GLI ARTIGIANI
S'aggrappino a due mani al passato quei meschini, per cui la letteratura è tuttavia nulla meglio che un nobile trastullo, l'occupazione degli ozj, occupata ella stessa in nulla meglio che vanità e frivolezze. Chi mira all'avvenire, volge al popolo la parola e il pensiero; e de' bisogni suoi, delle credenze, delle idee sue s'informa.
Quanti libri non ha già prodotto l'età nostra in Francia, in Inghilterra, in Germania per educazione, conforto, sollievo del popolo!.... — L'Italia è ben lontana da tale fecondità; e pur troppo non si conservò immune da quelle bevande arsenicali, che certi autori satiriaci stillano con infame abilità per solleticare le passioni del popolo, invelenirne i rancori, adularne i brutali istinti. Gli effetti ne apparvero, e il più sciagurato di tutti, l'offrire, se non ragione, almeno pretesto alle riazioni, il render sospetta la libertà, e diminuirne il legittimo uso per tema degli scellerati abusi.
E ben è a deplorare che oggi si corra volentieri a que' sozzi beveraggi, sgorganti dalle cloache parigine; e v'abbia editori e traduttori che li rimpastino per uso nostrale. La pubblica morale dovrebbe indignarsene, se ne' tempi di sovversione non fosse ancor più difficile conoscere il proprio dovere che l'adempirlo. Noi intanto, desiderosi di star piuttosto coi buoni e dir bene, accenneremo un libro, capitatoci appena testè alle mani, quantunque stampato prima che il titolo potesse parere d'occasione o di stimolo: Gli artigiani illustri[12]. Potrebbe pedantescamente chiamarsi il Plutarco degli artigiani, e l'accompagna quella nitidezza di stampa, quella vivacità di disegni che, se fu adoperata a stampe deletriche, ben è che venga adattata anche alle buone. Ma da noi... Via via; non istuzzichiamo un patriottismo così meschino, che si offende della verità, e stiamo all'opera in discorso.
Poichè non ci furono conservati i nomi di coloro che inventarono e migliorarono l'arte in quei secoli di tanta vita che l'ignoranza trascura e il pregiudizio vilipende, vo' dire il medioevo, dovette l'autore cominciar le sue storie del Rinascimento, e farne la prima parte; l'altra va dalla rivoluzione in poi.
Vien egli narrando succinto e con calore la storia degl'inventori o raffinatori di qualche arte; nel che, insieme col fabbro e col carpentiere appajono anche insigni nomi di scienziati che a tal servizio volsero l'ingegno, come Davy, Lavoisier, Réaumur, Papin, Franklin, anzi fino dei re, come Luigi XVI, che per passatempo faceva serrature e meridiane; Francesco I d'Austria che dipingeva stoviglie; Pietro il Grande che adoprò di buona lena la pialla e la scure.
Basta un'occhiata a questo lavoro per accertare che anche la bottega ha i suoi eroi: e noi, dalla bottega usciti, ci compiaciamo in quelli, quanto la nobile gente nelle prepotenze degli avi. Seguiamo dunque la storia di alcuno di questi, e prima discorriamo d'un'arte che, non è guari, fu ridestata fra noi.
— Un bel mattino di maggio del 1539 gli abitanti di Saintes restarono attoniti e indignati di vedere una nuova famiglia accasarsi fra loro; ma al sentimento inospitale, provato alla vista degli stranieri, succedette in breve l'ammirazione, udendo che Bernardo Palissy, capo della nuova famiglia, era celebre dipintore su vetro. Da quel momento agli stranieri vennero profuse cortesie ed atti di stima, e le mille piccole soperchierie ond'erano stati bersaglio nei primi giorni, sparirono per sempre.
