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Roberta

Chapter 13: X.
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About This Book

La narrazione segue Roberta, una donna segnata da una malattia e dal ricordo di un amore perduto, mentre vive in una cornice costiera descritta attraverso immagini intense. L'ingresso di Cesare Lascaris nella casa delle due sorelle riaccende memorie e tensioni affettive; la vicenda alterna introspezione psicologica, scene familiari e riflessioni sulla passione, la morte e la bellezza naturale. Il testo adotta uno stile lirico e sperimentale, ricco di metafore e immagini sorprendenti, che privilegia impressioni e frammenti emotivi più che una trama lineare.

Il ricordo che le si presentava così repentino l'arrestò a un tratto perchè le doleva crudelmente. Ella era stata moglie innamorata, più che affettuosa; l'amore era conseguito dal bisogno di trovare un senso nuovo intorno a sè, il quale non fosse parso desiderio volgare; e mentre l'uomo intendeva a crearle l'esistenza sognata, la morte era sopraggiunta, e ogni cosa erasi ridotta a parvenza d'un'idealità intravista, d'una rarità avvicinata e scomparsa…

Roberta non piangeva più, ma raddoppiando d'attenzione, tentava figurarsi il volto e l'atteggiamento d'Emilia. La cercò a lungo con lo sguardo senza muoversi e scoperse infine una forma chiara, diritta; ascoltò il rimprovero, pensando che le parole erano inutili e rimaneva il fatto, il ribrezzo mal celato; s'indugiò con gli occhi a quella forma quasi chiara e diritta, indovinando l'ombra scesa sulla fronte della donna.

—Quando sono rimasta vedova….—continuò Emilia, dolorosamente colpita che Roberta non l'avesse interrotta e l'obbligasse a compiere la frase,—io ti ho promesso di non allontanarmi da te, e tu mi hai promesso la tua affezione più devota…. Dovevamo percorrere la nostra via insieme, veramente da sorelle…. Io non ho ancòra nulla da rimproverarmi…. E tu, Roberta? Non hai nulla da rimproverarti? Ti sembra di amarmi quanto ti amo io?… Roberta?… Non mi ascolti?… Non vuoi rispondere?

Allungò la mano vivamente, incontrò sul tavolino la candela e l'accese….

La fanciulla appoggiava un gomito al guanciale, stando coricata di fianco sopra le coperte; alla luce inattesa si rannicchiò dentro la camicia per nascondere le gambe smagrite. Ella andava macchinando molte ragioni da obiettare, molte dure e taglienti parole, che avrebbe pronunziato senza ritegno col favore dell'oscurità; ma il lume acceso le smagò l'energia necessaria, e le ragioni e le parole si dispersero.

Guardò di nuovo Emilia avvolta nell'accappatoio bianco, da cui sorgevano il collo tornito e la testa fiorente di vitalità; le gambe chiuse nelle calze di seta nera erano accavallate l'una sull'altra; e i piccoli piedi, seminascosti in piccole pantofole rosse. Quello spettacolo di giovanezza, quella giovanezza piena, la quale pareva dicesse:—«Io sfiorisco lentamente qui, ma qui non dovrei essere, e il mio destino è più forte d'ogni calcolo pietoso,»—riattizzarono in Roberta l'energia per le parole amare.

—Ecco,—rispose chinando la testa a osservarsi le mani, perchè non osava sostenere lo sguardo interrogativo e dolente di Emilia,—senza dubbio quanto tu dici è vero; ma io non ti aveva chiesto di ricordarmi i tuoi beneficii…. Mi sentivo male, stasera, e avevo paura…. Sai che io sono una sciocca e non ragiono bene come te…. Avevo paura, son venuta nella tua camera, e tu mi hai mandata via….

—Ma è falso, Roberta!

—No, non è falso: mi hai mandata via…. Perchè? Potresti dirmelo, tu che mi ami tanto, potresti dirmi il motivo pel quale non mi hai concesso di passar teco la notte? Non è forse perchè ti faccio orrore, perchè sai che la mia malattia è probabilmente contagiosa; perchè hai ribrezzo di tua sorella, infine?…

—Roberta, che cosa dici?

—Hai ribrezzo di tua sorella, e sei stanca di doverle prestar le tue cure…. Tutto ciò, io l'ho capito, l'ho visto ne' tuoi sguardi, non soltanto questa notte, ma da tempo, dal giorno in cui ti è venuto il dubbio ch'io fossi tisica, tisica, tisica!…

Nello sforzo di lanciare le terribili parole, s'era spinta innanzi col busto, protendendo il collo scarno; e coi capelli sciolti per le spalle, arruffati sugli occhi, sembrava una magra femmina selvaggia che gettasse un grido lugubre nella notte; di sotto gli archi sopraccigliari saettava una corrente d'odio.

—Ascolta, Roberta….,—disse Emilia, sgominata dalla subitanea trasformazione della giovanotta in una energia fisica, urlante di rivolta e di dolore.

—No, tutto questo mi fa peggio di qualunque malattia,—seguitò Roberta senza curare l'interruzione.—Sei venuta a rassicurarmi, dici, e resti lì, inchiodata sulla sedia, studiando di non avvicinarti…. Se ti chiedessi di stringermi forte fra le braccia, di mettere le tue labbra sulle mie, rifiuteresti inorridita…. Sei la mia condanna, tu che mi vuoi bene…! Ah sì, i medici mi confortano, mi dànno a sperare, ma io vedo che le loro parole sono false, perchè tu me lo fai capire ad ogni istante, me lo dici ogni giorno, ch'io sono ammalata per sempre…. E non hai compreso, Emilia, non hai compreso che io non voglio morire? che ho il terrore della morte, che non posso dormire per quell'idea? Voglio vivere, vivere, vivere, come te, come gli altri, perchè sono giovane, perchè ne ho il diritto, perchè….

E senza compiere la frase, spalancando, le braccia nell'aria disperatamente, mandò tale un grido di rabbia e di desiderio, che Emilia balzò in piedi quasi una scudisciata le avesse lacerata le carni…. Corse a Roberta, la strinse pazzamente al seno, appoggiandone la testa sulla propria spalla.

—Roberta,—mormorò quasi con febbre,—Roberta, non è vero che sei malata e ch'io ho ribrezzo di te! Come hai potuto supporre?… Vuoi le mie labbra, vuoi che ti stringa così? Senti che ti bacio? Senti che ti chiedo perdono, se ti ho dato, motivo a dubitare di me? Dormirò con te questa notte, dormirò ogni notte con te, purchè tu mi creda…! Aspetta….

Con la mano che non sosteneva il corpo di Roberta, Emilia slacciò i cordoni dell'accappatoio e adagiò la fanciulla per coricarsi a fianco di lei; ma Roberta era pallida e anelante, e la donna tacque a un tratto, e si chinò a guardarla spaurita….

—Roberta,—disse,—ti sentì male?

—No,—rispose la giovanetta,—ma sono stanca: ho bisogno di riposare; lasciami sola….

—Che paura mi hai fatto, bambina! Perchè mi hai detto tante cose tristi? Hai voluto punirmi?

Emilia stava in piedi accanto al letto. Roberta, aggomitolata nella camicia azzurra, fissando gli occhi in alto, coi capelli sparsi sull'origliere ascoltava giunger di fuori il ritmo quadruplice d'un treno, il quale passava soffiando nella tenebra dei campi, lungo la tenebra del mare.

—Bisogna resistere alle cattive idee,—continuò Emilia;—ho parlato di te l'altro giorno al signor Lascaris: e anch'egli mi ha detto che tu sei guarita…. Guarita, capisci?

—Oh, il signor Lascaris dirà tutto quanto vorrai,—osservò Roberta con un riso stridulo.—Il signor Lascaris non sarà mai sincero con te, ed io non credo a lui, come non credo agli altri…. Guarda,—aggiunse, facendo uno sforzo per tornare a sedersi sul letto e rimboccando una manica della camicia,—guarda come sono ridotta, come sono divorata dal male…. Ti paion queste le braccia, il petto d'una ragazza di diciannove anni?… Non vedi quante macchie? Fin che queste macchie non spariscano, io sarò malata, avrò la morte qui dentro,—e si toccava il seno con le mani febbrili.—Il signor Lascaris, il dottor Noli, tutti possono ben parlare: nessuno oserebbe dire a me o a te, ch'io debbo morir presto….

Si raccolse per seguire a testa bassa l'eco della frase spietata, che le risonò nell'animo quasi non l'avesse pronunziata ella medesima.

La luce gialla della candela le stendeva sul volto una maschera cerea, in cui gli occhi vitrei diventavano traslucidi e i capelli biondi si snaturavano in un pallidissimo color d'ambra; la camicia cilestrina così mite e ridente sopra un corpo rigoglioso, era sinistra su quel corpo magro, pareva un drappo ilare avvoltolato per ischerno intorno a un rigido fantoccio.

Emilia s'era collocata di fianco sul letto, a viso a viso con la sorella, e la guardava inquieta.

