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Roberta

Chapter 18: XV.
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About This Book

La narrazione segue Roberta, una donna segnata da una malattia e dal ricordo di un amore perduto, mentre vive in una cornice costiera descritta attraverso immagini intense. L'ingresso di Cesare Lascaris nella casa delle due sorelle riaccende memorie e tensioni affettive; la vicenda alterna introspezione psicologica, scene familiari e riflessioni sulla passione, la morte e la bellezza naturale. Il testo adotta uno stile lirico e sperimentale, ricco di metafore e immagini sorprendenti, che privilegia impressioni e frammenti emotivi più che una trama lineare.

—«Muore: non ha dimane. Sarà almeno vissuta.»

Salvare la fanciulla non poteva; crescevagli l'odio per quel fragile e infrangibile ostacolo alla sua passione; e tuttavia avrebbe voluto accendere la moribonda giovanezza di Roberta, non lasciarla spegnere così, semplice larva. In lui, simile tentazione non era nuova; spesso, innanzi ai casi di fatali malattie con prògnosi sfavorevole, s'era sentito spinto ad avvertir l'ammalato. Avrebbe detto volentieri:

—«Voi avete diritto a vivere diversamente da noi, che siamo sani e rappresentiamo l'esempio e l'avvenire. Toglietevi dal volto la maschera, gettate lungi l'ipocrisia atavica. Siete liberi!»

E pensava al terribile spettacolo di quei morituri, che avrebbero traversato il mondo in cerca d'una plaga serena, ove sfrenar la rabbia degli ultimi piaceri.

Ma se in tutti gli altri casi l'uomo era stato vinto dal medico, egli per Roberta non era più il dottore che compiange e passa: aveva rapito a Emilia qualche cosa delle sue ribellioni contro il male.

Indi, il combattente si rialzava improvviso da quelle prostrazioni sentimentali. Egli voleva Emilia; ogni giorno il bavaglio imposto al suo amore lo torturava vie più; Roberta doveva morire, poichè era l'ostacolo…. Cominciava anzi a sospettare che la fanciulla si prestasse all'anormalità dell'imprevista confidenza non per altro se non per distrarlo e sviarlo dalla sorella…. Lo infiammavano allora l'inquieto egoismo, la caparbietà di raggiungere un fine con qualunque mezzo…. No: no: egli non si lasciava sviare…. La tentazione era forte, senza dubbio: si sarebbe detto che la febbrile audacia di Roberta dèsse l'adito a tutte le speranze. Ma Cesare nelle sue inclinazioni, per indole e per sapere era normale: amava la sanità quanto la bellezza, e non poteva cader vittima d'un inganno momentaneo dei sensi.

Il giorno stesso in cui aveva secretamente fatto pervenire a Emilia una lunga lettera appassionata, fu attentissimo a Roberta, fraterno. Il cuore gli batteva in petto, da spezzarsi; quando Emilia comparve taciturna e pallida, egli si sentì così goffamente intimidito, che non osò guardarla in volto, nè dirigerle la parola.

Dovevano recarsi il giorno appresso a una gita, a Mont'Allegro. Vi andarono, salendo da Rapallo al monte, Emilia sopra una quieta giumenta, Roberta con un asinello piagato che l'aveva commossa sino alle lacrime, quantunque avesse poi finito col batterlo; e Cesare a piedi.

La guida, un ragazzotto esile e sciocco, li esilarò co' suoi spropositi di storia e di lingua. Dava a Roberta il titolo di signora, credendola moglie del Lascaris, e di signorina a Emilia, ch'egli supponeva la cognata di Cesare….

—Signora, signorina, è poi lo stesso,—egli comentava col dottore.—Io, di queste mariuolerie non m'intendo….

La fanciulla rideva a gola spiegata; anche Emilia trovava qualche sorriso; Cesare stava presso la ragazza, lasciando la guida a fianco della donna.

Roberta era a cavalcioni della bestia; per un malinteso, mancava la sella acconcia, e la giovanetta aveva bravamente inforcato la sua cavalcatura.

—Su, ritta: i gomiti ai fianchi; nella staffa, appena metà del piede,—suggeriva Cesare, fingendo una partita d'equitazione.—Non tormenti il puro sangue colle redini del morso: andiamo, trotto leggiero! Battute giuste in sella!…

—Oh, insomma,—gridava Roberta, irritata e ridente.—Vuol lasciarci tranquilli?…

A poco a poco, le dolsero i ginocchi: la presenza del Lascaris la impacciava, togliendole la libertà di mutar positura. Infine, poichè l'asinello s'era fermato a brucar tranquillamente l'erba, ella riprese la sua arditezza infantile e pregò Cesare d'aiutarla a scavalcare.

Fu quello l'istante, in cui l'abitudine mentale di considerar la giovanetta come una larva che non provava e non comunicava alcun fluido di desiderio, spinse il Lascaris alla temerità estrema.

Egli cercò di trar Roberta d'arcione afferrandola pel busto; non vi riuscì, e la cavalcatura avviandosi in quel punto di nuovo, Cesare non esitò a passare una mano sotto le vesti della fanciulla, ad allargarne le ginocchia indolenzite, e a strapparla di sella in tal modo, rapidissimamente.

Poi la sostenne in piedi, e le disse ridendo, impassibile:

—Che nessuno lo sappia!

XII.

Per aprire il cancello cigolante, egli approfittò del fragore d'un treno che scivolava nell'ombra notturna.

Il vento taceva; le cime degli alberi stavano tutte immote; tra i filari degli aranci, le lucciole non trescavano più. Risonava di tempo in tempo la caduta d'un frutto delle palme, o il gracidar già fievole dei ranocchi, su in alto nel serbatoio delle acque irrigue.

Il giardino grigiastro susurrava con un brivido ignoto alla vita diurna, e qualche cosa placidamente singolare era fra le lucide frasche delle magnolie, fra le chiome dei palmizii, fra i cespi dei fiori….

Cesare entrò.

Il passo cauto sulla ghiaia aveva risvegliato l'attenzione del cane di guardia, che accorreva latrando. Si udiva il galoppo della bestia; e quando gli fu vicina, Cesare la chiamò sottovoce:

Nero, silenzio! Qui, Nero!

Il cane, un bastardo, di grandezza mediocre, nero col petto bianco, fiutò l'uomo e tacque; si scrollò e ripartì di galoppo, mandando ancòra qualche latrato, lontano, per chiasso.

Cesare aveva anticipato di pochi istanti l'ora del convegno. Temeva d'incontrarsi coi figli del massaio, che lavoravan di notte al torchio in una piccola casa rustica, dietro la villa. La villa, dal chiosco ove il Lascaris era giunto, aveva contorni indefiniti, nell'ombra, e, davanti, i due palmizii immobili sembravano proteggerne il riposo.

L'uomo si sentiva inquietamente felice; pregustava le delizie dell'amore che comincia, e non possedendo ricordi d'avventure consimili, non aveva preparato nè una frase nè un gesto; egli sapeva che la sua passione sarebbe bastata a trascinare lui e la donna nell'ampio cerchio di luce, in cui tutte le parole sfavillano e sono grandi.

A mezzanotte precisa, Emilia gli andò incontro e gli tese la mano. Teneva dall'altra la catena di Nero, che s'era imbattuto in lei, e ch'ella aveva posto al guinzaglio, perchè non disturbasse oltre.

—Accenda!—disse brevemente.

Cesare s'avvide allora che sulla tavola di pietra nel mezzo del chiosco era preparata una piccola lampada.

—Non tema,—aggiunse la donna.—Il giardino è deserto, questa notte: gli ulivi ci nascondono interamente.

Al debole raggio della lucerna, sì guardarono.

Emilia indossava un abito bruno; per effetto della luce scialba, o per la commozione violenta, appariva di una pallidezza mortale. Seduta sopra un rozzo sgabello di legno, il cane sdraiato a' suoi piedi, era una figura tragica, davanti alla quale i desiderii arditi dovevano svanire.

Cesare ostentava una calma, che di momento in momento poteva mancargli. Il corrugare delle sopracciglia avevagli solcato la fronte d'una linea scura. Stava in piedi; guardava la donna con un senso di nuova inquietudine. La sola vista di lei gli richiamava anco una volta la tristezza, che mai non era giunto a dominare, avvicinando le due sorelle. Su quelle giovani, su quelle fresche esistenze, il grigio nembo del destino s'addensava; ed egli aveva voluto sfidarlo con loro, ed era troppo tardi per isfuggire alla solidarietà paurosa.

