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Roma contemporanea

Chapter 21: NOTE:
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About This Book

Un resoconto di viaggio e riflessioni raccolte durante sei mesi trascorsi nei territori pontifici e nelle città italiane, alternando descrizioni paesaggistiche e urbane a osservazioni sociali e morali; include ritratti vivaci di località attraversate, considerazioni sul costume e sulla lentezza delle riforme, e annotazioni sulle innovazioni infrastrutturali e sulla vita quotidiana, il tutto presentato con tono personale ma non polemico. L'opera combina episodici aneddoti di viaggio con meditazioni più ampie sul cambiamento sociale e sulle contraddizioni tra apparenza e realtà nella società contemporanea.

NOTE:

1.  Sonvi certe tasse che crescono colla popolazione delle città, ond’è che le città sono interessate a dissimulare una parte della loro popolazione. Conosco un borgo di Lorena, che conta più che 4000 abitanti e non ha mai voluto confessarne più di 3999. Quando il progresso della popolazione sarà diventato troppo evidente, essa farà un salto da 3999 a 4999, siccome quelle donne che aspirano ancora alla galanteria, e che passano in un giorno dai ventinove ai trentanove anni.

2.  Per rendere più agevole l’intelligenza di questo periodo ai lettori italiani, si crede necessario di dar il valor convenzionale de’ vocaboli francesi parquet, coulisse, coulissier, allorchè si applicano al commercio. Parquet significa il luogo dove stanno i commercianti, banchieri ed agenti di cambio a discutere i loro affari. — Coulisse, è luogo di riunione dei negozianti di cambio alla borsa fuor delle ore in cui vi lavorano gli agenti. Coulissier, sono negozianti che trattano affari alla coulisse.

3.  Uno scrupolo mi trattiene al momento in cui rileggo questa frase, ed ecco che un altro ricordo mi ricorre alla mente.

Una bella sera del mese di maggio all’ora dell’Ave Maria incontrai una processione di gente del popolo e del ceto medio in numero di diciotto o venti. Essi cantavano a tutta gola un cantico italiano in onore della Santa Vergine. Intanto ch’io ammirava nel mio interno quest’atto di divozione spontanea, fui urtato da un uomo sdegnato, che gesticolava energicamente; era il principe Publicola di Santa Croce. «Che impudente canaglia! diceva ad alta voce. Cesseranno infine di rompervi il capo. Non hanno già ben guadagnato i trenta soldi che la parrocchia dà loro per edificare i forestieri?»

4.  Questo capitolo, che manca assolutamente d’attualità, fu scritto alcuni mesi dopo l’attentato del 14 gennajo 1858. Io lo conservo qui per i particolari curiosi e autentici che vi sono contenuti; ma ognuno sa che un anno dopo tutti gl’Italiani degni di questo nome hanno lasciato il coltello per prendere la spada.

5.  Ludovico montò la scala del palco. Il carnefice lo fece inginocchiare, ponendogli la mano sulla spalla ed obbligandolo a piegare le ginocchia. Ludovico obbedì, senza piangere, invocando con voce soffocata i proprj figli e la propria moglie, e senza pregare. Il prete, sempre borbottando il latino ad un uomo che sapeva appena il dialetto romano, s’allontanò alquanto, mentre il carnefice, detto Mastro Titta, rimase in piedi di fianco al condannato.

La moltitudine tratteneva quasi il respiro; gli uomini avrebbero potuto contare le pulsazioni del cuore delle donne loro vicine.

Mastro Titta trae dal disotto della sua casacca rossa un grosso bastone piombato ed accuratamente lo esamina, poi lo fa girare siccome un capotamburo farebbe colla sua lunga canna dal pomo d’argento, o come un giocoliere farebbe colle sue bacchette magiche. Da ultimo lo afferra ben saldo, lo fa girare due volte intorno alla sua testa, e colpisce il condannato sulla tempia sinistra.

Un grido d’orrore sorge dalla folla. La vittima cade siccome un bue, ed il suo corpo comincia a dibattersi nell’agonia. Ma la giustizia del Vicario di Cristo non è ancora soddisfatta, non ancora completo il supplizio.

Mastro Titta getta lungi da sè il suo bastone, in mezzo alla gente affollata; afferra di nuovo la sua vittima, trae dal suo fianco un coltellaccio da beccajo, e la sgozza.

Poi col coltello medesimo le fa un cerchio profondo intorno al collo, come per tracciare la linea, e taglia poscia la testa, che mostra al popolo. Il sangue di quel teschio arrossa il carnefice, mentre due fontanelle di sangue sprizzano dal collo staccato, e vanno ad inondare la tunica del prete. Credereste che il sacrificio fosse finito? No. — Mastro Titta taglia le due braccia alla clavicola, le due gambe al ginocchio del cadavere, e raccogliendo, co’ piedi e colle mani, braccia, gambe, testa, e tronco, li getta insieme in una cassa appiè del palco, mentre cavasi di tasca un fazzoletto e si forbisce il naso.

Non è a dirsi l’orrore del popolo alla vista di questa spaventosa scena.

Un grido unanime di maledizione irresistibilmente proruppe da tutta quell’onda di gente un’ora prima sì allegra: e ciò malgrado la truppa, i gendarmi, la polizia.

Il prete sul palco annasava tranquillamente a prese il suo tabacco.

Leone XII non si scosse per nulla, credendo aver adempito il suo dovere.

6.  E difatti de’ quattro miei compagni, due sono ancora celibatarj. Settembre 1860.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.