—Non agitarti di nuovo,—ella pregò,—non esaltarti, non è vero nulla di quanto tu dici….

—Morire, morire, capisci?—continuò Roberta.—Devo morire, presto. Tu non credi alla morte; tu l'hai dimenticata, perchè sei sana, sei bella…. Vedi come sei bella,—proruppe in aria di corruccio, mentre, allungando le mani, apriva ad Emilia l'accappatoio già sciolto, e le additava il collo rotondo, i seni tondi e duri, che si delineavano, perspicui sotto la camicia. Emilia si ricoperse vivamente.—E anch'io avrei voluto essere bella, e piacere…. Ogni cosa è per voi, che siete belle e forti…. Io devo morire, morire!

La voce, dopo essere stata mordace, era divenuta sommessa, desolatamente triste, ed Emilia non osò più resistere. Ella s'era ben detto che doveva consolar la sorella e farla sperare e vincerne i fantasmi; ma dove trovar le parole di conforto, le quali valessero quelle parole disperate, e le superassero? Tacque; poi lentamente, anche la voce di Roberta s'abbassò a un mormorìo lamentoso:

—Avrei voluto essere bella, e devo morire…. Non ho più nulla per me: non posso nemmeno respirar l'aria che respiri tu, e goder l'ombra; devo andare in cerca del sole….

—Fatti coraggio, Roberta; sono, idee….—tentò ancòra Emilia.

—Ho paura della morte….

—Perchè vuoi renderci tristi? Sei guarita….

—Ho paura della morte, e ogni giorno, essa può entrare in questa camera….

—Sei così giovane…. La giovanezza è una forza…

—Quanti muoiono giovani! E come, come, dovrò morire?

—Roberta, Roberta, non esaltarti.

—Ma sono disperata! Non senti la disperazione nelle nostre parole?

—È la notte; domattina tornerà la speranza.

—Sarà peggio; e la morte continuerà il suo cammino, mentre noi aspetteremo la vita….

—Silenzio, Roberta…. Pensa a domattina, col sole, col mare calmo e illuminato….

—Tutto questo è così indifferente al mio male! E nessuno, anche i non indifferenti, potranno giovarmi: dovranno assistere alla mia morte, senza stendere la mano per allontanarla d'un'ora….

Nascose il volto tra i guanciali, piangendo liberamente; Emilia le passò le braccia attorno al busto, mettendo il capo presso il capo di lei.

Così piansero a lungo, rischiarate dalla luce giallastra della candela elle si consumava: e l'alba trovò le due donne discinte, che parlavan della morte, a testa china sul medesimo, guanciale.

VI.

La notìzia fu annunzìata con tanto ingenua serenità, che nessuno avrebbe supposto fosse falsa. Per sospettarlo, bisognava conoscere l'indole impulsiva di Roberta, la quale non trovava nulla così dolce quanto inventare un fatto o raccontare una bugia. Qualche volta rimaneva ella medesima colpita dalla propria abilità, dalla spontaneità incomparabile con cui repentinamente, minutissimamente, sapeva esporre una lunga favola di sua creazione; e in un attimo stendeva una rete di menzogne inutili, sbizzarrendosi a saldar l'allacciatura dei nodi, che potessero resistere a qualunque sforzo d'obiezione. Spesso con Emilia aveva fatto il giuoco infantile, ma lo aveva concluso con una risata, gettando le braccia al collo de la sorella, e dicendole:—«Non è vero. Ho inventato tutto, per divertirmi.»

Con Cesare Lascaris lo esperimentò un giorno in cui era piena di speranze e si sentiva bene e aveva voglia di ridere a spese di qualcuno. D'altra parte, Cesare non le piaceva: era bruno, coi tratti del viso irregolari e forti, senza barba, ed evidentemente magro quasi quanto lei.

—Mia sorella è uscita per il bagno,—ella disse non appena l'uomo comparve in giardino.—Tornerà' forse fra un'ora.

Poi, mentre parlavano di cose indifferenti, la fanciulla trovò modo di farvi sgusciar dentro la notizia falsa, a guisa di parentesi:

—…. Lei sa che mia sorella è fidanzata, non è vero?… Lo sa?…

Cesare stava fortunatamente a testa bassa, disegnando sulla sabbia una serie di circoli concentrici; e sùbito, al colpo non atteso, ricordò che la professione medica aveva saputo creargli una maschera di calma impenetrabile, per i casi disperati.

Sollevò la testa, senza batter palpebra.

—Me ne congratulo sinceramente,—rispose.

—Non ne dica nulla a Emilia, però. Forse mi rimprovererebbe….

E per qualche minuto la ragazza continuò a parlare, enunziando tutte le particolarità del fidanzamento. Si trattava d'un giovane signore di Milano: il matrimonio sarebbe avvenuto nell'ottobre prossimo, in Riviera, perchè Emilia non voleva abbandonar la sorella un sol giorno; quanto a lei, Roberta, sarebbe rimasta presso gli sposi.

Cesare ascoltava immobile, non accorgendosi che dalle mani gli era scivolato il portasigarette di tartaruga ed era caduto a terra. Guardava la ragazza, scoprendole a un tratto qualche espressione profondamente femminile, che gli era sempre sfuggita.

Con una gamba sull'altra in modo da lasciar vedere un po' delle calze, con le braccia aperte sulla spalliera della panchetta rustica, la testa portata indietro, le ciglia socchiuse, Roberta era in quel giorno e in quell'atto molto sessualmente femmina, emanava inconsapevole un'acredine sensuale, eccitava una cupidigia di violenza bruta.

Il giovane aveva tentato a più riprese di sviar l'argomento; ma Roberta era inflessibile, quantunque la mancanza d'obiezioni da parte dell'ascoltatore le togliesse il meglio del suo piacere; pur tuttavia seguitò a descrivere il carattere del fidanzato, un uomo eccezionale, senza confronti.

Infine, Cesare si alzò per troncare la conversazione, e mise il piede sul portasigarette, che schizzò in frantumi. Fu la sola prova di oblio completo, ma fu anche quella la quale divertì immensamente Roberta, che lanciò alcuni trilli di gioia puerile.

—Che cosa fa? Che cosa fa?—esclamò ridendo.—È il suo astuccio!…
Se n'era dimenticato?… Guardi come l'ha ridotto!

Le risatine perlate della ragazza lo ferirono anche peggio. Si chinò a raccogliere i frantumi, e se li rovesciò macchinalmente in tasca insieme a un po' di ghiaia e a qualche sigaretta, mentre Roberta raddoppiava le risatine quasi maligne.

—Deve star molto bene, Lei, oggi?—domandò Cesare.

—Sì…. Perchè?—rispose la giovanetta oscurandosi subitamente in volto,—Come mi trova?…—Sono pallida?

Tale era l'umile preghiera della voce, che Cesare non ardì spingere oltre la sua vendetta.

—Appunto,—si affrettò a dire.—Non l'ho mai vista meglio: ha un colorito splendido.

Roberta mandò un sospiro di conforto, e Cesare si limitò a pensare:

—«Con una parola potrei forse ucciderti.»

Ma sentì di repente che si svegliava da un sogno, e che tutte le cose intorno a lui avevano ripreso il loro aspetto comune, laddove per qualche tempo egli aveva visto il giardino grande come una foresta, e i filari degli aranci profondi come i sentieri di quella foresta.

Nauseato, stava per andarsene quando Emilia sopraggiunse; aveva il suo solito abito, lilla, e in testa portava un cappello rotondo, di grossa paglia; le mani erano nude. Cesare la guardò appena, rifuggendo dall'analizzare anco una volta lo spettacolo di bellezza che non era per lui; Roberta prestamente gli gettò un'occhiata per implorarlo a tacere; e la conversazione s'avviò con una svogliatezza inabituale.

—Ebbene, che cosa è accaduto?—domandò Emilia a Roberta, quando
Cesare ebbe preso commiato.—Eravate così confusi tutti e due….

Roberta scoppiò a ridere.

—Ha rotto il suo astuccio da sigarette,—rispose.—Null'altro….

Poi, più tardi, in casa, non potè trattenersi e narrò ad Emilia la sua menzogna.

—Sono vere sciocchezze,—osservò la donna bruscamente.—Quale intimità abbiamo noi col signor Lascaris per prendercene giuoco? E perchè inventare una storia di genere così delicato? È orribile, che tu non possa vivere un giorno senza dire una bugia, a qualunque costo, al primo venuto….

Parlava con voce un po' alta, mentre andava preparando alla sorella una tazza di cioccolata di cui Roberta aveva abitudine; ma le sue mani tremavano, e con un movimento maldestro rovesciò la tazza di porcellana e la ruppe.

Per la prima volta, Roberta ebbe a pentirsi quel giorno d'una sua favola; perchè Emilia andò a rinchiudersi in camera e non si mostrò fino all'ora di pranzo. Roberta non l'aveva mai vista così agitata: fosse imaginazione o realtà, le parve che la sorella avesse pianto.

VII.