—«Chi direbbe, questo, un convegno d'amore?»—si domandò, mentre
Emilia aveva cominciato a parlare.

—Mi ha scritto che desiderava un colloquio,—ella disse, incerta nella voce.—Perchè vuole spiegarmi una cosa assurda ed inutile?… Non le basta avere per sempre spezzato la nostra amicizia, dandole un significato che io non posso accettare?

Egli incrociò le braccia al petto, e dichiarò:

—Non è cosa assurda, il mio amore; forse, non sarà cosa inutile. Debbo ripetervi quanto vi ho già scritto: ho bisogno di voi per vivere.

—No!—proruppe Emilia, alzando la testa a guardar, più che l'uomo, la realtà della passione ond'era ormai stretta e incalzata.—Io non ascolto queste frasi. Con una parola posso toglierle ogni speranza, se non le ha tutte ancora perdute…. Odio l'amore di Lei, odio l'amore di chiunque.

Cesare fece un passo verso la leggiadra figura dolorosa, la quale parlando aggiungeva una grazia ignara al suo aspetto, e gli toglieva l'ombra di durezza, che l'abito aveva tentato di dargli.

—Emilia,—egli disse, prendendole una mano.—Voi mi sapete incapace, per indole e per abitudini, a compor delle frasi…. Mi vedete calmo, perchè non ho esitanze, e la fine di questo convegno sarà anche la fine di lunghi tormenti…..

—Non si muore per una donna sconosciuta,—mormorò Emilia, distogliendo lo sguardo dal volto di Cesare, e liberando la mano….

—Sconosciuta?…—esclamò il Lascaris.—Io vi conosco.

La giovane tornò a fissargli in viso gli occhi grigi, a cui la luce scialba non aveva rapito l'espressione di smarrimento e di timida carezza.

—….E so che in questo istante nessuno è meno sincero di voi,—proseguì l'uomo, con voce calda.—Volete ingenuamente tradire voi medesima…. Perchè non dirmi che vi sono indifferente, che non v'ispiro la simpatia più modesta?… Ciò è ben possibile!… Ma mi dite che tutti gli amori vi sono odiosi, ed è falso, Emilia. Voi desiderate l'amore quanto lo desidero io; voi l'aspettate, come vogliono la giovanezza vostra e la vostra bellezza. Siete pura, ma non fredda, nè insensibile.

—Oh, ve ne prego!…—ella interruppe, Avvertendo una vampata di rossore salirle alle guance e alla fronte, per l'acuta indagine, la quale pareva emergere da un di quei sogni, che non dànno tregua, e popolano la mente di fiamme, e soffian sulle carni.

Cesare le afferrò di nuovo le mani, le trattenne, inginocchiato presso di lei, parlandole quasi all'orecchio.

—Ascoltami, Emilia, e rispondimi. La tua anima non ha più segreti per me; essa vive con la mia, da lunghi giorni, da mesi…. Perchè sottrarla alla gioia?… Perchè odii il mio amore, se ancòra non si è espresso? Non è una passione della quale tu debba arrossire. Non è un ingannò. Forse, colmerà la lacuna de' tuoi sogni…

Emilia pensò in quel punto:

—«Davvero, dunque, la mia alcova è chiusa invano…. Qualcuno vi passeggia in ispirito ogni notte….»

Il rossore bruciante che di nuovo soffuse il volto della donna, fece pensare a Cesare:

—«Ah, quest'abito nero sarà l'ultimo, che me la tolga allo sguardo!»

Avvenne una pausa brevissima. Si guardarono negli occhi, sentendo quasi tattile il nembo del destino che li avvolgeva.

Era qualche cosa tragica, fra loro, come un urlar lontano di lupi famelici, che a mandra lascino le steppe nevose, per addentrarsi ov'è speranza di preda. Grandi visioni li turbavano, inesplicabili visioni d'altri luoghi e d'altri tempi. La passione quasi taceva, innanzi al mistero di due anime congiunte da ineluttabile fatalità…. Era il silenzio minaccioso, il quale precede un terribile duello?… Era la corrente del fascino, irradiatrice d'ultimi bagliori, prima che i due corpi balzino, s'allaccino, si travolgano nell'eternità?

Ascoltavano come lo stormire di una immensa foresta.

Emilia si scosse la prima, bruscamente, atterrita. Udì le parole intime dell'uomo, e le interruppe con un grido, chinandosi su di lui:

—Ma io, io, non vi conosco, Cesare!… Io non so chi voi siate!…
Che cosa avete fatto di me?

—È vero,—disse il Lascaris.—Hai bisogno del mio passato, Emilia, per giudicar del nostro avvenire.

—Neppur questo,—ella seguitò, con voce profonda, quasi mistica nel silenzio vivo del giardino.—Neppur questo, Cesare. I fatti son forse ben poca cosa, in paragone dei sentimenti…. Ma io non so il vostro animo…. Chi siete? Ditemi chi siete! Che cosa volete da me? Vedete come sono triste? Non vi manca il coraggio di prender parte alle mie angosce? E perchè volete sacrificarmi il vostro avvenire?…

Così parlando, ella non ebbe forza a trattenere un affettuoso gesto istintivo, in cui la sorella pareva confondersi con l'amante; e le sue mani sfiorarono i capelli del giovane, e vi s'indugiarono in una mite carezza.

—Dimmi che mi ami, prima!—egli esclamò, stendendo le braccia a cingerle il busto, con un gioioso slancio di vittoria.

Le cercò avidamente la bocca, e la risposta migrò da labbra a labbra, non udita nemmeno dalle pallide foglie immote. Ma poichè Emilia sentiva la stretta divenire ardente, e il suo cuore e il cuore dell'uomo precipitare i battiti come nell'ora delle supreme follie, ella aggiunse:

—Lasciami!… Lasciami!… Lasciami!…

E si scostò con un balzo.

Da quel punto, tutto aveva mutato significazione. Il passato era sepolto nell'oscurità; non fiammeggiava di fronte ai due innamorati se non il futuro, un'ampia via pagana, che luccicò un attimo visibilissima ai loro sguardi; poi essa pure si spense, e Cesare ed Emilia si ritrovarono nella notte, nel chiosco, entro il circolo delle cose reali, che dovevano essere vissute ad una ad una. Nero si drizzò inquieto. Aveva udito romore e scrutava nel giardino grigiastro, le orecchie aguzze; cominciò a ringhiare, e si slanciò fuori d'un tratto, abbaiando distesamente.

Emilia pure aveva guardato la villa, impallidendo; e mentre Cesare la raggiungeva, ebbro di desiderii, avido di baci, ella lo arrestò con la mano.

—Ve ne prego!—disse con voce spenta.—Che cosa ho fatto? Che cosa speri?

—Ah non pentirti di vivere!—esclamò il Lascaris, vedendole il volto tutto bianco di sgomento.—Più tardi, più tardi, mi dirai: concedimi ancòra un lampo di felicità.

E fissandola così ritta, pallida, pallidissima per l'abito bruno, per il diadema di capelli neri, coi grigi occhi illuminati da un'espressione in cui lottavano mille sentimenti contrarii, fissando la svelta forma, ch'egli aveva temuto di non potere allacciar mai colle braccia,—l'inno semplice e immortale gli sgorgò dal cuore e dalle labbra:

—Come sei bella!—proruppe, non osando quasi avvicinarla.—Come sei bella, anima mia, divina statua!… Come sei bella!

Emilia rabbrividì allora, al sogno: l'uomo che sorridendo le aveva preso una mano, appena per l'estremità delle dita, e l'aveva condotta sulla soglia della porta invarcabile. Fuori del sogno, in quella notte estiva, Cesare era ancòra innanzi a lei, ed ella rabbrividiva di spavento e di pudore….

—Dimmi che vuoi essere mia per sempre,—egli le susurrava, prendendole una mano, timidamente, appena per l'estremità delle dita, e chiamandola a sè.—Perchè non comprendi che io ti amerò sempre come oggi? Io darò per te il mio sangue, la mia vita, il mio orgoglio; abbandonerò gli amici, porterò superbo il più greve giogo che ti piaccia impormi; rinnegherò ogni fede, e avrò la tua sola fede, la tua religione….

Quindi aggiunse, esaltato, traendola dolcemente a sedere sulle sue ginocchia, e cingendola con le braccia:

—Tutto questo, io te l'ho già detto, da molto tempo. E tu l'hai udito, non è vero, senza che io parlassi? Hai capito che la mia esistenza cessava, per raddoppiarsi con la, tua?…

Abbandonata fra le braccia di lui, Emilia non osava far moto, bevendo la dolcezza dell'inno eterno. E di repente, sollevò la testa col suo atto risoluto, e offerse il viso ai baci, perdutamente, ebbramente, avvinghiata al petto dell'amante. Tutti i baci scesero sulla bocca di lei, sugli occhi, sui capelli, sulla gola; ella li rese, così assetata di delizie, che non avrebbe resistito al tentativo più audace.

