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Rinaldo ardito: Frammenti inediti pubblicati sul manoscritto originale cover

Rinaldo ardito: Frammenti inediti pubblicati sul manoscritto originale

Chapter 4: CANTO II
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About This Book

A volume presents previously unpublished poetic fragments attributed to a major Renaissance epic poet, consisting of incomplete cantos that recount the adventures and affections of a chivalric hero. An extended prefatory essay traces the manuscript's discovery, uncertain transmission, provenance in private collections, paleographic challenges, and scholarly debate about authenticity and its relation to the poet's larger epic; the surviving passages show stylistic affinities with the mature work and occasional allusions to contemporary events, but remain fragmentary, corrupted in places, and open to editorial reconstruction.

CANTO II

I.

Benchè da poi che 'l Redentor del mondo

Dimostar[31] volse un sol Dio trino et uno,

Ogni idol falso[32] rovinasse al fondo,

Pur fra' pagani ancor ne restò alcuno;

Che li[33] altri Dei, eccetto il ver, secondo

Debbe di nuoi[34] fedel creder ciascuno,

Erano di Pluton seguaci rei,

Che la gentilità chiamava Dei.

II.

Ma per la morte, e pel misterio sacro

Della acerba passion del Verbo eterno,

Qual segnò i suoi di quel santo lavacro

Che lava in nuoi ogni peccato interno,

Restò a Plutone il mondo acerbo et acro,

E ritrarse gli fu forza all'Inferno;

Nè falso alcuno Idio restò a' cristiani,

Ma qualche illusion fra li pagani.

III.

IV.

Toccavassi[36] ella e ragionar se odiva,

E porse a quel baron[37] lo illustre scuto,

A cui, da poi che 'l suo parlar finiva,

Rispose allor sagace Feraguto:

O sii donna mortale, o eterna diva,

Eternamente ti sarò tenuto,

Che in dui perigli, fuor d'ogni speranza,

In l'un scuto mi desti, in l'altro stanza.

V.

VI.

Ma non sciò, ninfa,[40] se ragione o errore

Sia, che sperar mi fa di questo puoco:[41]

Come esser può che a quella Dea d'amore,

Che altrui suole infiammar, piaccia tal luoco?

Esser non può che in umile liquore

Produr si possa, e conservarsi, il fuoco,

Il fuoco che più al cor d'ogni altro preme,

Che mal pon stare dui contrari insieme.

VII.

VIII.

Ma dubitar non dei, che 'l fuoco pasce

In umido[43] liquore e si conserva,

Come in vuoi il calor nativo nasce

In radicale umor, che in vita serva

Nel materno alvo l'uomo e nelle fasce,[44]

E sempre umor da morte lo preserva;

E in la lucerna piccoletta fiamma

In oleo e in altro umor se aviva e infiamma.

IX.

Però Venere infiamma e si diletta

Di quello umor che sta col caldo insieme,

Anci nel mar di spuma fu[45] concetta

Venere in cambio di genital seme;

La cosa non dirò, baron, perfetta,

Però che l'onestà la lingua preme,

Et a una donna, ancor che meretrice,

Lo inonesto parlar sempre desdice.

X.

Il viver di Saturno, e ciò che fece

Al padre suo, mi converria narrarte;

Ma questo ad uomo più che a donna lece;

Bastammi[46] a dir la più opportuna parte,

E che come la fiamma in oleo o in pece,

Così in l'umor stia il caldo, dimostrarte;

Nè ti sia cosa nova e inusitata.

Che una Naiade a Vener sia dicata.

XI.

O felice colui che intender puote

Il secreto poter della natura!

O quante cose sono al mondo ignote

Che l'uomo di sapere ha puoca cura;

E se fussero a nuoi palesi e note

Procederia ciascun cum più misura.

Da te ben resto chiaro e resoluto,

Rispose a quella dama Feraguto.

XII.

