WeRead Powered by ReaderPub
Racconti storici e morali cover

Racconti storici e morali

Chapter 31: FRANKLIN
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

This collection features a series of historical and moral tales that explore various themes, including the struggles of individuals against societal norms and personal challenges. The narratives range from the adventures of a pacifist in wartime to reflections on notable historical figures and events. Each story delves into the human experience, examining virtues, vices, and the moral dilemmas faced by characters. The work is structured to provide both entertainment and moral lessons, inviting readers to reflect on the complexities of life and the lessons that can be drawn from history.

FRANKLIN

Un giovinotto sui ventun anno s'avviava un giorno a Filadelfia, senz'altro in tasca che qualche spicciolo, con cui comprò tre pagnotte; e l'una si pose sotto un braccio, sotto l'altro l'altra, mentre sbocconcellava la terza. Veniva egli da trecento miglia lontano, per cercar fortuna; — cercar fortuna, senza amici, senza conoscienze, senza titoli, in popolosa città, dove ciascuno bada a sè e a spinger innanzi il proprio carro!

Ma che capitali reca egli in un mondo che calcola ed invidia, che considera scapito proprio l'altrui vantaggio? Reca industria, economia, applicazione, perseveranza, osservazione. E basteranno a fargli passo, ve lo assicuro; e quel garzonetto riuscirà un insigne fisico, un fondatore della libertà del suo paese, e sopratutto un grand'uomo.

Ma grand'uomo, intendiamoci, non come quelli dell'antichità e di Plutarco, che sterminano ventimila nemici in una giornata; che per zelo di libertà uccidono il proprio fratello, e assistono al supplizio del proprio figliuolo; che per magnanimo sprezzo del sentimento trafficano di schiavi e prestano le mogli; che per avidità di gloria sommovono, congiurano, conquistano, fanno stordire il mondo; insomma eroi, ma non uomini. Eh! ben altro è l'eroismo moderno, placido, paziente delle contraddizioni, aspetta la lenta ma sicura opera del tempo, calcola gli eventi, e sovratutto risparmia le lacrime e il sangue. Quelli erano fulmini che spaventano e colpiscono; questi sono fabbricatori di macchine a vapore, che con lunga opera le congegnano, finchè producano quegli effetti che s'ammirano e benedicono.

Beniamino Franklin, il giovinetto che v'additai, era nato a Boston il 1706, tredicesimo d'una famiglia d'artigiani; e appena imparò a leggere e scrivere lo posero, di dieci anni, a far candele come suo padre. Il ragazzo vi s'applicava, ma ogni momento che potesse aver libero, correva al mare, e divenne spertissimo nuotatore e remigante; i pochi quattrini poi che sparagnava di bocca, li convertiva in libri di viaggi e di storia. Suo padre, crollando il capo sopra il letterato di casa, lo pose stampatore sotto un altro fratello, ove stette fin a ventun anno maneggiando caratteri e casse, regoli e torchi. E perchè vi lavorava di passione, tosto divenne abilissimo, e, che più gl'importava, potè dai fattori dei libraj con cui trattava, ottener libri, che leggeva a furia. Il Saggio sui progetti di Foe, autore del Robinson Crosuè e un volume scompagnato dallo Spettatore di Addison, lo inclinano ad un'istruzione svariata ad una delicata morale, al veder in ogni cosa quali miglioramenti vi si può recare. E volle scrivere anche, e compose alcune canzoncine da cantare gli orbi per le strade, e gli furono lodate: ma fortuna sua, qualche amico sincero gliene disse la verità, e così lo salvò dal pericolo di restare un poeta cattivo, o, quel ch'è peggio, un poeta mediocre.

Dalle costoro censure comprese la necessità di limar lo stile, e non farne, all'usanza di troppi, un affare del caso e come vien viene; e ripetè intorno a' suoi periodi quelle pazienti prove che i savj conoscono e i presuntuosi deridono: oscure e diuturne prove, che di poi sono compensate dalla precisione e facilità con cui si compone e s'è intesi. A sedici anni legge Locke Sull'intelletto, la Logica di Portoreale, i Memorabili di Senofonte, e ne impara a rendersi conto delle proprie idee e chiarirle. Quest'analisi volgeva egli sulla propria vita. S'impose un regime stretto di dieta: il maggior risparmio nel cuocere le patate e il riso; lasciare il vino per fare il serbo di qualche soldo e di sanità e robustezza più che i beoni e pacchioni suoi compagni, e procacciarsi stima fra questi come avviene di chi non si lascia mai trovare sprovvisto nè di danaro nè di senno, due cose che, mancando, rendono tanto spregevole, da che Sparta fu distrutta.

Poi la virtù stessa analizzava, e la decomponeva ne' varj suoi elementi, come Neuton colla luce, Lavoisier coll'aria; e al fine della giornata, della quale con altrettanta esattezza avea distribuito i denari e le ore, esaminava sè stesso; quanti quattrini avesse speso fuor del necessario, di quale difetto si fosse corretto, a qual buona qualità avviato. E perchè la presunzione è uno dei più forti ostacoli al miglioramento, s'avvezzava a non dir mai — Ne son certo, Sta proprio così, Ci scommetterei;» ma — Parmi, Sarei d'avviso;» ad abolire sè medesimo per giungere al suo scopo; a lasciare altrui il fumo per ottenere il sodo; ad abbassarsi a tempo, come un vecchio gli aveva insegnato una volta che battè del capo in una trave; a confidarsi nella propria attività, sobrietà, e perseveranza.

