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Ricordi di Londra

Chapter 2: I.
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About This Book

The writer records a sequence of travel impressions beginning with a rough sea crossing and a bewildering first arrival, then moves through vivid on-the-spot descriptions of stations, bridges, parks, factories, and workers' districts. He contrasts moments of astonished admiration for the city's scale and spectacle with unflinching sketches of poverty and urban squalor, blending personal anecdote, atmospheric detail, and social observation to produce a multifaceted portrait of metropolitan life.

The Project Gutenberg eBook of Ricordi di Londra

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Title: Ricordi di Londra

Author: Edmondo De Amicis

Louis Simonin

Release date: December 28, 2008 [eBook #27640]
Most recently updated: January 4, 2021

Language: Italian

Credits: Produced by Carlo Traverso, Emanuela Piasentini, Claudio Paganelli
and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net
(This file was produced from images generously made
available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK RICORDI DI LONDRA ***

BIBLIOTECA DI VIAGGI

RICORDI
DI
LONDRA

DI

EDMONDO DE AMICIS


CON 21 INCISIONI


SECONDA EDIZIONE

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1874

BIBLIOTECA DI VIAGGI


XXII.

RICORDI DI LONDRA

DI

EDMONDO DE AMICIS

SEGUITI DA
UNA VISITA AI QUARTIERI POVERI DI LONDRA
di L. SIMONIN.

SECONDA EDIZIONE

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1874.

Proprietà Letteraria.


Tip. Fratelli Treves.


Questi Ricordi di Edmondo De Amicis furono pubblicati, nella Nuova Illustrazione Universale, che incominciò quest’anno a Milano le sue pubblicazioni. Piacquero tanto per l’esattezza e freschezza delle descrizioni, per le impressioni rese con quel calore e colore che l’autore della Vita Militare dà a tutti i suoi scritti, che da ogni parte ci veniva la domanda di farne un volume a parte. Questo desiderio era pure il nostro; ma ci fu da vincere la modestia dell’autore, il quale finì col cedere alle nostre istanze al patto espresso che si avvertisse il lettore come coteste pagine fossero destinate a giornale e scritte per giornale, e non vogliono perciò essere giudicate come libro. Ecco dato l’avviso: ma siamo certi che al lettore parrà che anche questa volta al De Amicis è venuto fatto senza volerlo un bellissimo libro. Non è dal numero delle pagine che si apprezza il valor letterario.

Per amor di contrasti ci è piaciuto accoppiare ai Ricordi del De Amicis quelli del Simonin. Lo scrittore italiano visitava per la prima volta la metropoli inglese: fu sbalordito da tutto ciò che ivi è grandioso, maestoso, ammirabile. Si sentì quasi rimpicciolito, e lo dice.

Ecco il rovescio della medaglia. Il viaggiatore francese è andato a vedere il brutto, la miseria, lo squallore. Accompagnato dalla polizia, ha visitato i quartieri poveri e li descrive in modo da mettere i brividi spesso, da impietosire sempre. È un terribile schizzo di costumi, preso sul vivo.

Così le due descrizioni si completano; e si direbbe che abbiamo le due faccie, non di una metropoli, ma dell’intera umanità.

GLI EDITORI.


I.

Pioveva, il mare era agitato, il bastimento ballava come una barchetta; a una mezz’ora appena da Dieppe provai, per la prima volta in vita mia, i sintomi del mal di mare. C’erano a bordo molte signore, la maggior parte inglesi, che sgranocchiavano allegramente cacio e prosciutto, senza neppur mostrare d’accorgersi di quel tremendo ballottìo che sconvolgeva le viscere a me e ad altri, qualcuno dei quali s’era già lasciato sfuggire dalla bocca più che dei lamenti. Ebbene, è proprio vero che il mal di mare rende l’uomo superiore a tutte le vanità umane. Se una mezz’ora prima m’avessero detto:—Guarda; qui c’è tanto denaro da stare a Londra un mese invece di quindici giorni, come ci starai tu; e poi da fare un giro in Scozia, e poi una scappata in Irlanda; questo denaro è tuo, se tu pigli davanti a questo signore un atteggiamento che ti renda ridicolo;—confesso la mia vanità, l’avrei rifiutato. Una mezz’ora dopo, invece, stavo con un infinito disprezzo di me medesimo, sopra due sacchi sucidi, un piede a oriente ed uno a occidente, il cappello cilindrico schiacciato sur un orecchio, un calzone tirato su che metteva in bella mostra un palmo di mutanda incatramata, e la testa dondolante con un abbandono così svenevole, che avrei potuto servir di modello per una brutta statua del Languore. Ah è un gran male malsano il mal di mare, bisogna dir col Fucini. Per maggior tormento avevo accanto un francese buffone, partito con me da Parigi, che mi dava la baia, ripetendo ad ogni mio gemito:—Mais vous n’êtes pas malade, mon cher monsieur: vous languissez d’amour pour cette charmante demoiselle que voilà,—e indicava una signora che io non avevo la forza di guardare; e la gente intorno rideva. Donne! Amore! Se la più bella creatura di questa terra m’avesse detto in quel momento come la duchessa Giosiana al saltimbanco Gymplaine:—T’amo, t’accetto, vieni,—non mi sarei voltato per veder com’era fatta. Quello stesso pensiero:—Questa sera vedrò Londra,—che la mattina mi eccitava tanto, allora mi dava un senso di noia insopportabile.—E dire che son venuto qui,—pensavo in quel vaneggiamento,—per mia elezione, per divertirmi! Ah insensato! E pensare che dovrò per forza ripassare il mare! Ah è impossibile, non me la sento più, ci lascerei la vita.... Resterò in Inghilterra.... cercherò un mezzo di vivere a Londra... farò il commesso di bottega.... il maestro d’italiano... purchè io non vegga più mare! Morire, quando giunga la mia ora, sta bene; ma mai più questo supplizio!