Ma pregote, dapoi che mi hai promesso

Favorire[47] in amore i miei disegni,

Che quando un tanto don mi fia concesso

Di amar cum frutto, me ne mostri segni;

Che sempre duolse, puoi[48] che in speme è messo,

A cui come sperava non li avegni:

Sicchè, dama gentil, fa' poi ch'io sapia

Quando tal grazia in mia persona capia.

XIII.

Rispose allor la vezzosetta dama:

Io sempre fui fedele a chi mi crede,

E Vener anco, e chi infedel la chiama,

Non ben dicerne[49] quel ch'amor richiede;

Fidelità conviensi a chi bene ama,

E dir si suol che Amor sempre vuol[50] fede;

Ma acciò ch'in breve il tuo desir consegui,

Conviene che più oltre ancor mi segui.

XIV.

Rispose quel baron: guidami pure,

Se ben volessi, giuso ai regni stigi,

Che disposto[51] mi son, dama, condure

Dove ti piace pronto a' tuoi servigi.

Ma mi bisogna[52] l'animo ridure

Dove lassai, io credo, Malagigi,

Il qual, se vi rimembra, in l'altro canto

Vi lassai cum ragion jocondo tanto.

XV.

Io vi lassai di ciambra già partito

Della regina, e l'uno e l'altro lieto,

Che tanto l'uno a l'altro era gradito

Che ciascun di essi ne restava quieto;

Desidra la regina che finito

Presto sia il giorno al suo piacer secreto,

E sol la notte a lei felice espetta,

Che Amore è cieco, e notte gli diletta.

XVI.

E senza altro pensare, un suo fidato

Accorto servitor chiamò quel giorno,

A cui disse, se sei, come hai mostrato,

Sempre nemico a chi mi vuol far scorno,

Prego che vadi più che puoi celato,

E Orlando trovi cavaliero adorno,

E nostro capitan, se sciai qual sia,

E questa gli darai da parte mia.

XVII.

E una lettera in mano al messo porse,

Che del suo amore il conte reavisava;[53]

Dopo molte proferte, il servo corse

Al finto non ma al ver conte[54] di Brava:

Il conte poi che del sigil si accorse,

La lettra prese, e altro non parlava,

Anci notando[55] il servo, in man la piglia,

In atto d'uom che assai si meraviglia.

XVIII.

Sciolsella[56], e prima sotto[57] lesse

Il nome di chi a lui la scrive e manda;

Subito il resto a leger poi si messe

Di tal tenore = A te si aricomanda,

Conte, colei che per signor ti ellesse,

E sol ti apprezza, e solo ti dimanda;

Pregate, come la notte passata,

Questa altra ancor ti sia racomandata[58].

XIX.

Rimase il conte alle parol suspeso,

E di notte non scià, nè de che scriva;

Ma pur per coniettura ha in parte inteso

Quel che chiedea la donna, e le agradiva;

Scià ch'ella già lo amava; onde compreso

Ha che di novo in lei lo amor si aviva;

Ma pur di quel che ha letto assai si ammira,

E di novo la lettra or lege, or mira.

XX.

E alla proposta subito rispose,

E rescrisse una a lei di tal tenore:

Regina mia, nelle importanti cose

Vostre del regno sol vi mostro amore;

Ma in altre trame occulte et amorose,

Non fui mai vosco; onde pigliate errore:

Nè sta notte nè mai giacqui cum vui;

Credo ch'in cambio mio godesti altrui.

XXI.

XXII.

E cominciò a dolersi la regina

Allor del conte assai cum voce pia;

Lacrimando diceva: ahimè mischina,

A chi dei l'alma e la persona[60] mia!

Ad un che fu la notte, e la mattina

Dimostra ingrato che più mio non sia;

E a me che io il vidi, e sciò che fu certo ello

Non si vergogna dir, che non fu quello.

XXIII.

Nol vedeste, occhi vui, che le fattezze

Avea del conte? io sciò che non errasti;

Ora son queste, Orlando, le prodezze

Che per mio amore usar prima pensasti?