Suo fratello, lo stampatore, si pose in mente di pubblicare una gazzetta, la seconda che in America fosse; e Franklin vi traforò qualche articolo suo proprio, ma in istretto incognito, onde non farsi burlare. E perchè se ne ignorava l'Autore, il lodavano, e piacque; e potè darsi a conoscere. Che spine incontri l'onest'uomo sui primi passi della letteratura e del giornalismo chiedetelo a chi ne sanguina ancora; e non vi farà meraviglia se presto Franklin fu in lizza col fratello, col governo, cogli emuli; onde indispettito, come molti fanno, coll'ingrata patria, se n'andò, nell'arnese che dicemmo, a Nuova-York e a Filadelfia. Quivi, a forza di lavorare, fece incontro, ma qualche progettista, di quelli che trovano strada troppo lunga del far fortuna il lavorare, l'aver pazienza, e lo spendere sempre un soldo meno del guadagno, il consigliò a viaggiare a Londra: Londra il paese dei tesori e degli impieghi.

V'andò: ma a Londra chi bada al forastiero che capita senza titoli e senza ghinee? Svaniti i castelli in aria, consumati i pochi avanzi, Franklin si trovò solo in quel caos immensurabile; solo, senza mezzi nè appoggi; e in amicizia e in amore e in protezioni provò quei disinganni che tanto costano, e che il debole avviliscono, al robusto finiscono a persuadere di non confidare che in sè. In fatto egli pose fiducia, non in poderosi amici e promettenti padroni, ma nelle proprie braccia, colle quali or tirava robustamente i torchi d'una tipografia, or i remi d'un navicello sul Tamigi, or insegnava a nuotare; e così guadagnava dì per dì il suo pane.

Tornato a Filadelfia, pensò da senno ad acquistar denaro e riputazione; e l'un e l'altra conseguì col lavorare dì e notte, e viver sobrio, e dare buon esempio, e rispondere coi fatti alle detrazioni dell'invidia. Così potè rizzare stamperia (1729), menò moglie, e cominciò a mandar fuori l'Almanacco di Riccardo Buonomo, raccolta di consigli e verità tutte pratiche, espresse proverbialmente, e che più non escono di memoria, e s'applicano cento volte ai casi propri ed agli altrui:

«La chiave che spesso si adopera conservasi lucida come un argento: non adoprata irruginisce. Così è del nostro spirito.

«L'assiduità fa le più grandi cose col minimo tempo. Uomo che si alza di buon mattino e si corica per tempo, si mantien savio e ricco.

«Chi sa lavorare, non muor di fame. La fame guarda alla porta dell'uomo laborioso, ma non ardisce bussare.

«Non ti mettere i guanti allorchè hai da maneggiare la tua pentola. Gatta colle scarpe non ghermisce sorci.

«L'imposta che ci mette addosso l'accidia è due volte quella del Governo; oltrechè la superbia la rende tripla e quadrupla la follia; e gli esattori non diffalcano manco un ette.

«Ti lamenti che la vita è breve: ma il tempo è il filo di cui si tesse la vita; perchè dunque lo getti?

«Volpe che dorme, non mangia galline.

«Chi vive di speranza muore di stento.

«Chi ha un mestiere, ha un campo: ha una carica chi ha una professione utile ed onorevole.

«Non ho mai veduto un albero spesso trapiantato far gran rami, nè arricchirsi una famiglia che spesso muta focolare. Tre San Martini equivalgono ad un incendio.

«Un vizio costa quanto due figliuoli.

«Cucina grassa, testamento magro. La gola porta via la camicia. I pazzi imbandiscono, e i savj godono.

«Chi domanda un prestito, domanda una mortificazione. La quaresima è assai breve per coloro che a Pasqua devono danaro. Meglio andar a letto senza cena, che alzarsi indebitato.

«L'ambizione che pranza colla vanità, a sera digiuna col disprezzo. L'orgoglio fa colazione coll'abbondanza, desina colla povertà, cena coll'infamia.

«L'esperienza tiene una scuola che costa assai; ma è la sola dove i pazzi possono imparare.

«La strada che mena alla fortuna, se volete saperlo, è piana, facile come quella che mena al mercato. Onde seguitarla due cose bisognano, assiduità e sobrietà; o in altri termini, non gittar mai il tempo nè il denaro, e dell'uno e dell'altro fare il miglior uso possibile.»

La filosofia di Franklin, come vedete, è il deismo di Locke. Shaftesbury e Collins l'avevano tratto nello scetticismo e nell'indifferenza di ciò che sta di sopra dei tetti; onde va senza dogmi, come senza passione; stretta probità, ma nessuno slancio, come quel vaso da lui inventato, ove la fiamma s'abbassa, invece d'ascendere. Eliminando dalla morale l'idea divina, tolse il tipo supremo del bello e del giusto, la chiave maestra di tutte le teoriche, e ne fece una dottrina buona per un uom pacifico, spassionato, cresciuto da genitori profondamente religiosi come lui, ma inetta contro l'urto delle passioni.

Chi non sente un tale difetto nella Scienza di Ricardo Buonomo? Egli stesso in più matura età se ne accorse: ma se all'analisi sua sfuggiva quest'idea così complessa e così semplice della divinità, non però si scostava mai dalla morale, arida qualche volta, ma sempre retta, amica dell'uomo, senza robusti sacrifizj; non atta a creare eroi, bastante a formare onest'uomini.

