175 anni, entriamo in vite più normali; Giacobbe ha 145 anni, Sara 127; Mosè 120; Giosuè 110 anni, poi Eliseo 100; 90 Elia, Antioco Epifane compare con 149 anni, ma sull'età di questo straniero può revocarsi in dubbio la fede del libro dei Macabei.
Molti illustri greci vissero assai: Epimenide di Creta 153 anni, Gorgia Leontino 107, Democrito 109, Xenofilo musicante 105, Isocrate retore e Zenone stoico quasi un secolo, come il panteista Xenofane, e Apollonio Tianeo taumaturgo, e Terenzio Varrone storico a Roma e quivi.
Ctesibio avea 124 anni quando passeggiando morì: 103 la Terenzia di Cicerone: 115 Claudia moglie di Ofilio; di 100 l'attrice Luceja recitò: di 104 Galeria Copiola salì la scena per la guarigione d'Augusto, 91 anno dopo la prima comparsa.
Nel censimento fatto sotto Claudio imperatore, un tal Fullonio di Bologna attestò d'avere 130 anni; e in quello sotto Vespasiano si trovarono a Parma tre uomini di 120 anni, uno di 130: a Piacenza uno di 150, uno di 131, quattro di 120, sei di 110; e nella Gallia Cisalpina, cioè fra l'Appennino e il Po, cinquantaquattro di 100, due di 125, quattro di 130 o 137, tre di 140; a Faenza una donna di 132, a Rimini un Marco Aponio di 150.
È bizzarro; ma il vediamo tuttodì, come campino a lungo i guerrieri, e l'antichità abbonda d'esempi; Perpenna giunse ai 98 anni, Valerio Corvino ai 100, e ne corsero 49 fra il primo e il secondo suo consolato.
Ognuno ricorda la longevità degli eremiti del medioevo, in mezzo alle astinenze, ma con quella calma che tutto rimette al Signor Iddio.
Chi crollasse il capo sopra i numeri antichi, gli ricorderemo che il celebre medico e filosofo Haller raccolse copiosi esempj di vite diuturne, e ne conta più di mille di là dai 110 anni; sessanta dai 110 ai 120: ventinove dai 120 ai 130: quindici dai 130 ai 140: sei dai 140 ai 150: uno di 169. Tommaso Giannotti Rangoni nel 1550 dedicò a Giulio III un'opera Dell'allungar la vita oltre i 120 anni, dove molti annovera che a quell'età pervennero, fra quali san Romualdo anacoreta ravegnano; l'autore non ne visse che 84, Lejuncourt fece una Gallerie de Centenaires, poco esatta come sogliono essere tali compilazioni sistematiche, dando la vita di 120 persone che oltrepassarono i 120 anni.
Harvey il famoso scopritore o divulgatore della circolazione del sangue, attesta che Carlo II re d'Inghilterra nel 1635 chiamò a sè Tommaso Parre, povero paesano di Alberbury, ch'era nato nel 1483, e aveva veduto dieci re. Venuto, mangiò più del solito, e morì: morì dunque di malattia accidentale a 152 anni, e l'autopsia mostrò sani tutti i suoi visceri, e non ossificate le cartilagini sternali.
Al 19 gennajo 1710 moriva nella diocesi di Bruges il contadino Giovanni Mansard di 110 anni: aveva avuto dieci mogli: l'ultima sposò di 99 anni, e due anni dopo n'ebbe un figliuolo.
Nel 1750 Carlo Czartin ungherese morì di 172 anni e poco prima di sua moglie di 164: il loro figlio ne visse 158: Pietro Rogwin, 185: Giuseppe Sarrington in Norvegia del 1795 moriva di 160 anni, avendo il figlio maggiore di 105 anni, e il minore di 45: cioè potè generare per 60 anni.
Nel secolo scorso in Inghilterra morirono 49 dai 130 ai 175 anni: 4 a 138, 7 a 134, 2 a 146, 4 a 155, 1 a 159, 1 a 160, 1 a 168. 1 a 169, 1 a 175, 1338 passarono i 120.
