VIAGGIO
Dicesi che ogni strada mena a Roma; ma per noi cittadini di Parigi, la via più breve è quella che passa per Marsiglia.
Perchè il nome della Canebière è comico a Parigi? D’onde procede che Marsiglia ed i Marsigliesi abbiano ereditato il privilegio di farci ridere, dacchè la Garonna ed i Guasconi più non ci divertono? I sandi! ed i cadedi! che sollazzavano i contemporanei di Molière, sono caduti nel dominio della storia, siccome le facezie militari scritte sulle pareti di Pompei: più non si ride se non delle esclamazioni marsigliesi. Ne’ crocchi di giovani, un narratore che sappia fare da Marsigliese è sicuro di rapire l’uditorio; certe facezie, accompagnate da certe smorfie e condite da certo accento, commovono infallibilmente la milza più refrattaria. Tutto è ridicolo in quel Marsiglia di convenzione che i begli spiriti ci hanno fabbricato: l’aridità del suolo, il sucidume delle vie, l’infezione del porto, la rozzezza degli uomini. Il Marsigliese da scherzo è una specie di scimia burbera che mangia dell’aglio, purga degli olii, vende dei negri, e da del tu a tutti quanti. E perchè il popolo più attivo e più interessante della Francia si è tirato addosso questo ridicolo? Perchè i più diretti discendenti dell’antica Grecia servono di zimbello agli Ateniesi di Parigi? Perchè tutti questi peccati veniali di lesa maestà contro la regina del Mediterraneo? Perchè? perchè? perchè?
Perchè Marsiglia regalava ai giornali dì Parigi una dozzina di compilatori maligni, che un po’ troppo spiritosamente ci fecero gli onori del loro paese. Non parlo nè di Amedeo Achard, nè di Mery, nè di Luigi Reybaud, nè di Leone Gozlan, nè di coloro che erano abbastanza ricchi di loro proprio ingegno per lasciar Marsiglia in pace. Ma dopo l’emigrazione dei principi è venuta l’emigrazione dei popoli. Ogni volta che un Provenzaletto, mosso da prurito d’ambizione, povero d’idee, sbarca negli ufficj d’un giornaletto, il suo articolo d’esordio è bello e trovato: la Canebière! I primi scherzarono, i seguenti caricarono la tinta; il comico lasciò il posto al buffone, il buffone al grottesco, e Marsiglia ricevette dalle mani de’ suoi figli cinque o sei strati di ridicolo, che non si possono cancellare in un solo giorno. Essa se ne consola, dicendo: La è colpa mia; non sarei sì ridicola se non avessi fatto tutti questi uomini di spirito.
Quanto a me, lo confesso umilmente, Marsiglia non mi ha fatto ridere. È uno spettacolo che dà a pensare. Per poco interesse che si prenda all’avvenire della Francia, si osserva con curiosità passionata questa città vivente, che va crescendo ed allargandosi quasi a vista d’occhio, siccome una pianta de’ tropici; si sospende il proprio respiro per rimirare correre questo popolo avventuriero, che pazzamente galoppa su tutte le vie del progresso, a rischio di rompervisi il collo.
Aveva abbandonato Parigi sulla metà di marzo, un gran mese prima della fine d’inverno. Ma gl’inverni di Parigi sono sì aggradevoli, che un uomo che sia dedito ad occupazioni non saprebbe rinunciarvi troppo presto. Me ne andava ben lungi e per lungo tempo, carico di mille questioni da risolversi, felice d’avere uno scopo, e confortando il mio rammarico colla speranza di riportarne un libro.
Da Parigi a Marsiglia il viaggio mi parve eterno, poichè presentiva che in un prossimo avvenire si potrebbe farlo più presto. Senza dubbio è piacevole l’attraversare la Francia in venti ore, in un’eccellente carrozza; ma il vapore non mantiene ancora tutto che ci ha promesso. Quando si viaggia per viaggiare, vale a dire per godere ad ogni passo della varietà degli oggetti, non saprebbesi andare troppo lentamente; ma quando si prende la strada ferrata, si è per arrivare, e non per altro; non saprebbesi dunque andare troppo presto. La strada da Parigi al Mediterraneo, una delle più perfette che siano in Francia, si ferma ancora troppo spesso e troppo lungo tempo, quando trasporta viaggiatori.
Conduce la valigia delle Indie in dodici ore; anzi ne’ giorni passati fece meglio, poichè una locomotiva spedita da Marsiglia con un pacchetto dell’amministrazione, è caduta, nove ore dopo, come una bomba, nella stazione di Parigi. Ecco il vero impiego delle strade ferrate. Per un semplice passeggio, basta il bordone.
A partire da Lione, dove perdemmo un’ora, il clima si raddolcì, il sole si fece sentire e gli alberi fiorirono sui lati della strada: avreste detto che la primavera ci veniva incontro. A Parigi ci avevano dato de’ scaldatoj, a Valenza ci furono offerti i sorbetti. Questi trapassi parranno assai più miracolosi, quando potremo addormentarci alla Bastiglia e svegliarci in vista del castello d’If.
Fra la città d’Arles e lo stagno di Berre, la strada corre lungo un’immensa pianura, più trista che la landa più desolata. La si chiama la Crau; la natura s’è data la briga di spargervi de’ sassi con una prodigalità favolosa. Gli uomini tentarono qua e colà di seminarvi altra cosa, ma la messe non è ancora comparsa. Quando si misura coll’occhio quell’estensione di suolo sterile, si rimpiange il tempo in cui nulla era impossibile alla verga delle fate. Spero che la chimica industriale, vera maga de’ tempi moderni, saprà far crescere il grano dai giardini d’Arles fino alle saline di Berre. Il quesito è posto a studio; ed io conosco un giovane dotto che si vanta di saperlo risolvere.
Ma perdonatemi cotesta fermata: le strade ferrate ne fanno d’assai più lunghe.
I viaggiatori che escono dalla stazione discendono a Marsiglia per larghe vie fiancheggiate da belle case e piantate di vecchi alberi. È come il vestibolo d’una grande città. La strada si ristringe bruscamente appiedi della contrada Noailles: si fanno cento passi all’ombra in una sorta d’angusto corridojo. Ma tutto ad un tratto l’aria, la luce, lo spazio, tutto abbonda in pari tempo. Ecco aprirsi intorno a voi una piazza monumentale, mentre due immense vie vi sboccano, distendendosi a destra ed a sinistra. Dirimpetto una via più larga, ma infinitamente più corta che la via di Rivoli, vi mostra il vecchio porto stipato di vascelli: Salutatela! è la strada Canebière!
La Canebière è una porta aperta sul Mediterraneo e sull’universo intero; poichè la liquida strada che di là move, fa il giro del mondo. La Canebière vide sbarcare, nel 1856, quattrocento mila viaggiatori e due milioni di botti di merci, che fanno due mila milioni di chilogrammi. L’area della Canebière si vende in ragione di mille franchi al metro quadrato, ossia dieci milioni l’ettaro. La Canebière è dunque una delle strade più laboriose, più utili, più rispettabili del mondo incivilito.
Il porto che la chiude, o piuttosto che la continua, le dà una fisonomia originale. I costumi pittoreschi dell’Oriente la screziavano ancora, or sono pochi anni, ma questo tempo beato non è più. L’Oriente più non invia i suoi costumi in capo al mondo, conservando per sè que’ pochi turbanti che ancor gli rimangono, per farsene un onore agli occhi degli stranieri e mostrar loro che esso è proprio l’Oriente.
Quando si discende verso il vecchio porto seguendo la Canebière, vedesi a sinistra la città nuova, propriamente in linea retta, su terreno piano; a destra la vecchia Marsiglia alla rinfusa agglomerata sulla montagna. La città dell’avvenire è situata più lungi, al di là della vecchia Marsiglia, lungo i porti della Joliette.
La nuova città è pulita ed anche elegante. Rende imagine d’un piccolo Parigi, e non è più il tempo in cui i cittadini gettavano giù dalle finestre il soverchio delle loro case. Tre grandi strade parallele attraversano la giovane Marsiglia in tutta la sua lunghezza. La strada di Roma ha qualche apparenza della nostra contrada di Richelieu: e conviene che la somiglianza sia sensibile, poichè il consigliere De Brosses l’aveva accennata, or fanno già cento anni. La strada San Ferreol è una vaga copia della strada Vivienne, benchè la borsa si tenga nella via del Paradiso. È all’aria aperta, sotto il cielo, che i Marsigliesi si raccolgono due volte al giorno per trattare i loro affari. Hanno però un piccolo edifizio di zinco o di cartone per rifugiarsi in caso di pioggia, ma non vi entrano quasi mai. È usanza sì radicata, che nel mattino fra le 11 1⁄2 ed 1 ora, e la sera fra le 4 e le 5, i cocchieri fanno un giro per evitare la via del Paradiso. Allorquando la nuova Borsa, che si compie sulla Canebière, sarà aperta ai mercanti ed agli speculatori, non vi verranno se non saranno spinti, nè vi si fermeranno, se non vi verranno racchiusi.