Poi sempre dritto sulla pratica applicazione, alletta la curiosità coi titoli medesimi delle opere sue, e colla brevità, giacchè gli scritti per esser utili conviene sieno brevi. E al modo d'un divino modello, piacesi delle parabole, forma tanto popolare. Or racconta di quand'egli era ragazzo, e che, avendogli i suoi per una festa empito il borsellino egli corse a vuotarlo nella compra d'uno zufolino Un bel balocco, ma tutti gli dicevano ch'e' l'aveva pagato troppo caro. Dopo d'allora, quando vedeva taluno spendere per farsi nominare, o sprecar la pace e la libertà per ottenere un grado, o rovinarsi per acquistar l'aura popolare, e sciupare ingegno e forze per correre dietro alla voluttà, gli dicea; — Lo zufolino costa troppo caro.»

Ora dà l'arte di fare sogni piacevoli, qual è l'andare a letto con una coscienza netta. Or dagli scacchi trae della bella e buona morale. Or racconta d'uno che avea una gamba ben focilata, e l'altra scarna e zoppa; e scontrandosi con alcuno o venendo in una conversazione, badava a chi ponesse mente alla migliore e chi il berteggiasse della gamba infelice, e questi ultimi schivava, peste della società. E poichè ciascuno abbiamo la nostra gamba bella e la deforme, sprezziamo quegli uggiosi maligni, che sempre dal nostro peggior lato ci ravvisano.

Egli medesimo talvolta insegna una lampada economica, ed è il mettersi a letto presto, e presto levarsi; talvolta il copia-lettere, che risparmia tempo e pericolo di fallare: ora con bicchieri combina un'armonica: ora insinua d'ingrassare col gesso il trifoglio, e perchè non gli danno retta, egli lo sparge in modo da scrivere Questo trifoglio fu ingessato, e le lettere anche un pezzo da poi si leggono, distinte dal maggior rigoglio dell'erba. Or inventa i caminetti che serbano il suo nome, per consumare poca legna e scaldarsi assai; e ricusa il privilegio d'inventore, dichiarando volere sopratutto il bene generale.

Qual cosa più insipida d'una tornata accademica? qual cosa più insulsa d'una conversazione? In quella si coglie noja fra gente raccoltasi onde far parata di retorica attorno a qualche cognizione e averne applauso prestabilito da un uditorio disattento mentre con risparmio di tempo e vantaggio della ragione si potrebbe ottenerne un giudizio posato col darla loro da leggere. Nella conversazione poi si sparpaglia l'ingegno e lo spirito in insulsi complimenti, in frivolo chiacchericcio, in illogiche maldicenze, in una politica senza fondamento, in una scienza assurda, nel palleggiarsi frizzi pungenti sotto l'aspetto di benevolenza, e scandagliare i fatti dell'amico sotto pretesto di mostrarne interesse.

Si dirà per questo che sia impossibile una tornata accademica ove la mente vantaggi, una conversazione dove il cuore non si pervertisca nell'abbassamento del carattere? Eppure è col contatto che la favilla si sviluppa, come nella pila elettrica, come nel battere del focile; e il ricambio di parole rischiara le idee, quand'anche non le accresce, obliga ad esser chiari, e lasciar via le affettazioni, le lungagne; a tollerar l'opposizione, ad acconciarsi in diversi punti d'aspetto.

Per quanto la solitaria meditazione sia necessaria al progresso del sapere, e questo non proceda se non per l'operosa concentrazione individuale, resta però sempre vero che l'ingegno si sviluppa meglio per la conversazione che per qualunque altro mezzo; ed anche quel che si impara, niuno lo sa davvero se non quando lo abbia detto.

Franklin, per quanto rincresca il non veder mai qualche cosa di elevato in mezzo a tanta positività di buon senso, ci pare sempre più degno d'esser presentato all'imitazione del nostro secolo, il quale, tutto dedito alla materialità, sarebbe un gran che se potesse, come lui, possedere quella dose di criterio che si guarda dagli entusiasmi d'ira o di applauso, che non si lascia trascinare dalla corrente, che coltiva quelle medie proporzionali, in cui secondo il detto di quel Greco, somma forza riposero gli Dei. Ora egli, in sua giovinezza, istituì nella sua patria un circolo; — noi all'inglese lo chiameremmo un club; egli inglese, alla spagnuola lo chiamava una giunta; tanto è comune il creder migliori le cose, almeno le denominazioni forestiere. E con diversi amici vi s'adunava ogni venerdì sera, non per mormorare, non per spoliticare, nè per legger una dissertazione; ma per discutervi sopra un punto prestabilito. Ciascuno vi si preparava o coll'esame della materia, o colla conoscenza de' libri che ne trattavano; ed egli pretendeva (cosa incredibile perchè impossibile) che nessuno vi portasse amor di controversia, nè ambizione di trionfi. Lasciamo ai curiosi il cercare gli atti di quella fortunatamente non accademia; quel che a noi piace riferire si è che prima di aprire la giunta si proponevano le ventiquattro domande seguenti:

I. Nelle ultime vostre letture avete trovato qualcosa di notevole, e tale che meriti esser comunicato alla giunta, particolarmente in fatto di morale, storia poesia, fisica, viaggi, arti meccaniche, od altre parti dello scibile?

II. Quale istoria, degna d'esser conosciuta, avete letta di fresco?

III. Sapete che qualche cittadino di recente non abbia fatto onore a' suoi affari, e qual cosa udiste sulla causa del suo dissesto?