Draper, nel recente lavoro Duration of human life, recava dalle recenti statistiche inglesi, una Margherita Patten di 130, un Tommaso Parr di 152, un Giovanni Room di 172, un Pietro Torton di 185.
Al congresso delle scienze morali a Edimburgo nel 1863 fu annunziato che, nel secolo corrente, in Iscozia da 1800 a 2000 persone erano campate centenarie. Nel 1862 morirono più che centenari la vedova Villart e Neofito Metaxas arcivescovo d'Atene; una Maria Viassenga italiana in Algeria di 103 anni, a Urrugue Manuella Suhasti di 108, un altro dell'età stessa a Prats, nell'ospizio dove viveva un uomo di 110, e un Pietro Merville morì di 116: tutti questi presso Bajona; a Biaritz Maria Biella nata nel 1754, nel Calvados Maria Tesson di 107 anni, a Pantou nelle Lande Maria Castelnau di 110, in Irlanda un contadino di 112.
Ne' conti del 1861, Madrid appare come la capitale che ha più vecchi, contando sol fra le donne una di 116, una di 111, una di 108, due di 102, una di 101, una di 100.
Negli Stati Uniti si decretò una pensione a quei avevano combattuto nella guerra dell'indipendenza, finita nel 1782. Or bene, nel censimento del 1865 se ne trovarono vivi ancora 24, di cui il più giovane avea 94 anni, tre ne aveano 100, uno 112, e tra tutti sommavano a 2439 anni.
Nel 1867 a Costantinopoli moriva la sultana di 130 anni: e presso Macerata, Santa Colombini di 109 anni. Oggi in Francia contano più di 500 persone nate prima del 1774. C'è una famiglia nel Cantone della Ferè ove padre, madre, il suocero e una zia sommano 401 anno: e i due vecchi presero quest'anno la licenza di caccia.
Nel febbrajo 1868 morì a Napoli un cacciatore dei Borboni di 102 anni, padre di 20 figliuoli, uno dei quali ha 80 anni.
La Svizzera contava dieci centenarj alla fine del 1860, sur una popolazione di 2,310,494 anime, dai 100 ai 102 anni, di cui 3 uomini e 7 donne; 547 persone dai 90 ai 100 anni, fra cui 256 uomini e 291 donne; 11,092 dagli 80 ai 90 anni, di cui 30,164 uomini e 30,598 donne, infine 738,989 dai 60 ai 70 anni, di cui 68,046 uomini e 70,943 donne. È dunque un totale di 211,400 rappresentanti del secolo scorso, in cui predomina per numero il sesso femminile.
E cento anni appunto sarebbero la vita completa, secondo Fleurens, il quale si fonda sull'analogia degli altri animali, la cui durata è il quintuplo dell'età dell'incremento, e questo è proporzionato alla gestione, e la gestione alla grandezza del corpo. Che se non tutti vi arrivano, si pensi che i più muojono di malattie, e pochissimi di vecchiaja. In quel tenore artificiale di vita che l'uomo si è fatto, ove il morale è più spesso malato che non il fisico, e il fisico malato più spesso che non sarebbe in abitudini serene, calme, costantemente e giudiziosamente laboriose, qual meraviglia se la sanità va scompigliata? se una vita di timori, di rancori, di litigi, mena a morir d'amarezza?
Però la vita normale non procede tutta omogenea e seguente, come il moto d'un oriuolo; ha le sue accelerazioni e le sue pose; le epoche organiche e le critiche, come direbbero i Sansimoniani.
Ippocrate stabiliva i periodi della vita di 7 in 7 anni fino ai 70; di là dei quali un filosofo ne aggiunse due altri fino agli 84, dopo di che non se ne terrebbe più conto, come al guidatore di cocchi quando oltrepassa la meta nel circo.
Varrone distinse la vita in cinque periodi, terminati ai 15, 30, 45, 60 e 75 anni, da essi deducendo i nomi de' pueri, adolescentes, juvenes, seniores, senes.