Sotto l'impeto della passione senz'argini, ebbe d'improvviso la visione della strada che conduceva a Pieve di Sori; vide sè stessa calma in apparenza e turbata nell'anima: vide Cesare al suo fianco; capì come già da quel giorno tutto fosse stato predisposto….

Ella aveva resistito assai, aveva sacrificato abbastanza alla verecondia del suo sesso. Nessuno avrebbe ormai osato condannarla.

—Ascoltami,—disse Cesare sottovoce.—Non mi negherai ciò che ti
  domanderò?

Sorrise, vedendo Emilia ritrarsi un poco, e fissarlo inquieta.

—È un piccolo capriccio,—aggiunse,—una cosa puerile…. Voglio salir con te nella tua camera da letto; voglio vedere dove tu riposi…

—No, no, no,—rispose la giovane, sgomenta.—È impossibile…. È già una pazzia riceverti qui…. Non chiedere…. Debbo rifiutare….

—Faremo così adagio,—proseguì Cesare, tranquillamente implacabile.—Saliremo all'oscuro: tu mi condurrai. Resteremo un solo minuto; vedrò dove tu riposi, e torneremo…. Non rifiutare, mia divina…. Voglio respirare il profumo della tua camera, un minuto solo….

Mentr'egli parlava, la donna s'era levata dalle ginocchia di lui, e guatava la villa piena d'ombra.

—Dov'è la sua finestra?—interrogò il Lascaris, ritto alle spalle d'Emilia.

—La finestra di mezzo è la sua finestra,—mormorò Emilia, immobile.

—Senti che silenzio?… Dorme…. Non la sveglieremo…. Suvvia, anima, non rifiutare!

—Ma non capisci?—esclamo Emilia, volgendosi a guardarlo.—Non capisci che rifuggo dal condurti nella casa dov'ella dorme…?

—Di che cosa siamo colpevoli, Emilia?—rispose Cesare.—Quando vivrai dunque per te, senza spettri? Manchi di fede a qualcuno? Sono io legato a qualcuno? Siamo liberi; ci amiamo…. Perchè devi arrossire?

E camminando per il chiosco, seguitò concitato:

—È dunque vero che hai rinunziato a vivere! Non potevo credere, tanto la cosa è triste e strana! Ti vergogni d'amare, e ti avveleni ogni istante di gioia! Dovrò nascondere la passione ch'è il mio orgoglio, per lasciar dormire i tuoi scrupoli?

—Cesare!—implorò la giovane, fermandolo e prendendogli una mano.

Esitava; guardava ora lui, ora la villa assopita coi due palmizii i quali ne vigilavano il sonno.

—Vieni!—disse rapidamente.

Cesare spense la lampada sulla tavola, ed uscirono dal chiosco.

Il giardino susurrava con un brivido ignoto alla vita diurna, e il gracidar delle rane era cessato; ma certi fiori che non s'aprono, se non nell'umidità dell'ombra, effondevano un profumo di notte romantica ed antica. Emilia pensò alle sere innocenti in cui scendeva ad aspirar la fragranza selvatica di quei fiori, tra i quali le lucciole nottiludie vibravano i loro piccoli lampi.

Nero! Povero Nero!—ella mormorò, vedendo il cane sbucar da un viale, e tornare a lei.

Esso veniva cautamente, trascinandosi dietro la catena; Emilia si chinò a staccargliela dal collare, e il cane si drizzò a ringraziare, scodinzolando.

—Va, va, Nero!—disse Cesare, a bassa voce.

—È inquieto: vuol seguirci,—osservò Emilia.—Non si fida….

—Non si fida di me,—soggiunse il Lascaris, sorridendo.

Emilia gli strinse la mano in silenzio. Quanto più procedeva, tanto più si smarriva di coraggio; l'inutile audacia di ciò che stava per fare, le sembrava enorme.

—Sai quale pericolo affrontiamo?—bisbigliò, quando giunsero a' piedi della breve scala di marmo—….Di notte, ella si sveglia, e qualche volta entra nella mia camera,

—Perchè?

—Ha paura.

—Di che cosa?

La giovane fece un gesto perduto, rabbrividendo.

—E tu temi anche per questa notte?—chiese il Lascaris, con lo stesso fremito.

Emilia tacque, guardò la scala bianca, e, al sommo, la porta chiusa.

—Vieni, vieni!—ripetè febbrilmente.—Non temo nulla…. Ti ho promesso….

Parve infinita la breve scala; parve ai due innamorati che nella oscurità qualche spirito potesse ergersi minaccioso; sentirono il respiro affievolirsi e il battito del cuore crescere vertiginosamente. Procedettero, sapendo pure che ad ogni passo il pericolo aumentava.

—Eccoci!—susurrò a un trattò la donna, aprendo cauta un uscio.—Sei nella mia camera.

—Chiudi la porta che comunica, ed accendi, accendi un lume, una lampada,—pregò Cesare, stringendo Emilia fra le braccia.

—No! No! Sei pazzo?—balbettò questa, tutta tremante.—Se non dorme?… Udrà il romore, vedrà la luce….

Ebbe un sussulto che la scosse dalla testa ai piedi. Le sembrava già di scorgerla sulla soglia, d'ascoltarne il grido…. Come erasi potuta dimenticare così? In brevi ore, ella s'era mutata, compieva degli atti di cui non aveva quasi coscienza, e che in pieno giorno le sarebbero parsi d'un'arditezza proterva e malsana.

—Perchè siam venuti qua su?… È una cosa spaventevole, Cesare!—continuò, soffocata dalla paura.—Ella cammina così adagio!… E l'uscio è aperto; non si può chiuderlo; stride.

—Suvvia, anima,—tentò l'uomo,—non pensare…. Dorme!…

Parlavano senza vedersi, ritti ed abbracciati, con le voci morte; a un passo da loro, non si sarebbe udito verbo. Infine, dopo una pausa d'angoscia, Emilia dichiarò:

—È impossibile resistere…. Voglio assicurarmi che dorma….
Aspettami; non muoverti di qui; entro nella sua camera e torno.

Già si avviava decisamente; ma Cesare la trattenne.

—Vuoi andare così?—disse.—Così vestita?… Se non dorme, t'interrogherà…. Che cosa risponderai?… Spogliati!… Hai dimenticato che son le due di notte,—proseguì, sorridendo.—Spògliati, Emilia; devi fingere di essere scesa dal letto…. Spògliati!

La voce era commossa, quasi l'invito avesse avuto un'altra, ben più cara significazione; e l'idea lo incalzava senza pietà, non venuta da lui, non meditata prima, balzata viva dalle tenebre infide.

—Spògliati,—ripetè.—È oscuro; non potrò vederti. Dubiti di me?…
Coraggio, mia divina; l'uscio è aperto, ed ella può giungere.

—Ah, non lo dire!—esclamò Emilia, aggrappandosi a lui, come per sottrarsi al pericolo.

Angosciata, smarrita, con un ronzìo di terrore negli orecchi, la giovane avrebbe in quell'istante obbedito a qualunque voce imperiosa…. Girò lo sguardo nella spessa tenebra; non uno spiraglio di luce che potesse tradirla…. Si decise.

—Sì, sì, mi spoglio,—acconsentì febbrilmente, senza pensare che la parola sembrava in bocca di lei un grido di passione.—Farò come tu vuoi, Cesare…. Mi spoglio!…

Cesare la sentì staccarsi e avventurarsi nella camera, francamente, con l'infallibile destrezza dell'abitudine. Egli aveva trovato il vano della finestra, e vi stava immoto.

Non mai un più energico dominio di sè stesso gli era stato imposto; si curava ben poco del pericolo, si rideva dell'uscio aperto. A due passi da lui, l'amante si spogliava tutta, e rivestiva la molle veste notturna. Oh, giungere alla donna invisibile, e sentirla palpitare fra le braccia!… Vi doveva essere un momento in cui l'oscurità ammantava il corpo nudo di Emilia, e glie la sottraeva allo sguardo innamorato. Egli pensava alla sventura dei ciechi, profonda come un abisso.

E sussultò, udendo; la voce della donna mormorare sommessamente:

—Ecco; ora vado…. Aspettami…. Tornerò sùbito….