Poche ore dopo desinavo nella stazione della strada ferrata di Brighton, e avevo rinunziato al proposito di morire in Inghilterra.

Quando partii per Londra, cominciava a farsi notte, mi rincantucciai nel vagone e mi misi ad assaporare quel grande pensiero che di là a poche ore sarei stato a Londra.—Londra!—Mi ripetevo questo nome, me lo facevo sonare nella mente con compiacenza, come si fa sonare sul tavolo una moneta d’oro.—Londra!—Provavo non so che gusto a dire a me stesso, come se non l’avessi saputo prima, che era una città spropositata, un mare magno, una babilonia, un caos, una cosa favolosa.—È la più grande città della terra! pensavo,—e in questo v’è qualcosa di assoluto, che in nessun’altra città si ritrova, perchè, se ve n’ha delle altre più belle, di quale si può dire:—È la più bella?—È un piacere nuovo quello di veder qualche cosa che, in un certo senso, occupi incontrastabilmente il supremo grado nel mondo; qualche cosa di là da cui non si può spingere il pensiero senza entrar nel regno dei sogni; qualche cosa dinanzi a cui potete dire:—Nessun uomo ha visto mai nulla di più grande!—E poi mi rallegravo pensando che andavo a Londra solo, senza conoscerci nessuno, senza lettere di raccomandazione, come ci si deve andare per potersi sentir smarriti in quell’oceano, per provarci quel sentimento quasi di paura, che infondono i grandi spazi ignoti, per essere schiacciati, per ricevere, in una parola, l’impressione schietta ed intera che quella città immensa deve produrre nell’animo d’uno straniero. E quanto a questo, avevo anco il vantaggio di non sapere una saetta d’inglese, di esser corto a quattrini, di non avere che una valigetta che spirava miseria, e infine tutto quello che ci vuole per sentirsi piccino e meschino in una grande città sconosciuta. Pensando a tutto questo, mi davo una fregatina alle mani e dicevo:—Londra, son pronto!

Era notte fitta quando entrai nella città. V’entrai senza accorgermene, e mi meravigliai quando mi fu fatto cenno di scendere. Scendo, mi trovo sotto l’immensa tettoia della stazione di Londonbridge, in mezzo a un visibilio di carrozze e di lumi. Salgo nella carrozza più vicina e porgo al carrozziere un pezzetto di carta con su scritto il nome e la strada dell’albergo che m’avevan consigliato a Parigi. Il carrozziere legge, fa segno che ha capito e non si muove. Gli accenno che salga a cassetta e parta; ed egli duro. Mi metto a inveirgli contro in francese; non capisce una maledetta, e appoggiandosi pacatamente allo sportello comincia a filarmi una lunga chiaccherata in inglese.—Ora sto fresco!—dico io,—o come fare?—Incrocio le braccia e lo guardo; egli incrocia le braccia e mi guarda; e stiamo così guardandoci qualche momento. Infine perdo la pazienza, salto giù, gli urlo all’orecchio:—Mulo!—e me ne vado da me. Capii dopo che non m’aveva voluto condurre all’albergo perchè era troppo lontano. Me ne vado da me! ma come? ma dove? Confesso che in quel momento mi sentii scoraggiato. Quella immensità della stazione di cui non trovavo l’uscita, il non sapere dove sarei andato a battere del capo, quel primo incontro sfortunato che mi pareva un cattivo augurio, il peso della valigia che m’impediva il passo, l’umidità che mi sentivo addosso, la notte, la confusione, mi diedero un sentimento improvviso di tristezza e di sgomento. Dopo aver errato un po’ a casaccio, infilai una porta e mi trovai fuori. Mi parve d’essere caduto nel caos. Uno strepito di carrozze che non vedevo, un fischiar di treni di strada ferrata che non capivo dove passassero, una confusione di lumi sopra e sotto, da tutte le parti e a tutte le altezze, una nebbia che non mi lasciava raccapezzare nè forme nè distanze, e un va e vieni di gente che pareva che fuggissero: tale fu il primo spettacolo che mi si offerse. Ciondolando, zoppicando, percorsi un tratto di strada, come uno stupido, colla testa non so dove; poi, non potendo più reggere la valigia, la posi in terra e mi fermai. Fortuna volle che, alzando gli occhi, vedessi un fanale colorito con su scritto: On parle français.—Era un albergo, tirai un gran respiro, ripresi il mio fardello ed entrai timidamente coll’aria del villan quando s’inurba. Una signora di cattivo umore, ch’era la padrona, udite le mie prime parole, chiamò il cameriere al quale domandai se c’era una camera. Il cameriere, facendo ad ogni parola francese una contrazione che pareva uno sforzo di vomito, e guardandomi da capo a piedi con quell’aria tra di protezione e di diffidenza che è propria della sua schiatta, mi rispose che la camera c’era; ma.... Ma—soggiunse—la facciamo pagare cinque shilling,—e mi guardò un’altra volta da capo a piedi con aria sospettosa. Veramente il mio vestiario era tale da scusare quella diffidenza. Nondimeno mi sentii invaso d’uno sdegno da milionario, gettai sulla tavola una lira sterlina, e facendo un gesto che in quel punto mi parve degno d’un verso di Dante, dissi:—Pagatevi e andiamo!—M’accompagnarono nella camera. Mi buttai subito in letto; ma per molto tempo non riuscii a chiuder occhio, tale era il rumore che mi giungeva all’orecchio. Era un rumore sordo e monotono come se flottasse il mare ai piedi della casa; e in mezzo a questo brontolìo uno scoppiar di clamori acuti che pareva giungessero da grandissime lontananze, e mi facevano pensare a mille cose strane, come se fossero suoni di parole sfuggite alla immensa città che s’addormentava, lamenti dei suoi sobborghi sterminati, imprecazioni di quella formidabile City affranta dalla fatica, accenti di accusa e di giustificazione, come si odono nel gran muggito del mare in tempesta. A poco a poco i rumori più alti cessarono, non udii più che il brontolìo monotono; poi, di tratto in tratto, riudii i rumori di prima,—una città come Londra stenta a prendere sonno;—poi cessarono daccapo; finalmente m’addormentai e feci i più stravaganti sogni del mondo.

