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Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) / Seconda edizione con aggiunte cover

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) / Seconda edizione con aggiunte

Chapter 7: CAPITOLO TERZO
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About This Book

A first-person memoir recounts the popular uprising in Milan in March 1848, tracing political and local causes, street fighting, the erection of barricades, and the formation of a provisional government. The author describes personal involvement in patrols, committees, and missions, detailed episodes of combat and occupation of military posts, civic hardships, funerary ceremonies, and everyday arrangements for food and security. Added material treats the Piedmontese army's retreat after the Custoza battle and the violent August crisis in the city. The narrative closes with reflections on public spirit, citizens' responsibilities, and social problems exposed by the revolutionary episode.

Annuncio delle concessioni del Governo austriaco pubblicate la mattina del 18 marzo 1848 — Milano si agita — Grande dimostrazione per ottenere altre concessioni — Invasione del palazzo di Governo — Primo atto di ostilità — Milano si copre di barricate.

Poco dopo l'affissione della notizia per la chiamata a Vienna pel 3 luglio, Milano aveva assunto un insolito aspetto; si formavano capannelli in ogni via e da taluni escivano queste voci: Oggi si fa la dimostrazione al Governo; si radunano al Broletto; da altri esclamazioni più risolute: Bisogna finirla, è insorta Vienna; non è più tempo a dimostrazioni, fatti ci vogliono!

Queste voci diverse accennavano alle due diverse correnti, alle quali i cittadini eran proclivi: gli uni volevano passar per la via legale, andar al Governo, chiedere le concessioni colle buone, ma altri non volevano saperne di vie legali e parlavano d'armarsi. Verso le 10 antimeridiane tutta Milano era in moto. Io che, come dissi, non avevo speranza che nell'esercito piemontese, non desideravo un'insurrezione prima che rompesse la guerra, temendo non riuscisse che ad un sciupamento di forze. Però giudicando che il conflitto era inevitabile, pensai ad armarmi, ed andai da certo Colombo armaiuolo, che aveva la bottega nella via Mercanti d'oro, una di quelle che oggi fanno parte della via Torino, e costituiva precisamente il primo ramo che dalla Piazza del Duomo riesciva alla via della Palla, altra via compresa ora pure nella anzidetta nuova e grandiosa via.

Per una di quelle contraddizioni, che si spiegano solo colla confusione che regnava anche fra i dominatori, mentre era stato proclamato il giudizio statario, si erano lasciate aperte le botteghe degli armaiuoli. Entrato in quella del Colombo, feci scelta di alcune armi corte, che potessi nascondere sotto il pastrano; epperò presi due grandi pistoloni ed una sciabola da guardie di finanza. Ed ecco, intanto che io stava pagando, odesi un rumore insolito; erano le botteghe che si chiudevano, ma con tal furia e fretta che sarebbesi detto che ognuno riponeva la sua salvezza nel far presto quell'operazione. Il povero Colombo, che io conosceva, perchè era il mio armaiuolo ed era un buon uomo ed un operaio intelligente, comprese benissimo che il nembo innocuo, per gli altri bottegai, poteva non esserlo per lui, e smarrito e pallido mi chiese consiglio.

Che volete? gli risposi io. Se voi chiudete vi sfondano la bottega e vi portano via tutto; fate a mio modo: mettete qui sul tavolo il vostro registro, e dite a chi entra per prender armi che se non può pagar tosto, noti quello che prende, e pagherà in appresso. Ei seguì il mio consiglio, e credo che qualcosa ricuperò, ma non molto, perchè ben presto irruppe la folla e la sua bottega venne completamente svaligiata; nè tal sorte toccò a lui solo, ma a tutti gli armaiuoli e, col pretesto che erano armi, fu invasa e dispersa anche una bella collezione di armi antiche di casa Arnaboldi.