Si arrampicò per il monte dietro il paese, dove la straducola mancava del muro, e apparivano, come da uno squarcio, le acque, il paesaggio, il verde, il grigio.

Là, Cesare sedette; restò a guardar lo spettacolo fantastico, in una posa d'attenzione totale, sdraiato sopra un piano d'erba, all'ombra d'alcuni folti ulivi.

E lo spettacolo era così raro, che l'uomo ne fu per qualche istante tutto assorbito, e cominciò a osservar da lontano, avvicinandosi con lo sguardo a poco a poco fin dov'egli si trovava.

Da lontano, il mare in un'invasione di luce singolarmente nebulosa e dorata, aveva smarrito la linea d'orizzonte, unendosi col cielo dorato e nebuloso; talchè non si sarebbe potuto dire, nella falsa rifrazione, se le vele piccoline danzassero sul mare, o non piuttosto fossero tra cielo e mare sospese. In quella sterminata dovizie di luce impalpabile o dentro le acque animate dal formidabile riverbero, due scogli neri sorgevano, apparenti e scomparenti a capriccio dell'onda, circonvoluti da un rigoglio di spuma gialla. Le coste lontane, che nei giorni d'aria lucida si disegnavano perdutamente, stavan celate dietro il velario d'oro. Ma verso le rocce violette di Portofino, a levante, le acque avevan disperso il pulviscolo solare, e una violenta chiazza azzurra restituiva la solita visione col limite ben netto dell'orizzonte. Ancòra là, otto o dieci vele bianche, l'una accosto all'altra, erano farfalle posate con le ale trepide sul pelo delle acque; e due o tre, più basse, avevano una tinta bruna, quasi la luce non fosse giunta a tangerle. Così lungi, le imbarcazioni peschereccie, tenevan forma e significato di giuocattoli; nè si poteva credere portassero uomini massicci, curvi sul liquido specchio o stesi sulle tavole umide in aspettazione.

Poi, ad un tratto, diminuendo di molti gradi la lontananza prospettica, s'apriva agli occhi di Cesare la costeggiante verzura del paese, fitta e spessa come un vello, in numerose gamme di colore, in diverse altezze, da cui s'ergevano, i cipressi cuspidali. E ridenti di bianco o di rossiccio, le case vivevano tra quel magnifico sopore della vegetazione, che nell'aria calda non muoveva fronda o foglia.

Verso oriente era la chiesa bigia col livido campanile, cui s'aggruppavano stretti attorno gli altri edifici, i quali a mano a mano andavan poi disseminati in mezzo al verde, spinti fino al mare, collocati più alti sul lene pendio dei colli; e frequenti balzavan fuori tra casa e casa i ciuffi di verzura, i ciuffi argentei degli ulivi…. Dominava il grigio, per i ciuffi degli ulivi e per le lastre di ardesia che coprivano i tetti.

Più qua, immediatamente sotto il piano erboso dove Cesare stava, lo spettacolo era gentile, con due lunghi rettangoli di terra, che un giardiniere coltivava a rosai; e le rose bianche, opulenti, molte già sfatte, innalzavano un profumo carnale, potentissimo in quell'aria pura d'ogni altro profumo. Una cagna volgare abbaiava dietro invisibili fantasmi, correndo sulla terra grassa a calpestar le foglie di rose disperse.

Alcuni romori salivan dal paese: il grido di qualche rivendugliolo, lo schioccar delle fruste, il lamentio d'uno zufolo stonato; così fievoli tutti, vaganti nel grande spazio, che la lontananza pareva maggiore.

Lentamente le scene diverse si mutarono in imagini d'abitudine, per Cesare che le fissava con lo sguardo pigro di chi medita cose lontane; assorbivano la sua attenzione fisica, dando libero il corso ai pensieri.

La donna amata da lui, era per altri; la plastica di quell'impareggiabile corpo sul quale i suoi occhi s'eran posati nella deliziosa trepidanza dell'intuizione, doveva svelarsi intera a un altro uomo; in un'alcova ignota, la voce d'Emilia sarebbe diventata intima…. E la sinfonia classica dei bottoni che si slacciano? La visione della donna soffusa di bianco nel pulviscolo lunare?

Egli si trovava dunque impegolato in uno di quegli amori cui il volgo definisce, tra il rammarico e lo scherno, senza speranza; e ne derivava la necessità di gettarsi a capofitto in pieno romanticismo, o di togliersi per sempre da una strada che cominciava a diventar malagevole.

Aveva sognato. Qualche particolare dei sogni che inconsciamente era andato accarezzando in quei giorni, gli tornava alla memoria. Per esempio, aveva sognato una piccola villa con molti palmizii, addossata a una falange d'ulivi rampicanti sui colli; e tutto in giro, la campagna esalava quella serenità, la quale giunge così crudele alle umane sventure, ed è così piacevole per gli umani egoismi: la serenità dei grandi paesaggi alpestri, o dei graziosi paesaggi sui laghi lombardi…. Entro la villa, una voce femminile risonava nell'ombra moderata delle camere fresche…. In abito purpureo Emilia giaceva sovra un ampio divano carico di molti origlieri bizzarri; a' suoi piedi, egli stesso, Cesare, seguiva la voce della donna…. Uno svelto scaffale da ninnoli era coronato da un alto vaso di porcellana riboccante di fiori, che cadevan sotto uno spiraglio di luce; il sole ne irrubinava metà, un angolo di rose e di verbene, tra cui si drizzava qualche ciuffo di vainiglia.

Questa ed altre ideali concezioni d'avvenire, erano state bruscamente travolte, poichè non nella villa con molti palmizii, ma la voce d'Emilia sarebbe diventata intima e flessuosa in un'alcova ignota, per un uomo ignoto….

VIII.

—Senta! Senta!—gridava la fanciulla, rivolgendosi a Cesare e additando le ondate furibonde che si gettavano contro la spiaggia.—Sembrano colpi di cannone!

Cesare e le due donne eran giunti in riva al mare, convulso per il soffio poderoso del vento, e tutto bianco; eran scesi dalla strada sulle rocce più eminenti, arrampicandosi dove le onde non potevano arrivare. Ascoltavano così il rimbombo sordo dell'acqua contro le cavità degli scogli; un fragore talmente reiterato, che a fatica si distinguevano le voci.

—È bello! è bello!—esclamava Roberta, aspirando l'aria, e trovando sulle labbra un impercettibile umore salino.

I riccioli intorno alla fronte e al collo le si scompigliavano sotto la veemenza del vento; le gonne le si serravano alle gambe; ella rimaneva forte sul dosso scabro della roccia, sorridendo alla burrasca.

Dietro lei, Cesare s'era fermato a fianco d'Emilia. Questa, meditabonda e inquieta, aveva obliato un istante le sue riflessioni affannose, per ammirare lo spettacolo; ma la vicinanza dell'uomo, il quale pareva triste quel giorno e d'una tristezza di cui ella sospettava la causa, le dava un'immensa brama di spiegarsi, di togliere a sè e a lui dal cuore le punte, che la ingenua malizia di Roberta vi aveva affondato.

E pensava, quasi tremando:

—«Com'è strano che Roberta stessa ci costringa a parlare! Ella medesima ci ha offerto un argomento grave e pericoloso. Dovrò spiegare a Cesare che io non sono fidanzata ad alcuno, che non lo sarò mai, perchè mi sono votata a un'opera di sacrificio e ho promesso la mia esistenza alla sorella ammalata. Ma come risponderà egli? Come accoglierà la mia rinunzia?… La combatterà, certo, e poi non riuscendo a vincermi,—non riuscirà,—dovrà partire…. Resteremo noi due, io e Roberta, per sempre….»

Gettò uno sguardo a Roberta e a Cesare, e per la prima volta il tormento di dovere sceglier presto, inappellabilmente, le si affacciò all'anima con tutta la sua tremenda potenza.

Doveva sacrificare in eterno l'uno all'altra, e la scelta non le avrebbe dato mai pace, egualmente non fosse mai avvenuta; perchè la rinunzia di lei all'amore e alla felicità avrebbe reso più cupa la dissonanza fra il suo spirito e lo spirito di Roberta; nè ella avrebbe potuto perdonare a questa l'insanabile spasimo che le era costata.

E con l'orrore abituale in lei per ogni veemente dibattito, guardava in fronte l'avvenire, il quale si presentava amarissimo, qualunque via ella avesse percorso; e innanzi al mare fremebondo, alle ondate gigantesche, al cielo seminascosto sotto nubi tempestose, innanzi allo spettacolo ribelle, provava l'impeto di gridar la sua disperazione, di confondere la voce del suo furore inutile con la voce assordante di quel liquido furore, che si lanciava alla spiaggia, dopo aver già forse travolto uomini e navi.

—Fa bene quest'aria, signor Lascaris, non è vero?—domandò Roberta, sorbendo ancòra l'aria pregna di sali.

—Ma non si esponga al vento così,—osservò Cesare, mentre pensava che sotto la gioia della giovanetta si celava tuttavia la molestia d'un'idea roditrice.—Venga più qua; si ripari dietro queste rocce.

