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Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I cover

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I

Chapter 36: CAPITOLO XVII.
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About This Book

Memorie di un veterano che ricostruisce le proprie esperienze militari e marinare legate al movimento di unificazione, con incontri e servizi compiuti accanto alla figura garibaldina più nota, resoconti di battaglie, ritratti dei compagni d'arme e descrizioni di episodi navali e terrestri. La prefazione rivolge il testo ai vecchi commilitoni e ai giovani invitando alla memoria, al senso di dedizione patriottica e al riconoscimento dei sacrifici compiuti. L'insieme alterna narrazioni episodiche, rievocazioni vivide e riflessioni civili per custodire nomi ed eventi rischiosi di oblio e sollecitare continuità ideale fra le generazioni.

CAPITOLO XIV.

Ripresa delle ostilità dei Francesi contro Roma.

Il Triunvirato illuso che le trattative con Lesseps sarebbero approdate ad una felice conclusione, ordinò che si allestisse in Roma una spedizione per le Marche. Garibaldi fu richiamato, ed egli, saputo il motivo del richiamo ubbidì con gioia, e il 28 di maggio ripassato il confine, con marcie forzate, la mattina del 1o giugno rientrò in Roma.

Sventuratamente, ma come del resto era da prevedersi, il giorno stesso della rientrata in Roma di Garibaldi le trattative con Lesseps erano fallite e rotte.

Il 1o di giugno l'Oudinot alla lettera ingenua del generale Roselli, con la quale chiedevagli una proroga dell'armistizio per dare modo allo esercito della Repubblica romana di battere l'esercito austriaco, rispondeva "che gli ordini del suo governo gli prescrivevano di entrare in Roma al più presto; di avere già denunziato l'armistizio alle autorità Romane; solo per riguardo ai sudditi francesi residenti in Roma consentiva a differire l'attacco fino a lunedì mattina". In tutte le lingue del mondo ciò voleva dire che egli non avrebbe attaccato che il mattino del giorno 4.

Con una slealtà senza nome, con una perfidia inaudita negli annali militari, della quale la coscienza della Storia ha gridato vendetta, all'alba del 3 giugno i francesi, col silenzio del tradimento, sorpreso quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, s'impadronivano di Villa Panfili, e in men che si dica, avviluppati da ogni parte i pochi bravi che la occupavano, si rendevano padroni del Convento di San Pancrazio, di Villa Corsini, detto Casino de' Quattro-Venti, formanti con Villa Panfili quell'altipiano che era la chiave della difesa di Roma.

Era da prevedersi che i francesi cui necessitava assicurarsi le retrovie per Civitavecchia, avrebbero fatto tutti gli sforzi per impossessarsi del punto più elevato della linea di difesa—e vi misero tanta e tale importanza che per venirne al possesso adoperarono perfino il tradimento. Come il generale in capo non se ne sia preoccupato non si spiega. Era principalissimo suo dovere di provvedere durante l'armistizio alla fortificazione in modo efficace delle alture, nonchè delle ville e dei casini fuori porta San Pancrazio per servirsene come posti avanzati—invece non pensò a nulla, e le conseguenze furono gravissime. E la imprevidenza non si arrestò a questo; il 1o di giugno il generale Oudinot, come abbiamo visto, dichiarava la cessazione dell'armistizio dando l'annunzio che avrebbe aperte le ostilità il giorno 4; le necessità del momento obbligavano se non altro il generale in capo a guarnire di forze sufficienti a respingere il nemico e non permettergli d'impossessarsi di posizioni tanto importanti, quali erano quelle avanzate di porta S. Pancrazio e ciò senza attendere l'ultima ora! Neppure a questo fu provveduto—e fu errore fatale.

Avvenuta l'occupazione, per sorpresa e per tradimento, la villa Corsini (detta dei Quattro Venti) fu oggetto di aspra contesa. Ritolta dai bersaglieri di Pietramellara ai francesi, fu nuovamente perduta, ripresa dal reggimento Pasi fu difesa coraggiosamente per più ore ma riperduta; con combattimento accanitissimo sostenuto dalle truppe del generale Bartolomeo Galletti fu anche da queste perduta.

Il furioso accanimento per conservarne il possesso dimostra quanto grande importanza si dava dalle due parti a quella dominante posizione; e tanto più non si arriva a capire perchè nè il Triumvirato, nè il generale in capo dell'esercito l'abbiano trascurata! Ed ora Roma ne pagava il fio.

Garibaldi sempre così vigile, mai pensando che da parte dei Francesi si potesse temere un tradimento, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze n. 59 quando il fragore del cannone che, aveva scossa tutta la città, lo destò. In un baleno fu in sella; si trasse dietro la Legione Italiana, acquartierata nel vicino convento di S. Silvestro; lasciò l'ordine che le rimanenti truppe lo seguissero; partì al galoppo. Arrivato alla Porta di San Pancrazio, misurò con un'occhiata tutta l'estensione del pericolo; distribuì le truppe man mano che arrivavano tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e lanciò i Legionari alla conquista di Villa Corsini.

La Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina accompagnata dal Bixio, non indugiò, traversò sotto una grandinata di palle, il terreno scoperto, seminandolo dei suoi migliori, e arrivò fin sotto la Villa; ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi, dalle muraglie da migliaia di nemici appostati al coperto, furono costretti a desistere e ordinatamente a ritirarsi al Vascello, che da quel momento divenne l'antemurale estremo e più tenace dei difensori di Roma.

L'attacco replicato del Casino dei Quattro Venti, fu micidiale per i nostri; feriti a morte il bravo Masina, Pier Antonio Zamboni portabandiera dei lancieri e Pietro Scalcerle aiutante dei lancieri stessi. Esposti a grave pericolo e feriti il generale Bartolomeo Galletti; Nino Bixio, che, uccisogli sotto il cavallo, si spinse fino a salire su un balcone del primo piano rimanendo gravemente ferito.

Ebbero pure ferite mortali Francesco Daverio, Capo dello Stato Maggiore della Legione, il Colonnello Pulini primo aiutante di Campo di Garibaldi e tanti e tanti altri.

E al Vascello le parti erano cambiate. Gli assalitori di prima diventarono gli assaliti; i francesi sboccavano da ogni parte; ma i legionari protetti dal massiccio edificio, convertito in fortezza, folgoravano da cento feritoie la morte. Il Vascello, avvolto da una bufera di fuoco resisteva impavidamente. Di questo baluardo della repubblica romana ne aveva preso il comando Giacomo Medici; si era certi che sarebbe stato difeso fino agli estremi.

Nelle ore pomeridiane i tentativi di riprendere le posizioni perdute, furono dai garibaldini rinnovati con grande energia ed insuperabile eroismo; nonostante le perdite gravissime, i Legionari, i bersaglieri del Pietromellara e quelli del Manara si slanciarono ad un nuovo attacco anche contro il Casino dei Quattro Venti: i due aiutanti di Garibaldi, Goffredo Mameli e Augusto Vecchi erano alla testa dell'ardita falange, il primo, Goffredo Mameli, caro sopra tutti a Garibaldi, ne riportò una ferita mortale.

La grande superiorità delle forze francesi, che coi rinforzi ricevuti superavano i quarantamila uomini sì da permettere loro di subito rioccupare con truppe nuove le posizioni perdute, resero vani tutti gli sforzi, anche quello tentato verso sera dai bersaglieri, sostenuto dal reggimento Unione (9o di linea).

