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Roberta

Chapter 22: XIX.
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About This Book

La narrazione segue Roberta, una donna segnata da una malattia e dal ricordo di un amore perduto, mentre vive in una cornice costiera descritta attraverso immagini intense. L'ingresso di Cesare Lascaris nella casa delle due sorelle riaccende memorie e tensioni affettive; la vicenda alterna introspezione psicologica, scene familiari e riflessioni sulla passione, la morte e la bellezza naturale. Il testo adotta uno stile lirico e sperimentale, ricco di metafore e immagini sorprendenti, che privilegia impressioni e frammenti emotivi più che una trama lineare.

—Addio, fantastica!—Cesare disse, stringendo quella mano, la quale già rispondeva alla sua stretta con qualche abbandono femminile.

—Addio, dottore!—ella replicò, mettendo in quell'appellativo un arcano senso di devozione e di fede.

Allora, veramente, l'ululo della epilettica lacerò l'aria, rompendosi in un sèguito di singulti barbari.

Cesare fissò in viso Roberta; ma questa gli sorrideva ancòra, e tutta colma di speranze egoistiche, non aveva udito.

XVI.

—Se lei volesse mandarci il fidanzato di sua sorella….—pregò la vecchia.

Roberta, incamminata per uscir dalla casupola, si volse bruscamente.

—Il fidanzato di mia sorella?—ripetè.—Che cosa dite?

—Sì, quel signore, il medico che viene tutt'i giorni dalle Signorie
Vostre….

La fanciulla s'abbrancò allo stipite per non vacillare; e rispose, impallidendo:

—Va bene, glielo dirò.

Poscia si fece forza, e uscita rapida in giardino, entrò in casa, risalì nella sua camera.

Non aveva trovato energia per protestare. Cesare Lascaris, agli occhi di quei contadini, era il fidanzato d'Emilia; probabilmente, anche agli occhi delle cameriere, agli occhi di chiunque avesse voluto spiegar l'assiduità del giovane presso le due sorelle.

E fidanzato era certo l'eufemismo che significava l'amante.

In tal modo, Roberta veniva punita della sua pietà; poichè dal giorno della crisi, quotidianamente s'era recata a visitar l'epilettica.

Nella famiglia de' massai, tutti piagnucolavano, per l'ereditaria viltà delle razze inferiori; e tutti s'occupavano, guadagnavano, spendevano avaramente; tenevano a fitto la terra circostante alla villa, facevan da procaccia tra il paese e Genova, lavoravan da falegname; e tutti piagnucolavano.

Pareva che il lamentìo sommesso della schiatta si fosse impersonato nell'avolo, un vecchio d'ottantatrè anni, curvo e disseccato; il quale non moveva piede, non si poneva a sedere, non girava lo sguardo, non s'appoggiava alla lunga canna, senza trarre dal petto concavo un lagno querulo e abitudinario.

Roberta s'era lasciata cogliere, e portava cibo, vesti, danaro. Vigilava con gli occhi inteneriti la scialba fanciulla, che non sembrava notarla mai al suo fianco. E scorrendo quasi l'intera giornata in quella casupola, tanto malinconiosa da non credersi piantata come la villa a oriente di una vaghissima costiera,—Roberta intendeva di tempo in tempo qualche allusione, o coglieva qualche sorriso, che le riuscivano strani e la facevan pensare. Senza dubbio, lievi cose; ma l'animo di lei, dopo aver lavorato nella vacuità del sospetto, era avido ormai d'indizii, e cercava inconsapevole una traccia, una guida, purchè fosse.

—È il cane del diavolo, cotesto,—diceva la massaia, accenando Nero, che andava a scodinzolare presso la fanciulla.—Abbaia sempre..Vossignoria non l'ode, qualche volta?… Sveglia tutti quanti, la notte…. Ma…., di guardia!… Oh, se è di guardia! Quando urla, sa perchè…. Vien qua, Nero!… Eh, gli piacciono i signori! I signori, li rispetta….

Sorrideva, d'un sorriso decisamente sciocco; ma non sorrideva con lo sguardo, irresoluto, fuggevole; e il piccolo corpo secco e magro della femmina pareva allungarsi; e il collo s'allungava di certo, aiutando la voce senile che fischiava il polifono dialetto ligure.

—Una notte, perfino, mio marito è dovuto scendere a vedere…. Nero abbaiava…. Come abbaiava forte!… Ma sapeva perchè…. C'era qualcuno in giardino….

—Qualcuno, di notte?—esclamò Roberta.—Chi, dunque?

—Eh, qualcuno!—ripetè l'altra, seguitando il suo ghigno melenso.

—Un ladro, un vagabondo, senza dubbio….

—Eh no, un ladro…! Qualcuno, insomma…. Basta: quando Nero abbaia, sa perchè….

Ma Roberta, guidata da una bieca luce improvvisa, aveva voluto sapere, aveva insistito, per combinar la data del trascurabile episodio con un certo suo ricordo, esso pure, fino a quel giorno, trascurabile.

Poi, avvistasi della curiosità feroce cui si dava in pascolo, sentì una nausea violenta, troncò l'interrogatorio, gettando alla femmina un involto che le aveva portato. E non essendo riuscita a definir tuttavia se la fanciulla avesse compreso o non avesse avuto bisogno di comprendere, la femmina aveva allora tentato il colpo maestro, fingendo l'ingenuità:

—Se la Signoria Vostra ci mandasse il fidanzato di sua sorella….

Roberta uscì rapida in giardino, entrò in casa, risalì nella sua camera.

Ella aveva toccato il colpo, quasi piegando sopra sè medesima; e avvertiva lo scatenarsi d'un gran male fisico, non diversamente che ne' suoi giorni di terrore.

Il fatto prendeva nella imaginazione mobile e ignara della giovanetta le proporzioni d'un delitto, del quale sua sorella, la sua Emilia, si fosse macchiata.

Ella ritrovava nella mente la figura incomparabile della donna, chiusa in una leggera vestaglia con gran collare alla Stuart, i capelli crespi snodati e lunghi fino oltre le reni; bella, giovane, fresca, esultante per una delizia attesa; e finta, simularda, egoista come tutti i felici…. Era entrata nella camera di Roberta; cosa strana, non mai avvenuta prima; e aveva rassicurato la fanciulla, nervosa per l'abbaiare, anche strano, di Nero; l'aveva così caramente ripresa delle sue inquietudini; le aveva imposto le care mani sul volto, l'aveva addormentata.

E un uomo, nel giardino, stava ad aspettarla!

Perchè non si poteva nutrir dubbio; e l'aneddoto narrato dalla vecchia, rispondeva benissimo alla maraviglia interrogativa onde Roberta era stata colpita quella notte.

In giardino? La donna era scesa in giardino, con la vestaglia piena di fruscìo, coi capelli snodati?

Il cuore di Roberta cominciò a battere violentemente. Ricoveratasi nella camera, era corsa al cassettone, vi aveva appoggiato i gomiti, e secondo l'abitudine delle sue ore meditative, vi era rimasta, guardandosi nello specchio, a pensare…. Una vampata calda di sangue le affluì al volto….

In giardino era avvenuto il convegno? Non poteva dubitarne; non osava, benchè tale convegno non fosse verosimile, con quell'abbigliamento, col pericolo di essere uditi…. Ma dell'abbigliamento ella sapeva alcuni particolari, i quali ritornatile alla memoria, le avevan chiamato tutto il sangue al volto. Sotto la vestaglia, sua sorella era indifesa….

Dunque, mentre Roberta credeva sè medesima ed Emilia serrate in un inviolabile cerchio di sventura, la donna aveva spezzato il cerchio, n'era uscita, abbandonando la fanciulla alle sue angosce, al suo male, a' suoi spettri…. La voce della giovanezza l'aveva chiamata all'amore.

E la parola magica sfolgorò un gran raggio, passando traverso la mente di Roberta; a lungo fu assorta nella contemplazione del mistero, non diversa dalla femminetta innanzi al Tabernacolo, timorosa della maestà del luogo e impaziente di varcarne la soglia, per essere inondata di luce.

L'amore, alle giovani veniva carico di promesse, ricco di secrete e di palesi delizie, invitto di superba possanza nel ridente aspetto d'Iddio; e nulla aveva più senso, nulla aveva più forza, nulla poteva essere d'indugio o d'ostacolo alla sua via trionfale. Era l'Iddio eternamente pagano; l'agile sua navicella varcava insommergibile gli oceani del tempo, sfidava tutte le tempeste….

