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Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) / Seconda edizione con aggiunte cover

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) / Seconda edizione con aggiunte

Chapter 13: CAPITOLO NONO
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About This Book

A first-person memoir recounts the popular uprising in Milan in March 1848, tracing political and local causes, street fighting, the erection of barricades, and the formation of a provisional government. The author describes personal involvement in patrols, committees, and missions, detailed episodes of combat and occupation of military posts, civic hardships, funerary ceremonies, and everyday arrangements for food and security. Added material treats the Piedmontese army's retreat after the Custoza battle and the violent August crisis in the city. The narrative closes with reflections on public spirit, citizens' responsibilities, and social problems exposed by the revolutionary episode.

Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo — Barricate mobili — Proposta di alcuni barabba di prendere due cannoni, a patto che si dessero loro trentamila lire; è rifiutata dall'autore — Altra proposta di un negoziante di vino di far saltare il bastione di Porta Tosa — Il depositario delle polveri rifiuta di somministrarne per tale scopo — Progetto d'una sorpresa a S. Eustorgio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore si avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella Piazza de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese; sua avventura colà.

Uno dei luoghi ove si faceva il maggior fuoco era a Porta Tosa. Mi recai colà, ove già erano state poste in attività le barricate mobili, l'idea delle quali veniva allora attribuita ad un pittore, del quale ho scordato il nome, e che furono molto utili. Consistevano queste in fascinoni che si rotolavano, ed avevano una larghezza di due a tre metri, con uno spessore di oltre un metro. Riuscirono esse opportunissime in quella località, perchè il corso di Porta Tosa è larghissimo e sarebbe stato impossibile il farvi barricate che si estendessero dall'una all'altra parte. Si collocavano quindi dove occorreva, spingendole avanti. Al mio arrivo, le ultime si avanzavano sino ad un portone che da una legnaia d'uno stabilimento o Luogo Pio, detto dei Martinitt, che accoglie orfani poveri per educarli ad arti e mestieri, metteva sul corso accennato di Porta Tosa. Questo stabilimento era allora l'ultimo grande fabbricato verso il bastione, oltre il quale più non erano che orti. Dal bastione, precisamente di fronte al detto locale, facevasi fuoco a mitraglia contro di esso, ma i colpi riuscivano completamente innocui.

Nel primo piano di quell'istituto vi sono grandi cameroni con finestre del pari molto grandi, che erano munite di grate in ferro. In basso, a piano terreno, precisamente di fronte alla parete contro la quale venivano a battere i proiettili, vi era la legnaia che ho accennato. Noi stavamo tranquilli sotto di quella, mentre la mitraglia andava a colpire le pareti di contro e le grate delle finestre. Or bene, quella mitraglia aveva così poca forza che non rompeva la grata, ma cadeva innocua al suolo. Vedendo io questo, approffittai d'un momento di sosta, e mi recai al piede di quella parete per esaminare que' proiettili. Era un miscuglio d'ogni genere di ferro rotto e raccolsi, fra gli altri pezzi, un mezzo ferro da cavallo. Da quella breve ispezione conchiusi che stavano male anche a mitraglia ed avevano esaurito i proiettili a palla.

Tornato a casa Vidiserti, essendone stato assente parecchie ore, mi si annuncia che vi erano alcuni giovani che volevano parlarmi.

Entrino pure, risposi io.

Entrarono allora tre giovani di quella classe che si chiamano barabba, e che, per darne un'idea a coloro ai quali suonasse nuovo questo termine, corrispondono fra il popolo dei nostri tempi, a quelli che una volta si dicevano bravi e che i Toscani chiamano beceri.

L'oratore di que' tre giovani mi disse senza preamboli che essi con altri loro compagni si proponevano di prendere d'assalto due cannoni sulla piazza di S. Eustorgio, a porta Ticinese, ma volevano trentamila lire.