Facciata del palazzo di Westminster, veduta dalla riva del Tamigi.

La mattina, assai prima del levar del sole, uscii, e mi diressi verso il Tamigi. Ero a pochi passi dal ponte-di-Londra, nel cuore della City. Si vedeva pochissima gente, regnava un gran silenzio, il cielo era grigio, faceva freddo, una nebbia leggera velava tutte le cose senza nasconderle. Andai verso il ponte a passi rapidi, sapendo che di là si godeva il più gran colpo d’occhio di Londra.

Arrivato in mezzo al ponte, guardai intorno, provai un istantaneo senso di freddo dal capo alle piante e rimasi immobile.

Subito dopo mi balenò dinanzi l’immagine di Parigi vista dal Ponte Nuovo, e mi parve straordinariamente piccina.

Poi mi appoggiai alle spallette e dissi coll’accento di chi vuol mettere un po’ d’ordine nella sua testa:—Vediamo.

Sotto, il Tamigi larghissimo; da un lato bastimenti a perdita d’occhio, dall’altro una successione di ponti giganteschi; lungo le due rive, vicino al ponte, case robuste e nere, come vecchie fortezze, affollate disordinatamente, e pendenti a filo sull’acqua. Un po’ più oltre, grandi moli di edifizi d’aspetto sinistro, smisurate tettoie a vôlta di stazioni di strada ferrata, lunghe linee diritte come d’enormi bastioni; e di là da questi, una confusione di contorni spezzati e di forme vaghe via via digradanti in leggere sfumature cineree, fino a non presentar più che un grandioso disordine di profili nebbiosi di comignoli, di camini, di torri, di cupole, di campanili; e più oltre ancora, prospettive misteriose quasi di altre città lontane, che s’indovinano, più che non si vedano, da una linea dentellata leggerissima che si disegna sull’orizzonte grigio. Su tutti gli edifizi vicini, poi, sui ponti, sulle rive, un color cupo d’officina, un’aria di città logora, un aspetto di forza e di fatica, un non so che di viscoso e di lugubre, come d’una città desolata da un incendio;—uno spettacolo immenso e triste.

Che strani giochi ci fa il cervello! Dinanzi a questi spettacoli che ci dovrebbero, almeno per la prima volta, assorbire tutti interi, noi scappiamo col pensiero, tutt’a un tratto, mille miglia lontano, dietro alla più futile minuzia, che non ha nessunissima relazione con quello che vediamo, e a cui sdegneremmo di pensare nella nostra vita ordinaria. Io vedevo Londra per la prima volta, e pensavo a un volume dalle opere del Voltaire che avevo imprestato e non riavuto prima di partire da Torino.

Poi scordai il libro, e mi vennero a galla nella testa, come sempre succede in una città sconosciuta, mille immagini disparate di persone e di cose che per l’addietro solevo rappresentarmi in quella città, come sopra un fondo di quadro: certi negozianti panciuti dei romanzi del Dickens, la regina Elisabetta, una famiglia inglese vista un giorno davanti alle porte del Ghiberti a Firenze, un gesto che fece una volta mio padre dicendo:—Quanto darei per veder Londra!—e il ritratto dell’attore Garrik che avevo visto in un giornale illustrato.

Poi daccapo una distrazione inesplicabile, come quella di accorgermi che avevo la barba lunga e di dimandarmi dove avrei fatto colazione.

Poi un senso vivissimo di stupore di trovarmi là, come se ci fossi piovuto dal cielo; e dopo un minuto, tutt’a un tratto, una glaciale indifferenza, come se ci fossi sempre stato; e poi daccapo la meraviglia fresca del primo momento. Proprio vero, come dice Sant’Agostino, che quasi non mette conto di viaggiare, tanto è più meraviglioso quello che segue nella nostra testa, di tutto quello che si può vedere di fuori!