Tosto ch'ebbi fatto il mio acquisto, io uscii dalla bottega, col pastrano tutto chiuso e come imbottito, e, traversata la piazza del Duomo, mentre mi avvicinava al Coperto dei Figini,[7] mi incontrai in un drappello di artiglieri, che venivano a passo di carica dalla piazza dei Mercanti diretti al palazzo di Corte, sicchè dovetti retrocedere un passo per non urtare in quei soldati, e mi trovai in una posizione un po' critica. Per quanto nascondessi le mie armi, si vedeva che aveva qualcosa sotto l'abito, giacchè doveva sostenerle col braccio sinistro serrato al petto. Fermarsi era pericoloso, ma retrocedere era forse peggio; preferii il primo partito e rimasi, ostentando la più grande indifferenza; per buona sorte il drappello era poco numeroso, e la sua consegna era d'andare al palazzo di Corte, e presto. Mi sfilarono avanti alla distanza d'un metro senza occuparsi punto di me; il che però non tolse che, quando passò l'ultimo, mi sentissi sollevato, perchè da quel giorno in poi, finchè durò la lotta, quanti si trovavano colle armi alla mano venivano fucilati.

Come ebbi libero il passo, traversai il Coperto dei Figini e la corsia de' Servi,[8] ed entrato nel corso di Porta Orientale,[9] andai dal conte Arese a narrargli quanto aveva veduto. Sebbene fino a quel momento io non potessi parlare di ostilità, era evidente che non potevano tardare a scoppiare; e quindi lo pregai a partire senza indugio di sorta per Torino, affine di sollecitare l'entrata in campagna dell'esercito piemontese, già pronto, nessuno potendo prevedere che cosa sarebbe succeduto di Milano.

A quel punto non era più il caso di discutere se quello scoppio fosse un bene od un male; conveniva prendere il fatto com'era, ed assecondarlo. L'Arese comprese benissimo la gravità della situazione e mi disse che sarebbe partito senza porre tempo in mezzo. All'uscire della sua casa vidi una gran folla presso San Babila, avviata verso il borgo Monforte, dove eravi il palazzo del Governo (ora della R. Prefettura) e la seguii. Componevasi d'ogni classe di persone, uomini, donne e fanciulli, e procedeva lentamente, poichè il tratto di via dal Leoncino di Porta Renza fino al palazzo di Governo, era già, quanto è lungo, tutto gremito di gente. Rivoltomi ad una persona che parlava con grande concitazione ai suoi vicini, gli chiesi qual fosse lo scopo preciso che si aveva. Si fa, rispose, una grande dimostrazione per appoggiare le dimande di concessioni che si vogliono dal Governo, e quanto prima verrà il Municipio ed il Delegato stesso[10] in persona. Colui credeva nella possibilità di una soluzione pacifica, nè egli solo era di tale opinione, ma molti; perchè rammento ancora in modo preciso che, giunti noi a quella casa alta che si incontra a sinistra sulla via di S. Romano dopo la chiesa di S. Babila, escì da una bottega che, se non erro, era allora d'un tappezziere, un giovane con un ferro corto, ma acuto e forte, per cominciare a smuovere il selciato e far una barricata; ma più d'uno gridò: No, no: a che pro vuoi rovinare la strada? E il giovane rientrò in bottega.

Giunto colla folla precisamente all'altura della via della Passione, ossia a poche decine di metri dal palazzo del Governo, sento gridare: Sono quì, sono quì. Era la Deputazione solenne che, tentando le vie legali, veniva a chiedere le concessioni. Avanzava anch'essa lentamente, perchè accerchiata da gran folla; ma per lo sforzo combinato delle persone che, piene di buona volontà, le erano più vicine, di alcuni uscieri e d'un drappello di pompieri, si manteneva un po' di spazio libero nella sua strada. La deputazione era numerosa e schierata sopra una sola linea, sì che occupava quasi tutta la larghezza della via. Nel centro eravi il delegato provinciale, Antonio Bellati; aveva alla sua destra il podestà conte Gabrio Casati; quindi, dall'una e dall'altra parte venivano assessori del Municipio ed altri. Alcune fra quelle rispettabili persone erano di mia conoscenza, e fra gli altri il delegato Bellati, col quale aveva avuto contatto nel breve tempo ch'io era stato impiegato presso il Governo in quel medesimo palazzo ove ora si recava con tanta solennità la Commissione, della quale egli era il più alto personaggio.

