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Racconti storici e morali

Chapter 29: IL LETTERATO
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About This Book

This collection features a series of historical and moral tales that explore various themes, including the struggles of individuals against societal norms and personal challenges. The narratives range from the adventures of a pacifist in wartime to reflections on notable historical figures and events. Each story delves into the human experience, examining virtues, vices, and the moral dilemmas faced by characters. The work is structured to provide both entertainment and moral lessons, inviting readers to reflect on the complexities of life and the lessons that can be drawn from history.

IL LETTERATO

Chi vorrà una volta, o colla sentita meditazione del romanzo, o colla potente vita del dramma, o colla profonda leggerezza dell'umorista, rivelarci al vivo la condizione singolare dell'uom di lettere nel nostro piccolo mondo? Essere, la cui sensività fu raffinata dagli studj, chiamati per questo umani; coll'ingegno e la coltura mira a conquistare nella società quel posto decoroso, che ad altri preparano la nascita, le ricchezze, le raccomandazioni; nel conflitto ha bisogno di forza, e la trae dalla convinzione e da una certa fidanza in sè, la quale può prendere l'apparenza, e talvolta anche la natura di superbia. Viene nel mondo coll'idea di giovarlo o almeno dilettarlo: e il mondo l'accarezza e lo strapazza, l'assume strumento alle sue gioje e bersaglio alle sue malignità. I maestri, e quei che lo precedettero nel faticoso cammino, lo incoraggiano fino al momento che dalla palestra non esca sull'arena; gl'imperaticci suoi, i primi versi, i primi racconti, i primi articoli suoi, sono un trionfo. — Chi di noi al suo cominciamento non udì una lode da quelli che poi sempre si sarebbero guardati dal dirci una parola di cortesia?

Ma ben presto anche i maestri gli diventano nemici come i colleghi, e colla folla spettatrice non sanno se non avvertire ogni passo in falso, ogni movimento men grazioso, ogni botta, ogni ferita contro l'arte; i coevi lo invidiano, quando ancora i maggiori lo disdegnano; ne' suoi impeti di nobile e generosa ispirazione egli non trova una parola simpatica che l'incoraggi; nell'ora del dubbio non un consiglio che lo avvii; ne' passi scabrosi non una mano amica che lo sorregga; sentesi solo, non inteso in una società ch'egli deve frequentare per non essere eccentrico, e schivare per non divenire ozioso o vano.

Povero letterato! Un attore, che si presenti sul teatro, sa come può piacere; urli, e non gli mancheranno applausi. La cantatrice, se ha robusto gorguzzule e passa il tetto colla possanza di trilli in cui non s'intenda verbo, è certa di ricevere trentamila lire per stagione. Sa la ballerina come gradire all'universalità: sa lo scultore, sa il pittore come s'abbagli e s'illuda: il povero letterato no. Egli si presenta a un pubblico, ove son tanti i giudizj quanti i cervelli, ed ogni cervello pretende che tutti gli altri pensino al modo suo; eppure due non se ne scontrerebbero, per gran ventura, che vedessero coll'occhio stesso. Chi dunque lo vuol a un modo, chi all'opposto; chi biasima la sentimentalità, chi trova disopportuna l'allegria; chi crede inutile la storia, chi dimostra falso genere il romanzo; chi grida morta la poesia, chi si ostina a canticchiare spose e dottori e principi; questi ama il periodo rotondo, cui l'altro torce il muso; uno vorrebbe il pretto Trecento, l'altro rifiuta ogni voce che non suoni viva sulle labbra e da queste nel cuore; chi vuol la lingua e lo stile ornati, fraseggianti, cortigiani; chi, al contrario, sdegna ciò che non va limpido, trasparente, secondo il cuore, ed

Où la semplicité n'est qu'un luxe de plus:

chi giurò di dir male di chiunque non ha la fortuna di esser morto; chi pretende non poter un autore avere merito se non compì i quarant'anni; chi vuole il nuovo, anche a costo di dar nello stravagante; chi abborre ogni novità quand'anche sia bella; chi, immobile come il dio Termine, minaccia agli arditi quelle catene che il pedantismo formò, che il pregiudizio rispetta, e che il genio non osa spezzare; chi invece, nel dar di cozzo alle troppo anguste barriere, urta e fracassa ogni limite di gusto e di ragione; chi vuol l'insulto del libertino, chi la santocchieria dell'ipocrita; chi vuol la letteratura diretta di continuo al bene sociale; chi fa le risa grasse alle parole di coscienza letteraria, di missione, d'apostolato.

