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Rinaldo ardito: Frammenti inediti pubblicati sul manoscritto originale cover

Rinaldo ardito: Frammenti inediti pubblicati sul manoscritto originale

Chapter 7: CANTO V.
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About This Book

A volume presents previously unpublished poetic fragments attributed to a major Renaissance epic poet, consisting of incomplete cantos that recount the adventures and affections of a chivalric hero. An extended prefatory essay traces the manuscript's discovery, uncertain transmission, provenance in private collections, paleographic challenges, and scholarly debate about authenticity and its relation to the poet's larger epic; the surviving passages show stylistic affinities with the mature work and occasional allusions to contemporary events, but remain fragmentary, corrupted in places, and open to editorial reconstruction.

CANTO V.

I.

Chi veder vole un bel giardino ameno,

Che sia de' riguardanti allo occhio grato,

De ordini il veggia e varietadi pieno,

Chè cum tal variar si fa più ornato;

Così un poema sta nè più nè meno,

Che esser de' vario in tutto et ordinato;

Così varia il pittor col suo pennello,

E per il variare il mondo è bello.

II.

Però, Signor, se bene io vi parlai

Poco anzi di re Carlo e di Leone,

Bene alloggiati tutti io vi lassai

Di careccie, di cibi e di mesone,[264]

E parmi aver di lor parlato assai;

Sicchè tornare io voglio al fio[265] d'Amone,

Qual per amore ha l'anima gioconda,

Cum la sua bella e umiliata Ismonda.

III.

IV.

V.

VI.

Io vi lassai sì come Bradamante

Seguito avea Ranaldo: per trovarlo

Passati ha i Pirenei,[269] e va più avante,

Che al tutto si è disposta a seguitarlo;

Volse il camin pigliar[270] verso Levante,

Che anco Ranaldo spesso solea farlo;

Poi come spinta da furor divino[271]

Verso la Spagna prese il suo camino.[272]

VII.

E longamente nella Spagna errando,

Or nella Catalogna, ora in Castiglia,

Pur di Ranaldo va sempre cercando,

E cerca l'Aragona e la Siviglia;

Di cercarlo non resta, e nol trovando

Verso Valenza alfine il camin piglia,

Più presto non sapendo ove si andasse,

Che di veder la terra desiasse.

VIII.

E quasi apresso alla cittade essendo,

Vide uscir fuori una gran gente armata,

E in mezzo a quella sopra un carr[273] piangendo

Cum l'una e l'altra man drieto legata

Era una dama, quale a fuoco orrendo

A morir crudelmente[274] è condennata;

E sì pietosa piagne,[275] e aiuto impetra,

Che mosso aria a pietade un cuor di pietra.

IX.

Cum una benda aveva la donzella

Legati li occhi, come allor si usava,

Che non vedendo il suo tormento quella,

Così forse il morir manco le agrava;

Però bench'essa fusse in viso bella,

Per quella benda allor nol dimostrava;

Ma pietosa era nel suo pianger tanto,

Che gentil si mostrava insin nel pianto.

X.

Bradamante che amor[276] la dama vede

Fra gente tanta, et ode lamentarla,

La causa di tal cosa a un pagan chiede,

Qual le rispose che volean brugiarla,

Ne più[277] risposta poi a quella diede;

Ma Bradamante che ode lamentarla,[278]

Soffrir non puote, e la visera abbassa,

La lanza arresta e contra al capo passa.

XI.

Era capo di quelli un mascalzone

Maggior de li altri più d'una gran spana,[279]

Largo in le spalle, e grosso di ventrone,

Tagliato ha il viso, e guardatura strana;

E sin nell'ossa, a dirlo, era poltrone,

Che ha 'l corpo grande, e il cuore di puttana;

Ma in tutta Spagna mai non fe' natura,

Quanto era in quello, la maggior bravura.[280]

XII.

XIII.

Poi subito recossi in man la spada,

E al resto di color cacciossi adosso;

Non così secator atterra biada,

Quanto essa di color fa il terren rosso;

Scampale ognun davanti e fale strada,

Che quanto gionge taglia insino all'osso;

Tal fende al petto, e tale alla centura,

E chi non gionge, caccia di paura.

XIV.

Fu in breve spazio sbarratato il piano,

E abbandonato cum la dama il carro;

Fugì ciascuno che volse esser sano,

Morto quel capo lor poltron bizzarro;

E nell'arcion la dama cum la mano

Trassessi presto più ch'io non vel narro;

E via fugendo quella dama porta,

E cum parol la inanima e conforta.