Passai il ponte, giunsi sulla piazzetta che si apre sulla riva sinistra, mi affacciai ad una delle strade che conducono verso la cattedrale di San Paolo:—erano deserte; voltai a destra, e mi trovai dopo due o tre giravolte nel mercato dei pesci, in una strada stretta, umida, nera, piena di carri e di gente da poterci appena passare; andai oltre, in mezzo a un così acuto odore di aringa, che in capo a pochi minuti avrei potuto far colezione fregandomi il pane sui panni; giunsi alla Torre famosa, la Bastiglia di Londra; le girai intorno, guardando con sospetto le sue mura sinistre: ed entrai frettolosamente nella città dei docks, col proposito di farvi un largo giro per non averci più da tornare. Strade lunghe, tortuose, fiancheggiate da muri altissimi di color fosco, senza porte e senza finestre, come mura di prigioni; gruppi di centinaia di operai immobili alle cantonate; altri gruppi che sparivano in silenzio nei vicoli oscuri: per una mezz’ora non vidi altro. Andavo innanzi per quelle strade monotone, come per i meandri d’una fortezza antica, annoiato e melanconico, senza sapere dove sarei riuscito. A un certo punto, dopo un lungo girare, mi accorsi che tornavo indietro; e dovetti far nuovi e lunghi giri per mettermi sulla buona strada. M’ero lasciato addietro il dock di Santa Caterina, mi pareva d’esser vicino all’estremità del dock di Londra, e m’ero proposto di andare fino al dock delle Indie. Avevo infilato una strada di cui non vedovo la fine, chiusa a destra dalle mura dei docks, a sinistra da piccole case in mezzo alle quali si allungavano altre strade strette e lunghissime, fiancheggiate da torri di officine, da muri di magazzini, da mucchi di casaccie affumicate; e via via che andavo innanzi, non che mi paresse d’allontanarmi da Londra, mi pareva d’avvicinarmi al centro. Ma pieno di fiducia nelle mie gambe, e incoraggito dall’esperienza di Parigi dove, con grande meraviglia dei miei amici, avevo sempre fatto di meno della carrozza, continuavo a camminare senza paura. Giunse però un momento che mi parve non sarebbe stato inutile sapere dov’ero. Passando accanto a un gruppo d’operai, ne udii uno che parlava francese; mi fermai e gli domandai se quello lì accanto era il dock delle Indie.

Per tutta risposta mi ripetè la domanda.—Quello lì il dock delle Indie?—e mi guardò coll’aria di dirmi ch’ero matto.

—Ma è o non è?

—Ma caro signor mio,—mi rispose ridendo,—si vede che lei non ha un’idea di cos’è la città di Londra. Questo è il London-dock.

—Ancora il London-dock! Ma se è mezz’ora che son passato dinanzi alla porta!

—E con questo? Non sa lei che il solo scompartimento dei tabacchi del London-dock è lungo un miglio inglese?

—Ma allora quanto c’è per arrivare al dock delle Indie?

—Ci vuole andare in battello o per strada ferrata?

—Ci voglio andare a piedi.

Mi guardò i piedi.

—Io non so....—rispose—ma m’immagino che siano quattro o cinque miglia.

—E che c’è per queste quattro o cinque miglia?

—Ci son case, docks, magazzeni, officine, opifici.

—Senza interruzione?

—Senza interruzione.

—E dal dock delle Indie dove si va?

—Dal dock delle Indie si va all’Outer dock.

—E quanto c’è di strada per arrivare all’Outer dock?

—Ci sono presso a poco altre cinque miglia.

—Sempre in mezzo alle case e agli opifici?

—Sempre fra case e opifici.

—Dall’Outer dock dove si va?

—Dall’Outer dock si va fino in faccia a Greenwich.

—E c’è?

—Due o tre miglia.

—Sempre nell’abitato?

—Sempre nell’abitato.

—E da Greenwich dove si va?

—Da Greenwich si va all’East India Import dock.

—Ed è distante da Greenwich?

—Circa otto miglia.

—Sempre fra case e opifici?

—Sempre fra case e opifici.

—E poi?

—E poi si continua.

—E dove finisce?

—Chi lo sa!

Questa volta mi guardai i piedi anch’io. Presi commiato dall’operaio, e mogio mogio ritornai sui miei passi, dicendo tra me: Oh povero illuso! E tu colle tue gambe credevi di venir a Londra a far delle bravate!

Riattraversai il mercato dei pesci, ripassai davanti il ponte di Londra e m’avviai verso il centro della città.

Quando arrivai in Fleet-street, il grande movimento era già cominciato.

Allora vidi Londra.


II.