Poi vengono i pericoli esterni, poi le necessità personali e patrie, poi i riguardi di tempo e di luogo. Adula i potenti? avrà gli applausi dei vili che son molti; ma se di mezzo a quella turba si leverà pur un guardo severo a dirgli — Tu rinneghi i fratelli», forse gli applausi e l'argento e i posti e le decorazioni gli torneranno in agro sapore. Sostengasi col decoro d'uomo che sente in sè memorie, orgogli, speranze, e vedrete il pubblico compassionare questi inesperti scribacchini così cattivi amministratori del fatto loro, e prendere uno in sospetto per la indecorata condizione in cui è e vuole rimanere per generosità; vedrete, se occorre, un infame sorgere ad infamarlo; e il pubblico illuminato, alle maligne insinuazioni o alle sguajate denunzie di tale a cui rifuggirebbero di stringer la mano, crederà, piuttosto che ad un'intera vita, immacolata alle prove del terrore e delle lusinghe. Foss'egli pure tanto dappoco da contentarsi della sguajata parte di buffone, anche là non troverebbe tutte rose, e fra gli sghignazzi della educatrice taverna e della congiurata malignità gli giungerebbe pure o lo schizzinoso dispetto di chi abborre questo acconciar le Muse da saltimbanco, o il severo dissenso di chi prova dolore e disdegno qualvolta vede nascere un nuovo nemico del bene e dell'operosità.

In un tempo, in cui la critica è reputata la faccenda più agevole del mondo, e siede a scranna chi appena sarebbe da tanto da vergar lettere in un cancello; e prima d'avere studiato, anzi perchè non ha studiato, elevasi a sputar sentenze, e arrogasi tutore e vindice del buon gusto, il povero autore casca in mano di chi, pretendendosi non solo pari, ma maestro, si introna giudice, non con ingegno libero, sciolto, attento, ma con pregiudicato, incolto, meschino; che crede genio la sfacciataggine di ripeter in iscritto il motto che altri lasciossi sfuggire di bocca nella conversazione famigliare, e franchezza il dir ad alta voce ciò che non osa il suo cauto dissimulato suggeritore: — tiranelli che, somiglianti al Turco, non vorrebbero vedersi attorno se non eunuchi, e cominciano il regno loro dal trucidare tutti i fratelli. Costoro, indispettiti ch'egli osi far meglio di loro, dopo che ne avran lodato il primo lavoro, s'affrettano poi a deprimere i successivi, e procurano delle sue ruine formar piedestallo a qualche nano ch'essi predestinano a fargli ombra.

Nè fra noi il letterato s'aspetti di trovare, come in Francia, un De Fontanes che proclami il sorgente Chateaubriand, o Chateaubriand che col suo voto credasi in dovere di proteggere i primi voli di Hugo o di Lamartine. Qui i re o i pretendenti della letteratura, ombrosi taceranno, o guarderanno con indifferenza l'affannoso dibattersi d'un novellino, costretto ad aprirsi da sè stesso la inesperta via tra bronchi d'ogni genere; e quantunque gli conoscano e cuore ed intelletto, non gli direbbero una sillaba di conforto, non soffogherebbero col nobile assenso i garriti della intollerante mediocrità.

Il povero letterato, venuto in campo con ottimo fondo e col cuore aperto alla benevolenza, nei petti che vorrebbe abbracciare non iscontrando altro che le punte repellenti della denigrazione e dell'ironia, è costretto a ritirar la mano stesa all'amplesso, isolarsi, bestemmiare, odiare, struggersi nella fame d'affetti e d'intelligenza.

