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Raggio di Dio: Romanzo

Chapter 9: Capitolo VI. Filemone e Bauci.
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About This Book

A sweeping historical novel traces the fortunes of a powerful feudal household and the custodians of its hilltop castle, portraying alliances, rivalries, and matrimonial bonds that shape local politics. The plot unfolds through episodes of diplomacy, intercepted letters, military aid, social entertainments, and journeys, alternating detailed landscapes with intimate domestic scenes. Characters negotiate honor, ambition, and affection while confronted by legal and moral dilemmas; chance and fate complicate private aims and public duty. The narrative blends adventure and sentiment to examine how loyalty, justice, and human frailty influence the rise and fall of family prestige.

A messer Bartolomeo Flisco
nostro caro cugino et strenuo cavalliere.

“Il nostro Giovan Passano vi avrà data a quest’ora una lettera mia et significata la nicissità grande in che vivemo del vostro consiglio di valente huomo qual siete in così giovine età et forte non manco di braccio. Del quale come del consiglio poderia esser uopo, se Vi parerà esser da ciò, come noi Vi stimiamo. Sappiate ora che non solo è turbamento in città et gran confusione, per li popolari che sempre vorriano mettersi in loco di nobili, con dire che essi son nati in casa soa, di gente municipali romane et noi di fuori et stirpe di barbari: del che non so come possino haver certezza, non leggendosi in carta veruna se non questo, che i loro ascendenti furono gente della plebe arricchiti in vender grasce et navigar trafficando. Nè questo solo; ma ancora vorriano che s’aiutassi Pisa contro l’armi di Firenze, mettendo il Comune in tale impegno che non sia poi sicuro di sopportare. Etiam non possiamo noi dimenticare che per muover con oste a Pisa bisognerà passare per le terre del nostro capitanato; dove ogni grosso esercito che passasse facilmente sarìa tratto da desiderio a mutare quello che ivi è stato stabilito per l’onore de la nostra casata; et contrariamente un piccolo soccorso non bastando per salvezza di Pisa, trarrebbe le vendette di Fiorenza, non già contro il comune di Genoa lontano, ma contro li feudi nostri in val Magra, quali assai ne dee premere di tener fortemente. Ond’io meglio stimo che un potente signore abbia Pisa, il quale ne assicuri et conservi la libertà contra Firenze, potendo misurare gli aiuti al bisogno et non lasciarsi cogliere alla sprovveduta, come senza fallo userebbe il Comune nostro, sempre in tumulti et trambusti et confusione babelica. Il carico di tener Pisa par dunque a noi destinato dal cielo, non ad altro signore che già briga per ottenerlo, mettendosi in vista. Uomo nostro, intendente et valoroso per andar colà, sentir le opinioni et provvedere con pronte risolutioni io non vedo altri che Voi, nostro cugino amatissimo; che se gli animi dei Pisani, come io credo, fussino a noi inclinati, Voi subito di studioso ambasciatore e consigliero potresti mutarvi in capitano di armati, avendone noi già in Lunigiana ammassati quanti basteriano per il primo bisogno, e gli altri sarian pronti a seguire. Meglio di tutto ciò parleremo in Violato, ove è sempre gran desiderio de la vostra persona. Venite dunque; e se non basta a muovervi la nostra amicizia, Vi muova il consiglio di madonna Bianchinetta, orgoglio del nostro parentado, a la quale bacio divotamente le mani, come alla eccelsa sposa vostra incomparabil Fiordoro.

Genoa, li V martio del 1506.

“Sempre al vostro servitio et bon cugino
Gio: Aloixe.

E indirizzo e firma apparivano un po’ diversi dall’una lettera all’altra. Ma così erano gli uomini di quel tempo, che all’ortografia badavano poco, anche per il fatto di non averla troppo sicura. Per altro, come si riconoscerà dal contesto di quest’ultimo messaggio, vedevano chiaro in quel che volevano, e non si lasciavano tirare nè di qua nè di là da pericolose incertezze.

Madonna Bianchinetta e la sua bellissima nuora erano rimaste sopra pensiero. Proponeva gran cose, l’eccelso Gian Aloise, e per accettare, come per ricusare il partito, bisognava meditarci su. Messer Filippino frattanto aggiungeva di suo, commentando l’epistola:

—Siamo in famiglia, e si può dire ogni cosa. I Pisani non vogliono essere oppressi da Fiorenza; e tanta è la ripugnanza loro a quel giogo, che vogliono piuttosto quello di Genova, dimenticando il colpo mortale della Meloria. Potrebbe Genova accettare l’invito, e noi di casa Fiesca goderne, se Genova fosse nostra più che non sia. La teniamo in parte, preponderandovi con l’aiuto del re Cristianissimo, a cui siamo d’aiuto pur noi, tenendogli in fede la Repubblica. Ma più teniamo e con maggior sicurezza la Riviera di Levante, quanta n’è dall’Appennino al mare tra la Scrivia e la Magra, non senza forti scolte nelle valli del Taro e della Baganza. A noi, non a Genova, si spetta di andare in soccorso di Pisa. Ma c’è qualcun altro che vorrebbe mettersi avanti in nostro luogo. Quest’altro non ve lo dice la lettera di Gian Aloise, perchè non tutto si confida allo scritto; ma egli è Gian Giacopo Trivulzio, il quale, se non forse quanto Gian Aloise Fiesco, è pur molto in grazia del re Cristianissimo. Non pare a Voi che in questo caso avrà ragione il primo che metta innanzi le mani? A questo occorre un uomo assai destro, che vada ad offrire gli aiuti, a concertarne il modo; e tutto ciò non in nome del Comune, che non sarebbe prudente consiglio aggravar dell’impresa, ma di quell’uomo che in Genova è più potente e a Pisa più prossimo per l’ampio dominio. Accettano? Sì, perchè nella estremità a cui sono ridotti non hanno altro partito. E Voi allora vi potete scoprir meglio, come capitano della gente che aspetterà un cenno vostro per accostarsi alla città, fronteggiare i Fiorentini e lasciare a terra il Trivulzio con le sue ambizioni. Questo in digrosso il pensiero del nostro eccelso parente; le cose minute vi dirà egli in Violata.—

Bartolomeo Fiesco stava fra due; nè già pei commenti di Filippino, che lo avrebbero anzi persuaso a dire un no tondo tondo, ma per la lettera di Gian Aloise. Si volse allora alla madre, domandandone con gli occhi il parere.

—È cortesia lo andare;—disse madonna Bianchinetta.—Se tu non puoi accettare, figliuol mio, dirai meglio le tue ragioni a voce, che non per iscritto.—

Si volse egli allora a sua moglie, e n’ebbe queste parole:

—Bisogna andare. Te lo avevo già detto per la prima lettera; e nella seconda son nuove ragioni, che mostrano anche molta fede in te. Si verrebbe meno alla fede di un tant’uomo, non andando alla chiamata.

—Ah! siate lodata, madonna Juana;—gridò Filippino giubilante.—Sarete voi la fortuna di casa Fiesca.—

Fior d’oro non potè trattenersi dal ridere.

—Vedete,—diss’ella,—da che distanze doveva ella venire!

—Eh!—rispose Filippino.—Le vie della Provvidenza son tante! Si partirà dunque domattina;—soggiunse.—Gian Aloise sarà così lieto di riverirvi!—

Correva troppo, messer Filippino bello; e fu fermato di schianto.

—Voi mi mettete d’un viaggio che io non farò certamente;—rispose Fior d’oro.—È delle donne custodire la casa. Stando accanto alla madre di mio marito, mi parrà di non averlo tutto perduto, per quei due giorni che vorrà durarne l’assenza.

—E se durasse di più?—domandò Filippino, che non voleva darsi per vinto.

—Allora.... allora, si vedrebbe;—rispose conchiudendo Fior d’oro.

Quella sera, ritirandosi nelle sue stanze, il capitano Fiesco diceva alla moglie:

—Filippino mi annoia.

—Annoia anche me;—rispose Fior d’oro.—Ma è giovane; si cheterà. Intanto bisogna riderne.

—Potere! È lui, frattanto, il noioso che mi mette tutti questi impicci sulle braccia. Non lo vedi tu, che fa scrivere due lettere in un giorno, e ad un oscuro uomo come il tuo Damiano, dall’eccelso Gian Aloise Fiesco, potentissimo tra i signori d’Italia, ed amicissimo del re di Francia? Io, come dice frate Alessandro, faccio un ridosso ai Commentarii di Cesare: ma il vecchio di Violata vuol farne un altro alle Epistole di Cicerone, che son più di ottocento.

—Vedi?—gli disse sorridendo Fior d’oro.—Bisogna andare, perchè non n’abbia a scrivere altrettante.