Sui due marciapiedi della strada la gente era fitta come all’uscita d’un teatro, e non si vedevan crocchi, nè brigatelle, nè alcuno che gridasse e gesticolasse; andavan tutti in fretta e in silenzio, ciascuno approfittando d’ogni piccolo spiraglio che si facesse nella calca, per cacciarsi innanzi a chi lo precedeva; e urtandosi gli uni e gli altri, senza voltarsi. Nel mezzo della strada passava una fila lunghissima di grandi omnibus variopinti come carri da carnevale, con una specie di gradinata di sedili sul davanti, che si allarga di sotto in su, e porta così in aria la gente in forma di ventaglio, i più bassi quasi a terra, i più alti che arrivan col capo al primo piano delle case, e sporgono fuori come se fossero sospesi. Fra l’uno e l’altro omnibus, e dalle due parti, una confusione indescrivibile di carri, di carrozze, di cabs, di barrocci, di calessi, di carrette, di carrozzoni coperti d’annunzi, di trabicoli d’ogni forma, a tre, a cinque, fino a otto di fronte, i cavalli degli uni col muso contro la parte posteriore degli altri, i mozzi delle ruote che si toccano; e un continuo scansarsi a furia di serpeggiamenti, e un formarsi e disfarsi a stento di gruppi intricati di decine di veicoli da far temere ad ogni momento che scricchiolino e si spezzino tutti insieme come una sola gran macchina scomposta da un urto violento. Tra carro e carro, lungo i marciapiedi, facchini carichi, ragazzi con carrettine a mano, lunghe file di uomini con cartelloni d’annunzi appesi al collo, affaccendati a salvarsi la vita. A ogni cantonata, quel torrente immenso d’uomini e di cose trabocca in larghi canali, riceve affluenti, si spande e ristagna in piazze e cortili, filtra nei vicoli e nei chiassuoli in torti rigagnoli che si perdono fra le case. Mentre vado innanzi così, trascinato dalla corrente, sento un fischio acuto sopra il mio capo; alzo gli occhi e vedo passare un treno di strada ferrata sovra un alto ponte che accavalcia la strada. Quel treno è appena passato, odo un altro fischio da un’altra parte; e vedo trasvolare un altro treno sopra i comignoli delle case laterali. Nello stesso momento, dalla parte opposta, esce un nuvolo di fumo da una larga apertura della terra: è un terzo treno della strada ferrata sotterranea, che passando un istante all’aperto, fischia un saluto alla luce. Arrivo all’imboccatura di una larga strada: vedo in lontananza il Tamigi, i ponti; su quei ponti altri treni che si seguono e s’incontrano; sotto gli archi, battelli a vapore che passano inchinando i tubi come grandi alberi curvati dal vento, lunghe file di barconi, rimorchiati da piroscafi; sciami di zattere e di barchette; e lungo le spallette dei ponti processioni di gente che spariscono sulla riva opposta. Andando innanzi, altre strade di cui non si vede la fine, fiancheggiate da edifizii enormi, corse da altri torrenti di gente. E da per tutto un fracasso di ponti di ferro tremanti sotto il peso di lunghissimi treni, fischi, sbuffi di fumi, soffi affannosi sopra il mio capo, sotto i miei piedi, vicino e lontano, per terra, per aria e per acqua; una gara, una furia di cose che partono e di cose che arrivano, una continuità di fughe, d’incontri, e d’inseguimenti accompagnati da uno strepito di schiocchi, di cigolii, di scalpitii, di rimbombi; lo sparpagliamento di una grande battaglia e l’ordine d’una smisurata officina; e poi l’oscurità del cielo, la tetraggine degli edifizi, il silenzio della folla, la gravità dei volti, che dà allo spettacolo non so che aspetto misterioso e doloroso, come se quell’immenso moto fosse una necessità fatale e quell’immenso lavoro una dannazione. Stanco e sbalordito, mi cacciai in una birreria, e tirando un gran respiro:—Ma che mondo è questo?—mi dimandai;—ma come si può vivere in questa maniera?

Somerset-Haus (Palazzo Somerset).

Poco dopo, mi rimisi in cammino e arrivai sulla piazza di Trafalgar, ch’è nel centro del quartiere più frequentato dai forestieri. Mi piacque l’altissima colonna che sostien ritta nella nebbia la statua del bravo Nelson, e ammirai i quattro enormi leoni che le fanno corona; ma lo square, forse perchè lo paragonai alla piazza della Concordia di Parigi, mi riuscì al disotto di quello che m’aspettavo. Là è il punto d’incontro di tutti gli omnibus di Londra occidentale, e ognuno può immaginare che trambusto. Basti dire che mi venne da ridere pensando a ciò che nel corso a Roma, in via Toledo a Napoli e in certe strade di Genova, noi chiamiamo un gran movimento, e che appetto a quello non è che il tranquillo via vai di un villaggio in un giorno di festa. Infilai la gran strada di Whitehall o andai a riuscire sulla piazza del palazzo del Parlamento, e di qui mi diressi sul ponte di Westminster.

Osservatorio di Greenwich.

Il colpo d’occhio che si gode di là è il più bello di Londra, e rivende tutte le vedute dei ponti della Senna. Da una parte si vede il grande e delicato palazzo gotico del Parlamento, incoronato d’innumerevoli torricine, e decorato di mille statue di regine e di re, di là dal quale s’alzano le torri della gloriosa Abbazia di Westminster, il Panteon dell’Inghilterra; sull’altra sponda, gli otto graziosi edifizi dell’Ospedale di San Giacomo, dipinti di vivi colori; a monte del fiume, un orizzonte aperto ed allegro. In quel punto par di essere in un’altra Londra; v’è non so quale maestà serena di città meridionale. Il Tamigi, percorso da pochi piroscafi e da poche barche, passa in silenzio dinanzi al monumento che rappresenta la gloria e la potenza dell’Inghilterra, come un esercito infinito che sfili dinanzi al suo principe; e da quell’ampiezza chiara e queta si vede in fondo, lontano, come traverso a un velo, gli edifizi neri e confusi, i ponti che formicolano di gente, e il fumo denso della vecchia Londra che s’agita e lavora.

Osservai per la prima volta, stando su quel ponte, che a Londra quando c’è un po’ di mota per le strade, moltissimi, anche signori, si rimboccano i calzoni come i contadini; e che altri moltissimi portano dei vistosi mazzetti di fiori all’occhiello. E confesso che non potevo trattenermi dal ridere vedendo, come vidi spesso, un viso straordinariamente grave, il mazzetto, e la rimboccatura, sur una sola persona.

Ritornato sulla sinistra del Tamigi, girai per le strade principali, colla mia brava pianta in mano senza aver bisogno di chieder nulla a nessuno.