La legge stessa che ad ogni cittadino garantisce, non solo sicurezza della vita, ma riguardi all'onore, tace pel povero letterato, che può vedersi bersaglio del primo cane che voglia addentargli le gambe, o della prima scimmia che tolga a contraffarlo; nè tampoco il galateo avrà voce, e le villanie che, dette ad un altro galantuomo, stomacherebbero la moltitudine, avventate a un letterato piacciono, garbeggiano; v'è chi non cerca altro se non la colonna del giornale ove ci abbia ingiurie; v'è chi si dà premura che di quest'ortiche non si patisca mai penuria; e siccome i fanciulli in piazza vanno in sollucchero al veder Pulcinella bastonare i fantocci di legno, così il colto pubblico di sè stesso s'esalta quando Bavio o Mevio, idrofobo o buffone, menano da ciechi sopra questo giocattolo del pubblico, che chiamasi il letterato.

Ma il letterato non ha la testa di legno; è uomo della specie più sensitiva; ha un onore, ha affetti, ha speranze; e l'assassino scurrile o rabbioso gli guasta tutto. Vedetelo! Persuaso d'aver fatto un poco di bene alla società, anche indipendentemente dalla lode sperata, ne gode tranquillo con alcun amico, colla donna una cui stretta di mano gli val meglio d'un premio; e con essi entra ad un crocchio dove ricrearsi quella sera dalle fatiche del giorno. Ed ecco cadergli sotto gli occhi un foglio, ove il suo lavoro è messo alla gogna. Oh! certo egli ha filosofia quanta basti per non curarlo: la venale malignità e l'ignoranza superba, che trapelano da tutti i pori dell'articolo, il fanno sentirsi immensamente superiore all'attacco: ha in pronto una ragione trionfante contro ognuno degli appunti; prova compiacenza del trovarsi scopo ad ira così abjetta, la cui coscienza sta nel comando o nella seduzione di chi s'adombra d'ogni lampo di generosità. Ma intanto ciascuno gli parla di quella censura o per sincero compatimento, o pel gusto di esacerbargli la ferita; se non altro, per dirgli che non vi badi. Domani, andando a far colazione alla bottega, quel caffè gli si inacidirà nel veder il noto foglio in mano d'un terzo, che ride del buffone e del beffato, e che vilipende questo coll'associargli il bassissimo nome di quello. Salendo alla cattedra, pensa che i suoi scolari han letto, hanno udito: ciò che più gli pesa, qualche galantuomo, di quelli che non sanno immaginare che uno ingiurii altri a quel modo senza provocazione, andrà fin a supporre che esso abbia in verun modo offeso o stimulato il petulante ringhioso, verso del quale pure non ebbe altro torto, che quello d'un innocente viandante, contro di cui s'avventi un mastino per mera febbre di far male, o un molosso aizzato dal proprio padrone.

Che fare? mettersi a declamar per le botteghe e per le piazze le sue difese?

Ma io parlo d'un letterato, non d'un cerretano.

Scriverle?

Ma ciò prolungherebbe l'inquietudine sua; poi il colto pubblico non legge le difese; e se anche giungano, è tardi, e non fanno che inciprignire le piaghe. Egli intanto erasi lusingato di aver dal librajo la commissione di tradur dal francese un'opera tedesca, per dieci lire al foglio; di ottener l'onore d'insegnare la grammatica in quella casa, in quel collegio; di diventare copialettere in quel banco, o correttore delle bozze in quella tipografia; avea sperato di vendere il suo libro, e col ricavo far una buona azione; di trovar chi facciasi editore ad un'opera a cui da tanto tempo lavora; di procurarsi i mezzi di comprare que' libri, di fare quel viaggio, necessario per compire quello studio. — Grazioso buffone! idrofobo gentile! state allegri: ci siete riusciti. Tu avevi detto, — Io voglio attraversargli quell'onore»; tu avevi promesso, — Farò tanto che lo balzeranno da quell'impiego»; tu eri stato pagato per disingannar l'Italia (credente ne' tuoi oracoli) sul merito di quel libro, non perchè lo disistimasse, ma perchè non lo comprasse: buffone grazioso, idrofobo gentile, si può senza coltello assaltare alla strada, e senza neppure il coraggio di Battista Scorlino o di Maino Spinetta. Rallegratevi con voi stessi, e con chi v'aizza o vi paga! Il pubblico fu divertito; non s'è fatto che straziare, spogliare, uccidere un letterato.