Al censimento della Gran Bretagna testè accennato è anteposta una relazione, dove si fissa la vita a cent'anni, divisa in 5 periodi di 20. Il primo comprende l'infanzia e l'adolescenza: il corpo cresce, lo spirito si forma, i costumi si regolano, s'acquistano il linguaggio e le cognizioni e le tradizioni dell'umanità; verso la fine appajono sentimenti generosi, la passione, l'entusiasmo; talvolta il delitto.
Il secondo è dell'età matura, avente il colmo ai 30 anni: età della forza, della poesia, dell'invenzione, del bello; si va soldati, si diviene operaj, si mette casa, e si ottiene il dolce nome di padre; mentre i malvagi rompono alla passione, al delitto, alle follie più terribili, alle malattie più perniciose.
Nel terzo ventennio, dai 40 ai 60, gli uomini diventano eminenti, ciascuno nella propria professione: le spese sostenute per l'istruzione recano frutto; il carattere d'uomo fatto ci procaccia confidenza: l'esperienza come l'ingegno permettono di trattare gli interessi più vivi della società. I figliuoli nostri son già uomini; ci crescono attorno gli edifizj da noi fondati, gli alberi da noi piantati, le vigne e i campi da noi dissodati; l'operajo diviene capo di fabbrica, e dirige gli stabilimenti ove prima era apprendista: è l'età della maggiore intelligenza, in cui si fanno le leggi, si pronunziano i giudizj, si scrivono opere per l'immortalità.
Dai 60 agli 80 può considerarsi come il periodo della vita completa. Il soldato lasciò per sempre il campo; l'operajo e il contadino lavorano parcamente; passò il tempo della forza, ma a misura che la civiltà cresce, questi uomini non vengono più rejetti, anzi espettano onori e ricompense. Il negoziante arricchì; il manufattore diede il proprio nome alla fabbrica; il campagnuolo coglie i frutti de' suoi miglioramenti: il dotto, il medico, il giudice, il prete esercitano alte dignità; l'esperienza corona l'integrità: il merito viene inchinato senza invidia; il padrefamiglia è circondato dall'omaggio de' suoi figliuoli, divenuti padri anch'essi. Come la vita buona allora s'attornia di qualcosa di divino, così la malvagia merita gli epiteti che la paura e l'orror popolare crearono per disprezzarla.
Fra gli 80 e i 100 i sensi divengono ottusi; i colori ci si sbiadiscono: le forme, i contorni non si scorgono più nettamente: la voce umana prende somiglianza d'un roco mormorare: il sentimento della vita, le memorie degli anni trascorsi dileguano per sempre. Come una lampada al mancar dell'alimento, la vita dell'uomo arde incerta e singhiozzante, finchè si estingue.
Così lo statista inglese. Al contrario il suddetto Fleurens divide la vita in due stadj eguali: di aumento l'una, di decremento l'altra; e ciascuna in due altri; donde le quattro età dell'infanzia, della gioventù, della virilità, della vecchiaja: ognuna delle quali ancora partesi in due, essendovi una prima e una seconda infanzia, e così via.
La prima infanzia va dalla nascita ai 10 anni, la seconda o adolescenza, dai 10 ai 20; la prima gioventù fino ai 30, la seconda ai 40: dai 40 ai 55 la prima virilità, la seconda da 55 ai 65: allora comincia la prima vecchiaja che stendesi fino agli 85, cui segue la seconda ed estrema.
La prima infanzia è il periodo della dentizione. L'incremento delle ossa dura fino ai 20 anni, quando si congiungono alle loro epifesi, onde si finisce di ingrandire. Tiriamo la gioventù fino ai 40, quando il corpo cessa di crescere in grossezza; grossezza organica io dico, non già l'accumulamento di adipe, ch'è indipendente dall'età. Pure prosegue ancora un lavoro interno profondo, sopra il tessuto intimo delle parti, che le rende più sode, più compiute; e questo si fa dai 40 ai 50, e più o meno si protrae fino ai 65 o 70.