A lei, forse, povera, di sangue, attanagliata fra le branche del male senza pietà, a lei non doveva giungere l'amore; non mai avrebbe avuto potere di strapparla alla sua vita letargica, di lanciarla nelle spire della passione, di farle obliare i presentimenti sconsolati….

—Ebbene?—disse Emilia, aprendo la porta.—Che fai lì, tutta sola?

Roberta sussultò, ritraendosi, e guardando la sorella. Vestiva Emilia un abito chiaro, largo di gonne, aggraziato e snellissimo di busto; portava un cappello di paglia con qualche piuma; attraverso il veletto, gli occhi splendevano e le labbra apparivano tumide, ingranate.

—Niente,—rispose la fanciulla, sentendosi ancor tremare.—Tu esci?

—Andrò alla marina, un poco….; verso Nervi….

Roberta notò che Emilia non la fissava negli occhi, e le sembrò di avvertire che un debole rossore salisse alla fronte della donna. Ebbe una stranissima pietà per il lieve impaccio di lei; ebbe lo stranissimo bisogno d'aiutarla a mentire.

—Va,—disse.—È una magnifica giornata…. Avrai forse un po' d'emicrania?

—Sì, un po' d'emicrania,—confermò Emilia.—Vado; l'aria mi farà bene. Addio, cara.

—Addio.

E in preda sempre al desiderio d'aiutarla, Roberta si mosse, andò a posare un piccolo bacio sulla fronte della donna, e stringendone la mano, le sorrise.

Dall'orrore temerario, decadeva quasi alla complicità; dallo sdegno, si sentiva repentemente portata all'occulta simpatia. Non riusciva a comprendere ella medesima come le fosse mancato ogni impeto di rivolta. Il suo cuore stava muto; nulla che significasse lo sfacelo d'un sogno, il precipitare d'un'illusione; l'abbandono d'Emilia la lasciava fredda…. Di più; ascoltando bene il cuore bizzarro, una voce pareva sorgerne: «Sono libera anch'io; debbo anch'io procedere sola, vivere una vita mia, cercare altrove la mia strada.»

Ella volse in giro lo sguardo. Come aveva potuto credere che l'esistenza intera fosse racchiusa fra le quattro pareti della sua cameretta?

Andò a sedere sul divano, facendosi posto tra i libri ch'erano stati i soli confidenti delle sue speranze tumultuose; e appoggiato il capo alla spalliera, partì con l'anima dietro una selvaggia orda di visioni, afferrando di tempio in tempo il filo d'un ragionamento seguìto, e sùbito riperdendolo tra la baraonda.

Quanto era stata ingenua!… Da più mesi, sua sorella amava; sua sorella godeva le squisitezze d'un sentimento immortale, ed ella, Roberta, l'aveva supposta ancòra meschinamente chiusa nelle abitudini quotidiane! Ella, Roberta, s'era lasciata sfuggire una infinità d'indizii preziosi, che ora le tornavano ad uno ad uno, col loro significato certo; e v'era stato bisogno che una contadina maligna l'avviasse, quasi facendo i nomi, quasi offrendo le date! Mentre il fatto era così manifesto, che Cesare Lascaris aveva tentato addormentare i sospetti, traendola a un'amicizia bonaria, fanciullesca, mostrandosi di lei più sollecito che di Emilia.

Sarebbe rimasta sola.

Era ricca; da tempo, ella poteva disporre liberamente della propria agiatezza, e alla sua inesperta fantasia, l'indipendenza materiale sembrava il càrdine d'una grande felicità.

Aveva cancellato d'un tratto le figure dei due amanti, e si fingeva sola.

Innanzi alla finestra, fissando le acque sterminate, col mobilissimo luccichìo solare, pensava:

—«Tutto ciò mi è indifferente; tutto ciò non ha ancòra senso per me. In questo decembre, Milano, la città, i teatri, le feste, mi sarebbero assai più cari. Io sono sola, e non posso godere cotesto spettacolo magnifico, ma eterno e pieno di silenzio. No; v'è qualche cosa pronta e facile, nella vita, che io non conosco: io non conosco i sodisfacimenti dell'ambizione, la delizia di sentirsi ammirata, il gaudio d'essere libera, padrona d'oggi, di domani, arbitra di restare o di partire…. Sono bella?»—

Tornò allo specchio, e interrogò la propria imagine, un poco pallida, con gli occhi febbrili, i capelli biondi e arruffati.

—«Potrò essere elegante…. Ma perchè non soffro? Mio Dio, perchè non soffro? Non amo più Emilia? Ci siamo ingannate ambedue, forse, imponendoci una schiavitù senza ragione. Le sorelle non si amano come noi volevamo amarci, chiusi gli occhi a tutto quanto non fosse del nostro affetto…. Emilia se n'è avveduta la prima. Presto, ella dovrà parlarmi e confessarsi: io la stringerò fra le braccia e le dirò ch'ella è libera, che noi siamo libere. Poi, comincerò a vivere sola, per me stessa, d'una vita elegante….»—

E, poichè era sempre la fanciulla angariata e attratta dai sogni un po' umoristici del romanticismo, perdette ogni nozione della realtà, cominciò a imaginare il mondo alla stregua delle sue fantasie. Vide luce, molta luce sulla strada dell'avvenire, e vide sè medesima incedere tra quei nimbi aurati, vergine superba e intatta.

Curva su gli abissi della disperazione, non aveva mai pensato all'amore; e lo scoperto amore d'Emilia prendeva un significato di giocondo auspicio anche per lei.

Aveva creduto morire, mentre non si moriva alla sua età; aveva paventato che l'amore non fosse mai per giungere, e sarebbe giunto a tutte. Ella avrebbe saputo farsi amare ed esser fedele quanto una schiava; le sue gioie, le sue sciagure, si sarebbero confuse con un altro destino, nell'ora dell'incontro.

Questi pensieri andò volgendo, su questi pensieri variando in gradazioni infinite. Respirava come un'assetata d'aria pura in una pinnacolata selva di balsamifere.

Alcuni giorni squallidi ed inutili seguirono, di cui Natura non dava credito; li contava buoni sulla bilancia, e li avrebbe fatti pagar con la morte.

Il giuoco di Cesare Lascaris appariva ormai così semplice agli occhi di Roberta, ch'ella si stupiva di non averlo compreso avanti; e docile alla solidarietà istintiva per la sorella, per la donna innamorata,—pur rilevando ad ogni poco un cenno, uno sguardo, un fatto, i quali sempre le erano prima sembrati differenti,—si prestava all'inganno.

Le piaceva ridere; perdeva la sensibilità onde aveva trovato tutt'i giorni un argomento di dolore: la fanciulla irriflessiva era risorta.

Non mai amicizia le era parsa più saporosa che quella di Cesare Lascaris, dell'uomo caro alla sorella sua, destinato ad avviar l'esistenza dell'una e dell'altra verso la strada piena di luce. Egli le avrebbe tolte al malaticcio incubo del reciproco obbedire, legando a sè la vita d'Emilia, liberando Roberta di fronte all'indomani.

Già aveva liberato questa dal fantasma della morte precoce; già la sua prima apparizione in casa loro era stata salutare, provvidenziale. Roberta gli doveva la vita, e più che la vita, la fede; e più che la fede, l'avvicinamento insperato d'un sogno.

Perchè dalla nuova sorte d'Emilia, scaturiva naturale che Roberta sarebbe rimasta sola, intutelata, arbitra di tutta sè medesima.

Tali vertiginose mutazioni s'eran fatte manifeste.

L'istante venne, in cui Cesare sentì che il cuore della giovinetta era colmo di gratitudine, e ch'egli aveva imprigionato la fanciulla in una schiavitù senza limiti, per sempre.

Ancòra lontana, l'idea dell'amore; limpido, il sentimento di lei; ma ella era entrata nello stadio più favorevole alla suggestione, quando l'anima femminile si confida, e dall'uomo aspetta la parola che la calmi o che la inciti. Se Cesare si fosse lasciato trascinare a posar le labbra sulla bocca di Roberta, ella non si sarebbe opposta, concedendo senza sapere, forse come tributo d'obbedienza, in un oblio fulmineo.

Dopo, e invano, sarebbe venuto lo sguardo tragico, pazzo, col quale le fanciulle sedotte si risvegliano dalla colpa.

Cesare palesavasi finalmlente a Roberta nel fàscino dell'uomo freddo; ella scopriva d'aver creduto a lui solo, d'avere sperato solo per opera di lui; non alcun altro medico, non Emilia avevano osato irridere alle sue paure, al suo presentire, a' suoi vaticinii puerili. Nessuno al mondo l'aveva avvicinata con tanta familiarità; a lui nemmeno era balenato il pensiero d'adularla; il motto piacevole e comune, la lusinga piccola, la meschina frasuccia erangli ignote. L'aveva presa, collocata più alta delle convenzioni, dominata per maschia semplicità, combattuta e salva.