Arrivata che fu la Deputazione alla porta del palazzo, si fece un grande sforzo da parte di quanti la attorniavano perchè potesse entrare; ed io, che me le era avvicinato, approfittai del momento per entrare anch'io nel cortile. La Deputazione si recò difilata al piano superiore, per lo scalone a destra, sotto il portico dal lato d'oriente; io rimasi pel momento nel cortile, attirato dallo spettacolo che presentava, impossibile a descriversi. Il cortile, di non comune ampiezza, tutto cinto da un porticato a colonne, era pieno zeppo di gente d'ogni classe, d'ogni età e di ogni sesso, e vi regnava un baccano tale che impediva di intendere distintamente cosa alcuna; nè tal baccano era cagionato solo dalla folla che si trovava nel cortile, ma pur da quella che si trovava ai piani superiori, sopratutto al primo piano. Gli uffici erano stati tutti invasi, e tratto tratto si vedevano volar per aria carte, fascicoli e libri, che cadevano sulla testa o sulle spalle dei sottostanti; quindi urli grandissimi, nuovo baccano e nuovo accorrere di chi voleva conoscerne la causa. Per qualche minuto io rimasi immobile vicino alla colonna della prima arcata, affine di essere urtato un po' meno, a contemplare quello spettacolo; ma poi, fattosi momentaneamente sulla mia sinistra un po' di spazio libero, mi cadde lo sguardo su un materasso in terra, presso la terza arcata. Mi avvicinai e vidi che sporgevano fuori di sotto il materasso due piedi colla calzatura propria dei soldati ungheresi, sì distanti l'uno dall'altro, che ben comprendevasi ch'appartener dovevano a due persone, evidentemente a due cadaveri. Feci un atto di sorpresa, ed uno degli astanti mi disse: Sono i due soldati ch'erano di sentinella al palazzo. Allorchè la folla irruppe, avendo que' soldati fatto atto di voler difendere l'accesso, vennero uccisi l'uno con una pistolettata, l'altro colla sua stessa baionetta, essendogli stato strappato di mano il fucile; così mi venne allora narrato. Allo scopo poi di sottrarre dalla vista del pubblico il sanguinoso spettacolo di que' cadaveri si erano trascinati nel cortile, nel luogo da me accennato, ed erano stati coperti da un materasso. Altro che dimostrazioni pacifiche e concessioni! dissi io; ma ben presto, stanco di quelle grida incomposte, di quei dialoghi tronchi, di quelle continue ondate di popolo, salii agli uffici per vedere che cosa accadeva colà. La folla vi era un po' meno fitta ed era stata posta una sentinella alla porta che conduceva alle stanze ove trovavasi la Deputazione col vice-presidente del governo O'Donnell, il quale allora esercitava le funzioni di governatore. La sentinella mi lasciò passare; molti altri erano però già passati, e se anche colà non era fitta la folla come nel cortile, non si poteva andar avanti che a grande fatica. Trovai parecchie persone di mia conoscenza, le une impensierite ed altre piene dell'allegria che suscitava lo spettacolo della sottoposta corte, ch'era veramente qualcosa di singolare; anche colà, negli uffici, per esser intesi bisognava alzar la voce. Dopo un quarto d'ora circa da che io mi trovava in quel luogo, si sente annunciare, e non già da uscieri o da poche voci, ma da centinaia di voci in tutti i toni possibili: L'arcivescovo, l'arcivescovo! largo all'arcivescovo! Era infatti l'arcivescovo Romilli, che allora godeva di grande popolarità. Succedeva esso all'arcivescovo cardinale Gaisruck, morto circa un anno e mezzo prima, prelato riguardevole e di carattere fermo, che aveva avuto una particolare cura dell'educazione del clero e che, dopo aver saviamente retto per lunghi anni la vasta sua diocesi, lasciò di sè memoria onorata. Il Romilli, che gli succedette, aveva fatto il suo ingresso in Milano l'8 di settembre dell'anno antecedente, e da quella solennità si era côlto pretesto di una dimostrazione a favore di Pio IX, che ripetutasi la sera in piazza Fontana, su cui prospetta la facciata del palazzo arcivescovile, aveva dato occasione d'infierire alla polizia, la quale per impedirla aveva provocata una lotta, in cui fu sparso sangue e v'ebbe perfino una vittima in un certo Abate, negoziante di mobili. Il nuovo arcivescovo era disceso in piazza, aveva contribuito a sedare il tafferuglio, e per quell'atto, ma più ancora perchè rappresentava moralmente il Papa, era divenuto popolare. All'udire l'esclamazione: È qui l'arcivescovo, largo all'arcivescovo, noi, quanti eravamo nella stanza, ci affrettammo a far largo, ed a serrarci per formar spalliera. Era egli accompagnato da un altro sacerdote, e forse da più d'uno; ma siccome lo assiepava un codazzo di curiosi, i quali probabilmente avevano afferrata quell'occasione per entrare, così non posso asserire con certezza se non d'aver veduto un sacerdote che gli stava al fianco. Il Romilli cercava mostrar coraggio, salutava a destra e sinistra, sorridendo, ma si scorgeva ch'era molto agitato. Quello che più mi colpì si fu il vedere che portava una coccarda tricolore all'abito. Veniva ei pure ad unire i suoi sforzi a quelli della Deputazione, affine d'ottenere le concessioni; ma il dabben uomo, che ben presto doveva dar prova di una debolezza estrema, mostrava di già, colla sua coccarda tricolore, quanto poco fosse padrone di sè. Andare dal rappresentante del Governo per trovare il modo di scongiurare pacificamente il nembo che sovrastava, ed andarvi coll'emblema ch'era la negazione di quel Governo, poteva dirsi una puerile incongruenza; ma quella coccarda era stata a lui appiccicata mentre che saliva le scale, ed egli non aveva avuto il coraggio di levarsela, almeno pel tempo che trattava col rappresentante del Governo che pur volevasi ancor mantenere.