IV. Avete udito che qualche cittadino sia prosperato? e per quali mezzi?

V. Avete saputo per quali vie un uomo di qui o d'altrove sia arrivato ad arricchire?

VI. Sapete che qualche vostro compatrioto abbia fatto una buona azione, degna d'esser lodata e imitata, commesso qualche errore in cui importi essere avvertiti e difesi?

VII. Quali tristi effetti della intemperanza avete osservati o uditi? quali dell'imprudenza, della violenza d'altri vizj o stravaganze?

VIII. Quali buoni effetti della temperaza, della prudenza, della moderazione, o d'altra virtù?

IX. Voi o qualche vostro amico foste malato o ferito? e quali rimedj adopraste? e con quale successo?

X. Conoscete alcuno che deve tra poco fare un viaggio per terra o per mare, e sapete che s'abbia opportunità di far qualche invio col suo mezzo?

XI. Pensate voi a qualche oggetto, in cui la giunta possa rendere servigio all'umanità, al paese, agli amici, ai membri suoi?

XII. Avete inteso che sia arrivato in città qualche straniero di merito? qual cosa udiste od osservaste del carattere e del merito di lui, e pensate che la giunta possa incoraggiarlo o fargli alcun piacere?

XIII. Conoscete qualche giovane di merito che cominci e sia di fresco stabilito, e al quale la giunta possa dar di spalla in qualche maniera?

XIV. Nelle leggi del vostro paese avete notato qualche diffetto, di cui gioverebbe provocar la correzione da parte de' legislatori, o qualche ordine profittevole che vi manchi?

XV. V'è caduto sottocchio qualche attentato alle giuste libertà del paese?

XVI. Alcuno ha intaccato la vostra riputazione? E che cosa può far la giunta per difenderla?

XVII. Avete ricevuto da alcuno un'ingiuria, di cui possa la giunta procurarvi riparazione?

XVIII. Avete inteso che la fama di alcun membro della giunta sia stata intaccata? e che cosa faceste per difenderla?

XIX. V'è alcuno la cui amicizia vi sia venuta meno, che possa esservi procurata dalla giunta o da alcun membro di essa?

XX. In qual modo la giunta o alcun dei suoi membri può coadjuvare ai vostri onorevoli divisamenti?

XXI. Avete alla mano qualche affare d'importanza nel quale crediate possa giovarvi il parere della giunta?

XXII. Quali avvantaggi avete ricevuto da persona non presente?

XXIII. V'è qualche cosa in fatto d'opinione, di giustizia o d'ingiustizia, che udreste volentieri mettere in discussione?

XXIV. Nelle regole e nell'andamento della giunta vedete qualche cosa fuor di proposito, che abbisogni d'emenda?

Rileggiamo questi punti: supponiamo che sopra di essi s'aggiri la conversazione famigliare e la accademica; e conveniamo che potrebbonsi rendere utili e il circolo e le tornate.

Il difficile per un uomo nuovo è far il primo scudo e il primo passo; il resto viene da sè. Ben presto Beniamino è deputato all'assemblea generale di Pensilvania (1747), poi (1753) direttore delle poste; e in paese nuovo dove tutto era a fare, pensate quanto giovasse un uomo che sempre avea la mente a sperimentare e cercar ciò che giova di più e costa di meno! Istituì un gabinetto letterario, un corpo di pompieri, un'associazione di volontaria difesa contro gl'Indiani confinanti, mostrando di continuo l'importanza di raccogliere le piccole forze per ottenere i grandi effetti. Insomma egli diviene il rappresentante spirituale del suo paese; e benchè sia ancora lo stampatore, in effetto n'è il re, come voi siete tuttora il bambino che vostra madre cullava, eppur camminate, pensate, operate, e fors'anche ragionate.

Ma v'è lavori che non procedono se non per le solitarie meditazioni, e tali furono quelli di Franklin sull'elettricità. Da alcun tempo gli studiosi eransi rivolti con ardore a questa meravigliosa forza della natura; ma la scienza di essa, limitata nei suoi risultamenti, nulla nelle applicazioni sue, oggetto di mera curiosità, era considerata come la parte più speciale della fisica. Nè si sarebbe preveduta la sua importanza neppur quando, nel 1746, Musschenbroeck e Allemand aveano scoperto la bottiglia di Leida, e semplificatala Watson, che imprese anche a misurare la rapidità di questo, che diceasi fluido. Ora Franklin s'applicò a spiegare quei fenomeni in una serie di lettere, che la Società Reale di Londra ricusò inserire nelle sue Transazioni pei troppo soliti puntigli e gelosie delle accademie, ma che tosto furono tradotte in tutte le lingue. Egli restituì all'elettricità il carattere di scienza fisica, mentre di fisiologica parea darglielo la scossa della bottiglia.

Dapprincipio supponeva anch'egli due elettricità, la vitrea e la resinosa; poi s'accertò che una sola e medesima era or positiva or negativa. L'uomo dell'analisi sottopose a questa anche la boccia di Leida, e ne dedusse la sua teorica dell'elettricità, presentata poi sotto veste matematica da Epino e da Cavendish, e che consiste nel supporre che un solo fluido elettrico sussista, le cui particelle si respingono fra loro, mentre invece sono attratte dalla materia.

Il perfezionarsi di questa scienza fece ripudiare molte delle sue ipotesi. Ma continuando, pose in sodo due insigne dottrine: disperdersi l'elettricità per mezzo delle punte, sicchè non può accumularsi in corpi accuminati; il fulmine prodursi da esuberante elettricità nell'atmosfera, cioè essere lo stesso il fluido che cagiona gli scherzi della bottiglia di Leida, e quel che saetta i palazzi e le montagne. Ecco dunque novamento dall'analisi sua, dissipate quelle illusioni fantastiche, per cui alle sgomentate fantasie il fulmine pareva alcunchè sopra natura.