Tutto ciò, nello spirito di Roberta, aveva prodotto un'eco lenta, che saliva a poco a poco, ma tenace e prolungata; così come gli indizii dell'amore di Cesare per Emilia erano stati torpidi a collegarsi nello spirito di lei, e poi a poco a poco le si erano svelati agli occhi della mente con una logica sicura.

E alla sua ammirazione anche la conquista d'Emilia giungeva quale argomento. La donna pareva scusare la giovanetta; la donna aveva tutto dimenticato; era scesa nel giardino, formidabile di ombra, a notte alta. Roberta ammirava il romanticismo di quel colloquio, dell'amore che a quel colloquio aveva concluso; e comprendendo che le vicissitudini del dramma dovevano essere state per la giovane altrettante ore di dubbio, d'angoscia, forse di rammarichi, la fanciulla fu tutta nuova intorno a lei…

—È strano,—osservò Emilia, un di quei giorni, a Cesare.—In mia sorella non trovate nulla di mutato? Vi pare ch'ella tema? Non l'ho vista mai così affettuosa, in nessun tempo…. Mi parla con dolcezza, mi ascolta con devozione, mi circonda di cure gentili….

Accennò presso all'uomo, sopra lo scaffale da ninnoli, una leggiadra statuetta eburnea, rappresentante Diana in atto di scoccar la freccia, un grosso cane avido ed intento al suo fianco.

—Ecco: ieri è andata a Genova e n'è tornata con codesta piccola statua d'avorio, ch'io desiderava…. Quel mazzo di rose sulla tavola, è stato colto e messo insieme da lei; è il suo regalo d'ogni mattina…. V'è, infine, un mutamento senza causa, che mi turba…. Non avete notato nulla?

—È ancòra triste?—domandò Cesare.

—No, non è più triste. Poco fa, mi diceva che vuole andare a Parigi; ella sogna Parigi, come potrebbe sognarla una bambina, la quale non sappia che cosa sia una città. Ma una volta, io aveva parte a' suoi disegni; ora mi dimentica, parla di sè, quasi volesse andare a Parigi sola…. Poi, vi sono altre cose inesplicabili…. Non vi sembra, ad esempio, che da qualche tempo moltiplichi le sue assenze e le prolunghi? Appena giungete voi, trova un pretesto per allontanarsi.

Mentre la donna parlava, Cesare andava mentalmente enumerando i segni delle mutazioni che in Roberta aveva egli pure afferrato; e sopra tutti, certi sguardi fissi, poco meno che affettuosi e caldi, i quali venivano a lui dall'amica incapace a simulare; e ancòra meglio, la sommissione timida che impediva a Roberta di rifarsi alla confidenza, una volta così audace, con Cesare.

—Chi può indagare il significato d'un capriccio?—egli disse.—Forse noi diamo troppo peso alle variabilità del suo umore; e aspettando, ci torturiamo. Suvvia, Emilia, bisogna affrontar gli ostacoli, d'un colpo, e uscire da queste incertezze, che non muteranno nulla, poichè io non rinunzierò mai a te…. Dovessi commettere la più strana follìa, dovessi spingere il mio diritto fino alla crudeltà, non esiterei…. Io ti amo, e il mio diritto è divino.

Egli aveva meditato in quei giorni, e il terrore della solitudine, che non ha grida, ma risuona dentro l'anima in vibrazioni echeggianti, lo prendeva d'un tratto…. Egli soffriva la responsabilità della propria solitudine; non aveva mai saputo meritarsi una pronta amicizia, un tenero amore, una commovente solidarietà.

Non aveva saputo esser nulla fra le energie simpatiche le quali attraggono; era stato piuttosto, quando per fatalità, quando per orgoglio o per indifferenza, era stato un'energia repulsiva, un solitario, un egoista, un nomade, un parassita, che gode la civiltà e la disprezza, che ha bisogno degli altri e non se lo confessa, che vive la vita di tutti e finge di vivere una vita speciale.

Ora, tra lui e Roberta, tra l'uomo forte, calcolatore, e la fanciulla esile, quasi moribonda, inutile, impacciante, egli non doveva essere sacrificato.

—Hai inteso, anima mia?—continuò.—Questo periodo di miraggi non sarà distrutto, qualunque cosa sia per accadere…. Io ti voglio, perchè tu devi essere la mia vita.

—Te ne prego, Cesare,—interruppe Emilia, avvertendo ch'egli dimenticava il luogo ove si trovavano e il pericolo d'essere uditi dalle persone di servizio.

Rapidamente, ella intuiva l'uomo, passionale e cupo sotto la maschera della freddezza; capace d'arrivare al delitto per il chiuso egoismo del possesso, per la difesa della conquista. Se ne sentiva atterrita e sdegnata; l'ardore incontenibile dell'amante le pareva brutale, e certo assai dubbio per il sèguito, quando l'ardore fosse stato soddisfatto e Cesare non avesse saputo mitigarne la vuota fine con un sentimento più puro.

—Dunque, parlerai, le annunzierai?—egli insisteva, baciando; le mani della donna.

—Le annunzierò….—disse Emilia.

—Oggi, oggi stesso?

—Appena se ne offrirà l'occasione, Cesare….

—No, oggi stesso, quando sarò partito….

—Ebbene, oggi, quando sarai partito….

Ella sapeva avanti che non avrebbe trovato la forza di dire una parola a Roberta.

Da tempo, aveva preso l'abitudine d'aspettare, paurosamente; sapeva che a toglierla da quella incerta aspettazione, solo qualche fatto non voluto e non cercato, avrebbe avuto potere….

Dopo un lampo d'esitanza, Cesare le si avvicinò, le prese la testa che ricoperse di baci fitti e ardenti….

—E promettimi ancòra….—egli soggiunse.—Promettimi….

Terminò la frase presso l'orecchio di lei, sorridendo; mentr'ella ebbe un gesto di diniego col capo e con la mano….

—Perchè?—implorò Cesare.—Dammi questa prova; non tenermi in angoscia…. Vuoi?

—È inutile,—disse Emilia.

—No, non è inutile,—proruppe il giovane.—quando tu mi ami….

—Ma se oggi non potessi parlarle?—osservò la donna, risentendo, al solo pensiero di quel colloquio, battere dolorosamente il cuore.

—Se vorrai, potrai parlarle…. E per ciò….

—Sta bene,—concluse Emilia.—Ti prometto anche questo.

Stranamente, concepiva in quell'ora contro il Lascaris un'ombra di avversione; quasi l'insistenza di lui l'avvertisse che non era più libera di sfuggire alle battaglie temute, e di adagiarsi nella sua bella viltà femminile. Il periodo d'indugio veniva dunque a morire? La dolce gioia di contemplar l'avvenire era finita? Ella avrebbe voluto ancòra tuffarvisi, in un fiume d'oblio; laddove, più rudemente, l'uomo desiderava la realtà, avvicinava il futuro tenue e roseo, si stancava dell'aspettazione dubbiosa, non comprendeva neppur lontanamente la delicata fragilezza di quei giorni, che non sarebbero tornati mai più. Era il maschio.

Ma intanto, Cesare la ringraziava con lo slancio, che la passione faceva in lui ribollire; chinato sulle mani della donna, le baciava minutamente. Egli così appariva, in vicenda alterna, or l'uomo cùpido, inquieto, fosco; ora, per una lieve speranza o per una scarsa grazia, il fanciullo entusiasta, sommesso, incurante del giogo. E vedendolo in tal modo scendere e salir dolorosamente la scala del travaglio amoroso, Emilia fu tòcca, e gli rendette i baci.

Più tardi, quando ella si trovò sola, il pensiero del colloquio con
Roberta sùbito l'agghiacciò.

Avrebbe dovuto addentrarsi in una difficile spiegazione; avrebbe dovuto dire alla sorella, che aveva sull'affetto di lei fondato ogni cara speranza:

—«Io amo Cesare Lascaris, e mi darò a lui per sempre; egli terrà nel mio cuore un dominio invincibile e assoluto…. Senza interrogarti, noi abbiam disposto anche del tuo avvenire: ci seguirai; vivrai, non più nella calda intimità della sorella tua, ma presso la moglie d'un uomo che tu appena conosci, e che per mio consenso avrà i diritti poderosi della legge, il diritto di consiglio sopra di te, l'autorità d'un fratello…. Io ho deciso del mio avvenire; e senza interrogarti, ho deciso del tuo….»