Marsiglia ha i suoi Campi Elisi. Nelle vicinanze del corso Bonaparte veggonsi delle contrade intere, delle casette ben costrutte, comode ed anche ornate con buon gusto. Potrei citarne una, che sarebbe ammirata dovunque, anche a Parigi. Questa città nuova, che però non manca nè d’aria nè di luce, si è data il lusso di due grandi passeggi. Uno è una via tagliata nel masso in riva al mare, ed a rispettabile distanza dal porto; la si chiama Prado. L’altro è un giardino zoologico, piacevolmente situato, ricco d’alberi e ornato d’un bella famiglia di viventi. I teatri, i castelli de’ fiori, i caffè, le statue (poichè Marsiglia ne ha due), il museo ed il liceo sono nella città nuova, come ben v’imaginerete.
Quanto alla città antica, vorrei darvene un’idea paragonandola a qualche quartiere di Parigi; ma, fortunatamente per noi, non abbiamo più nulla di simile. Cotesta montagna, impraticabile alle carrozze, inaccessibile alle signore, ributtante agli occhi ed all’olfatto, sparsa di fetido fango, irrigata da chiaviche simili a torrenti, non ha nulla di somigliante al mondo, tranne il Ghetto di Roma, che uno scrittore del secolo XVIII chiamava una archisaloperia. L’industria, la miseria ed il vizio si disputano cotesto nido di passatempi.
Vi si veggono de’ quartieri considerabili riservati ai divertimenti de’ marinaj; e, per una tolleranza, di cui non so rendermi ragione, la bandiera tricolore serve d’insegna al commercio che fa meno onore alla Francia. Giammai sì nobile vessillo ha servito di coperte a sì abbietta mercanzia.
Bisogna essere un archeologo ben fanatico per andare in traccia di perle in quel letamajo. Eppure un bel mattino mi vi cacciai, sotto la condotta d’un giovane magistrato assai istrutto, il signor Camoin de Vance. Vi abbiamo ravvisato insieme alcune case del XIII e XIV secolo, ed una bella facciata a punta di diamante; un palazzo di giustizia, che non è un capolavoro di architettura, ed un carcere che rassomiglia a tutti quelli del buon tempo antico. L’albergo di città non manca di grandezza; si vede alla Consegna una mezza dozzina di quadri mediocri, ed un eccellente basso rilievo del marsigliese Puget. Il mercato del pesce merita una piccola sosta per sentirvi a parlare quelle donne: la rettorica delle nostre venditrici di aringhe è bene fiacca a petto di quella che colà è in fiore.
Rimane ancora una reliquia dell’antica cattedrale, che i Marsigliesi chiamano la Maggiore. Questo venerando edifizio era stato costruito sulle rovine d’un tempio pagano; fu tanto e sì bene diroccato, che più non serba nulla d’antico nè di moderno, di pagano o di cristiano: non rimane più nemmeno di che foggiarne una chiesa di villaggio.
Ma due passi più lontano, tra l’antica città che deve sparire, e la città nascente, che cresce rapidamente, si veggono sorgere da terra le fondamenta d’una cattedrale che promette assai.
L’antica città ebbe già la sua esistenza; se ne spianeranno non solamente le bicocche, che vi si accumulano, ma ben anche la montagna che la sorregge. L’avvenire della Joliette è a questo prezzo, e ben si potrà comprendere in due parole: Parigi si porterebbe verso i Campi Elisi, se la montagna Santa-Genoveffa occupasse la piazza della Concordia?
Per ora i pesci e gli uccelli vanno da Marsiglia alla Joliette più comodamente che gli uomini. Però la città futura si va fabbricando per una popolazione numerosa. Ho veduto sette enormi caseggiati, uniformi e d’un’architettura, a parer mio, troppo lussureggiante. I mercanti di Cartagine non hanno mai ricoverato le loro balle entro templi sì magnifici, ed il signor Mires può già eclissar Didone.
La società dei porti di Marsiglia, fondata e battezzata da quel grande finanziere, ha per iscopo l’utilizzazione di varj ettari di terreno situati in faccia ai nuovi porti. Essa non ha nulla di comune colla costruzione dei porti ed i lavori del genio marittimo; esse non apre un rifugio alle navi balestrate dal maestrale: non è questo il proprio assunto. I suoi rapporti coi bacini che si vanno costruendo, sono rapporti di vicinato, ed essa chiamasi Società de’ porti perchè vi stanzia dappresso.
Nè ciò vale a dire che la speculazione del signor Mires e dei suoi azionisti sia stata inutile al popolo di Marsiglia, chè la città aveva de’ terreni da vendere; terreni infetti, paludosi, corrosi dagli scoli della saponeria, difficili a costruirsi, e per colmo di sventura esposti a tutti i venti che flagellano il paese. Cotesti difetti sono compensati dall’immediata vicinanza d’un porto che promette assai; eppure nessuno degli aspiranti offriva più di venti franchi al metro. Il signor Mires ne diede cinquanta, onde i Marsigliesi gliene seppero buon grado stringendogli energicamente la mano.
Attualmente l’affare è buono per la città; e lo sarà un giorno anche pel signor Mires. La città intasca de’ milioni che non l’imbarazzano, poichè è indebitata ed intraprendente. Il signor Mires ricupererà il suo danaro quando i suoi terreni saranno fabbricati, e segnatamente quando saranno in comunicazione diretta con Marsiglia. L’antica città, che reca noja a tutti, la reca a lui particolarmente più che a verun altro. Ond’egli si offre di sradicar la montagna al prezzo più equo.
In questo stato di cose, non mi starò più a sciupar tempo nel descrivere una città che sarà forse dimani rovesciata. Marsiglia, al pari di Parigi, non può essere dipinta, se non sotto la pena di ricominciarne ogni giorno il ritratto. All’incontro scommetterei che Bordeaux, se n’eccettui qualche ciottolo, è attualmente qual era l’anno scorso nel mese d’aprile. E vi prometto di farvi un quadro di Roma, che i nostri pronipoti potranno verificare, parola per parola, purchè la rivoluzione non vi metta mano.
Il progresso picchia alle vicinanze di Marsiglia non meno che nelle sue strade; invade in pari tempo la città, i borghi ed il circondario più remoto. Questa campagna era rinomata altre volte per la sua aridità, e, Dio me lo perdoni! eccola verde. I Marsigliesi sono andati in traccia della Duranza, e l’hanno condotta per mano fino in casa loro. L’acqua circola in tutte le case della città fino ai più alti piani; essa innaffia le strade, e in questa patria della polvere, feconda i giardini, e fa crescer l’erba nei prati.
E però non temete che la Provenza diventi una succursale del paese di Caux; il sole è sempre là. Disegna sull’azzurra superficie del mare i vaghi profili di Ratonneau, di Pomegue o del castello d’If; indora graziosamente le belle montagne grigie, che incoronano Montredon; fa fiorire negli scogli la rosamarina ed il cactus, ed i colossali gambi dell’aloe; distilla il balsamo penetrante de’ corbezzoli e de’ lentischi.
Ecco ciò che un nuovo pellegrino sbarcando scorge al primo colpo d’occhio entrando in Marsiglia. Ora, se vi piace, conversiamo un po’ cogli abitanti, i quali non dimandano nulla di meglio.
Coloro che videro Marsiglia nel 1815, ne parlano siccome d’una succursale del gran deserto. L’unico porto della città era vuoto; la popolazione saliva appena a 90,000 abitanti, che morivano di fame. Ora le cose sono ben mutate, segnatamente negli ultimi anni. Il nuovo censo del 1841 noverava 147000 Marsigliesi; quello del 1856 ne dà 250,000: è un aumento di circa 90,000 anime in quindici anni. La cifra delle nascite s’è accresciuta d’un ottavo nel 1857, onde si può calcolare l’aumento d’un ottavo sulla cifra della popolazione, la quale ascende a 265,000. Aggiungete la popolazione ondeggiante, gli stranieri non compresi nel ruolo della popolazione, i Francesi ommessi volontariamente[1] in un interesse locale: vedrete allora che Marsiglia è città di 290,000 anime. Duecento mila di più che nel 1815!