I quali due principj accoppiando, pensò potersi colle punte scaricare l'atmosfera del fluido eccedente; dal che vennero i parafulmini. Per sottomettere l'ipotesi allo sperimento gli mancano osservatorj? ed egli arma di punta un acquilone di carta e mandatolo verso le nubi, ottiene la scintilla; e dal trastullo puerile deduce la pratica che guiderà le saette con tronche ali a lambire i piedi dell'uomo: il più debole essere del creato per la forza del corpo, il più sublime per lo slancio dello spirito.

Queste considerazioni, badate bene, non venivano fatte da Franklin, il quale vedeva, osservava, sperimentava, deduceva, e nulla più.

Nate questioni fra la metropoli e le colonie inglesi d'America, che cominciavano a guardarla di mal occhio, come un figliuolo cresciuto che si sente capace di reggersi da sè, Franklin fu mandato a Londra (1757), da molti paesi nortamericani nominato loro rappresentante. Sua missione era di impetrare che fosse cassato l'atto, pel quale la metropoli voleva imporre una tassa nuova e non consentita dalle colonie; e ottenne di essere ascoltato in contraddittorio avanti alla Camera dei Comuni (3 febbrajo 1765). Ivi con fermezza, precisione, facilità risponde alle interrogazioni; informa sulle varie notizie chiestegli intorno al commercio, alle finanze, alla politica, all'amministrazione; e consegue la sua domanda. Così crebbe in istima e in cognizione degli uomini e delle dottrine; e l'Accademia, che ne aveva rifiutato gli scritti volle farsi onore coll'annoverarlo tra' suoi. Futili compensi a una gloria già fondata, quanto potrebbero essere fecondi incoraggiamenti ad una nascente.

Aveva Franklin procurato insinuare alle colonie dell'America inglese di darsi un governo unico, sotto la presidenza del re della Gran Bretagna: ma come avviene dei consigliatori di partiti giusti, parve realista ai liberali, repubblicano ai realisti, fu imputato di americano a Londra, d'inglese in America. Ma egli, vedendo per che via s'era messa l'Inghilterra, previde che l'oppressione condurrebbe la libertà, e nol tacque agli amici ed ai nemici. Pure egli voleva sempre si salvassero tutte le convenienze, si adoprasse la legalità, arma prima degli oppressi che vogliono emanciparsi. Le conciliazioni non valsero, e nacque la rivoluzione che doveva aprire un'era nuova nella storia del mondo, ed assicurare alle opinioni la prevalenza sopra i fatti. Dieci anni passati in contrasti politici avevano già avvezzati gli Americani ad occuparsi de' fondamenti della legislazione e dei governi, la guerra colla Francia aveva dato occasione di conoscere le proprie forze: d'altra parte le rivoluzioni fan gli uomini. Franklin avea cominciato dal procacciare che i suoi acquistassero fama di gente onesta, equa, pacifica, vero modo di far ricadere il torto sugli oppressori.

Aveva egli fondato il giornale, che grand'efficacia ebbe sull'avvenire del suo paese: ma uno dei suoi abbonati gli dichiarò: — Voi difendete con troppo calore gl'interessi americani; questa polemica non mi piace; rinunzio all'abbonamento.»

E Franklin: — Mi sa male assai di non ottenere la vostra approvazione: ma io non posso deviare dal cammino propostomi».

Alcune settimane di poi, Franklin lo invitò a cena.

Quegli si trovò in un'abitazione modestissima ma pulita: una fante stende sulla tavola un tovagliuolo bianco, vi mette de' meloni, burro, lattughe, un piatto di pere, una fiala d'acqua, una bottiglia di birra, e un pezzo di formaggio, e nient'altro. Battono, ed ecco arrivare il dottor Rusk, famoso medico: poi Stancock intelligente negoziante inglese, poi Washington; personaggi che dovevano poi divenire immortalmente illustri, e già allora godeano riputazione di gran patrioti. Si assisero lieti a una cena così frugale, e rimasero a discorrere fino a mezzanotte. L'abbonato al domani ringraziò Franklin d'averlo messo a parte di questa riunione, e della lezione datagli silenziosamente. Un uomo che può invitar i primi cittadini a un piatto di lattughe e formaggio, non può che seguire onestamente la sua linea politica.

Fin dal 1773 diceva egli a' suoi concittadini: — Non troppa fretta, ragazzi, e badate che c'è temporale in aria. Siam in istato d'incremento, e poco andrà che ci troveremo forti tanto, da non potercisi negare veruna domanda. Una lotta prematura ci potrebbe arrestare, od anche respingere un secolo indietro. Che? tra amici si vien forse a duello per ogni minimo torto? Così fra le nazioni ogni ingiustizia non deve portar guerra e rivolta da governanti a governati. Per ora ci basti sostenere i nostri diritti in ogni occasione, senza cederne un solo, senza trascurare verun modo di renderli cari ai nostri concittadini. Sovratutto manteniamo in buona armonia le provincie, affinchè l'Europa s'accorga che abbiam qualche peso anche noi negli affari. Con tale condotta in poc'anni avremo acquistato definitivamente quanto possiam desiderare di potere e d'indipendenza.»