Quantunque ella sapesse che nulla in simile procedere era strano o inusitato, pure qualche cosa l'avvertiva sottilmente come la sua potestà fosse falsa, come per Roberta le vicende future si riducessero a una diminuzione di libertà.

E la critica spontanea faceva sì ch'Emilia presentisse le obiezioni della giovinetta, contro le quali, in caso estremo, non avrebbe potuto opporre se non la volgarità della solita prudenza, i ragionamenti gretti e senza luce delle consuetudini sociali, che avevano statuito la più severa tutela per le fanciulle minorenni, quasi la differenza d'un anno o d'un giorno rappresentasse gran cosa in un'indole o nelle inclinazioni d'una giovane anima.

Fu inquietissima, sentendo nascere da' suoi stessi dubbii la necessità «d'affrontar gli ostacoli, d'un colpo», perchè ella medesima non demolisse in breve le sue ragioni. Fu irrequieta, rifuggendo dalle quotidiane abitudini, andando e venendo per l'appartamento, senza posa; affacciandosi alle finestre, scendendo in giardino, cercando aria diversa, cielo diverso, un sèguito di diverse libertà; arrossendo del proprio necessario egoismo, ribellandosi all'idea antipatica di giocar non l'esistenza sua, ma quella anche della giovanetta ignara, sopra l'àlea d'un amore che doveva essere di lei sola.

Infine, tentò.

Si diresse alla camera di Roberta; ne spalanco l'uscio, decisa a uscir d'angustia, e a parlare.

La fanciulla stava, tutta grave, raccolta a un suo leggiadro lavoro di uncinetto; un gran lavoro, del quale non lasciava ad alcuno vedere il disegno complicato, del quale non diceva ad alcuno lo scopo, attendendovi instancabile; sebbene Emilia avesse compreso che l'opera paziente era destinata a lei.

La fanciulla stava tutta raccolta, mentre viaggiava forse per qualche città d'oro, nella sua prossima vita d'eleganza. Una buona finestrata di sole erale intorno.

Ella andava soffocando le fisiche ambasce con un'interpretazione nuova; soffriva nel petto un'arsura di fiamma, le granfie d'un dolor sordo a le spalle, per tutto il corpo la ripugnanza di vivere, di muoversi, di agire? erano impressioni nervose, bizzarrie sensitive, fantasticaggini. Tossiva, arrossando la pezzuola portata alle labbra? perturbazioni fuggevoli della donna. Aveva la febbre? caldura della pelle, generata dall'ansia di quei giorni.

Si sdoppiava, facendo a un tempo da malata e da medico ingannatore; interrogandosi e rispondendosi.

—Hai bisogno di me?—chiese, al vedere Emilia così repentemente comparsa.

—Debbo parlarti….—cominciò questa. S'interruppe bruscamente, soggiogata dalla propria commozione.

Roberta si levò, riponendo i suoi arnesi nel panierino da lavoro, e prendendo un atteggiamento non solito, quasi avesse aspettato quell'ora, da tempo.

Ma trovata infine la formula per cominciare, Emilia sentì il desiderio irresistibile di non usarne.

Già era per colorir qualche pretesto; già respirava, felice del ritardo che poteva concedersi; già pensava a calmar l'impazienza di Cesare; quando, nell'alzar lo sguardo in volto a Roberta, vide questa sorridere mitemente e stendere le braccia verso lei….

La novissima êra di libertà pareva alla fanciulla dovesse principiar da quel giorno.

XVII.

Con gli occhi chiusi, immobile, si fingeva addormentata….

Udì posar cautamente la bugìa sul tavolino; alcuni passi, non più materiali che il fruscìo del velluto sul velluto…. Una pausa; certo, Emilia la guardava dormire; e poco dopo s'appoggiava al letto, lievissima, e si chinava fino al volto di Roberta…. Ancòra un attimo d'esitanza; sopra i capelli della dormente lo sfiorar delicato delle mani d'Emilia, il tatto appena d'una piuma, quant'era bastevole per richiamarla se fingeva, per non turbarla se dormiva…. Poi, sempre camminando così leggera da essere indovinata piuttosto che udita, Emilia si ritraeva, sicura; tentava prudentemente la finestra, ad assicurarsi fosse ben chiusa; riprendeva la bugìa sul tavolino, riaccostava l'uscio…. Al di là, stava ancòra in ascolto; indi, osava un passo più deciso, allontanandosi…

E tutto ripiombava nel silenzio.

S'era svelata da sè medesima, per la cautela soverchia di verificare se Roberta dormisse: e sùbito, nel pensiero di questa lampeggiò la certezza disgustosa:—«Qualcuno ancòra l'aspetta in giardino!»—

La fanciulla si sciolse dalla immobilità forzata; si levò a sedere sul letto, guardando con gli occhi fissi nel buio…

—«Che cosa si diranno?—pensò.—Certamente parleranno di me, faranno dei disegni per l'avvenire; disporranno della mia vita e della mia libertà, come di cosa loro!»

Allungò il braccio ad accendere una candela; s'intrattenne, fra la luce giallognola, a riflettere, sentendosi a poco a poco tutta conquidere dalla brama d'udire, mentre numerava i pericoli di quello spionaggio, la probabilità d'essere sorpresa, la difficoltà di raggiungere gli amanti senza incontrar Nero, che accusasse la presenza di lei, latrando.

Ma pur nel tempo in cui meditava, si lasciava scivolar dal letto, e, prese le sue vesti, le indossava rapidamente. Quando si trovò vestita, la riflessione tacque; spense il lume, ed uscì, incontro alla morte dell'anima.

XVIII.

Che qualche cosa di grave fosse avvenuto, Cesare capì, non appena
Emilia giunse al convegno e si liberò dalla stretta delle sue mani.

—No, no! Lasciatemi!—ella disse.—Ascoltatemi!

La luna circondava, magnifica di tralucente azzurro, la testa e il corpo della donna, come la sera in cui Cesare aveva prima ammirato Emilia, ritta in una gloria di bianco, di bianco latteo, e di bianco e di bianco. La luna era dovunque; batteva sui gruppi degli alberi, creava un paesaggio di tenui chiaroscuri; illividiva la villa, massiccia; stendeva dietro le foglie un velame cilestre a gradazioni argentee; abbozzava sul terreno ombre leggere.

—Ebbene?—egli domandò avidamente.—Le hai parlato?

—Sì, oggi: me ne ha dato forza ella stessa, perchè s'aspettava….
Aveva indovinato, sapeva….

E notando un atto di maraviglia nel Lascaris, aggiunse:

—Oh, ci saremo traditi le mille volte!

—Ma che cosa ha risposto?

—Ah!… È stata una cosa orribile!—esclamò Emilia, ancòra vibrando.—Sapeva, ed era felice!… Io non credeva…. Nessun rammarico, nessun dolore, nessun rimpianto per la mia affezione…. No, non imaginavo tanta facilità d'oblio…. Mi ha parlato gravemente: ha detto che io sono libera, che noi ci siamo ingannate, supponendo di poter vivere sempre l'una per l'altra…. Ha espresso perfino riconoscenza a voi, che siete giunto a toglierci dalla nostra illusione….

Cesare sospirò e le andò incontro, le mani tese, il volto rischiarato di viva gioia.

—Se tutto è riuscito bene, perchè non siete felice, perchè così pallida e spaurita?—egli chiese con espressione di mite rimprovero.—Dubitate del mio amore?

—Oh, Cesare,—disse Emilia.—Non affliggetemi anche voi; ascoltatemi…. Le sue speranze eran fondate sopra un malinteso, sopra un inganno….

—Un inganno?—ripetè l'uomo.—Che cosa?

—Sì; era felice, ma per sè; insisteva sull'idea della mia libertà, soltanto per conquistare la propria…. Non vedeva se non questo; non capiva, non si augurava che ogni cosa avvenisse in breve, se non per essere libera, per vivere sola, per viaggiare….

Vi fu un intervallo di pausa. Cesare guardava Emilia, trasognato e quasi sorridendo.

—Per vivere sola?—osservò poscia, decisamente sorridendo.—E tu non volevi ammettere ch'ella leggesse troppi romanzi!… Sono idee trovate fra quelle pagine….

—Cesare,—disse Emilia bruscamente,—voi non capite la gravità di quanto vi narro, perchè non imaginate l'animo di mia sorella, non sapete di che cosa è capace per una follia o per un sogno…. Quando le ho annunziato i nostri disegni, la necessità ch'ella vivesse con noi, ha gettato un grido come cadesse da una grande altezza…. Sta male, e tutto mi atterrisce…. Tutto mi atterrisce,—seguitò con voce tremula, già prossima al pianto.—Una piccola contrarietà le ha portato altre volte conseguenze gravi, e questo è un forte dolore per lei….