Non ho bisogno d’aggiungere che cotesti 200,000 Marsigliesi non sono tutti nati in Marsiglia. L’aumento rapido d’una città non si spiega punto per la fecondità eccezionale de’ matrimonj. Dovunque v’è danaro da guadagnarsi, ivi i cittadini accorrono e stanziano; e la popolazione si accresce, senza che le donne se ne frammischino. Marsiglia cresce eziandio tutti i giorni per le invasioni interessate del nord e del mezzodì. Essa racchiudeva, nel dicembre del 1837, più di 18,000 sudditi Sardi. Gli Italiani, i Greci e gli Spagnuoli sono la stoffa con cui si foggiano quasi tutti i Marsigliesi.
Malgrado la diversità delle loro origini, hanno una fisonomia comune e direbbesi quasi una cera di famiglia. Non è già che esista, propriamente parlando, un tipo marsigliese; ma il sole del mezzodì, la vita all’aria libera, la preoccupazione degli affari, la moltitudine delle distrazioni, la continua vicenda del lavoro e del piacere hanno stampato su que’ volti un’impronta che si riconosce. I Marsigliesi hanno l’occhio vivace, la parola pronta, il gesto instancabile. Il loro spirito avventuriero ed il loro temperamento sanguigno gli spingono alle grandi imprese ed alle grandi follie. Pochi Francesi sono più lesti a fare o disfare fortuna. In quasi tutti i paesi del mondo il padre di famiglia accumula i milioni ed il figlio gli spende: ma in Marsiglia veggonsi degli uomini d’ogni età assumersi la parte insieme di padre e di figlio. Dopo il guadagno, prodighi del loro tempo e della loro fatica, soffermansi di tempo in tempo, come lo scojattolo sul ramo, per divorare il frutto del loro lavoro. La loro vita è suddivisa ben diversamente che la nostra: noi ci affatichiamo nell’età de’ piaceri, e cominciamo a darci ai divertimenti allorquando non ne possiamo più; il Marsigliese non aspetta ad assaggiar la mela quando i suoi ultimi denti gli siano caduti.
Ha lo spirito aperto, siccome l’orizzonte che lo circonda; ha viaggiato, ovvero viaggierà: chè il Mediterraneo è un sobborgo di Marsiglia ch’egli presto o tardi vorrà visitare. Ei pensa che il Senegal non è poi tanto lontano, e che Parigi è alla sua porta. Se gli affari lo trattengono nel suo studio, può vedere il mondo senza escir di casa: e non è forse vero che l’universo intero passa per la Canebière? Egli ha veduto de’ tipi d’ogni paese; sa un po’ di tutto senza aver cacciato il naso ne’ libri; si sente in grado di ragionare su tutte le questioni, benchè di rado si dia la pena d’approfondirne una sola. La facilità della sua percezione, l’apertura del suo spirito, la sua prontezza a percorrere la superficie delle cose ne fanno un ragionatore piacevole, ed ei trova sempre il tempo di conversare.
Quasi tutti i Marsigliesi hanno la medesima dose di spirito naturale ed il medesimo grado d’istruzione: poco sapere e molte idee. Marsiglia è appunto la città di Francia dove l’eguaglianza degli uomini rassomiglia meno ad una chimera. Nessun’ombra di caste: non potrebb’esservi vecchia nobiltà in una popolazione nuova affatto. I principali abitanti sono avventurieri fortunati nel senso più onorevole della parola: gli altri hanno la speranza di far fortuna coll’industria. Ora non ci sono che due categorie di Marsigliesi: coloro che hanno già fatto fortuna, e coloro che tentano di farla. La prima classe è meno numerosa di quel che generalmente si crede, e se n’è già spiegata la causa; ed è che la smania di godere è più forte che il desiderio di accumulare. Non vi sono nella città dieci famiglie che contino cinque milioni. I semplici milionarj, qualora se ne facesse il novero, non sarebbero più di quaranta. Cotesti favoriti della fortuna non si pavoneggiano della loro superiorità finanziaria: sia che si rammentino ciò che sono stati, sia che meditino talora sulla instabilità delle fortune meglio consolidate, accolgono con bonomia coloro che s’accingono a correre la sorte. Il Marsigliese, ricco o povero, è innanzi tutto famigliare, senza cerimonie e di buona pasta. Conosco ben poche città dove sia più consueto il darsi del tu, dove si faccia minor caso degl’inutili complimenti: così doveva essere nelle repubbliche commercianti della Grecia.
Cotesta bonomia non regna solamente nel linguaggio: la si trova nel costumi, e finanche negli affari. Si diffonde talvolta sì lontana, che i mercanti del vecchio stampo ne sarebbero assai maravigliati. A’ tempi in cui fiorirono il signor Arnolfo, il degno Orgon e quel buon signor Dimanche, un mercante che non faceva onore alla sua firma era un uomo perduto: non aveva che a gettarsi in mare a capo in giù. Questi principj rigidi vigono ancora in certi dipartimenti della Francia. Se una crisi commerciale venisse ad interrompere per sei mesi la prosperità di Rouan, ogni Normando, fondandosi sui proprj diritti e compreso dalle sue vecchie idee, farebbe spietatamente agire la legge contro il suo vicino e compare, e dormirebbe senza rimorsi. Ma se per caso il medesimo fatto avvenisse a Marsiglia, tutto s’accomoderebbe all’amichevole, e vedreste cinquanta liquidazioni tollerate per un fallimento dichiarato.
È dessa benevolenza, ovvero previdenza? compassione verso gl’imbarazzi del prossimo, ovvero riflessione sopra sè medesimo?
Non oso decidere.
Certo è però che a Marsiglia un creditore preferisce incassare dieci per cento e tacere, anzichè infierire contro il proprio debitore.
Or sono alcuni anni, un Marsigliese che aveva fatto fortuna all’estero, dopo alcune vicissitudini, legò la propria sostanza alla sua città natale e stipulò che i redditi sarebbero consacrati a liberare i prigionieri per debiti. Videsi allora un legatario assai imbarazzato, ed era il consiglio municipale di Marsiglia. Aveva un bel cercare prigionieri per debiti, che non se ne faceva in quella città. Poco mancò che il legato non venisse spedito all’altro mondo siccome inutile, ingiurioso ed incompatibile colle costumanze attuali. La cosa era a tal punto allorchè uno scaltro borghese disse al suo vicino: «Fammi gettar in prigione per debiti; sarò liberato coi denari del legato di quell’uomo dabbene, e noi spartiremo il danaro.» L’invenzione parve così saggia, che la prigione trovò alfine qualche inquilino. Essa non ne avrebbe mai avuto, se non fossevi stato quel benefattore Marsigliese.
Cotesta tolleranza all’americana, cotesta indifferenza in materia di religione commerciale, reca delle inconvenienze che non occorre accennare; tuttavia non è priva di qualche vantaggio. Rallentando la briglia agli speculatori arditi, infervorando i timidi, essa accelerò il progresso della città e contribuì alla prosperità della Francia. So benissimo quanto si può dire giustamente, contro lo spirito avventuriero, ma quando veggo quale slancio i Marsigliesi diano alla pubblica ricchezza, con quale impeto si gettino in un affare, con quale gara essi s’impegnino in un’impresa dacchè loro sembra utile, quanto audaci siano i loro capitali, pronti a mostrarsi ed inclinati a moltiplicarsi col movimento, sento una certa secreta smania di scusare cotesto romanticismo commerciale, che essi neutralizzano tra noi.
È egli necessario aggiungere che la grandezza degl’interessi e l’ardimento delle imprese li rende larghi, ospitalieri e generosi fino alla prodigalità? I commercianti della scuola primitiva (se ne trova ancora qualche tipo a Rouan, a Lione e a Saint-Etienne) sarebbero maravigliati di vedere come l’oro guizza nelle mani d’un negoziante marsigliese. Il pezzo di venti franchi non è più timido a Marsiglia che a Parigi; vi si nasconde sì poco, e vi fa i medesimi salti. Il lusso, vizio eccellente, salutare e lodevole fra tutti quand’è sorretto dal lavoro, fiorisce sulla Canebière così baldanzosamente come sui nostri boulevard. Marsiglia consuma più seterie che Lione e più nastri che Saint-Etienne; la Riserva vede saltare più turaccioli che il Molino Rosso od il Padiglione d’Armenouville; e per ultimo, cosa incredibile a dirsi! tutti i palchi del gran teatro sono affittati ad anno.