Egli protese le braccia nell'ombra, bevendo, il profumo della giovane discinta; ma non riuscì se non a sfiorare una mano di lei, che non si lasciò attrarre.

—Aspettami,—disse ancòra Emilia.—Dopo, sarò più tranquilla.

Cesare si calmò.

Ella doveva tornare. Nessuna forza umana, allora, avrebbe potuto contenderla al suo destino.

XIII.

Il cane, che aveva abbaiato buona parte della notte, e che ancòra abbaiava, da lontano, da vicino, per una grande inquietudine,—non aveva permesso a Roberta di addormentarsi.

Era a letto, ma leggicchiava uno de' suoi libri romantici, alla luce di un doppiere, sul tavolino; e le avveniva di ripetere una stessa frase, senz'afferrarne il significato.

Quando scorse Emilia varcar la soglia, stese le braccia, ed un buon sorriso le rischiarò il volto. Emilia s'accostava, tutta chiusa in una leggera veste da camera, con un gran collare alla Stuart, i capelli crespi e lunghi snodati per le spalle.

—Anche tu non dormi?—chiese Roberta.—Nero non è mai stato così cattivo…! Come sei rosea!—aggiunse, guardandola attentamente, nell'abbracciarla.—Come sei calda!—osservò ancòra, prendendole le mani.

—Smetti di leggere,—le ordinò Emilia.—Ora dormirai, non è vero?

I suoi occhi contemplarono quasi con ostilità il volto della sorella e le forme che s'indovinavano sotto le lenzuola. Ella tremava al pensiero che se non avesse affrontato così il pericolo, Roberta sarebbe venuta a trovarla; e sentiva nell'animo agitarsi il rancore per colei, la quale anche da lungi dava ombra a tutta la sua vita, e le dimezzava, le rubava un'ora della breve felicità.

Accomodò i guanciali a Roberta, e le tolse il libro. Sapeva d'avere sulla giovanetta un impero senza confini; la sua mano passata nei capelli di lei, per materna carezza, poteva addormentarla; la sua presenza era più volte bastata a rassicurarla da qualunque timore.

—Come sei calda!—ripetè la fanciulla, avvertendo la carezza tra i capelli biondi.

—Dormi, dormi!—Emilia mormorò impaziente.

Agiva con la tranquillità consueta; e tuttavia, se Roberta avesse voluto oltrepassar la soglia, ella si sarebbe uccisa, piuttosto che darle il passo.

—Chi sa perchè Nero, abbaia in questo modo?—osservò Roberta, udendo ancòra il latrato del cane, sotto la finestra.

—Risponde agli altri, che abbaiano nelle altre ville,—disse la giovane.—Hai paura anche del cane, stanotte?

—No, non ho paura…. Rimani fin che mi sono addormentata?

—Sì, certo; fin che ti sei addormentata….

Roberta sorrise, e chiuse gli occhi, tossendo di tempo in tempo.

—«Dormi,—le imponeva la sorella col pensiero.—Io sfiorisco lentamente qui, ma qui non dovrei essere, e il mio destino è più forte d'ogni calcolo pietoso. Dormi; non rapirmi il tempo che è mio, non amareggiarmi l'ebbrezza che tu ignori, e che mi appartiene.»

La guardava con uno sguardo quasi magnetico, e la sua mano non ristava dalla lenta carezza, in cui si era trasfusa una volontà imperativa, in cui vibrava un dominio nuovo e assoluto. A poco a poco, il respiro della giovanotta si fece eguale; sotto le palpebre, gli occhi non vagarono più; la bocca si schiuse leggiadramente; il corpo tutto si distese in una quiete benefica e profonda.

Allora Emilia ritrasse la mano; il suo còmpito era terminato; Roberta dormiva….

Fu, d'un tratto, come se in un perduto villaggio di montagna risonassero inaspettate mille trombe di guerra…. Nell'animo d'Emilia, la quietudine della camera virginale e il proprio contegno affettuoso, non ebbero più senso; ella si volse ad altre imagini; una turba d'aspettazioni gioconde la invase…. L'intermezzo candido era finito, e la notte di fiamme la riallacciava….

Prima di spegnere il doppiere, si chinò sopra Roberta per udirne ancòra il respiro eguale, e la fissò un attimo duramente, con la crudeltà d'un egoismo che trionfa.

Poi soffiò sulle candele, uscì, accostò la porta, stette un poco in ascolto, e quasi di corsa traversò il salotto per raggiungere l'amante.

XIV.

—Non dormiva,—ella disse in un tronco bisbiglio.—Ora l'ho addormentata…. Ma, tu partirai, Cesare, non è vero?… È l'alba….

—Mancano tre ore all'alba. Non mandarmi via, adorata,—pregò Cesare, trovando la donna nell'ombra, e abbracciandola come avesse temuto di non più rivederla.

Egli, aspettando, aveva fatto il giro della camera, e nella densa oscurità poteva adesso muoversi non meno destramente d'Emilia…. Pure aspettando, aveva udito i colpi di tosse, e aveva pensato alla fanciulla; un confronto audace tra le due sorelle gli si era imposto allo spirito, gli aveva infiammato le vene d'un ardore quasi cupo….

Andò all'uscio che comunicava, e lo chiuse, senza farlo stridere, prudentemente.

—Che cosa fai?—domandò Emilia, la quale conosceva il romore.

—Chiudo…. Voglio vederti….—rispose il Lascaris, tornato a lei, riprendendola fra le braccia.

—Per carità, non pensarlo….

—Voglio vederti, mia unica bellezza, coi capelli sciolti così…. Che profumo hanno i tuoi capelli!

—Non insistere, Cesare…. Appena siamo sfuggiti a un pericolo.

—Dorme; se anche si sveglia, non oserà disturbarti nuovamente.

Emilia s'accorse ch'egli la lasciava…

—Si vedrà il lume,—disse, impaurita.

—È inutile; è tutto inutile,—esclamò il Lascaris, abbassando poi sùbito la voce imprudente.—Non resisto più a una simile tortura; dovessi perderti per sempre, voglio vederti così, come ti ho sognata e non ti ho vista mai…. Questa notte, non ha paura, è tranquilla,—continuò, mentre s'avvicinava al tavolino, sul quale aveva prima tastato un lungo candelabro.—Tu l'hai rassicurata,—soggiunse.—Una forza divina ci protegge….

E accese i cinque bracci del candelabro, e si rivolse.

Emilia s'avvide che il momento era terribile; non tanto pel pericolo di Roberta, forse, poichè ogni notte in camera era accesa la lampada pènsile, e l'oscurità sarebbe parsa alla fanciulla più strana della luce; quanto per l'uomo, superbo di desiderio e di speranze.

No; Emilia doveva confessarselo: ella non lo conosceva, non aveva mai supposto d'essere così violentemente agognata, di poter così intimamente mutarlo…. Per tutto il volto di lui raggiava un maschio tripudio; la linea scura della fronte era scomparsa; si sarebbe detto che la morte sola potesse arrestarlo…. Emilia lo fissava, amandolo; e cercava un mezzo, pensava a un grido per isfuggirgli.

—Non vi avvicinate!—gli ordinò, a bassa voce.—Non vi avvicinate!

Girò lo sguardo intorno, più sgomenta di sè che di lui, non sapendo come togliersi all'abbraccio, che presentiva invincibile.

—Volete approfittare della mia debolezza e del pericolo!—gli lanciò ancòra.—È un tranello, questo!

Cesare s'era fermato, pallido.

—Che cosa dici, Emilia?—susurrò,—che cosa temi?

—Non avvicinatevi!—ripetè la giovane, con lo stesso imperio nella voce.

Ella ignorava d'essere straordinariamente bella. Abbandonata sul letto, svelata dalla luce aurea in ogni linea della sua positura di battaglia e di rifiuto, dominava l'uomo e i desiderii con uno sguardo bruciante…. Aveva chiamato a raccolta le formidabili energie di resistenza, insite nella donna; e ormai riposava tranquilla, sapendo che così debole, così indifesa, non aveva tuttavia nulla a temere, poichè non temeva più nulla da sè medesima.

Cesare capì.

—Perdonatemi,—disse lentamente.—Vi ho spaventata!, e ve ne chiedo perdòno…. Volete concedermi di baciarvi le mani?

Emilia lo lasciò avvicinare e gli diede le mani, ch'egli si chinò a coprire d'intensi baci; ella lo guardava, sommesso e vinto; ma quando Cesare allungò un braccio per cingerla intorno al busto, la donna si sciolse vivamente.