Così finì la giornata del 3 giugno, nefasta alla fama francese, giornata veramente memorabile nei fasti del valore italiano se si pensi che cinque grandi assalti furono dati dai soldati della repubblica Romana per sloggiare il nemico dalle posizioni occupate per tradimento; più di dieci furono le cariche alla bajonetta con cui precipitarono contro il nemico, e per quattro volte seppero riprendere alle migliori truppe del mondo le posizioni perdute.

Chi può dire, degli eroici episodi di questa immortale giornata? Come ricordare alla patria i nomi dei caduti per essa?

Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga si slanciava a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto dai nemici roteando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla cadeva fulminato.

Il Mangiagalli, a Villa Valentini menò strage di Francesi; spezzata la spada, combattè sempre, benchè ferito e tenne la villa con pochissimi rimastigli fino a sera.

Lo Scarcele colpito a morte legò tutto il suo alla patria. Il Manfrin sergente dei bersaglieri, quantunque gravemente ferito, volle riprendere il suo posto nelle file; e al Manara che gli diceva "vattene, qui non servi a nulla;" rispondeva "lasciatemi stare colonnello, almeno faccio numero" e alla prima scarica il valoroso era colpito mortalmente.

Il Rozà, ferito due volte, ritornava alla pugna, e alla terza soccombeva.

Angelo Bassini, s'avventava con un pugno de' suoi, contro Villa Corsini e ne tornava pesto e insanguinato. Dalla Longa, milanese, raccolto sulle spalle il caporale Fiorani mortogli al fianco mentre ritraevasi col caro peso, una palla lo trapassò e cadde in un fascio col suo carico. Emilio Dandolo, errava per tutto il campo in cerca delle spoglie dell'amato fratello e fu ferito mortalmente. Narciso Bronzetti pure ferito andava in ore notturne tra le scolte francesi per togliere ai nemici il corpo del suo servo fedele.

I legionari del Medici, affrontarono la grandine dei Vincennes per sottrarre da una casa incendiata dal fuoco nemico i cadaveri dei loro compagni ivi caduti quando essi la difendevano, d'onde il nome di Casa Bruciata. Eroismi immortali!

In tutti i corpi Romani che presero parte ai combattimenti del 3 giugno grande fu il numero degli ufficiali che morirono o rimasero feriti, perchè negli attacchi alla bajonetta primi col loro esempio incitavano i giovani soldati della Repubblica al sacrifizio della propria persona. Ma nessun corpo, in proporzione del numero, ebbe perdite così rilevanti di Ufficiali come la Legione Italiana e lo Stato Maggiore di Garibaldi; Garibaldi stesso calcolava a ventitrè ufficiali della sola legione messi fuori combattimento; otto gli ufficiali dello stato maggiore di Garibaldi; cinquecento e più dei nostri soldati tra feriti e morti; circa sessanta ufficiali tra morti e feriti.

È doloroso che ancora non si conoscano tutti i nomi dei caduti in difesa di Roma nel 1849; quelli che si conoscono e sono raccomandati alla storia eccoli: Oltre ai già nominati: morirono il Colonnello Pulini, d'Ancona, dello stato Maggiore di Garibaldi, l'aiutante Maggiore Feralta, il Capitano Ramorino, Emanuele Cavallaro, Canepa, Sivori, Pedevilla, Anceo, Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi, Coglioli, de Maestri, Cavalleri, Bonnet, Grossi, Savoia, Bonduri, Meloni, Conti, Loreta, Gazzaniga, Bucci, Marzari, Cavizzi, Battelloni, Rambaldi.

Feriti gravemente: Nino Bixio, Goffredo Mameli morto in seguito alla ferita, Strambio, Duzelisiana, Binda, Ricci, Marocchetti, Bassini, Frattini, Grattigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini, Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Gnoli, Zuccalà, Vigoni, Sampieri, Righi, Tresoldi, Silva, Colombo, Mancini, Signoroni, Scorani, Vinaselti, Luzzi, Mazza, Costaldini, de Pasqualis, del Pozzo, Lucci, Giorgieri; e fra questi i due valorosissimi giovanetti Domenico Cariolato delle provincie Venete, e Raffale Tosi di Rimini che il generale Garibaldi ebbe carissimi per tutta la vita.

Fu pure ferito combattendo valorosamente Baccigaluppi Paolo che fu poi fucilato sul Po assieme a Ciceruacchio e ad altri patriotti.

Padroni di Villa Panfili e delle alture, i francesi, quasi fosse una piazza forte, intrapresero l'assedio di Roma; tracciarono parallele, piantarono batterie sotto la direzione del generale Vaillant, s'avanzarono senza posa verso la piazza.

I nostri, condotti da un genio militare arditamente infaticabile, privo di cannoni e di ogni sorta di materiale, contrapposero intrepidi offesa ad offesa, trincera a trincera, scavarono vie coperte, alzarono cortine, restaurarono senza sosta le cannoniere smontate, e tentarono anche delle sortite; alla debolezza dei mezzi supplirono con la forza dei petti, per prolungare quanto potevano l'agonia della Repubblica.

Ma ogni giorno che passava la cinta d'assedio veniva sempre più serrandosi.


Dopo ripetuti attacchi di forze sempre in aumento e soverchianti, malgrado l'eroica resistenza sostenuta dalla Legione Romana reduce dal Veneto della quale faceva parte il tenente Giacinto Bruzzesi che pel suo valore si meritava la medaglia d'oro al valore, malgrado il valore spiegato dal battaglione universitario e da altri valorosi. Anche ai Monti Parioli i nostri venivano sopraffatti.

Tra questi fu ferito il colonnello Romano Silvestri mentre combatteva eroicamente con al fianco tre figli, uno dei quali rimase pure ferito. Questo patriota che Roma ricorda con onore, fu uno dei più perseguitati dal governo pontificio; esiliato nel 1821 e nel 31, doveva subire la stessa sorte nel 1849.

Nel 1848 comandò il 1o reggimento volontari romani che tanto si fece onore combattendo a Cornuda ed a Mestre; ebbe poi il comando dell'Estuario e quindi passò capo di Stato Maggiore col generale Pepe.

Combattendo sotto Velletri le truppe borboniche, ebbe ucciso il cavallo; dopo la ritirata delle truppe Napolitane venne nominato comandante di quella zona. Nel 1860 egli stesso accompagnava i sui tre figli al campo a combattere per l'unità della patria. Onore alla sua memoria.

I francesi eransi fortemente stabiliti con l'intera Divisione Guepiller anche nella Via Flaminia da dove per 28 giorni fulminavano il Pincio, bombardavano la città, senza essere mai riusciti a sloggiare i nostri dai Monti Parioli; fra i difensori vi era anche un battaglione degli studenti che teneva con grande valore la Villa Paniotowschi, sebbene bersagliato senza tregua dal nemico che della Villa Polverosi al di là del ponte Milvio aveva fatto una formidabile posizione offensiva e difensiva.

L'11 di giugno nelle ore pomeridiane il battaglione comandato dal valoroso capitano Golinelli sostenuto dalla Legione romana volle con supremo ardimento tentare di sloggiare il nemico dalla Villa: con slancio da veterani i bravi studenti si precipitarono impavidi all'attacco, sostenendo un accanito combattimento per più ore, ma la grandine delle palle nemiche alfine ne arresta lo slancio, balenano i bravi giovani, cadono numerosi e sono obbligati a ritirarsi; ultimi a farlo furono i fratelli Francesco ed Alessandro Archibugi di Ancona, che combattendo da veri eroi caddero entrambi mortalmente feriti; rimasti sul campo, vennero fatti prigionieri e condotti a Civitavecchia ove vi lasciarono la vita.

Il combattimento di quel giorno sostenuto con slancio ammirevole, costò al piccolo battaglione oltre quaranta feriti gravemente, primi fra i quali il capitano Gollinelli, il tenente Ronchini, il Cattaneo, il Pietrasanta, il Silvagni, il Finzi.