Ho passato a Marsiglia una settimana di otto o dieci giorni, durante i quali gli abitanti mi hanno fatto gli onori del paese e di sè medesimi con una squisita cordialità. Ho trovato le loro sale ed i loro cuori aperti, e mi sono convinto che non erano più avari della loro amicizia che del resto. Quello ch’io conosco de’ loro piccoli difetti, sono essi che me l’hanno detto; poichè volentieri si confessano.
Confessano che l’amore dell’aria libera e certo spirito di vagabondaggio gli spingono troppo spesso fuori delle loro dimore. Se si lasciano trovare due o tre volte al giorno in casa loro, non vi rimangono però mai. Gli affari, il circolo, il giuoco, il chiasso, il movimento, il sigaro, certo abbandono di modi, che non si permetterebbe in casa propria: ecco i vincoli che riuniscono gli uomini in gruppo e li ritengono lontani dalla casa. Cotesta vita esterna comincia colla pubertà e si prolunga quanto la vecchiaja. Il matrimonio l’interrompe per la durata d’una luna di miele, poscia l’abitudine ripiglia i suoi diritti. Sonvi molte derelitte, le quali per consolarsi si gettano nelle braccia della religione, e frequentano le chiese. Sarebbe facile ad esse l’andare più lontano, poichè sono belle, od almeno assai attraenti. Ma non hanno null’altro di vivace che gli occhi, e ciò è molto opportuno pei signori mariti.
Ben v’imaginerete che gente sì dedita alla vita attiva non può perdere gran tempo nella lettura. Divorano i libri, e trovano assai comodo lo sfogliar i giornali. Se i libraj mi dissero il vero, in quella città di 290,000 anime non si vendono dieci copie di Molière in un anno, e, trascorso il tempo delle strenne, non se ne vende più nessuna. I libraj sono ben informati per cotesto genere di statistica, poichè s’incaricano di porgere l’alimento agl’intelletti. Cionullostante si contano in Marsiglia alcuni uomini serii e colti; hanno da 45 a 60 anni, ed è una generazione che sparisce. Vi si noverano ben anche due dilettanti di pittura, di cui l’uno è inoltre un conoscitore erudito. Possiede, se ben mi ricordo, cinque quadri, la Maddalena di Van Dyck, un ammirabile Cristo di Rembrandt, e tre Poussin, di cui uno è un capo lavoro. Queste cinque tele vengono dal loro padrone conservate con rispetto religioso in una sala espressamente fabbricata, che riceve la luce dall’alto: sono idoli in un tempio. L’altra galleria non regge al paragone, benchè abbia costato assai più, e valga forse non minor prezzo (circa 150,000 franchi).
La pittura moderna non è in grande onore a Marsiglia, e quando per avventura vi nasca un artista di genio, bisogna compiangerlo. La fame lo caccerà verso Lione, verso Parigi, ed anche (s’è visto) fino a Costantinopoli. Può recare giusta sorpresa che i ricchi negozianti, quando fabbricano in città od in campagna, prodighino i marmi, gli stucchi, i metalli, ed i legni preziosi, e siano poi taccagni unicamente sull’arte, che è il più bel lusso della vita. Ho visitato, sulla spiaggia del mare, de’ padiglioni assai eleganti, situati a meraviglia, ben costruiti e mobigliati, tappezzati di piante rare, circondati da deliziose fontane, popolati d’uccelli miracolosi e sconciati da affreschi degni di taverna. Un solo milionario ebbe il coraggio d’introdurre gli artisti nel suo palazzo di Marsiglia e nella sua villa di Montredon. Questo esempio sarà desso imitato? Lo desidero, ma non lo spero. Non è impossibile che la nuova generazione possa lasciarsi innamorare dalle belle arti; ma se presto fede a’ miei presentimenti, si dedicherà di preferenza ai cavalli, ai cocchi ed a tutte le inezie della corsa.
La caccia è già in grande onore nelle vicinanze della Canebière, e fa piacere il sentire i Marsigliesi medesimi burlarsi della loro passione per quest’esercizio fragoroso. E di vero è più il chiasso che vi fanno che non la preda, poichè la selvaggina è quasi ignota in quel paese. Evvi cacciatore che fece ben sette leghe per pigliarsi un’allodola. Ogni castello, ogni villa, ogni casolare, e finanche la più modesta capanna è fiancheggiata da un sito per i tordi. Questo sito è una stanzuccia formata di fogliame, cinta di rami che attendono l’uccello. Guai al povero volatile che si smarrisce nel dipartimento delle Bocche del Rodano! Ogni albero su cui tenta posare l’espone al fuoco d’un nemico. Fugge da sito a sito, in mezzo al piombo, al fracasso ed al fumo, finchè cade morto: ed ecco cento cacciatori accorrono per disputarsene la preda. In mancanza di tordi si uccidono merli, ed in mancanza di questi, passeri e rondinelle. Una rondinella, dicesi, vale quattro soldi sul mercato. La campagna è spopolata d’uccelli, poichè i bersaglieri marsigliesi hanno un colpo d’occhio infallibile. Se mai nella profonda pace d’una notte di primavera, l’usignuolo spiegasse incautamente la sua bella limpida voce, i cacciatori si porrebbero subito in campagna, e non lo risparmierebbero di certo.
Io non ho assistito a queste caccie inverosimili, onde in tal proposito ripeto quanto i miei amici di Marsiglia mi hanno raccontato. Ma co’ miei occhi ho veduto i Marsigliesi al teatro, ed è sempre uno spettacolo interessante. Essi sono sinceramente appassionati per la musica, siccome tutti i popoli meridionali; nè mi si leverà dalla mente l’idea, che la smania di dilettante nel Nord non proceda un po’ dall’affettazione. I Marsigliesi amano dunque la musica, e vanno all’Opera non per altra cosa che per poter dire: «Ci sono andato.» Sono essi grandi conoscitori? Non lo giurerei. Evvi davvero qualche pubblico che sia intelligente? Ho sentito jeri sera una platea italiana applaudire i cantanti ogni volta che gridavano troppo forte; e questo fenomeno si riproduce ben sovente a Marsiglia. Si applaude al talento puro e classico di Carolina Duprez; ma quando Armandi è in voce, è tutt’altra scena! Armandi è un tenore più che mediocre, e s’è veduto far naufragio all’Opera, nella parte di Roberto. Egli ha preso terra a Marsiglia, ed ivi, colla bagattella di cinque mila franchi al mese, suscita alternativamente l’entusiasmo ed il furore del pubblico. Lo si fischia e lo si applaudisce nel medesimo pezzo; gli si gettano torsi di cavolo e mazzi di fiori, si porta alle stelle e si minaccia di sprofondarlo nel porto. L’emblema di quel pubblico dovrebb’essere: «All’eccesso!»
Si rappresentano drammi e vaudeville in una sala disadorna ma sempre affollata: ivi è la voga. Ho veduto la prima rappresentazione d’un dramma inedito di Alessandro Dumas: I Guardaboschi. Il lavoro era improvvisato, ma vi si sentiva in più d’un luogo la mano del maestro. Il pubblico mostrossi indeciso fino alla fine dell’atto terzo; non diceva nè si nè no. Sentivasi lusingato dal sapere che un uomo di talento, una celebrità, fosse venuto espressamente da Parigi per offrirgli delle primizie, ma nell’ombrosa sua vanità non voleva essere zimbello accettando roba di scarto. Due o tre scene eccellenti lo rassicurarono interamente, e gli chiarirono fino all’evidenza che non si voleva punto burlarsi di lui. Allora cominciò un fremito di gioja, una furia d’ammirazione, che non erasi ancora calmata tre ore dopo la calata del sipario. Il nome dell’autore fu proclamato fra mezzo ad un diluvio di fiori; l’Ateneo operajo slanciò sulla scena una corona di carta dorata, grande come l’anello di Saturno; il direttore recò sopra un cuscino di velluto una corona d’argento massiccio, l’autore trascinato alla ribalta fu accolto con tale salva d’applausi, che lo fecero quasi cadere a rovescio. Fuggì al suo albergo, ma la folla degli spettatori ve lo seguì. Si preparò un concerto di stromenti sotto le sue finestre; e buono o mal grado, ei dovette affacciarsi al balcone, discendere in istrada, ascoltare delle aringhe, parlare al popolo, abbracciare la folla: la città non si ridusse al riposo prima delle tre del mattino. Ecco i Marsigliesi quando vi si mettono! Il giorno seguente la rappresentazione medesima non ottenne introito; chè i Marsigliesi avevano fatto le loro riflessioni e pensavano che, tutto ben ponderato, il dramma che gli aveva fatti fremere, piangere, ridere, era scritto troppo facilmente. Eppure il cartello del Ginnasio portava in lettere cubitali: I Guardaboschi, di A. Dumas, membro dell’Ateneo operajo di Marsiglia. Nello stesso giorno davasi all’Opera: Il Barbiere di Siviglia, di Beaumarchais e Castilblaze. Beaumarchais mi è tanto caro.