XV.

Lontana da Valenzia la condusse,

Sempre[282] spronando forte il suo destrero,

Tanto che esistimò che salva fusse,

Nè più di essere offesa ebbe pensero;

E in ripa a un fiume appunto la ridusse,

Ove era naturale un bel verzero

Di mille frutti et erbe delicate,

Vaghe di sua verdura, e di odor grate.[283]

XVI.

Ivi slegolla, e gli occhi le disciolse,

E in terra dall'arcion repose quella,

E alquanto reposarse anch'essa volse,

E allor d'un salto si levò di sella;

Dapoi la dama apresso si raccolse,

Guardolla in viso, e ben le parve bella,

Che per la benda che avea a li occhi involta,

Bellezza le era e la apparenzia tolta.

XVII.

E subito pietà di quella prese

Maggior che pria la forte Bradamante,

E all'altra dama chi fusse chiese,

E qual cagion la indusse a pene tante;

Quella che sempre Bradamante crese

Esser non donna, ma barone aitante,

Rimase del suo onore in gran suspetto,

E più d'un gran suspir gittò dal petto.

XVIII.

Poi le rispose: Sapi, cavaliero,

Che per mio ben da Dio fusti mandato,

Che di ciò che mi chiedi io dirò il vero,

Che molto ben da me l'hai meritato.

Ma perchè dirvel poi più ad agio io spero,

Queste per or vi lasso in quel bel prato,

Che poi fur, per averle nelle mani,

Assai cercate da' Valenziani.

XIX.

XX.

Riguarda quello, e vede giù da un monte

Scendere un toro fra tre vacche belle,

E un pastor grande, che di fresco monte[285]

Tutte le aveva, seguitava quelle,

Che avea un solo occhio in mezzo della fronte,

Nè già vi scrivo favole e novelle;

Che grande era quello occhio a ponto a ponto

Quanto quatro comuni a giusto conto.

XXI.

XXII.

XXIII.

XXIV.

XXV.

E dove era Ranaldo cum Ismonda

Apunto apunto si trovò per caso;

Ranaldo che sua sorte assai gioconda

Sturbar si vede, e n'è privo rimaso,

Tanto si sdegna, e tal furor gli abonda

Che foco soffia per la bocca e naso;

E cum Fusberta in mano a gran furore

Andò Ranaldo contra a quel pastore.

XXVI.

Più non si mosse allor quel rozzo e brutto

Pastor, come ivi alcuno non vedesse,

E che securo si trovasse in tutto,

O contra a lui un fanciullino avesse;

E mossessi[291] il gran tor[292], quale era instrutto,

Che se in lor danno alcuno si movesse,

Debbia quel toro cum le corna urtarlo,

E cum quel colpo occiderlo o atterrarlo.

XXVII.

Mossessi il toro allor cum gran rovina,

E a un urto riversò Ranaldo al piano,

Proprio nel ventre cum la fronte china

La bestia gli fermò quel colpo strano;

Tramortito è Ranaldo, e la meschina

Ismonda piagne e si lamenta in vano,

Che subito il pastor quella pigliava,

E in mezzo alle tre vacche la cacciava.

XXVIII.

Come una belva fusse o un'altra vacca,

Innanzi si cacciava Ismonda bella,

E così nell'onor la offende e smacca,

Che assai più che 'l timor molesta quella;

Nel cuor dogliosa, e già nel pianger stracca

Non ardisce gridar, nè pur favella,

Però che se piangesse, avea timore

Che 'l tor non la offendesse o quel pastore.

XXIX.

Così lassando oppresso il suo campione,

Ismonda fra le vacce[293] caminava,

Il mostro che chiamato era Burone,

A un folto bosco oscuro la guidava;

La giovane tra se chiama Macone,

Ma nulla alla meschina allor giovava;

Prima tre or che fusse risentito

Stette Ranaldo in terra tramortito.

XXX.

Ma poi che fu risorto, a Ismonda[294] il core

Subito volse et ogni suo[295] pensero,

Come colui che le portava amore,

E per cercarla ascese il suo destrero;

Nè la vedendo, scoppia di dolore,

Che pur potette assai, a dire il vero:

Maledisse il pastore e la fortuna,

E intanto giunse allor la notte bruna.

Manca la continuazione