—Non osate di più,—disse.—O mi alzo, e vado da Roberta, e mi vi rinchiudo.

Poi, mentre il Lascaris le si sedeva ai piedi, sulla candida pelle d'orso ch'era stesa di fianco al letto, Emilia seguitò:

—Questa, è stata una notte di pazzie…. Anche ora, siamo in mano del caso, ed io posso perdermi, da un minuto all'altro…. Una simile notte, non tornerà più. Avete voluto sapere s'io vi amassi…. Lo avete saputo; ed è molto…., ed è tutto….

—Tutto?… Tutto finirà qui?—domandò Cesare angosciosamente.—Vi ho chiesto se volete essere mia per sempre…. Tu lo vedi, Emilia; io non ho mai supposto che tu potessi essere una conquista…. Per il tuo amore, ti offro la mia vita…..

«Dove vai?»—gridò in quel punto lo spirito loico nell'animo dell'uomo libero…. Ma l'uomo non ebbe tempo a rispondersi, che già l'attitudine d'Emilia s'era cangiata, e sul viso di lei tornava la chiara fiducia, e nella sua preziosa figura splendeva il gaudio d'una felicità senza sospetto.

Poi ebbe un cenno muto della testa, verso l'uscio chiuso.

—Il nostro avvenire è là,—disse.—S'ella si oppone, siamo perduti per sempre….

—Tu non lo pensi!—esclamò il Lascaris, levatosi in ginocchio a guardarla con intensità.—Non è possibile fidar due esistenze al capriccio d'una fanciulla!…

—Noi giuochiamo anche la sua vita, e tu non lo capisci!—insistette Emilia, solcando ancòra teneramente con la mano i capelli di lui.—Tu non capisci quale strazio sarebbe per me stessa il compiere un atto che potesse amareggiarla!… Ma lo capirai, non è vero? quando ti dirò che sono pronta a rinunziare, se la mia rinunzia le darà un giorno di pace….

—Siete pronta a rinunziare?—ripetè Cesare.—E come chiamate, allora, il sentimento vostro per me?… Se mi amaste, non esitereste un istante a superare un ostacolo…

Si drizzò in piedi, e rimase a testa bassa, pensando…. Aveva pronunziato le ultime parole con tanto odio, che la giovane sentì un leggero, brivido correrle per le spalle.

—Voi non pensate….—egli proruppe quindi.

Emilia fece un gesto di preghiera, perchè smorzasse la voce incauta; scivolò dal letto, continuando il gesto silenzioso, e andò all'uscio, e vi restò qualche minuto, con tutto il sangue alle tempia e al cuore…. Le era parso d'udire un colpo secco di tosse, lontano; poi, rassicurata dalla taciturnità successiva, s'appressò a Cesare.

—Può svegliarsi,—disse.—Non abusiamo della nostra fortuna!… Va!
Va! Tornerai quest'altra notte, mio amore!

Ma Cesare non ascoltava; osservando l'atto pieno di grazia, col quale ella s'era un po' inchinata a studiare il silenzio oltre la porta, e l'armonìa del suo passo inavvertibile,—l'uomo le andò incontro, di nuovo in preda a un'esultanza veemente, l'accolse e la serrò nel cerchio delle braccia, la ricoperse di baci vivi, sentendola tutta fremere.

Fu di quegli schianti appassionati, che sfiorano i giovani corpi come folate aquilonari, e in una vita rimangono, inestinguibili. Ambedue gl'innamorati risplendevano, per la gioia di spezzar fugacemente la catena diuturna, di riscattare il passato gelido, forse l'avvenire temibile, con un magnifico slancio d'oblio….

Cesare adagiò sul letto la donna, languida; le mani di lui avevano sganciato l'abito notturno d'Emilia, e ancòra un gesto gli avrebbe tutta scoperta l'amante, nuda e bianca, sotto i cinque raggi del candelabro…. E osò il gesto rapido, e la contemplò nivea fra la molle custodia della veste, e le sue labbra diedero i baci ultimi….

La scena era stata così violentemente fuggevole, che Emilia sentì quasi a un tempo il gesto e i baci…. Si sollevò d'un balzo, si ristrinse l'abito attorno al corpo.

Era pallida del mortale pallore che aveva sgomentato Cesare, al principio del convegno….

—Ah, tu credi,—bisbigliò questi, chiamandola a posare il capo su la sua spalla,—ah tu credi ch'io vorrò rinunziare a te?… È dunque così difficile, a voi donne, penetrare il senso della vostra propria bellezza, e comprendere ciò che potete in noi? Nessuna forza umana, capisci?… arriverà a contrastare la mia passione!… Perchè sei così pallida, anima? Perchè piangi? Perchè piangi?…

Ella piangeva, ma, dominata ed ebbra, non si staccava da lui….

Rimasero in un calmo silenzio lungamente, avvinti; udirono nell'aria qualche cosa eterna passare,—il tempo, l'amore, la morte?—e sfiorarli, e procedere incontro ad altri destini, che aspettavano.

—Ancòra mi darai una notte come questa, è vero?—mormorò Cesare timidamente.—Ancòra molte notti di gioia?

—Sì, ancòra molte notti di gioia!—ripetè Emilia.

—Non senti come tutto è strano, in questa notte? Noi rapiremo alla sorte una grande felicità senza confine…. Bisogna vivere, vivere diversamente.

Emilia rabbrividì. V'era infatti qualche grande energia che li stimolava all'amore quasi ad un farmaco delizioso, dalle inesauste ebbrezze; era in loro il bisogno di vivere la doppia esistenza degli appassionati, con doppia forza, con doppia anima, per gli altri e per sè.

Tutte le cose grige dovevano fondersi nel calore febbrile di molte notti misteriose, fra gli alti silenzii che vanno dispersi nel sonno.

Lo stridore di una candela più breve li fece sussultare insieme.
Guardarono insieme la finestra oramai chiara.

—È giorno!—disse Emilia, sciogliendosi dall'abbraccio, e correndo smarrita alla finestra.—È giorno! Mio Dio, come farai?

Cesare l'aveva raggiunta e guardava l'alba apparire, con le nuvolette rosee; una fresca alba estiva, sotto il cui sorriso si stendeva il mare…. Mostruoso d'ombra, solo il puntazzo di Portofino pareva ancòra addormentato.

—Va presto, mia vita!—susurrò Emilia.—Che non ti vedano!

—Non mi vedranno,—disse Cesare.—Rassicurati; nessuno è alzato, a quest'ora!

Emilia lo abbracciò la prima, offrendogli la bocca; sotto gli occhi puri, un livido cerchio aveva cominciato a disegnarlesi….

—Ancòra quest'altra notte, anima!—le rammentò Cesare, innanzi di lasciarla presso la porta che metteva alla scala.

La scala bianca di marmo era vivida nello sbozzo di luce lividiccia.

—Sì, sì, ancòra una notte; tutte le notti che vorrai, Cesare!

E appena egli fu in basso della scala, ella rientrò, corse di nuovo alla finestra, e vide Cesare traversar cauto il giardino, lungo le siepi, e dove gli alberi offrivano qualche incerta ombra.

Da ultimo, nel silenzio cristallino s'udì il cancello cigolare e richiudersi.

XV.

Ma no, per lungo tempo, ella rifiutò ogni altro convegno. Troppo temeva di sè, troppo di lui…. Emilia lo amava di quel formidabile amor delle vedove, che paiono spinte dai ricordi del morto fra le braccia dei vivi…. A pena, scambiavano qualche frase, congiungevano le labbra, quando Roberta non era presente.

Le molte notti che la donna aveva promesso e Cesare aveva sperato di gioia, si dissolvevano oscure, senza memorie, se non di tristezza e d'insonnia.

Era succeduta la stagione media, quando il periodo dei bagni è finito, e ancòra non ha avuto inizio il periodo invernale, caro alle anime e ai corpi malati.

Sul paese, la solitudine pesava; v'erano stati in settembre inesorabili giorni di scirocco, durante i quali l'aria scottava e il sole pareva non dover tramontare mai.

Nelle caldissime serate, salivano Cesare e le due sorelle sopra un canotto a remi, con un agile marinaio più cùpreo del rame; e si facevan trasportar lentamente verso Nervi, verso Quinto, o a capriccio…. In mare l'aria era ricca e buona; ma Roberta aveva dovuto ben presto rinunziare alle fresche gite, poichè il lene ondeggiamento della barca le dava le vertigini.

Se pure quelli del paese avessero supposto o mormorato, ciò importava ben poco a Cesare e ad Emilia, già ciechi per la necessaria imprudenza della passione; ed essi continuarono ogni dopo pranzo, spesso col marinaio, soli più spesso, remando il Lascaris….