Faceano circa due anni che Bernardo Palissy era stabilito a Saintes, quando, veduta una coppa di terra tornita e smaltata di somma bellezza, si accese d'ardentissimo desiderio di formar un vaso simile. Dominato da tal pensiero, abbandona la condizione che assicurava il vitto suo e de' suoi, e logora tutto il suo tempo a rimpastar terra, e coprirla d'una composizione diligentemente preparata. Pieno d'ansietà assiste alla cottura de' suoi smalti: ma i primi tentativi riescono indarno, e la miseria penetra nella sua casa. Non importa, egli combatte sempre; e giunge a recar qualche miglioramento alle sue preparazioni... Oggi soffre; la sua famiglia langue nell'inedia; domani la sua cassa non sarà forse tant'ampia da contenere tutto l'oro che la sua scoperta deve procurargli. Ma il domani giunge, e Bernardo Palissy non coglie alcun frutto migliore. Ogni giorno la sua abitazione risonava dei lamenti della sua donna, e spesso fino i suoi figliuoli s'univano alla madre per pregarlo in lagrime e a mani giunte a ripigliar il primo mestiere di pittore sul vetro, che gli porgerà il mezzo di viver tranquillo. Palissy ai rimproveri della moglie, alle preghiere de' figliuoli opponeva una volontà irremovibile e la coscienza dell'opera sua. Trascorrono vent'anni in questa condizione dolorosa, e Palissy persevera nel suo proposito. Beffatto, avuto per pazzo, sospetto di sortilegio e di falsa moneta, il suo corraggio non vacilla. Finalmente con una nuova combinazione crede esser riuscito, quando un vasajo ch'egli aveva preso con sè, l'abbandona all'improvviso, chiedendo il suo salario. Palissy, privo di credito, spogliato di tutto, è obbligato dargli in pagamento parte del proprj abiti. Abbandonato a sè, si rivolge al suo forno, che avea fabbricato nella cantina della casa ma ohimè! gli manca la legna. Che farci?.... Eppure nella cottura di questo nuovo saggio riposa l'ultima sua speranza. Corre dunque al giardino, strappa le pergole, brucia i pali, e tosto il forno è acceso.
Ma la fiamma langue e minaccia spegnersi, ed il calor del forno non è ancora intenso abbastanza. Allora Palissy, fuori di sè, vi butta dentro i mobili le porte, le finestre, perfino l'assito della sua camera; le lagrime, le suppliche della famiglia non possono arrestarlo; gli bisogna legna per alimentare il forno, e tutto quel che dà calore è irrevocabilmente sagrificato... Palissy è in ruina... Ma l'esito coronò i suoi sforzi! Un alto grido di gioja fa rintronar le vôlte della cantina, e rimbomba per tutta la casa; e quando la moglie di Palissy, scossa dallo strano grido, scende, trova il marito in piedi collo sguardo attonito fisso sopra un vaso di brillanti colori che tiene nelle mani.
Il genio dell'invenzione, per lungo tempo sordo alle ricerche di Palissy, aveva posto finalmente sul capo dell'artista la corona del premio; egli aveva in sè quella santa credenza che non s'inganna mai.
La fama della scoperta di Palissy non tardò a diffondersi, e la fortuna ritornò tra le sue pareti. Enrico III, lo chiamò a Parigi e gli diede abitazione nelle Tuillerie ed il brevetto d'inventore delle rustiche figurine del re.
Ma l'editto contro i Protestanti, pubblicato il 1559 da Enrico III, non risparmiò Palissy, che professando la religione riformata, fu trascinato alla Bastiglia, dove il 1589 terminò i suoi giorni. Enrico III andò a visitarlo nel carcere, dolendosi d'esser costretto a lasciarlo in mano a' suoi nemici.
— Voi mi diceste più volte, sire (rispose Palissy), di aver pietà di me. Ma io ho pietà di voi, che pronunciaste queste parole son costretto. Non è parlar da re. Io v'insegnerò il linguaggio di re. I carnefici, tutto il vostro popolo, voi stesso non potreste costringer me ad un atto di adorazione cui non credessi; nulla potreste sopra di me, giacchè io so morire.»
Palissy ergevasi allora due metri più alto di Enrico III; l'artigiano eclissava la maestà del re.