L'impressione che mi fece quella proposta fu sfavorevole; ma nessuno poteva essere trovato in una posizione più fortunata di me per uscirne senza andare incontro a dispiaceri, quando pure avesse disapprovato, come io disapprovava nel mio animo, quel progetto di un assalto per denaro. Io non aveva che a dire: Il Governo Provvisorio non mise a mia disposizione un sol centesimo: vadano in casa Taverna e facciano la loro proposta direttamente al Governo. Ma non pensai a quella scappatoia, per quanto ovvia e giusta, e volli considerar la cosa in sè stessa, precisamente come se non dipendesse che da me l'aprire un cassetto e dir loro: Ecco, qui vi sono trentamila lire, prendano i cannoni e queste sono per loro. Trattando dunque la cosa come se fosse in mio arbitrio, rifiutai; se non che a mia giustificazione devo ricordare di nuovo ch'io era convinto che i Tedeschi si ritiravano, e che quel sacrificio mi pareva inutile. Fuor di dubbio una buona parte di quei barabba sarebbe rimasta sul terreno; oltrecchè non mi entrava che quel colpo s'avesse a tentare per uno scopo di lucro in contraddizione con l'indole che fino d'allora aveva serbato la nostra lotta. Avuto quel formale rifiuto, i barabba si ritirarono mormorando. Compresi che aveva commesso un errore a non lavarmene le mani, ma vi sono momenti nei quali l'uomo dovendosi pronunciar sui due piedi, si lascia trasportare anzitutto dal suo istinto. Quell'assalto per trentamila lire mi ripugnava. Tuttavolta dall'altra parte, anche il rifiuto mi dispiacque, ma era fatto. Stava ancor meditando su quella proposta, allorchè, mi si annuncia certo signor Elia Polli. Entra una persona civile, di statura avvantaggiata, e mi dice d'aver un progetto da comunicarmi molto delicato. Ci ritirammo in un canto della stanza, ed egli cominciò col farmi la confidenza ch'era un negoziante di vino, che aveva molta pratica del bastione di Porta Tosa, e che credeva che in un dato luogo si potesse collocare della polvere e far saltare i Tedeschi quando vi passassero sopra. L'intenzione è ottima, risposi, ma badi che sono cose tutt'altro che facili a farsi. Favorisca spiegarmi anzitutto come vuol praticar una mina nel centro del bastione.

Era un po' titubante a dirmi come stava la cosa; ma poi cominciò a dar qualche spiegazione, ed io compresi che si trattava d'un passaggio esistente da parte a parte del bastione, forse, in origine, esclusivo per le acque, e di cui si era tratto profitto per operazioni di contrabbando; era la verità che venne fuori a poco a poco. Il Polli asseriva che quel passaggio era sì grande che poteva passare per esso un uomo; sicchè nel suo concetto si doveva porre della polvere nel mezzo e poi introdurre una lunga miccia, e quando passava la truppa, darvi il fuoco. Egli è chiaro che bastava che quel fuoco alla miccia si desse un minuto prima od un minuto dopo del necessario, perchè il colpo fallisse; ma quella difficoltà già grande, era un nulla al confronto d'altra ben più seria, che includeva una vera impossibilità fisica. Si trattava di collocar della polvere in un vero corritoio con due lati aperti, chiudendoli alla meglio; ma come mai supporre che la polvere accesa trovando due lati che cederebbero con tanta facilità, potesse aver la forza di far saltare un bastione di più metri d'altezza e di enorme larghezza? Si sarebbe richiesto un vero magazzino di polvere; la quantità di polvere che rinchiusa in una mina fatta secondo le norme della scienza, avrebbe bastato per far realmente saltare il bastione, collocata in quel modo, non gli faceva il più piccolo danno, e solo avrebbe lanciato lontano le due pareti mobili, colle quali si sarebbero chiuse le aperture, e nulla più. Ma andate a dare una lezione di balistica ad un mercante di vino, in quei momenti! D'altra parte, la proposta partiva da un fondo generoso; non chiedeva nulla per sè, e la credeva possibile; epperò, senza far atto alcuno d'impazienza che tradisse la nessuna fede che io aveva nel mezzo proposto, decisi questa volta di salvar me dalla responsabilità del rifiuto, e: Senta, gli dissi, ella converrà che per far saltare il bastione occorre una buona quantità di polvere: ora io non so se la potremo avere. Andiamo qui vicino dove havvi il deposito ad assicurarci anzitutto che vi sia.

Io dubitava assai che vi fosse, ma poi non credeva che l'avrebbero data per un esperimento così incerto.

Ei trovò giustissima la mia idea, ed indispensabile l'assicurarsi che vi fosse anzitutto la polvere.

A canto al locale destinato al Comitato del quale io faceva parte, eravene un altro molto grande in fondo al corritoio, e quel locale era il magazzino improvvisato per le munizioni. Vi stava a capo un uomo piccolo con una gran barba nera, assistito da cinque o sei che si cambiavano. Colà venivano a portar la polvere quelli che ne avevano ed a prenderla quelli che l'adoperavano; era un andirivieni continuo, ed è indubitato che quel Comitato o comunque si chiamasse, fu uno dei più utili.