Roberta stava ad aspettarli, e qualche volta indugiava una lunga ora sulle rocce, a guardare il canotto lontano e tardo, fra la porpora del tramonto, fra le maravigliose zone di luce irrubinata…. L'imbarcazione, minuscola nella latitudine delle acque, non poteva affondare e sparire? Le vele bianche o rosee eran lungi, alle estremità dell'orizzonte, dove anche un pennacchio di fumo svelava qualche invisibile vapore; mentre dalla spiaggia la distanza era grande….

La fanciulla sentiva d'odiare qualcuno, là dentro.

E la deliziosa strada che da Nervi sale a Sant'Ilario, s'appiana, discende per viottoli aspri fino a sboccar di nuovo sulla strada comunale,—anche vedeva talvolta Cesare ed Emilia incontrarsi e passeggiare nella tenera oziosità di chi aspetta giorni felici e si studia a render felici i giorni comuni.

Passavano per quella strada sempre le medesime persone alle medesime ore; quando un gruppo di monache in abito bruno col soggòlo bianco, per la questua; e quando un curiosissimo carretto tirato da un asinello grigio, guidato da un omiciattolo, che gridava a giusti intervalli, per tutta la durata del viaggio:—Aaah!… Iiih!…., e spingeva l'animale, e scambiava parole coi conoscenti che incontrava.

Cesare aveva chiesto all'uomo da quanto tempo egli percorresse quella strada…. Da venti anni; da venti anni, tutti i giorni egli scendeva a Genova a portare involti e a raccoglierne, e risaliva a Sant'Ilario, senz'affrettarsi, parlando col ciuco, se gli mancavano incontri…. L'alba rischiarava il suo andare; il tramonto salutava il suo ritorno….

—Aaah!… Iiih!…

Cesare l'aveva seguìto con l'occhio, fino a un gomito della salita, invidiandolo…. Passione? dolore? desiderio?… Vocaboli ignoti all'umile; egli non si augurava se non di poter gridare:—Aaah!… Iiih!… per altri venti anni.

Il Lascaris meditava così, dietro le sensazioni del momento, per qualche spettacolo semplice e fugace; fin che non fosse comparsa Emilia, che saliva adagio, sorridendo da lungi all'amico….

Sempre, quell'apparizione aspettata lo toglieva dalla supina realtà d'ogni giorno; ma dentro l'animo gli si risvegliava, l'amarezza intollerante di uno che abbia sognato, che abbia sentito sul proprio corpo il contatto fresco d'un corpo femmineo, e al risveglio si sia trovato in una camera deserta e priva di lume.

In quel periodo, Cesare soffriva presso Roberta qualche molestia, quasi lo spettacolo tuttora vivissimo d'Emilia ignuda sotto i suoi occhi, gli avesse conficcato nel cervello la cupidigia sacrilega di giungere una notte alla camera della giovanetta, di risvegliarla e dominarla come la sorella.

Fra le due sessualità ancòra per lui misteriose, egli aveva dei lampi d'esitanza.

Quelle voci si rassomigliavano assai, e Cesare sussultava, udendosi chiamare da Roberta con la stessa inflessione, che gli aveva reso caro il proprio nome pronunziato dalle labbra d'Emilia.

Ambedue le donne adoperavano un solo profumo, aliante intorno ai corpi in una nube leggera; un profumo, il quale, sorgendo dagli abiti e dalle mani di Roberta, rammentava ostinatamente all'uomo il gesto, ch'egli aveva osato quella notte per veder tutta Emilia, e ch'egli avrebbe voluto osare anche più audace sopra la fanciulla gettata attraverso al letto, per rivelarla pure, fra la molle custodia dell'abbigliamento intimo.

Ambedue avevano un certo movimento risoluto del capo, e certi atti di grazia nel chinarsi fino a un fiore, nel dar la mano, nel sedersi e acconciarsi le gonne intorno.

Differivan poco di gusti, e si vestivano quasi a un modo, portando gli stessi gioielli ai polsi e alle orecchie, e gli stessi monili.

Non di rado, Emilia esprimeva a metà un'idea o una sensazione, e Roberta continuava e concludeva…. Si sorridevano, allora, come se le loro anime fossero vissute un attimo nel medesimo cerchio invisibile.

Ma sotto quelle e simili apparenze, restava il fenomeno, inquietante per Cesare, che l'una completava l'altra; la bionda ammalata s'era avvinta per sempre alla sorella bruna, perchè da questa pareva trarre qualche mistico alimento alla propria anima; ed Emilia aveva contesto il filo della sua esistenza al filo tenue dell'altra.

Egli erasi interposto fra di loro, ma esse. all'infuori di lui, seguitavano una vita comune, indissolubile per le oscure simiglianze del sangue; erano carne d'una medesima carne, due rami d'un albero unico.

—Perchè,—domandò Cesare una volta a Emilia,—perchè ti vesti come tua sorella? Perchè usi del suo profumo? Perchè da lontano io posso scambiarti con lei?

—Vi spiace?

Egli scosse la testa, incerto.

—Vorrei che nessuno ti somigliasse, anche da lontano….

—Ma la somiglianza con Roberta non è cosa che possa ferirvi. Io ho forse la sua voce, e probabilmente uno stesso modo di esprimermi…. Ciò avviene quando si vive tutta la vita con una persona, tanto più se questa ci è legata da parentela. Non vi è nulla di strano o di voluto….

—Si può volere il contrario….

—Odiate Roberta al punto da non tollerar nemmeno un abito simile al suo?

—Comprendimi, Emilia….

E si arrestò. Non avrebbe potuto comprenderlo mai, perchè non sapeva il turbamento arrecatogli con quella notte di mezza voluttà; pel quale turbamento, la pace dei sensi era scomparsa, e innanzi a Cesare s'era spalancata la voragine dissolvitrice delle fantasie, dei sogni, delle figurazioni carnali….

—Oh lasciatemi amarla!—esclamò Emilia, credendo d'aver capito.—Dovrò sfuggire ogni somiglianza con Roberta, come si trattasse d'una nemica? Perchè odiate tanto una fanciulla, che non vi ha fatto male alcuno?

—È certo,—mormorò Cesare, trascinato in quel nuovo ordine d'idee,—è certo che voi non capirete mai la lotta. Io non odio; mi difendo…. Fin che il tuo cuore sarà pieno di lei, io non potrò sperare nulla da te…. Devo darti la forza di comparare e di scegliere, se la scelta sarà necessaria…. Tu ti sei chiusa nel presente e ti sei innamorata del tuo dolore!…

—Non ammettete alcun legame. Siete un selvaggio,—disse la giovane, cercando, di sorridere per calmarlo….

Erano le cinque del pomeriggio; avevan preso il tè, in casa, e Roberta era andata sùbito dopo a visitar la figlia del massaio, che giaceva ammalata. Il sole prorompeva dalla finestra aperta nel salotto, chiazzando d'oro le pareti e il pavimento a mosaico. Nero latrava in giardino, allo strepito d'un carro. E gli amanti ricordavano; ella, la scena del chiosco, non osando spingersi fino al ricordo impudico; egli, la scena della camera, parendogli che di là fosse cominciato il gaudio.

—Non ammetto alcun legame?—ripetè.—Vorrei poter non ammetterlo; e sarei libero, e la mia vita riprenderebbe il suo corso tranquillo, e non aspetterei tutto il mio avvenire dalla volontà capricciosa di due bambine crudeli…. È questa, ormai, la condizione difficile in cui mi trovo: chi devo vincere? Te, o Roberta? Di quale animo devo essere padrone? Del tuo, o dell'animo di tua sorella?

Emilia si concedeva qualche atteggiamento un po' oblioso, appena si trovavan soli; e s'era allungata sul divano, col gomito e la mano destra sostenendo il capo; sottil figura, che rammentava a Cesare quel suo nèo prezioso fra i due seni, e le calze di seta nera alte fino alla coscia.

Ella si raddrizzò di scatto, e restò immota, ascoltando.

—Per liberarmi da questo dubbio, bisogna che la soluzione venga da noi, da te,—seguitò Cesare, il quale aveva notato e goduto l'effetto della propria domanda.—Bisogna, infine, parlare a tua sorella, poichè la vuoi arbitra della nostra sorte….

—E se rifiuta? Se minaccia?—chiese Emilia.—Se mi fa comprendere che una diminuzione del mio affetto le toglierà ogni forza di vivere e di sperare?