Il fatto d'armi meritò di essere messo all'ordine del giorno nel quale venne segnalato in modo speciale il battaglione degli studenti meritevole di grandi encomi.


La mattina del 13 i francesi smascherarono tutte le loro batterie e con trenta bocche da fuoco batterono per sette giorni e sette notti i bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi aprirono in tre punti la breccia; non restava più agli assedianti che di salirla; e difatti la notte del 21 al 22, taciturni, tentarono l'assalto; il battaglione del reggimento "Unione" che vi stava di guardia, si lasciò sorprendere e volse in fuga, e gli assalitori solleciti a trarre profitto dal panico, furono padroni, senza combattimento, delle mura di Roma.

Presa la breccia, Mazzini propone che ne sia tentata la ripresa la notte stessa. Si mandò a chiamare Garibaldi, ma questi dichiarò ineseguibile l'impresa.

Mazzini scrisse a Manara perchè persuadesse Garibaldi, ma questi non mutò divisamento.

Disse essere suo convincimento che l'assalto notturno alla breccia, con truppe stanche, orbate dei loro migliori ufficiali, sarebbe inevitabilmente fallito—e che ormai la sola provvida e urgente risoluzione da prendersi era quella di riparare dietro una nuova linea, che egli aveva già ideato e proposto.

Perduta la breccia, e la fiducia di conquistarla, ai Romani non restava fuori di Roma che il Vascello. Solo ma formidabile sempre; e dentro Roma restava il tratto dei bastioni da Porta S. Pancrazio a Porta Angelica, e come seconda difesa, la linea tracciata dagli avanzi della Mura Aureliana, sostenuta al centro dalle batterie del Pino, ad occidente dal bastione ottavo e dalla Villa Spada, ad oriente dai Conventi di San Calisto e di San Cosimato, sulle falde dell'Aventino.


Ed era appunto intorno a queste posizioni che stava per rinnovarsi la lotta.

I francesi, dopo di essersi gagliardamente trincerati nella breccia conquistata, avevano costruito una terza parallela dalla quale bersagliavano le posizioni nemiche facendo piovere nella città una tempesta di bombe che spesso andava a cadere, danneggiandoli, sui monumenti più famosi dell'antica romana grandezza.

Garibaldi affidava al valore dei Legionari del Medici la ripresa di Villa Barberini; in questa impresa ebbe fracassato un braccio il Capitano Gorini, il corpo forato da diciotto ferite l'Induno Girolamo, la spalla forata da una baionettata il giovinetto valorosissimo Cadolini, e non lasciarono al nemico che un monte di rovine; armarono di nuovi pezzi le batterie del Pino, afforzarono Villa Spada, tempestarono di colpi bene aggiustati le batterie nemiche, e sopportarono con costanza invitta i disagi dei lavori notturni, i guasti del bombardamento, i vuoti della morte.

Tutti fecero eroismi sorretti dalla coscienza d'un alto dovere.

Il Medici, fatta del Vascello una fortezza, con un manipolo di prodi la difese con sovrumana energia di piano in piano, di pietra in pietra. Bersagliato notte e giorno da Villa Corsini, tormentato senza posa dalle carabine dei famosi Cacciatori d'Africa, ridotto in frantumi in gran parte l'edificio che gli serviva di asilo e di rocca, nulla valeva a scrollare la sua impassibile fermezza. Squarciato il secondo piano scese al primo; crollato anche il primo, passò al piano terreno; diroccato questo pure, s'accampò all'aperto; ma non cedette un sasso della sua ruina e la rese immortale.

E i difensori delle batterie fecero pure miracoli—e innanzi tutti i cannonieri—inferiori per l'armi, mal coperti da terrapieni improvvisati, costretti a combattere con pezzi da campagna contro pezzi d'assedio più di una volta fecero tacere le batterie nemiche; ne sconquassarono o ne demolirono le opere, strapparono per la giustezza dei tiri e l'intrepidezza della difesa grida d'ammirazione anche agli stessi nemici.

Un uomo compendiava in se tutti gli eroismi e pareva abbellire colla calma la morte dei suoi bravi e rendere fede al miracolo dell'invulnerabilità sua; Garibaldi!

Lasciata Villa Spada si era fatta costruire una capanna di stuoie presso la batteria del Pino, la sua prediletta; e là, fra il rombo assordante delle bombe francesi, passava i giorni e le notti nell'osservare tutte le mosse del nemico, dirigendo il fuoco della batteria, spacciando i suoi ordini ad ogni parte del campo, e trovando modo di dormire tranquillamente come in casa sua.

Ma l'ultima ora fatalmente s'appressava; dal 27 al 29 sette batterie francesi, avevano fulminato tutte le posizioni romane, e malgrado la virtù e l'eroismo dei difensori avevano fatto di esse mucchi di rottami.

Al mattino del 29, il Casino Savorelli era distrutto, la Porta S. Pancrazio sfiancata, il bastione nono e la Villa Spada gravemente danneggiati, la batteria del Pino sconquassata, e infine il bastione ottavo, punto principale di mira dell'assediante, ridotto in macerie, e la quarta breccia aperta nei suoi fianchi. Bisognava impedire che il nemico ne approfittasse e vi si organizzò una fiera resistenza.

La mattina del 30 due grosse colonne francesi, sostenute da forti riserve mossero di fronte e dai fianchi all'assalto della breccia; i Romani li respinsero con vigorosa pugna; assaliti e assalitori si trovarono corpo a corpo ed un accanito combattimento a ferro freddo s'impegnò sul terrapieno; molti s'immortalarono in quella difesa disperata. Emilio Morosini eroe diciottenne fece eccidio di nemici, e sebbene ferito due volte non ristà dalla pugna, ma sfinito di forze mentre era trasportato all'ambulanza dai suoi, fu sopraggiunto dai nemici e abbandonato; ma non si arrese ancora e menò di sciabola finchè gli bastò la lena; quando una terza palla nel ventre gli trapassò il bel corpo e ne involò l'anima eroica.

La breccia era salita, ma non presa ancora; le batterie della Montagnola facevano strage degli assalitori; i francesi pagarono ogni palmo di terreno col sangue loro e dei loro capitani; gli artiglieri si facevano tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non si arrendevano; esaurite le polveri restavano ancora le baionette e i calci dei fucili; restavano sopratutto ancora a far barriera i petti dei superstiti ed i cumuli dei morti; ma la gloriosa ecatombe non poteva trattenere il nemico ed il numero doveva avere ragione una volta ancora; i francesi irruppero da ogni lato minacciando l'unica via di ritirata; non restava ai superstiti altro riparo che Villa Spada.

Garibaldi richiamata al Casino Savorelli la Legione Medici, poichè la perdita della seconda linea rendeva inutile la difesa del Vascello, asserragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a San Pietro in Montorio, la Sinistra a San Calisto, l'estrema destra al bastione nono ancora in piedi, tentò improvvisare una terza linea di difesa.

Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte le batterie, i francesi montavano da ogni parte all'assalto; ma il loro obiettivo era sempre Villa Spada; colà ormai si decideva l'estrema sorte di Roma; colà Garibaldi, il Manara, Sacchi, i Legionari, i Bersaglieri, quanti erano uomini vivi e atti ancora a impugnare un'arma si prepararono all'estremo cimento. Il tetto, le mura della casa bombardata, crollavano da ogni lato sui difensori, ma nessuno parlava di resa. Il Manara infiammato da eroico ardore, desiderando la morte piuttosto che assistere alla resa correva dove più era grande il pericolo, incorraggiava i combattenti, dirigeva la lotta, ma mentre s'affacciava per osservare le mosse del nemico una palla lo stramazzò agonizzante fra le braccia di Emilio Dandolo, a cui poco prima aveva detto, come Ney a Vaterloo: "Non ci sarà dunque una palla per me?"