Il baccano nel cortile continuava sempre, perchè quelli che escivano venivano surrogati da nuovi curiosi. Osservata dall'alto quell'onda continua di popolo che agitavasi in modo sì rumoroso, e quella rapida vicenda d'indistinti colloqui della gente che era nella corte con quella già salita al primo ed anche al secondo piano, formava uno di quei spettacoli che più non si dimenticano. Ma non andò guari che si aprì l'uscio della stanza ove si trattava e ne uscì il conte Carlo Taverna colla notizia della prima concessione.

Ecco ora che cos'era avvenuto in quella specie di sancta sanctorum; io lo riferisco sulla fede dello stesso conte Taverna che fu mio carissimo amico e più d'una volta mi narrò i particolari di quel fatto.

Il vicepresidente conte O'Donnell non aveva ceduto tosto alle istanze della deputazione, la quale chiedeva che si accordasse la guardia nazionale e ad essa si affidasse la polizia, per di più instava per l'immediata libertà di stampa.

L'O'Donnell aveva cercato di far le sue rimostranze intorno alla gravità delle domande, osservando pure, che quand'anche egli avesse ceduto, le sue concessioni potevano venir disdette; ma i membri di quella Commissione insistevano sull'impossibilità di poter altrimenti frenare quel moto popolare che già aveva preso il disopra. Or siccome egli era solo, nè alcuno veniva in suo aiuto, finì per cedere, accordando le domande anzidette una dopo l'altra.

Appena ottenutasi la prima, venne, come dissi, ad annunciarla il conte Carlo Taverna.

Immediatamente uno degli astanti che aveva una voce stentorea s'avvicinò ad una finestra che dava sulla corte e si fece a gridare con quanta voce aveva in petto: Signori: il Governo ha fatta la concessione di . . . . . . . . Ma per quanto forte gridasse, non veniva inteso; il chiasso era tale che superava la sua voce, e indarno si cercò di ottenere silenzio. Allora si ricorse ad un espediente che raggiunse lo scopo, ma ebbe la sua parte comica. Scriviamo la concessione, disse taluno, e poi gettiamo il foglio nel cortile. Si cerca penna, carta e calamaio, ma non si trova nulla; finalmente a forza di frugare si rinviene un calamaio, ma non carta, non penne. La carta la troverò io, grida uno, probabilmente un impiegato. Quì ci sono dei bollettini (delle leggi) che hanno sempre qualche foglio in bianco. Detto, fatto: si prendono i primi bollettini che capitano sotto la mano, e si estraggono quanti fogli bianchi contengono. Penne non se ne hanno, ma si supplisce alla meglio; e più d'uno dei presenti ed io stesso intingiamo il nostro indice nel calamaio e scriviamo sul foglio la prima concessione. Si pensi che calligrafia, che caratteri; ma erano leggibili. Gettiamo i fogli nel cortile da più finestre, affinchè si spargessero meglio fra la gente sottostante. Si può immaginare la curiosità; i fogli si leggono ad alta voce: chi capisce, chi non capisce; ma le parole: Il Governo ha conceduto colle quali cominciava il testo, fecero capire all'ingrosso che le cose andavano bene: quindi molte voci si alzavano più forti delle altri gridando: Evviva la concessioneevviva il municipio.