Entrato io col signor Polli, esposi il suo desiderio pregando il Polli stesso a spiegar il suo concetto. Quel tale della barba nera ci rispose secco: Non ho polvere da gettar via. Nel fondo io era contento; non solo era quella la risposta che prevedeva, ma che desiderava, e soltanto mi parve troppo dura nella forma. Il Polli prese la cosa per suo conto e partì malcontento, ma io ch'era proprio stato urbanissimo, rimasi meravigliato di quella risposta così poco garbata, di cui però non mi fu difficile l'indovinare la causa. I barabba del famoso progetto delle trentamila lire erano andati a sfogarsi contro di me da que' signori, e Dio sa che cosa avranno detto. Il loro progetto dopo il mio rifiuto era indubbiamente ritenuto da loro ancor più bello e di certa riuscita, ed io aveva troncato loro la via alla gloria ed alla fortuna. È vero che se vi era qualcosa di certo, non poteva esser altro, se non che parecchi degli assalitori non sarebbero tornati addietro; ma di questo non si davano pensiero, facendo assegnamento i più fra loro che sarebbero morti i compagni ed essi rimasti incolumi a dividere la bella somma. Infine era evidente che tutti mi avevano dato torto pel rifiuto delle trentamila lire. Avevano essi pure un mezzo per ripararlo, consigliando i barabba ad andare dal Governo Provvisorio, ma nessuno vi pensò.

Io mi guardai bene dal voler dar spiegazioni quasi chè dubitassi della convenienza della risposta. Credo oggi ancora di aver fatto bene, ma di aver agito con poca prudenza quanto alla forma.

Uscito di là e recatomi non rammento ben dove, incontrai indi a poco uno dei capi dei drappelli che s'improvvisavano, e col quale m'ero trovato altra volta, ed ei mi fece la confidenza che si voleva sorprendere un posto di Tedeschi a S. Eustorgio verso la mezzanotte. Mi disse che non lo credeva difficile, perchè fino allora non era stato inquietato. Le barricate finivano al naviglio; egli conosceva il modo di passarlo ad un certo punto, e d'arrivar inosservati, passando per le case che si trovavano presso al posto dei Tedeschi. Non solo encomiai il progetto, ma dissi che mi sarei associato anch'io alla spedizione e si convenne di trovarsi alle undici alle colonne di S. Lorenzo, avanzo d'un monumento romano che piglia nome dalla chiesa contigua; esse sono vicinissime al portone che sovrasta al naviglio.

Si avvicinava la sera, e si vedeva dalle alture un insolito movimento verso i bastioni; la truppa si preparava a partire, e cominciò la ritirata dopo le nove da diverse porte, da Porta Nuova, Porta Orientale e Porta Tosa. Tutte erano munite di cannoni, ma la più munita era Porta Tosa. Nelle ore pomeridiane di quel giorno era stata presa dai nostri, e per questa ragione le venne dato il nome di Porta Vittoria. Ma non rimase a lungo nelle nostre mani, perchè tornativi i Tedeschi con cannoni, la ripresero, e siccome essi dirigevano il grosso delle forze su Lodi, ed è quella la porta che mette alla strada più retta verso quella città, rinforzarono assai quel posto, e facevano di là un fuoco interminabile durante tutto il passaggio delle truppe, tirando lungo il corso, a destra e sinistra, dove erano le barricate mobili, delle quali ho fatto cenno. Una delle ultime case del corso, e presso la porta medesima, era stata incendiata, onde s'ebbe per qualche tempo uno spettacolo sublime e tremendo ad un tratto. L'incendio illuminava un grande spazio del bastione e del corso di Porta Tosa, non che la porta stessa. I cannoni tiravano furiosamente a casaccio lungo il corso; dalle ultime barricate presso i Martinitt si tirava da noi sulla truppa, benchè con poco effetto, a causa della forte distanza; le campane all'ingiro suonavano tutte a stormo; era un fine degno di quel grandioso dramma che furono le Cinque giornate, compiendosi precisamente allora la quinta. Anche quell'ultima ora ci costò però una vittima; un signore civile, e non più giovine, si avanzò fuori dell'ultima barricata, fu colpito nella testa e rimase morto. Io era lì alla stessa barricata, e non volendo che il suo corpo fosse straziato dalle palle, trascinai il cadavere entro il riparo, e si depositò sotto la tettoia di quel luogo che ho più volte citato.