Voi non conoscereste se non a mezzo il popolo di Marsiglia, se mi dimenticassi di dirvi che è nemico giurato del popolo d’Aix. Atene non fu mai tanto animata contro i suoi vicini d’Egina. Aix può dirsi un’ex-grande città: ha sofferto delle calamità, ma conserva ancora delle belle reliquie. Le rimane sopratutto una corte imperiale, un arcivescovado ed una piccola Sorbona, che molto piacerebbero agli abitanti di Marsiglia, onde si dimandano con qualche dispetto, perchè mai quelle cose là non si vendano al mercato.
Gli abitanti d’Aix non fanno affari e non guadagnano denaro. Hanno de’ bei nomi, de’ splendidi palazzi, de’ castelli rispettabili, aggravati da qualche ipoteca. Guardano dall’alto lo spirito mercantile e l’attività febbrile de’ Marsigliesi, si dànno vanto di sdegnare le cose materiali; frequentano le lezioni della Facoltà di Belle Lettere; il loro regno non è di questo mondo; essi sono puri spiriti, simili ai gigli delle valli, che non sanno nè filare nè tessere, e che nullameno indossano candida veste. Se tutte le città di Francia fossero animate da spirito consimile, noi non saremmo già alla testa dell’incivilimento.
Bisogna sentire i Marsigliesi sul conto de’ loro vicini! Mi ricordo che un giorno del mese di marzo eravamo una buona ventina di chiassosi, dopo pranzo, nella serra d’un castello in riva al mare. La conversazione aveva già fatto due o tre volte il giro del mondo. Un commensale ci aveva raccontato siccome certo pascià d’Egitto, desiderando mettere alla testa del suo esercito una banda europea, scrisse al suo corrispondente di Marsiglia, che gliene mandasse una. Il negoziante comprò gli stromenti più perfetti e gl’imbarcò per Alessandria. Il pascià, lietissimo della bellezza di tutti quegli oggetti di ottone, subito li fece distribuire ai soldati più vigorosi del suo esercito, ed ordinò loro, sotto pena del bastone, di suonargli qualche cosa. Eseguirono essi una tale babelica cacofonia, che furono subito castigati con una selva di bastonate, e si chiamarono altri individui. Dopo varj esperimenti del pari inutili, il pascià venne a dubitare della qualità della merce, che gli era stata spedita, ne mosse lamento; ma il commissario protestò, che aveva fatto il meglio, e vi tenne dietro un lungo carteggio. Da ultimo il Marsigliese fecesi a dimandare al pascià, se aveva de’ suonatori? «E chè!» rispose l’altro, «se avessi de’ suonatori, non avrei bisogno di musica.»
Un altro ci aveva narrata la storia molto più recente di quel re del Gabon che scrisse (sempre a Marsiglia) per dimandare delle corazze. Fatta la consegna, il re medesimo s’accinse a farne la prima esperienza, radunò il consiglio de’ ministri, di sua mano indossò loro la corazza, e poi vi sparò contro un cannone carico a mitraglia. Ora non solamente il negro monarca protestò di lasciare le corazze per conto, ma reclamò il prezzo di sette od otto Eccellenze uccise dal cannone.
Anche Aix, alla sua volta, ci fu dipinto sotto colori più bizzarri che l’Egitto ed il Gabon. Non c’era nessuno che non vi fosse stato, che non avesse veduto falciar l’erba nelle vie, trovato delle testuggini in terra sulla piazza grande, incontrato delle portantine, inteso suonare il coprifuoco a quattr’ore di sera, o strappato qualche grande ragnatela all’ingresso d’una bottega. Uno degli assistenti si era reso celebre, or sono alcuni anni, proponendo nel consiglio municipale di Marsiglia di comprare le case d’Aix per una ventina di milioni e congedarvi tutti gl’indigeni.
Per tale maniera, l’arcivescovado, la corte imperiale, e le tre facoltà, per grazia o per forza, avrebbero dovuto trasmigrare a Marsiglia. Cotest’idea, assai comica in sè stessa, vi parrebbe assai più ridevole se mi fosse dato di dipingervi i gesti dell’oratore, la vivacità della sua fisonomia, il fuoco de’ suoi sguardi; e lo spirito, il brio, la bonomia, e la malizia che leggevansi su tutti i volti dell’uditorio. Alessandro Dumas è forse il primo narratore della Francia; ma in quella conversazione ei sostenne quasi la parte d’un personaggio muto. La facondia marsigliese di Berteaud l’aveva reso attonito.
L’industria, il commercio e la speculazione si dividono la città di Marsiglia.
L’industria abitava già tempo la vetta delle montagne, la sponda de’ torrenti, l’interno delle selve; ora la trovo meglio stanziata nei porti. Il mare ci reca le materie prime e n’esporta i prodotti manofatti. Il grande operajo, il motore universale, il carbone che fa rimbombare i martelli delle officine, si trasporta economicamente sulla intera superficie de’ mari. Marsiglia in breve tempo diverrà una delle capitali dell’industria francese, e le sue fabbriche faranno tanto romore da ridestarne Bordeaux.
Intanto le principali industrie della città occupano ad un dipresso ventimila operaj. Vi si fabbrica zucchero, olio, sapone, poichè noi siamo nella metropoli della spezierìa francese.
Lo zucchero di canne ci giunge dalle colonie entro casse o entro ballotti, sotto forma d’una polve nerastra e grumosa. I raffinatori marsigliesi lo mescolano, lo fondono, lo cuociono, lo clarificano, lo disseccano in pani, e di nuovo lo riducono in polve; disseminano su tutte le coste del Mediterraneo cotesta polve bianca, cristallina e brillante, di cui i meridionali sono sì ghiotti. La metamorfosi dello zucchero nero in bianco durava da tre a quattro settimane, a’ tempi che il tragitto da Marsiglia a Costantinopoli durava tre o quattro mesi. Attualmente l’onnipotenza del vapore trasforma lo zucchero in otto giorni, e lo trasporta in una settimana, ed i nostri raffinatori raddoppiano, per così dire, il loro capitale ad ogni istante. Sopra cento milioni di chilogrammi che se ne consumano tutti gli anni nel Mediterraneo, Marsiglia ne somministra venti; i Belgi e gli Olandesi fanno il resto. Fra vent’anni, a Dio piacendo, tutto il mercato ci apparterrà, e Marsiglia sarà in grado d’inzuccherare il Mediterraneo come una semplice tazza di caffè.
Non è già d’olive l’olio che si fabbrica a Marsiglia: toglietevi questo pregiudizio dal capo. L’olio d’olive si fabbrica in campagna, a poco a poco, a seconda delle raccolte, sempre scarse; è quasi un’industria domestica. I mulini della città, che girano ventiquattro ore al giorno, schiaccerebbero in un momento tutte le olive della Provenza. È un cibo troppo vuoto da mettere sotto i loro denti; recate loro de’ vascelli carichi di sesamo, d’arachide o di noci di cocco: ecco il pascolo che loro si conviene.
Sesamo, apriti! è la parola d’Aladino nel racconto delle Mille e una Notti. A questa magica frase, la caverna de’ tesori si spalanca. Chi ce l’avrebbe detto, quando eravamo fanciulli, che il sesamo, fuor d’ogni magia, racchiudesse inesauribili tesori? È un granello dell’India, piano, bislungo, nerastro; ne ho veduto delle belle montagne nei magazzini di Marsiglia. Lo si fa passare sotto il laminatojo: Sesamo, apriti! Ne schizza fuori un olio bianco, limpido, eccellente a mangiarsi. Lo si porta poscia sotto macine enormi di granito di Scozia: Sesamo, apriti! Lo si sottopone all’azione di macchine idrauliche che possono spezzare una colonna d’acciajo siccome un fanciullo romperebbe una noce: Sesamo, apriti! Lo si schiaccia a caldo, se ne ritrae dell’olio per la saponeria, dell’olio d’ardere, e quando si è consumato fino all’ultima stilla, rimane una torta, un pastone atto ancora ad ingrassare i campi.
Il sesamo d’Aladino è chiamato ai più alti destini. Detronizzerà le arachidi, le rape, i papaveri, i faggiuoli, le noci e fino le olive, allorquando il nolo de’ vascelli dell’India sarà meno caro. Granello che diverrà gigante, quando sarà traforato l’istmo di Suez.