Questa scena si ripetè tutte tre le volte, ossia per ogni singola concessione[11]. Il chiasso divenuto maggiore aveva attirato nuova gente, e tutti gli spazî n'erano letteralmente stipati, non nel cortile solo, ma per le scale e per gli uffici stessi ov'eravamo noi a fronte della sentinella ch'era stata impotente a trattenere l'onda del popolo. Miste agli evviva si udivano le esclamazioni: Vogliamo armi, Vogliamo armi! Si toccava proprio l'apice del caos e del chiasso, quando una gravissima notizia viene a metter fine a quella singolare scena, a quel misto di serio e di comico, a quelle trattative per un ravvicinamento divenuto impossibile dopo l'uccisione delle sentinelle. La notizia era che a passo di corsa s'avanzava non poca truppa dal bastione di Porta Romana. I Tedeschi... i Tedeschi! sì udì presto ripetere, ed allora cominciò la folla a fuggire d'ogni parte perchè in quella moltitudine non ve n'era uno su cento che fosse armato. Per buona sorte, oltre l'uscita principale, il palazzo comunica con una corte vicina che ha pure uno sbocco sulla via, tanto che in poco tempo, cortile, portici, uffici furono sgombri. La deputazione ch'era intenta a completare la famosa opera di conciliazione, se n'andò ben presto anch'essa, conducendo seco quale ostaggio lo stesso vicepresidente; sì rapido era stato il cammino della rivoluzione che volevasi prevenire.

Uscito da quel palazzo, il municipio col suo prigioniero andò dapprima in casa Vidiserti al Monte Napoleone, e più tardi si trasferì in casa del conte Carlo Taverna nella contrada dei Bigli ove rimase per tutto il tempo della lotta. Il Delegato con alcuni assessori andò al Broletto dove sedeva allora la Delegazione ed il Municipio stesso.

Allorchè cominciò quel fuggi fuggi, alcuni cittadini per calmare lo spavento, che avrebbe avuto per effetto il precipitoso rovesciarsi degli uni sugli altri, gridarono ad alta voce che vi era tutto il tempo, poichè i Tedeschi non erano che a un tal luogo che nominarono, ma ora non rammento. Io prestai loro fede, tanto più che rimasero anch'essi, sicchè partimmo fra gli ultimi, sgombre che furono le scale.

Traversando il cortile considerai un istante la bizzarra scena che presentava, coperto com'era tutto di carta stracciata, di atti d'ufficio, di fascicoli tutti pesti, e di libri conciati nello stesso modo. Ma, cosa ancor più singolare, vi scorsi altresì alcuni mobili e fra questi una bella culla di ferro, la quale posso ancora dire in modo esatto che si trovava presso l'angolo ove giacevano sotto il materasso le sventurate due sentinelle. D'onde venisse quella culla e come si trovasse in quel luogo, non saprei dirlo di certo; ma strana spettatrice di quel tramestìo, essa fu veduta da mille e mille, moltissimi de' quali certo vivranno ancora e rammenteranno, con quella fedeltà con che posso rammentarlo io, così curioso ed imponente spettacolo.

Il Delegato coi membri del Municipio e col sèguito, erano venuti a piedi come accennai; ma l'arcivescovo era venuto in carrozza; ora nel tempo che durarono le famose trattative pel pacifico scioglimento, erano già accaduti conflitti colla truppa in diversi punti della città; il grido barricate! barricate! aveva risuonato, e come per incanto già ne erano sorte in gran numero.

Fra le strade che vennero chiuse per le prime vi ebbe precisamente quella di S. Romano che mette al ponte di S. Damiano ove comincia la via di Monforte. Il ponte stesso poi era asserragliato ed erasi chiuso principalmente con un gran carro carico di botti vuote che a caso passava di là, cui erano state tolte le ruote: indi con panche, usci, legnami, era stato formato un ammasso con grande studio intrecciato, lasciando solo da un lato un piccolo passaggio per i pedoni. L'arcivescovo non potendo più passare colla carrozza, entrò in casa Mantegazza che è la penultima che trovasi a mano sinistra prima d'arrivare al ponte venendo dal palazzo di Governo, e rimase colà nascosto per quattro giorni, essendone uscito, a quanto mi si disse, solo alla fine del quarto. Ma per quanto sollecita fosse stata la gente a fuggire dal palazzo di Governo, non pertanto la via immediata e i suoi accessi non erano ancora affatto sgombri allorchè arrivò la truppa.