—Andare,—riprese Damiano, più Damiano che mai in quell’ora,—e dirgli quel no, che avrei potuto mettere in carta?

—Non è certo,—replicò la bellissima donna,—che quel no si possa scriver meglio, potendolo dire con garbo, dopo aver sentite tutte le ragioni del tuo nobil parente. Ci penserai, del resto, le peserai attentamente. Potresti anche lasciarti persuadere da qualche ragione più forte, che toccasse l’utilità della casa e l’onor del tuo nome. La ragione più forte non ci sarà? Il tuo no sembrerà detto dopo aver meditato, e ad ogni modo ne avranno scemato l’asprezza le parole cortesi e la stessa tua condiscendenza all’invito.—

Damiano guardò Fior d’oro con tenerezza, e le pose al collo le braccia.

—Bella bocca!—le mormorò.—Bella bocca, che parla così bene!

—Bella!—ripetè ella con accento malizioso.—E non cara?

—E bella e cara,—gridò Damiano, con uno de’ suoi impeti di passione,—e, se vi piace di saper tutto, adorata.—


Indice

Capitolo V.

Al soccorso di Pisa.

Il palazzo di Gian Aloise Fiesco sorgeva sul colle di Carignano, accanto alla chiesa patronata che un cardinal Luca Fiesco, diacono di Santa Maria in Vialata a Roma, aveva ordinato nel 1336 fosse eretta in Genova col medesimo titolo; donde il nome di Vialata si stese a tutta quella parte della collina, corrompendosi poi nel dialettale “Viovâ„ per rifarsi ancora italiano in “Violato„ e dar occasione a qualche moderno di derivarlo “dalla copia delle viole che vi nascevano e soave fragranza diffondevano intorno„. Chi sente l’arcana poesia dei fiori può anche contentarsi di questa etimologia, che ha dopo tutto il gran merito di suscitare graziosi pensieri.

Non ne suscitava di tali il palazzo, edificato presso il fianco sinistro e perciò a mezzodì della chiesa, con la quale faceva angolo il suo fianco destro, conterminando il piazzale di quella fino al bastione, che in guisa di belvedere si stendeva lassù verso ponente per un gran tratto del colle. E mentre da quel lato il palazzo dei Fieschi dominava il prospetto della superba Genova, fronteggiando il colle di Sarzano e la mole dell’antico Castello, guardava da tramontana il vasto anfiteatro del monte Peraldo colla sua gran cinta di mura alte sui greppi; da mezzogiorno, poi, vedeva gran tratto di mare, solcato da centinaia di vele, che uscivano dal porto o venivano all’approdo, passando sotto i suoi occhi lungo la Marinella, detta altrimenti il seno di Giano; e da levante, se pur non iscorgeva il Bisagno, nascosto sotto le alte mura di Santa Chiara, godeva la scena incantevole del colle d’Albaro, colla imminente piramide del monte Fasce e collo sfondo azzurro del promontorio di Portofino, dietro a cui si stendeva la riviera di Levante, oramai diventata un gran feudo dei Fieschi.

Al palazzo, che meglio si sarebbe detto castello, si accedeva da due parti; da levante per un viale campestre, collegato alla via che dall’Acquasola e dagli Archi di Santo Stefano metteva a San Giacomo di Carignano, e là si presentava difeso da due grossi torrioni; da ponente, ove appariva più alto, quasi impervio come una rupe Tarpea, si giungeva ad esso dal borgo dei Lanieri, lungo il Rivo Torbido. Colà, passato appena il convento e la chiesa de’ Servi, si levava pel dorso della Montagnola una gran cordonata di oltre cento scaglioni, onde si risaliva ad un loggiato coperto, di là riuscendo ad un ingresso laterale dell’edifizio, aperto sopra una vasta spianata di giardino. Arrivati finalmente lassù, si godevano i particolari di quella nobile fabbrica, onde da lontano si era ammirata soltanto la maestà del complesso. Non dissimilmente dalla chiesa contigua, il palazzo era sui quattro lati incrostato di marmi a fasce alterne bianche e nere, rotte a giuste distanze da grandi finestre, partite a colonnini; e le finestre, inframmezzate da statue, raccolte nelle loro nicchie sagomate con bell’arte d’intagli, erano fiancheggiate da lunghi ramponi di ferro, rivoltati a staffa, tutti terminati in un giglio di ferro battuto, certamente in omaggio cortigianesco ai gigli di Francia. A quei ramponi sporgenti, che altri casati di parte ghibellina usavano decorare d’un capo d’aquila, si soleva nei giorni di pubblica festa appendere gli scudi e l’arme di famiglia; il che dicevasi fare la impavesata. Nè mancava la “conoscenza„ ossia la insegna della gente, scudo, cimiero e motto, espressi in pietra di Lavagna e murati ben alto sui prospetti del palazzo. Più basso, per modo che si vedesse bene dai viandanti, era murata la targa indicante il privilegio d’immunità dalla forza della giustizia, onde il Comune aveva donate le case dei Fieschi. In quelle targhe, o liste di marmo, poste sugli angoli dell’edifizio, si vedevano scolpite due mani rivolte alla croce di Genova; ed erano i segni “ultra quae non licebat satellitibus homines infestare„.

Descritta la forma esterna del palazzo di Vialata, sarebbe forse utile fare altrettanto per gli appartamenti e gli arredi. Ma noi abbiamo soltanto da accompagnarci Bartolomeo Fieschi, il quale non vorrà restarci lungamente; perciò tralasceremo una descrizione che troppo somiglierebbe ad un inventario, nella sua aridità notarile. Luigi XII, che alloggiò in Vialata nell’anno 1502, ebbe a dire, certamente prendendo occasione dal palazzo del suo ospite, che le case dei Genovesi erano più doviziose e meglio fornite della stessa sua reggia. Io, per amore dell’arte, accennerò soltanto che nel vestibolo Gian Aloise aveva fatto dipingere a buon fresco i Giganti fulminati da Giove; motivo che indi a poco doveva essere imitato da Pierino del Vaga nella caminata di Andrea Doria a Fassòlo. Rivalità di sfoggio signorile, che incominciava a mostrarsi in forme artistiche e mitologiche, per girar poi alle manifestazioni politiche e diguazzare nel sangue! Per opera di un altro Gian Luigi, quarantadue anni più tardi, il Giove ottuagenario di Fassòlo, mortogli il nipote Giannettino e minacciata da presso la recente sua reggia, era costretto a fuggire di nottetempo infino ai monti di Voltri; ritornato di là a cose quiete, non perdonò la paura che gli avevan fatta provare, e prese a fulminare i Giganti di Vialata, abbattendone l’orgoglio, diroccandone dalle fondamenta il palazzo fastoso.

Nella sua gran caminata, dipinta da Leonardo dell’Aquila, finalese, e da Giacomo Serfoglio, da Salto, l’eccelso Gian Aloise ricevette il parente aspettato. Bartolomeo Fiesco era alloggiato da gentiluomo a Gioiosa Guardia, con gusto severo ed onesta larghezza, secondo il costume dei vecchi. Là dentro, in Vialata, era una varietà artistica che prendeva accortamente da tutti paesi, ed una profusione di lusso da abbagliare la vista. Tappeti di Fiandra coprivano i pavimenti; forzieri ferrati alla francese si alternavano lungo le pareti a gran sedie intagliate di noce, alcune sormontate dalle armi gattesche e roveresche accollate, altre dalle armi gattesche e carrettesche, a ricordare i successivi matrimonii di Gian Aloise con Bartolomea della Rovere, nepote di papa Giulio II, e con Caterina del Carretto, sorella al marchese del Finale. Archi turcheschi con le loro faretre, vecchi trofei di ammiragli della casata, ornavano la gran cappa del camino, di pietra di Lavagna, riccamente intagliato a fiori, fogliami, chimere ed altre forme di mostri, non esclusi i soliti imperatori romani. Qua e là in vistose credenze si accoglievano a centinaia gli arnesi di prezioso metallo; idrie, guastade d’argento lavorato a rilievo e dorato, catini e piatti d’argento istoriato, confettiere d’argento niellato alla barcellonese. Ma più assai delle opere d’orefice, più ancora d’una collana di grosse perle in numero di settantatrè, che si ammirava con altre gemme in una vetrina particolare, colpivano il visitatore gli arazzi ond’erano coperte le vaste pareti, con certe istorie del Testamento vecchio, tra cui primeggiava per bontà di disegno e vivezza di colori, come per terribilità di effetti, quella di Nabucodonosor, il gran colosso dal piede d’argilla. In una sala attigua alla caminata il nostro capitano Fiesco aveva già dovuto fermarsi a contemplare altri arazzi, che recavano espressa la storia romanzesca di Biancafiore.