Qui comincia la vecchiaja; ma qual è il carattere che la rivela fisiologicamente?
Gli antichi fisiologi non aveano torto di distinguere nei nostri organi, per dir così, due provisioni di forza: l'una in potenza, l'altra in atto; questa adoperata, quella tenuta in riserva.
Nella gioventù abbondano le forze in riserva, e appunto la diminuzione di queste caratterizza la vecchiaja. Fin tanto che i vecchi adoperano soltanto le forze attive, poco si accorgono d'aver nulla perduto; oltrepassano quel limite? eccoli stracchi, esausti; si avvedono di non aver più la riserva soprabbondante.
L'uomo vuole anzi tutto la sanità; giacchè Non vivere est vita, sed valere: dappoi una lunga vita: e giacchè desidera questi beni, giova persuadergli che in parte dipendono da lui.
Gli antichi cercarono la longevità coll'esercizio ginnastico; nel medioevo, cogli elisir di lunga vita, e il più insigne alchimista, Paracelso, proponeva che lunga fosse quella soltanto che va dai 900 ai 1000 anni.
A canto ad un vecchio collocar qualche persona robusta, dalla cui vitalità si rifornisca, fu una cura praticata da David re, e suggerita non solo da Galeno e da Paolo d'Egina, ma fin da Boerhaave. Altri, con crudeltà meno mascherata, proposero di trasfondere nelle vene dei vecchi un sangue men depauperato: Bacone, il legislatore dell'esperienza, prescriveva un composto di oro, perle, gemme, ambra, bezoar, Hufeland, un regime abituale, secondo cui istituiva come scienza particolare la macrobiotica. Nell'età filosofistica, ove non si credeva più a Dio, trovarono dei creduli e Mesmer col suo tinozzo magnetico, e Cagliostro col suo elisir di lunga vita, e il conte di Saint-Germain che si ricordava d'aver assistito alle nozze di Cana, traversato Roncisvalle con Carlo Magno, anzi conosciuti di vista il peloso Esaù e la rejetta Agar.
Oggi ai farmachi non si pensa più; nulla si ripromette da specifici; molto si crede ai metodi, e massime se questi non si ostentino con ciarlanteria. Nè ciarlanteria sarà il dire che la prima cosa per arrivare ben innanzi nella vecchiaja è il non averne paura.
Invecchiare senza che il fisico ne scapiti è impossibile; ma ne vantaggia il morale, e questo è il lato bello della vecchiezza. Dicesi che i vecchi perdono il gusto dell'occuparsi; non sarà duopo andar lontano per trovare esempi del contrario, per rimontare a quel vecchio imperator romano che, la notte che morì, alle sentinelle diede per parola d'ordine, Lavoriamo.
Consola il leggere in Cicerone celebrati i vantaggi della vecchiaja con sentimento vero, con abbondanza, con splendore. Luigi Cornaro, che diceva, «La miglior medicina è la vita ordinata,» a 95 anni scriveva: — Io son così sano, allegro e contento, che mangio con appettito, dormo quietamente; i miei sensi son tutti nella loro bontà e perfezione:» e godeva ancora di potere giovar alla sua Venezia, insegnandole a frenar il mare cogli argini, e ridurre a coltivazione campagne paludose, e fortificarsi contro i nemici.
Quant'altre belle cose potrebbero trarsi dal Lessio e da altri che filosofarono intorno alla vecchiaja!
Al dotto Fontenelle, di 95 anni, taluno domandava quali fossero i venti anni di sua vita che più ribramava: rispose che poche cose ribramava, però l'età dov'era stato più felice era dai 55 ai 75 anni; a 55 anni la fortuna è stabilita, fatta la reputazione, ottenuta la considerazione, fisso lo stato della vita, svanite o contentate le pretensioni, incarnati o dissipati i progetti, soddisfatte o raffreddite le passioni; quasi compiuto l'ordito dei lavori che ciascuno deve alla società; meno nemici, o piuttosto meno individui nocevoli, perchè il contrappeso del merito è imposto dalla voce pubblica.