Se pur non ti piacean le mie bellezze,

(Che poco sono) a che, crudel, le usasti?

A che sì piccol tempo le godesti,

E da me, ingrato, come vil ti arresti?

XXIV.

Forse ch'io non ti son piacciuta quanto

Credevi prima, ahimè, solo a vedermi?[61]

Ma perchè, ingrato, tante volte e tanto

Quella notte tornasti a rigodermi?

Se allor bella non fui, come di manto

Adorna poteva altri e tu[62] tenermi?

E se a me più tornar pur non volevi,

Negarmi esser lì stato non dovevi.

XXV.

Dall'altro canto il conte Orlando stava

Suspeso assai, nè scià quel che si dire;

La cosa ben come era imaginava,

Ma non la scià per lo ben colorire;

Che essa l'avesse in fal preso pensava

Per cieca volontà, per gran desire,

Nè scià chi possa avere audacia presa

Di essere entrato in una tanta impresa.

XXVI.

Non scià come essa lui in fal pigliasse,

Nol cognoscendo al viso e al proprio aspetto,

Nè scià ch'in faccia lui rapresentasse

Salvo Milone, a lei figlio diletto,

Qual non si crede[63] che alla madre usasse

Tanta sceleritade, tanto diffetto[64],

E stette in tal penser tutto quel giorno;

Ma il conte io lasso, e a Malagigi io torno[65].

XXVII.

XXVIII.

Fu dalla più secreta camariera

Portata alla regina la novella,

Come ad essa il gran conte venuto era

Per visitarla, se piacesse ad ella;

Tutta turbossi la regina in ciera,

E in mille parti il sdegno la martella,

E dubita di dui qual debbia fare,

O se lo escluda, o pur lo lassi entrare.

XXIX.

Non scià quel che si far, tutta è commossa,

Non scià se contradica o se consenta,

Ma l'amor più che l'ira ebbe gran possa,

Sì che a lassarlo entrar restoe contenta;

La camariera ad introdurlo mossa,

Avanti alla regina lo appresenta,

E Malagigi non sapendo il fatto,

A lei si appresentò cum allegro atto.

XXX.

XXXI.

Ma senza altro parlarli, la regina

La lettera del conte al baron diede;

Presella[69] quello, e subito divina

Dove il gran sdegno di colei procede:

E più cognosce ancor la sua ruina

Che la lettra del conte in scritti vede;

La lettra lesse, e poi rivolto a lei

Disse, regina, per un scherzo il fei.

XXXII.

Tutta mutossi la regina allora,

E serenò la fronte e il suo bel ciglio,

E più che mai Orlando la innamora,

E subito le fa mutar consiglio;

Ma quietata non bene era ella ancora,

Quando a lei corse un suo fedel famiglio,

E dissele, regina, il tuo figliuolo

Si trova in gran contrasto e in maggior duolo.

XXXIII.

Il conte Orlando nostro defensore,

Venuto da ponente[70] ove il sol monta

Per defendere il stato e il vostro onore,

Credo che ricevuta abbia qualche onta;

E dir l'ho udito al tuo figliuol: Signore,

Se sta persona mai per te fu pronta,

Se mai io satisfeci al tuo desire,

Piacemmi[71] assai, ma ormai mi vo' partire.

XXXIV.

XXXV.

Poco cervel coprir de' la tua fronte,

E che l'hai dove la civetta[73] il gozzo:

Or non è qui a me presente il conte,

Che ti sian cavi li occhi, e il capo mozzo?

Rispose la regina; e a me raconte[74]

Una tal falsità, ribaldo e sozzo:

Sei cieco, over bevuto hai troppo vino,

Che qui non vedi Orlando paladino?

XXXVI.