L'avran chiamato un pusillanime, un dalla parrucca, un retrivo: ma quando la pazienza stancata giustifica l'insurrezione, eccovelo primeggiare sui tre teatri di quell'unica azione, America, Londra, Parigi. Alle belle prime mostra coraggio con iscritti satirici popolari. L'editto prussiano, L'arte di fare di un grande impero un piccolo. Col venire in Inghilterra scompiglia i disegni dei ministri, e ne cresce gl'imbarazzi. Di là egli avvisava i cittadini de' segreti preparativi, e trasmise lettere del loro governatore Hutchinson, che egli aveva osato intercettare, e che rivelavano la mala disposizione verso di essi; e di là reduce (1775) ripeteva: — Vi trattano con riguardi perchè vi temono; se cedete, vi avranno in conto di ribelli; armatevi.» Così, venuta l'opportunità, dava il segnale dell'insurrezione egli che, sin quando non fosse matura, l'aveva disconsigliata.

Guidarsi moderatamente in una rivoluzione è immensa lode, poichè men coraggio si richiede a resistere in campo a nemici che ad osare spiacer agli amici. E Franklin la meritò, sempre disposto insinuando la calma, ma sempre ad affrontare coi compatrioti la procella. Stranio alla guerra, fu adoperato ne' consigli e nelle trattative per estendere l'insurrezione, per assodarla colla concordia, per persuadere che le provvidenze a mezzo non vagliono nei gravi casi, e far decretare l'indipendenza del suo paese (1776).

Allora uomini quieti e virtuosi, come erano i coloni, cresciuti nelle piantagioni e nelle botteghe, stesero quel preambolo fulminante, ove dichiaravano i diritti dell'uomo e del cittadino; gente di pratica applicarono al caso politico i principj astratti della filosofia, e dissero: — «Quando, nel volgere degli umani eventi, ad un popolo diventa necessario sciogliere i vincoli politici che lo univano ad un altro, e prendere fra le nazioni del mondo quel posto distinto ed eguale a cui le leggi naturali e divine gli danno diritto, il rispetto dovuto all'opinione richiede ch'e' ne chiarisca i motivi. Noi teniamo per evidente che gli uomini furono creati eguali, e dal Creatore dotati d'inalienabili diritti; tra questi sono la vita, la libertà, la ricerca del proprio meglio; che per assicurare questi furono istituiti i governi, il cui legittimo potere deriva dal consenso dei sudditi; che qualunque volta una forma di governo contraria tali fini, il popolo ha diritto d'alterarla e abolirla, e fondarne una nuova, appoggiata su tali principj, conformandola nella guisa che più semplice gli sembra alla sua felicità e sicurezza. La prudenza prescrive di non cangiare per frivole e passeggiere cagioni un governo da lungo tempo stabilito; e l'esperienza ci mostra che gli uomini sono più inclinati a sopportar i mali finchè tollerabili, che non a farsi giustizia da sè coll'abolire gli ordini cui da lunga stagione sono abituati. Ma quando una protratta serie di abusi e d'usurpazioni, diretta invariabilmente a un fine, rivela il disegno di ridurle sotto assoluto dispotismo, è dover loro di distruggere siffatta forma di governo, e provveder con nuovi ordini alla futura loro salvezza. Tale fu appunto la paziente tolleranza di queste colonie, e tale la necessità che ora ci astringe a cangiar l'antico sistema di governo.»

Non ci vedete voi, se non la mano propria, lo spirito però che dettava il Riccardo Buonomo? non è la stessa maniera di moderazione, di esperienza, di buon senso naturale?

Quella simpatia che le azioni belle e generose trovano sempre nei Francesi, indusse gli Americani a cercarne l'amicizia, e Franklin vi fu spedito (1778). Egli non amava la Francia; e al tempo della guerra del Canadà, quand'essa, secondo è suo costume qualora le torna conto, istigava i coloni contro i suoi dominatori, egli aveva scritto una canzone che diceva:

«Noi abbiam una madre vecchia ch'è divenuta brontolona; ci batte come ragazzi che dicano ancora mamma e babbo; non si ricorda che siam cresciuti, e che possiamo pensare da noi; e nessun lo negherà.

«Se non obbediamo in ogni caso, rizza tanto di broncio e salta in collera; a tratto a tratto ci dà una buona stramentata; e nessun lo negherà, lo negherà.

«Sopportiamo alla meglio il suo mal umore, ma perchè tollerar le ingiurie de' servi suoi? Quando i servi fanno sciocchezze, si ripagano col bastone; e nessun lo negherà, lo negherà.

«Ma voi, tristi vicini (i Francesi del Canadà), che vorreste separare il figlio dalla madre intendetelo bene chiaro: essa è l'orgoglio nostro; e se voi l'attaccate, tutti ci porrem dalla sua: e nessun lo negherà, lo negherà.»

Eppure a Parigi fu veramente il trionfo di Franklin. Scriveva egli stesso: — Demostene, interrogato qual fosse la qualità principale dell'oratore, rispose: La prima è l'azione, la seconda l'azione, la terza ancora l'azione. Così io per l'uomo pubblico dico che è l'apparenza, l'apparenza, e ancora l'apparenza. Per riuscire all'effetto è uopo si creda alla parola e alla capacità tua: stabilita una volta quest'opinione, ogni indugio, ogni ostacolo, ogni difficoltà andranno in dileguo.»