Invece di proseguire, Emilia trasalì; stette in ascolto, il busto prono, gli sguardi al limitare del chiosco, ove la luna delineava fra le macchie degli alberi un lungo viale, quant'era lungo impolverato d'argento.

—Il romore delle foglie,—spiegò sotto voce il Lascaris, che aveva origliato a sua volta. E riprese incalzando:—Dunque? Dunque?… Che cosa vuole?

—Un fruscìo, non il romore delle foglie,—osservò la donna ancòra
  inquieta.

—Non vi può essere alcuno, Emilia; ho girato tutto il giardino, aspettandoti…. Suvvia, dimmi….

—Certo, ella vive di quelle speranze dal primo istante in cui ci siamo traditi,—continuò la giovane.—E da allora, è vissuta per la gioia d'essere libera, per l'illusione di disporre a suo capriccio l'esistenza propria!….

—Cose incredibili!—esclamò il Lascaris, passandosi una mano sulla fronte.—Cose folli!

—Sì, sì, chiamatele idee romantiche, assurde; ma, ahimè, ciò non muta l'attrazione che hanno per lei!…

—E tu,—interruppe Cesare, prendendola per le mani,—tu non hai saputo opporre nulla, non hai saputo vincerla, non ti sei ricordata che si trattava del nostro amore, della nostra vita!

—Io ho tanto, tanto combattuto, che l'ho vista mutarmisi innanzi!…
Come non la conoscevo!…

Esitò un poco, involontariamente assorta nel ricordo; avrebbe voluto tacere, sentendo ch'era difficile manifestare all'uomo l'esaltazione della fanciulla, convincerne lui, così logico e normale. Ma l'ansietà dipinta sul viso del Lascaris, la stretta delle sue mani impazienti, la diressero:

—Ah, che mi ha detto!—riprese, affievolita dall'angoscia indimenticabile.—Che colore aveva negli occhi! Mi ha detto che non l'ho amata mai, che ho cercato solo la sodisfazione del mio egoismo, che sempre l'ho trattata e ancòra la tratterò da schiava, da cosa, disponendo di lei, della sua giovanezza, della sua volontà, del suo avvenire!… Come non la conoscevo!… Questo, ho udito dirmi!… Questo ho meritato con le mie cure!… Questo, questo, questo, ella pensava di me!…

Si lasciò cadere sul rozzo sedile, e ruppe in lacrime convulse, le prime lacrime di disperazione che Cesare avesse mai visto sgorgar dagli occhi dell'amata…. Egli ne fu tòcco dolorosamente; e inginocchiandosi al suo fianco, accarezzandola con sì lieve carezza quale la donna stessa sapeva usare ne' suoi momenti d'abbandono, baciandola discreto con casti baci, tentò il conforto solito con la voce insolita dell'amore:

—Oh io ti amerò per ogni affetto che il mio amore ti sarà costato! Non piangere, anima; saremo ugualmente felici; rimedieremo…. Vedrai; non disperarti!…

Ella si sciolse adagio da lui, asciugò gli occhi, rimase taciturna; mentre nel cuore di Cesare l'inevitabile parte d'egoismo appariva, cercando a sua volta la consolazione.

—Ed io,—mormorò,—io son venuto al nostro colloquio con tanta gioia, con tanta speranza! Non ho voluto attendere fino a domani per ricever dalla tua bocca la notizia che nessun ostacolo ci separava più!…—Aggiunse, rizzandosi, movendosi nervoso entro il piccolo spazio della chiosca:—Chi si sarebbe aspettato?…

Egli mentiva, ingannandosi senz'averne coscienza.

Al convegno s'era recato nella sicurezza della prossima conquista, e perciò calmo, sereno, sodisfatto della liberazione dai malsani istinti carnali, che le due sorelle riavvicinate stimolavano in lui; ben sapendo che il possesso certo d'Emilia avrebbe fiaccato e rotto l'incanto suggestivo di Roberta, per sempre.

Il dubbio della conquista, la quale pareva, non isfuggirgli, ma allontanarsi di nuovo assai, gli dava ora fuoco nel sangue.

—Chi si sarebbe aspettato una tale pazzia?… Lasciarla libera, lasciarla vivere sola?—seguitò, interrogandosi.—Non ha ancòra vent'anni! Le manca perfin l'ombra dell'esperienza volgare! E, quando pure, non è qui, non è qui il pericolo più grave…. Il pericolo più grave…. No, no, Emilia, non hai saputo parlare, non hai saputo dominarla, tu per la prima non hai sentito l'assurdità intollerabile delle sue pretensioni!

Le si rivolgeva poco men che accigliato, egli stesso non trovando in qual modo, contro chi sfrenare lo sdegno per la forma insospettata della difficoltà…. Gli prorompeva dal cuore, infine, l'odio non più velato, dalla perversion sessuale, ma chiaro, ma virulento, ma bramoso di frantumare e disperdere la volontà contraria.

—Cesare, abbiate pietà,—implorò la donna, alzando il volto nel quale gli occhi, ancòra umidi sfavillavano un voluttuoso languore.—Perchè vuoi giudicarmi? Ti amo, ti amo, e ho trovato tutte le parole del nostro affetto e della ragione!

S'arrestò, prolungando il gesto supplice, che le piccole mani intrecciate volgevano al Lascaris; tese l'orecchio, seguì un misterioso fremito delle foglie; poi, riprendendosi, continuò:

—Mi pare che ad ogni istante qualche cosa di terribile debba avvenire….

—Sì; sì, lo so, che hai sofferto molto, per me, per noi,—disse Cesare intensamente….—Sì, devi aver lottato; ma come non si è arresa all'evidenza, come non ha capito?

Emilia aveva uno spontaneo moto di sbigottimento, passandosi le mani sul viso, sui capelli, ricco di grazia quasi infantile, che nel cuore dell'uomo sempre risvegliava tenerezza infinita. Ella fece il gesto, e l'amante l'attirò a sè, stringendola al petto.

—Sono arrivata fino a minacciarla,—ella rispose, fra le braccia di lui.—È stata una cosa orribile, ti dico. Ha mutato espressione, ha mutato voce; non la riconoscevo più…. E tossiva, tossiva, senz'arrestare la veemenza delle parole…. Un istante, l'ho creduta pazza….

Uscì dall'amplesso, di Cesare, e appoggiandosi alla tavola di pietra, soggiunse:

—Pure, mi ha fatta dubitare di me; e perchè dubitava, perchè non mi sentivo forte innanzi a lei, ho voluto insistere, odiosamente.

—Odiosamente?—ripetè il Lascaris.—Non potevi cedere….

La donna tacque. I suoi sguardi vagavano tra gli arabeschi delle foglie cupe sullo sfondo lunare; e pensava, non udendo l'altra voce, ma ancòra la voce di Roberta, ancòra punta dall'inutile pietà della scena, rabbrividendo all'idea di ritrovarsi domani ancor di fronte alla sorella così mutata.

—Non potevi cedere a lei, o ritardare, o sacrificare la nostra felicità,—egli continuava, serrato nell'implacabile egoismo.—Che v'ha d'odioso, rifiutando l'una e l'altra soluzione imposte? La rinunzia? Pensi tu sempre a rinunziare?…

—Mi diceva,—interruppe Emilia, senza avere udito,—mi diceva che è forte e risanata; l'esistenza meschina di paure e di precauzioni, priva di svaghi, non è più per lei, mi diceva…. È forte, e vuol vivere; si sente giovane, e non può acconciarsi a star nell'ombra, sempre. Desidera conoscere il mondo, prender parte alla vita che le è intorno…. Certo, di tutto ciò non sarebbe nulla, presso noi; forse non ci cureremmo di lei, e non potremmo occuparcene con la tenerezza che avevo io sola, quand'ero libera…. Ella prevede questo, e la logica fredda non vale, non ha forza alcuna contro i suoi sogni….

—Ma così?—domandò il Lascaris, inquieto.—Ti sei lasciata vincere?

Emilia, inerte presso la tavola, senza uno sguardo a lui, le braccia abbandonate, si scosse e lo fissò d'improvviso, con durezza. Che cosa egli sapeva delle sue lotte diuturne? Che cosa apprezzava, che cosa agognava, che cosa voleva conoscere, se non le bellezze del suo corpo, ignorandone l'anima insanguinata?

Egli aveva sempre studiato i fenomeni materiali, i fatti, gli indizii dei fatti; ma non gli era mai occorso di riflettere ai fluidi imponderabili dello spirito, alle delicatissime correnti tra spirito e spirito…. Per ciò, non aveva dato alcun valore alla colleganza delle due sorelle; per ciò, Roberta era per lui un'ammalata; non altro; ed egli poteva esserne il medico diligente, non l'amico pietoso.