Alcune rocce grigiastre bucherellate formavano una specie di profonda insenatura, e drizzandosi fino all'altezza della strada, porgevano un ricovero naturale dalle raffiche del vento. Nella insenatura profonda, le onde si scaraventavano una sull'altra bianchissime, andavano a battere contro il fondo, si ritorcevano, ed erano risospinte dalle sopravvenienti, con vece assidua, con un ribollir di schiuma più candida del latte. Lo strepito risonava enorme.

Roberta sedette molto in basso, dove giungevano talora gli spruzzi minutissimi dei flutti; più in alto sedettero Cesare ed Emilia, e sul principio Roberta si voltò a guardarli di tanto in tanto, additando senza parlare i cavalloni, che giungevan da lungi e si precipitavano entro la piccola baia.

Poi stette, assorta, e sembrò aver dimenticato i compagni, per seguire qualche suo pensiero non anco definito e infantilmente triste.

—Che cosa Le ha detto, ieri, mia sorella?—domandò Emilia, girando a un tratto la testa verso Cesare.

Sorrideva, con una fuggevole vampa di rossore sul volto; e bastaron quel sorriso, l'espressione involontariamente carezzevole degli occhi, per segnare un passo grande sulla via delle confidenze.

Emilia pensò più tardi,—quando tutto era già per sempre finito e la sua esistenza era per sempre tracollata negli abissi della disperazione,—pensò che la sventura aveva avuto origine da quel suo moto irriflessivo…. Perchè non tacere? Perchè spiegarsi, animando le speranze dell'uomo, più forti quanto più gravi si presentavano gli ostacoli alla lustra di felicità, cui l'uno e l'altra sognavano?

Ma ormai, la frase le era sfuggita dalle labbra:

—Che cosa Le ha detto mia sorella?

—Non è vero?…—esclamò Cesare. Gli occhi gli scintillavano, e il respiro gli usciva dal petto caldo e vibrato.—Non è vero?… Mi ha detto che Lei è fidanzata…. Ma non è vero?…

La donna crollò il capo, continuando a sorridere, con un senso più mesto.

—Roberta,—disse,—ha voluto scherzare. Qualche volta passa il segno e commette delle fanciullaggini; ma è allegra così di rado, che bisogna perdonargliele…. Non è vero nulla…. E Lei ha creduto? Io non sono fidanzata ad alcuno; non lo sarò mai, ad alcuno…. E Lei ha creduto sùbito! Le sembra che io potrei abbandonare Roberta?

Parlava con voce debole, molto commossa, tenendo gli sguardi alla tempesta; e Cesare le si era un poco avvicinato per non perdere sillaba.

Il mare ai loro piedi ruggiva…. Spingendo l'occhio oltre l'insenatura, si vedevan le onde infaticate battere disordinatamente per tutta la lunghezza della spiaggia, fino a Nervi: e gli spruzzi si levavano altissimi, aprendosi a guisa di Ventaglio e ricadendo tra il bulicame della spuma.

—Perchè?—domandò Cesare stupito.—Lei non abbandonerebbe sua sorella? Innanzi tutto, abbandonare è cosa diversa….

—Più piano,—interruppe Emilia, temendo che Roberta non udisse.

Il cuore le batteva in tumulto, ascoltando le parole divenute intime, segrete, come già l'uomo avesse confessato il suo amore e già parlasse per difendere la propria conquista.

Egli aveva sentito nel fondo dell'anima scatenarsi la malvagità egoistica, per la quale voleva ogni cosa al suo dominio e non poteva soffrire ostacolo alcuno. S'era fatto un po' pallido, gli occhi neri lucenti; aveva guardato in basso, verso Roberta, con un lampo d'odio improvviso.

—Lei vuole sagrificarsi a sua sorella?—continuò, smorzando la voce.—È impossibile, assurdo; sarebbe mostruoso. Pensi che ciascuno ha nella vita una strada da percorrere. Nessuno può, nessuno deve mutarla a forza, per seguire il cammino d'un altro. E a quale scopo, a chi gioverebbe? Ella sciuperà tutta la vita in una rinunzia inutile, la quale non sarà forse nemmeno compresa…., nemmeno compresa!

—«Perchè mi parla così?»—domandò in quel punto Emilia a sè stessa, trasalendo sotto il soffio della scomposta eloquenza. E tentando sorridere ancòra, obiettò:

—Ma ciascuno ha il diritto di scegliere la via, in capo alla quale spera di trovare una sodisfazione, un riposo della coscienza…. Non Le pare? Quella ragazza è attaccata a me, è gelosa della mia affezione, e non reggerebbe al dolore d'una lontananza, alla rivalità di un altro, affetto…. Io la conosco…. E Lei pure sa quanto la sua salute sia debole…. Infine, ho pensato, può crederlo: e ho giudicato che questo è il mio dovere, e che posso compierlo serenamente, anche senza sacrificio….

Sì fermò. Giungeva con fragore infernale un'ondata verdastra, alta, e incontrando i primi scogli, spumeggiò d'un tratto senza rompersi; poi coperse la spiaggia, si franse, s'ingolfò entro l'insenatura, conquistando alcuni frastagli, fin allora intatti, della roccia su cui sedeva Roberta.

—Hai visto?—gridò la fanciulla ad Emilia.—È giunta fin qua su!

—Non sei bagnata?—domandò Emilia con una premura timorosa, la quale significò per Cesare più di tutte le spiegazioni.

—No, no. Sto benissimo qui,—rispose la giovanetta.

Seguì una pausa lunga. Tutti e tre guardavano la vicenda delle acque potenti e il cielo giallastro pel riflesso di un moribondo raggio solare.

—Sono le illusioni solite dell'altruismo,—riprese Cesare, con voce cauta, piena di fremiti rattenuti.—Il tempo ne fa giustizia, ma sempre troppo tardi…. E perchè mai, a un tratto, questo sacrificio?… Perchè non prima?

Emilia battè le palpebre; un pudore ardente le bruciava di rossore le guance; ella avrebbe voluto riprendere la coscienza delle cose reali e fiaccare con lo sdegno la domanda ardita; ma dal cuore le saliva un singulto di smarrimento. Guardò l'uomo in volto e lo vide oscurato dalla passione dolorosa; capì ch'egli andava dietro ai balzi del pensiero e li ripeteva, dimenticando il riserbo tenuto fino a quel giorno e i doveri che quel riserbo gli imponeva. La comprensione della sua sofferenza incontenibile turbò maggiormente la donna.

Allora,—ella disse con voce spenta,—Roberta non era ammalata. Ella viveva con noi, non aveva bisogno della mia assistenza, nè io gliel'aveva offerta…. E d'altra parte….

Voleva dire: e, d'altra parte, la dissonanza delle loro anime aveva avuto principio da quel tempo, appunto; gli occhi di Roberta, da quel tempo s'eran fatti vigili, gelosi, cattivi; in quel tempo, Emilia aveva dovuto nascondere la sua gioia, misurarne gli slanci, guardarsi dalla sorella…. E,—il sospetto era atroce, ma non mancavano i dati a nutrirlo e a renderlo verisimile,—ed Emilia sospettava che il giorno in cui la morte aveva visitato la sua casa, fosse stato un giorno di letizia crudele per Roberta, infine liberata d'una presenza agghiacciante, d'una minacciosa rivalità.

Voleva dir questo; ed esitava tra il timore di addentrarsi troppo nelle confidenze più delicate, e la paura di non arrivare a convincere….

Ma Cesare, obbedendo all'impazienza della sua superbia, scosso dal ricordo d'un passato che non gli apparteneva e che aveva evocato egli stesso, interruppe:

—Sì, sì, tutto questo è forse vero…. E, in ogni modo, io non ho alcun diritto a sapere, non ho alcun titolo per consigliare…. Vuole perdonarmi?… Perchè discutiamo di queste cose tristi?

—Infatti,—ripetè Emilia,—perchè discutiamo di queste cose inutili…

La forma brusca con cui l'uomo aveva troncato il sèguito del colloquio, le dava un cocentissimo dolore. In fondo all'incrollabilità del suo divisamento giaceva una oscura speranza, viveva il torturante piacere d'ascoltar le obiezioni di Cesare.

Per dissimulare lo spasimo, chiamò Roberta fortemente, nell'intervallo fra un colpo e l'altro delle onde.

—Roberta!—disse,—vieni qua con noi. Ti esponi troppo all'aria….

La fanciulla s'arrampicò per la distanza che la separava, dalla sorella, e Cesare la studiò in quell'atto, mentre s'appoggiava all'ombrellino chiuso, aiutandosi contro le difficoltà dello scoglio.

—«Non ha un anno di vita!»—egli pensò freddamente.

Poi, a voce alta osservò:

—Come si è fatta svelta, signorina!

Roberta sorrise di compiacenza, e tese la mano ad afferrar la mano che
Cesare le offriva, per valicare l'ultima scabrosità della roccia.