Un altro come lui aveva cercato in quell'antro infuocato di Villa Spada la morte; ma questa lo risparmiò suo malgrado volendolo serbato a ben più grande destino. Se in quel giorno Manara fu grande, Garibaldi fu terribile; ruotava come fulmine la sua spada e guai ai nemici che incontrava dinanzi. I suoi fidi tremavano di vederlo cadere da un momento all'altro, ma pareva che le palle avessero paura di toccarlo.

A mezzo giorno del 30 giugno tutto era finito; Villa Spada era perduta; Garibaldi si ritirava coi laceri avanzi dei suoi, per la Lungara, sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte Sant'Angelo, quando, un rappresentante del popolo venne ad annunziargli che l'Assemblea aveva bisogno d'interrogarlo sullo stato delle cose, e l'attendeva in Campidoglio.

Chiese al Vecchi Augusto che lo scortava "credete che in un'ora potremo essere di ritorno?" Lo credo rispose il Vecchi—"allora partiamo" e al galoppo, coperto di polvere, fiammeggiante in volto per l'ardore della pugna, salì al Campidoglio. Al suo apparire l'Assemblea ruppe in una salva interminabile di applausi. Informato che Mazzini aveva già proclamato che tre sole vie rimanevano aperte ai romani: o capitolare; o difendere la città fino all'estremo ovvero uscire da Roma, Governo, Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove; invitato Garibaldi a salire sulla Tribuna ed esporre il parere suo, dichiarò senz'altro.

"La difesa oltre Tevere impossibile; possibile ancora al di qua del fiume la guerra di barricate; ma a patto che tutta la popolazione s'internasse nella città, e che tutto ciò si effettuasse entro due ore. Dover suo di aggiungere che anche siffatta difesa non avrebbe potuto durare che pochi giorni. Quanto a lui null'altro restavagli che uscir di Roma col resto dei suoi prodi e tenere alta la bandiera della patria fino all'estremo; consigliava perciò l'Assemblea di accettare la terza proposta del Mazzini: uscire da Roma coll'esercito, col Governo e coi rappresentanti del popolo; concludendo: "dovunque saremo, colà sarà Roma".

Ciò detto tornò al suo campo, e l'Assemblea, respinta ogni idea di resistenza votò il Decreto omai celebre:

"In nome di Dio e del popolo.

"L'Assemblea costituente romana cessa una difesa divenuta impossibile, e sta al suo posto".

Per effetto di questo Decreto, il Triumvirato rassegnava l'ufficio al Municipio Romano unica autorità legittima cui spettasse di negoziare col vincitore i patti della resa. Senonchè avendo il generale francese per colmo, rifiutate le più oneste condizioni, e tra le altre quella del rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente ruppe ogni negoziato, preferendo lo estremo arbitrio del vincitore al disonore di sottoscrivere con lui una resa che avrebbe soffocato in lei il grido di estrema protesta al mondo, contro quella bugiarda sorella latina, che dopo averla assalita colla perfidia di un tradimento, vinta colla sola virtù del numero, veniva a negarle il supremo diritto dell'incolumità della vita e degli averi dei cittadini.

Il Municipio annunziava ai romani la prossima entrata dei francesi.

"Romani!

"Il coraggio da voi dimostrato nella difesa di Roma, i sacrifici che incontraste, vi hanno assicurata la gloria e la stima degli stessi stranieri—Una difesa ulteriore, come fu annunziato dal Decreto dell'Assemblea, sarebbe stato impossibile, senza volere la distruzione d'una città che conserva memorie le quali non debbono perire. La vostra rappresentanza municipale non ha accettato patti per non compromettere menomamente la dignità di un popolo così generoso, ed ha dichiarato di cedere alla forza.

"Le leggi di umanità e di incivilimento, la disciplina di un'armata regolare, le assicurazioni dei comandanti ci ripromettono il rispetto delle persone e delle cose.

"La vostra rappresentanza municipale vi promette che non mancherà di fare quanto è in suo potere onde non si rechi ingiuria ad alcuno. Abbisogna però del vostro concorso ed è certa di ottenerlo. Fida nel vostro contegno dignitoso e nell'esperienza costante che ha dimostrato al mondo come i romani in circostanze prospere o avverse, hanno saputo egualmente mantenere l'ordine, e costringere anche i nemici e salutare con riverenza la città dei monumenti, e rispettarne gli abitanti che con le loro virtù rendono impossibile l'oblio della Romana Grandezza.

"Dal Campidoglio il 2 luglio 1849.

"Francesco Sturbinetti, Senatore.

Lunati Giuseppe, Gallieno Giuseppe, Galeotti Federico, Deandreis Antonio, Piacentini Giuseppe, Corboli Curzio, Feliciani Alceo, Tittoni Angelo, Conservatori.

Giuseppe Rossi, Segretario.

La sera del 2 luglio i francesi s'impadronirono di Porta Portese, di Porta S. Pancrazio, e il dì seguente occupavano Porta del Popolo. Nella giornata entrava in Roma il generale Oudinot circondato dal suo Stato Maggiore ed alla testa della 2a Divisione e di numerosa cavalleria, accolto con ogni sorta di dimostrazioni ostili ed al grido "Viva la Repubblica Romana, morte agli stranieri, morte al cardinale Oudinot, morte al traditore".

La sera del 4 soldati francesi entrano a viva forza con le armi in pugno alla sede della Costituente ed intimavano alla sezione che vi stava in permanenza di sciogliersi. Carlo Bonaparte che la presiedeva protestò.

"In nome di Dio; in nome del popolo degli Stati Romani che liberamente, con suffragio universale, ha eletto i suoi rappresentanti; in nome dell'art. 5o della Costituzione francese, l'Assemblea Costituente Romana protesta in faccia all'Italia, in faccia alla Francia, in faccia al mondo incivilito contro la violenta invasione, della sua sede operata dalle forze francesi il giorno 4 luglio, alle ore 6 pomeridiane.

Roma, nel Campidoglio 4 luglio 1849.

Per l'intera Assemblea

Il Presidente di Sezione: C. Bonaparte,

Il Segretario: Quirico prof. Filopanti.


CAPITOLO XV.

Garibaldi esce da Roma coi suoi legionari
San Marino—Morte di Anita—Cesenatico

A mezzo giorno del 2 luglio, Garibaldi radunava sulla Piazza del Vaticano i resti della sua divisione, e fatto formare il quadrato li arringò così:

"Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Ciò che io offro a quanti vogliono seguirmi eccolo: non paga, nè onori, nè stipendi. Gli offro fame e sete, marcie forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua".

Lo seguirono circa tremila uomini, i resti cioè della Legione Italiana, buona parte della polacca, e del battaglione Medici, grossi manipoli di finanzieri, di studenti e di emigrati, i superstiti Lancieri di Masina, circa quattrocento Dragoni; i pochi bersaglieri Lombardi.

La sera del giorno stesso usciva furtivamente da Porta San Giovanni, e lasciando tutti incerti sulla sua meta s'incamminò per la via Tiburtina.

Gli cavalcava al fianco, in vesti virili, la sua Anita; gli faceva da guida Ciceruacchio coi suoi figli, l'accompagnava Ugo Bassi; ne seguivano le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller, l'eletta dei suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull'alba del 3 a Tivoli, fece spargere la voce che si dirigeva al Napoletano. Al tramonto infatti, levato il campo, marciò per un buon tratto verso il Mezzogiorno; indi volse improvvisamente a Settentrione, pernottò a Monticelli, e la mattina del 4 s'accampò a Monterotondo.