Buffon, che qualche volta irrorava l'aridità di filosofista con assecondare il cuore, a 70 anni scriveva: — La vecchiezza è un pregiudizio, dovuto all'aritmetica; gli animali che non san computare, non s'accorgono d'invecchiare.» E prosegue: — Ogni giorno che io mi alzo in buona salute, non ho il godimento di questa giornata pieno e presente quanto il vostro? Se conformo i moti, gli appettiti, i desiderj miei ai soli impulsi della sapiente natura, non son io savio al pari, e meglio contento di voi? La vista del passato, che cagiona rammarico ai vecchi insensati, non mi offre ella godimenti di reminiscenze, quadri giocondi, immagini graziose, da valer ben più che gli oggetti di piacere? Perocchè dolci sono tali immaginazioni; son pure; nè recano all'anima che un soave ricordo; le irrequietudini, le amarezze, tutta la funesta coorte che accompagna i vostri godimenti di gioventù spariscono dal quadro che me li riproduce; sparir deve anche il repetìo, ch'è l'ultimo lancio di quella pazza vanità che mai non invecchia.»
Dicesi che i vecchi pensano solo al presente e a sè stessi: ma quanti invece s'affaticano a «inserir piante, di cui i nipoti corranno i frutti!» Dicesi che mancano d'immaginativa. Se fosse anche vero, ne li redime la ragione. — Il vecchio (dice il medico filosofo Reveillé-Paris in un libro sulla vecchiaja che, insieme con quello di Cicerone, merita di divenir il manuale di noi vecchi) sorride talora, ride ben di rado. La bontà, che è la grazia della vecchiaja, trovasi spesso sotto apparenze gravi e severe: giacchè la prima vien dal cuore, e le seconde dall'essere fisico, ch'è indebolito. La pazienza è il privilegio della vecchiaja. Un gran vantaggio dell'uomo che visse è il saper aspettare. Nel vecchio ogni cosa è sottomessa alla riflessione.»
Ben detto! e in fatto lo spirito ha due moventi: l'attenzione e la riflessione. Ne' giovani l'attenzione viva, mobile, sempre affrettata, diffondesi su tutto; ma la riflessione difetta. Negli uomini maturi l'attenzione e la riflessione si dan mano, donde la forza loro. Nei vecchi l'attenzione sfugge, cresce la riflessione; il cuore umano si ritorce sopra sè stesso, e si conosce meglio; alla freschezza, alla grazia, allo slancio si surrogano la solidità, l'elevazione, la ponderatezza: perdonsi le illusioni ottiche, s'acquista la verità; s'impara a conoscere il pregio del tempo e a meno esigere dalla vita.
Ma la vecchiaja ha bisogno anch'essa di regole: e un dottore filosofo mi detta le seguenti, ancor più filosofiche che mediche:
I. Sapere invecchiare, e saper che s'invecchia.
II. Ben conoscere sè stessi, e non pretendere dal corpo e dallo spirito più di quel che possono dare.
III. Disporre convenientemente la vita abituale. Il corpo, non men dello spirito, obbedisce alla legge suprema dell'abitudine. Convien dunque conservare le abitudini che si contrassero, per quanto il comporta la natura. L'accordo delle buone abitudini fisiche forma la salute, come forma la felicità l'accordo delle buone abitudini morali: e i vecchi, che fanno tutti giorni la stessa cosa, colla stessa moderazione, collo stesso gusto, vivono sempre.
IV. Evitare gli eccessi di qualunque sieno natura, chè ben riflette Rivarol che, quando si è giovani, bastano tre giorni di riserbo per riparare tre mesi di disordine; quando si è vecchi, a pena tre mesi di astinenza rimediano a tre giorni di disordini.
V. Combatter le malattie all'origine: regola più importante ai vecchi, perchè non abbiamo più quelle tali forze di riserva che accennammo.