—Ho taciuto,—disse Emilia.

—Ed ora?—insistette Cesare, attonito.

—Ma voi credete ch'io abbia taciuto alle prime obiezioni?… Ho taciuto quando non potevo altro…. Sono arrivata al punto….

Crollò la testa, angosciosamente…. Come sentiva, allora, che la tristezza non inganna mai! Proseguì, decisa:

—Io la teneva fra le braccia, perchè cessasse dai rimproveri che mi facevan tanto male; e andavo pregandola di pensare, di capire…. A un tratto…. Ah, che spavento, Cesare!… A un tratto, m'è sfuggita, è corsa alla finestra…. Sai che sotto la finestra, a parecchi metri, è il ripiano della scala di marmo; e sporgendosi infuori, tutta diversa, stravolta, mi ha detto: «Non insistere, non insistere, non insistere! Voglio essere libera per sempre…. Promettimi…. O mi getto di qui!» Era bianca; io vedeva il suo cuore battere attraverso il busto…. Che orrore!… Che orrore!…

—E tu, e tu?….—incalzò Cesare, divenuto pallido.

—Io ho promesso, e ho taciuto…. Non la conosci,—disse poi la donna, a un movimento avverso del Lascaris.—Ella è ben capace!… Sì, sì, mi sembra che qualche cosa di terribile debba avvenire!

Cesare rimase muto. L'abitudine dottrinale di considerare i fenomeni dell'anima in istrettissima dipendenza dai fenomeni del corpo, gli suggeriva dubbii, osservazioni, risposte, che non avrebbe osato esporre all'amante.

Rimaneva la gravità della minaccia; e alcuni ricordi, dai più lontani, dal giorno in cui aveva visitato la prima volta Roberta, ai più vicini, alla sollecitudine per l'epilettica, alla facilità con la quale aveva visto la fanciulla disperare e sperare senza ragione,—questi ricordi gl'impedivano di sorridere e d'alzar le spalle.

Rimaneva la promessa strana di Emilia a Roberta.

—Sì,—affermò poscia, lentamente.—Sì, tu sei libera verso di lei, e il tuo dovere è finito…. Che cosa pretende? Abusare della tua affezione, approfittare d'un mutamento della tua vita, per disfrenare la sua…. Hai parlato, hai pregato, hai imposto…. Non hai ottenuto nulla…. Ti ha spaurita con la violenza…. Si opporrà sempre ai nostri diritti, fin che tu non cessi dall'opporti alle sue follie.

I diritti!… La parola spontanea sulle labbra dell'uomo, produceva in Emilia un senso di ripugnanza…. Egli non pareva comprendere se non questo, non vedeva in una squisita dubitanza di sentimenti e di libertà, se non un altaleno di diritti e doveri. Ella battè le palpebre, smarrita, provando la vertigine d'essere spinta giù per una china, inesorabilmente.

—Ebbene?—domandò, guardando il Lascaris.

Ma egli non osava concludere; sedette, appoggiò le braccia alla tavola, si strinse la testa fra le mani, pensoso e freddo.

—Ebbene?—ridisse Emilia.—Che cosa dunque mi consigliate?… Ah, come si capisce, come si capisce che non avete affezioni!—soggiunse amaramente.—Arrivate a credere ch'io pensi davvero ad abbandonar mia sorella in faccia all'ignoto, in mezzo ai pericoli? ch'io abbia promesso, coll'intenzione di mantenere?… Per chi?… Per me? Io posso sacrificarmi!… Per voi?…

L'amante alzò la testa a guardar la dolorosa, e fu colpito dalla mutazione.

Rigida era la figura, tesa da un supremo sforzo, gagliarda di rilievo sulla cortina tremula del fogliame; la piccola fronte femminea s'era corrugata per lo sforzo d'una volontà che sembrava incrollabile.

Fissava, Emilia, il giovane con espressione ostile, forse esagerata, quasi avesse voluto abituare i proprii occhi a non più risplendere di dolcezza, a non più balenar di speranze.

—Emilia!—sclamò Cesare balzando in piedi.—Che cosa ho fatto? Perchè mi parlate così aspramente? Dov'è il vostro amore? Che significa ciò?

—Oh, non chiedetemi!—proruppe la donna, cedendo alla nervosa tensione e singhiozzando.—Non chiedetemi nulla, non so nulla, non potrei rispondere!… Tutta la mia esistenza è avvelenata; io non mi riconosco…. Soffro, soffro, soffro!

Si torceva le mani, piangendo ora fra le braccia di Cesare accorso a lei, commosso della commozione dura e illacrimante dell'uomo.

Rimasero stretti un lungo intervallo in amplesso convulso, senza parlare, e tuttavia disgiunti, opposti, nello scatenarsi d'opposti sentimenti per una medesima persona.

L'odio, l'odio solo, l'odio fremeva nell'anima di Cesare, quanto più sentiva tenerezza e dolore per l'amante disperata; l'odio arrivava a fargli rammaricare d'aver più volte soggiogato l'impulso che lo spingeva contro la fanciulla, a fargli rammaricare di non averla martirizzata di spavento, egli che con una parola avrebbe potuto ucciderla!

Ma già Emilia, dominando la crisi, interrogava, la voce un po' rauca per le lacrime:

—Aspetteremo, è vero? Ella capirà, più tardi; e noi aspetteremo, ci ameremo così…. Dimmi?—Non è cattiva, non vuol farci male; si tratta forse d'un capriccio improvviso, e noi avremo ancòra pazienza…. Tu mi aiuterai a vincerla; tu sai parlare meglio di me, e a poco a poco verrà a comprendere le nostre ragioni…. Dimmi!

Il silenzio all'intorno era solenne e poderoso; anche il rombo del mare aveva taciuto nel grande assopimento notturno; così che gli amanti circonfusi dalla complice sicurezza avevan di poco levato il tòno delle voci, senza bisbigli ormai, senza susurri.

—Poichè non osi….—disse il Lascaris.—Poichè non osi….,
  aspetteremo!

E già in mente fermava di non aspettare oltre, di affrettare con qualunque mezzo, a qualunque costo, la soluzione.

—Non oserò mai acconsentire a simile follia, che è momentanea,—dichiarò Emilia.—E se tu fossi calmo, tu stesso non oseresti consigliarmi ad abbandonare mia sorella….

Qui l'astuzia femminile si drizzò repentina, istintiva; perchè, nonostante l'ambascia di quell'ora, nonostante la tenebra in cui la sua anima era avvolta, Emilia vide a un tratto la possibilità di attirar Cesare in inganno.

Proseguì, accortamente lenta, togliendosi alle braccia di lui e andando a sederglisi a viso a viso:

—Sai tu stesso che la sua salute è fragile…. Questo, il vero, il grande pericolo!… Ella può ammalarsi di nuovo, e si troverebbe sola, sola, in quali mani! È il pericolo peggiore d'ogni altro…. Può ammalarsi gravemente, gravissimamente ancòra; lo prevedi anche tu?

—Sì, certo,—rispose il Lascaris, senza difendersi, assorto nel pensiero molesto del ritardo, nel pensiero difficile di giungere tuttavia all'amore, al possesso.

—La sua, è di quelle malattie che non guariscono,—seguitava la donna, dissimulando il brivido ond'era stata presa all'inconsulta affermazione.—La sua malattia è orribile, senza speranze!… Ascolta!…—mormorò improvvisamente, con la voce fioca.—Che cosa è questo?… Un romore!

Addossato a uno dei tronchi i quali sostenevano il chiosco ai quattro angoli, il Lascaris appena gettò uno sguardo fuori, dicendo:

—Sarà Nero, che passeggia….

—L'ho messo io alla catena, Nero…. Non può essere.

Ascoltarono allora tutt'e due, guardandosi; ma sùbito echeggiò da lungi il ritmo fragoroso d'un treno; veniva crescendo, si spezzò in cadenze distinte, accompagnato da un tremulo fischio; riprese l'onda unisona, s'affievolì e si spense.

Ancòra una pausa, ad ascoltare il silenzio susseguito; indi, Emilia procedette decisa:

—Io vorrei che per un istante dimenticassi noi e non vedessi che mia sorella ammalata. Potresti in coscienza abbandonarla senza cure, lasciarla vivere a capriccio?… Pensiamo a questo, Cesare!… Noi non saremmo felici….

