CAPITOLO XI.
Le dieci giornate di Brescia
disastrosa giornata di Novara.
Il 20 marzo in Brescia una adunata di popolo in piazza Vecchia, sotto la loggia municipale, preceduta da bandiera tricolore chiedeva le dimissioni del Podestà Zambelli, e la formazione della guardia civica. Nello stesso giorno sul Colle di S. Florian era comparsa una squadra d'armati condotta dal prete Boifava. Questo piccolo corpo volante di 300 uomini al quale si erano aggiunti alcuni terrazzani, aveva avuto incarico dal Comitato per l'insurrezione di impedire le comunicazioni sulla strada per Peschiera, Verona e Mantova, intercettare dispacci del nemico e molestarlo con avvisaglie.
La sera del 21 marzo, fermata una staffetta latrice di dispacci, tradotti questi dal tedesco si rilevò che recavano l'annuncio, essere partito da Verona un grosso convoglio di munizioni per fornirne Brescia e Milano.
Una trentina di giovani animosi, fra i quali Giuseppe Zanardelli, postisi sotto gli ordini di tale Longhena, perchè egli era stato militare, uscirono dalla città alle 11 di sera col determinato proposito d'impadronirsi del convoglio di munizioni tanto utile ai cittadini insorti.
L'ardita, ma non numerosa falange, giunse a Rezzato prima di giorno.
Avvertiti i baldi giovani che il convoglio delle truppe imperiali era prossimo a giungere, si diedero subito a costruire una barricata allo sbocco della via verso Ponte S. Marco, e dopo di avere collocata della gente anche inerme sui balconi e nelle vie per dimostrare che erano in molti a chiudere il passo, presero posto nella barricata, risoluti a tutto.
Non tardò a comparire sulla strada la pesante colonna dei carri custoditi dalle baionette croate.
Il corpo austriaco di scorta agli otto carriaggi carichi di munizioni era di 173 soldati e sei ufficiali; questi accortisi della barricata e degli armati che impedivano il passo si fermarono. Il comandante della piccola squadra bresciana divisò di mandare un parlamentario ad invitare il comandante delle forze nemiche a recarsi a Rezzato per trattare col duce delle forze cittadine insorte. Questi assentì, e quando fu all'ingresso del paese gli fu imposto d'arrendersi, informandolo che ogni resistenza sarebbe stata inutile, perchè Brescia e Milano erano in mano del popolo e le truppe avevano capitolato, l'intero paese insorto, come era insorta la stessa Vienna.
Intanto, durante le trattative erano sopraggiunti altri insorti guidati dal curato Boifava, e il capitano acconsentì di arrendersi; ufficiali e soldati consegnarono le armi e i bravi bresciani preso possesso del convoglio delle munizioni, per vie montane, onde evitare l'incontro di qualche squadrone di cavalleria, si diressero verso Brescia ove giunsero sul fare di sera del giorno seguente accolti dalla cittadinanza con luminarie e grande entusiasmo.
La sera del 21 era stato acclamato Podestà il Soleri che si annunziava alla cittadinanza con un patriottico manifesto.
Il 22 venivano aperti i ruoli per la formazione della Guardia civica.
La mattina del 23 nella contrada degli Orefici, nei pressi di Piazza Vecchia, un pugno di popolani si avventava contro i soldati austriaci di scorta ai carri di legna destinata al riscaldamento delle caserme e del Forte, li disarmava, inseguendoli fino all'accesso del Castello; e disarmava pure alcuni gendarmi incontrati per via. La sommossa si fece allora generale, si abbatterono gli stemmi e le insegne imperiali, e si disarmarono i soldati di picchetto negli ospedali ed in altre località dando ad essi dovunque la caccia.
Il comandante del Forte, Leshke, senza indugio volle ricorrere alle armi dello spavento; e nelle ore pomeridiane fece piombare sulla città un gran numero di bombe, che, se cagionarono qualche rovina alle case, ebbero per effetto di accendere maggiormente l'entusiasmo belligero della cittadinanza; dopo tale preludio mandava un messaggio al Podestà, intimando che se la città non fosse ritornata alla soggezione imperiale, l'avrebbe bombardata ed incendiata. Il Soleri a sua volta domandava tempo per provvedere; ma allo scoccare della mezzanotte, in esecuzione della fatta minaccia, il Leshke apriva dal castello un furioso bombardamento.
Questo procedere barbaro, che veniva principalmente a colpire donne e bambini giacenti
nel sonno, inasprì i cittadini, che armati si fecero sotto al Castello e rispondevano al bombardamento prendendo a bersaglio i cannonieri nemici al grido "di viva l'Italia, viva il Piemonte."
Quelli del giorno 23 e della notte del 24 marzo furono i primi bombardamenti subiti da Brescia nel 1848.
Intanto sul mezzoggiorno del 20 marzo le ostilità da parte dell'esercito piemontese contro gli austriaci furono riprese, ma le sorti della guerra furono addirittura disastrose per le armi italiane.
Il piano del generale in capo Chzamowsky, non era tale che potesse convenire ad un piccolo esercito, qual era quello potuto mettere assieme dall'eroico Piemonte. Invece di tenere unite quanto più si potesse le nostre forze, esse erano schierate sopra una fronte eccessivamente estesa.
Il generale Lamarmora con una Divisione era stato inviato nella Lunigiana per attraversare l'Appennino con l'obbiettivo di assalire gli austriaci alle spalle sulla sinistra del Po.
Ma qualunque fosse il piano strategico, è certo che il generale Ramorino, che con la Divisione Lombarda fronteggiava il Ticino nella posizione della Cava, ed a cui era stato dato ordine preciso di arrestare la marcia del nemico ove questo avesse passato il Ticino a Pavia, e, come segnale al Comando Generale del passaggio, tirare moltiplicati colpi di cannone; questo generale, contrariamente a tali ordini precisi, non sparò neppure un colpo, non fece atto di resistenza, nè si ritrasse, sopra Sannazzaro e Mortara ove corpi piemontesi avrebbero potuto trovarsi concentrati il mattino del 21 per dargli man forte, appoggiati ad ottime posizioni.
Invece la Divisione senza sparare una cartuccia, si ritirò sulla destra del Po, standosene là spettatrice inerte, anzi accennando a ritirarsi per la volta di Genova.
Dopo un'avvisaglia di avamposti al Gravellone, gli eserciti avversari si trovarono di fronte il 21 presso Mortara. Radetzky con rapide mosse aveva spinto i suoi all'attacco; le truppe piemontesi comandate al centro da Vittorio Emanuele, Duca di Savoia, fecero prodigi di valore, ma gli austriaci soverchianti di uomini riuscirono ad impossessarsi di notte della città; e fu notte di strage in Mortara, perchè si combattè accanitamente per le vie, nelle piazze e nelle case, opponendo i nostri un'indomita e disperata resistenza....
Intanto si combatteva con valore ed onore dalle nostre truppe anche alla Sforzesca; ma i risultati ottenuti furono completamente neutralizzati dalla rotta di Mortara.
Il grosso dell'esercito, con Re Carlo Alberto, nella supposizione che gli Austriaci muovessero da Magenta per transitare il Ticino, stava accampato per attendere il nemico presso Trecate; ma, trovate sgombre le posizioni circostanti, mosse al di qua del fiume, per la via di Milano.
Pur troppo non potè continuare al lungo la sua marcia su terra lombarda, perchè, giunta fra quelle schiere la notizia che l'austriaco già vittorioso proseguiva alle sue spalle minacciando Torino, fu immediatamente ordinata la retromarcia.