Or come le apparenze cattivino i Francesi non è chi l'ignori, onde Franklin pose in ciò ogni suo studio. Fisico, teista, tollerante, satirico, andava egli grandemente pel verso di quella nazione: uom del popolo, giunto da per sè solo alla gloria e alla fortuna, difensore dei diritti in mezzo ad una nazione stanca del potere assoluto, fedele all'origine e alla missione sua fin nelle minime particolarità della vita, blandiva le passioni più generose, favoriva le migliori speranze, domandava libertà per l'America, la portava per l'Europa; — la libertà; che non contaminata per anco di tanti delitti, era il palpito di tutte le anime nobili. Pensate come dovessero levarlo a cielo! quegli eroi in zazzera, e collo spadino cesellato e damascato, non saziavansi d'udire questo filosofo dal cappel tondo, dai capelli lisci, dall'abito bruno, dalle scarpe senza fibbie, e dai calzoni allacciati col cuojo, e i guardinfanti voluminosi, e le tabacchiere d'oro, e i sbilitanti flabalà s'eclissavano a fronte della stamina e della scatola di radica dell'Americano. E tutti si esaltano di lui, lui precursore di nuova età, simbolo vivo delle idee progressive; ma egli, freddo osservatore, egli mercante, non si lascia trasportare, non giudica per fantasia, ma pesa e misura e conchiude.

Nel secolo in cui si proclamava l'analisi, benchè vi si facessero le sintesi più ardite che mai, egli aveva analizzato il fuoco, i suoni, la luce, i governi, le finanze, la virtù; operando sull'uomo, non altrimenti che sopra la materia nei fisici esperimenti. Con questo egli acquistavasi l'amor de' filosofi, desposti allora dell'opinione. Unendo il contegno di Focione e lo spirito di Socrate, in mezzo alla frivolezza parigina sembrava un savio dell'antichità, e beato chi fosse ammesso alla sua compagnia! Considerandolo come tipo della nazione sua, la trovarono matura alla libertà: i savj ammiravano in lui l'attività paziente del genio che s'ostina in una grandiosa scoperta; i filosofi lo consultavano sull'uomo e sulla società; il popolo leggeva il suo Riccardo Bonuomo e l'Arte di farsi ricco[13]; le donne amavano quell'ingenuità; ingenuità di pura apparenza, giacchè egli metteva a profitto la sua popolarità, e mentre il credeano un semplicione, egli guardava le triche de' briganti e degli ambiziosi, quel misto di magnificenza, e negligenza, quell'ostentar maggiormente quando i mezzi erano minori, quel ripetere certe parolone, che sonano di più perchè vuote. A lui veniva un certo Mirabeau nobile, a far declamazioni contro la nobiltà; un certo Marat a mostrargli una Memoria sul fuoco elementare; altri gli progettava il facile modo di devastare le coste dell'isola Britannica, altri una macchina che andrebbe senza motore, un terzo il modello di vestire e armare usseri come se fossero viaggiatori. E Franklin udiva, e rideva di sottecchi; rideva principalmente delle costituzioni e riforme universali ch'erano di moda, e che alcuno gli presentava alla sera perchè la mattina ne dicesse il giudizio.

A Passy abitava una casetta con un giardinetto, tutto in diminutivo; e v'andava il fiore de' cittadini. Chi entrasse nel suo studio, vedea libri per tutto, un seggiolone, cui a volontà dava un moto ondulatorio per ninnarsi; di sopra, un ventaglio ch'egli agitava col piede; accanto, un bastone a gancio per afferrare i libri più alti senza scomodarsi: circostanze veramente strane per dipingere all'occhio degli esagerati, un Bruto ed un Timoleone moderno.

Qualche volta ad un rivolo agitato dal vento si accostava con una verga, e con gesti da mago scotendola sopra l'acqua la facea calmare, e agli attoniti filosofi spiegava ciò essere effetto di olio che da quella verga spargeva sull'onde. Qualch'altra pigliavasi la beffa di cotesti filosofi, contraffacendone le frasi o i paradossi; e a Morellet scriveva le lodi del vino: gli uomini prima di Noè nol conoscevano, e perciò traviarono; scoperto che fu, derivarono da esso le parole divino, divinità, indovinare, parole che, contro Gebelin, provano esser antico il francese; e con disegni mostrava che il fine era provvidenziale di Dio nel formar il gomito stato che l'uomo potesse bere il vino con maggior comodità, che non avrebbe fatto se più corto il braccio o più lungo.

Fin alla gloria, l'attrattiva più lusinghiera per le anime nobili, pareva egli indifferente; mentre i Parigini ne facevano l'idolo loro, egli si paragonava alla bambola, che i Parigini pettinavano, acconciavano, coronavano. Gente vogliosa di combattere per la causa repubblicana veniva offerirsegli, ed egli rideva di quell'entusiasmo, senza però lasciar scorgere che lo credeva inutile. Pei molti che gli domandavano lettere di raccomandazione pel suo paese, avea sbozzato questo formolario: — «Signore, il latore della presente, che viene in America, mi prega di dargli una commendatizia, benchè io non conosca nè lui nè il suo nome. In quanto spetta alla virtù e meriti suoi, vi rimetto a lui, che certo li conosce meglio di me. Del resto usategli tutte le pulizie che merita uno straniero ignoto, e tutti i favori di cui si mostrerà meritevole.»