Qual era il suo disegno? dove voleva andare? a che mirava? nessuno seppe indovinarlo. Egli aveva in animo di portare il suo aiuto a Venezia, e certo una cosa voleva: tener viva la fiamma finchè avesse soffio di vita, morire, tra i laceri brani della sua bandiera!

Come era facile prevedersi l'Oudinot gli sguinzagliò contro due grosse colonne, l'una comandata dal generale Molière, l'altra dal generale Morris; il borbonico Statella gli muoveva alle spalle dal Tronto; gli Spagnoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e gli austriaci del D'Aspre, accampati nell'Umbria, l'aspettavano di fronte a Foligno, e gli chiudevano le due vie di Perugia e di Ancona. Così Garibaldi era accerchiato in una maglia di ferro; sbagliata una mossa, l'eroe, l'amato del popolo, era irremisibilmente perduto. Ma l'inseguito era Garibaldi, ed il leone non si sarebbe lasciato cogliere! Nel pomeriggio del 5 staccava la marcia da Monterotondo; il sei era a Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l'8 a Terni dove s'incontrò col colonnello Forbes, che veniva a portargli una colonna di ottocento uomini, resti di corpi sbandati nella campagna, e due pezzi di cannone.

Terni era il centro di cinque vie; si poteva salire a Foligno, quanto discendere a Rieti; voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e Perugia. Garibaldi lasciò in ogni passo delle squadriglie per ingannare gl'inseguenti, spinse una avanguardia di cavalli a Todi, e il dì appresso, 9 luglio, vi si condusse egli stesso col grosso del corpo. Qui le cose cominciavano a volgere male, e l'orizzonte ad intorbidirsi. Il programma di Garibaldi—fame, sete, marcie forzate—se ebbe applausi quando fu proclamato, accennava man mano a divenire impossibile; anche ai tanti di buona volontà veniva meno le forze, e sintomi di scoramento cominciarono a manifestarsi; seguirono quindi le diserzioni, prima a frotte, poi in massa.

Intanto concordi notizie recavano, che i francesi del Morris gli muovevano contro da Viterbo, e che gli austriaci da Foligno si mettevano in marcia per Todi. Garibaldi mandò un nerbo de' suoi a scorazzare sulla strada di Foligno per far credere che mirava là; spedì Müller con i suoi cavalli ed una compagnia della legione per la strada di Orvieto con ordine di spingersi fino a Montefiascone-Viterbo; seppellì i due cannoni del Forbes, e quando ebbe l'assicurazione dai suoi scorridori che i due nemici erano ancora lontani tanto da potervi scivolare in mezzo, lasciò Todi la sera del 12, passò il Tevere a Ponte Acuto e s'incamminò per la via mulattiera, montuosa ed obbliqua di Brodo per Orvieto, sua meta la Toscana.

La sera del 13 avendo avuto informazioni che il generale Morris era ancora lontano, staccò la marcia per Orvieto ove giunse sul mattino del 14.

Non entrò in Orvieto ma s'accampò su di una buona posizione a cavaliere della strada di Ficulle. Gli Orvietani mandarono a Garibaldi invito di entrare in città, e lo fornirono del pane mandato ad ordinare dai Francesi. Ma Egli non s'indugiò; nel pomeriggio del 15 levò il campo e mosse verso Ficulle, vi arrivò a sera quando già i Francesi gli erano alle calcagne; gli Austriaci gli muovevano incontro da Perugia.

Partì la mattina del 16; abbandonò dopo poche miglia di cammino la strada maestra, e si buttò a Sole dove riposò per poche ore; e la notte, per sentieri impervii e monti disabitati, sotto una pioggia dirottissima, in mezzo a tenebre fitte, guadagnò il confine Toscano e giunse alla mattina a Cetona accolto festosamente dalla popolazione. Fu quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscito da Roma, dormì acquartierata.

Liberatosi dai Francesi gli restavano sempre di fronte gli Austriaci, che scendevano da Perugia, ed i Toscani, che tenevano presidii tra Santeano e Chiusi, i quali potevano impacciare se non arrestare i suoi movimenti e molestarlo.

Ma l'eroe non se ne sgomentava. Fortificatosi a Cetona, circondati i suoi fianchi d'imboscate, coperte le spalle da forze sufficienti, mandò celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e Chiusi, e quando gli riportarono di avere snidati e messi in fuga i presidii Toscani, ripigliò la marcia; dormì il 17 a Sarteano; entrò il 18 a Montepulciano, dove tutta la popolazione fece a gara nell'usargli gentilezze e nel colmarlo di cortesie e d'offerte. Rinata la speranza in Garibaldi, pubblicò un ardente manifesto ai Toscani col quale li invitava ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Ma fu l'illusione di un momento, e presago ormai che nulla più poteva sperare, proseguì il suo fatale cammino.

Giunto sull'albeggiare del 20 a Torrita prese una grande risoluzione, quello di abbandonare il granducato Toscano e di prendere per nuova meta l'Adriatico e Venezia! Là sulla laguna ardeva sempre quel gran focolare, in cui ormai si concentravano tutti gli sforzi d'Italia.

Il piano di Garibaldi fu presto formato; salire fin presso Arezzo; passare dal subappennino al grande appennino; scendere tra Pesaro e Ravenna all'Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno per Venezia.

Vani sforzi! inseguito come belva feroce passo passo dagli Austriaci che con forze superiori da ogni parte lo circondavano, seppe rompere il cerchio di ferro, e per vie dirupate e nascoste, guadagnò dopo enormi fatiche le alture di Carpegna al mezzodì del 30; ne ripartì nel Vespro, traversò la Valle del Conca, prese un po' di riposo poche ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripigliò la marcia alla volta di S. Marino.

Non gli restava altro rifugio!

A San Marino scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di tornare alla vita privata col seguente ordine del giorno:

San Marino 31 luglio 1849.

Soldati!

Noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritata la considerazione che merita la disgrazia perseguitata.

Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che l'Italia non deve rimanere nell'obbrobrio, e che è meglio morire che vivere schiavi dello straniero.

G. Garibaldi.

Verso le undici di sera chiamò intorno a sè i migliori suoi ufficiali e i pochi suoi fidi, e svelò loro l'incrollabile suo proposito di sottrarsi ai patti che il governo della repubblica Sammarinese stava trattando collo straniero.

"A chi vuole seguirmi, egli dice, io offro nuove battaglie, patimenti, esiglio; patti collo straniero mai".

Le parole di Garibaldi caddero come stille roventi nell'animo degli accorsi al suo invito, ma a pochi bastò il cuore e la forza di ascoltare il suo appello. Non furono più di duecento quelli disposti a seguirlo. Allo scoccar della mezzanotte, preceduto da tre guide paesane, per un unico sentiero di montagna, scendeva il Titano; guizzando tra le scolte nemiche, traversava la Marecchia, passava Montebello; e camminando tutta la giornata verso le 10 di sera del 1o agosto penetrava in Cesenatico. Non perdette tempo; fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi soldati austriaci colà sorpresi, s'impadronì di tredici "bragozzi" Chiozzetti, v'imbarcò tutta la gente, uscì dal porto e veleggiò per Venezia.


In sulle prime al fuggitivo arrise la fortuna; ma verso sera apparì all'orizzonte la flottiglia Austriaca che s'avanzava a tutto vapore.