Il 23 marzo, l'esercito nostro, forte di cinquantamila uomini e 110 pezzi d'artiglieria, si trovava alle nove di mattino sotto Novara. Alle ore undici il cannone nemico diede il segnale della battaglia. Re Carlo Alberto era al suo posto in prima fila tra i combattenti. Il Crocevia della Bicocca era la chiave della posizione, e gli austriaci in dense colonne diressero tutti i loro sforzi contro di essa. I piemontesi la difesero col coraggio della disperazione; Re Carlo Alberto, ritto sul suo cavallo, nella sua marziale impassibilità, sembrava desiderasse di essere colpito a morte; ma se il Re era risparmiato dalle palle nemiche, quanti gli stavano vicini venivano mietuti e fra altri il generale Perrone, colpito da palla alla testa, e il generale Passalacqua restavano fulminati sul terreno, proprio al fianco di Carlo Alberto.
Tutte le riserve erano state impegnate.
Il Duca di Savoia, dopo avere avuto feriti a morte tre cavalli, appiedato, mantenevasi alla testa degli avanzi dei suoi battaglioni con singolare intrepidezza. Ma l'eroismo non poteva più rimettere le sorti della giornata.
Re Carlo Alberto, testimonio e parte di tutte le fasi della battaglia, cavalcava taciturno e mesto verso la città, incurante dei pericoli che lo circondavano, e giuntovi, di là, muto, contemplava con indicibile dolore la disfatta del suo esercito. Lo si voleva allontanare dal luogo tanto esposto, ma Egli nello schianto del dolore gridava: "lasciatemi morire; questo è l'ultimo giorno della mia vita!" Aveva tanto invocato dal Dio degli eserciti di perdere in quel giorno la vita! ma non fu ascoltato.
La bandiera bianca annunziava la sospensione delle ostilità, cui seguì l'armistizio, e quindi l'abdicazione di Carlo Alberto e l'assunzione al trono del figlio Vittorio Emanuele II.
Tutto era finito! I destini d'Italia non erano ancora maturi! Alle undici della notte, Carlo Alberto, muoveva alla volta di Oporto, per morirvi di lì a pochi mesi, martire di una idea sublime, vittima del dolore!
Il 25 marzo a Brescia, ove nulla si sapeva del disastro toccato alle truppe piemontesi, si procedeva alla nomina del Comitato di difesa nelle persone dei cittadini Cassola e Contratti i quali pubblicarono il seguente proclama
Brescia, 26 marzo 1849.
Cittadini!
La patria è in pericolo!
Ora è il momento, o bresciani, d'agire e di fare conoscere che le vostre promesse non furono millanterie.
Gli armati accorrano davanti al teatro per ricevere la loro destinazione. Chi non ha armi, le donne, i vecchi, i ragazzi si adoperino a costruire barricate alle porte della città.
Uniamo le nostre forze e difendiamoci. Non si tratta che di duemila uomini, con due pezzi d'artiglieria, quasi tutti italiani.
All'armi! All'armi!
Unione, costanza, ordine!
Cassola, Contratti.
Ragione di questo Manifesto al popolo di Brescia era che il Comitato della difesa aveva avuto avviso che la notte del 25 un corpo d'imperiali sotto il comando del generale Nugent, sortito da Mantova, con marcie forzate si dirigeva su Brescia.
Nella città erasi formato un corpo dei più ardimentosi guidati da Tito Speri, capi squadra erano Giuseppe Nullo, Antonio Frigerio, Luigi Castelli, Camillo Biseo, Eligio e Filippo Battaggia. Tutti mossero incontro al nemico prendendo posizione nel borgo di Sant'Eufemia ove già trovavasi il curato Boifava con la sua compagnia, si asserragliarono pure in altre posizioni, atte ad impedire al nemico l'ingresso nella città.
Poco prima del mezzodì gli austriaci aprirono il fuoco, ma gli assalitori vennero coraggiosamente respinti.
Il Comitato ed il Municipio, convinti che la resistenza non poteva durare a lungo, decisero di spedire al generale Nugent una Commissione di cittadini, che si presentò agli avamposti nemici con bandiera bianca.
La Commissione fu ricevuta dal generale; il quale poneva senz'altro per condizione che i bresciani cessassero dalla difesa, deponessero le armi, e distruggessero le barricate perchè egli, per amore o per forza, sarebbe entrato nella città.
Quando si seppe dell'arrogante risposta del generale austriaco, la popolazione proruppe unanime in un sol grido. "Guerra! Guerra!"
Gli austriaci mossero allora all'assalto della città, inoltrandosi fino a San Francesco di Paola; ma i Bresciani usciti da porta di Torre Lunga, giunsero a San Francesco, alle spalle degli austriaci, alle prese con le bande dei nostri, e impegnarono una mischia micidiale.
Il combattimento durò fino alla sera con la peggio degli Austriaci, che, abbandonate le conquistate posizioni, si ritirarono nei loro attendamenti di S. Eufemia.
Così ebbe fine la memorabile giornata del 26 marzo.
Il 27 gli imperiali a mezzodì ripresero le ostilità, si spinsero fino a Rebuffone a poca distanza da Torre Lunga, dove i Bresciani erano appostati alla difesa. Gli Austriaci, piantata una batteria sopra l'erta della Villa Maffei, si diedero a fulminare i bravi difensori, mentre nello stesso tempo il Castello iniziava il bombardamento prendendo i Bresciani fra due fuochi. Ma le cannonate, il bombardamento, gli incendi non sgomentavamo i valorosi Bresciani, che anzi, inaspriti dalla ferocia del nemico, moltiplicarono gli atti di eroismo; tanto che quando videro verso sera rallentare e cessare il fuoco da parte degli imperiali che rientravano nel loro accampamento, gli eroici difensori, comandati dallo Speri, con rapida sortita, si slanciarono sull'inimico ed in breve furono addosso alla retroguardia austriaca facendone strage.
La sera la città era in festa per la felice resistenza opposta al nemico; e il Comitato della difesa pubblicava il seguente manifesto.
Cittadini!
Il vostro nome alla posterità è assicurato. Il nemico trovasi nell'avvilimento, perchè gli imponenti mezzi di guerra coi quali credeva atterrirvi, non hanno fatto che accrescere il vostro entusiasmo.
Ormai ha consumato tutti i suoi mezzi guerreschi, e quindi non dovete fare altro che dar compimento alla vittoria nello stesso modo che l'avete cominciata.
Italia tutta farà plauso a tanta prodezza.
Ordine, Costanza, Unione!
Brescia il 27 marzo ore 6-1/2 pomeridiane.
Cassola, Contratti.
Per dire degli episodi, degli atti di eroismo compiuti dai Bresciani nei giorni successivi 28, 29, 30, 31, non basterebbe un intero volume. Basti affermare che tutti gli sforzi fatti dal Nugent con ben 3500, uomini per impossessarsi di Brescia o per costringerla alla resa furono inutili. Vista la sua impotenza, fu obbligato a chiedere rinforzi, e questi non tardarono a giungere condotti da un ben formidabile avversario, tristamente conosciuto dai Bresciani.
Il 31 marzo giungeva infatti, per espugnare l'eroica Brescia, il tenente maresciallo Haynau con una intera divisione—e ben presto diede sue nuove col seguente dispaccio: n. 152—Dal 2o I. R. Comando del Corpo d'Armata.
Alla Congregazione Municipale della Città di Brescia.
"Notifico alla Congregazione Municipale che io alla testa delle mie truppe mi trovo qui, per intimare alla città di arrendersi tosto e senza condizioni.
"Se ciò non succederà fino a mezzogiorno, se tutte le barricate non saranno interamente levate, la città sarà presa d'assalto, e saccheggiata e lasciata in balia a tutti gli orrori della devastazione.