L’aspetto generale delle strade di Londra non si può propriamente dire quale sia. Nessuna città presenta una così disordinata varietà di forme, una così capricciosa mescolanza di bello, di brutto, di magnifico, di povero, di triste, di strano, di grande, di uggioso. Vi pare come una città, nel suo complesso, nuova per voi, ma composta di tante altre città già vedute, alle quali abbian dato una tinta comune, per nasconderne l’origine diversa. Le architetture di tutti i paesi e di tutti i tempi vi sono raccolte, sovrapposte, intrecciate. In una stessa strada, si alternano l’araba, la bizantina, la gotica e la greco-romana, e i varii ordini inglesi; uno stesso edifizio ha finestre ad arco acuto e peristilio greco, colonnette moresche e cariatidi del rinascimento, tetto d’un pagode indiano e mura di un tempio egizio. Ad ogni cantonata, si vede qualcosa che trasporta la immaginazione a mille miglia lontano dal luogo dove uno si trova. In un punto è una reminiscenza confusa di Venezia, altrove è un’aria vaga di Roma, qui balena alla mente Siviglia, là vien pensato a Colonia, un po’ più oltre sembra d’essere in una strada di Parigi. Tutte quelle forme che si son viste altrove, così annerite come si ritrovan là dal fumo e dalla nebbia, paiono divenute più austere, paiono come intristite del trovarsi lontano dal loro paese nativo, uggite da quell’atmosfera densa, da quello strepito, dallo spettacolo di quella vita faticosa. Di più quella profusione eccessiva di colonne, di frontoni, di torricine, di ricaschi, di rilievi, d’ornamenti, di forme monumentali, riesce ostentata e stanca. Tutta quell’arte ha l’aria d’una cosa importata, e che stia là a disagio. È un ricolmo, uno spreco di ricchezza e di lusso, uno sforzo di parere. Si vede la città opulenta che s’è comprata la bellezza a peso d’oro; si sente un po’ la mercantessa rifatta e rinfronzolita.

A queste strade fiancheggiate da palazzi principeschi, fanno contrasto altre strade lunghissime fiancheggiate da innumerevoli case tutte d’un colore, tutte d’un’altezza, tutte d’una forma, col tetto nascosto dietro i muri, in modo che paiono scoperchiate, senza terrazzini, senza persiane, nude come muraglie di bastioni; in alcune strade, nere come la gola del camino, colle porte e le finestre contornate di righinette bianche, che dan loro l’aspetto di enormi catafalchi; in altre parti, d’un rosso cupo, d’un giallastro viscoso, da parer case fatte di fango e di filiggine; e si va innanzi fra questi colori e queste mura per miglia e miglia, senza incontrar un sol edifizio che rompa quella uniformità malinconica, una sola casa che rammenti la città ricca e magnifica.

Ma per contro la ricchezza e la magnificenza dei quartieri signorili sbalordiscono. A ogni passo vi trovate dinanzi a un palazzo immenso, straricco di bassorilievi e di ornati, e pensate che sia un palazzo reale; è invece una stazione della strada ferrata, un albergo, una casa di commercio. Strade intere sono fiancheggiate dalle due parti da questi splendidi colossi, ciascuno dei quali, visto dall’estremità opposta di quello accanto, sembra già molto lontano, e mostra vagamente la sua nera mole a traverso la nebbia come una enorme rupe tagliata a picco. Il grandioso che in altre città è sparpagliato e bisogna cercarlo, là vi circonda; e quello che in altre città vi par tale, portato là coll’immaginazione, si perde nell’immenso. Attraversate dei quartieri monumentali, passate da una città di palazzi, silenziosa come se fosse disabitata, in una città di officine, nella quale udite mille rumori, senza vedere nessuno; e da questa in un vasto sobborgo dove formicola un popolo immenso, e non si ode quasi strepito; e uscendo da questo sobborgo, rientrate in una città di palazzi. Non errate per una città, viaggiate per un paese.

Chi può dire le mille impressioni sfuggevoli che si provano girando soli per una città come Londra? La meraviglia si fa sentire come a scatti; ma tra scatto e scatto, per lo più, non si prova che noia e stanchezza. Dieci volte all’ora uno si domanda:—Ma forse che mi diverto io? E non è altro che questo il piacere che si prova viaggiando?—A volte vi assale un timore improvviso di cader malati nel mezzo della strada, d’esser toccati chi sa da chi, portati chi sa dove. In certi punti, si trovano analogie misteriose di luoghi, di circostanze, di persone, da parervi d’esser stato un’altra volta in quel punto stesso, a quell’ora medesima, con quella stessa luce di sole, e quel medesimo odore dell’aria, in un tempo remoto. A momenti, vi piglia un’allegria senza cagione, un amore subitaneo del paese dove siete, che vi fa guardar tutti quei che passano con un occhio benevolo, come se fossero tutti amici. In altri momenti un’occhiata sospettosa, una risposta sgarbata d’uno sconosciuto, vi cangia l’animo, vi fa veder tutto nero, vi rende il paese odioso. Il suono lamentevole di un organetto, in certe strade cupe e popolose, vi fa pensare confusamente agl’infiniti misteri di miserie e di delitti che si nascondono in quegli immensi formicai umani; e vi fa desiderare ardentemente di esser fuori di là, all’aria aperta, in una villa solitaria che avrete visto di sfuggita dieci anni prima dal finestrino d’una diligenza.