Al giungere del suo parente di Gioiosa Guardia si levò l’eccelso Gian Aloise dal gran seggiolone di cuoio dorato su cui stava seduto, davanti ad una tavola lunga, coperta di quel drappo turchino che fin d’allora si chiamava “da consigli„ poichè già si fabbricava a quell’uso, di coprir tavole da adunanze. Nel mezzo del drappo erano ricamate le armi dei Fieschi, ripetute da per tutto, perfino sul calamaio quadro di legno d’ebano intarsiato, nel manico d’argento del temperatoio, e sul pernio delle forbicette dorate che gli facevano compagnia. In tutti i particolari, in tutte le minuzie, appariva il lusso sfoggiato e il consapevole orgoglio d’un principe. Non ci maravigliamo se mirasse al dominio di Pisa.

Dall’anno 1494 ardeva la guerra tra Firenze e Pisa, questa amando viver libera, e quella volendo signoreggiarla. Nè a Genova nè al suo potentissimo Gian Aloise Fiesco tornava che i Fiorentini dilatassero maggiormente l’imperio, poichè non solo questi agognavano l’occupazione di Pisa, ma insidiavano Pietrasanta e Sarzana. Per tali ragioni si accoglieva l’ambasceria dei Pisani, che offrivano di congiungersi perpetuamente con la Repubblica genovese, pronti ad accettarne le leggi. Ma qui cominciavano ancora i dissensi. Erano nel Senato nobili e popolani, cioè famiglie antiche feudali, e famiglie di popolo grasso, salite ai primi gradi, ma non tenute pari a quell’altre, che pur da talune popolari avevano lasciato occupare il dogato, designandole un pochettino a scherno col soprannome di Cappellazzi. Erano queste le famiglie dei Fregosi e degli Adorni, dei Montaldi e dei Guarchi, sempre appoggiate a questa o a quella delle famiglie nobili, o feudali, dei Fieschi e dei Grimaldi da un lato, dei Doria e degli Spinola dall’altro. Ma l’appoggio era dato in guisa, che, le rivalità continuando tra i Cappellazzi, non potesse mai prosperare e soverchiare una parte di loro, e i nobili godessero tranquilli fuor di città i loro dominii feudali, lavorando ancora ad estenderli come potessero, gli uni con la prevalenza della parte guelfa, gli altri della parte ghibellina in Italia. Guelfi i Fieschi e i Grimaldi, dovevano facilmente trionfare nei secoli XIV e XV, in cui cadevano quasi da per tutto in Italia le fortune imperiali. Doria e Spinola, dal canto loro, dovevano presto rifarsi, colla protezione di Spagna. Intanto, nel periodo incerto della prevalenza francese in Italia, e guelfi e ghibellini, essendo nobili tutti, parevano sentirla ad un modo, per opporsi alle ambizioni dei popolari; onde si vide nel primo trentennio del secolo XVI andar pienamente d’accordo i Fieschi coi Doria.

Tornando alle offerte di Pisa, com’erano fatte solennemente al Senato genovese, proponevano i popolari di accettarle, soccorrendo quella nobil città, non senza concedere ai Pisani la cittadinanza di Genova, e mandando famiglie genovesi quante più si potesse a stabilirsi in Pisa. Consiglio generoso e prudente era quello; ma non poteva piacere a Gian Aloise Fiesco, vicario e capitano generale della Riviera di Levante. Pisa soccorsa con un esercito pari al bisogno, altro non significava che la Riviera di Levante aperta a quell’esercito; onde per allora scemata l’autorità del capitan generale, e in processo di tempo perduto l’util dominio di quel vicariato. Pisa soccorsa con poca gente, significava vittoria dei Fiorentini, col loro voltarsi minaccioso non pure contro Pietrasanta e Sarzana, ma ancora e più contro i dominii feudali dei Fieschi.

Di qui la opposizione che alle offerte dei Pisani aveva fatta Gian Aloise in Senato, mettendo innanzi che non si potesse far nulla senza il beneplacito del re Cristianissimo, a cui Genova si era data in balìa. E perchè il re Luigi si trovava allora di qua dalle Alpi, si sentisse lui, se n’esplorasse l’animo, prima di deliberare il soccorso di Pisa. Così nascevano le due ambasciate d’ufficio; una ai Pisani, per dar buone parole, l’altra al re Luigi, per averne il parere.

Ma il re Luigi doveva rispondere in quel modo che al Fiesco tornasse più utile. E perchè la risposta volgesse favorevole alle ambizioni del potente signore, andavano lettere di costui; portate da un suo fidatissimo uomo, a quel re. In pari tempo occorreva guadagnar l’animo dei Pisani, mandando loro un altr’uomo per chiedere se il valido e sicuro aiuto d’un gran signore genovese non potesse convenir loro assai più dell’incerto e scarso che dar poteva il Senato. Certo, ponendo in questa forma il dilemma, i Pisani non avrebbero esitato un istante. E perchè il re Cristianissimo si sarebbe acconciato ai fatti compiuti, occorreva che l’uomo mandato ai Pisani fosse destro negoziatore e capitano risoluto ad un tempo, cioè pronto a tirar dentro un grosso di soldatesche, già preparato a due terzi di strada, per unirlo a difesa della città con le forze di Pisa, comandate allora da Tarlatino di Città di Castello, un condottiero che si poteva sperare di trar bellamente agli interessi del futuro padrone.

Bartolomeo Fiesco era stato a sentire, tanto più attento, quanto più a lui era rivolto il discorso; come spesso occorre nelle assemblee grandi e piccole, che gli argomenti tutti dell’oratore e tutti i lenocinii dell’arte sua mirano sempre ad uno tra gli ascoltatori, e gli altri sono come zeri, destinati a far numero con quella unità. Certo, se il capitano Fiesco accettava di esser egli l’uomo per Pisa, il partito di soccorrer questa con le forze dei Fieschi era vinto; il re Cristianissimo avrebbe approvato il fatto; Gian Giacopo Trivulzio sarebbe rimasto colla voglia; i popolari genovesi non avrebbero più potuto alzare la testa; mentre dal canto suo Gian Aloise avrebbe posseduta di schianto una tal potenza principesca, da pesar poi, bene o male, ma sempre moltissimo, sulla bilancia mal certa delle fortune d’Italia.

Ma il capitano Fiesco non voleva esser quell’uomo. Più sentiva ragioni che lo dovessero smuovere, più ne trovava da opporre. Lo aveva giudicato male, il suo eccelso parente, argomentando di lui da sè stesso.

—Ahimè!—diss’egli, quando vide venire quell’altro a mezza spada.—Riconosco la bellezza audace del vostro disegno; ma tanta bellezza e tanta audacia non sono il fatto mio. Senza contare che io non son destro ai maneggi politici, e mi ci troverei davvero come un pesce fuor d’acqua, penso che nella parte militare dell’impresa fallirei per precipitazione, che è il guaio dell’indole mia, e di cui non son mai riescito a guarirmi. Troppo grande è il carico che vorrebbe darmi la vostra fiducia, ed io sono troppo piccolo uomo.

—Ma pensate,—replicò Gian Aloise, non vedendo altro nella risposta del capitano Fiesco che un effetto di modestia soverchia,—pensate che sareste spalleggiato da tutti. Duemila uomini son pronti a Sarzana, e mille a Pontremoli; tutta gente che al vostro cenno correrebbero sotto Pisa. Non vi parlo della gente che ho tra Rapallo e Lavagna, che ben sapete quant’è. L’avreste tutta, come si suol dire, sotto la mano.

—Ripeto, non è il fatto mio;—ribattè Bartolomeo Fiesco.—Voi mi fate più esperto capitano che io non mi sia mai sognato di essere. Chi ha comandato i cento, e magari i cinquecent’uomini, può ritrovarsi con diecimila impacciato come un pulcino nella stoppa.

—Eh via! s’ha da credere? Chi è stato a tanti sbaragli, meritando la lode e l’affetto del vicerè delle Indie occidentali, non vorrà mica perder la testa in una faccenda che deve andare da sè.

—Se deve andare da sè come Voi dite, perchè metterci a capo un uomo che mostrate di stimare più ch’egli non sia stato mai? Ogni altro, che abbia risolutezza, dovrebbe bastare.

—Risolutezza e perspicacia;—ripigliò Gian Aloise.—E perspicacia ed ambizione di far bene. Non avete Voi ambizione?

—No;—rispose Bartolomeo Fiesco.

—Per un Fiesco, è nuova;—ribattè Gian Aloise.—Per Bartolomeo delle Indie, è strana.—

Lo toccavano sul vivo; e naturalmente gli saltò la mosca al naso; che la pazienza non era mai stata il suo forte.

