Uno scroscio di risa feroci accolse le mie parole, e delle voci si sollevarono dalla folla che gridavano: alla corda, alla corda.
Fui condotto al luogo destinato ai supplizii. Quivi un abisso profondo, immenso, si apriva nel seno di una montagna: in fondo alla voragine, sulle punte di granito e di metallo taglienti come lame, roteavano stormi di astori e di aquile.
Fui legato ad una corda annodata alla punta di un albero, il quale inclinandosi sull'abisso, ne guardava il mezzo colla cima. Prima che la corda abbandonata a sè, mi sospendesse perpendicolarmente sulla voragine, io diressi ancora alcune parole ai Denti bianchi:
—Domando, io dissi, che la salma reale sia trasportata in Europa, per ricevere sepoltura nelle tombe de' miei padri. Che, ove non ottemperaste a questo desiderio, la mia nazione invierebbe immediatamente la sua flotta a bombardare i porti di Potikoros, e impadronirsi dell'isola.
Nè io pensava in quel momento che era impossibile tornar da quell'abisso, e che mi sarei fatto a brani cadendo sulle punte di granito che formavano il fondo. E comprendeva benissimo che la mia salma doveva aver nulla di più sacro della salma d'un zoccolante; poichè il corpo d'un re e quello d'un mendico producono la stessa specie di vermi; e, come aveva letto nel Amleto, si può gettar l'amo ad un pesce col verme che mangiò di un re, e un mendico può mangiare di quel pesce, per modo che il corpo di un re entri nelle viscere di un mendico. Nondimeno la mia vanità mi spinse a proferire quelle parole.
Vanità inutile, poichè i Denti bianchi tornarono a sorridere di quel sorriso feroce che mi aveva poc'anzi agghiacciato il sangue nelle vene, e a contrarre le labbra a quella smorfia infernale, di cui non saprei darvi un'idea se non richiamandovi alla mente quello scoprirsi delle mandibole che osserviamo nei mastini e nelle fiere quando stanno per avventarsi, e che noi soliamo indicare col dire: mostrano i denti.
Non si frappose più indugio alcuno al mio supplizio.
Fui condotto sull'orlo della voragine, e spintovi in guisa che, essendo stato annodato alla corda, mi trovai sospeso perpendicolarmente sopra l'abisso. I cavalieri dei Denti bianchi, i miei stessi ministri, le persone più autorevoli dello Stato disposti in circolo sull'orlo della voragine, tentavano di tagliare a colpi di freccia la corda che mi teneva sospeso.
Era un supplizio lungo, lento, crudele, atrocissimo. Ogni trecciolino della corda tagliato si arricciava da una parte e dall'altra, assottigliando sempre più il centro di essa, su cui erano dirette le freccie. Dopo due ore di patimenti infiniti, la corda rotta in più luoghi, non reggeva più che per un semplice filo al mio peso.
Curvandomi e guardando sotto di me, io vedeva l'abisso nero e profondo che mi attendeva, gli uccelli di rapina che aspettavano il mio cadavere per divorarlo, e qua e là le ossa imbiancate degli infelici che avevano subito prima di me quel supplizio tremendo....
Un solo filo reggeva ancora la corda, le freccie passavano fischiando da tutte le parti e non la colpivano: io guardava la corda e l'abisso, poi la corda, poi ancora l'abisso, e mi contraeva, mi arricciava, mi aggomitolava, come avessi potuto con ciò sollevarmi dal fondo della voragine.
Non so quanto durasse quell'agonia. A un tratto una freccia colpì nella corda, la ruppe, precipitai, innalzai un grido di orrore e... oh mio Dio!.... mi svegliai, e mi trovai nel mio letto.
—Che vergogna! mi disse Elettra appoggiata col gomito al mio capezzale, è da jeri sera che tu dormi; sono ora ventiquattro ore....
—Ventiquattro ore!
—Sì cotesta tua abitudine di bere... io ti vegliava inquieta...
—Ventiquattro ore! ripetei tra me stesso stordito: un sogno di un giorno, perocchè adesso...
—Siamo di sera. Hai dormito un giorno intero.
—Un giorno!
Ed ora, miei lettori, dubiterete ancora che non sia questa la storia di un giorno della mia vita?
FINE
Nota del Trascrittore
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- Pag. 8 - dei dadi del _whist_ [wihst], o col giuoco pericoloso dei
- Pag. 12 - biglietti sul vassoio [vasoio], aggiunse:—raddoppio.
- Pag. 22 - rata dà [da] diritto all'intera rendita convenuta,
- Pag. 24 - Crediamo superfluo raccomandare [racomandare] al signor
- Pag. 27 - innocente, nè [ne'] compromettere la sua fama di
- Pag. 47 - —Sono a vostra disposizione [disposione], rispose Rosen.
- Pag. 58 - credete che potrei destare sospetto [sopetto] di suicidio?
- Pag. 69 - spesso sul pianerottolo [pianerettolo] ad inacquarvi i suoi
- Pag. 74 - E si avviarono all'ufficio di polizia [pulizia].
- Pag. 75 - che Lachard e Tricotèt [Tricotet] gli avevano arraffate
- Pag. 79 - colla quale avesse [avese] potuto trasportare alcune
- Pag. 84 - —Fermatevi [Fermatavi], o siete morto.
- Pag. 102 - tutti i miei sensi. È [E'] là, io diceva, che
- Pag. 102 - vigilanza degli eunuchi [enunchi], i ventagli di penne di
- Pag. 112 - il suo braccio alla monarchia, non dispero [disspero]
- Pag. 116 - Le sorprese [soprese] più grate mi attendevano in quel
- Pag. 117 - si appressò [appresò] timida e sorridente, e dopo aver
- Pag. 119 - Quanto [Quante] è vero l'affetto che sente già il
- Pag. 119 - io languiva qui così sola, così abbandonata [abbandodonata]
- Pag. 119 - mio padre, quel diamante [diamente] favoloso, queste
- Pag. 121 - I miei ministri e i miei [mei] ufficiali meravigliati
- Pag. 122 - come le oche [ocche] debbano trovarsi in
- Pag. 127 - di pensiero sopra un soffice guancialetto [guacialetto]
- Pag. 137 - dell'osservatore [ossservatore] e del filosofo. Cinque o
- Pag. 140 - mantenimento [mantimento] a spese dello Stato.