Ritornato ardito uomo di mare, concepì con rapidità fulminea il suo piano; comandò ai bragozzi di sparpagliarsi e di dirigersi verso punta della Maestra, dove le acque basse li avrebbe protetti dall'inseguimento. Ma egli comandava a timidi pescatori; questi alle prima minaccie delle scialuppe nemiche che venivano loro incontro, si scompigliarono senza saper più manovrare: sicchè otto bragozzi caddero prigionieri degli austriaci ed a Garibaldi non restò che gettarsi sulla costa di Magnavacca, che per miracolo potè afferrare.

Ma la terra non era più sicura del mare; squadre di gendarmi lo cercavano per ogni verso.

Prima necessità fu quella di separarsi per potersi meglio nascondere ai nemici. Ugo Bassi e il Capitano Livraghi presero per una via, Ciceruacchio e i suoi figli per un'altra; e Garibaldi restò solo con Anita e il Capitano Leggiero. Ma la povera Anita era in fin di vita, di lei non viveva più lo che lo spirito, il corpo era consunto dagli stenti sofferti. Unico mezzo di salute era quello di lasciare all'istante quella spiaggia; Garibaldi, senza pensare ad altro, prese sulle braccia la sua Anita e scortato da Leggiero, e guidato da un contadino che la fortuna gli aveva condotto dinanzi, col caro peso traversò la macchia e arrivò ad una deserta capanna, dove trovò un nascondiglio, e fu per Anita un po' di riposo un giaciglio di frasche.


Era là da qualche tempo quando Garibaldi si vide davanti all'uscio della capanna un giovanotto in veste signorili che lo salutava rispettosamente. Era Gioacchino Bonnet di Comacchio, di famiglia di patrioti il cui nome va ricordato dagli Italiani. Fu lui che salvò Garibaldi, facendogli traversare le valli di Comacchio, travestito de' suoi abiti, in una sua barca, nella quale aveva preparato anche un giaciglio per l'Anita; fu per mezzo suo, e dei suoi fidi guardiani, che potè arrivare nella fattoria Guiccioli presso Sant'Alberto. Colà appena adagiata sul letto, l'eroica Anita esalava l'ultimo suo respiro nelle braccia del marito.

Così il 4 agosto 1840 alle 4 di sera spirava l'anima forte di Anita Ribeira Garibaldi; essa fu martire dell'amore, sublime, intrepida donna degna compagna dell'Eroe che tanto la pianse. Le sue ossa furono coperte, da poca sabbia, in vicinanza della fattoria Guiccioli alla Mandriola, a circa undici miglia da Comacchio!

Povera martire!!!


Lasciato per necessità il triste luogo Garibaldi, con l'aiuto di patriotti montanari, potè raggiungere la pinetta di Ravenna e di là subito dopo, si condusse alla valle Guiccioli, detto Manubria. Colà venne a prenderlo in consegna il bravo popolano Giuseppe Savini di Ravenna, che, tenutolo nascosto per alcuni giorni in un casolare delle Paludi di Ravenna della Valle di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi, Ravennate esso pure, che a sua volta lo affidò a Don Giovanni Verità onesto e patriottico sacerdote di Modigliana, mercè il quale, attraversato il Passo della Futa potè sconfinare in Toscana. Da allora passando sempre da mano amica a mano amica, sgusciando in mezzo alle ronde mandate alla sua caccia, protetto dalla sua stella, valicò i due versanti dell'appennino. Il 26 agosto fu a Poggibonsi, di là a Pomarance dove fu ospite di Antonio Martini. In appresso, Camillo Serafini lo tragittò a San Dalmazio dove lo raccomandò al Guelfi che a sua volta, condottolo prima a Massa Marittima poi a Follonica, lo consegnò finalmente alle mani di Paolo Azzarini, marinaio di Rio, che si offrì di portare Garibaldi a Porto Venere, in terra di salute.

Colà sbarcato assieme all'amico Leggiero rilasciò all'Azzarini un prezioso documento così concepito:

"Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra italiana, dominata dagli austriaci, mi ha trasportato su questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse".

G. Garibaldi.


In questo frattempo un forte corpo di armata austriaco invadeva gli Stati di Romagna; occupava il 7 maggio Ferrara e marciava difilato su Bologna. Quel popolo patriottico si dispose alla resistenza, e quando gli austriaci investirono la porta di Galliera buon numero di popolani spalleggiati da uno squadrone di carabinieri comandati dal Colonnello Boldrini con una carica arditissima ed a colpi di baionetta mettono in fuga il nemico; ma i bravi bolognesi sono ad un tratto arrestati dalle scariche di mitraglia di tre pezzi di cannoni che gli austriaci avevano piazzati in buona posizione e fulminati dalle Carabine dei Tirolesi che seminavano morte, sono costretti di cedere e ritirarsi dopo avere veduto cadere ferito a morte il colonnello Boldrini, l'aiutante Marziani, il maresciallo Pavoni e numerosi altri. Occupata Bologna gli austriaci proseguirono per restaurare il governo papale nelle Marche.


CAPITOLO XVI.

Assedio di Ancona e sua eroica difesa.

Ancona era investita dagli austriaci, il 24 maggio, bloccata e chiusa per terra e per mare.

Erano 12,000 gli assedianti, muniti di armi potenti.

Il generale Wimpfen aveva mandato agli anconitani l'intimazione di arrendersi, e di assoggettarsi al Sovrano Pontefice; il Preside Mattioli rispose con fiere parole; Livio Zamboccari, comandante delle milizie a difesa, ricordava: "gloria a piccolo Stato il vincere; gloria per la santità del diritto soccombere".

I difensori erano 4850 compresovi i fratelli accorsi da Iesi, da Loreto, da Sinigaglia, da Fano, da Pesaro, dalla Romagna, dalla Lombardia ed anche dal Piemonte, nell'insieme, i più maldestri alle armi, vissuti fino allora nelle industrie e nei commerci; ma tutti animati di amor patrio, e dal proposito di fare il proprio dovere.

Elia e suo padre erano giunti pochi giorni prima del blocco in Ancona e furono destinati sul vapore da guerra "Roma" sotto gli ordini del tenente di vascello Castagnoli e poscia comandati ai forti in difesa della città.

Il 25 maggio avvenne il primo scambio di fucilate fra le Torrette e Montagnolo, e il primo cannoneggiamento fra il forte della Lanterna e il piroscafo austriaco "il Vulcano".

Il 27 "la Bellona" la più potente nave armata della squadra nemica, attacca il forte della Lanterna con le sue bordate e nonostante fiera difesa, smontati alcuni pezzi, il forte fu costretto al silenzio: diresse allora la nave le sue bordate alla Darsena, ma i cannonieri del forte Marano risposero con spessi colpi e con tiri così bene aggiustati da aprire numerose falle nei fianchi della "Bellona" che fu salvata dal "Vulcano" accorso in aiuto per trarre la Nave Ammiraglia a rimorchio fuori del tiro del forte; essa ebbe il comandante mortalmente ferito, due morti e quaranta messi fuori di combattimento.

Così con ugual valore, con indomita fierezza, nessuno mancò al dovere suo nei memorabili venticinque giorni d'assedio.

Tutti i giorni un combattimento; sui forti, sui baluardi, sulle baricate, all'aperto. Agli austriaci occupanti le alture; alla squadra che batteva il forte cannoneggiando con potenti artiglierie, rispondevano con efficacia i nostri bravi dal Cardetto, dalla Cittadella, dai Cappuccini, da Marano, dalla Lanterna, da ogni luogo fortificato; i marinai e popolani senza conoscere la balistica eransi tramutati in un lampo puntatori meravigliosi.