—Ecco;—diss’egli, assumendo a suo modo una cert’aria di gravità e promettendo colla solennità dell’accento un lungo discorso;—facciamo ad intenderci. Ne ho avute, delle ambizioni; e potrei averne ancora, ma in un campo diverso. Bartolomeo delle Indie, avete detto, e sta bene. Rimandatelo dunque alle Indie. Qui si fanno gran cose, che potranno riuscir piccine alla prova; laggiù si fan cose piccine, che potranno esser grandi. E questo, badate, non per diverso vedere, ma perchè laggiù si taglia dalla pezza, potendo fare una cappa da gentiluomini, mentre qui si raccozzano scampoli e stracci, volendo cucirsene un manto reale. Perchè questo? Perchè qui siamo gli eredi di un gramo passato, e in molti e in troppi ci contendiamo un osso già spolpato da Goti e Greci, da Longobardi e Franchi, da Ungheri ed Alemanni; un osso, mi capite? che oggi han preso a smidollare Francesi e Spagnuoli. Laggiù, vivaddio, non si è eredi di nessuno; laggiù si può esser magari gli autori della stirpe e gli arbitri del futuro, preparandolo con libertà, bene o male, meritandone la gratitudine o le maledizioni dei posteri.

—Spaziate come un’aquila, cugino!—esclamò Gian Aloise.

—E sarò un nibbio, poi;—rispose il capitano Fiesco.—Ma vedo, se permettete, un orizzonte più largo di questo; forse perchè ho viaggiato di più in compagnia d’un uomo grande, l’unico grande che mi offrano le storie, non escluso quel Carlomagno a cui si riferiscono le nostre vanità, quando vanno più alte. Il mio grand’uomo, col suo ingegno e colla sua costanza, ha trovato un mondo nuovo; quell’altro, con la sua forza, con la sua onnipotenza, non è riuscito se non a rimpiastricciare il vecchio, che gli è rimasto poi sempre un lavoraccio.

—Povero a voi, se foste vissuto a’ suoi tempi! neanche un paladino avreste voluto diventarci?

—Chi sa? Ed avrei forse ottenuto il gran titolo, facendo imprese da cantarsi in piazza per rallegrare la gente. Questa che noi faremmo, avendo la Riviera di Levante per via, e la foce d’Arno per meta, sia pure importante come a Voi pare; ne posso ammettere l’utilità, non ne vedo la grandezza, non ne sento il desiderio. Perdonate, illustre cugino; e possa cascarmi la lingua, se ho qui la più lontana intenzione di spiacervi; verrà giorno che anco dei Fieschi si perda il nobilissimo seme. Già, con tanti vescovi, cardinali e papi nella nostra famiglia, niente è più probabile di questo. Ed altre ne periranno egualmente, meno nemiche nel corso dei secoli al precetto divino del crescite et multiplicamini. Ma delle une e delle altre sarà molto che duri fra mill’anni il confuso ricordo; laddove fra diecimila, se tanti ne camperà questo povero globo, resterà viva la memoria della maravigliosa scoperta di Cristoforo Colombo, lanaiolo e marinaio. Di me chi ricorderà che giovane ho combattuto in patria, per utile degli Adorni e per danno dei Fregosi? Un cenno fortuito di cronaca, forse, che anco potrà esser roso dai tarli e travolto nella cesta delle cartacce. Ma le storie diranno, ne ho fede, ai più lontani nepoti, che ero ancor io alla maravigliosa scoperta, e che ai pericoli del mare ignoto fu recato per opera mia un po’ del buon sangue marinaro di certi conti venuti su da Lavagna.

—Questi poveri conti ve ne ringrazieranno dai loro sepolcri;—notò Gian Aloise imbizzito.

—E faran bene, vedete?—ripigliò senza scomporsi Bartolomeo Fiesco.—I vecchi, infatti, che oggi si gloriano di tante cose destinate a perire, avranno ottenuto nella persona mia la loro parte di gloria vera, nell’opera stupenda, indimenticabile, eterna, d’un uomo nuovo, d’un marinaio, d’un lanaiuolo. Ecco la mia ambizione, Gian Aloise; la quiete, oramai, non avendo più nulla a fare di ciò che m’era più a grado, e il cuore avendo pur esso i suoi diritti; la quiete della mia bicocca, e la certezza d’una pagina non brutta nella storia del mondo. Soldato ero, e al bisogno potrei ritornare, se fossero in giuoco l’onore e la sicurezza dei Fieschi. Avessero anche il torto, non istarei a guardare, e dal posto mio non mancherei all’appello. Ma questo per difesa, e sentendo la voce del sangue. Ci sono obblighi sacri, come ci sono necessità ineluttabili. Anche il primo dei filosofi, uso alle più ardue speculazioni della mente, mangia beve e dorme e veste panni come l’ultimo degl’imbecilli. Facciamo l’obbligo nostro, cediamo alle necessità della vita; ma il pensiero sia libero, e resti il cuore nei vincoli cari ch’egli stesso s’è imposti. Non mi date ragione?

—Siete un bel matto;—disse Gian Aloise, ridendo.

La masticava male, per altro, e non rideva di cuore. Come avrebb’egli potuto, dopo quella intemerata del suo caro parente, la cui poca ambizione gli guastava in un punto i superbi disegni? Il potente signore di cinquanta castella, da Montobbio a Pontremoli, vicario e capitano generale della Riviera di Levante da Rapallo a Sarzana, principe del Senato e quasi protettore della Repubblica di Genova, non aveva tra tanti consanguinei, nè tra gli aderenti più saldi, l’uomo che potesse andare a Pisa per lui. O piuttosto ne avrebbe avuti cento, ma non adatti, non arnesi, come suol dirsi, da bosco e da riviera, diplomatici ad un tempo e soldati, accorti per tastare il terreno, dare indietro senza parere, o andare fino al fondo senza esitare un istante. Avveduto com’era, l’eccelso Gian Aloise non voleva dare un passo se non era certo del fatto suo, bene sapendo che in un fallo commesso, e non riparabile, egli avrebbe perduta, non che l’impresa, la fama.

Rise, adunque, ma per dissimulare la stizza; e rimase freddo, ostentando di parlar d’altro. Freddi al pari di lui rimasero gli altri della nobil casata; tra i quali Emanuele ed Ettore Fieschi erano certamente i più ragguardevoli dopo di lui. Freddissimi poi i tre giovani figli di Gian Aloise, che erano per ordine di nascita Geronimo, Scipione e Sinibaldo; i primi due destinati a morir presto, e il terzo a raccogliere l’eredità di tutti, avendo poi da Maria della Rovere l’ultimo dei Gian Luigi, e il più famoso per la sua tragica fine. Tutti costoro si sentivano un po’ offesi, più ancora che dal rifiutato viaggio di Pisa, dalla poca stima che il capitano Fiesco faceva dei nobili di antica stirpe, a paragone d’un uomo nuovo, d’un lanaiuolo, che aveva scoperto il nuovo Mondo. Scoprire un nuovo Mondo, gran che! Ciò poteva toccare in sorte ad ogni marinaio, sbalestrato dalle tempeste lontano dai lidi conosciuti. Vincer battaglie, occupar terre murate, sbalzar rivali di seggio, ottener signorie, era quello il gran fatto, da cui si riconosceva la bontà dei cavalieri antichi. Mettere un oscuro lanaiuolo più su della loro prosapia! una prosapia discendente per più o meno sicuri rami del real sangue di Borgogna! Ma tanto valeva allora dichiararsi partigiano dei Popolari, che finalmente, se non erano nobili feudali, in gran parte avevano contratto parentado con essi, e da trecent’anni si erano illustrati nelle più alte magistrature della repubblica.

Filippino, da ultimo, non sapeva che pesci pigliare. Se in quel momento non gli fosse passata davanti agli occhi la immagine di Fior d’oro, lasciandogli intravvedere anche il pericolo di non accostarsi più a lei, certamente egli avrebbe rizzato muso più di tutti al suo pazzo congiunto. E dire che era stato lui, Filippino, a metter gli occhi sul capitano delle Indie, per la commissione di Pisa; lui a muoversi per Chiavari e andarlo a cercare in Gioiosa Guardia, per condurlo davanti all’eccelso Gian Aloise! E dire che di quella impresa si era tanto lodato in cuor suo! Che figura doveva essere in quella vece la sua, nel cospetto del signor di Vialata, che tanto si riprometteva da quell’alzata d’ingegno del giovane innamorato!

Il capitano Fiesco aveva preveduto l’effetto del suo rifiuto sull’animo di Gian Aloise; a quella freddezza si era ben preparato. Perciò, vedendo languire la conversazione, e per cagion sua, non volle restare a farla morire del tutto, nè altrimenti mostrarsi impacciato.