VI. Convincersi che alcuni incomodi sono inseparabili dall'età, e che bisogna pure che per qualche organo cominci a sfasciarsi la macchina; tollerar dunque in vecchiaja alcuni mali, come se ne tollerarono altri proprj della gioventù. Troppo noto è l'epitaffio di quel veneziano. — Stavo bene, e per voler star meglio, sono qua:» e un medico, pochi anni fa, illustre nel nostro paese, allorchè qualche persona attempata lo consultava su alcun suo acciacco, le diceva: — Lo tenga molto dacconto: procuri di conservarlo per molti anni ancora: e badi che, col voler cacciare questo male, non se ne vada con esso qualche gran bene.»
VII. Mettersi in mente di viver tutta la vita, ma non di là della vita. Cioè allontanare le cause di morte e di malattia, ma non pretender di vincere la legge di natura: v'ha di molti che muojono della paura di morire, mentre invece vuolsi prender la vecchiaja saviamente, ma con ardire e serenità.
VIII. Schivare le gruccie, ma adoperare il bastone, cioè non ismettere l'attività, Touqueville scriveva alla signora Schwetcine: — Lo sforzo fuor di sè, e ancor più in sè, è necessario quanto più s'invecchia. Paragono l'uomo a un viandante che cammina incessantemente verso un paese sempre più freddo, sicchè deve muoversi di più quanto più avanza. La gran malattia dell'anima è il freddo. E per combatterlo bisogna non solo mantener vivo il movimento dello spirito col lavoro, ma anche il contatto de' suoi simili e degli affari. In vecchiaja principalmente non è più permesso viver solo di ciò che s'è acquistato, ma bisogna sforzarsi di acquistar altro; e invece di riposarsi sopra le idee di cui ci troveremmo ben tosto assopiti e sepolti, mettere sempre in contatto e in lotta le idee che si addottano con quelle che suggerisce lo stato della società e delle opinioni al tempo ove si arrivò.» Infatti l'uomo non è soltanto corpo; ed oltre la natura fisica, vi ha quel non so che d'indefinibile, che ci contenteremo di chiamare forza vitale. La solitudine, l'isolamento sono funesti alla vecchiaja, che non può trarre da sè medesima que' conforti dello spirito e del cuore che abbondano alla gioventù; ha bisogno anzi d'occupazioni, d'affari, di consigli, per mettere a profitto la propria esperienza, per dimenticare i disamorevoli disinganni e le meste lezioni dell'età, e conservare i pensieri benevoli. Qual lieto spettacolo non è trovare in un vecchio la placidezza nell'azione; quell'impero sovra sè stesso che si assoda a misura che si ottende la passione; quell'assiduità laboriosa nel culto della dottrina; quell'indipendenza onorevole che vien limitata solo da doveri volontarj; quella mansuetudine nell'austerità di non importuni consigli; quell'affabilità che concilia la clientela dei giovani serj e pensanti; quella facilità indulgente per gli errori altrui, quando se n'ha men bisogno pei proprj: quella soddisfazione di dominare soltanto coll'autorità d'una lunga esperienza, e di mettere a profitto altrui un fondo inesausto di ricordi, di esperienza, di buoni consigli, di gravi e sobrj insegnamenti!
Oh, in tal caso la vecchiaja reca più guadagno nel morale che perdita nel fisico. Ma per conseguirla siffatta, non bastano le rughe e le canizie, come all'autorità del magistrato non bastano la divisa e gli uscieri, come alla nobiltà non bastano gli stemmi e genealogie. Bensì vuolsi quella dignità, che deriva da una gioventù ben condotta, da abitudini sane, da un tesoro di sensazioni e di pensieri accumulati in gioventù da quel patrimonio di affetti, di cui lasceremo l'eredità: da una dolcezza, che supplisce alla perdita degli altri vezzi del corpo e della conversazione; da una tolleranza, che ricopre anzichè snudare i difetti altrui, e vi trova una scusa quand'anche non possa darne una ragione; che però se trasvola alle debolezze, mai non transige col vizio e colla viltà.