Taluni, o perchè fossero stati troppo lenti o perchè venendo da vie laterali, ch'ivi sboccano come quella detta della Passione, ignoravano il pericolo, si lasciarono sorprendere nello spazio ancor libero prima di arrivar alle barricate.

I soldati, visti i due compagni uccisi, divennero furibondi e cominciarono a dar la caccia a quanti vedevano e ne cadde più d'uno; ma sventuratissimi sopra tutti furono due giovani di civil condizione che, fuggendo, credettero salvarsi entrando in quella casa bassa che sta di fronte alla soppressa chiesa di S. Damiano e nella quale eravi allora un negozio di cartoleria. La porta era stata levata per formar la barricata sul ponte e l'accesso era quindi libero a tutti. I cacciatori tedeschi videro i fuggenti entrar in quella casa e li seguirono. Allora i due giovani salirono su quante scale trovarono e finirono per arrivare al tetto sul quale pure s'arrampicarono; ma colà vennero raggiunti dai soldati, e sia che trascinati dalla corsa sul piano inclinato del tetto cadessero, sia che prima venissero uccisi e poi gettati nella strada, certo è che caddero entrambi l'uno presso l'altro avanti la bottega del cartolaio. Colà rimasero tutto il tempo che durò la lotta, ed erano talmente sfigurati che non fu possibile l'accertare chi fossero; solo dal modo di vestire, dalla calzatura ricercata e dagli orologi che portavano, si dedusse che appartenevano alla classe civile. Breve tempo era corso dall'uccisione delle sentinelle e già erano esse state vendicate ad usura, ed innocenti al pari di loro erano le vittime designate dalla sorte, che ha tanta parte in siffatti avvenimenti, ad espiare il loro inopinato eccidio. Divulgatasi la notizia delle uccisioni del Borgo di Monforte, il popolo cominciò la sua volta a dar la caccia ai soldati, e ciò che prova che gli stessi ufficiali non credevano che potesse scoppiare un moto di tal portata, si è che quattro di essi vennero fatti prigionieri mentre si trovavano in città, ignari di quanto era avvenuto.