—Ho bevuto tant'aria di mare!—ella rispose, quando fu seduta a fianco d'Emilia.—Il mare è mio amico; io gli voglio molto bene, ed esso mi lascia respirare così leggermente!…

Emilia sorrise alla sua volta, con un'ombra di tristezza.

Qualche notte prima, Roberta aveva avuto la febbre e un nuovo sbocco di sangue, non forte, appena da arrossare la pezzuola; ma lo spavento s'era ridestato in Emilia, più grave poichè Roberta sembrava fatalmente illusa, ricca di speranze, e faceva molti disegni per l'avvenire.

—Questa, è la prima volta che vedo il mare,—seguitò Roberta, con la stessa volubilità fanciullesca.—Ma ne sono felice. Un altr'anno voglio andare alla montagna, in Isvizzera…. Andremo, non è vero, Emilia?… C'è un piccolo paese, con un bel lago, a mille ottocento metri d'altezza…. Come si chiama?

Cesare ascoltava, rilevando senza pietà il sintomo delle strazianti illusioni; e Roberta continuò a fantasticare, garrula e variabile.

Aveva dei luoghi lontani una visione romantica, la visione dei giorni in cui il male non le si faceva sentire, ed ella poteva svelarsi in tutta la sua giovane ignoranza della vita e della realtà.

Per inconscio paganesimo, si figurava il paesaggio ancòra popoloso di creazioni mitiche; il mare, la montagna, il lago, la pianura, la notte ed i crepuscoli, eran gli elementi delle sue predilette fantasie…. Quando la sofferenza fisica e il terror della morte non le strappavano un grido di precoce disperazione, Roberta s'indugiava tra quei pensieri panteistici come fra uno stormo di Fauni capripedi.

Ma il chiacchierio febbrile passava sull'anima d'Emilia non diversamente d'una mano incauta sopra una ferita viva; e per troncarlo, la donna interruppe:

—Sarà tempo di tornare, Roberta. Il vento arriva fin qui, ed è più forte….

Il vento rabbuffava ancòra le acque, levandole attorno agli scogli in danza alterna, senza posa; per tornare, e ripercorrere un lungo tratto delle rocce, Cesare e le due sorelle aspettavano qualche volta l'onda si ritraesse crepitando; Roberta salutava con esclamazioni l'impeto dei flutti, ma procedeva a disagio sul dorso sdrucciolo ineguale dei massi, e barcollava, e di frequente doveva valersi delle mani….

—No: aiuti Roberta,—disse Emilia a Cesare, rifiutando.—Io non ho paura.

Ella non aveva paura; guardava le ondate non anco infrante, ricurve, concave, ergersi lontano, in pieno mare, correre unite in linea di battaglia, gettare un balzo, valicando i più facili scogli, ricomporsi, correre di nuovo compatte, arrivare alla spiaggia, stendersi pianamente lattiginose, echeggiar sonore contro le cavità, dissolversi, ripiegarsi, arricchir le ondate susseguenti, riattaccar gli ostacoli; ebbrezza del mare ampio e della goccia imponderabile.

Sull'ultimo tratto, Roberta vacillò, quantunque s'appoggiasse alla mano ferma di Cesare; egli stava giù avendo superato una costa rigidissima, e la fanciulla, al sommo, inciampò nelle vesti, non trovò tempo a riprendersi, e cadde sul petto dell'uomo, che dovette stringerla fra le braccia.

—Sono salva!—ella gridò, sulla spiaggia, sciogliendosi dal non forte amplesso inopinato. E rise per confortare Emilia, la quale giungeva in quel punto. Ma la donna era impallidita, alla rapida scena; non di paura; per un altro sentimento confuso, per un morso al cuore; e più da quel sentimento non mai avvertito innanzi, era turbata, che non dal fatto d'aver visto Roberta fra le braccia di Cesare.

Salirono una breve scala di pietra; poi, arrivati sulla strada presso la chiesa, s'accostarono al parapetto a salutare di nuovo il mare tuonante.

Roberta si staccò l'ultima, e rivolgendosi mentre gli altri s'erano, già incamminati, mandò un grido.

—È orribile!—disse.

Dalla strada provinciale veniva verso la chiesa una coorte di dolenti, alcuni recando sulle spalle un feretro coperto dello strato di velluto bruno, con una gran croce d'oro nel mezzo; altri al sèguito, salmodiando in lunga fila, rivestiti di càmici bianchi o di ampie vesti nere, il viso tutto nascosto dal cappuccio, ad eccezione degli occhi; altri, pigiandosi sui fianchi del corteo, in disordine; e la nuvolaglia tempestosa e l'ora già tarda proiettavano una lunga ombra sinistra.

Roberta s'indugiò a guardare, accasciata, fissando ostinatamente gli uomini della Confraternita procedenti in cadenza, grotteschi e solenni; i quali ridestavano nella giovanetta il terror della morte, la memoria, di qualche incubo….

—È orribile!—disse ancòra ad Emilia, che tentava persuaderla a seguitar la via.—Non li dimenticherò più!…

E a Cesare, che pure la rassicurava sorridendo, rispose:

—No, no, taccia! La prego! Lei non sa! Lei non sa!…

Egli non sapeva, infatti, il motivo di quello sgomento.

Tra gli spettri dolorosi della fantasia inferma, Roberta aveva fissa la visione del proprio cadavere, freddo e rigido, con le braccia incrociate sul petto, sopra un catafalco ricco di drappi funerei, presso una finestra spalancata in faccia alla campagna eterna….

IX.

Forse la felicità non è che la simmetria del tempo; l'ora, il giorno, l'anno, eguali all'altra ora, all'altro giorno, all'altro anno…. La passione è il disordine, e il disordine è il dolore.

Emilia si divincolava invano sotto l'assillo. Celava il volto in mucchi di rose rosse, fresche e simili a labbra innamorate; si chiudeva in lunghi silenzii o prorompeva in risa febbrili…. Neppur l'alba riusciva ormai a quietarla: neanche il torpore suppliva al sonno. Cercava i narcotici, che distendono il corpo quasi sopra nuvole di bambagia.

Fuggire! Pareva quello il sogno più caro alla sua anima…. Era il formidabile istinto di salvezza, che sul viso del soldato nuovo diffonde un pallore mortale, e lo fu guardare indietro con immenso desiderio ai piani liberi e tranquilli, mentre la massa oscura del nemico si delinea e giganteggia di minuto in minuto…. Fuggire in qualche paese straordinario, dove il suo cuore avesse potuto riprendere il battito quieto, dove le sue notti fossero potute ridiventar calme e senza sogni…. Ma il paese straordinario, il cielo iperbolico sotto il quale tacciono le miserie, non sono cogniti ad alcuno. Nella più serena plaga del mondo non s'incontra che tenebra umana….

Ella avrebbe voluto confessarsi a qualche anima intenditrice. A fianco di lei era soltanto Roberta, una fantasima ammalata, la quale trascinava la vita sotto un altro peso, con un altro spettro…. Oh come le teste giovanili piegavano in quei giorni al soffio delle cose implacabili, al rinascere infaticato delle visioni! La casa era piena di silenzio, e le donne camminavano in una lieve nube di sonnambulismo, senza parlarsi; e spesse volte calava la sera e l'ombra si faceva sempre più densa e nessuna delle due sorelle pensava a difendersi da quell'oscurità, in cui l'anima cercava un rifugio avidamente….

Ciascuna era assorta nelle variazioni infinite del proprio tema. Roberta, nelle variazioni sul tema della morte; Emilia, nelle variazioni sul tema dell'amore…. Spingevano e rivolgevano ambedue il fardello, arrivavano al culmine d'una faticosa salita imaginaria, e il fardello ricadeva in basso, e le due condannate riprendevano a sospingerlo, indefessamente così, l'intero giorno.

Emilia era afferrata dalla follia di gettarsi ai piedi di Roberta…. (Roberta non s'era a lei confessata? non le aveva detto il mistero dello spavento che la divorava?)…. E di gridarle:

—«Ascolta, ascolta; anch'io sono malata. Anch'io ho bisogno d'illudere la mia vita e di snebbiare una visione…. Ascolta la mia tortura: da notti innumerevoli, non riposo; da giorni e da notti innumerevoli, un pensiero mi coglie di soprassalto, mi passa traverso l'anima come una lama infuocata…. Aiutami a salvarmi, Roberta!… Dimmi in qual modo potremmo distruggere gli spettri della nostra vita…. Non v'ha un paese di silenzio, di là da quell'orizzonte? un paese d'oblio, dove tutti vivano in pace solenne e la vita sia una meccanica semplice, la quale non muterà mai, non sarà mai turbata dal mistero del domani? Vuoi che viviamo laggiù?… Tu non temerai la morte; io non temerò l'amore…. Ogni cosa avrà i suoi colori ingenui, e le notti saranno calme…. Dimmi se v'ha una terra così felice, e dovunque ella sia, noi la raggiungeremo…. Oh fuggire all'ignoto, comprendi? sarà la nostra salvezza…. Anche tu soffri il terrore dell'ignoto; anche tu ti domandi: «Quando sarà? Sarà oggi? Sarà domani? Quanto manca ancòra?…» Dobbiamo fuggire, per non interrogare l'anima nostra…. Non v'è un paese dove l'anima tace?».