Nel profondo della notte dal 29 al 30 maggio gli austriaci lanciarono in città una spaventosa grandinata di bombe.

Gli Anconitani, a giorno fecero una sortita; tre volte attaccarono nelle sue posizioni avanzate il nemico alla baionetta; i giovani parevano veterani, i veterani erano tramutati in eroi! sembrava ricostituita la compagnia della morte, rinnovante le tradizioni del libero comune, intrepida nelle audaci sorprese, negli scontri temerari, nello sprezzo della morte; i vecchi gli inabili alle armi, le donne fornivano le munizioni; i capitani di mare in corse pericolose rompevano il blocco, rifornivano i viveri.

L'8 di giugno Wimpfen, mandava un messaggio al comune, che è documento del valore Anconitano, tanto più alto in quanto veniva dal nemico stesso. "Le truppe imperiali, esso dice, passarono per le romagne, per le marche senza incontrare ostacoli; ne trovarono solo avanti Ancona; si arrenda la città se non vuol essere distrutta".

Ancona non si arrese; ma continuò la difesa colla forza rinnovata dalla disperazione.

Il 15 giugno, trecento uomini comandati dai capitani, Gervasoni, Gigli ed Ornani, cuori ardimentosi, assaltarono Monte Marino alla baionetta; i nemici furono messi in rotta e l'altura rapidamente occupata. Ma le forze nemiche ritornarono soverchianti di numero all'assalto; la lotta durò accanita i nostri piuttosto che cedere morivano nel santo nome della patria, finchè più che decimati furono obbligati alla ritirata. Gervasoni fu colpito a morte, e Francesco Gigli sopraffatto da' nemici sarebbe rimasto sul terreno, se Enrico Schellini con coraggio leonino non fosse accorso in suo aiuto.

La minaccia di Wimpfen aveva infiammati gli animi alla lotta suprema.

Dal 14 al 18 giugno le bombe, i razzi, scoppiavano per le vie, nelle case, sugli ospedali, rombavano di notte e di giorno con orrendo fracasso; pareva d'essere circondati da una catena di vulcani che eruttassero fiamme, fuoco e ferro sulla patriottica città.

I pompieri, onorato corpo che vanta nobilissime tradizioni, senza badare a fatiche e pericoli, si moltiplicarono, spengevano incendi, sgombravano via le macerie, demolivano muri, salvavano quanti più potevano dalle case incendiate, trasportavano feriti, lottavano ogni giorno, ogni ora con la furia degli incendi, guidati dal sentimento del dovere e da profonda pietà umana.

Tanto sacrificio, tanta nobiltà d'animo, tanti eroismi non bastarono a salvare la città degli oppressori.

I viveri erano esauriti e il blocco sempre più stretto come in cerchio di ferro non permetteva d'introdurne in città; ottanta incendi divamparono, gli ospedali riboccavano di feriti che non si aveva mezzo di alimentare; oltre trecento morti affermarono col sangue l'affetto alla patria.

Ancona, diroccata, affamata, straziata, dopo 35 giorni di resistenza veniva forzata alla resa.

La marina mercantile Anconitana della quale era a capo Antonio Elia fece nella difesa del patrio suolo bravamente il suo dovere.


Era necessario pensare alla salvezza dei compromessi politici affinchè non cadessero nelle mani dei sbirri papalini e dei Croati.

Un bastimento anconitano, di cui era proprietario e comandante Mariano Scoponi, ottenne per solerte intromissione del patriotta Nicola Novelli, di poter inalberare bandiera inglese e su di esso dovevano prendere imbarco per essere trasportati a Corfù, quanti credevano di non essere sicuri in patria.

E difatti vi si imbarcarono tutti quelli, che si trovavano compromessi e che avevano a temere la vendetta del governo ristaurato e dello straniero. Antonio Elia aveva avuto un diverbio col priore del convento di S. Francesco di Paola.

Temendo la vendetta del prete che mai perdona, il figlio e gli amici lo pregarono caldamente, di prendere esso pure imbarco per l'estero. Ma egli rispondeva di avere la coscienza tranquilla, di nulla avere a temere, non volere quindi volontariamente abbandonare la patria e la famiglia, e restò.

La notte del 24 luglio 1849 la casa abitata dall'Elia, appartenente ai frati di S. Francesco di Paola ed attigua al loro convento, fu circondata da gendarmi papali, da soldati austriaci e da poliziotti. Si picchiò all'uscio di casa ed alla intimazione della forza fu aperto; venne eseguita una minuziosa perquisizione e nulla si rinvenne. Non era questo che volevasi dal barbaro austriaco e dai preti; era necessario dare un terribile esempio alla popolazione, applicando la legge stataria su uno dei capi del popolo. Non essendosi rinvenuto nulla in casa, gli assetati di sangue del patriota, requisiti alcuni muratori, si diedero a rompere un condotto di scolo avente comunicazione con tutti i cinque piani superiori, abitati da numerosi inquilini.

In fondo al condotto disfatto, fu trovata un'arma che aveva appartenuto chi sa a chi, o che poteva anche essere stata appositamente gettata da coloro, che avevano premeditato il delitto. Antonio Elia venne legato sotto gli occhi della moglie incinta, in mezzo al pianto di quattro creature, e condotto alle Carceri di S. Palazia. Appena giorno la povera moglie con le sue quattro piccole figlie andava a gettarsi alle ginocchia del generale austriaco Faltzenter domandando grazia per l'innocente, ed il permesso di poterlo visitare nelle carceri. Le fu accordato il permesso di visitare il marito, ma quando la santa donna si presentava alle carceri una detonazione le gelava il sangue e le faceva istintivamente comprendere, che la vita di Antonio Elia veniva barbaramente ed ingiustamente troncata. Alla domanda di vedere il marito, come ne aveva il permesso, le fu risposto che era troppo tardi. Sarà stata una raffinatezza di barbarie del generale quella di far trovare presente alla esecuzione la moglie del martire? Il sospetto almeno è ammissibile.

Ecco una lettera che Garibaldi scriveva al figlio del martire Anconitano:

Caprera, 22 dicembre 1868.

Mio caro Elia,

"Figlio del popolo, il padre vostro merita di essere annoverato tra i grandi Italiani.

"Oggi, che si avvicina la caduta della tirannide papale noi dobbiamo ricordare agli italiani le vittime della sua ferocia e fra quelle una delle più illustri, certamente, Antonio Elia.

"Ancona ricordi quel prodissimo suo cittadino che tanto l'onora".

Vostro

G. Garibaldi

Per la morte del padre, Augusto Elia all'età di venti anni rimaneva unico sostegno della povera madre e delle quattro sorelle, tutte di tenera età.


Un fatto avvenuto in Ancona nell'inverno del 1849 lo obbligò di lasciare la patria e la famiglia e di darsi a volontario esilio.

In tarda ora di una notte oscura e piovosa una povera donna scendeva la via del porto con un orcio pieno d'acqua attinta alla pubblica fonte di piazza grande. Quando fu in vicinanza del vicolo della Cisterna, la poveretta veniva brutalmente assalita da quattro croati, i quali, toltole l'orcio, volevano trascinarla nel vicolo oscuro per violentarla. Mentre la povera donna resisteva e gridava sopraggiunse un giovane, il quale, sguainata in men che si dica dal fodero di uno dei croati la sciabola-baionetta, assalì i quattro intenti a dare prova di loro prodezza su di una povera donna; i quattro furono assai malconci e posti fuori combattimento dal giovinotto e la donna liberata.