"Tutte le uscite dalla città verranno occupate dalle mie truppe ed una resistenza prolungata trarrà seco la certa rovina della città.
"Bresciani! Voi mi conoscete, io mantengo la mia parola!
"Il Comandante delle truppe stanziate all'intorno della città di Brescia.
Il Tenente Maresciallo
Haynau.
Non è a dire quanto la lettura di questo dispaccio rinfuocasse gli animi.
Il Municipio mandò subito per il Comitato che pronto accorse all'adunanza.
Richiesto del suo parere il Comitato dichiarava doversi risolutamente resistere.
La maggioranza degli adunati, pur non dissentendo dalla resistenza, deliberava però di mandare deputati all'Haynau per ottenere una proroga di tempo onde si potessero prendere ponderate risoluzioni.
Come ambasciatori si offersero i cittadini Lodovico Borghetti, Pietro Pallavicini, Paolo Barucchelli e il Nobile Girolamo Rossa, alla patria devotissimi. Così composta, e fiancheggiata da due gendarmi e preceduta da bandiera bianca l'ambasceria verso le 10 si avviava per il Castello.
I messaggeri trovarono l'Haynau inflessibile. Ho detto a mezzogiorno.
Ed alle vive rimostranze degli inviati, per grazia dichiarava che avrebbe aspettato fino alle due pomeridiane.
Dell'ultimatum del Maresciallo austriaco fu data partecipazione al popolo dal balcone del Palazzo Comunale. E la risposta del popolo Bresciano fu quale doveva essere: Guerra! Vogliamo la guerra!
Quella del Podestà fu dunque—All'armi Bresciani! all'armi!
Allo scoccar delle due, tutte le campane della città, come se fossero mosse da un sol uomo e tocche da uno stesso martello, si diedero a suonare a stormo gloriosamente. Questa era la risposta che i bresciani mandavano all'Haynau.
Il nemico aveva intanto circondato con forze numerose la città e piantate sulle alture batterie di cannoni e di mortari coll'ordine che quando le artiglierie dal Castello avessero dato il segnale, tutte le batterie facessero fuoco.
E alle tre, tanto dal Castello che dalle batterie circostanti, s'incominciò senza interruzione a vomitare bombe e palle incendiarie; tutte le campane della città suonavano a stormo, chiamando il popolo alla resistenza.
L'Haynau aveva stabilito di dare alla città un assalto generale; ordinava quindi le sue genti in modo che tutta la circuissero, per dividere così le forze dei difensori e rendere più debole la resistenza.
A questo scopo sul ripiano del poggio Maffei dove stava la brigata Nugent, aveva fatto piazzare una batteria, che batteva direttamente la barriera di Torre Lunga, ove dovevano essere diretti i maggiori sforzi. Infatti essa fu presa a fulminare con fuoco mai interrotto e con colpi così ben diretti, che presto l'intera trincea ne fu squarciata, costringendo i difensori ad abbandonarla, ed a ritirarsi al ridosso della barricata che formava la seconda linea di difesa. Tennero loro dietro i nemici, che tentarono di entrare con essi in città, ma furono valorosamente respinti lasciando molti di essi sul terreno.
Non cessava intanto il tuonare dei cannoni e dei mortari dal di fuori, mentre le bombe ed i razzi piovevano dal Castello; ma non per questo ritiravansi i difensori, che sempre capitanati dallo Speri, combattevano con tanta valentia e costanza, da tornare ad onore anche dei più esperimentati e disciplinati veterani.
L'Haynau aveva ordinato che un battaglione di croati, di notte appostato, scendesse giù per la china del colle ed a forza occupasse le vie che conducevano al centro della città. Furono però accolti, mentre discendevano con una tempesta di fucilate, sì da essere obbligati a sostare e a dare indietro; ma poi riordinati, assalirono i nostri con fuoco ben nutrito e così ben diretto che i difensori furono obbligati ad abbandonare la trincea più avanzata, posta alla svolta della china del Castello, non solo, ma poi dopo altra eroica difesa, furono costretti a ritirarsi anche dalla barricata che custodiva la svolta di S. Urbano; ed infine anche dall'ultima di via della Consolazione. Gli imperiali alla carica, sorpassando le barricate, sgombrando impedimenti si precipitarono nella piazza dell'Albero. Là i Bresciani li attendevano alla posta, dalle finestre, dai tetti, dagli sbarramenti che chiudevano il passo all'interno della città, vennero accolti con una salva di fucilate, tanto che ben pochi ebbero salva la vita; ma una fiumana di altri croati serrati in colonne giù per quella stretta impediva ai primi di dare indietro; tanto che alla disperata mancando loro ogni scampo, fecero testa, e s'avventurarono risoluti contro le trincee per forzare il passo; ma ancora un fuoco micidiale a bruciapelo li accolse, e più che decimati, dovettero arrestarsi e dare indietro.
L'Haynau che dal Castello vedeva lo scempio che i difensori facevano dei suoi ordinava al Colonnello Milez di accorrere in aiuto con buon nerbo di forza; ma appena sboccato sulla piazza il Milez stesso, che stava alla testa dei suoi, colpito da palla al cuore cadeva morto; i suoi soldati allora sostarono indecisi; prendendo il momento i bravi bresciani saltarono dai ripari, e slanciandosi sul nemico l'assalirono a colpi di baionetta, di daghe, di stocchi, di coltelli. Non ressero gli austriaci, ma si diedero alla fuga, abbandonando armi e feriti.
La piazza dell'Albero a ricordo di tanto valore fu poi nominata Piazza del 1849. In quel giorno 31 marzo correva a rivi il sangue e i cadaveri vi giacevano ammonticchiati.
Però in altri punti alcuni quartieri della città furono invasi dal nemico come Torre Lunga, S. Urbano, S. Alessandro, e l'incendio, il saccheggio, gli orrori di città presa d'assalto, incominciarono nelle tenebre con tutti i suoi atti brutali.
Il primo aprile dalla parte del Castello, appoggiati dalle artiglierie, gli Austriaci discesero in città, investendo e rompendo tutti gli ostacoli che trovavano sui loro passi, giungendo alle spalle dei difensori della barricata della Piazza dell'Albero, teatro del micidiale combattimento del giorno innanzi, occupando il palazzo del governo, del Broletto, massacrando ed abbruciando quanti si paravano a loro dinanzi, gettando dalle finestre, e dai tetti quante persone si trovavano nelle case. Lo stesso avveniva nel quartiere di San Nazzaro e a porta S. Giovanni.
Era tempo di pensare seriamente ai casi della patriottica città, ridotta agli estremi, e minacciata di distruzione.
Alle 10 antimeridiane il Municipio riceveva le dimissioni del Comitato di difesa. Bisognava senza perdita di tempo mandare all'Haynau una deputazione per trattare la resa. Fu incaricato il padre Maurizio da Brescia, che fu accompagnato dal padre Ilario da Milano e dal cittadino Pietro Marchesini.
I patti della resa furono con molto stento convenuti.
La mattina del 2 aprile entrate le soldatesche austriache in città, il Maresciallo Haynau emanava due bandi. Col primo imponeva alla città una taglia di 300,000 lire, destinate a compenso e a premio degli ufficiali—più imponeva alla città e provincia una multa di sei milioni di lire.
Così ebbe fine la lotta gloriosa di Brescia sostenuta per 10 giorni con subblime eroismo.
I tempi intanto incalzavano e la reazione divampava.