Ella avrebbe voluto confessarsi, gettarsi ai piedi di Roberta e piangere con lei, come altre volte…. Ma se la furia del tormento la spingeva fino alla sorella, e se Roberta alzava gli occhi interrogativi a guardarla, Emilia sentiva le fiamme salirle alle guance e alla fronte…. Che pensava?… Colei era la fanciulla, era la vergine, monda nel corpo e candida nel pensiero…. Poteva dirle?…. Poteva confessarle?…

Poteva dirle:—«Le mie notti sono più torturanti delle tue; la mia vita è più spaventevole della tua; la mia giovinezza sfiorisce in un desiderio vano di sentirmi amata, nell'agonia di trovare un affetto più caldo, più misterioso, più inebbriante del tuo affetto di sorella?»;

Poteva confessarle:—«Non so rimanere sola; ti ho promesso di vivere sempre al tuo fianco, e mi sono ingannata, e ti ho ingannata, perchè invoco l'amore, perchè invoco la felicità fuori della nostra esistenza, quotidiana. E so che l'amore esiste, e verrà a cercarmi, e dovrò rifiutare la felicità implorata?»

Nulla poteva dirle di tutto questo; si rinchiudeva in sè e si smarriva per le solitudini del dolore…. Oh, come in quei giorni le teste giovanili piegavano al soffio della sventura prossima!… La catena delle abitudini s'era spezzata, e nulla le due donne facevano, che non fosse per ingannare la tenacità del pensiero caparbio. Uscivano a passeggio, andavano al mare, camminavano pel giardino, aspiravano i profumi dei fiori, assistevano alle feste del sole, udivano le minacce degli uragani; e lo spirito invisibile dentro di loro martellava la domanda:—«Quando sarà?… Quanto manca ancòra?…»—«Non v'è un paese dove l'anima tace?…»

Gli episodii esterni erano indifferenti. Esse non percepivano con acutezza se non gli episodii delle proprie ossessioni, i quali erano senza fine; poichè all'una tutto intorno parlava della morte, e all'altra tutto parlava d'amore; l'una, in ogni filo d'erba, in ogni albero, in ogni farfalla, vedeva qualche cosa destinata a scomparire miseramente, e presto; l'altra vedeva il frutto d'un amplesso universale, necessario, sacro, divino.

E dopo aver lottato per metodica resistenza, si abbandonavano perdutamente alla sciagurata voluttà delle inquietudini diuturne, quasi calando a poco a poco in un abisso pieno di raggi lunari….

X.

Ella aveva passato la notte fra un corteo di sogni lubrici e maravigliosi che s'innestavano l'un nell'altro, e non finivano…. Le erano sembrati la carezza d'una mano sagace, uno sfiorar di labbra ardite, un principio di tutte le voluttà e un'interruzione di tutte, un invito al piacere e una lusinga ingannatrice, un vellicar di piume, dalla nuca alle reni….

Da ultimo, sull'alba, s'era vista per una lunga amplissima scala, i cui gradi erano dissimulati con drappi vivaci così di tinte, così poderosi nel disegno, che si sarebbero creduta l'opera di molti artisti immortali. La scala metteva capo a una porta chiusa, pesante per ornati di bronzo a cesello. Stagnava una grigia penombra….

E sugli scalini,—indimenticabile spettacolo,—seminude o nude, erano sdraiate numerose femmine di bellezza magica…. Alcune Emilia poteva ricordar tuttavia; adagiata alla sommità era una, intensamente bionda, una bionda simile a luce d'oro, a torrente di luce; ed ogni sua bianchezza appariva, ogni curva, ogni delicatezza di vene azzurreggianti…. V'era anche una bruna ridente con la grande e pur deliziosa bocca aperta a uno schianto irresistibile., pel quale più rosse parevano le labbra schiuse a mostrar denti perfetti…. V'era una creola, dagli occhi ingenui e larghi…. Ah quei capelli, non lunghi ma folti, dal torpido profumo, quelle ciocche selvagge che cadevan dietro le spalle, passavano per le spalle sul petto, e lo baciavano, attorcendovisi intorno,—quale illustre guanciale, quale acqua di Lete a tutte le angosce!…

Nessuna parlava, nessuna aveva idea del tempo. Un magnifico silenzio d'accidia sopiva le donne, viventi d'ineffabile vita animale.

Anch'ella, Emilia, stava tra di loro…. A capo della scala o al fondo? Non rammentava se non d'avere visto dopo di sè, sotto di sè altri corpi femminili digradanti in basso, fino a smarrire la perspicuità delle linee, giù nella lontananza.

Non rammentava se non il turbamento che le era penetrato nell'animo quando, imbevuti gli occhi di quelle forme e i sensi di quella invincibile pigrizia, aveva richiamato lo sguardo sopra sè medesima, e si era scorta nuda, tutta nuda, tanto crudelmente nuda, ch'ella non aveva trovato fra le compagne se non la bionda aurea la quale potesse competere con lei d'impudicizia…. Era rimasta sgominata dalla molesta punta di verecondia; i suoi occhi non s'erano più vòlti a guardare in giro, e con una mano aveva nascosto infantilmente un piccolo nèo che le macchiava d'una macchia graziosa il petto, fra i due seni.

Poi, di repente, all'orecchio le avevano susurrato una parola, qualche parola imperativa per la quale ella s'era alzata, aveva asceso la scala fino alla sommità, movendosi, non sapeva perchè, non meno leggiadramente che se il suo corpo fosse stato protetto dalle vesti.

Nessuna delle donne al suo passaggio aveva sollevato la testa a lanciarle gli sguardi invidi, che nella realtà le dilaniavano le carni. Il silenzio e la penombra incombevano dovunque.

Su, a capo della scala, s'era trovata a seguire un essere bizzarra, nè maschio, nè femmina; il volto era infantile e le membra, come fuse nel bronzo, erano glabre, neutre.

La strana guida l'aveva condotta in una sala marmorea, radiosa di luce…. (Emilia soffriva ancòra la sensazione del marmo freddo sotto i piedi)…., impregnata di fragranze le quali per un attimo le avevan dato le vertigini…. Un largo bagno tepido, più limpido del cristallo, si apriva nel mezzo…. Emilia v'era accorsa, vi si era tuffata: l'acqua emanava globi d'odori floreali e mormorava discreta intorno al corpo della donna.

Allora la strana guida accosciata presso la vasca aveva dato principio a narrare le voluttà che aspettavano Emilia.

Quali parole!… Non mai Emilia ne aveva udito di simili…! Quella bocca dalle labbra piatte, dai denti aguzzi, sprigionava un fiume incandescente, soffiava un vento infuocato, così le imagini erano procaci e le parole schiumanti di lascivia…..

Ritta nell'acqua, la quale giungevale poco oltre i fianchi, e con le braccia stese ai due lati della vasca, Emilia ascoltava: il liquido mormorìo era cessato, ma salivano ancòra i globi di profumo; la donna aveva conservato la sensazione del suo corpo lentamente preso da un tremito di concupiscenza, e degli occhi dilatati quasi ad afferrare le imagini fluenti dalla bocca del neutro narratore…. Che cosa egli prometteva? Che cosa raccontava? A chi era ella destinata, a quale non comune Iddio di libidine inesausta?

Il viso di lei doveva essere purpureo di vergogna, mentre il suo corpo si dibatteva sotto la scudisciata delle cùpide visioni; più volte l'aveva scossa l'impeto di balzar dall'acqua e di fuggire; ma la curiosità di quella facondia sensuale la tratteneva, con le braccia spalancate e le mani ferme ai due bordi della vasca…. Se il suo sguardo vagava, sotto di sè ella poteva veder nel liquido cristallino il riverbero del seno, del collo, del viso, dei capelli diffusi per le spale; e si sorrideva, e socchiudeva le labbra ad ammirarsi i denti piccoli ed eguali.

Le parole soffiavano intanto sopra la sua testa, fischiava il vento infiammato delle promesse lascive.

E come avviene nei sogni in cui la personalità non è morta intera, Emilia si diceva: «Ora, tutto sparirà; ancòra un poco e potrò risvegliarmi e rientrar nella vita; dopo questa tortura, tutto sparirà.»

Invece la forma umana che parlava, l'aveva afferrata intorno al busto, le aveva passato sul petto, sulle reni, una mano accorta comunicandole brividi inenarrabili, con una carezza nuova, con uno sfiorar di piume sulla vibratile colonna nervosa; onde a poco a poco entro le vene ella aveva sentito scorrere non sangue ma lava, e dalla bocca le erano sfuggiti singulti di desiderio…. Era balzata infine dall'acqua, le membra asciutte quasi per magìa e odoranti un balsamo più intenso dei profumi che esalavano dal bagno…. Pronta per l'amore, era uscita, s'era ritrovata presso la gran porta chiusa, al sommo della scala ricoperta di tappeti doviziosi e di femmine o seminude o nude.