Il Lascaris si strinse nelle spalle; egli era innanzi al tavolino da tè, e passava macchinalmente le tazze, guardandone il fondo zuccherato, quasi a trovarvi un'idea.

—Non è probabile,—disse finalmente, per dire.

—-È molto probabile, invece, che ella si opponga. Vivere con noi, adattarsi a un posto secondario nel mio cuore, cedere a te, le parranno cose assurde e spaventevoli…. Oh, continuiamo così, Cesare, fin che è possibile! Io sono felice, ora per ora; non cerchiamo di più, non affrettiamo nulla!… Tu sei troppo impaziente….

Egli obbedì a uno slancio, con le braccia tese verso la donna; ma sùbito si vinse, e abbassò la testa.

Urtava nuovamente contro a una barriera: tra il suo concetto della vita e il concetto d'Emilia, l'indole, la coltura, l'esperienza, avevano scavato un abisso…. Egli era non meno sollecito della vita morale che della fisica; il contatto femmineo, la cupidità esaltata e imprigionata, gli avevano sconvolto la mente e il cuore; sotto la fustigazione della brama inutile, stava per sorgere l'uomo pervertito; ed egli lo intuiva…. Già gli era balenato il pensiero di Milano, dove si sarebbe potuto tuffare in una palude di stravizio, e aspettare coi nervi calmi.

Dir questo a Emilia e perderla, doveva essere una cosa sola.

Ella, come quasi tutte le donne, ignorava il fascino proprio: ignorava che, ad essere serenamente amata, doveva sodisfar prima la bramosia del maschio, eccitata da lei stessa con l'incautela d'una visione, con la vicinanza continua, ch'era uno stimolo a fantasticare. Sapeva resistere, o almeno fuggir le opportunità, perchè ciò stava nel suo medesimo spirito femminile; e non sapeva che, al contrario, cercar quelle occasioni, avversar senza posa la resistenza di lei, eran nell'indole maschile.

—Ebbene?—chiese la donna, vedendo l'atto di Cesare.

—Non è possibile continuare a questo modo,—disse il Lascaris, rialzando la testa. La ruga profonda e dritta gli solcava ancòra la fronte.—Se tu pensassi a raddolcire la mia impazienza, se tu mi dessi qualche convegno, come quella notte, in giardino….

Emilia s'era inavvertitamente stesa di nuovo sul divano, con un moto di voluttuosa pigrizia; sentiva ascendere fino al suo egoismo di donna il nembo di quella preghiera incessante, e lo aspirava a guisa di profumo, trovandovi tutto il compenso alla sua resistenza tenace, tutta la ragione della sua resistenza futura.

Cesare la vide, e si alzò. Ma ella ebbe appena il tempo a comporsi in un atteggiamento calmo, che sulle scale risonò il passo di Roberta.

—Non partire così presto, Cesare,—disse Emilia, sottovoce.

Quando Roberta entrò, scorse la sorella intenta a tagliar le pagine d'un libro e Cesare, in piedi nel vano della finestra, parlando della prossima stagione di Nervi.

La giovanetta spense immediatamente lo sguardo che aveva lanciato sui due, e s'inoltrò con un sorriso pallido.

—Lei dovrebbe visitare quella povera ragazza,—fece al Lascaris, mentre si accomodava sulla poltrona a dondolo, in faccia a Emilia.—È in cura del dottor Noli, ma il consiglio di Lei sarebbe utile….

Il tòno metallico della voce e lo studio insolito con cui Roberta spiccava le parole chiarissime, avvertirono Emilia dello stato d'agitazione in che la sorella si trovava; ma il Lascaris tardò a rispondere. Guardava la fanciulla, vestita come l'amante, con una camicetta, una cintura di cuoio giallo, una sottana azzurro-mare; la camicetta d'Emilia era rosea; la camicetta di Roberta, cilestre. Tutt'e due le giovani portavano i capelli annodati in giro al capo, folti e copiosi.

—Non potrebbe visitarla?—chiese di nuovo Roberta.

—No,—rispose Cesare scuotendosi.—È in cura del dottor Noli, il quale non ha bisogno di consigli….

—Soltanto un'occhiata, passando.

—È impossibile, signorina…

—Sta malissimo…. Grida, ha le convulsioni, la schiuma alla bocca…. Il dottor Noli non verrà fino a domani.

—Possono chiamarlo sùbito,—osservò Emilia.

—L'ho suggerito, ma i parenti dicono, ch'è inutile, e sanno ciò che devono fare; è una famiglia di zotici…. E come è possibile,—seguitò Roberta verso Cesare,—come è possibile negare aiuto a un'infelice, che è forse in pericolo?

—So di che cosa si tratta,—assicurò il Lascaris.—Me ne ha parlato il dottor Noli; non v'è pericolo alcuno….

E pronunziando le parole, le quali caddero in un corto silenzio susseguito, egli osservava la testa bionda e animosa di Roberta, a riscontro con la testa bruna d'Emilia; quella superava questa, per la venustà dell'espressione, e una debole tinta azzurrognola sotto gli occhi, dava alla giovanetta un senso tra di ardore e tra di allettamento.

—Quanti anni ha l'ammalata?—domandò Emilia, che, pur volendo schivare quel tema, vi era caduta meglio, d'un colpo.

—Diciannove,—rispose Roberta.—Oh, morire a questa età, è spaventoso!

La scena aveva dovuto sinistramente colpirla; fra sè stessa e la giovane epilettica, fra il male che rodeva l'una e il male che minava l'altra, aveva forse trovato qualche occulta rispondenza; e la esclamazione venutale di lancio, dal cuore, diede una scossa agli amanti.

Ella recava sempre nei colloquii di loro una nota acre, un presentimento cupo; e, partiti già da tempo dietro imagini diverse, gagliarde, quali le imagini d'amore, essi eran di tanto in tanto soprappresi, arrestati e torturati dal richiamo aspro della fatidica.

Emilia la fissò con un'interrogativa di mite rimprovero, quasi per trattenerla; ma ella aveva sentiti gli artigli della paura

Si levò in piedi, senza curar la presenza del Lascaris, che, rivolte le spalle alla finestra, seguiva attento l'atto della ragazza. irrequieta.

—Se sapessi di dover morire fra un anno, non so che cosa farei oggi,—ella continuò intensamente.—È orribile, simile dubbio, quando la vita ci dà l'abitudine di pensar sempre all'avvenire, come se il presente non contasse…. Ecco un esempio, l'esempio di quella giovane, che non ha vissuto, che non ha gioito, e che un giorno, assai presto, rimarrà vittima d'una crisi…. Povera anima! Povera bambina!

Cesare avvertì uno sguardo supplichevole d'Emilia, per invitarlo a rassicurar la sorella; ma egli non si mosse dalla sua posa consueta, le braccia incrociate al petto, gli occhi freddi sopra Roberta, che camminava concitata per la camera….

—Perdere questa bella, bella vita, perdere il sole, perdere questi spettacoli,—ella aggiunse, delineando un gesto verso l'amplitudine del mare e dell'orizzonte,—perdere tutto, senza aver conosciuto nulla!… No, io voglio ancòra vivere, dovunque, comunque, purchè viva; non è cosa umana rassegnarci al destino, e passare così, quando ancor nessuno ci è tanto legato da poter ricordarci sempre!… Perchè se morissi io oggi, chi mi ricorderebbe fra dieci anni?… Che bene ho fatto?… Che cosa sono stata?…

Allora, vedendola tutta vibrare di nervosa esaltazione, e rilevando un nuovo sguardo angosciato di Emilia, Cesare si staccò adagio dalla finestra, e andò incontro a Roberta, la prese dolcemente per un braccio, e fissàtole negli occhi gli occhi imperativi, le disse:

—Basta, signorina. Che significano queste idee? Dove le ha lette?… È guarita, è forte, e nulla contrasta il suo avvenire…. Tutta la colpa della sua tristezza, è in Lei medesima.

Sotto lo sguardo attanagliante dell'uomo, Roberta parve decadere da un'alta allucinazione; il colorito le si diffuse alle guance vivissimo, e nel punto in cui Cesare la lasciava, ella andò a sedersi, e restò a capo chino, umiliata….

—Suvvia,—finì il Lascaris con un sorriso,—la sua povera malata guarirà, e non valeva la pena di trarre deduzioni pessimiste contro il destino…. Quale comunanza poi, Ella abbia con l'epilettica, dall'età infuori, io non saprei; e l'età è poca cosa, per credere che se quella morisse, dovrebbe morire anche Lei…. Non è vero? Mi dica che ho ragione,…

Con una fievole punta d'ironia, egli era a bella posta passato al di là de' suoi diritti; s'era compiaciuto a far sentire l'indulgenza mordace che le debolezze di Roberta suscitavano nel suo animo, quasi le debolezze d'una bimba….