Il 6 aprile Catania dopo eroica difesa cadeva nelle mani sanguinarie del borbonico Filangeri; il 12 la reazione lorenese restaurava in Toscana il granduca; il 20 Filangeri era minaccioso alle porte di Palermo; finalmente il 21 aprile salpava da Tolone la spedizione francese per Roma.
L'ultima di queste notizie sorprese Garibaldi ad Anagni dove era arrivato il giorno precedente.
Il 24 aprile l'avanguardia, il dì appresso tutto il corpo di spedizione comandato dal generale Oudinot, portato da dieci navi, forte di ben dodicimila uomini, di sedici pezzi da campagna e di sei di assedio, gettava l'ancora nelle acque di Civitavecchia.
CAPITOLO XII.
Eroica difesa di Roma.
Sullo scopo dell'intervento francese nelle cose di Roma è stata già giudice severa la storia, e non è tema che invogli un italiano a ritornarci sopra. Solo affermeremo che per quanto si sia voluto dire, certo non fu scusabile che una grande nazione come la Francia, col pretesto d'instaurare l'ordine, fra un popolo già confidente e calmo nel suo patriottismo, siasi mossa a sostenere una abborrita teocrazia, ed a strozzare, tra le braccia d'una repubblica sorella, la libertà nascente.
E fu con sembianze oneste ed amiche che l'esercito francese potè sorprendere la buona fede del governatore, del presidio e della popolazione di Civitavecchia, e mettere impunemente il piede sul suolo della repubblica. Se Civitavecchia avesse respinto con la forza dal suo forte il disbarco o lo avesse soltanto ritardato il governo della Repubblica Romana avrebbe avuto maggior tempo e si sarebbe trovato in migliori condizioni per preparare la difesa.
Il Colonnello Leblanc, inviato dal Generale francese, ebbe il merito di parlar chiaro al Mazzini e confessare che scopo della spedizione era la restaurazione papale. Egli rese grande servigio a Roma, quando uscì nella ridicola guasconata "Les Italien ne se battent pas" la quale fece affluire al cuore il sangue caldo del popolo di Roma, e mise gl'italiani in obbligo di provare che colui aveva mentito per la gola.
Alla Repubblica Romana non restava adunque più che difendere ad oltranza, se non la vita che era preda designata alla forza del numero, l'onore che non poteva essere da alcuno calpestato impunemente, e che sarebbe salito tanto più alto quanto più fosse stato inaffiato di sangue.
E la difesa di Roma fu degna dei suoi giorni migliori, al tempo dei consoli e dei Cesari.
L'Assemblea decretò senz'altro di dare incarico al Triunvirato di respingere la forza con la forza; il popolo applaudì al magnanimo decreto, corse alle armi, e i Triumviri, mirabili di concordia e di energia, assunsero l'impegno della difesa. Giuseppe Avezzana nominato ministro della guerra, posto al Comando supremo dell'esercito; la guardia civica venne armata e mobilizzata; la linea di difesa tracciata; i punti principali muniti; i Corpi stanziati fuori di Roma richiamati; e tutta la massa di truppe regolari ed irregolari, di finanzieri, di studenti, di emigrati, di reduci, di quanti infine si trovavano in Roma atti alle armi, fu ordinata e così ripartita e comandata:
La Legione Garibaldi; il battaglione dei Reduci, i quattrocento giovani universitari, i trecento finanzieri, i trecento emigrati, un totale di duemilacinquecento uomini, composero la prima brigata comandata dal Generale Garibaldi.
Alla seconda brigata, formata di mille uomini di Guardia Civica e del primo Reggimento di fanteria leggiera fu posto comandante il Colonnello Masi.
La Legione Romana e il primo di linea con due pezzi di campagna, posti agli ordini del Colonnello Bartolomeo Galletti; una colonna di riserva, di ottocento carabinieri ubbidivano al generale Giuseppe Galletti; cinquecento dragoni al Colonnello Savini; le artiglierie al Lopez e ai fratelli Calandrelli.
I bersaglieri Lombardi comandati dal Manara avendo ottenuto dal generale Oudinot di sbarcare a Porto d'Anzio a condizione che non avrebbero preso parte a combattimenti prima del 4 maggio, erano vincolati dall'impegno preso per essi dal Preside di Civitavecchia.
Sicuri ormai che il generale Oudinot voleva entrare in Roma per ristaurarvi il governo papale il 28 aprile l'assemblea approvava il seguente decreto, dove il senno romano ben distingueva fra nazione e governo di Francia, non incolpando la prima delle inique aggressioni del secondo, e ponendo sotto la protezione delle leggi i Francesi nell'atto che si apprestava alla guerra contro l'armata di Francia.
REPUBBLICA ROMANA
In nome di Dio e del Popolo
"Credendo nelle generose virtù dei Romani come nel loro valore:
"Conscio che sebbene deciso a difendere fino agli estremi, contro ogni invasore l'indipendenza della sua terra, il popolo di Roma non rende mallevadore il popolo di Francia degli errori e delle colpe del suo governo":
"Fidando nel popolo e nella santità del principio repubblicano:
IL TRIUNVIRATO DECRETA
"Gli stranieri e segnatamente i Francesi dimoranti pacificamente in Roma sono posti sotto la salvaguardia della Nazione":
"Sarà considerato come reo di leso onore romano qualunque proponesse far loro oltraggio o molestie":
"Il governo invigilerà che nessuno d'essi trasgredisca i doveri dell'ospitalità".
Così Roma vicina a scendere sul campo di battaglia per amor della libertà ed indipendenza, dava prova di quella generosità che è tradizionale nel suo popolo.
La mattina del 28 aprile, la legione insieme agli altri corpi militari riuniti in Roma, fu passata in rivista sulla piazza di S. Pietro dal Ministro della guerra.
Il piano di guerra fu presto formato; la topografia della Città, le condizioni dell'esercito difensore, le forze degli assalitori, chiaramente lo suggerivano.
Scartato il concetto di una offensiva in aperta campagna, e deliberata una concentrata difensiva della Capitale, la difesa non poteva essere stabilita che sulla destra del Tevere e precisamente lungo le mura d'Urbano VIII, che da porta Portese, per quelle di San Pancrazio e Cavallegeri va a porta Angelica; comprendente come posizione avanzate, al centro la collina di Villa Pamfili, come baluardo a settentrione il forte Vaticano, e come seconda linea d'appoggio le alture del Gianicolo.
Garibaldi avuto partecipazione del Comando affidatogli, spedì il seguente ordine del giorno:
Al comando della Sezione degli Emigrati.
"Il Ministro della Guerra, col dispaccio del 27 corrente affidò a me il comando della prima brigata nella cui forza è pure compresa la vostra Sezione.
"Le urgenze del momento esigono che c'intendiamo subito e quindi oggi vorrete immancabilmente trovarvi con la vostra truppa sulla piazza di S. Maria in Trastevere per tutte le comunicazioni".
"Salute e fratellanza".
Dalla piazza del Vaticano 29 aprile
G. Garibaldi.
La brigata Garibaldi fu ordinata a coprire la posizione tra porta Portese e porta San Pancrazio; quella di Masi distribuita tra porta Cavalleggieri e porta Angelica; la riserva composta dalla brigata Galletti, dai dragoni Savini, dai bersaglieri Manara, schierata tra Piazza Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono coronati di nuovi pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; tutto ciò disposto in buon ordine; di modo che Roma si tenne pronta a ributtare gli assalitori.
Il 30 aprile le vedette di San Pietro annunziarono lo spuntare di una colonna francese sulla via di Civitavecchia. Erano circa dodicimila uomini, divisi in due brigate sotto il comando dei generali Molière e Lavaillant, con due batterie da campagna; credevano davvero che gli italiani non si sarebbero battuti; dovevano presto accorgersi del loro folle giudizio e chiamare poderosi rinforzi.