Non è un fatto nuovo, anzi ne ribocca la storia delle umane infelicità; il vedere il giusto in prigione o il genio trattato da pazzo, perchè fa torto alle sublimi mediocrità col volere aver ragione prima del tempo. Ma giovi qui ripeterne un esempio. È noto già; ma son noti anche Leonida e Regolo ed Epaminonda, che tutti i dì ci si ricantano all'orecchio. Riferiamolo dunque:
— Regnante Luigi XIII, un uomo aveva concepito il disegno di adoperar il vapore come forza attiva sopra scala molto estesa; ma quell'uomo, il cui nome si conservò coi più celebrati nella storia delle arti e dei mestieri, doveva incontrare la più malevola contraddizione. La famigerata Marion Delorme scriveva a Cinq-Mars, famoso per la congiura contro il ministro Richelieu, questa lettera di graziosa leggerezza, che mostra in qual poco conto si tenessero nel bel mondo le cose serie, e quanto valesse allora la politica della Francia. Quando bene questa lettera non avesse contenuto che una semplice narrazione, la inurbana gajezza con cui è dettata reca, nostro malgrado, un vivo stringimento di cuore: poichè niun disgusto può compararsi a quello che fa nascere in noi un annunzio di morte uscito da bocca sorridente.
3 febbraio 1641.
Mio caro,
Mentre voi mi dimenticate a Narbona, abbandonandovi alle voluttà della Corte ed al piacere di far opposizione al cardinale Richelieu, io, seguendo il desiderio che mi dimostraste, fo gli onori di Parigi al vostro lord inglese, il marchese di Worcester, e lo conduco, o per dir meglio, mi fo condurre di curiosità in curiosità, scegliendo sempre le più triste e le più serie, parlando poco, ascoltando con estrema attenzione, e ficcando addosso a coloro che interroga due occhioni azzurri, che pare vogliano penetrare nel fondo del pensiero. Del resto, egli non s'accontenta mai delle spiegazioni che gli vengono fatte, e non prende mai le cose dal lato da cui gli vengono mostrate. Lo prova la visita che andammo a fare insieme a Bicêtre (l'ospedale de' pazzi) dove pretende d'avere scoperto in un pazzo un uomo di genio. Se il pazzo non fosse stato furioso, credo in verità che il vostro marchese n'avrebbe implorata la liberazione per condurselo a Londra, ed ascoltare le sue pazzie dall'alba al tramonto. Quando attraversammo il cortile dei pazzi, e più morta che viva dalla paura, io mi stringeva al mio compagno, un brutto ceffo si mostra dietro una grossa inferriata, gridando con voce soffocata:
— Io non sono un pazzo, io: ho fatto una scoperta che deve arricchire il paese che vorrà porla in pratica.
— Cos'è questa scoperta?» diss'io fissando colui che ci mostrava la casa.
— Ah! egli rispose alzando le spalle: una cosa affatto semplice; e che voi non indovinereste mai: l'uso del vapore dell'acqua bollente.»
Mi posi a ridere.
— Quest'uomo (ripigliò il custode) chiamasi Salomone di Caus. Venne di Normandia or fa quattro anni per presentare al re una memoria intorno ai meravigliosi effetti che si potrebbero trarre dalla sua invenzione. A sentirlo col vapore si farebbero girar macchine, camminar vetture, che so io? Il cardinale cacciò questo pazzo senza ascoltarlo. Salomone di Caus, invece di scoraggiarsi, si pose a seguitar dappertutto il cardinale, che, stanco di trovarselo sempre fra i piedi, ordinò di chiuderlo a Bicêtre, dove si trova da tre anni e mezzo, e dove, come avete potuto udir da voi stessa, grida ad ogni forestiere, che non è pazzo, e che ha fatto una scoperta meravigliosa. Compose perfino un libro intorno a ciò, e lo tengo qui.»
Milord Worcester, tutto pensoso, chiese il libro, e lette alcune pagine, disse: — Costui non è un pazzo, no; e nella mia patria sarebbe stato colmato di ricchezze; conducetemi a lui voglio interrogarlo.»
Fu condotto, e ritornò tristo e meditabondo.
— Ora (disse) egli è pazzo; la sventura e la prigionia gli hanno fatto smarrir la ragione per sempre, ma siete voi altri che l'avete reso pazzo; e quando l'avete gettato in questa prigione, gettaste qui il più gran talento della nostra età.»
Quindi ce ne partimmo, e d'allora in poi egli non parla che di Salomone di Caus. Addio, mio caro e fido Enrico; ritornate al più presto; e non siate tanto felice, che non vi resti un po' d'amore per me.