—Ad un povero cavaliere,—incominciò egli allora,—ad un povero cavaliere che non vi può servire a nulla (e potete credere che gliene dolga nel profondo dell’anima) Voi concederete licenza di ritornare alla sua bicocca, non è vero?—

Gian Aloise fece da principio un gran cenno del capo, che pareva un segno di condiscendenza dell’olimpio Giove. Quindi con gravità d’accento, onde trapelava un pochettino d’ironia, lasciò cadere dal labbro queste misurate parole.

—Non piaccia a Dio che vogliam dare alla nostra cara figlioccia maggior dispiacere di quello che ha avuto, restando un giorno lontana dal suo dolce marito. Ad un pronto commiato, che voi mostrate di desiderare senza neppur trattenervi alla nostra tavola per quest’oggi, mettiamo per altro una condizione, che troverete onesta ed assai temperata. Alla regina di Xaragua, che fu donna d’alto cuore e di forti propositi, riferirete tutto ciò che vi abbiamo detto, e la prova di fiducia che eravamo disposti a darvi. Così, buon cugino, avremo conforto a pensare che per la prima volta forse, ma non senza giusto motivo, la contessa Juana sentirà un po’ diverso da Voi; in fatto di ambizione, per esempio, ed anche in fatto di amicizia. Lasciatemelo dire,—soggiunse il vecchio gentiluomo, vedendo che il capitano Fiesco faceva l’atto di provarsi a rispondere,—perchè davvero vi siete mostrato più tenero della quiete vostra che della mia amicizia. Non la perdete, però; Gian Aloise Fiesco ha il cuore più alto che la gente non creda.—

Il capitano Fiesco pensò che fosse meglio star zitto, lasciando all’eccelso parente la soddisfazione d’aver parlato per l’ultimo. Altrimenti, di parola in parola, Dio sa quel che sarebbe avvenuto; questo, ad esempio, ch’egli si sarebbe ripigliati tutti i suoi buoni argomenti, li avrebbe appesi all’arcione, e sarebbe corso a spron battuto su Pisa.

S’inchinò, dunque, con aria di molta confusione, e non disse parola in risposta a quel discorso agrodolce di Gian Aloise.

—Mi permetterete,—balbettò in quella vece,—di offrire i miei omaggi a madonna Caterina?

—Potete andare; è laggiù nelle sue stanze.—

Il capitano Fiesco non se lo fece dire due volte, e si allontanò, salutando con molta disinvoltura tutta la sua illustre casata.

La nobile Fiesca era là, a pochi passi dalla caminata, nell’anticamera, o, per usar la lingua del tempo, nella “guardacamera„ della sua sala di ricevimento. Non ci voleva molta perspicacia ad intendere che la signora contessa era stata in ascolto alla toppa dell’uscio. Ella stessa, del resto, lo confessò candidamente al suo visitatore.

—Vi ho udito;—diss’ella.—Vi eravate molto animato, e non ho perduto neppur una delle vostre parole.

—Immaginate, madonna Caterina;—rispose egli umilmente,—come io sia addolorato di non aver potuto rispondere meglio alla fiducia del vostro eccelso consorte.

—Non vi addolorate, cugino;—replicò la nobil signora.—Il mio cuore di donna vi ha dato ragione. Ma son cose da proporsi? ad un giovanotto che da un anno appena ha impalmata la più bella e la più cara creatura del mondo? E che idee di grandezza nuova son queste, che possono mettere a repentaglio l’antica? Che follìa, poi, di rendere, con sempre più vaste ambizioni, scontenti i figliuoli del loro stato presente, che è già così alto, e tanto invidiato?

—Intendo la madre:—notò Bartolomeo Fiesco;—ma la discendente di Aleramo potrà forse giudicare più benignamente le vaste ambizioni di Gian Aloise.

—V’ingannate, cugino. La discendente di Aleramo sa che il grand’uomo si attenne alla marca che gli era stata data in custodia, nè volle alzar gli occhi, o metter la mira più in alto. E Guglielmo Lungaspada, e Gerberga sua moglie, amarono far lignaggio di cavalieri contenti al più modesto ma ancora assai nobile ufficio di governare pacificamente un popolo di quieti ed onesti lavoratori. Lungi dal pensiero di accrescere il dominio, o di tenerlo raccolto in un ramo della famiglia, lo spartirono equamente tra i loro figliuoli; e dove le città della spiaggia, fatte ricche dal mare, vollero esser padrone di sè, non furono i signori del Carretto quelli che si ostinarono a tenerle sotto tutela. Quando poi la cupidigia e l’ingiustizia tolsero ad uno di loro la parte sua, e che voleva esser sua per vincolo di amore, sapete bene che Dio non tardò a reintegrarne la famiglia nel suo giusto possesso. Ed io vengo di là, buon cugino; vengo da quel dolce Finaro che sempre tenne fede ai miei padri, meritando ch’essi non levassero gli occhi a cose più alte, ma più vane, e più pericolose per giunta.—

Così parlava il cuore d’una madre. Sentiva egli già, cuore presago, le matte ambizioni condurre a ruina la casa? Quarantadue anni ancora, e nell’ambizioso figliuolo del suo Sinibaldo non pure la grandezza della casa doveva perire, ma la istessa progenie dei Fieschi.


Indice

Capitolo VI.

Filemone e Bauci.

Era partito per Genova con una scorta di sei balestrieri a cavallo, non volendo scomparire con la gente di messer Filippino, e piacendogli di onorare per una volta tanto il suo antico luogotenente Giovanni Passano, diventato in certo qual modo suo genero, ma sopra tutto suo “alter ego„ in Genova per ragion di negozi. Quanto a sè, viaggiava volentieri da solo, come quando al suo ritorno dal forte di San Tommaso, davanti alle cascatelle del rio Verde, era caduto nella imboscata dei selvaggi di Maguana; ricordo piacevole, com’è sempre quello d’un pericolo corso e scampato; ricordo piacevolissimo, perchè dal pericolo di morte gli era venuto il suo raggio di vita, alla presenza di Anacoana, la bellissima tra le belle, la perla di Haiti, il fior di Xaragua.

Povera madonna Catarina Bescapè della piazza del Regisole in Pavia, come impallidivate al paragone! Già non eravate più che un’ombra, una larva, come tutte quelle giovani bellezze di Cuba e di Haiti, Samana Taorib, Caritaba non meno Taorib, Abarima più Taorib di tutte, e non meno dimenticata anche lei. Il gran sole di Maguana aveva facilmente dissipate quelle visioni dell’alba, tessute di nebbia e di follìa. Com’era bello quel sole! e come aveva trasfigurato anche l’uomo su cui aveva posato il suo raggio! La migliore tra le donne aveva inteso il gran cuore di Damiano, per mezzo alle follìe della baldanzosa gioventù, e di quel cavaliere capriccioso aveva fatto con l’amor suo un gentiluomo severo, un fior di senno. Ci voleva una gran fiamma per domar lui, per farne un altr’uomo. Così la fanciulla ardita va di buon passo alla fonte lontana, saltellante e leggera con la sua brocca di rame, che ad ogni moto del fianco le vacilla sul capo; ma torna diritta ed austera al villaggio, sapendo che del prezioso umore non dee versare una goccia.

Damiano (perchè sempre un po’ di Damiano ha da trovarsi nei panni di Bartolomeo Fiesco) non voleva perdere una goccia della sua felicità. Bella! bella! bella! andava ripetendo egli dentro di sè, a guisa di giaculatoria, mentre scendeva a gran passi la cordonata del palazzo di Gian Aloise. Donde sarà lecito argomentare che non pensasse più affatto ai discorsi tenuti lassù; o che piuttosto ne ricordasse uno solo, l’ultimo, il più breve e il più caro. Caterina del Carretto nei Fieschi, parlandogli della contessa Juana, l’aveva esaltata a ragione come la più bella creatura del mondo. E voleva dirglielo, a sua moglie, appena fosse rientrato in Gioiosa Guardia: “così, dolce amica, siete stata giudicata da una gran dama che se ne intende; e in Genova, badate, nella città fortunata, dove le belle donne si trovano a macca, come sui nostri Appennini i ceppatelli e le uòvole alla prim’acqua d’agosto.„

Frattanto, voleva pensare a lei; e per questo, se era venuto in troppa compagnia, intendeva di ritornare da solo. La cosa non doveva esser difficile, poichè il Passano restava a Genova, e messer Filippino, a Dio piacendo, trattenuto a consiglio in Vialata, non aveva pretesti per rifare il viaggio.