Guarda il famiglio, e resta stupefatto,

E cognosce che quello è Orlando apponto:

Io non sciò, disse, come vada il fatto,

E come pria di me costui sia gionto;

Io il vidi, io lo udii pur, e corsi ratto,

Regina, a te, che sciai quanto sia pronto;

E non sciò come sia possibil questo,

Che egli di me sia giunto a te più presto.

XXXVII.

E partito[75] porrò cum chi lo accetta,

Che quel ch'io vidi, Orlando, è in sala ancora,

E parla cum Milon, che così in fretta

Venni, che certo ancor cum lui dimora.

Perchè a chi il fatto attien sempre suspetta,

Molto turbossi la regina allora;

A Malagigi guarda, e si dispone

Veder di tal novella il parangone[76].

XXXVIII.

Malagigi, che più non può coprirse,

Dispose allor finir la cosa in riso,

E volto al servo disse, che forbirse

Debbassi[77] ben di nuovo e li occhi e il viso,

E che debbia correndo indi partirse,

E ben cerchi mirare attento e fiso

Se più dove diceva[78] il conte vede,

E poi ritorni, e facciane lor fede.

XXXIX.

XL.

E nulla dire allora a Milon volle,

E fra se parla, e torna alla regina,

Et a lei disse: chi 'l cervel mi tolle,

Peggio[80] che non veggio io quello indivina;

Tu sei troppo, regina, a creder molle,

E ne potria reuscir tua gran rovina;

Orlando è in sala, e questo è certo assai,

E a vederlo tu ancor venir potrai.

XLI.

Rispose la regina: io vo' vedello,

Ch'io voglio, s'io non trovo, castigarti;

E tu, conte, se tu però sei quello,

Prego che qui mi espetti e non ti parti:

Rispose Malagigi, io son pure ello,

E per meglio voler certificarti,

Qui dentro chiuso voglioti espettare,

Fa' pur quanti usci vuoi di fuor serrare.

XLII.

XLIII.

Ma come sempre saggia e discreta,

Farne vendetta al tutto si dispose,

Ma per suo onore più che può secreta,

Ordine buono al suo disegno pose;

Molti de' suoi armò, che non gliel vieta

Alcun, che potea queste e maggior cose,

E condusseli ove era il finto Orlando,

Per legarlo prigione al suo comando.

XLIV.

Ma intanto Malagigi la mala arte,

Buona per lui, aveva oprato solo,

Che solo a un comandare e aprir di carte

Passava i muri, e se ne andava a volo;

Effigie muta,[83] e quando vuol si parte,

E il gaudio in pene[84] muta, in gaudio il duolo:

Egli uscì fuora, e[85] in cambio suo rinchiuso

Un spirito lassò da lui bene uso.[86]

XLV.

Nè vi ammirate se tal cosa fa,

Che questo, a lui ch'è mastro, è cosa picola;

Un libro consecrato il barone ha

Che tutti i segni di tale arte articola;[87]

In quello ogni scongiura e forza sta

Che descrive Azael[88] e la Clavicola,

E però dal demonio egli è obedito

Secondo le occorrenzie e l'appetito.

XLVI.

Partisse allora egli per più destra[89]

Che puote, che sapea quel che importava;

Non sciò se uscisse per uscio o finestra,

O se demonio o spirito il portava;

Da l'altra parte la regina allestra[90]

Li armati suoi, e nella ciambra entrava,

E addosso a Libichel,[91] ch'in propria forma

Del conte stava, corse quella torma.

XLVII.

Tutti cum gran furor[92] contra a lui ferse,

Per far della regina ogni[93] comando,

Che tutta l'ira contra a quel converse,

Che era in la ciambra, come a finto Orlando;

Ma Malagigi l'animo non perse,

Anci rispose bene al lor dimando,

Che a chi per darli o lo pigliar s'accosta,

Cum pugni e calci fa buona risposta.

XLVIII.