Alcuni colpi aggiustati dal Calandrelli fecero capire che si pensava a respingere sul serio gli assalitori, ma erano pur sempre francesi, gli agguerriti soldati dei combattimenti africani. Essi quindi avanzarono da prodi secondo l'ordine ricevuto per l'attacco; non restavano i nostri dal fulminarli colla mitraglia e coi fucili. Ai difensori, specialmente agli artiglieri, nuocevano le carabine dei cacciatori di Vincennes; ma le nostre artiglierie egregiamente servite e dirette, facevano vuoti sanguinosi nelle file avversarie.
Un notevole vantaggio avevano ottenuto i francesi, fin dal principio; il generale Oudinot aveva ordinato alla brigata Molière di occupare la Villa Panfili, il battaglione universitario sostenne valorosamente i primi assalti, ma scarso di numero, in confronto degli assalitori, dopo di avere contrastata la preziosa posizione dovette abbandonarla, ritraendosi al riparo dietro il Casino de' Quattro-Venti.
Ma da quella parte, attento a tutte le fasi del combattimento, stava vigile Garibaldi e il trionfo dei francesi non doveva essere di lunga durata. Infatti il generale, scorto il pericolo, chiamò a sè la legione italiana e la lanciò a baionetta contro il nemico. Questi non temette l'attacco, e da quell'istante intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i prati del parco Pamfili, dietro ogni muro e ogni siepe, s'impegnò una lotta corpo a corpo, petto a petto, palmo a palmo, a vita ed a morte.
A favore dei francesi erano il vantaggio delle armi, la bontà della posizione che li proteggeva, l'abitudine alla disciplina, l'esperienza del combattere; per gl'italiani era presidio la coscienza della giusta causa, la religione della patria, la fede nella baionetta e il comando di Garibaldi.
Ormai troppo già durava il contrasto: e Garibaldi sentì venuta l'ora del colpo decisivo.
Con l'aiuto di mezza brigata Galletti, riunite tutte le forze che aveva sotto mano si rovescia per la Valle sul fianco destro francese, lo rompe, lo sfonda ed incalza con la baionetta alle reni e costringe in brev'ora tutto l'esercito assalitore, già ributtato dal fronte su tutta la linea, a battere in precipitosa ritirata.
La giornata del 30 aprile sarà ricordata dalla storia come una delle più belle pagine militari dell'indipendenza italiana.
Più di trecento morti, cinquecentotrenta feriti, duecentosessanta prigionieri dovuti all'eroismo di Nino Bixio, fecero pagar cara alla Francia l'insana aggressione e dimostrarono al mondo che gl'italiani si battono.
In confronto le perdite degli italiani furono lievi; sessantadue morti, un centinaio di feriti; un solo prigioniero—Ugo Bassi.
Onore ai prodi rapiti troppo presto ai futuri cimenti della patria.
Il battaglione universitario comandato dal Maggiore Andreucci si distinse assai nella gloriosa giornata. "Avanti ragazzi" tuonava Garibaldi—"avanti alla baionetta" e i ragazzi, da veterani si lanciavano impavidi contro gli agguerriti soldati della Francia combattendo da eroi.
Fra tutti primeggiò Nino Bixio che con audacia da leone, come già fu detto, fece prigioniero con pochi uomini un battaglione del 20o reggimento di linea col Maggiore che lo comandava.
Il primo merito della gloriosa giornata spetta al generale Garibaldi. Fu unanime il sentimento di tutta Roma nella sera stessa del combattimento; e la storia lo conferma col suo ponderato giudizio. Egli rimase ferito nel più caldo della mischia e non ne fece mostra; solo alla sera il dottore Ripari, il carissimo amico suo, volle a forza curarlo.
Fatto caratteristico del combattimento fu questo, che, nelle lievi perdite subite dai nostri, chi più ne sofferse furono gli ufficiali, sempre i primi ad esporsi al fuoco nemico; così, oltre a Garibaldi, furono feriti il maggiore Marochetti, il tenente Ghiglione, il tenente Teglio, i sottotenenti dall'Ovo e Rota, e feriti a morte il maggiore Montaldi, il maggiore Scianda, i tenenti Grassi e Righi e il sottotenente Tresoldi.
Garibaldi combattè tutto il giorno, affrontando il nemico in aperta campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì quando ravvisò il tempo opportuno, e decise della giornata.
Avrebbe fatto di più se in quel giorno avesse egli avuto il comando supremo, o se fosse stato ascoltato il suo consiglio.
Garibaldi aveva infatti intenzione di completare, quella sera stessa, la vittoria, tagliando ai francesi la ritirata su Civitavecchia; e il progetto sarebbe stato senza dubbio attuato; dopo lo scacco sofferto, il morale del nemico era depresso ad incominciare dall'Oudinot, sfinito, inoltre i francesi mancavano di cavalleria per coprire la ritirata, mentre Garibaldi coi lancieri del Masina e coi dragoni di linea, tutta gente fresca che nulla aveva sofferto dal combattimento, poteva giungere a Civitavecchia prima dei francesi e suscitare quelle popolazioni contro lo straniero. Che se non si fosse voluto precorrere i francesi in quel posto, si poteva prenderli di fianco nella loro ritirata: giacchè Garibaldi avrebbe potuto ingrossare le sue truppe coi due reggimenti di linea che non avevano ancora combattuto, e così trarre il miglior frutto della vittoria.
Ma indarno Garibaldi insistette appoggiato da Galletti: Mazzini non voleva esporre la Francia ad una completa disfatta, e provocarne i risentimenti. Egli era il capo del triumvirato, e se i nostri si arrestavano nel momento il più propizio, era lui che doveva risponderne alla storia.
Utilizzata o no la vittoria del 30 aprile si doveva capire che i francesi avrebbero voluto prendere la rivincita; meglio era dunque trarre partito della giornata, annientare il primo corpo di spedizione, circondando di una aureola gloriosa i difensori di Roma, ammirati da tutta Europa, poi prepararsi a far degna accoglienza al secondo corpo di spedizione, che la Francia ostinata nel volere ristaurato il potere dei papi ed ormai impegnata, avrebbe senza ritardo ordinato.
Unica impresa che venne concessa dal Triunvirato a Garibaldi il 1o maggio, fu una ricognizione sul nemico che si ritirava per la via di Civitavecchia, verso Castel di Guido, dove i Francesi avevano passata la notte in armi nella certezza di essere assaliti. Egli uscì colla sua legione da porta S. Pancrazio, mentre il Masina coi lancieri e coi dragoni usciva da porta Cavalleggeri; entrambi si unirono all'osteria di Malagrotta, dove i Francesi si erano preparati alla resistenza.
Ma per volere di Mazzini non si venne alle mani, come Garibaldi avrebbe desiderato. E ciò anche perchè l'Oudinot mandò a Garibaldi un parlamentario, per avvertirlo che trattava col governo Romano un armistizio; quasi contemporaneamente Garibaldi stesso riceveva un ordine di ritornarsene a Roma; e l'ordine fu eseguito nel giorno stesso.
Così i Francesi ebbero modo di guadagnar tempo, e ritornare con forte nerbo di forze e grosso materiale di guerra a riprendere l'attacco dell'eterna città con certezza di successo.
Ma se la giornata del 30 aprile non ebbe quelle conseguenze che erano da aspettarsi dopo una vittoria così bella, essa però provò al mondo che Garibaldi era qualche cosa di più di un semplice guerrigliero Americano, e che non gli mancavano le doti tutte del generale delle grandi fazioni; come provava al mondo che gl'Italiani, se ben condotti, sapevano battersi.