Tratto allora l'orologio, vidi che se voleva esser puntuale al convegno alle colonne di S. Lorenzo, non aveva tempo da perdere. Prima volli però fare ancora una corsa a casa Taverna, e narrare quanto succedeva a Porta Tosa; quindi studiai il passo, mi sbrigai in breve tempo, e mi posi in cammino per andare a Porta Ticinese. Scelsi la via di S. Vittore 40 Martiri[20] e di là per la piazza di S. Fedele e per la via S. Margherita, trassi alla piazza de' Mercanti, e ciò per la ragione che le piazze erano meno ingombre di barricate, e quantunque si allungasse, in apparenza il cammino, in realtà, si guadagnava nel tempo. In quei quattro giorni di continuo esercizio, mi era molto stancato, ma in quel giorno aveva talmente abusato delle mie gambe che allorquando io arrivai in piazza de' Mercanti mi rifiutarono il loro servizio così fattamente che non fui più capace d'andar avanti. Però non mi smarrii d'animo, sapendo benissimo che ciò era effetto dell'enorme stanchezza. Ebbene, dissi fra me stesso, mi riposerò un istante: dieci minuti mi basteranno. Mi trovava allora a poca distanza dalla statua di S. Ambrogio, alla base della quale si stendeva a destra e sinistra una panchina di pietra; io m'assisi precisamente su quella a destra del santo. Tale e tanta era la mia stanchezza che anche seduto non mi pareva di sentir abbastanza il beneficio del riposo, e decisi di pormi a giacere lungo disteso; allora mi parve di riposar davvero e che tutti i muscoli del corpo sentissero sollievo. Dieci minuti, diceva fra me, di simile riposo bastano per ristorarmi; ma io non credo che ne passassero cinque che già ero immerso in profondo sonno, ripetendo pur sempre finchè fui padrone dei miei sensi: dieci minuti, dieci minuti. Quanto dormissi, mi è impossibile precisarlo, certo ben oltre quel tempo, ma non più di mezz'ora, e ciò per una ragione che non dipese da me. Mi svegliò lo squillo acutissimo della campana che mi sovrastava. Anche qui è il caso di dover dire che soltanto un milanese che conosca la campana di piazza de' Mercanti può comprendere a pieno quale ha dovuto essere l'effetto di quello squillo concitato della campana sopra un addormentato ai piedi della torre. La tradizione popolare vuole che quella campana dati dall'epoca dei Visconti, e che l'acutissimo suo suono si senta in tutta Milano. Ma checchè sia di quella campana, certo si è che il suono ne è penetrante in modo straordinario. Essa era stata una delle più instancabili durante tutta la rivoluzione, e non stava mai a lungo in riposo. Al primo squillo di quel furioso martellare io balzo in piedi esterrefatto; non so raccapezzar nulla sulle prime, assolutamente nulla; mi opprime un dolore fortissimo del cervello come se mi venisse conficcato uno stile nel mezzo; porto ambo le mani al capo quasi volessi tenerlo fermo e mi chieggo: Ma dove son io? Tutto questo fu l'affare di pochi minuti secondi. La ragione si fece ben presto strada anche a traverso a quell'acerbo dolore. — Tu dovevi andare a Porta Ticinese, mi dissi, e ti lasciasti sorprendere dal sonno. Allora battendomi la fronte come se avessi commessa una vigliaccheria, mi misi a correre, quasi volessi riguadagnare il tempo perduto, ed entrai nella via dei Fustagnari. Tanta era ancora la confusione delle mie idee, che, giunto, sempre correndo, al Cordusio, piegai a destra verso il Broletto; ma giunto all'altura della via di S. Prospero m'accorsi del mio errore, mi fermai per raccapezzarmi, e tracciarmi bene la linea da seguire. La brevissima sosta mi recò un po' di sollievo all'acuto dolore di capo; a passo accelerato, ma non di corsa, mi rimisi in cammino e, rifatto il piazzaletto del Cordusio, mi recai per le vie degli Armorari e Spadari sulla retta lunga linea che doveva condurmi alla meta. Passai la corsia della Lupa, quella della Palla, quella di S. Giorgio in Palazzo[21], e giunsi al Carobbio, d'onde piegando a sinistra, arrivai alle colonne di S. Lorenzo. Tutte le vie da me percorse quale più quale meno erano barricate, e lungo fu il cammino; ma il riposo mi aveva ristorato, e il mal di capo era diminuito di assai, perchè esso aveva origine dal modo violento col quale ero stato destato. Or qual fu la mia sorpresa, allorchè avvicinatomi alle colonne di S. Lorenzo, ed avanzatomi fino al portone che sovrasta al Naviglio, non vi trovai nessuno! La barricata che lo chiudeva era gigantesca, e quasi ne toccava la sommità; di che si può farsi anche oggi un'idea, perchè l'arco centrale non patì alterazione, ma soltanto si sono mutati i suoi fianchi, essendo state praticate anche colà le portine laterali. Mi arrampicai sulla barricata; vidi il lungo corso tutto oscuro e deserto, e solo lontano lontano qualche lumicino. Che più non avessi a trovare i compagni della spedizione alla quale doveva unirmi, non mi giungeva strano, poichè, se già prima delle dieci i Tedeschi uscivano da Porta Tosa, era probabile che innanzi ancora di quell'ora avessero abbandonata Porta Ticinese, sicchè era naturale che la spedizione non avesse luogo; ma il non trovar colà nemmeno una sentinella, mi parve troppa trascuranza. Disceso dalla barricata io mi posi a sedere su d'una panca tolta alla vicina chiesa di S. Lorenzo, ed opportunamente colà posta per comodo dei combattenti, allorquando dal vicino corpo di guardia esce un individuo armato e mi chiede chi sia e cosa faccia lì.