Insomma se non vogliamo che la vecchiaja sia un peso facciamone una dignità. A questo modo guarderemo serenamente il lento spegnersi della vita, come il tramonto d'una giornata d'autunno, consumata a riporre il ricolto; e nella fiducia che al suo termine ce ne sorriderà una che non conosce nè vespro nè sera.
1856.
NOTA.
È uscita nel 1867 un'opera d'un insigne fisiologo, il dottore Schröder, professore all'università di Utrecht, dove, parlando de' rapporti dell'anima col corpo, ragiona che, se il corpo e l'anima fossero la cosa stessa, se la ragione, l'intelletto, la vita morale fossero prodotti di forze materiali, la loro energia dovrebbe esser proporzionale a queste: mentre è il contrario.
— È un inganno il non veder nel vecchio che un uomo logoro, ottuso, fiacco, gelato. La vecchiaja ha i suoi malanni, ma spesso sono gli amari frutti della vita passata. Non bisogna dipinger la vecchiaja sotto la figura d'un vecchio infermo, come non rappresenterebbe la gioventù un giovane tisico, perchè l'etisia s'incontra principalmente fra i giovani... Le pretese miserie della vecchiaja sono il risultato d'una disposizione sapiente e armonica... Ciò che distingue il vecchio è l'esser meno influenzato dal mondo esteriore, e meno operar all'esterno. Non ha più la vivacità del giovane, nè la forza dell'adulto: ottusi gli organi de' sensi, affievoliti i muscoli, le impressioni esterne operano men vivamente su lui; non può nè desidera prender parte alla vita attiva del giovane; cerca silenzio e riposo. A misura che le pulsazioni del suo cuore s'allentano, e il sistema nervoso s'indebolisce, va men soggetto alle passioni: la ragione, più fredda e calma; il giudizio maturato dall'esperienza prevalgono: men s'attacca alle cose esterne; svanisce nella memoria dei fatti ordinari della vita, ma conserva le rimembranze giovanili: di rado s'affeziona a qualcosa di nuovo.
«Le forze diminuiscono, non l'intelligenza. Spesso i capelli bianchi ombreggiano un'intelligenza splendida; sempre alla vecchiaja si attribuì la saviezza e il giudizio. Mal si cercherebbe dietro al gelo del viso un rigido verno; arde ancora di dentro quel fuoco che già sfavillava di fuori: l'io superiore non si fiacca se non quando il corpo diviene fragile e stecchito.
Il vecchio sa per esperienza quanto tutto è passeggero, onde s'appiglia fortemente a ciò che gli pare fisso e durevole: negli ultimi anni, il sentimento della verità del dovere, della virtù della religione vanno crescendo. Prende parte a una decente allegria fra amici, ma in generale è serio, concentrato. I suoi figliuoli son divenuti grandi e indipendenti; quasi tutti abbandonarono la casa. La gioventù viva e spiritosa allontanasi naturalmente da lui, correndo dietro alle distrazioni, gli amici suoi morirono quasi tutti, e la generazione che segue ha meno simpatie con lui, perchè allevata in nuove idee. Laonde egli vive di passato e d'avvenire... Lo scopo costante d'una vita ben adoprata è raggiunto: ha vinto le sue passioni, e gode ora della sua vittoria. Riguardando alla vita trascorsa, sentesi pieno di riconoscenza verso l'Eterno sovranamente buono, che lo condusse alla meta fra tanti benefizj. Il pensiero della vicina sua fine ne eccita i sentimenti religiosi. È convinto che l'interna voce, che mai non cessò affatto d'udire, è reale, onde guarda l'avvenire con calma e confidenza.
«Da quest'aspetto la vecchiaja non è una fine compassionevole, ma la corona della vita umana; essa dà all'uomo la vera libertà. Il corpo invecchiò, non arrestossi lo svolgimento dello spirito.»