Alla mattina l'Elia se ne stava in casa sua in prossimità del luogo ove avvenne il fatto, quando gli si fa annunziare l'amico del padre e suo, Agostino Scipioni, il quale, tutto trepidante, lo veniva ad avvisare, che una donna, la signora Piermattei, gli aveva confidato di averlo riconosciuto quale assalitore dei quattro croati; gli disse di aver supplicata la signora Piermattei di non ripetere parola se non voleva farlo fucilare; la signora promise di non parlare, ma l'amico Scipioni pensava, che non vi era da fidarsene e volle che l'Elia lasciasse subito Ancona. Così fece, prese subito imbarco e si recò a Malta: l'opportuna fuga salvò la vita, ma all'Elia figlio, apriva la via dolorosa dello esilio.

Scorsero dieci anni. Ma ormai i destini della patria venivano maturandosi e l'ora della resurrezione stava per suonare.


CAPITOLO XVII.

Dal 24 marzo 1849 al 1859—Il Piemonte.

Nella notte del 24 marzo 1849 Vittorio il nuovo Re, uscente dalla tenda di Radetzky a cui aveva detto "I Savoia sanno la via dell'esilio non quella del disonore"!—galoppava tra i campi seminati dai caduti per la libertà della patria, seguito da piccolo drappello de' suoi. A qual destino andava incontro? Quale meta attendeva la giovinezza del suo regno saturo già d'ineffabili angoscie? Qual fiamma lo agitava? Certo il suo cuore era angosciato dai ricordi del breve idillio del "48" e della dolorosa epopea del "49"; ma la grand'anima sua si sollevava al pensiero che il nome d'Italia era stato per la prima volta il grido del popolo combattente, e sentiva già che le speranze della patria erano in lui riposte. E stretto al cuore il patto della libertà, e il simbolo della redenzione, proseguiva incontro al suo destino verso il suo vecchio e fido Piemonte, deciso entro di sè di volere raggiungere la santa meta—l'unità della patria!


Garibaldi dopo il "49" si era recato a New-York con la speranza di trovare imbarco come comandante od anche come secondo di nave mercantile; dopo lunga aspettativa una Società Italo-Americana gli diede il comando di un bastimento col quale doveva battere gli scali dell'America Centrale. Nel 1853 Garibaldi prendeva il comando del "Commonwealth"—un tre alberi destinato ai carichi di carbone dall'Inghilterra per l'Italia; arrivato a Genova, lasciava il comando e si recava a Nizza per portare un saluto almeno, sulla tomba della sua santa madre e per restare qualche tempo presso i suoi figli, Menotti, Teresita e Ricciotti.

Vi rimase immolestato l'anno 1854: quindi con altro piccolo bastimento detto "L'Esploratore" si mise a fare la navigazione del piccolo cabotaggio.

In uno di questi viaggi, colto da grosso fortunale nelle bocche di Bonifacio dovette cercare rifugio nel porto della Maddalena, e dimorandovi alcuni giorni, per la prima volta gli balenò l'idea di comprare una parte dell'Isola di Caprera.

Aveva riscossi alcuni residui dei suoi stipendi di Montevideo; nei suoi viaggi marittimi aveva messo da parte qualche cosa; dall'eredità del fratello Felice aveva raccolto una sommetta; onde gli parve venuto il momento d'impiegare i suoi modesti capitali e decise di comprare dal Demanio Sardo i lotti dell'Isola che erano vendibili e di fissarvi la sua dimora.


Lungo, lento, doloroso decennio quello dal "49 al 59!" Ma pur meraviglioso di contrasti e di conciliazioni; di forze latenti che si preparavano; di aperte riscosse che si tentavano; di passioni ardenti che spingevano a sagrifizi; di martiri che inaffiarono di sangue l'Idea:

Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour, Garibaldi, Pallavicini ed altri grandi patriotti non dimenticavano che l'Italia viveva in catene, e si preparavano.

L'Austria, accampava in Italia con diritto di feudo su Modena, Parma e Toscana; con eserciti dominatori nel Lombardo, nel Veneto, nelle Romagne, nelle Marche; suo sistema di governo, forche, fucilazioni e bastone.

Eppure tutto il decennio fu sfida e duello fra l'Austria forte e l'Idea Italiana.

Luminoso e generoso si diffondeva il pensiero dell'agitatore genovese nella Giovine Italia che aveva per bandiera il tricolore; per programma l'indipendenza ed unità di Nazione, forma di governo repubblicano; che predicava guerra di popolo, s'insinuava nelle congiure, scoppiava in parziali insurrezioni, provocava vendicatori del nuovo sangue versato, cementava l'idea santa del martirio.

Ma le rivolte fallivano; la gioventù si spegneva fra gli ergastoli ed ai patiboli; i tentativi infelici di Orsini, di Bentivegna, di Pisacane; il moto di Calvi in Cadore; la congiura di Milano, che dava, sugli spalti di Belfiore, alle forche, ed al carcere duro tanto fiore di nobili vite, dimostravano che il pensiero mazziniano, grande perchè manteneva vivo il fuoco patrio, era impotente nell'azione.

Chi avrebbe potuto armare l'idea? Il Piemonte e la Casa Sabauda! Quel principato italiano doveva trasformarsi in principato Nazionale; la monarchia dovea farsi rivoluzionaria; i repubblicani unitari dovean persuadersi che la monarchia di Savoia aveva fede, forza e valore; e la monarchia si pose allo esperimento dei fatti. Pallavicini e Manin si fecero apostoli dell'unione della democrazia col Piemonte.


Cavour—vigile e possente intelletto—uomo di Stato degno del Re Vittorio Emanuele—concepisce la felice idea di mandare nelle terre d'Oriente, sui campi di Crimea, combattenti, tra i soldati d'Inghilterra e di Francia, i nostri bravi soldati che riaffermino alla Cernaia, la virtù degli animi e la potenza delle armi italiane.

Al Congresso di Parigi si fa eco dei dolori, delle miserie, delle speranze d'Italia—e l'Italia sente nel Piemonte se stessa—intuisce in Vittorio Emanuele il suo Re prode generoso e fedele.

Finalmente a Plombiers si segna l'alleanza con la Francia, e l'ultimatum lanciato dall'Austria, tanto desiderato, dà la spinta al compimento dei destini della patria.


Nel 1856 il generale Garibaldi trovandosi a Genova veniva ogni giorno, ogni minuto sollecitato, e messo alle strette da numerosi patrioti, i quali chiedevano che si mettesse alla loro testa per iniziare un ardito movimento Nazionale.

Da tempo erano sorti due partiti in Italia: unica però la meta—la cacciata dello straniero: i mezzi per raggiungerlo, però, si palesavano assolutamente diversi. Gli uni rimanendo fedeli intransigenti al principio repubblicano volevano arrivarci colla rivoluzione. Gli altri, senza alcuna abiura ai principii, aderivano al patto con la Casa di Savoia che s'impegnava di mettersi alla testa del movimento Nazionale e di combattere per l'unità ed indipendenza d'Italia. Garibaldi sentiva che per raggiungere questo fine patriottico


era necessario di far tesoro delle forze piemontesi e che la spinta, magari indiretta, doveva venire da quel principe leale e da quel governo. Egli quindi abbracciò questo secondo partito; per lui si doveva compiere l'unità italiana; ed è dovere riconoscere che la Casa Savoia era chiamata per virtù propria, per valore e per tradizione storica, a compiere i destini della patria.

L'impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari; la sfacciata complicità degli altri principati italiani collo straniero; la politica schiettamente nazionale del Piemonte e del suo Parlamento; il sangue già versato sui piani Lombardi; l'esilio del suo Re; la proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; furono queste le vere ragioni che chiamarono provvidenzialmente la monarchia piemontese a capo della lotta nazionale.