Sì, uccidere; uccidere a colpi di spillo o col fare il solletico; perchè io conosco giovani che andarono consunti sotto il peso d'un di questi legali assassinj; altri ne conosco che, non avendo quanta forza bastava per rimbalzare contro il colpo immeritato, s'abbandonarono fiaccamente, e nessuna cura ebbero maggiore che di sfruttare il proprio intelletto, e gettarsi a quell'inerzia che fa i cittadini tristi alle famiglie, inutili alla patria, ma che li pone sotto alla protezione della polizia e del galateo; protezione negata al letterato.

Questi sono dolori fraterni, domestici, nella tempestosa repubblica del sapere. Se poi il letterato entri nel mondo, già v'è la persuasione ch'e' sia un bizzarro, qualche cosa di mostruoso: non potrà lanciarsi a cordiali abbandoni: aspetteranno oracoli ad ogni parola, appunteranno ogni frase, vorranno ch'e' sia libero, ma alla misura loro; ch'e' sia spregiudicato, ma immerso a gola in tutte le loro superstizioni: un difettuccio suo lo predicheranno dai tetti; le sue virtù saranno o ignorate o taciute, bastando per ogni encomio e per un vitupero il dire: — Gli è un letterato».

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Questi puntolini, chi volesse sapere che cosa significano, sono un'altra delle disgrazie del letterato onesto, in questo ameno stivale, costretto a dire più d'una volta, Insipiens factus sum, vos me coegistis; dirlo cioè tra sè medesimo, e mandar giù stranguglioni quando glielo rinfacciano quelli che cianciano a baldanza, perchè sanno che la ragione vera e trionfale egli non può dirla; perchè sanno che gli fanno colpa di aver dovuto fermarsi davanti a quel precipizio, ov'essi medesimi gli avevano preparato il trabocchetto.

Ora quali ristori a tante miserie? Nessuno ch'io conosca.

— Devono essere alleggerite assai dall'abitudine», dicono. Benissimo; e in fatti io non parlai che de' principianti, a cui la ciurma può consolarsi d'essere ancora in tempo a cagionare non soltanto dispiaceri, ma vero danno. Però in cortesia ditemi, e gli adulti non hanno più sentimento? e portate meno compassione ad uno perchè son dieci anni e un mese che spasima di micrania? Jer da sera io dipingeva a una damina i patimenti d'una poverissima famiglia; fame, freddo, non pentola, non letto, non tetto; ed ella mi rispose: — Ci sono assuefatti».

Oh sì, il letterato adulto va più superiore, più sicuro di sè; ma conosce che il suo provocatore non imbocca la tromba della fama soltanto; e che, come criticargli il verso e il periodo, così può fargli ipotecare le opinioni e la persona. Sa, è vero, che la sua nazione e forse altre l'hanno conosciuto e lodato; ma s'avvera il caso di quegli illustri Pagani defunti, dei quali diceva sant'Agostino: — Ove non si trovano, son encomiati; ove si trovano, son bruciati». Ha tutti per partigiani, ma neppur uno per avvocato: onde, dopo che le passioni contemporanee gli bandirono guerra, e un vulgo patrizio e letterato, dall'abjettezza dell'anima propria argomentò quella di lui, le cui intenzioni non è capace d'elevarsi a comprendere nè ad indovinare il pensiero; il povero letterato dee ravvilupparsi in sè, come la biscia, intirizzito dal gelo dell'egoismo che trova d'intorno, e quivi, mettendo a schermo la testa se può, aspettare che all'ingiustizia presente succeda l'obblio avvenire.

1836.