Non voglio abbandonare l’olio e lo zucchero senza parlarvi dello spettacolo più interessante che mi sia stato mostrato a Marsiglia. Mi venne fatta vedere, in uno studio fangoso, affumicato, più che modesto, una vedova ancor giovane, la quale riceveva in abito nero e colla penna alla mano tutti gli ambasciatori del commercio. Essa governa e fa prosperare due fabbriche d’olio importanti ed un’enorme raffineria; compra e suddivide de’ grandi terreni al nord della città, acquista un possesso d’un milione in un dipartimento vicino, vi scopre delle miniere di ferro, vi erige alti fornelli, guadagna un milione e mezzo con processi contro le comuni confinanti, scopre una miniera di rame, la sola che siavi in Francia, e s’accinge ad utilizzarla; nel tempo medesimo che alleva diciasette ragazzi, figlie, nipoti, senza tener conto de’ pronipoti. Cotesta persona straordinaria e per nulla stravagante, che fa circolare una decina di milioni senza far chiasso, ha posto da sè medesima le fondamenta della sua fortuna. Ben vedete che la spezieria è prossima parente della magia. Sesamo, apriti!
La fabbricazione de’ saponi non va punto soggetta a progressi, come quella degli zuccheri e degli olii. Non ha fatto quasi un passo da duecento anni in qua; era già adulta dalla nascita, siccome Minerva, sorta bella e armata dal cervello di Giove. Il solo cangiamento da accennarsi si è, che dopo l’invenzione della soda fattizia, gli olii di sesamo acquistarono diritto di cittadinanza nel paese della saponeria. Ma le fabbriche di sapone che infettano di puzzo tutto un quartiere al sud del vecchio porto, hanno conservato un aspetto antico e primitivo. Figuratevi un’immensa navata, dove alcune caldaje ciclopiche, riscaldate da invisibili focolari, bollono e spumeggiano in silenzio. Un po’ più lontano il sapone si raffredda entro ampj serbatoj; quindi si taglia in pezzi quadrati, si pesa, s’imballa: il vapore qui non c’entra. Coteste vaste case sono templi d’industria patriarcale e di probità ereditaria. Il fabbricatore si studia di conservare la riputazione del suo marchio, e non è cosa facile, mentre la minima falsificazione negli olii che compra può guastare un’intera partita di sapone. È sopratutto in causa della saponeria, che Marsiglia meritava per lo passato la sua fama d’infezione e di sudiciume. Nulla è più sporco del sapone, quando lo si sta facendo, mentre lascia dietro di sè dei residui liquidi e solidi, che i Marsigliesi dell’età dell’oro deponevano alla loro porta, o lasciavano sgorgare nel porto. L’amministrazione non permette coteste licenze: si fanno gettare le acque lorde lontano dal porto, e le terre fetide lontano dalla città. Forse un giorno ogni industria saponaria si trasferirà ne’ sobborghi. I fabbricatori, se si decideranno ad emigrare ad alcuni chilometri, economizzeranno le spese di trasporto ed il dazio consumo che pesano sui loro prodotti; essi restituiranno alla popolazione agiata di Marsiglia un bel quartiere ben tracciato e ben costrutto, reso inabitabile dalla puzza. Potranno stabilirsi nelle vicinanze delle fabbriche di soda, dove mille operaj lavorano per essi.
Non mi allontanerò troppo dalla spezieria dicendo, che si trovano a Marsiglia diciotto raffinerie di zolfo e quaranta fabbriche di paste d’Italia. Vi si preparano quelle confetture del mezzodì che hanno fatto a Castelmuro una rinomanza europea. Ma il canale della Duranza, fecondando un suolo polveroso, ha aumentato la bellezza dei frutti a scapito del loro sapore. Se ne raccolgono in maggior quantità e sono molto più grossi dappoichè sono meglio nutriti, ma hanno perduto quella quintessenza d’aridità che li distingueva dagli altri. I frutti sono come gli uomini: un po’ di miseria li rende migliori.
Mi fu mostrata a Marsiglia una piccola officina, veramente curiosa e che, se non erro, è unica nel suo genere. È una fabbrica di turaccioli di sughero ove tutto si fa a vapore. Avevo visto altre volte un operajo abile, armato d’un coltello ben affilato, tagliar fuori dei turaccioli dalla scorza della quercia-sughero, e mi sembrava impossibile che una forza cieca e priva d’intelligenza eseguisse un lavoro sì dilicato. Ma la macchina che mi si fece vedere ha dello spirito come una persona e della destrezza come una fata. Il fabbro o piuttosto bigiottiere che l’ha costrutta, sarebbe nel novero degli Dei, se avesse avuto la precauzione di nascere due o tre mila anni più presto. Vorrei poter mostrarvi quelle piccole mani d’acciajo liscio che afferrano il sughero greggio, lo volgono, lo rivolgono, lo tagliano in forma cilindrica, lo assottigliano a guisa di cono, si fermano per tastare se va bene, lo gettano nello scarto se va male, lo ritoccano se occorre, e lo gettano finalmente in una cesta nello stato di turacciolo finito sotto gli occhi del capo-fabbrica. È un piacere il sorvegliare questi operaj metallurgici, che lavorano dalla mattina alla sera senz’altro stimolo che un colpo di stantuffo, con una goccia d’olio per tutto alimento. Mi si disse che le piccole mani della macchina guastavano un po’ più di sughero di quelle dell’uomo. Stento a crederlo, ma in ogni caso l’economia della mano d’opera compensa largamente il calo.
Non vi dirò nulla delle macine di Marsiglia, abbenchè impieghino più di 1100 operaj, nè delle concie di pelli, nè delle ferriere, nè delle fonderie, nè di quegli ammirabili cantieri della Ciotat, ove si costruiscono le navi. Basta che abbiate visto da ciò che precede, che i Marsigliesi hanno il buon senso di far camminare insieme il commercio e l’industria. Parliamo di commercio.
Il vecchio porto di Marsiglia è eccellente; il nuovo è discretamente buono; il terzo che si sta costruendo sarà passabile. La città possederà ben presto una superficie d’acqua al sicuro, valutata a 160 ettari. Non occorre molto di più per ricoverare tutto il commercio marittimo del Mediterraneo. I privilegi del porto sono abbastanza seducenti per attrarre i navigatori e fare concorrenza alle franchigie di Trieste. Le navi estere che si fermano a Marsiglia sono esenti da ogni diritto di navigazione; i bastimenti francesi non sono sottoposti che ai diritti fissati per il rilascio degli atti di nazionalità francese e di congedo. Le merci importate che pagano un diritto principale minore di 15 franchi per 100 chilogrammi sono esenti dalla sopra tassa del 10 %, allorquando sono importate da Marsiglia. L’emporio fittizio, che dappertutto altrove è d’un anno, qui è di due anni e può essere prorogato.
Questi piccoli favori producono grandissimi risultati. L’emporio di Marsiglia ha ricevuto, nel 1836, otto milioni e mezzo di quintali metrici rappresentanti un valore di 479 milioni di franchi. Sono all’incirca 4⁄9 di tutto ciò che la Francia ha ricevuto nei suoi emporj. Lo stesso anno Marsiglia figurava per più di 36 milioni e mezzo nei redditi delle dogane. Essa possedeva, al 31 dicembre, 882 bastimenti a vela di 101242 tonnellate. Ma la sua più bella ricchezza ed il suo avvenire più brillante stavano già nella navigazione a vapore.
Vi farei stupire assai, se vi facessi le confidenze d’una compagnia modestissima e niente affatto numerosa, che ha i suoi uffici a Marsiglia, i suoi battelli alla Joliette e i suoi cantieri alla Ciotat. Essa maneggia un capitale di trenta milioni, trasporta due cento trenta mila passaggeri, sessantasette mila tonnellate di mercanzie e percorre trecento mila leghe senza tamburo nè trombetta. Si avrà un’idea della moltiplicità e della varietà delle sue operazioni, quando dirò, che a Marsiglia soltanto essa riceve tutti gli anni quarantamila lettere al suo indirizzo. È la compagnia delle Messaggerie imperiali che si è slanciata in mare l’8 luglio 1851.