Sceso in fretta alla chiesa dei Servi, risalito per Rivalta alla porta Soprana, ridisceso dal Prione a San Donato, e di là per la via di Chiavica riuscito in Canneto, svoltò da un vicolo nella strada di San Lorenzo, strettissima allora, quasi serrata nel fianco sinistro del Duomo, e tutta fiancheggiata dalle case dei Fieschi, mentre dall’altra parte si stendevano quelle dei Doria. Vialata era pei Fieschi una novità; e chiesa e palazzo e giardini erano stati edificati nel secolo XIV, su terreni a bella posta comperati dai De Marini. Il grosso delle case dei conti di Lavagna era stato da prima, e durava ancora nei pressi del San Lorenzo; ci aveva un suo palazzo l’istesso Gian Aloise; ci avevano le lor case Emanuele e Gian Ambrogio Fieschi; poco lontano da essi, in Canneto, ci aveva la sua Ettore Fiesco, del ramo di Savignone; e in fila con essi Bartolomeo Fiesco la sua, abitata allora dal suo quasi genero Giovanni Passano.

Salutato costui e lasciatogli le sue istruzioni, preso commiato dalla adolescente sposa di lui, che sperò invano di ritenerlo qualche ora, mosse per San Domenico alla porta di Santo Stefano, fuor della quale lo attendeva Pietro Gentile colla scorta dei balestrieri a cavallo. Ed era anche là il suo fido ronzino Talavera, un cavallone che pareva una montagna, leardo moscato, di gran collo, di gran petto, forte di garretti e di groppa, bestia soda e potente, come usavano allora, da portare in arcione uomini vestiti di ferro.

Prima di mettersi in cammino, messer Bartolomeo disse a Pietro Gentile:

—Tu ora va innanzi con gli uomini; io seguirò ad una certa distanza. Vorrei procurarmi l’illusione di andare da solo. Così mi parrà di ritornare ai tempi che ero scolaro, e me ne andavo da casa, per i monti, allo studio di Pavia.

—Come volete, messere;—rispose lo scudiero.—Ma per rinfrescarvi.... e per rinfrescarci....

—Volevo ben dire se non pensavi a te!—interruppe il capitano Fiesco, ridendo.—Rinfrescherai gli uomini e te quante volte ti parrà necessario, o ti farà invito una frasca che t’abbia lasciato buon ricordo di sè. Ed anche ti fermerai in ognuno di quei luoghi ad attendermi: arriverò, berrò un sorso ancor io, e vi pagherò lo scotto. Quanto a rifocillarci, che te ne pare di Ruta? È a mezza strada; e di lassù si vede casa nostra; quasi se ne sente l’odore.

—L’odore della scuderia fa correr meglio il cavallo;—notò Pietro Gentile.

—Ci pensavo per l’appunto;—replicò il capitano.—Siamo dunque intesi. Andate, nel nome di Dio!—

La cavalcata si mosse, e Bartolomeo Fiesco la lasciò andare un bel tratto, fin che non ebbe passato tutto il sobborgo. Poi si mise a sua volta in viaggio, andando di portante lungo la sponda destra del Bisagno, fino al ponte di Sant’Agata, e di là per Terralba a San Martino d’Albaro. Nelle salite, s’intende, lasciava il portante, e prendeva il galoppo.

La strada di Levante faceva allora più sghembi che non ne faccia ora, con tanti mutamenti e allargamenti di vie provinciali. Ma non riusciva neanche troppo più lunga per l’uomo a cavallo, che fra trotto galoppo e portante non impiegava più di cinque ore dal ponte di Sant’Agata sul Bisagno a quello di Santa Maria Maddalena sull’Entella.

Felice come uno scolaro in vacanze, proseguiva il cavaliere la sua via. Non aveva più sopraccapi a molestarlo, e il cuore gli si gonfiava d’allegrezza. Guardia Gioiosa! Guardia Gioiosa! le tue torri erette, ancora tanto lontane, le vedeva egli con gli occhi del desiderio ad ogni svolta della strada romana, ad ogni radura di bosco, ad ogni squarcio di valle, a Quinto, a Nervi, a Bogliasco, tra gli smeraldi e le perle di quella cintura nuziale che il monte Fasce e il monte Moro, accigliati cavalieri, ma non altrimenti insensibili, sembrano offrire alle ninfe del golfo. Più in là Sori e la sua Pieve sbucavano occhieggiando dalle loro vallette tutte coperte di olivi, di limoni e d’aranci; ancora più in là si stendeva Recco, orgogliosa della sua valle più larga, dalle sponde ricche di pampini, dai gioghi vestiti di castagni e di roveri. A lui pareva di vedere per la prima volta quelle bellezze di terra, di mare e di cielo. E perchè no? Non era egli rinato, quel giorno, se usciva illeso da un grande pericolo? Grande, sì certamente. Andare a Pisa, ambasciatore e soldato, che si canzona? e col rischio, anzi con la certezza di doverci metter le barbe, di sostener magari un assedio, e d’esser pronto ad ogni sbaraglio! Bella cosa in altri tempi per lui: ma allora! allora, poi, Gioiosa Guardia e non più.

Alle osterie dove lo aspettavano i suoi balestrieri, beveva volentieri come un altro Passano. Amava classicamente il vino, pel colore, ancor più che non lo amasse pel sapore, quantunque al sapore non diniegasse giustizia. Al vino avrebbe fatto un inno in versi, se avesse avuto tempo, perchè in gioventù era stato poeta anche lui. Non potendo in versi, glielo faceva in prosa. E gli accadeva di lodarlo perfino cattivo, o mediocre; specie quel giorno, che ogni bicchiere gli segnava una stazione del viaggio felice, e pareva infondergli nuovo vigore alla corsa. Con che giubilo si mosse da Recco per la grande ascesa di Ruta, lasciandosi sotto, dalla sua destra, il grappolo delle case bianche di Camogli, sospeso come un nido d’alcioni alla rupe! Non c’era pericolo tuttavia che quel grappolo facesse un capitombolo in mare, essendoci laggiù per guardia, sovra una lingua di terra, il chiesone di san Prospero, niente disposto a gradire lo scherzo.

Oltre Camogli si dilungava in alto mare il promontorio di Portofino, vasto scenario azzurro che da Genova fin là gli aveva impedita la vista di Chiavari. Quel promontorio egli ricordava d’averlo corso tutto fino alla sua estremità, in una cui piega aveva visitato San Fruttuoso di Capodimonte, la vecchia abbazia il cui prospetto chiudeva tutta quanta la spiaggia, ma invitava ad entrare per i suoi porticati, tanto che c’entrava qualche volta anche il mare, quasi in atto di rivolere le barche, tirate là sotto dai pescatori a rifugio.

—Vedete quel Doria!—pensava egli, mentre sul colmo di Ruta, davanti all’osteria del Pavone, sbocconcellava il suo mezzo pollo. L’hanno intesa, la pace, come va preparata e goduta, fabbricando quella abbazia solitaria, dopo l’altra di San Matteo entro le mura della città rumorosa. L’hanno intesa, sì, ma per andarla a godere dopo morti. E nondimeno abbiano lode, per aver capita la vanità delle cure mondane. A che serve tanto combattere? a che serve esser signori di Genova, o di Pisa, o di casaldiavolo? Mi direte: se i tuoi maggiori avessero pensato come te, caro, non saresti qui ora a sgranocchiare un pollo, e a rinfrescarti l’ugola con un bel calice di vin di Vernazza, accanto al tuo Talavera, che pare il cavallo di Troia, fra i tuoi balestrieri che aspettano il tuo comando per rimontare in arcione; avresti forse di tuo una scure, e faresti il boscaiuolo nelle macchie dell’Appennino, felice abbastanza di poterti dissetare ad una scarsa fontanella, dopo avere inghiottito a forza due necci, o stancate le mascelle intorno ad una mezza pagnotta di pan vecciato. Adagio, Biagio! chiarirò il mio pensiero. Certamente l’uomo deve operare, industriarsi in qualche nobile impresa, combattere magari, a piedi e a cavallo; ma per l’onore della sua gente, per la grandezza e per l’utilità della patria. E ci fu un tempo, ci fu, che tutti si faceva così; e a chi non faceva così, a chi lavorava per sè, per guadagnar signorìa, i consoli spianavan le case, come a Fulcone di Castello buon’anima sua. Ma poi, che cos’è avvenuto? arraffa tu, che arraffo io. Se almeno quel che arraffiamo di qua ce l’avessimo a portare di là! Tanto severo è san Pietro! Con le persone lascerà passare anche le bazzicature? Oh, riveriti e potenti baroni, siate i ben venuti al refugium peccatorum. C’è appunto di là, ai primi posti, una panca vuota. Si farà presto a metterci anche uno stramazzo per voi “eccelsi, illustri et magnifici viri„. Ah sì, aspettatelo, che venga a parlarvi così! Badate piuttosto alle chiavi.—

Dopo Ruta, San Lorenzo alla falda del monte, e Santa Margherita in una insenatura del bel golfo Tigulio, e Rapallo nobilmente seduta alla spiaggia, in aspetto di città che attende maggiori destini, con la valle Christi laggiù a sinistra nel piano verdeggiante, e monte Allegro, ben degno del nome, là in alto. Grande azzurro di cielo, gran turchino di mare; una corona di monti che pare anfiteatro di giganti in Tessaglia: una valle che par quella di Tempe; uno specchio d’acque tranquille entro una cornice di maraviglie ridenti al sole, che dà l’idea d’un pezzo di paradiso; o sire Iddio, quante bellezze aggruppate! Ma il cavaliere non le guarda neppure: salta perfino Zoagli, gala di merletti pendente sullo sparato della costa di Leivi, non vedendo, non intendendo, non desiderando altro che un lido biancheggiante di là dalle case di Rovereto. Le fermate dei rinfreschi si son fatte più rade e più corte; anche il cavallone di Bartolomeo Fiesco va più franco e più rapido.