Il libro rimesso dal custode al marchese di Worcester era certamente quello, che l'infelice Salomone di Caus aveva pubblicato nel 1613 col titolo: Le ragioni delle forze motrici con diverse macchine tanto utili quanto dilettevoli. Il pensiero di alzar l'acqua per mezzo della forza elastica del vapore appartiene dunque a lui. Quarantott'anni dopo, il marchese di Worcester credette poterselo appropriare, senza timore di udirsene tolta la gloria. Gli Inglesi, sommi applicatori d'idee nuove, mostrano spesso una ciarlataneria senza pari. L'amor nazionale non richiede che si facciano prede nel dominio intellettuale dei vicini, nè che il frutto della rapina e dell'audacia venga qualificato come prima proprietà.
Franklin, Parmentier, Montgolfier, Jaquard, Riquet, trovano naturalmente posto fra gli artigiani anteriori al 1789, quando l'elevazione dal terzo stato e il furore rivoluzionario e gli artefizj de' diplomatici e il fanatismo erudito e i tanti malanni furono guidati dalla Provvidenza ad effettuare la rigenerazione della povera plebe.
Or chi volesse intendere la vita dell'artigiano di Parigi, dico dell'artigiano galantuomo, eccone uno schizzo:
«L'operajo è senza forse una delle fisonomie più caratteristiche del nostro mondo sociale: occupa un luogo distinto, e per necessità del suo lavoro trovandosi spesso in contatto con tutte le classi della società, non ritrae nulla della fisionomia d'alcuna di esse. Prima di tutto, egli è lui. Di natura libero, tiene molto di quel lasciar correre, che non trovasi che nelle nature vergini, e non l'udreste mai proferir cattive parole e stizzose. Quando motteggia, il suo pensiero è fecondo di arguzie, di rado v'entra il sarcasmo: quando è in collera; il suo petto si dilata, i suoi occhi mandano lampi, la sua voce è tonante, e la parola divien secca e fiera; ma, siccome dopo la procella vien sereno, così la collera sua nasconde un cuore pieno di perdono.
«Lavorare, poi lavorare, sempre lavorare; ecco il compendio della vita dell'operajo. S'alza dalle cinque alle sei per recarsi al telonio; notate per parentesi che egli abita d'ordinario all'estremità della città e la sua officina è all'estremità opposta; e al suono della campana entra nel lavorerio, e vestitosi, si pone all'opera. Il vestito di lavoro consiste nel levarsi la sopraveste, rimboccar le maniche della camicia, affibbiar un grembiule al corpo con una coreggia di cuojo. Dalle sette alle nove i martelli e gli strumenti lavorano a forza di braccia; alle nove la campana dà il segno della colazione. Allora le trattorie vicine, da due a tre soldi il piatto, aprono la loro affumicata caverna ai molti abituati; l'operajo può mangiare a suo bell'agio, ha tutto il tempo d'essere gastronomo, avendo per sè un'ora onde assaporare e digerire: alle dieci la campana rintocca, e l'operajo s'affretta al suo posto, e fin alle due lavora, raddoppiando d'ardore e d'attività: e il lavoro gli par più leggero e agevole. Alle due, ecco di nuovo la campana pel pranzo, che tosto incomincia. La trattoria è puntuale; e non finirono ancora di scoccar le due all'orologio bisunto che orna la sala dell'ostessa, che i piatti sono a loro luogo sulla tavola, impregnando l'aria del loro equivoco profumo. — A tavola! a tavola! Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e l'operajo slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta nulla. Egli ha la sua politica particolare, e fa ogni giorno de' bei sogni, e sù questi bei sogni si fabbrica un avvenire di gloria e di prosperità, finchè, un soffio di vento non venga a rovesciare il castello di carta ch'egli con tanta cura e compiacenza s'era edificato. La campana manda ancora il suo avviso, e al nome del lavoro le chimere sono sparite. L'operajo ripiglia la fatica, ma lo strumento non è più maneggiato così destramente come prima; lavora però con coraggio, e il direttore non ha nulla a ridire. Fra qualche ora il giorno sarà finito, e gli lascerà un momento d'intera libertà, e allora potrà ronzare giù giù per le vie della città a lento passo. Questo pensiero gli fa dimenticare per un momento che lo strumento gli sta ozioso nelle mani, ed allora incominciano fra i vicini mille ciarle a bassa voce, che si perdono in un mormorio confuso. L'uno narra una piacevole avventura di cui fu testimonio il mattino venendo all'officina; l'altro fa a modo suo l'analisi del nuovo melodramma; questi, padre di famiglia, parla del bimbo che ha a balia; quegli deplora lo scarso salario... Ma zitto! La fedele campana alza la voce: l'ora beata dell'uscire è scoccata, e questa volta la campana risonò più chiara e viva, quasi avesse serbato per quest'ora il tintinno più lieto. Allora colle braccia fra le braccia, colla fisonomia aperta, il portamento leggero, i figliuoli dell'officina se ne vanno, ricambiandosi ad alta voce quelle grosse facezie, così spiritose ed ingenue.