Gridava ognun: pigliamo sto mal guerzo,[94]

(Che così è il spirto in forma del gran conte)

Ma Malagigi lor fa stranio scherzo,

E a chi una gota rompe e a chi la fronte,

Dui fece tramortire, e occise il terzo,

E contra li altri ha ancor sue forze pronte;

E ad un di lor, che gli contrasta invano,

Tolse per forza un gran baston di mano.

XLIX.

Questo vedendo li altri, e che ben li onge,[95]

Ciascun sta largo, e il guardano alle mani;[96]

Dàlli dàlli, ciascun grida da longe,

Come quando talor son tocchi i cani,

Che abaglian[97] pure, e alcun non morde o ponge,

E vanno intorno oppur stanno lontani;

Così fan quelli, e gridano sì forte

Che udito già l'avea tutta la corte.

L.

Milon vi corse, il conte, e il gran Fondrano,

Rosadoro, Arideo cum altri insieme;[98]

Ciascun teneva o brando o spiedo in mano,

Che chi il caso non scià di peggio teme;

Allora Libichel si fa più strano,[99]

Il baston gira, e di gran furia freme

Per provocar più il conte e li altri in ira,

Corre al nemico, grida, salta e gira.

LI.

Intanto coi compagni il conte gionse,

E il tempo prese allora Libichello,

Per non mostrarsi Orlando a Orlando,[100] assonse

Novella forma, come gionse quello;

Effigie da baston proprio si agionse,

E divenne di uno uomo uno asinello;

Io non sciò se Turpino in ciò mi inganni,

Fu uno[101] asinello di ben sopra otto anni.

LII.

Rignando cominciò giocar de calci,

E porre ivi ciascuno in gran conquasso;[102]

Fra color si dimena, e con gran balci[103]

E correr, ne va assai più che di passo;

Non fa tempesta, quando scorza i salci,[104]

Tanto rumor ne' campi e tal fracasso,

Quanto fa allora il spirto Libichello

Mutato (come io dissi) in asinello.

LIII.

LIV.

LV.

Ma il conte Orlando, cavalier saputo,

Che ebbe la lettra, s'avisò del fatto,

Perchè più d'uno incanto avea veduto

Per altri tempi, imaginossi il tratto,

Che Malagigi, o chi altri, qui venuto

Fusse per eseguir questo tristo atto,

Et a quanti baron si vide avante

Disse: qui è stato qualche negromante.

LVI.

Confermò ognun quel che 'l conte prevede,

Il qual disse a ciascun che presente era:

Io sum[107] Orlando, il quale in Cristo crede,

E la sua legge è sola al mondo vera;

Mostrar vi voglio la cristiana fede

Quanto potente sia, quanto sincera;

E l'asino gridò:[108] Demonio tristo,

Partiti quindi per virtù di Cristo.

Manca la continuazione

LVII.

Ebbe il gigante allora acerba pena,

Pur si ritenne in piede, e il capo quassa,

La mazza stringe et a due man la mena,

E contra a chi il percosse un colpo lassa;

Schifarlo puote il Paladino appena,

Ma pur da parte salta, e il colpo passa;

Egli è mastro di guerra, e il suo Rondello

Ai salti è assuefatto, e molto snello.

LVIII.

Schiffò quel colpo, e ben volse[109] il marchese,

Ma renderlo non puote a quella volta,

Chè separate fur le lor contese,

Tanto crescea de' cavalier la folta;

Sicchè Oliviero allora altra via prese,

Mostrando tra' pagani audacia molta:

Quanti ne giunge pien di rabbia e tosco,

Male integri li manda al regno fosco.

LIX.

LX.

Ma Balugante cupido di sangue

Bravante il maladetto a ferir manda;

Mossessi[111] quello a guisa di fiero angue,

Se advien che 'l tosco disdegnato spanda;

Restò a tal gionta ogni cristiano esangue,

E a fugir cominciar per ogni banda;

Li più galgiardi[112] allor ebber paura,

Movendossi[113] il pagan de empia statura.

LXI.