—O Talavera! o gran bestia!—gridava il cavaliere, più allegro che mai.—Tu sei maraviglioso d’intelligenza, quantunque ignorante di cosmografia quanto il personaggio di cui porti il nome. Ma che importa a te la cosmografia? Una cosa sai tu, e la sai bene; che a Gioiosa Guardia t’aspetta una bella scuderia, una buona strigliata, non senza la fortuna di una morbida mano che ti palpi il gran collo. Non è così, Talavera? E nitrisci, briccone! Nitrirei anch’io, se fossi nella tua pelle. Ma parlo, io, che quasi non posso star più nella mia; spando le mie parole al vento, per provare il gusto di sentirle, e sperando che un soffio ne arrivi laggiù, ripercuotendosi dietro la piega di quel monte, da San Pietro delle Canne a San Salvatore, da San Salvatore a Paggi, alla Gioiosa Guardia, al mio nido.—

Di monologo in monologo era giunto a Chiavari e alle rive dell’Entella. Sul ponte della Maddalena fece la fermata un po’ lunga. Era quella una sua divozione, di cui la contessa Juana non era gelosa, avendo imparato a rispettarla, anzi partecipandovi anch’essa. Un gran pellegrino era passato di là, e si era fermato ad ammirare la fiumana bella da quel medesimo ponte, durato intatto fino ai dì nostri. Ed era bello, il ponte della Maddalena; quasi bello come il suo fiume, che è tutto dire. Oggi l’hanno allargato, e credo, Dio ci perdoni, anche rintonacato.

—O padre Alighieri!—esclamò Bartolomeo Fiesco.—Tu ci sei passato, di qui, esule pellegrino; e li hai veduti, i miei maggiori, ed uno di loro hai fatto parlare nel tuo sacro poema. Li hai veduti, e certamente ti sei maravigliato che non sapessero contentarsi della potenza loro, già così grande, e sopra tutto non ne intendessero i veri uffici, che erano e sarebbero ancora, se non prendo abbaglio, di render prospero e felice un popolo affidato alla loro tutela, in mezzo a tanto sorriso di natura, a tanta benedizione di frutti, e del suolo e del mare. E non essi soltanto hai veduto fallire alle speranze della patria, che ancor oggi domanda rimedio a’ suoi mali; che “le terre d’Italia tutte piene son di tiranni, ed un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene„. Oggi come allora, e peggio d’allora. Quando sarà finita? Mai, se noi stessi, che la potenza aiuta e la storia ha confermati, non vogliamo dare l’esempio. Non vogliamo? È presto detto, e forse è più vero che oggi come oggi non ne abbiamo più il modo. Triste cosa, assai triste, vedere il bene ed esser travolti dall’onda prepotente del male. E poi? e poi verrà un’ondata più alta, più vasta, più forte, come quelle che ho viste io nell’Atlantico, che ci soverchierà tutti quanti, parte inghiottendo senza misericordia, parte restituendo alla luce del sole, ma istupiditi ed impotenti, raggomitolati sulla rena a piangere la comune miseria coi nostri nemici d’ieri, come noi mal ridotti, istupiditi come noi, impotenti come noi a rimettersi in piedi. “Ahi, serva Italia, di dolore ostello!„ Ma queste cose non pensa l’eccelso Gian Aloise; ed anche è inutile che le ricanti io, suo piccioletto parente. “Ei s’è beato, e ciò non ode„. Dategli Pisa; vuol Pisa, lui, per tenerla come tien Genova, col dubbio favore di questi, con la ostilità palese di quelli, coi mutabili umori degli uni e degli altri, dipendente egli stesso dall’autorità di un re straniero, le cui fortune posson crescere e calare, e se cresciute soffocarlo, se volte in basso trascinarlo nella caduta. Son questi i tuoi accorgimenti, eccelso Gian Aloise. Me ne son fatto fuori, quest’oggi, e torno alla mia pace, al sorriso del mio cielo e della mia donna. Ma durerà questa pace, per coloro che se ne mostrano degni, intendendola? E a noi, meno alti e meno ambiziosi rami del tronco di Lavagna, non toccherà d’essere involti nella rovina che a sè prepara il ramo maggiore? Perchè questo, o prima o poi, se le ambizioni crescono, avverrà senza fallo.—

Il monologo era riuscito quella volta un po’ lungo; ma il ponte della Maddalena lo meritava. Aggiungete ch’era l’ultimo. Bartolomeo Fiesco diè di sprone al cavallo; e Talavera, che non aspettava altro, spiccò un salto e prese subitamente il galoppo per la strada di San Salvatore e di Paggi, dove da un quarto d’ora lo avevano preceduto i compagni, sentendo anch’essi l’odore della mangiatoia, e non avendo in groppa nessun ammiratore di Dante. Giungevano inaspettati alla Gioiosa Guardia, con la bella notizia che li seguiva il padrone. Partito a bruzzico dal suo castello, messer Bartolomeo ritornava per l’ora di cena: gran fretta, sicuramente, ma anche un bel miracolo di galoppate. E fu accolto con le faci; suonò a festa la campana del battifredo; non mancò neppure una salve d’archibugiate.

Si facevano pazzìe per riceverlo; ma ne fece egli più assai alla vista della contessa Juana, che era discesa ad incontrarlo nel cortile.

—Allegro?—diss’ella, avvicinandosi alla staffa per istendergli la mano, che il cavaliere baciava, piegandosi tutto sull’arcione.

—Non vedi?—rispose egli, com’ebbe potuto compiere il rito.—È Talavera che fa il matto, sentendosi a casa. Talavera, gran bestia, non vedete la padrona, che ha pronta una carezza per voi?—

Il cielo era puro, e tutto scintillante di stelle. La brezza primaverile già raddolcita di qualche tepore pareva promettere le vampe dell’estate; e frattanto le destava nel cuore di Damiano.

—Donna mia dolce!—sussurrò il capitano Fiesco, prendendo Juana per la vita, e muovendo con lei su per le scale.—Lásciati amare; lasciami esser felice.

—Ah, ecco!—diss’ella.—Non è più Talavera, che fa il matto.

—No, cara, son io, io, proprio io, che ho voglia di saltare e di cantare, tanti sono i grilli che ho in corpo.—

Sorridente, amorosa, Fior d’oro lo accompagnò nelle sue stanze, dov’egli si tolse di dosso la polvere.

—Ed ora,—ripigliò la contessa,—ragioniamo un pochino, se è possibile. Vai?

—Dove?—domandò il capitano Fiesco, che aveva la mente a tutt’altro.

—A Pisa.

—No, se Dio vuole, no.—

Fior d’oro diede in una grande risata.

—N’ero sicura;—gridò, lasciandosi cadere su d’una scranna.

—E perchè allora m’hai fatto andare a Genova?—chiese egli, che era voglioso di ridere altrettanto, ma non voleva parere.

—Per debito di cortesia, se ti rammenti. Ed anche potevi sentir ragioni che ti dovessero persuadere. Gian Aloise non ti ha persuaso, e sia per il meglio. Almeno avrai fatte le cose per bene?

—A quel dio! Ci siamo lasciati più amici di prima. Egli mi ha assicurato, congedandomi, di avere il cuore più alto che il mondo non creda. Ed io, figúrati, l’ho più alto che il mondo non si possa sognare. Sento che l’ho qui.... sulle labbra. Vuoi sincerartene, Fior d’oro? Oh, dolce donna! un ceffone? Ma l’ho già avuta da un pezzo, la cresima. Nondimeno, ripeti, Fior d’oro, perchè ripeto ancor io. Queste tue dita son dolci più che lo zucchero. E si resti qui, buon Dio, e non venga più in mente a nessuno di smuovermi dalle braccia di Fior d’oro, perchè sarei capace di ribellarmi anche al re Cristianissimo.