Allora (i polsi le battevano più forte, ricordando) s'era incontrata nell'uomo al cui capriccio doveva sacrificarsi; e sùbito le mani di lei avevan tentato invano di celare la nudità, ma comprendendo il malgarbo dell'inutile movimento, era rimasta dritta in piedi, le braccia lungo i fianchi, a testa china. Ella avrebbe detto che la sua vita fisica si fosse in quell'istante sospesa; assorta nella trepidanza dell'aspettazione, solo il palpito del cuore veemente aveva segnato l'attimo d'angoscia. «Ti guarda! Non temere; sei bella.» Ma alzando gli occhi, un grido le era sfuggito. L'uomo sorridendo le aveva preso una mano appena per l'estremità delle dita. Ella non aveva visto di lui se non lo sguardo; ma non s'era ingannata, o colui che doveva possederla era ben lo stesso ch'ella amava nella realtà d'ogni giorno. Il misterioso lavacro l'aveva così preparata all'amore di lui; il canto fescennino ricco di promesse infernali le aveva trasfuso il fuoco nelle vene, perchè ella gli fosse potuta giungere assetata di voluttà, perchè non avesse più avuto requie se non fra quelle braccia, perchè il suo corpo si fosse piegato, allacciato a rosee spire sotto le labbra dell'uomo; perchè non fosse stata infine più nulla di cògnito, se non una splendida forma armonizzata dalla passione.

Ed aveva seguìto l'uomo con la tremante gioia di essere costretta alla felicità.

Ma qual terribile cosa, quale scherno satanico era avvenuto poi?

La donna bionda, a sommità della scala, si era gettata fra le braccia dell'amante, ed egli, sollevatala in un amplesso gagliardo, l'aveva raccolta trasportandola via.

Sulla soglia della porta invarcabile, Emilia era piombata in ginocchio, senza il conforto delle lacrime.

Risvegliatasi dal sogno, ella girò gli occhi per la camera. La lampada notturna era spenta, e l'alba entrava dalle finestre.

Nella mente della donna, le inconfessabili promesse cantate al suo fianco nel bagno eran rimaste intatte, quasi scolpite sopra tavole di bronzo; e avrebbe potuto ripeterle in un giorno di delirio; e le davano ancòra un brividìo di cupidigia e di spavento.

Ora, con le membra estenuate di fatica, dopo il sogno molle e focoso non aveva tardato a riaddormentarsi, cercando una tranquilla pace; e sùbito avevan ripreso le figurazioni di malìa.

Erale parso le si fosse aperto innanzi un libro dalle pagine smisurate, sulle quali le imagini raggiungevano quasi la dimensione delle umane sembianze; i fogli passavano adagio, svolti da una mano occulta.

Inutilmente Emilia, aveva tentato di staccarne gli sguardi. La curiosità era viva; attraente il mistero dei gruppi figurati, e la donna aveva finito per guardare ad una ad una le pagine enormi, seguendo tutta la liturgìa d'amore, che di foglio in foglio diveniva più mordace.

I margini erano all'intorno carichi di ornati massicci, spesse volte intrecciantisi con l'imagine principe, avviluppandola in tale rigiro di draghi, di convolvoli, di èdere, di gigli e di grifoni, che il disegno centrale si faceva oscuro.

Sfilava, in principio, una serie di ritratti femminili; teste di donne, classiche nelle vicissitudini amorose, delineate con gagliardìa fino al busto sopra uno sfondo turchiniccio. Ognuna portava, o negli occhi, o sulle labbra, o sulla fronte, una stimate vigorosa di passione; ognuna aveva, in diverso grado ed espressi con diversa perizia tecnica, il senso di vitalità esuberante, la luce incontenibile, palese sul volto delle donne che amano l'amore e gli si dànno senza limiti.

L'iconografia partiva da tempi lontanissimi e procedeva attraverso tutte le epoche, attraverso tutte le nazioni. Vi erano dapprima alcuni tipi di femmine quasi selvagge, probabilmente fantasticate dall'artista, meglio che ricordate in una qualunque storia: seguivano di mano in mano tipi più calmi ed evoluti, i quali avevano qualche legame di somiglianza con le prime, nella manifestazione di un non comune calore; e spesso i simboli mitologici rammentavano la loro divinità, o un diadema sui capelli indicava la loro origine gentilizia o regale.

Dai margini, i capricciosi avvolgimenti degli ornati concorrevano talvolta a portare una nota originale, allargandosi dietro le teste gentili a guisa di verzura iperbolica, formando con quei visi eburnei, e quei capelli bruni e fulvi uno stridulo contrasto, creando nuovi intrecci o qualche coppa non mai veduta, da cui sorgevano e la testa e il busto, sveltamente.

Eran così forse passate centinaia di ritratti, ed a similitudine di rapide meteore avevan lasciato negli occhi d'Emilia una pertinace luminosità, lo strascico di molte scintille.

Concludeva la serie una figura di donna,—questa, tutta intera da capo a piedi—con intorno al corpo e sulle reni avviticchiato un mostro ributtante, verde, in forma di ragno smisurato, gli occhi fosforescenti a fior di pelle; il quale teneva confitti i suoi tentacoli nella carne viva della femmina, passandoli sopra le spalle a serrarle anche i seni ed il ventre in un abbraccio furioso. I tentacoli possedevano un rilievo quasi tattile, e la bocca era tremenda, appoggiata alle reni della vittima, da cui suggeva sangue e midollo. Ancòra dritta e prona innanzi, la donna s'affaticava a divincolarsi dall'amplesso viscido, e con le braccia stillanti gocce porporine, resisteva alla stretta che la soffocava. Sul volto, l'impronta di raccapriccio era formidabile, la bocca aveva un rictus di strazio, gli occhi schizzavano dalle orbite, e dietro la schiena la chioma nera s'avvolgeva attorno alle branchie del mostro orrendo.

Non pareva, quello, il simbolo eterno delle anime passionali? Non era, il mostro, una cupidità salda ed ostinata?

Ma lo sgomento del dramma terrifico era sfumato in Emilia al succedersi di pagine liete, in cui una fantasia senza confini aveva trovato un'espressione priva d'esitanze.

Le scene si svolgevano dissimili, gli abbracci strani e contorti, i gruppi numerosi.

La dormente non riusciva ad afferrarli tutti. Il cuore aveva rialzato il battito, una morsa di ferro le aveva attanagliato la gola, e con gli occhi immobili nel sogno ella stava a scrutare.

Che cosa avveniva?

Un caos, un turbine, lo straripare di un torrente in dirotta; ed ogni scena pareva di prim'acchito semplice e casta; a ciascun foglio, si sarebbe detto che la fantasia stanca si fosse compiaciuta di un riposo, disegnando idillii ed atteggiamenti pudichi.

Ma le linee si spostavano sotto gli occhi della spettatrice; il quadro, in cui eran raccolte le cose stridenti che nella realtà si escludono e nel sogno si sposano con tranquilla inverosimiglianza, il quadro scopriva presto, il suo concetto afrodisiaco.

Corpi femminei e corpi maschili, antichi mostri e simboli nuovi foggiati dall'ingegno balzano, contorni sfrontati, figure d'una temerità insultante, ogni creazione sfolgorava linee di demoniaca audacia.

Strette le mani, stese le braccia, aggomitolato il corpo spasmodicamente, Emilia convergeva nel sogno gli sguardi immobili, la bocca un po' schiusa al respiro tronco.

No, ella non avrebbe mai supposto una sì lunga scala di secreti piaceri….

Inorridiva, e soffriva la tentazione di ridere senza fine, d'atteggiare la fisionomia al ghigno lubrico onde si illustravano i volti degli ossessi, che le sfilavano innanzi e le si accavallavano nella memoria. Provava l'ambascia di un solletico mortale, abbinata colla sensazione dolorosissima della nuca, ove l'epidermide sembrava ristringersi gradatamente. Non poteva gridare, nè di spasimo nè di rivolta, e tuttavia aveva informi nel cervello lo parole, e le si aprivano le labbra e si movevano invano.

La fatica greve dell'incubo, la luce ormai chiara che, tormentandole gli occhi chiusi, arrossava anche le imagini, finirono con lo spossarla.

Ella vide ancòra passar due Centauri, maschio e femmina, rapidamente in una prateria soleggiata; dell'una, intese con la vista una grossa treccia bionda, il petto superbo; del Centauro, la rincorsa avida, il raggiungere, l'impennarsi….

Poi il corpo d'Emilia si ribellò a un tratto, inarcandosi come un vimine che brucia….

Ed ella battè due volte con le reni sul piano del letto….

XI.