Egli cadde nella rete; con la mano tesa, inoltrò verso Emilia, e stringendone la mano:

—È vero,—disse.—È vero; non possiamo abbandonarla…. Come ho dimenticato tutti i sacri doveri della mia arte?… Mi sono mutato!… Ella deve stare presso di noi: da un giorno all'altro, qualche grave crisi può sopraggiungerle.

Il colpo arrivò così crudele alla donna, ch'ella sentì un ronzìo nelle orecchie, e ne rimase stordita; ma sottraendo la mano, perchè il Lascaris non ne avvertisse il tremito febbrile, ebbe la forza di non retrocedere:

—Una crisi imminente…. Imminente!… I suoi sogni, le sue pretensioni, la triste follia che noi condannavamo senza pietà; tutto, forse, è il sintomo del male…. E non v'è speranza!—ella esclamò, sussultando da capo a piedi.—Nessuna speranza!

Il medico tacque.

Con lo spirito lontano dalla realtà presente, s'interrogava; notava attonito l'oblio in cui era caduto sùbito, al primo divampar della passione, quell'oblio di sè stesso, pel quale non aveva visto in Roberta se non l'ostacolo da infrangere, la debole da vincere, la larva da distruggere.

Il cuore, la mente, annebbiati dall'egoismo senza confine degli innamorati, avevano avuto per la fanciulla contemplazioni malvage, sensi d'odio, o fugaci desiderii perversi; non mai uno slancio durevole di tenerezza e di casta sollecitudine!

Egli n'era atterrito, e taceva pensando.

Ma d'improvviso, riudì la voce d'Emilia, che mormorava:

—Condannata!… È condannata per sempre….

—Sì,—egli proruppe, inconscio.—È condannata per sempre…. Come ho potuto odiarla?… È condannata….

Si fermò.

Vide l'amante sorgere in piedi, tutta bianca nel volto, tutta agitata da un brividìo convulso, muovere alcuni passi verso di lui, cercando un appoggio; arrestarsi, barcollare….

—Un grido!…—ella esclamò con la voce rauca.—Ho udito un grido….
Cesare, Cesare, gridano, là fuori!… Chi grida?…

Gli cadde sul petto, s'aggrappò ai suoi abiti, ripetendo la parola di terrore, nella notte:

—Chi grida?… Chi grida?…

L'uomo la sostenne fra le braccia, l'adagiò sul sedile.

E si slanciò fuori del chiosco a vedere, a cercare, per la prima volta in sua vita, anch'egli tutto livido di spavento….

XIX.

Giunta innanzi alla sorella, Roberta sentì nel cuore l'odio aprirsi un varco fino al fondo, e il corpo gelarsi di repulsione.

Fiaccata dalle paure della notte prima, Emilia era stesa sul divano, tranquilla e composta, similmente che nel riposo della morte. Di fianco a lei, sopra un tavolino era un calice d'acqua ghiaccia, per le labbra in arsura; insaziabile, la sete della fatica doveva torturarla.

Ma nel rilassato atteggiamento conservava pur sempre la superbia della bellezza; ma con largo ritmo il seno si alzava e s'abbassava in un valido respiro; ma il busto libero dalla fascetta era centrifugo e scultorio; ma era tutta bella, la giovane, la forte, la destinata ai gaudii molteplici del vivere; tutta bella, dalla massa robustamente cupa della capigliatura, ai piccoli piedi serrati negli alti stivaletti. Colma di grazie fisiche, era un'arpa dalla quale poteva la passione risvegliar gli echi vibranti delle intime felicità, che inebbriano gli uomini.

Dormiva?… Pensava?…

Dentro la fronte, più angusta per i riccioli tenaci, chiudeva o credeva chiudere il secreto della fine prossima della sorella, con altri secreti d'amore, con altre secrete intenzioni di voluttà e d'avvenire. Nè mai la terribile consapevolezza del lutto imminente si sarebbe tradotta in parole; Emilia, come il Lascaris, come i medici, come tutti, voleva perseverar nell'inganno, fare sperar Roberta, additarle il futuro da cui la fanciulla era divisa per un abisso insuperabile.

Oh, la spaventevole realtà, balzata alla gola della giovanetta quasi una tigre dal covo!

Aveva udito; prima, aveva udito parole d'amore, le quali non le avrebbero dato impeto alcuno di rivolta; aveva indovinato gesti e baci, i quali avevanle svelato l'amore come un'inclinazione grottesca, assurda, e pur piacevole, se nessun curioso poteva notarne la forma delirante.

In ultimo, dalle labbra più pronte a mentire e a ingannare, in ultimo aveva ascoltato la propria condanna, chiara, fredda, atroce!

Sì, il falso amico, l'uomo da lei già ammirato non per altro se non per la forza prepotente del suo egoismo, colui che trattandola aveva dimenticato ogni riserbo, teneva dunque chiusa nell'animo la certezza ch'ella era per morire in breve; e la beffava del suo presentire, e ne calpestava i sentimenti, e godeva a farla vibrare di speranze folli!

Divincolandosi sotto il morso feroce della realtà, ella aveva gettato un grido fievolissimo; e s'era messa a correre inavvertita nell'ombra, rientrando in casa non avrebbe potuto dire in qual modo.

Ma prigioniera ormai d'un mostro dai tentacoli enormi, che le succhiava sangue e midolla ad ogni passo.

Urtò a bella posta nel tavolino, per richiamar la sorella.

Emilia diè un sobbalzo, levandosi repentemente sul gomito; guardò
Roberta, ancòra con lo sguardo velato dal sogno.

—Vado a Nervi,—disse la fanciulla.—Tornerò per il pranzo.

—Vuoi che ti faccia accompagnar dalla cameriera?—domandò Emilia, dopo un istante in cui aveva sperato invano una parola di scusa pel modo brusco col quale Roberta l'aveva strappata alla breve quiete. Ma tremava intanto; sulle labbra della donna un'altra domanda, trattenuta a forza.

Poco prima, in camera di Roberta le era venuta alle mani una salvietta arrotolata quasi rabbiosamente, e largamente fradicia di sangue; testimonio orribile del male ricomparso. Non osava parlarne, sentendo che la sorella medèsima voleva tacerne, per paura, forse per disdegno di conforto.

—No. Vado sola; devo comprar qualche cosa pel mio ricamo. Andrò sola.

La voce erasi fatta rauca, incerta, con alterni suoni di metallo prossimo a fendersi.

—Non fi stancherai?—osservò timidamente Emilia.—Se tu aspettassi fino a domani? O vuoi mandare a prendere una carrozza?

—Stancarmi? Andare in carrozza?—ripetè la giovanetta.—Si direbbe che tu mi credi sempre in agonia.

L'altra ebbe un tremito improvviso, rapidissimo.

—Dicevo, perchè tu ritornassi più presto,—spiegò quindi col medesimo accento di sommessione.—Anche perchè c'è molto sole; un sole abbastanza forte…. Non irritarti…. Sarai di ritorno pel pranzo? Io mi ero addormentata qui….

Confusa, cercava distogliere sè e la sorella dall'argomento unico, il quale si presentava con malignità caparbia; ma poichè s'avvide che i loro occhi parlavano, che il pensiero si rifiutava, che qualunque parola sarebbe riuscita inutile, si tacque.

Roberta era a un passo da lei; immobile. Aveva un semplice abito grigio e tra le mani guantate portava un involto. Lo sforzo penoso d'Emilia non le sfuggiva, avvertendola che la vita loro, con quello studio di menzogne, di dissimulazioni, con quella commedia di sorrisi e di fiducie, la vita loro diveniva intollerabile.

—Vado,—ella annunzio, quasi a malincuore.—Arrivederci, Emilia.

Emilia si levò, allora, d'un colpo, e andò incontro alla sorella.

Il ricordo del grido nella notte era venuto a fustigarla crudamente di nuovo; chi aveva gridato? Chi era nascosto a udir la rivelazione paurosa?… Doveva saperlo, affinchè il grido non le risonasse più nell'orecchio, nel cervello, mentr'era sveglia, mentre dormiva, come soffiato da mille bocche.

Ma si arrestò a tempo…. Aveva detto Cesare sùbito ch'era stata una allucinazione…. In ogni modo non poteva interrogare, non poteva confessar l'orrore….

La fanciulla stava innanzi a lei; pallida, irrigidita dallo spavento di una domanda.

—Arrivederci,—disse Emilia, lasciandosi trascinar dal destino; e tese la mano ardente. Roberta l'afferrò e trasse la sorella fra le braccia.

—Addio, cara,—susurrò, baciandola, stringendola al petto.—Addio; riposa.