Io sono, risposi, il capo delle pattuglie nominato dal Governo Provvisorio e mi meraviglio di trovar la barricata senza un sol difensore.

Ma che capo di pattuglie? che Governo Provvisorio? Ella verrà con me.

Dove?

Al corpo di guardia.

Non ci ho nessuna difficoltà.

Il corpo di guardia era vicinissimo. La mia osservazione aveva ferito l'amor proprio di quell'individuo, ma pensai che al corpo di guardia vi sarebbe un capo e che questi avrebbe saputo qualcosa della nomina del Governo Provvisorio; ma io rimasi completamente deluso. Ripetei la stessa cosa, e come avessi il diritto di far quell'osservazione, giacchè se i Tedeschi erano partiti, il fatto era troppo recente perchè alla barricata non si avesse da lasciar almeno una sentinella. Noi non sappiamo chi ella sia, mi si rispose. Noi riceviamo i nostri ordini dal Comitato di casa Trivulzio e non dal Governo Provvisorio, ed ella verrà a quel Comitato e si farà conoscere.

Che fare! Se io avessi avuta la mente calma e fredda come il mattino addietro, allorchè io non voleva sapere di quell'incarico, avrei trovato ch'era l'avvenimento più naturale e più comune, dacchè si verificava precisamente ciò che io aveva preveduto. Non solo non mi riconoscevano, ma ignoravano le nomine del Governo Provvisorio, la cui autorità stessa era poco meno che sconosciuta. Ma anch'io non era nel mio stato pienamente normale, benchè il dolor di capo fosse diminuito non era ancor libero, era raffreddatissimo, e parlava a stento; oltrechè il mio accento non era pretto milanese. La conclusione fu che io, il capo legale e legittimo delle pattuglie, venni condotto in mezzo a due armati, alla piazza di S. Alessandro in casa Trivulzio ove risiedeva quel Comitato. Quivi fui tosto riconosciuto, e mi dichiararono libero, ma io non fui contento; e siccome aveva messo avanti quella qualità di capo delle pattuglie, volli che uno di loro venisse al Governo Provvisorio, onde si vedesse che non aveva asserto cosa non vera; lo dissi poi con tanta risolutezza che accondiscesero a che uno di loro mi accompagnasse. Lungo il tragitto ebbi il tempo di riflettere su quell'ultima peripezia. Come mai poteva meravigliarmi che il capo posto a S. Lorenzo non conoscesse le nomine del Governo Provvisorio, se esse erano ignote a quel posto centrale? Ogni risentimento era già spento in me allorchè arrivammo a casa Taverna. Io espressi brevemente la cosa, non rammento bene a chi, perchè più non vi dava importanza; si fecero le meraviglie come non si conoscessero decreti del Governo Provvisorio; ma quanto al fatto avvenutomi a S. Lorenzo, siccome la persona che mi accompagnava vi era completamente estranea, così dissi io stesso ch'era conseguenza naturale della posizione nella quale m'era trovato d'esser ignoto, nè più era il caso di parlarne, e con questo ebbe termine quella vicenda.