Sembravano due ragazzi accaniti in una gara ingenua, ed eran due odii che si cercavano, una coppia che travisava la lotta dei sessi, la quale finisce con un abbraccio, e qui non aveva speranza di finire se non con qualche impreveduta violenza. Tale era divenuta a poco a poco l'intimità fra Cesare e Roberta, che il dottore e la fanciulla non si chiamavano più coi nomi loro, ma con nomignoli bizzarri. Cesare per Roberta era «pipistrello», e Roberta era «cavalletta» per Cesare. Trascinato dal giuoco, egli s'era fatto più audace di lei, ed ella doveva talora cercare un cantuccio nascosto del giardino per leggere in pace i suoi libri; dove il Lascaris arrivava, agitando in aria un grosso ranocchio o un ispido vermiciattolo, minacciando di gettarglielo sulle vesti. Stavano in agguato delle debolezze reciproche per cavarne il tema a uno scherzo o a un'insolenza; si disegnavano il ritratto sopra un pezzo di carta, prodigando linee buffonesche, musi spaventevoli, capelli incolti; le fogge di vestire non isfuggivano alla critica; l'inesperienza di Roberta a descrivere una scena e ad esporre un lungo racconto, offriva a Cesare l'opportunità di contraffare la ragazza crudelmente. Sentivano nella implacabile guerriglia una attrazione quasi sensuale, aspra. Cesare aveva bisogno di tutta la sua prudenza per vigilarsi, per costringere lo scherzo entro i confini e non eccedere.

Illuminata dal male, Roberta appariva certi giorni veramente bella: un viso bianco e giovanile, che già si piegava a scrutare i vuoti abissi del nulla, un corpo fragile di cui Cesare conosceva quasi intere la forma e l'attraenza…. Poi, la giovanetta, anelante alla bellezza, si faceva di ora in ora più seduttrice, con molta incoscienza, la quale era un'altra seduzione; e nel giuoco sfoggiava una naturale arte femminea, dando alla voce alcuni coloriti di preghiera e d'ironia, che vibravano a lungo e sembravano commuovere lei medesima. Si vestiva con cura minuziosa; aveva strappato a Emilia il permesso di portare gli orecchini di brillanti e i gioielli inibiti ancòra alle ragazze. Attillata, guantata, coi cappelli fantastici allora in moda, vivificata e rosea per la piccola febbre che la distruggeva lentamente, somigliava qualche volta a sua sorella, e, predestinata dalla malattia, qualche volta era di sua sorella più capziosa.

—Non Le sembra,—aveva detto a Cesare un giorno, in cui era scoppiato il temporale, e voleva ottenere ch'egli chiudesse la finestra, alla quale ella non osava affacciarsi,—non Le sembra che La preghi deliziosamente, con una voce da sirena?…

Aveva intrecciato le mani, composto il viso a timida umiltà, pel timore che il Lascaris non si giovasse dell'incidente a vendicarsi delle spesse cattiverie di lei….

Ma quella sera eran giunti anche più oltre. Per difendersi dal fulmine, Cesare aveva suggerito a Roberta la consuetudine dei pusillanimi che si nascondono nudi fra due materassi….

—È un'idea,—aveva aggiunto, incapace a frenarsi.—La provi. Supponiamo che il fulmine cada nella sua camera, mentre Lei è così al riparo; non imagina che gioia, che trionfo?

Aveva taciuto un attimo; quindi, pazzamente:

—Badi però di non dimenticare in quale posizione Ella si trova. Sarebbe piacevole che balzasse fuori dal nascondiglio, tutta nuda, e venisse ad annunziarmi gravemente il pericolo scampato!…

Andare da lui, tutta nuda? L'imagine s'era presentata assai monca alla fantasia della giovanetta, ed ella non vi aveva visto se non la comicità o il ridicolo; per questo, mentre Cesare già si mordeva le labbra, risuonò nella camera una lunga risata, e Roberta concluse negligentemente:

—Sì, sarebbe piacevole, Pipistrello!…

E fu tutto.

Il Lascaris la tormentava con una gragnuola di proverbii, stroppiati, confusi, mescolato il capo dell'uno con la coda dell'altro; e interrompeva le parole di lei per lanciare due o tre sentenze così grottescamente camuffate, ch'ella ricordava e ripeteva…. In tal modo infilavano discorsi strani, scintillanti qua e là di qualche lampo d'arguzia spontanea.

Poi, di repente, l'un dei due si faceva serio e parlava di cose gravi; ciò avveniva più spesso alla presenza d'Emilia, la quale aveva assistito in parte al nascere della confidenza inaspettata, e non sapeva giudicarla, attonita. La conversazione diventava saggia, ma variata per le immancabili puerilità di Roberta; discutevano del matrimonio, dell'amore, in termini poco definiti, perdendosi. Cesare non poteva esprimersi compiutamente; Roberta non aveva dell'amore se non l'idea romantica; Emilia era distratta e nervosa. Seguitavano fin che l'abitudine della quotidiana guerriglia non li avesse ripresi, e l'uno non avesse dichiarato l'altra incapace a qualunque ragionamento più volgare.

Ma con abili scandagli, il Lascaris era riuscito a stabilire che, sebbene romantica, l'idea dell'amore era completa in Roberta. Senza madre, non vigilata da Emilia se non materialmente, in dimestichezza stretta con altre fanciulle, Roberta sapeva e indovinava con una perspicacia talvolta contradditoria. Non arrossiva mai fuor di proposito; sapeva benissimo, ad esempio, d'essere vergine, e ignorava in che cosa la sua verginità consistesse.

La conversazione seria assumeva una vivacità estrema. Cesare si levava in piedi, camminava pel salotto, parlava come innanzi a un avversario che si deve convincere.

La fanciulla ascoltava e prendeva poi la parola ad esporre i suoi dubbii; la facondia dell'uomo le smagava i sogni e le toglieva il concetto abituale della vita. La spauriva l'insistenza di Cesare nel definir nettamente i termini della lotta, una cosa nuova per lei, orribile nelle sue forme infinite. Ella aveva sempre considerato l'esistenza uno scambio d'aiuti e una gara d'arrendevolezze; non poteva piegarsi a credere specialmente nel male e a diffidare del bene.

Le discussioni davan luogo anche a qualche episodio.

Una sera in cui parlavan di matrimonio, Cesare aveva chiesto a Roberta quale sarebbe stato per lei il marito ch'ella avrebbe idealmente scelto; e come la fanciulla non sapeva sbrigarsene sùbito, il Lascaris seguitò, con una fievole punta d'ironia:

—Vediamo, per esempio: io so che sarei un marito eccellente. Se io, dunque, la domandassi in isposa, Lei accetterebbe?

Emilia drizzò il capo, sussultando. Roberta esitava; nonostante la confidenza, ella soffriva sempre innanzi a Cesare un po' d'impaccio, e finita la febbre dello scherzo, era ripresa dalla tema d'offenderlo. Infine, si decise:

—No,—disse.—Rifiuterei. Non è abbastanza idealista.

L'osservazione fece ridere il Lascaris, forse perchè si sentiva colpito a fondo; ma Roberta aveva nascosto una verità più cruda. Per lei, Cesare era brutto, ed ella pensava che la bellezza era quanto si doveva cercare e portare nel matrimonio…. Ah, la bellezza eterna e l'eterna giovanezza rappresentavano la fantasia carissima fra tutte alla fanciulla! Solo aveva sguardi per istudiare il volto degli uomini e delle donne, la maniera di vestirsi, gli atteggiamenti e le espressioni….

—Hai visto che begli occhi?—domandava a Emilia, quando passeggiavano.—Hai visto che bella figura?…

Cesare coglieva il momento in cui passava, qualche deforme, per chiedere alla giovanetta:

—Ha visto, che bel naso?

La bellezza era il riflesso d'una grande bontà; le anime belle non potevano stare se non in bei corpi; e non era questa l'opinione più bambinesca di lei: arrivava fino alle ultime puerilità, fino a credere una persona elegante assai superiore ad una dagli abiti modesti. L'ingegno doveva avere un paludamento visibile…. E poi, con un'inflessione di voce, con un nonnulla nel gesto o nella posa, risaliva all'altezza della donna e alla scienza della seduzione.

Di tratto in tratto, il Lascaris aveva per l'inconsapevole morente un lampo di vera tenerezza; la consigliava e la correggeva, quasi una sorella….

—Andiamo, selvaggia! Andiamo, cavalletta, si tenga bene sul busto, porti alto il capo…. Su, un poco d'energia, Lei che vuol essere bella! Perchè s'incurva così?

—Non posso, mi lasci: sono malata,—rispondeva la fanciulla, ora distrattamente, ora con un'esclamazione di strazio indimenticabile.

—«Sì, non ha un anno di vita,—pensava il dottore.—Perchè la tormento?»

La condanna crudele, senza scampo, dava giusto al Lascaris tanta libertà con Roberta. I suoi discorsi non interamente scettici, ma già troppo scettici per l'inesperta ascoltatrice, la sua intimità ardita, pericolosa, la quale nessuno sapeva fin dove sarebbe giunta, avevano scosso lui medesimo; e non si liberava dal dubbio di coscienza, se non pensando: