WeRead Powered by ReaderPub
Racconti storici e morali cover

Racconti storici e morali

Chapter 40: GIROLAMO CARDANO
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

This collection features a series of historical and moral tales that explore various themes, including the struggles of individuals against societal norms and personal challenges. The narratives range from the adventures of a pacifist in wartime to reflections on notable historical figures and events. Each story delves into the human experience, examining virtues, vices, and the moral dilemmas faced by characters. The work is structured to provide both entertainment and moral lessons, inviting readers to reflect on the complexities of life and the lessons that can be drawn from history.

GIROLAMO CARDANO

Nel 1663 Carlo Spoon, erudito di vaglia, raccoglieva e stampava in dieci volumi a Lione le Opere di Girolamo Cardano milanese, filosofo e medico, assicurando che «fra i tanti scrittori del secolo precedente veruno ne era, le cui scritture sieno state ricevute e celebrate con maggior applauso ed ammirazione;» e che «l'autore da personaggi di gran nome fu intitolato dittatore delle lettere, da altri, uomo incomparabile; da altri, portento dì ingegno.»

Vagliano le testimonianze dell'editore quanto i giudizj dei giornalisti, ma due cose son certe: che nessuno oggi legge quelle Opere, se non sia qualche erudito che voglia regalare agli umanissimi lettori un articolo in proposito; e che nelle scienze rimarrà perpetuo il nome del Cardano, non meno che nel catalogo abbastanza ampio delle bizzarrie umane avvegna chè egli sia stato illustre sapiente e insieme un deliro teosofista, provveduto di variatissima erudizione, eppur fecondo di pensamenti originali.

Fazio Cardano milanese, studiando all'università di Pavia, conobbe una fanciulla, e da questa generò il nostro Girolamo nel 1501. Educato a Milano dal padre, valente giureconsulto, a 20 anni già spiegava la geometria d'Euclide a Pavia. Era il tempo che gl'ingegni ridesti sentivano un bisogno universale di esercitarsi alla ricerca del vero nelle scienze morali, come nelle naturali e positive; e molti attendeano a raffinare l'analisi antica, altri a perfezionare la nuova. Ma il linguaggio algebrico era al balbettare; appena sapeansi risolvere le equazioni di primo e secondo grado e alcune che ne derivano, nè s'era volta la riflessione sopra le radici negative o immaginarie. Algebristi italiani vi attesero; e Scipione Del Ferro bolognese nel 1535 trovò la soluzione d'un caso parziale d'equazione cubica x3 + px = q e ne comunicò il segreto ad Antonmaria Del Fiore, il quale pubblicamente sfidò in Venezia l'altro famoso algebrista bresciano Nicola Tartaglia. Consuete erano allora queste sfide, e il Tartaglia confuse l'emulo con una soluzione più generale. Questa, sotto giuramento, egli insegnò al nostro Girolamo Cardano, il quale, nella sala sua Ars magna, non si fè scrupolo di pubblicarla, affiggendole il proprio nome che le è rimasto, dicendosi anche oggi formola cardanica.

Il Tartaglia ne mosse querela, il Cardano sostenne di avere ben sì avuta dal Tartaglia la formola del metodo di soluzione, ma trovata egli stesso la dimostrazione; e quanto alla formola, la scoperta non appartenere al Tartaglia, bensì a Scipione Del Ferro. Il Tartaglia dovette confessare che il Cardano avea dato a quella formola una maggiore generalità, e scoperto nuovi casi, non compresi nella regola da lui data, ma quanto alla formola, venne a sfida col Del Ferro; sfida non di stocchi e pistole come gli odierni eroi da caffè, ma di trentun problemi, ove il Bresciano ne propose di più ardui, e si mostrò algebrista superiore.

A queste sfide prendea parte tutto il mondo scienziato, e le soluzioni e i trionfi si annunziavano a suon di trombe; glorie che toccarono spesso al Tartaglia. Ma in un tempo in cui a questo pareva un gran che l'avere scoperto il cubo di p + q e l'equazione tra il cubo e una linea e tra due porzioni, di questa, fa meraviglia come siasi trovata la bella formola cardanica, fondamento ai lavori più insigni, e fino alla elegante generalizzazione di Harriot.

Il Cardano riconobbe la più parte delle proprietà delle radici, indicò le negative nelle equazioni quadrate, ogni equazione cubica aver una o tre radici reali; sapeva trovare queste per approssimazione, indicarne il numero e la natura, o secondo i segni, o secondo i coefficienti; trasformare un'equazione cubica perfetta in un'altra deficiente del secondo termine; inventò il calcolo delle radici immaginarie, tanto spediente all'analisi; pubblicò pure il metodo di sciogliere le equazioni biquadrate, trovato dal Lodovico Ferrari bolognese suo scolaro; applicava l'algebra alla geometria nei problemi, prima di Vieta, e di Cartesio; prima di Harriot, cui il Montucla ne assegna il merito, fece l'equazione eguale a zero. Il Cossali, nella Storia critica dell'algebra (1791), occupa quasi intero un volume a provare il merito del Cardano, restituendogli le scoperte che il Montucla attribuiva ad altri, e massime al Vieta.

Inoltre il Cardano trattò di tutto, e su tutto portò l'analisi inventrice. Nella meccanica fece giudiziose osservazioni, valutò la gravità e resistenza dell'aria, ideò di misurare il tempo mediante la pulsazione dell'arteria; insegnò un lucchetto a combinazioni mutabili, che si chiude sotto la parola serpens, invenzione che mal s'arrogano i Francesi.

Egli fu il primo a dare un'esatta descrizione della febbre petecchiale. Mentre le conchiglie fossili si credevano scherzi della natura, dilettatasi ad imitar in pietra le specie viventi, il Cardano dichiarò ch'erano valve pietrificate, attestanti la dimora del mare sulle vette montane; opinione ancora contrastata da quei gran naturalisti che furono il Mattioli, il Faloppio, il Mercati. Esaminando qual forza sia necessaria per sostenere un peso sovra un piano inclinato, la fece proporzionale all'angolo che esso forma coll'orizzonte; teoria giusta, sebbene ridotta a maggiore esattezza dai moderni. Indicò che l'acqua non è un elemento, ma è prodotta da aria.

Come però di sapienza, così fu un portento di stravaganza. Lasciò le proprie Memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e come pittura dell'uomo del secolo XVI, in mezzo alla dottrina cabalistica, che disponeva il mondo in maniera affatto poetica. Se tu gli credi, e' poteva a sua voglia cadere in estasi e in acatalessi; vedeva qualunque cosa desiderasse, nè le tenebre toglieano vigore alla sua vista; ciò che era per occorrergli presentiva in sogno, e da certe macchie su l'unghie. Il piacere, secondo lui, non è che la cessazione del dolore, e il male giova, se non altro, perchè s'impara a schivarlo; anzi per lui era un bisogno il penare o far penare; tormentava altre creature, flagellava sè stesso, e morsicavasi le labbra, e si pizzicava per sentir dolore quando alcuno non ne avesse.

E sì che dolori non gli mancavano. Giocatore, e perciò dissestato, è costretto ajutarsi con bassezze: un suo figlio fu attossicato dalla moglie, la quale perciò venne strozzata; a un'altro dovette far tagliare un'orecchio per reprimerlo; e tutta la sua vita fu bersagliata da sciagure.

Conosceva d'essere invido, lascivo, malefico, spensierato, e confessandolo ne riversava la colpa sopra le stelle, ch'erano ascendenti al suo natale. Del resto credeasi oggetto d'una predilezione speciale del cielo; seppe più lingue senz'averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre, il quale se n'era giovato per trent'anni; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà, ode quel che si dice lui assente. Della sua vanità non mi parlate; appena ogni mille anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure, non meno che l'abilità sua nel disputare; infine, per avverar il pronostico fatto, lasciossi morir di fame

Scrisse maestrevolmente sui giuochi delle carte e dei dadi; smanioso di contraddire, stese bizzarri elogi della podagra e di Nerone, ma checchè ne dicano l'editore e la boria patriottica, nelle sue scritture mi ha l'aria di un giornalista ch'è obbligato ad empire le pagine, e più s'avviluppa in arzigogoli e astruserie, più è tenuto dai goffi; più si diffonde in lungagne, meglio è pagato; meno riflette, più lavora.

Chi volesse ridurre ad unità filosofica quel suo balzellare, troverebbe ch'egli dichiarava la natura essere il complesso degli enti e delle cose. In lei v'ha tre principj eterni e necessarj: lo spazio, la materia, l'intelligenza del mondo; e funzione di quest'ultima è il movimento. Lo spazio è eterno, immobile, nè mai senza corpi; il che equivale a ciò che poi disse Cartesio, non darsi il vuoto in natura. La materia è pure eterna, ma nè immobile nè immutabile; anzi passa di forma in forma mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma. Ogni forma è essenzialmente una e immateriale, cioè un'anima, laonde tutti i corpi sono enti animati; del che è prova l'essere suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni di un'anima universale o anima del mondo. In essa trovansi rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri nella decade; ella somiglia alla luce del sole, che comunque uno ed eguale nell'essenza, appare sotto infinita diversità d'immagini, e «color varj suscita ovunque si riposa.»

Di tal passo andava filato al panteismo, se non avesse egli medesimo sospese le conseguenze, o variato circa l'opinione dell'unità dell'intelligenza.

L'uomo è organo di quest'intelligenza universale; pure ha un carattere distinto, la coscienza. Questa il mena a distinguere l'anima dal corpo, o, come diciamo oggi, l'io dal non me, l'uno dal vario. E dell'anima dimostra egli l'immortalità mediante gli argomenti de' filosofi predecessori; crede però che questo dogma abbia prodotto di gravi danni, quali sarebbero le guerre di religione.