Intanto però lo trovavano sempre colla generosità, col progresso. Parlasi dell'innesto del vajuolo? è de' primi a sostenerlo. Piantansi le patate? siede accanto di Parmentier al banchetto, non servito che di questi tuberi. Se Mesmer ostenta i suoi miracoli, egli è scelto a chiamarli alla prova dell'esperienza, e veda quanto debba attribuirsi all'influenza dell'immaginazione. Se Mongolfier fa i primi esperimenti d'aeronautica, egli vi assiste, e a quei che domandano «A che serve?» risponde: «A che serve il bambino appena nato?» A Voltaire, idolo del tempo, a Voltaire, rappresentante dello scetticismo metafisico-religioso, egli, rappresentante del genio pratico e dello spirito politico e morale, presenta il suo nipotino perchè il benedica, e quegli il fa, dicendo: — Dio e la libertà: ecco l'unica benedizione conveniente al nipote di Franklin.» Ma Voltaire credeva più alla libertà, o più a Dio?

Così condiscendendo altrui, qual meraviglia se ottiene gl'incensi universali? In una festa da ballo è scelta la più bella fra trecento donne, che sulla fronte del filosofo americano deponga una corona e un bacio; e dappertutto vedonsi i suoi ritratti, con quel verso famoso di Turgot, che parve così vero, benchè contenga due bugie:

Eripuit cælo fulmen, sceptrumque tyrannis.

Qui giace Franklin. Breve pietra accolse

Chi ai re lo scettro, a Giove il fulmin tolse.

Or tutto questo che serviva alla sua missione? Che serviva? Non v'ha egli detto che vuolsi apparenza e ancora apparenza? Il buon Luigi XVI non sapea che farne di questo re repubblicano, e dicono adoperasse il ritratto di lui ad un uso ingiurioso: ma dovette sorbirselo. La stessa figlia di Maria Teresa e sorella di Giuseppe II dovette chinar la fronte all'opinione così universale; e si trattò con Franklin come scienziato e come uomo, prima di riconoscerlo ambasciatore. Fu ben il miracolo della rupe di Mosè il vederlo, colle sole qualità personali, cavar alla Francia oberata tre milioni in prestito nel 1779, altrettanti nel 81, quattro nel seguente anno, oltre a sei di puro regalo datigli dal re.

Così la Francia favoriva l'americana libertà coll'entusiasmo con cui, poc'anni prima, correva a comprar azioni alla banca di Law, e pochi anni dopo a vedere tagliar teste; e la Corte, trascinata da illusioni generose, o spinta dall'opinione, intraprendeva una guerra, contraria non solo ai suoi sentimenti, ma a' suoi proprj interessi; scassinava l'autorità monarchica; preparava il fallimento nazionale. Ma intanto la causa della patria e della libertà trionfa; gli Stati Uniti d'America offrono un modello nuovo alla posterità; e quando Franklin torna di Francia (1785), chi potrà dire le feste con cui fu trionfalmente ricevuto in quella città, ove sessant'anni prima era entrato con una pagnotta per braccio ed una al dente?

Ivi egli continua al ben del paese. Propostasi la costituzione, dice: — Io l'adotto con tutti i suoi difetti, perchè credo ci bisogni un governo generale, e che non v'ha forma alcuna di governo che non possa essere un bene, se saviamente amministrata»; si applica a correggerla ed assodarla, secondo i consigli del tempo e dell'esperienza; e se questa gli mostra che errava nel pretendere l'unità del corpo legislativo, ei si ritratta, come già erasi ricreduto a proposito dell'elettricità vitrea e resinosa: quando parla ne' consigli, non disserta, ma ragiona: fonda una società, per migliorare la sorte dei carcerati, una per abolire la tratta degli schiavi; e per combattere le ragioni con cui altri la sostengono, egli manda fuori l'elogio del governo algerino e della pirateria: nuovo saggio di quell'arguta ironia alla socratica che spira in tutti i suoi scritti, e che non è intesa se non dove colti gli ingegni, fino il sentimento, esercitata la regione.

O Catoni suicidi; o Attici spiranti di volontaria fame, o Vespasiani volenti morir in piedi, traete ad osservare la morte dell'eroe moderno. Il 17 aprile 1790 vede, senza terrore e senza ostentazione, avvicinarsi il fine de' suoi ottantaquattr'anni, esclama, — Rifatemi il letto, ch'io muoja comodamente»; e spira.

Nel suo testamento lasciava capitali che, col tempo accumulandosi, servissero poi a grandi opere pubbliche; altre piccole somme da prestare, per ajutar i faticosi passi di chi comincia la carriera o vuol effettuare qualche nobile disegno; al generale Washington legava il suo bastone di pomo selvatico, migliore di uno scettro.

Addio dunque, eroi magnanimi e temuti; eroi della spada e della fierezza! Oggi sottentrano le classi laboriose, gli eroi mercadanti e calcolatori, e la sostanza e il positivo; e nuova età vi annunzia questa limpidissima intelligenza senza poesia, questa onestà senza elevatezza. Sceverati da tutte le illusioni il mondo e i mondani, le azioni e le credenze, Franklin volle di là dalla tomba prolungare l'attico sorriso, e al sepolcro suo destinò quest'epitafio da libraio:

IL CORPO
DI BENIAMINO FRANKLIN
STAMPATORE
COME LA COPERTA DI UN LIBRO VECCHIO
DA CUI SIENO STRAPPATI I FOGLI
E CANCELLATO TITOLO E DORATURE
QUI GIACE PREDA ALLE TIGNUOLE.
NÈ PERÒ L'OPERA ANDRÀ PERDUTA
MA RICOMPARIRÀ
SECONDO CREDEVA
IN UNA NUOVA EDIZIONE
RIVEDUTA E MIGLIORATA
DALL'AUTORE.

1836.