Appena dopo la prima sciaquata, i bicchieri si toccano, e l'operaio slancia la propria opinione con una sicurezza che non rispetta nulla. (Pag. 171).
«Nulla v'ha di sì grave come l'interno d'un'officina: tutti questi uomini attenti al lavoro, ch'adoperano lo strumento con un ingegno così preciso, che non s'interrompono mai senza un perchè, col corpo chino sul banco, nudi le braccia e il petto, il volto pensieroso, la bocca serrata, e continuano per ore intiere, quanto è ammirabile! Nell'operajo l'emulazione opera per tutti i versi. Scegliete un terreno vergine, seminatevi del buon grano, e vedrete tosto le spighe rigogliose ondeggiar il capo dorato ai raggi del sole; ma se, invece del buon grano, la vostra mano inesperta vi getta del loglio, anche la pianta parassita s'alzerà vigorosa. L'operajo è terreno vergine, giacchè, uscito dalla turba popolare, educato fra le privazioni e i travagli di una vita, spesso afflitta dalla miseria, il suo cuore, non corrotto dai diletti del lusso, si abbandona a tutte le impressioni, presta fede al bene, e capisce a stento il male.
«S'ammoglia per tempo, poichè, abbandonato a sè, ha bisogno d'affetti che addolciscano la vita; affetti, di cui solo la donna possiede il secreto. Non conosce e non frequenta che la figliuola dell'operajo, ed i suoi voti non vanno più in su. La figliuola dell'operajo è pudica, è gentile, ama il lavoro, e vale insieme un patrimonio e una felicità. — Che cosa dunque chieder di più? Le parla, e qualche mese dopo ottiene la licenza di farsi fare l'abito nero di cerimonia, e d'ordinare il pranzo da nozze.
«Dal giorno in cui l'operajo andò in abito nero a dire il sì, la sua indole muta improvvisamente, e perde l'amabile spensieratezza; conserva sempre la forma primitiva, ma con alquanto minor naturalezza e bonarietà. Jeri non aveva da pensar che a sè; oggi ha eseguito l'atto più grave di sua vita; atto che gl'impone quindi innanzi d'essere non solo onesto, ma regolato ed assiduo lavoratore. Non più ore di riposo, rubate talvolta al tempo del lavoro, e trascorse a fantasticare un avvenire felice. Non più quelle belle e buone infingardaggini soddisfatte, col capo al sole e la pippa in bocca. La giovane moglie minaccia d'essere feconda, e i mesi di balia non son che di trenta giorni, e non fanno credenza. Fa egli allora di molte sottrazioni al suo preventivo, perchè, senza di ciò la masserizia soffrirebbe un vuoto ben difficile a riempirsi da operaj che non hanno che una mercede fissa, senza eventualità. Prima del matrimonio, l'operajo andava a teatro tutti i lunedì: ora ragion vuole ch'egli goda questo spasso sol una volta il mese. Gli abiti d'un giovane non devono più esser quelli d'un ammogliato. Questi non è più padrone di sè, come l'altro, e dalla sua condotta dipende il bene della moglie e de' figliuoli. Egli cura adunque di porsi in istato di soddisfare alle spese imprevviste, che non sono sempre le più lievi d'una casa.
«La domenica, riposo e festa. Sei giorni d'un lavoro faticoso sono un nulla quando la domenica promette di far bello, e la paga del sabato è abbastanza rotonda. Quel giorno l'operajo si alza più tardi, computa con compiacenza i piaceri che la domenica promette; s'adorna degli abiti più belli; e della più bella cera, vestito di panno, col cappello sulle ventitrè, si rivolge verso le alture dei sobborghi: colla sua donna al braccio, e con orgoglio seguìto da due o tre bimbi, che vanno dritto dritto per la loro strada, senza mai guardarsi indietro.