Allorchè io mi ritirai dal palazzo di Governo, avendo sempre i miei due gran pistoloni e la sciabola, mi ero affrettato ad andare a casa ove aveva munizioni nascoste. Io abitava nel palazzo Ciani, sul corso di Porta Orientale di fronte al vicolo de' Capuccini, palazzo allora di recente costruzione e notabile per la sua architettura. Tolte le munizioni dal nascondiglio, caricai in fretta e alla meglio i pistoloni e uscii di nuovo. Frattanto aveva principiato a piovere; il rumore delle fucilate era cessato; pareva subentrata una sosta nel combattimento; non pertanto io volli discendere nella via e vedere che cosa avveniva e che cosa potevo fare. Vuoto completamente era il corso; le porte presso la barriera, alla quale fa capo il corso stesso, erano già occupate da truppa numerosa, ond'io m'avanzai verso l'interno della città con precauzione. Giunto al ponte, scôrsi in poca distanza, a circa metà del tratto che corre fra esso e la via della Spiga, un cadavere presso il marciapiede a destra di chi discende. Mi avvicinai e ravvisai in esso un uomo piuttosto avanzato d'età, ch'era stato colpito da una palla nel mezzo della fronte ed era caduto supino, una striscia di sangue diluito dall'acqua stendevasi lungo il corso per non breve tratto. Non mi parve umano lasciar così esposto quel cadavere all'intemperie, e curvatomi, lo afferrai pel vestito affine di trascinarlo sotto qualche tetto; allora dalle botteghe o case vicine mi vennero in aiuto tre persone, e sollevatolo di peso, lo trasportammo entro quello strettissimo vicolo, che primo si incontra passato il ponte a destra e chiamasi il vicolo de' Mulini, perchè conduce realmente ad uno dei mulini che si trovano nella città, posto in moto dalla caduta d'acqua d'uno dei tanti sostegni che i Milanesi chiamano conche del naviglio; molino che deve contar più secoli d'esistenza. In fondo al vicolo sta un gran portone, e noi ci avanzammo fino a quello e bussammo perchè aprissero. Sulle prime non ci si volle aprire, e, deposto il cadavere, dovemmo parlamentare a lungo, spiegare chi fossimo, che cosa volessimo, assicurare che tutto il corso era libero di soldati, che non chiedevamo assolutamente altro se non che si desse ricovero a quel cadavere, affine di non lasciarlo in una strada sotto l'acqua. Mentre si perdeva il tempo parlamentando in quel modo, una delle persone che mi avevano dato mano a trasportarlo, credette riconoscerlo e disse che era un povero cuoco, la persona più innocua che ci fosse, caduto vittima esso pure del triste suo fato. Finalmente aprirono, e, deposto il cadavere nel primo luogo coperto che si incontrò, ci disponemmo a tornare ciascuno ai fatti nostri. Io precedeva gli altri, ma giunto allo sbocco del vicolo, vidi avanzarsi da Porta Orientale una numerosa pattuglia; laonde feci cenno ai compagni di fermarsi e ne spiegai loro la causa. Retrocedettero essi andando giù verso il molino, fuori della linea retta del vicolo; ma io mi fermai in quello strettissimo luogo, ove potevo rimanere inosservato, tanto più che il giorno cominciava già a declinare. Dal fondo del vicolo, come da un cannocchiale, stava attendendo d'un momento all'altro che passasse quella pattuglia. Trascorso più d'un quarto d'ora, mi avvicinai di nuovo allo sbocco e vidi che essa si era fermata un po' più addietro del palazzo Serbelloni-Busca al di là del ponte e che se ne staccava in quel punto un soldato che s'avanzava sulla sinistra, ossia dal lato opposto a quello ove mi trovava. Indietreggiai di alcuni passi, mi posi ben ritto al muro, impugnai il mio pistolone per qualsiasi caso e stetti osservando. Quel soldato era un granatiere, avvolto nel suo mantello grigio; s'avanzò con passo lento, ma sicuro, sino a casa Castiglione, che è quella colle finestre ad ornamenti di terra cotta nello stile della fine del Quattrocento, e quivi si fermò osservando fisso verso il principio del corso presso San Babila ov'era una barricata. Indi sollevò a poco a poco il fucile per tirare in quella direzione, ma poi lo abbassò di nuovo tenendolo però sempre orizzontale; tre volte fece quell'atto e tre volte abbassò il fucile senza sparare; si vedeva chiaro che volta per volta gli sfuggiva la mira e che da buon soldato non voleva sciupare il colpo; finalmente desistette ed a passo misurato retrocedette andando a raggiungere i compagni che tutti, fatto un dietro-fronte, s'avviarono verso la barriera di Porta Orientale. Io andai allora ad annunciare agli altri che la via era assolutamente sgombra e che potevano uscire da quel luogo con tutta sicurezza, come feci io pure.

Allora decisi di rientrare a casa mia per meglio ordinare il piccolo mio armamento. Le mie palle erano d'un calibro troppo piccolo per quei pistoloni, ed io conoscevo troppo il maneggio delle armi per non rimaner persuaso della pochissima efficacia che avrebbero avuto i miei tiri con palla malferma. S'avvicinava la notte, e sebbene la fucilata fosse cessata, era evidente che i Tedeschi si preparavano; l'insurrezione ardita, inattesa, generale, li aveva sbalorditi. I rintocchi delle campane a martello risuonavano da ogni parte, e davano segno che si voleva dai cittadini continuare la lotta. Era indispensabile anche pei nostri nemici il formar un piano preciso, perchè era chiaro che il domani si sarebbero riprese le ostilità su vasta scala. I Tedeschi infatti si erano ritirati anche da Porta Orientale, lasciandovi solo tanti soldati quanti bastassero per custodire la porta. Incoraggiati da ciò, i cittadini fecero una barricata anche presso il ponte fra casa Serbelloni-Busca e l'altra che gli sta di fronte. Rientrato a casa mia, passai buona parte della notte a far cartuccie, ingrossando con tela le palle sì che entrassero forzate e si avesse un colpo meno incerto.