Intanto che Oudinot riposava a Civitavecchia, e mandava a Parigi messaggi bugiardi mal dissimulanti la sconfitta toccata, e l'Assemblea Romana lo rimeritava delle sue slealtà col mandargli liberi i prigionieri; un esercito austriaco minacciava dal Po le Legazioni; un'armata Spagnola veleggiava per la medesima crociata nel Mediterraneo; e finalmente re Ferdinando di Napoli faceva occupare da una divisione Velletri, mentre due altre, una di milizie regolari comandate dal generale Winspeare, l'altra composta di briganti comandata dallo Zucchi, s'inoltravano per la provincia di Frosinone sui colli Latini.
Il governo Romano commise a Garibaldi, che, evitando i decisivi conflitti, tenesse a bada e molestasse il nemico, sperando il Mazzini che le trattative colla Francia si risolvessero con soddisfazione, per poi, tranquilli da quella parte, potere intraprendere una guerra a fondo contro il re di Napoli, e rivendicare a libertà il suo reame.
Garibaldi riunì la sua piccola brigata il 4 maggio, dalle 6 alle 8 di sera, in piazza del Popolo; era composta in tutto di duemila duecento uomini, la passò in rivista, ed uscito tacitamente da Porta del Popolo, s'incamminò per Ponte Molle, facendo le viste di marciare a Palo; poi voltò a un tratto per la Prenestina, e dopo una marcia notturna pei Monti Tiburtini faticosissima, ma silenziosa ed ordinata, arrivò all'indomani a Tivoli dove si accampò sulle sponde dell'Aniene, occupando cogli avamposti il ponte Lucano a circa sei chilometri sotto Tivoli.
Il 6 maggio fece riposare nelle ore più calde la truppa presso gli avanzi grandiosi degli acquedotti romani.
L'esercito borbonico appena avuta notizia della sortita da Roma di Garibaldi, s'era concentrato fra Albano e Valmontone, e forte di seimila uomini sotto il comando del generale Lanza si preparava ad affrontare Garibaldi e disfarlo.
La mattina del 7 Garibaldi fece levare il campo e verso la mezzanotte del giorno stesso, sotto un acquazzone torrenziale, occupò Palestrina a poche miglia dalle linee nemiche, minacciando così da vicino il suo fianco destro. Fin dal giorno 8, Garibaldi ordinava alcune scorrerie dei suoi, una delle quali, comandata dal prode Bronzetti Narciso, gli aveva riportata la speranza che il nemico non sarebbe stato così formidabile come si vantava di essere. Era però troppo forte di numero per attentarsi con soli duemila uomini ad assalirlo nelle sue forti posizioni; e risolvette di starsene sulla difensiva e attenderlo di piè fermo.
Il primo incontro serio fra le parti avversarie avvenne verso la sera dell'8 maggio sulla strada che da Montecompatri porta a Frascati.
Il giorno 9 Garibaldi circondato dal suo stato Maggiore salì a Castel San Pietro, piccolo paese sopra Palestrina, per osservare dal campanile le mosse del nemico. Questo, in numerosa schiera di 6000 uomini, verso le 2 pom. si avanzava da Valmontone su Palestrina, con intenzione di chiudere a Garibaldi la ritirata su Roma.
Garibaldi prese tosto le sue misure e affidata a Manara la difesa della città, collocò parte dei Legionari al suo fianco sinistro fuori porta del Sole, egli in persona stava al centro, mentre Nino Bixio guardava la destra.
Come suo costume, Garibaldi fece avvicinare ben bene i napoletani e a un dato momento ordinò un attacco generale alla baionetta che mise in rotta il nemico, il quale lasciava nella fuga feriti e prigionieri e in potere dei nostri tre cannoni da montagna e non pochi fucili. Le perdite delle truppe romane furono lievi; degli ufficiali solo il sottotenente Rotta rimase ucciso e il tenente Martino Franchi ferito.
Ormai una più lunga stanza a Palestrina poteva divenire pericolosa perchè a Roma era giunta la notizia di un prossimo attacco combinato di napoletani e francesi, per cui il Triumvirato ordinava a Garibaldi di rientrare in Roma. Era anche lui deciso di finirla e non s'attardò sotto le tende; la sera dell'11 per sentieri impraticabili sfilando in perfetto ordine e silenziosamente nelle vicinanze del campo nemico, marciò per Zagarolo, sostò un poco nella osteria della Colonna sulla via Casilina, e con un lungo giro come se venisse da Tivoli ricondusse la propria gente a Roma, lieta se non di riportata vittoria, di onorato successo.
Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi maturati. Bologna, dopo quattro giorni di disperata resistenza, aveva dovuto capitolare nelle mani del bombardatore Gorkowsky. Ancona, dove teneva il comando militare quel Livio Zambeccari, compagno di Garibaldi a Rio Grande, minacciata, si preparava ad imitarne e sorpassarne l'eroismo; a Fiumicino s'ancorava la flotta, avanguardia della spedizione spagnola; da Gaeta l'Antonelli s'affannava a mettere d'accordo i quattro alleati senza riuscirvi; la Francia finalmente continuava la politica a due faccie: quella delle parole favorevoli a Roma, quella dei fatti favorevoli al Papa.
Di guisachè, mentre l'Assemblea nazionale a Parigi decretava che la spedizione francese fosse "ramenée à son premier but", Luigi Napoleone e l'Odillon Barrot inviavano lettere e messaggi all'Oudinot, ripetendogli l'ordine di entrare a Roma a qualunque costo per restaurarvi il governo papale.
Infine, perfidia maggiore di tutte (se si eccettua il nero tradimento che doveva fra breve compiere il Generale Oudinot), la missione a Roma del Lesseps affidatagli da Drouyn De Lhuys. L'inviato francese doveva col governo di Roma trovare il modo di conciliare la libertà del popolo Romano, i diritti della sovranità pontificia, e la dignità del governo francese; in realtà doveva condurre i Romani ad aprire ai francesi le porte di Roma, per restaurarvi il potere temporale del Papa.
Il primo effetto dell'arrivo del Lesseps fu la tregua di trenta giorni: tregua che slealmente venne anticipatamente rotta dal Generale francese; ma che ad ogni modo giovò al governo della Repubblica romana, per finirla almeno coll'esercito borbonico.
CAPITOLO XIII.
Spedizione contro l'Esercito Borbonico—Velletri.
L'esercito romano tra il 1o e il 16 di maggio s'era venuto via via ingrossando. Il battaglione Melara, prepotentemente catturato dall'Oudinot a Civitavecchia, veniva lasciato libero; i corpi distaccati nell'Ascolano erano rientrati; una Legione straniera si veniva organizzando; la Legione trentina ed una compagnia del 22o Reggimento, scappata dagli accantonamenti forzati della Spezia, erano riuscite a penetrare in Roma tra il 9 e il 10, e fuse insieme andavano a formare un altro battaglione di bersaglieri lombardi, che aggiunto al primo, sotto il comando del Manara promosso colonnello, prendeva corpo e nome di Reggimento. Finalmente venuta da Bologna, dopo 15 giorni di marcia, entrava dalla Porta del Popolo la Divisione Mezzacapo, forte di circa duemila uomini, preceduta da quella compagnia di studenti lombardi e toscani che formarono il nerbo dei futuri difensori del Vascello.
Sommate queste forze nuove a quelle già esistenti al 30 aprile, si ha che Roma poteva disporre di circa diciottomila combattenti, non bastevoli certo a fare la guerra alla Santa Alleanza, accanitasi contro di lei, e neppure a vincere la Francia, ma, finchè durava l'armistizio, più che sufficiente a cacciare dal territorio della Repubblica le truppe del Re di Napoli, e proteggere nel tempo stesso Roma da qualsiasi insidia.