A una cert’ora, trovandomi vicino a una stazione, volli fare una corsa per la strada ferrata sotterranea. Scendo due o tre scale, e mi trovo tutt’a un tratto sbalzato dal giorno alla notte: lumi, gente, strepito, treni che giungono e che spariscono nel buio. Giunge il mio, si ferma, gente si precipita giù, gente salta nei vagoni; mentre domando dove sono le seconde classi, il treno è partito.—Ma che maniera è questa?—dico a un’impiegato.—Non si confonda,—mi risponde,—eccone un altro. Là i treni non si succedono, s’inseguono. L’altro treno giunge, salgo, e via come una saetta. Allora comincia uno spettacolo nuovo. Si corre fra le fondamenta della città, nell’ignoto. Prima ci si sprofonda nel buio fitto, poi si vede per un momento la luce fioca del giorno, poi daccapo nell’oscurità, rotta qua e là da bagliori strani; poi in mezzo ai mille lumi d’una stazione che appare e scompare in un punto; treni che passano e non si vedono; una fermata improvvisa, le mille faccie d’una folla che aspetta, illuminate come dal riflesso d’un incendio; e poi via daccapo in mezzo a un rumore assordante di sportelli sbattuti, di campanelli, di soffi di macchine; altre oscurità, altri treni, altri barlumi di giorno, altre stazioni illuminate, altre folle che passano, che giungono, che si allontanano, fin che s’arriva all’ultima stazione; mi precipito, il treno dispare, sono spinto in una porta, son mezzo portato su per una scala, mi ritrovo alla luce del giorno... Ma dove? Che città è questa? come uscirò di qui? Adagino; andiamo un po’ in una birreria a studiare la pianta.

Stazione di una ferrovia sotterranea.

Dopo un profondo studio, riuscii a trovar la via d’andare al British Museum, di tutti i musei di Londra quello che mi stimolava di più la curiosità. Attraversai in fretta le immense sale della scultura, le sale egiziane, le sale assire, e mi arrestai nella sala dei manoscritti, a considerare il contratto di pigione di Shakspeare e il contratto di vendita del Paradiso perduto, e gli altri innumerevoli autografi dei più grandi artisti e dei più gran monarchi del mondo. Ma di tutti questi autografi, due soli mi colpirono profondamente, e non ne potei staccar gli occhi per un pezzo. Son due piccoli fogli, sull’uno dei quali è scritta una somma, e sull’altro tracciati alcuni circoletti, parte disposti in linea retta nel mezzo, parte ammucchiati in un angolo; e così la somma come i circoli paiono fatti in fretta, da una mano un po’ agitata. Questi due fogli di carta sono sicuramente, fra i moltissimi del museo, quelli sui quali fu scritto e disegnato in un momento più solenne. Chi avesse potuto veder nell’anima di quei due uomini, nell’atto che segnavano quei numeri e quei circoli, la tempesta che ci fremeva! I numeri rappresentano le forze dell’esercito inglese, e furono scritti poco prima delle battaglia di Waterloo; i circoli rappresentano le navi della flotta inglese e della francese, e furono fatti poco prima della battaglia di Abukir; la somma è del Wellington, lo schizzo è del Nelson. Manoscritti del Galileo, del Newton, di Michelangelo, del Franklin, del Washington, del Molière, di Carlo V, di Pietro il Grande, del Durer, del Lutero, del Tasso, del Rousseau, del Cromwel, ce n’è da dare e da serbare. Ma ecco un’altra strana cosa: mentre ora non so che darei per avere sotto gli occhi una sola di quelle carte, allora che avevo solo da chinarmi per vederle, non provavo nemmeno un’ombra di curiosità; e quel ch’è più strano, prevedevo, ero sicuro che poi mi sarei pentito di non averle guardate. E mi rimproveravo, e domandavo a me medesimo:—Ma perchè non sei curioso?—e mi rispondevo:—Non lo so;—e sentivo una maledetta smania di andar via, e correvo per quelle sale con una barbarica indifferenza per tutti quei tesori in mezzo ai quali ci sarebbe di che passare un mese in una continua successione di piaceri.

Mi paghi no!

Uscendo dal museo, intesi brontolare queste parole da uno sconosciuto che stava per entrare. Oh dolcissima lingua! dissi tra me; e mi fermai a guardare lo sconosciuto. Era uno che pareva un operaio, e discorreva con una donna che aveva l’aria d’esser sua moglie. Accortosi che m’ero voltato, si voltò egli pure, e sorprendendomi a sorridere, vedete un po’ la combinazione! invece di capire ch’ero un suo compatriotta perduto nel gran mare di Londra, che il suo paghi no m’aveva rallegrato il cuore, e che se avessi osato, l’avrei invitato a desinare con un matto piacere, non gli frulla pel capo che io abbia fatto l’occhietto a sua moglie? e non risponde al mio sguardo soave, facendomi due occhi di basilisco? e vedendo che io continuo a guardare, non fa un passo avanti coll’aria di venirmi a dare un cappiotto? Ingrato lombardo!—mormorai mestamente ripigliando la mia strada;—tu mi hai dato una stoccata nel cuore. Ma va, per amore della Madre comune, ti perdono!