—E al re Cattolico per giunta, non è vero?

—A quello, poi, con più gusto; quantunque m’abbia fatto tanto buon viso, l’ipocrita. E mi voleva ai suoi servigi, per un quinto viaggio. Ah sì, sta fresco, se m’aspetta. Non più viaggi, del resto. L’ho detto anche al grand’uomo, che ho seguitato con tanta devozione ad ogni rischio. Signor almirante, non fate, vi prego, più assegnamento su me. Sono un uomo navigato; ho fatta la parte mia, e di viaggi ce ne son voluti quattro, perchè io riuscissi a portar via il mio pezzo di mondo nuovo. È anche vero,—soggiunse il capitano Fiesco inchinandosi,—che ho avuto il pezzo migliore. Gli altri oro in polvere, oro a pagliuole, oro a catolli; io a dirittura Fior d’oro. E non mi si parli più di passare l’Atlantico; non mi si parli più di lasciar le rive dell’Entella. “Gioiosa Guardia e la mia donna„ ecco il mio motto, e vo’ farlo scolpire sulla nostra “conoscenza„ in uno svolazzo coi fiocchi, debitamente custodito dal gatto e dal basilisco di casa.

—Ora, sta bene;—disse Fior d’oro.—Ma quando sarò vecchia?

—Vecchia! che parola è questa? vecchia voi, dolce Juana?

—Ma sì, la cosa avverrà pur troppo, un giorno.

—Lontano, lontano, lontano!—gridò egli, accompagnando quella gran lontananza con molto sforzo di braccia.—E quando sarete.... cioè, quando non sarete più giovane, quando non sarete più giovane voi, pensate che sarò vecchio io, che d’anni n’ho più di voi, e parecchi.

—Io penso,—rispose Fior d’oro,—che la donna ha una giovinezza soltanto. L’uomo, quando non ha più l’età della grazia, ha ancora l’età della forza.

—Già, ci diventa un Ercole;—esclamò egli, facendo spallucce.—Lo vedo brutto quell’Ercole, che si prepara a rinnovar la serie delle sue immortali fatiche. Ma io farò meglio, vedete, io che non voglio passare una quinta volta le sue bugiarde Colonne. Guardate là, mia dolce Juana, a quella parete. C’è uno scaffale di noce, con una filza di novanta volumi. Non è una gran biblioteca, lo so; ma ce ne son di più piccole, e presso uomini più grandi di me. Gian Aloise, a buon conto, ce n’ha ottantatrè nel suo palazzo di Vialata; sette meno di me; ond’io mi stimo più ricco di lui. E tutti scelti, i miei, da Virgilio a Dante, col Canzoniere del Petrarca per giunta, e perfino il Canzoniere di Giusto de’ Conti, quello della Bella mano, che è il caval di battaglia di messer Filippino. Or dunque, veniamo a noi; pensiamo pure al giorno ch’io sarò vecchio, e voi.... non più tanto giovane. Quel giorno o quella sera, mentre voi farete la calza accanto alla gran tavola della caminata, io incomincierò a ripassare per voi tutti i miei volumi, e ve li leggerò ad uno ad uno. Tradotti, si capisce, ad aperta di libro, che i denari del latino non me li sono giuocati. Cari miei vecchi autori! Ce n’è uno che ha fatto un poema, si può dire, a bella posta per noi, tanto s’attaglierà al caso nostro il suo episodio più bello.

—E sarebbe?

—Ovidio, nelle libro ottavo delle sue Metamorfosi. C’è l’episodio di Filemone e Bauci, due sposini invecchiati l’uno accanto all’altro nella loro capanna, che poi fu tramutata dagli Dèi in un tempio di marmo e d’oro; ed essi continuarono ad amarsi, essendone i sacerdoti; ed ottennero di poter morire insieme, tramutati in due piante, un tiglio e una quercia, sul limitare del tempio.

—È una bella immaginazione;—disse Fior d’oro.—Non c’è altro di spiacevole che la tua deliberazione di rimandarne la lettura ai giorni della nostra vecchiaia. Perchè non leggere fin di stasera il grazioso racconto? Ne godrebbe anche la mamma, che è tanto felice di stare a sentire.

—Eh, perchè no?—rispose il capitano Fiesco.—Tanto, un nuovo capitolo dei Commentarii non l’avrò in pronto se non per domani sera.

—Ah, bene, bene!—esclamò Fior d’oro, battendo le palme con allegrezza infantile, mentre si avviavano alla caminata, dove li aspettava la mamma, ed anche la cena preparata.—Filemone, hai detto?...

—E Bauci;—aggiunse il capitano Fiesco.—Son due nomi greci; e Filemone vuol dir l’amante, e Bauci vuol dir la vezzosa, la graziosa, e simili altre delicatezze femminee.

—O Damiano! quante cose sai tu!

—Ti pare? Certo, so quasi tutte le inutili; e delle veramente utili una sola.

—Ah sì? sentiamola un po’?

—Amarti. Non sono Filemone? E bada, bambina, Filemone vuol anche dire accarezzante. Ond’io, se vorrai tener quella mano a posto....—

E un bacio corse, e fu reso. Bauci non voleva mentire al suo nome di graziosa.

Madonna Bianchinetta Fiesca, venuta poc’anzi a sedersi sulla sua sedia comitale, li vide entrare abbracciati, ed abbracciati correre a lei. Non era da farne caso, perchè così li vedeva ogni giorno; ed ella finalmente ne era tutta felice. Anch’ella amata, a’ suoi bei tempi; ma più rispettata che amata, essendo stata sposata ad un uomo dabbene, ma austero di modi, e diciamo pure un po’ orso. E vedova, e invecchiata nella vedovanza, era vissuta là molto sola, con quel benedetto ragazzo sempre in giro pel mondo, tanto in giro, che presto non bastandogli il vecchio, era andato in traccia del nuovo. Finalmente aveva messo il cervello a partito; ma per domare quel cervello c’era voluto il cuore. Ond’ella ebbe cagione di rallegrarsi, la nobil signora, e di amare anche più quella bellissima nuora che le aveva fatto il miracolo. Nessuna maraviglia, del resto; la contessa Juana si faceva adorare da tutti; senza volerlo, solamente mostrandosi, aveva stregato un po’ tutti.

La veneranda signora seppe quel ch’era avvenuto in Vialata; molto sommariamente, per altro, non avendo creduto opportuno suo figlio di riferirle per filo e per segno i discorsi suoi coll’eccelso Gian Aloise, mentre amava piuttosto trattenersi su quelli della nobile Caterina del Carretto nei Fieschi. Quella era una donna che capiva le cose; ed egli, il capitano, avesse pure a soffrirne la dignità mascolina della stirpe, sarebbe stato felicissimo se per tutte le terre dei Fieschi, da Savignone a Pontremoli, da Vialata a Gioiosa Guardia, non gli uomini avessero più comandato, ma una buona volta le donne. A quali altezze maggiori non sarebbe salita la gente Fiesca, in cinquanta e magari cent’anni di senno e di grazia al governo de’ suoi destini! E in quella vece, o miseria! si perdeva in vane contese e in più vane ambizioni il presente, guastando anche nel germe il futuro.

Sorrideva, madonna Bianchinetta, bene intendendo la ragione di tutti quegli amabili paradossi del suo amabilissimo figliuolo. Il fatto era questo, che i belli occhi di Fior d’oro avevano avuto più forza del miraggio di Pisa.

—Infine,—diceva,—se tu non hai ambizioni, perchè ne avremmo noi, che saremmo rimaste qua ad aspettarti?

—E questa sera gran lettura;—soggiungeva Fior d’oro.—Sai, mamma, che ci tradurrà da un poeta latino la storia di Filemone e Bauci? Si tratta di due, uomo e donna, che si sono amati per tutta la vita.

—Han fatto bene;—sentenziò madonna Bianchinetta.—Quando si può, è la cosa più bella del mondo. E voi li imiterete, m’immagino. Ma non dimenticheremo poi la storia del nuovo Mondo?

—Non dubitare, mamma;—rispose il capitano Fiesco.—Domattina mi metto a lavoro, e domani sera ne avrai un altro capitolo. Sai che la scrivo tanto volentieri. Ma che c’è? Visite ancora? Non ci sarebbe dunque più pace, a Gioiosa Guardia?—

Si sentiva infatti uno scalpitìo di cavalli nel cortile, su cui guardavano appunto le alte finestre della caminata. Polidamante fu mandato a vedere che diavol fosse.

Ecce iterum Crispinus,—borbottò il padrone di casa.—E dico Crispinus per attenermi al testo. Ma sarà poi Philippinus, che guasterà il verso a Giovenale, e la veglia a noi altri.—


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