Restava la scelta del Generale in capo. Chi meglio di Garibaldi meritava tale carica? Nessun altro poteva contrastargliela. Il Triumvirato, per timore esagerato della sua indisciplinatezza, e forse anche per gelosia della sua popolarità sempre crescente, non volle nominarlo. Siccome però la sua superiorità era innegabile, il Triumvirato fece questa pensata; promosse Garibaldi Generale di Divisione, ed elesse Generale in Capo il colonnello Roselli entrato da poco a Roma, reduce dall'Ascolano, ove era stato a combattere il brigantaggio.
Il Roselli generalissimo s'accinse senza ritardo, come voleva il governo, alla spedizione contro il Borbone. Pensò di attaccare i Napoletani, accampati fra Porto d'Anzio e Valmontone, sulla loro destra, spuntarli da questo lato e tagliar loro la ritirata: capitanava diecimila fanti, mille cavalli e dodici pezzi d'artiglieria.
La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello Marocchetti e la direzione del colonnello di Stato Maggiore Haug, composta della Legione Italiana, del terzo reggimento di linea, dello squadrone dei lancieri Masina, d'una compagnia di zappatori del genio e due pezzi d'artiglieria, in tutto duemila cinquecento uomini circa, formava l'avanguardia.
Il corpo di battaglia componevasi di due brigate composte del reggimento dei Bersaglieri Lombardi, di un battaglione del primo fanteria, del secondo e quinto reggimento, della Legione romana, di due squadroni di dragoni e sei pezzi d'artiglieria; circa seimila uomini; e lo capitanava il generale Garibaldi in persona, colonnello Milbitz capo dello Stato Maggiore.
La riserva e retroguardia era la brigata del generale Giuseppe Galletti, che marciava alla testa del sesto reggimento di fanteria, d'un battaglione di carabinieri a piedi, del battaglione zappatori del genio, di due squadroni di carabinieri a cavallo, e di quattro pezzi di artiglieria; in tutto duemila e cento uomini.
Comandante l'artiglieria il colonnello Lodovico Calandrelli; quello della cavalleria il generale Bartolucci; capo dello Stato Maggiore generale il colonnello Pisacane. Generale in capo Pietro Roselli.
Formato così il piano e l'ordine di marcia, uscirono la sera del 16 da porta S. Giovanni; marciarono per via Labicana; arrivarono alla mattina del 17 a Zagarolo, dove soggiornarono; ripartirono il giorno appresso per Valmontone, dove il grosso e la riserva si accampò, mentre l'avanguardia si spinse fino a Montefortino, forte posizione a cavaliere delle due vie che da Valmontone conducono l'una a Velletri, l'altra a Terracina; che è quanto dire, sulla fronte e sul fianco dell'esercito Napoletano.
Questo però non era rimasto immobile come il Roselli nel silenzio del suo studio aveva calcolato; ma appena avuto sentore dell'avanzarsi dei Romani, aveva frettolosamente abbandonato la linea dei Colli Latini, e s'era da tutte le parti ripiegato su Velletri. Era una notizia importantissima: il piano di campagna del generale Roselli poteva dirsi fallito prima che tentato: occorreva farne un altro, ma suprema necessità era prontezza d'occhio e celerità di esecuzione; il Roselli non affrettò d'un passo la sua marcia, non diede le occorrenti disposizioni; solo ordinava all'avanguardia di spingere il 19 di mattina ricognizioni fin sotto le mura di Velletri, mentre l'armata in ordine compatto, fiancheggiata da perlustratori, avrebbe secondato il movimento.
All'alba del 19 l'avanguardia si era già messa in moto; ma, fatti pochi chilometri di strada, il Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che scorgeva verso Velletri un confuso movimento di truppe nemiche, onde temeva di essere da un istante all'altro assalito da forze superiori. A tale annunzio Garibaldi montò a cavallo, e mandò avviso al generale in capo, dell'allarme dato delle mosse nemiche, come della sua partenza per trovarsi coll'avanguardia sul luogo dell'attacco, se attacco ci fosse stato, affinchè avesse provveduto mandando pronti rinforzi. A spron battuto raggiunse l'avanguardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi rapporti, cavalcò ancora innanzi per cercare, come fu sempre suo costume, un posto elevato d'onde scoprire le posizioni e le mosse del nemico.
Giunto alle Colonnelle sull'altura della vigna Rinaldi, smontò da cavallo; coperto dai canneti e dalle macchie della Vigna, s'inoltrò fino ad una sporgenza d'onde l'occhio poteva correre fin sotto le mura di Velletri; e vide abbastanza chiaro che i borbonici si preparavano ad un'azione imminente.
Garibaldi senza perdita di tempo spiegò a destra e a sinistra della strada, che correva tutta incassata fra poggi e vigneti, la legione italiana e alcune compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto d'una casa nella vigna Spalletti si rimise a spiare le mosse nemiche.
I borbonici avanzavano su tre colonne; un battaglione di cacciatori pei vigneti a destra e a sinistra; uno squadrone di cavalleria appoggiato da un corpo di fanteria e da artiglieria, al centro della strada. Garibaldi sceso dal suo osservatorio non fece un passo per muovere loro contro; ma li aspettò di piè fermo. Trascorsi pochi minuti lo scoppiettio presso la salita di Villafredda avvertiva che i nostri erano stati scoperti e che il primo scontro era avvenuto.
Potevano essere le 11 di mattina. Gli avamposti s'erano ripiegati sulle Colonnelle dove erano appostate le fanterie romane; l'attacco si svolgeva su tutta la linea; la fucilata era vivissima da ambe le parti; quando Garibaldi, vista spuntare sulla strada la testa della cavalleria nemica, spiccò il Masina coi suoi cinquanta lancieri ad arrestarla; e il Masina si slanciava seguito dai suoi compagni: ma o perchè sopraffatti dal torrente della cavalleria nemica sei volte più numerosa, o perchè i loro cavalli fossero nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, il fatto è che al primo cozzo furono travolti, e voltarono briglia tutti quanti, abbandonando il loro comandante alle prese col colonnello nemico che ne riportò la testa spaccata.
Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi perchè potesse starsene inerte spettatore. Visto il voltafaccia dei lancieri e il Masina circondato dai nemici, saltò a cavallo e scortato dal solo moro Aghiar, si mise a traverso la via per tentare col gesto imperioso, colla voce tonante e colla stessa persona, d'arrestare la rotta sfrenata. Tutto invano; chè egli stesso rovesciato di sella, venne travolto dall'onda commista degli amici e nemici, e impigliato il corpo sotto il proprio cavallo e pesto dalle unghie di cento altri, stava per cadere ormai morto o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto la brava compagnia di ragazzi, detta della Speranza, appostata lì vicino, con una scarica ben aggiustata, non avesse fatto largo nella siepe dei cavalieri nemici, che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia alla baionetta, non avesse salvata la vita al suo generale. Come se nulla fosse stato, quantunque ferito e ammaccato in più parti del corpo, e coll'impronta di un ferro da cavallo sulla mano destra, Garibaldi balzava come lampo in sella e riprendeva sereno e imperturbabile come sempre la direzione del combattimento.
Nel frattempo però gli Ussari borbonici, trasportati dalla foga dei loro cavalli, erano andati a cascare nel fitto delle linee repubblicane e fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale vennero forzati a dar volta, lasciando sul terreno numerosi feriti e prigionieri, e trascinando nella fuga rovinosa la fanteria che li spalleggiava. I garibaldini non mancarono di approfittare della rotta, e slanciatisi tutti assieme alla carica accompagnarono i fuggenti colle baionette alle spalle fin sotto le mura della città. Là era forza arrestarsi.
Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri era impossibile; una ritirata, con gente già scompigliata dalla pugna, e più atta a caricare con furore che ritirarsi con ordine, sarebbe stata una follia; altro non restava che sollecitare il comandante supremo di correre in suo soccorso; e tenere frattanto in iscacco il nemico con manovre e scaramuccie. Mandò a gran carriera Ugo Bassi a dare notizia dell'accaduto al Roselli e pregarlo, se aveva cara, nonchè la vittoria, la salute dei suoi, a correre senza indugio in suo aiuto; intanto pensava a coprire alla meglio le sue truppe dietro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, in attesa degli invocati aiuti.
Il Bassi trovò il Roselli a Valmontone—gli fece l'ambasciata di cui era incaricato, usò di tutta la sua fervida eloquenza nel dipingere la situazione perigliosa dell'avanguardia; ma s'ebbe in risposta "dover prima aspettare che la truppa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe mossa". Fortuna volle che alcuni corpi della seconda brigata, tra cui i bersaglieri Lombardi, accorressero da sè stessi al tuonar del cannone, onde Garibaldi man mano che arrivavano poteva condurli a riparare le file stremate dell'avanguardia.
Così entrarono in linea i Bersaglieri Lombardi, la Legione romana, un battaglione del secondo reggimento, e parte dell'artiglieria del Calandrelli, che, controbattendo gagliardamente le batterie del nemico, gli levarono la tentazione di ripigliare l'offensiva.
Ma tutto ciò a nulla approdava; i nostri non retrocedevano; i borbonici non avanzavano, ma restavano sempre forti e minacciosi, ed ogni istante che fuggiva andava a loro profitto; solo uno sforzo concorde di tutto l'esercito poteva assicurare e compiere la vittoria. Convinto di questo, Garibaldi mandò il capitano David, un animoso Bergamasco, tanto aitante della persona come caldo di parola, a sollecitare ancora una volta il soccorso dal Roselli.
E il David, divorata la via, trovò il generale in capo, che seguito da tutto il suo stato maggiore, alla testa di circa cinquemila uomini marciava alla volta di Velletri.
Il messaggio portato dal capitano David fece accelerare la marcia delle truppe. L'arrivo dei rinforzi diede modo a Garibaldi di tentare qualche mossa, che dalla tenuità delle forze gli era prima vietata. Veduto infatti sulla via di Terracina un insolito movimento e sospettando un preparativo di ritirata, mandò il colonnello Marchetti con un centinaio di fanti e mezzo squadrone di dragoni a imboscarsi nella selva che fiancheggiava quella via affinchè piombasse sui fianchi e alle spalle del nemico appena gli fosse giunto a portata; e dispose un vigoroso assalto contro il Convento dei Cappuccini, che formava la chiave delle posizioni borboniche alla loro sinistra.
Intanto che Garibaldi era intento a riprendere l'offensiva, ecco il fuoco dei Napoletani rallentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada di Terracina nereggiare, e tutto accennare a precipitosa ritirata.
In quel punto arrivava Roselli sul luogo dell'azione. Garibaldi lo ragguagliò di quanto era avvenuto e condusse il generale in capo al luogo che gli era servito da osservatorio in casa Blasi, e gli mostrò i preparativi dei Napoletani per una precipitosa ritirata, concludendo col fargli questo piano: "Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico fuggente; il Roselli coll'artiglieria del Calandrelli, la linea e i carabinieri della riserva resterebbe a difendere la posizione espugnata e appoggerebbe l'attacco".
Ma il generale in capo non prestò fede nè ai suoi occhi, nè a quanto gli esponeva Garibaldi; secondo il suo giudizio, quei nemici che sfilavano sulla strada di Terracina erano brigate che si disponevano ad un nuovo attacco per l'indomani; la ritirata dell'esercito borbonico era una manovra!
—Ma che manovra! ribatteva Garibaldi, non vedete che quello è un esercito che fugge? e lasciò il generale in capo a passare tranquillamente la notte in casa Blasi, e lui pure se ne andò a dormire coi suoi all'aperto.
Al nuovo mattino non c'era più a Velletri un solo Napoletano!
Si è voluto fare un'accusa a Garibaldi di avere attaccato battaglia col borbonici contro l'ordine del generale in capo.
Garibaldi fu attaccato—non attaccò, e giudicando pericolosa la ritirata e per di più disonorevole, prese posizione difensiva, in attesa dell'arrivo del grosso delle nostre forze. Si tenga in mente che Garibaldi era all'avanguardia, e si trovò senza provocarlo alle prese col nemico; in quanto all'ordine di non attaccare, Garibaldi ha sempre dichiarato sul suo onore di non averlo ricevuto che tardi, quando già era impegnato—e la parola di Garibaldi non può essere da nessuno messa in dubbio.
La mattina del 20 il generale in capo mandò sulla strada di Terracina qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare il nemico; ma Garibaldi aveva già idea di buttarsi nel Regno ed accendervi la rivoluzione.
Ne scrisse perciò lo stesso giorno al Roselli con la seguente lettera:
"Generale.
"Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi, e vi espongo il mio parere. Voi avete mandato ad inseguire l'esercito Napoletano da una forza nostra; ed è molto bene.
"Domani mattina dobbiamo col Corpo d'esercito tutto prendere la strada di Frosinone, e non fermarci fino a giungere sul territorio Napoletano, le popolazioni del quale bisogna insurrezionare.
"La divisione che seguita la strada di Terracina non deve impegnarsi con forze superiori, e deve ripiegarsi sopra noi in caso di urgenza; ciò che potrò, farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso dell'artiglieria.
Velletri, 20 maggio 1849.
G. Garibaldi."
Il generale Roselli, come era debito suo, trasmise la proposta di Garibaldi al Ministro della Guerra, esponendo le difficoltà dell'impresa e declinandone la responsabilità.
Il governo Romano richiamò a Roma il Roselli col grosso delle forze; e lasciò Garibaldi con una brigata coll'incarico apparente di liberare i confini dalle masnade dello Zucchi, ma con quello reale di tentare l'impresa dell'insurrezione del Regno di Napoli.
Il 23 di sera Garibaldi era coll'avanguardia a Frosinone, da dove il Zucchi era già partito; il 25 a Ripi; il 26 sconfinava a Ceprano, e saputo che Rocca D'Arce, posizione fortissima, era occupata dai Napoletani, inviava tosto i suoi bersaglieri ad assalirla. E i bersaglieri si slanciarono arditi su per l'erta scoscesa, aspettandosi da un momento all'altro d'essere salutati dalla mitraglia, ma arrivarono senza dare e ricevere un colpo, fino nel paese, ove non trovarono anima viva.
All'annunzio dell'approssimarsi di Garibaldi, soldati ed abitanti colti da timore avevano sloggiato.
Non fu toccata in quel paese la più piccola cosa. Le truppe si coricarono sulla piazza, tranquille, senza tentare di rompere un'imposta e vi passarono la notte.
Garibaldi, saputo che un corpo di Svizzeri l'aspettava a San Germano ordinò al mattino di riprendere la marcia. Egli aveva in mente che se avesse potuto vincere una battaglia, la vittoria gli avrebbe aperta le porte del Regno.
Altri però erano i pensieri del governo di Roma. L'invasione austriaca s'avanzava minacciosa; mentre Wimpfen s'inoltrava verso Ancona, un corpo sotto gli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni stretta da braccia di ferro; fare argine a tanto pericolo era un'assoluta necessità.