«Le passeggiate della domenica o del lunedì non impediscono all'onesto artigiano di pensare al suo avvenire ed a quello della famigliuola. Ogni mese va a deporre religiosamente alla Cassa di Risparmio la modica somma, che potè economizzare sul salario del lavoro, o limitando i suoi piaceri, o riducendo i bisogni alla stretta necessità. Fra quindici anni comincerà a raccogliere i frutti della sua buona condotta; mariterà decentemente le sue figliuole con una piccola dote; allogherà forse i suoi figliuoli, dei quali avrà fatto dei buoni operaj come lui; e quando le forze verranno a mancargli cogli anni, avendo avuto il senno di riporsi un tozzo pel tempo delle infermità, avrà il conforto di vedersi allo schermo della necessità, e di finir i suoi giorni onorati sotto al modesto suo tetto, invece d'esser costretto a bussare alla porta d'un ospizio, e chiedervi per Dio un asilo alla sua debole decrepitezza.»
Così sia, vorremmo dire: ma invece dobbiam dire, Così fosse! Un tempo fu di moda ritrar la vita sotto colori ridenti; l'idillio è vecchio quanto la società. Poi venne il momento che si adulava al popolo cioè al vulgo, perchè si aspettava che diventasse re: e nulla è più triviale che questo blandire ai futuri regnanti. Pur beato se con ciò s'intendeva offrir un modello di quel che dovrebbe essere, e di eccitarlo ad essere. Supponiamo quest'intenzione al nostro autore; ma la statistica, coi numeri inesorabili, già allora rivelava un aspetto ben differente. Bulwer, che pur dipinse la Francia con colori rosati, trova fra gli operaj di Parigi ubbriaconi i cappellaj, i pittori e arti analoghe, soprattutto i conciatori e gli operaj di porto; viziosi e malviventi i sartori; i filatori di cotone tanto miserabili, da esser fino incapaci di vizj; gli ebanisti, pazzi pel bere, ma tranquilli; gl'imbianchini beoni e infingardi, gli scarpellini beoni e sventati. A Lione, la gran città manifatturiera, 100,000 che lavorano alle sete sono all'infimo dell'istruzione, della pulitezza, della moralità, e si abbandonano per nulla a quel furore, con cui si rivela il mal contento degli esseri degradati. Carlo Dupin valuta che venti milioni di Francesi non prendono mai cibo animale, ma solo patate e grano turco; sette milioni e mezzo mangiano poco o nulla di pane; ma orzo, riso, polenta gialla, castagne, legumi, patate in acqua, e niun altro combustibile che stoppie e scopa. Lorain, nel Prospetto dell'istruzione primaria in Francia, asserisce esservi cantoni di quindici o venti Comuni, dove non si rinverrebbe una scuola; e fin nel dipartimento di Senna e Loira v'è un Comune dove il notajo conduce sempre seco i testimonj, perchè non troverebbe chi sapesse firmare; e in molti Comuni del dipartimento di Lot e Garonna e dell'Orne interi consigli municipali sono di inalfabeti. In ricambio (lo sappiamo) v'è la sapienza universale dei Parigini, e i tesori profusi nella Biblioteca, nell'Istituto, nelle altre fondazioni, destinate a concentrare anche l'istruzione, mentre l'importanza consisterebbe nel diffonderla. Ma il dio della Francia è la gloria; e questi fatti possono chiarire sì le subitanee rivoluzioni, sì il valor vero del suffragio universale.
Fortunatamente il nostro tema non ci conduce a snudare quella corruzione e quelle miserie, ad esagerare le quali si affinò l'ingegno di declamatori, che poi non avevano nè un suggerimento per alleviarle, nè un conforto per lenirle. Basta l'aver accennato questo tema a una democrazia non cianciera, non irritante, non rivoluzionaria: che confessa la schiavitù agli arbitrj non esser più avvilente della schiavitù all'ignoranza; che sa il miglior modo d'innalzare il popolo essere l'educarlo, e indurgli l'abitudine di una regolare applicazione e del contare sopra sè stesso fin dall'infanzia per combattere le difficoltà della vita; che infine non si propone di impedir le lagrime, inevitabile eredità originale; sibbene di farle meno acerbe, di non lasciar che tolgano il coraggio di convertirle in miglioramento od in espiazione.
1851.