Il trasporto dei dispacci, dei passaggeri e delle merci nel Mediterraneo era stato fino allora un privilegio dell’amministrazione delle poste. Le sue navi, che camminavano lentamente, percorrevano novanta mila leghe incirca, ed ebbero a soffrire nel 1847 un deficit annuale di quattro milioni e mezzo non comprese le spese generali, l’interesse del capitale impiegato, l’assicurazione ed il deperimento del materiale. Non trasportavano più di ventisette mila passaggeri e novemila tonnellate di merci. La legge 8 luglio sostituendo l’attività degl’interessi personali alla freddezza d’un’amministrazione disinteressata, ha quasi decuplato il movimento dei viaggiatori e delle mercanzie, e questo miracolo si è compito in due anni.
Io ho viaggiato sette anni sono, sui bastimenti della compagnia, e posso misurare il progresso che hanno fatto. I vecchi carcami lasciati dall’amministrazione delle poste furono scartati. I cinquanta bastimenti che solcano il Mediterraneo compongono una flotta che sta bene. Non fanno cinque leghe all’ora come il Valetta ed il Vectis della compagnia Peninsulare, ma svolgono correttamente i loro dieci nodi all’ora, qualunque sia il carico della nave e la resistenza del mare. Il passaggero vi trova tutti i comodi della vita e sopratutto quella nettezza francese che si apprezza immensamente quando si ha fatto un viaggio o due sotto bandiera estera; e poi i comandanti sono gente di questo mondo, e non lupi di mare. La compagnia, che pensa a tutto, impiega i bastimenti a elice per i trasporti diretti, e delle navi a scale per le passeggiate a vapore lungo le coste. I viaggiatori premurosi hanno meno paura del moto del vascello; le giovani coppie, che vanno da Marsiglia a Genova, da Genova a Livorno, da Livorno a Civitavecchia e a Napoli sotto i raggi argentei della luna di miele s’addormentano in un equilibrio più stabile fra le larghe ruote del battello.
La rapidità dei trasporti ha dato delle ali al commercio di Marsiglia. Il vapore usurpa di giorno in giorno il cabotaggio del Mediterraneo che diventa un lago marsigliese. Io non m’incarico di enumerare qui le mercanzie che la città esporta in Oriente; otto pagine di giornale non basterebbero forse alla lista. Preferisco dirvi in succinto che i commissionarj di Marsiglia vendono di tutto. Essi importano in iscambio i prodotti greggi del Mediterraneo e del Mar Nero, le raccolte dell’America, della costa d’Africa e dell’India; i cotoni, le cuoja, gli alcool, gli zuccheri, ma anzi tutto e sopratutto le granaglie d’ogni sorta.
Io vi ho fatto cenno delle sementi oleose, vi sarebbe da fare un libro sull’importazione delle granaglie. La Francia ha fatto cinque raccolte meschinissime dal 1832 al 1857. Chi è che ci ha nutriti? Marsiglia. La Canebière ha visto sfilare in sei anni più di 13 milioni di carichi di grano che fanno più di venti milioni di ettolitri. Al principio del 1836, quando le raccolte della Russia erano bloccate nel mare d’Azof, quando i prezzi correnti dei nostri mercati andavano di rialzo in rialzo, i Marsigliesi correvano a Napoli e ad Alessandria, e vuotavano i granaj d’Egitto e di Sicilia.
In mezzo ad un aumento di cui nessuno prevedeva un termine, la speculazione prese uno slancio pericoloso. Un negoziante andava a cercare il grano alla sua fonte, lo comperava a qualunque prezzo, sicuro di rivenderlo con guadagno. In fatti intanto che il bastimento veleggiava col vento in poppa verso Marsiglia, era richiesto sulla piazza, venduto, rivenduto sempre con aumento, e cambiava venti volte di padrone prima d’entrare in porto. Fra i compratori ed i venditori circolava il sensale, uomo esperto interessato a far crescere e moltiplicare gli affari. Si sono visti dei carichi passare per tante mani, che il valore del grano bastava appunto a pagare le senserie. Si è visto il sensale primario di Marsiglia, un giovane che ha veramente il genio dell’intromissione, guadagnare 1,200000 in un anno!
Questa foga temeraria de’ Marsigliesi avrà gettato qualche imbarazzo nei loro affari, ma non dimentichiamo che essi ci hanno dato del pane.
Era impossibile che il ritorno dell’abbondanza ed il ribasso di tutte le derrate non colpisse all’improvvista qualche speculatore. Le crisi finanziarie che cagionano certi disastri privati, sono una conseguenza inevitabile dello sviluppo del credito. I nostri padri non lo conoscevano, ma conoscevano la carestia.
La speculazione sui fondi pubblici e sugli effetti industriali è un frutto nuovo a Marsiglia. Si stima però che, dal 1.º gennajo 1855 al 1.º gennajo 1858, i Marsigliesi hanno comperato della carta per un centinajo di milioni; intendo della carta solida qual è la rendita dello Stato, le azioni di strade ferrate e le obbligazioni garantite[2].
Fin allora il parquet faceva un lavoro piuttosto ingrato; negoziava delle azioni locali di poco valore, per conto di speculatori senza denaro. Si trafficava su delle miniere dubbiose, delle torbiere incerte, e delle banche mal piantate. Il capitale si nascondeva in un buco, allorchè vedeva passare un agente di cambio. A dir il vero, la compagnia degli agenti mal reclutata non offriva delle guarentigie molto solide. Le cariche erano offerte a 50000 franchi senza acquirenti; dieci agenti sopra venti erano stati obbligati a vendere il loro studio. A lato del parquet, una coulisse imponente s’era costituita in regola, con Sindaco e camera sindacale. Il pubblico che non sospetta alcun male negli affari di borsa, s’era avvezzato a riguardare i Coulissiers come altrettanti agenti di cambio. Questa confusione non era di natura a lusingare gli agenti perchè vedevano in mezzo a’ loro compagni degli uomini screditati, pieni di debiti fino agli occhi e sopracarichi di condanne giudiziarie.
Fortuna volle che la camera sindacale nominata a quell’epoca prendesse a cuore gl’interessi e la riputazione della piazza. In quanto al sindaco, sig. Paolo Blavet, era giovine ed aveva la smania di far bene. Si gettò sui Coulissiers come una tigre e li trascinò dinanzi al procuratore imperiale. Il tribunale li condannò tutti, come un sol uomo; la corporazione degli agenti fu liberata da una concorrenza parassita e compromettente.
Alla dispersione dei Coulissiers successe la convenzione dei sensali intrusi. Il terribile sindaco diresse i suoi attacchi contro gli agenti non patentati che facevano da mediatori di effetti commerciabili. Questa categoria si componeva in generale d’uomini serii avvezzi al lavoro, discretamente provvisti di denaro e di clienti, e ammessi nelle migliori case. Si diede loro la caccia, ma urbanamente onde costringerli a mettersi in regola. Ognuno d’essi si rifugiò in una delle piazze d’agente di cambio che si trovavano vacanti, ed il parquet si trovò costituito solidamente.
Gli uomini serii apportarono gli affari serii; i valori locali furono proscritti dalla lista dei prezzi a termine, e non figurarono più che per memoria su quella dei prezzi a contanti. Gl’impieghi di denaro si fecero sui grandi valori come alla Borsa di Parigi. Le transazioni sui titoli presero di giorno in giorno un nuovo sviluppo e le piazze di agente di cambio, che si offrivano non ha guari a 50000 franchi, sono ricercate in oggi con offerte di 120 a 150000 franchi.
Basta attraversare Bordeaux, Lione, o Marsiglia per vedere che i parquet di provincia, sotto l’influenza di sindacati intelligenti, tendono a discentralizzare il mercato dei fondi pubblici. Altre volte Parigi era il solo mercato, la Francia intiera vi dirigeva i suoi ordini di compra o di vendita. Gli agenti di provincia erano stati Istituiti per la trasmissione degli effetti di commercio e delle cambiali, come i sensali per la trasmissione delle mercanzie, e la prova è che sono ancora assimilati ai sensali e posti come essi sotto la dipendenza del ministro del commercio. Gli agenti di Parigi, soli incaricati della vendita e della compra dei fondi erano sottoposti ad un’organizzazione speciale e collocati sotto la mano del ministro delle finanze. Allorchè un privato di Marsiglia, di Bordeaux o di Lione voleva vendere o comperare della rendita, si dirigeva al ricevitore generale, che faceva fare l’operazione a Parigi col mezzo di un agente. Ma dopo che i parquet di provincia funzionano regolarmente, la rendita si vende e si compra a Marsiglia senza fare il viaggio di Parigi; i negozianti di Bordeaux o di Lione speculano sul rialzo o sul ribasso col mezzo dei loro agenti, senza dir nulla al ricevitore generale. Questa rivoluzione nelle abitudini della provincia è più importante e più utile che non si suppone al primo colpo d’occhio. Allorchè tutti gli affari affluiscono allo stesso mercato, la concorrenza di tutti gli ordini di vendita che si concentrano simultaneamente sopra una sola piazza in tempo di crisi politica o finanziaria, contribuisce a deprezzare il credito e precipita il ribasso. Quando i mercanti di provincia sono là per diminuire l’urto, il ribasso si sente meno perchè resta ripartito.