La fisica sua fonda affatto sulla simpatia generale fra i corpi celesti e le parti del corpo umano; secondando i postulati delle scienze occulte, delle quali tutte ragiona con intima persuasione, altamente riprovando quei professori inesperti, per cui vizio resta infamata una dottrina, nella quale la certezza è tanta quanta nella medicina. In ciò poteva dire il vero in epigramma. Per vendicarla da tali ingiurie e mostrare come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi, esso non procede che per raziocinio e sperimento, giacchè le scienze occulte appellavano sempre agli argomenti e ai fatti quanto le positive; tant'è vero che i fatti non hanno merito se non sappiansi ben interpretare. Il Cardano per maggior chiarezza riduce quella dottrina ad aforismi distinti in sette sezioni, dai quali si intende come ogni colore, ogni paese, ogni numero stesse sotto la soprantendenza di un astro.

La magia naturale insegna otto cose: prima, i caratteri dei pianeti e a far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, a interpretare le voci loro e d'altri animali; poi le virtù delle erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del futuro mediante tre viste; la settima parte mostra gli esperimenti propizj, sì del fare, sì del conoscere; l'ottava, le maniere d'allungare molti secoli la vita.

Reggereste voi, lettori umanissimi, ad accompagnarmi nell'indicazione dei varj canoni di queste dottrine? Il Cardano, è ben lungi dal farne mistero; anzi insegna a comporre sigilli per far dormire, o per farsi amare, o per rendersi invisibile, o per non istancarsi, o per aver fortuna; tutto ciò combinando quattro nature, cioè la natura della facoltà, quella della materia, quella dell'astro, quella dell'uomo che fa; al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che vi corrispondono. Tra i talismani il più potente era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crépita fino a spegnersi, e la ragione è che il sego è formato di sangue; il sangue è sede dell'anima e degli spiriti, i quali entrambi son presi da cupidigia d'oro e d'argento finchè l'uomo vive, e perciò anche dopo morto ne rimane turbato il sangue. Volete sapere i presagi che possono dedursi dalle differenti arti e dai casi naturali? Volete interpretar le linee della mano colla chiromanzia? o quel che significano le macchie sulle unghie e come intendere i sogni? come ottenere responsi? Non avete che a scorrere quei dieci volumi in foglio, e ve l'insegnerà con sicurezza: piccola fatica, guadagno incommensurabile.

E fu con tali scienze ch'egli acquistò reputazione europea a' suoi giorni; consigli e responsi da lui chiedevano insigni personaggi e perfino Eduardo VI re d'Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a' costui strologamenti; san Carlo il propose maestro nell'Università di Bologna; il re di Danimarca gli offerse un posto alla sua corte; Gregorio XII il volle suo medico. Cento geniture egli formò d'illustri personaggi, dall'oroscopo, cioè dagli astri ascendenti al loro natale, deducendo la causa delle qualità e dei difetti loro. Alle stelle conviene aver riguardo nella medicazione, ed infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo giorno di aprile alle ore otto del mattino.

Tutto ciò vi racconta colla persuasione onde oggi si parla delle tavole semoventi e degli spiriti picchianti; ma poi a volta a volta esce a ridere della chiromanzia, della stregoneria, dell'alchimia, della magia, dell'astrologia. Ne ride, eppure le esercita, per compassione di chi n'ha bisogno; i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata, eppure è pieno di storie di morti e di spiriti; crede che gli incubi generino bambini, e depongano il vero le streghe nei processi. Insomma, veggente come i moderni, talvolta delira come gli antichi della peggiore età; talvolta si eleva come il genio, tal altra è disotto del senso comune; vacilla tra opinioni rette e malvagie, e come disse un suo nemico acerrimo, lo Scaligero, in molti punti è superiore ad ogni umana intelligenza, in altri inferiore a un bambolo. E il Leibniz asserì che fu uomo grande malgrado i suoi difetti; senza questi sarebbe stato grandissimo.

E per quanto noi vorremmo celebrar questo insigne milanese, troviamo di doverlo collocare con quei tropp'altri italiani, di bello, anzi di splendido ingegno, che il nostro patriotismo ci fa proclamare superiori, o almeno anteriori a que' forestieri i quali innovarono la filosofia; ma i nostri realmente ben poco effetto esercitarono sopra gl'incrementi della scienza; per ottener i quali non bastano lampi comunque splendidi, ma vuolsi luce tranquilla e seguita: non basta avventurare alcune teoriche, ma bisogna averle vedute nascere regolarmente, regolarmente svolgersi, applicarsi; non basta dire alcune verità prima d'ogni altro, ma bisogna averle scevrate dalle falsità, da altre asserzioni che attestano non essersi avuta chiara percezione neppur delle vere, e che ne elidono l'impressione; infine bisogna averle esposte non solo con esattezza, ma con limpida proprietà, col linguaggio approvato dai dotti e inteso anche dai vulgari, con quell'arte che penetra gli intelletti e determina le volontà.