Prima di sera, volli ancora fare una corsa in strada ferrata aerea, e pigliai un biglietto d’andata e ritorno per un punto qualunque della città. È un piacere tutto diverso, ma non meno vivo di quello della gita sottoterra. Si corre in mezzo ai tetti, nella regione del fumo e delle rondini, a traverso una foresta sconfinata di rocche di camino, di tubi, di banderuole, di abbaini, di comignoli; si vedono mille piccoli recessi sconosciuti di quella informe, capricciosa, solitaria architettura, che pullula come la vegetazione selvaggia d’un immenso terreno pensile sull’ultimo piano della grande città; si scoprono mille piccoli misteri di finestrine, di covi umani, di gabbie di case che paiono sospese fra il cielo e la terra, e nelle quali pure si annidano delle famiglie numerose, coi loro giardinetti aerei: si vede giù in fondo nelle strade la folla nera, alla quale si passa sopra come a un torrente, udendone appena lo strepito; e tutto intorno si spazia coll’occhio fino a una grande lontananza, scorgendo a volta a volta il Tamigi, gli alberi dei bastimenti del porto, il verde dei parchi immensi, le torri delle officine dei sobborghi, e ogni cosa fuorchè i confini del meraviglioso panorama.

Ma rimaneva ancora da fare un po’ di strada in omnibus; m’arrampicai sul tetto del primo che vidi, mi lasciai condurre fino al termine della corsa e poi tornai al punto di dov’era partito. Strada facendo, ebbi più volte occasione di meravigliarmi della famigliarissima disinvoltura colla quale uno qualunque dei miei vicini, per passare da una parte all’altra dei sedili, si serviva della mia spalla come punto d’appoggio, facendomi per un momento sentire il peso di tutta la sua persona, e dandomi poi nell’atto di levare la mano una scossa vigorosa, come un ginnastico che butta via l’asta dopo aver saltato la corda. Il primo che mi rese questo servizio, siccome mi colse all’improvviso, mi fece rimanere mezzo stroncato. Come di ragione, mi voltai, almeno per avere il compenso d’un sorriso che volesse dire:—Scusi.—Che! M’aveva voltate le spalle senza darsi l’incomodo di guardare quant’ero lungo. Visto che s’usava così, presi le mie precauzioni, e ogni volta che vidi un vicino stender la mano, gli porsi la spalla, dicendo:—Si serva—; e così tenendo duro fin che si fosse servito, restai un po’ meno sconquassato. Ma fui poi compensato, su quello stesso omnibus, dal piacere che provai persuadendomi che si può benissimo fare una piacevole conversazione senza capirsi. Un giovanotto accanto a me, che pareva molto allegro, mi rivolse la parola in inglese. Io risposi in francese:—non capisco. Egli non capì che non capivo, e tirò innanzi ridendo. Feci cenno col capo di no, di no, che non s’incomodasse, che era fiato perduto. Il caso volle forse che quel no cadesse a proposito a una domanda che m’aveva fatta, e continuò più infervorato che mai. Allora, poichè parlava con tanto piacere, finsi di capire, facendo dei mezzi sorrisi e dei cenni indeterminati, che non potessero discordare recisamente da nessuna cosa che mi dicesse. Poi, cominciando ad annoiarmi di far quella parte, pensai che s’egli mi parlava una lingua che io non capivo, io potevo bene parlargli una lingua che non capisse lui; e mi misi a discorrere in italiano. Era buio pesto; nondimeno rise, mi battè la mano sul ginocchio, stette a sentire con un’aria di curiosità come se gli avessi canterellato un’arietta; o poi da capo a parlare inglese, e così si continuò per un pezzo, con reciproca soddisfazione, fin che l’omnibus si fermò, scendemmo, mi diede un Orario d’una Società di navigazione a vapore, della quale m’immagino che fosse un agente; e ci separammo, stringendoci la mano come due persone che si fosser trovate completamente d’accordo su tutte le quistioni del giorno.

La sera non ebbi il coraggio di sfidare lo spleen, e lo fuggii riparando per tempo all’albergo. Oh se avessi avuto là qualcuno da pagare perchè mi stesse a sentire, gli avrei dato volentieri una mezza lira sterlina, tale era il bisogno che provavo di sfogarmi a chiacchere, dopo aver visto tante cose senza poterne dir una! Non sapendo che far altro, mi misi a preparare i paragoni e le immagini di cui mi sarei servito, a casa, per dare un’idea della grandezza di Londra; e poichè da molti giorni non facevo che sfogliettar Guide e domandare ragguagli a quanti incontravo, così non mi mancava la materia.

Sappi dunque,—dicevo a una seggiola incaricata di rappresentare un amico intimo,—che Londra è lunga sedici miglia e ne riquadra trentacinque; che i borghi che via via le si aggregano, contano la popolazione di Firenze, come Greenwich, o la popolazione di Roma, come Chelsea, o la popolazione di Marsiglia, come Hackney; che solo coi servitori che sono a Londra si fa un esercito più numeroso che l’esercito italiano in tempo di pace; che colle fiammelle a gaz che illuminano le sue dieci mila strade si rischiara una strada lunga la quarta parte della circonferenza della terra; che contando che ci vogliono dieci litri di birra per ubbriacare un tedesco, colla birra che si beve in un anno a Londra c’è da ubbriacare due volte tutto l’e sercito germanico sul piede di guerra; che mettendo l’una dietro l’altra tutte le bestie da macello che si mangiano in un anno a Londra, si fa una fila continua che attraversa tutta l’Europa dallo stretto di Gibilterra fino all’estremità settentrionale della Russia; che colle ostriche che s’inghiottiscono in un anno a Londra, si copre tutto il campo di Marte di Parigi, col ponte di Jena e la piazza del Trocadero; e che sul Ponte-di-Londra passano giorno per giorno venti mila carrozze.

La mattina seguente andai a vedere il Palazzo di Cristallo.