—«Che cosa è?… Che cosa pensa?…»—chiese Emilia a sè stessa, nell'atto in cui rendeva i baci. E per celare nuovamente il fremito improvviso, disse a voce alta:

—Siamo tristi tutt'e due, oggi….

Le rilucevano negli occhi le lacrime, e volse il capo, sciogliendosi presto da Roberta.

—Non farmi aspettare troppo,—soggiunse.—Tornerai per il pranzo, è vero?

Avrebbe voluto vivere ora per ora, minuto per minuto, l'esistenza della sorella; non allontanarsene mai più, non perdere un attimo della vita di lei; adorarla come una fragile e pura idealità, luminosa di grazia e di sventura.

—Ma sì; quante volte me lo chiedi?—osservò Roberta con un sorriso stentato.

Poi, sul limitare si rivolse:

Non impensierirti per me,—soggiunse.—Riposa.

E abbozzò un saluto ultimo con la mano.

Emilia, ritta in mezzo alla camera, ebbe ancòra un dubbio.

—Aspetta!—disse.—Mi vesto…. Verrò anch'io….

Roberta aveva chiuso l'uscio, e discendeva.

Allora Emilia corse alla finestra che guardava in giardino, e vedendo la sorella passare indi a poco, mosse le labbra per ripetere la preghiera. Ma di nuovo, il destino la trascinò:

—«No, è inutile; di che cosa temi? Va a Nervi; perchè inquietarla con le tue paure?»

E la donna, obbedendo, cadde sul divano, e scoppiò in pianto dirotto.

In istrada, la prima persona che s'offerse allo sguardo di Roberta fu Cesare Lascaris, il quale era incamminato verso la villa, quietamente, secondo l'abitudine. L'espressione di lui appariva serena, della serenità fredda ed energica, onde quel volto era riuscito dapprima spiacevole alla giovanetta.

Cesare la scorse e la salutò; ma poichè faceva l'atto d'andarle incontro, Roberta attraversò la via e passò sull'altro marciapiede.

Egli ignorava d'averla ferita a morte con una parola; egli ignorava d'aver messo in quel cuore un gruppo di vipere infaticabili…. Appena vistala, aveva già forse preparato la frase di speranza e d'inganno…. E andava da Emilia a parlar d'avvenire!…

—«Costui potrà consolarla,—si disse Roberta.—Potranno consolarsi tutti in breve!»—

Sentì accerchiante l'impeto di tornare indietro ella pure, di correre a casa, e di baciare Emilia e d'abbracciarla, d'abbracciarla furiosamente.

Nè fu libera dalla suggestione se non quando accelerò il passo, e arrivata a Sant'Erasmo, discese verso Nervi, dove i passanti eran numerosi e potevano distrarla.

La giornata splendeva; quell'ultimo periodo di decembre recava la stupenda fragranza dei giardini tempestati di rose, le quali traboccavan fin dai muri di cinta per una catena ininterrotta di colori diversi, di diversa ricchezza. Soffiava mordace la fragranza del mare, denso di tinta, e pur tuttavia dardeggiato di raggi, che sembravano frangersi alla superficie e lasciarvisi pigramente onduleggiare.

Sulla piazza di Nervi, a capo del lungo viale fiancheggiato di palme che conduce alla stazione, Roberta salì in una carrozza, ordinando di portarla a Genova; e quando fu seduta, avvertì la greve stanchezza della notte insonne, la debolezza estrema per il sangue perduto in quello sbocco furioso.

Ebbe paura; il male poteva riprenderla, ucciderla sulla pubblica via.
Ma se fosse rimasta, lo avrebbe forse fermato?

Ella aveva la mente in un cerchio di follia, e si volse d'un tratto a guardar lo spettro che le stava alle reni, minacciandola di continuo.

La carrozza partì.

Roberta mise sui ginocchi l'involto che teneva fra le mani; era tutta la sua ricchezza, là dentro, una grossa somma in titoli dì rendita, ch'ella aveva divisato di vendere a poco a poco; gettandola anche a profusione, non sarebbe finita tanto presto quanto la vita di lei.

Trasse una lettera, ancòra con la busta aperta; la ripercorse con l'occhio, temendo che il ribrezzo, l'odio, la certezza della fine, le avessero suggerito qualche parola di rimprovero o d'ingratitudine. Il senso ne era calmo ed affettuoso; nessun cenno alla scoperta della notte; perchè aggravare la disperazione d'Emilia con la possibilità d'un rimorso?… Ella non aveva se non la colpa di voler trattenere la sorella, di voler farne un oggetto miserevole su cui sfogare tutta la ferocia della sua pietà.

Ma come si sentiva male!

Ardevano le tempia, ardevano le mani; dentro il petto era insostenibile l'artiglio della tortura; di quando in quando, la sofferenza fisica raggiungeva tal grado da parere una voluttà calda, che le corresse le membra e le facesse ribollir le vene…. Chiudere gli occhi, oh chiudere gli occhi al sole fiammeggiante!… Sarebbe stato più dolce chiuderli sotto freschi baci, che avrebbero potuto placar l'ardore delle carni.

Voleva distrarsi, guardando…. La strada bianca, fra la spiaggia ilare e le ville pregne d'effluvio, quanto era crudele di ricordi!

Ben per quella medesima strada le due sorelle tornavano un tempo dalle loro gite; e le discese ripidissime e la prossimità della via ferrata incutevano un'ombra d'attraente pericolo. Qualche volta il treno le sopraggiungeva rapido e formidabile; e il cavallo fermo innanzi alla barriera drizzava le orecchie, volgeva la testa a guardare. Era l'attimo più commovente della passeggiata; le giovani si stringevano la mano sorridendo. Il mare pompeggiava, solenne di quieta potenza; le ville davano al paesaggio la nota leggiadra o maestosa, incensando l'aria coi profumi dei giardini, e tagliando il cielo puro coi ricami aggrovigliati o con le punte argute degli alberi.

Roberta ebbe così l'imagine di quel molle passato, che portò le mani alla fronte con un gesto di sbigottimento; poi restò attonita, gli occhi fissi sul sedile vuoto innanzi a lei, per non più vedere, per non pensare, per non obbedire alla sorda voce, che le gridava nell'intimo, che gridava dalle cose tutte:—«Ritorna! ritorna! Non trascinare altri nella tua rovina!»

Solo dopo Sturla, quando la fiumana della gente, delle carrozze, dei carri, si fece più tumultuosa sotto il biondo sole, ella abbandonò il suo atteggiamento inerte; si drizzò e finse.

La vita incombeva. Roberta passava tra la vita e le speranze mostruose di quegli sconosciuti, e doveva fingere vita e speranze ella pure; già il suo volto era insolitamente pallido e malato.

Si drizzò sul busto; trovò uno sguardo impersonale per lo stupido spettacolo.

Alcuni giovanotti fermi in gruppo a chiacchierare, si volsero insieme e la fissarono…. Ah, il suo corpo e il suo animo! Non avevano ormai se non un valore d'effimera. L'animo era in agonia. Volevano il corpo? Avrebbe potuto offrirlo al primo passante cui fosse piaciuto, per distruggere anche la sua verginità inutile, per sentire una qualunque nausea degli altri e di sè stessa.

Arrivata a Genova, tenne la carrozza e discese presso varii negozii, ad acquisti.

Ella eseguiva automaticamente il disegno stabilito nella notte e calcolato fin nei più minuti particolari di tempo.

Ai commessi parve una strana compratrice.

Era molto distratta; non osservava la merce, e faceva domande alle quali non aspettava risposta. Dal negoziante di valigie aveva dimenticato di ritirar l'avanzo di cinquecento lire e avevan dovuto rincorrerla per consegnarglielo.

I suoi occhi s'offuscavano d'una espressione poco men che atterrita quando qualcuno le diceva la frase abituale:—«Vedrà, signora, che questa stoffa le farà una gran durata.».

Ed era molto, molto stanca; si sedeva appena giunta e non si alzava se non per uno sforzo visibilissimo. Dalla sua guantaia, aveva chiesto un cordiale, un po' di liquore, e aveva trangugiato un bicchierino di cognac, ch'era parso animarla un istante.

Risalì in carrozza, e si fece condurre alla stazione di Piazza Principe. Si rammentò, in quel punto, della lettera; pensò che, inviandola per posta, non sarebbe arrivata se non la dimane, ed Emilia avrebbe sofferto un'altra notte di dubbii, più spaventosi di qualunque spaventosa certezza. Chiuse la busta, e quando fu alla stazione guardò il cocchiere, il quale la conosceva e aveva frequentemente servito le due sorelle. Poteva fidarsene.

—Voi tornate a Nervi?—gli domandò Roberta.

—Sì, signorina, sùbito.