—Sì,—ella rispose a voce bassa, levando infine lo sguardo in volto a
Cesare.—Ho avuto torto. Quello spettacolo mi ha tanta commossa!

E per sottrarsi al dominio di lui, corse alba sorella, che la ricevette e la strinse fra le braccia.

—Non recarti oltre, laggiù,—disse Emilia con dolcezza.—Vi andrò io, se vuoi. Tu ti lasci troppo impressionare.

Innanzi alle due giovani riavvicinate e avvinte, le quali lo guardavano con occhi sì diversamente intensi, il Lascaris provò ancòra la vampa di calda sensualità che lo bruciava ormai sempre alla vista delle due sorelle; e quell'entrare di un tratto nel possesso spirituale di Roberta, quell'impero ch'egli poteva, ch'egli avrebbe potuto stendere più ampio su di lei, col diritto del medico sull'ammalata inconscia, gli piacquero e lo aizzarono.

Un fastidioso silenzio chiuse la rapida scena. Cesare stava per tôrre commiato, quando la fanciulla lo prevenne, diede un bacio a Emilia, e salutato il Lascaris, ridiscese in giardino.

—Nessuna speranza, dunque?—egli ricominciò non appena furono soli.—Non parlerai?

Emilia era tuttavia circonfusa dalla tristezza, che Roberta sembrava aver lasciato con la sua assenza.

—Chi oserebbe parlare?—rispose.—Non vedi? Non capisci? È crudelmente ammalata di spirito…. Chi oserebbe parlarle, in simili condizioni?

—Ammalata di spirito?—ripetè il Lascaris.—Io ho conosciuto parecchie fanciulle, le quali inghiottivano il sale e bevevan l'aceto, nella ingenua speranza di morir consunte…. Sono le piccole follìe, cui poche normalissime si sottraggono; sono i perturbamenti dell'età…. La signorina legge forse troppi romanzi.

—Cesare!—interruppe Emilia.—Non posso lasciarvi parlare così di
Roberta….

—Legge troppi romanzi,—proseguì Cesare pacatamente, nell'atto che riprendeva la canna e il cappello.—La morte è sempre descritta nei romanzi con un lusso di particolari falòtici, che fanno ridere; non è un fenomeno naturale e semplice, ma una trovata dello scrittore, una punizione d'Iddio, una giustizia degli uomini, uno scioglimento di qualche terrifico dramma, che diversamente non sarebbe mai più finito…. Questo ha turbato la fantasia di tua sorella, e una contadinotta qualunque non può patir di capogiro, senza che la signorina ne preveda la morte e le esequie…. E noi, qui ad attendere che i fantasmi passino, mentre andranno sempre rinnovandosi poichè non sono formazioni esterne e occasionali, ma flora indigena, creazioni caratteristiche del suo cervello…..

—Cesare!… Cesare!… Cesare!…—esclamò nuovamente la donna, su tre tòni diversi.—Non vi avrei supposto tanta ingenerosità…. Essa è malata….

—Addio, Emilia,—egli rispose, prendendole ambo le mani.—Cercate di non farmi ricordare quanto può un uomo che vuole…. Cercate di parlarle…. O le parlerò io, benchè non abbia su di lei autorità alcuna.

Una maschera di sarcasmo gli era scesa sul volto, e traverso le frigide parole di lui sembrava minacciare qualche imprevedibile ribellione.

Emilia non consentì alla stretta delle sue mani; e lo lasciò partire, pensando che non lo conosceva, che in fondo al cuore dell'uomo doveva giacere una malvagità sottile, una acerba indifferenza per i mali altrui. Forse, tutto ciò ch'egli era apparso fino allora, poteva essere stato frutto d'ipocrisia, di quella ipocrisia non volgare, cui la lotta medesima suggerisce e insegna…. Certo, il sarcasmo, il lieve disprezzo per Roberta e probabilmente per lei stessa, rivestivano i suoi lineamenti arguti meglio assai delle altre espressioni delle quali il volto mobilissimo di Cesare era capace.

Quando fu a' piedi della scalinata marmorea, egli scorse Roberta china sopra un cespo di gaggìa, da cui staccava a uno a uno i granelli dorati e fragranti, serrandoli nel cavo della mano.

Cesare avrebbe voluto scansarla; ma ella avvertì il passo, lasciò la sua leggiadra occupazione, e andò incontro al Lascaris.

—Ascolti,—gli disse.—Le grida giungono fin qui…. L'ammalata è nel rustico…. Vada, vada a vederla….

Veramente, grida non s'udivano, e il silenzio non era interrotto se non da un canto acutissimo sulla strada, un canto lamentoso e azzurro, che i popolani liguri trascinano in note di falsetto.

—Sarebbe indelicatezza verso l'amico mio dottor Noli,—osservò Cesare annoiato.—Non v'è pericolo, non ve n'è affatto…. E, d'altra parte, io non rappresento nulla; sono il signor Lascaris, un passante, un villeggiante qualunque. Da due anni, lo sa, ho lasciato la carriera…. Il mio intervento non può essere scusato se non da casi eccezionali.

—Ero dunque ben gravemente ammalata, quando Lei è venuto a visitarmi la prima volta?—chiese Roberta con una triste lentezza.

S'erano fermati poco lungi dalla villa, sul principio del viale che digradava fino alla verde cancellata; ed Emilia udiva le loro voci, senza afferrar le parole…. Ricordò allora, la donna, la dubbia frase dell'amante: «Di quale animo devo impadronirmi? Del tuo, o dell'animo di tua sorella?»

Un malefico intento di torturar la fanciulla nacque sùbito nello spirito affaticato dell'uomo; e invece di protestare, di confortare, di toglierle ogni apprensione sulla malattia d'ieri, che poteva essere la malattia di domani, egli non rispose motto, e finse l'impaccio di chi cerca una benevola menzogna.

Gli fiammeggiava in mente la sensazione da lui medesimo definita: «Con una parola potrei forse ucciderti» e la parola stava per iscattare, rovesciando ai suoi piedi la giovane dritta e titubante. Ma fu tosto, ridestato dall'incubo.

—Abbiamo una giornata ideale,—egli disse.—Perchè non esce a passeggio? Le gioverebbe assai più che occuparsi di quella ragazza.

—Se ero tanto malata, come posso essere guarita d'un tratto?—soggiunse Roberta, allentando il pugno e lasciandosi sfuggire i grani odorosi della gaggìa.—E perchè Lei m'illude?

Aveva nella voce qualche cosa umile e paziente, qualche cosa forse anco vile e trepida, non mai udita da Cesare nelle domande di lei.

Ella era innanzi al giudice, al quale voleva carpire per insidia la sentenza intima e sepolta. Studiava d'avvicinarsi alla verità, fingendo una rassegnazione consapevole; ma sotto alla scaltra indagine, il terrore, l'angoscia istintiva della giovanezza per la tenebra eterna, vibravano.

Pur di assaporare la vita, il sole, la felicità d'una lunga dimane, la vergine intatta nel corpo e monda nel pensiero, si sarebbe macchiata di qualunque impudicizia; colui che avesse potuto offrirle la salvezza, avrebbe imprigionato la fanciulla in una schiavitù senza limiti, per sempre. O forse, rispondendo alla visione che balenava qualche volta alla mente di Cesare, fors'ella si sarebbe gettata ai piaceri con la fame avida di chi vuol tutto conoscere in breve giro di tempo, con la febbre di chi alle spalle intende il galoppo macabro.

—Che cosa posso dirle più di quanto non Le abbia detto?—egli rispose freddamente.—Io non ho mai incontrato anima meno fiduciosa…! Ella turba la pace d'una persona che le è cara, e rattrista un'esistenza che non le appartiene….

Si mosse per allontanarsi, e già s'era incamminato, quando la voce di
Roberta lo richiamò tenera e sommessa:

—Almeno, mi saluti,—diceva.—Almeno, mi saluti….

Un'altra fanciulla, Cesare vide venirgli incontro, nell'animo della quale le parole di lui secche, brevi, imperiose, avevano prodotto la reazione.

Gli veniva incontro Roberta, il volto irradiato da un lampo di gioia riconoscente; bella di fiducia, a testa alta, con la mano tesa, ormai sulla via della schiavitù assoluta, per quanto piccola sicurezza di bene egli avesse potuto offrirle.