Or fa appunto un anno che sgridavo con tutte le mie forze il consiglio municipale di Bordeaux, rimproverandolo d’essere ricco e cattivo; ricco di risparmiare un po’ spilorciamente le rendite d’una città grande e potente, e di camminare senz’entusiasmo in quella via di lusso e di progresso in cui la Francia intiera galoppa ad esempio di Parigi. È certo che l’economia è la più sciocca e la più sterile di tutte le virtù. Allorchè una spesa è utile, la si deve fare senza mercanteggiare e senz’aspettare. Io conosco un uomo che viaggia sei mesi dell’anno, e che ha per principio di non pagar nulla troppo caro; l’abitudine di mercanteggiare gli risparmia una dozzina di franchi per giorno, e gli toglie per più di cento franchi di piaceri. Il mio avolo era un degno paesano, ma prudentissimo per sua e nostra disgrazia. Egli possedeva sotto il Terrore dodici mila franchi in oro e sei figli. Sì presentò l’occasione d’acquistare il castello del villaggio e un dominio che vale un milione. Il mio avolo non era sì pazzo! Egli conservò il suo denaro per prudenza e quando morì nel 1845 si ritrovarono i dodici mila franchi nel suo baule! Io stesso, che non sono più economo di un altro, ho trovato per caso in questi giorni in una bottega di Roma un pugnale di Trivulzio, un capo autentico del massimo interesse. Il fodero d’osso lungo un mezzo metro porta il nome del possessore, il suo ritratto, il ritratto di Luigi XII, e il ritratto d’una donna ignota ch’io non ho ancora incontrato nella storia. Questa bell’arme era da vendersi per 150 franchi: essa ne vale quattro volte tanto; me la sono lasciata portar via da un mercante d’anticaglie di Parigi. Che cosa volete? Ho aspettato, ho fatto come il mio avolo, con questa differenza che i 150 franchi non si troveranno nella mia eredità.
Nessuno penserebbe a fare dei risparmi, se fosse ben penetrato di questa verità incontrastabile; l’oro e l’argento ribassano impercettibilmente tutti i giorni, nel mentrechè l’arte ed il lavoro dell’uomo aumentano tutti i giorni. I sette napoleoni e mezzo che io ho bestialmente conservato nel mio scrigno valgono già qualche cosa meno della settimana passata; ed il pugnale del Trivulzio fra quattro o cinquecento anni varrà dieci volte tant’oro quanto pesa.
Se l’economia è assurda nei privati essa è quasi colpevole in coloro che governano. La ricchezza e la grandezza di un paese non derivano già dal denaro messo a parte dai sovrani, ma da quello che essi hanno sborsato a proposito. Il denaro speso è il solo che resta, quello risparmiato finisce sempre per iscomparire. Le assemblee cittadine non sono di questo parere, perchè esse sono della scuola di mio avolo; esse fanno delle spilorcerie al presente, senz’alcun profitto per l’avvenire.
L’abitudine di assottigliare il budget e specialmente di differire sistematicamente delle opere riconosciute necessarie, è costata carissima alla Francia. Se la strada ferrata da Parigi a Marsiglia fosse stata costrutta alcuni anni prima, il porto di Trieste non avrebbe fatto fortuna a nostre spese. Gli allargamenti che si fanno rapidamente nei quartieri più ingombri di Parigi, avrebbero costato la metà di meno nel 1758. Essi costerebbero dieci volte di più se uno spirito di temporeggiamento parlamentare li differisse d’anno in anno fino al 1958. Ne consegue da ciò, che per tutte le opere d’utilità o di splendore pubblico, nulla è più prudente che la fretta, e nulla è più economico quanto la spesa.
La storia che giudica i governi in ultima istanza non resta loro molto obbligata dei milioni che hanno messo nella cassa di risparmio. Essa considera Galba come un ladro, e non ha Vespasiano in odore di santità. Le magnificenze di Luigi XIV ancorchè un poco personali hanno lasciato un miglior ricordo che le spilorcerie di Luigi XI. Perciò se noi vogliamo essere benedetti dai nostri figli e ammirati dalla posterità spendiamo tutti i nostri redditi in imprese grandi ed utili; è il miglior impiego.
Noi dicevamo dunque che la città di Bordeaux prendeva troppo poco sui suoi redditi per farsi bella. È vero che i secoli precedenti le hanno lasciato poco da fare. In quanto ai Marsigliesi, che hanno tutto da creare, si dibattono come diavoli per la maggior gloria del loro paese. Essi non differiscono nulla all’indomani, intraprendono dieci cose in una volta, e fanno camminare insieme l’utile, il piacevole ed il maestoso. Due porti, un canale, un palazzo di giustizia, una residenza imperiale, una borsa, una cattedrale, un giardino zoologico! Non dimentico io nulla? no, nulla tranne l’allargamento della contrada Noailles, e della contrada d’Aix. È una bagatella di nove milioni per la prima, e diciassette milioni per l’altra; ventisei milioni affinchè le vetture circolino più comodamente all’ingresso della città. Luigi XI e tutti i suoi simili deciderebbero all’unanimità, che coloro sono pazzi.
Confesso che al primo colpo d’occhio questo furore d’intraprendere mi aveva quasi spaventato; ho chiesto a me stesso, se questa giovine ed impetuosa Marsiglia non isprecava storditamente i suoi ben nati e nascituri; se non conveniva di darle un consiglio giudiziario invece d’un consiglio municipale; il budget della città mi ha risposto: le spese le più enormi e le più folli in apparenza si riducono a nulla allorquando colui che le fa è in via di prosperità, allorchè tutto gli va a seconda e che il denaro gettato dalla finestra rientra immediatamente per la porta seguito da grossi interessi. Gli stabilimenti privati che fioriscono a Marsiglia provano abbondantemente questa verità. L’amministrazione dei teatri paga 75,000 franchi all’anno di pigione; essa dà 500 franchi al mese al suo primo tenore; 2,500 franchi al suo basso; 4000 franchi alla sua prima cantante, e tutto nella stessa proporzione. Eppure i direttori hanno incassato 75,000 franchi di guadagno netto nel 1857. I caffè dove si canta, del Casino e dell’Alcazar sfoggiano un lusso quasi ridicolo che stupirebbe gli abitanti di Parigi; ma più spendono, più guadagnano e la follia dei loro sborsi gli arricchisce in pochissimo tempo. Gli azionisti del giardino zoologico hanno acquistato il loro terreno nel 1855. Era un affare di 118,000 franchi senza contare le costruzioni e le bestie. Ma il solo introito del 1857 ascende a 95660 franchi. La raccolta di un anno copre quasi il capitale, come nella cultura del lino.
Passate dal piccolo al grande, e i risultati sono gli stessi. Le spese della città aumentano tutti gli anni. Esse vanno con passo rapido, ma che importa? Se i redditi hanno sempre uno o due milioni d’avanzo! Si sborsano circa dieci milioni nel 1855, e se ne incassano più di dodici. L’anno seguente per undici milioni spesi se ne introitano tredici. Nel 1857, si fanno delle follie: diciotto milioni e mezzo. L’introito giunge quasi a venti milioni. Sapete voi che vi sono degli Stati in Europa il cui budget non ascende a tanto? Comunque sia non ne conosco alcuno la cui prosperità si sviluppi così rapidamente.
Si ha tanta fiducia nei destini di Marsiglia, si conoscono tanto bene le sue entrate, la si crede tanto solvibile, che può tôrre ad imprestito ciò che le piacerà. Tutti i prestiti che ha aperto furono sottoscritti immediatamente dai cittadini della città all’interesse il più moderato, cioè per la maggior parte al 4 1⁄2 %.
Il suo bilancio può compilarsi con poche righe; esso prova la saviezza dei suoi amministratori. La città è autorizzata con diverse leggi a prendere ad imprestito 43,250,000 franchi. Essa ha realizzato 35,750,000 franchi e ne ha di già rimborsati 8,900,000. Sono dunque 26,850,000 franchi di cui è debitrice, una bagattella! Un uomo che ha 20,000 franchi di rendita e che ne spende 12,500 può fare 27,000 franchi di debiti senza incorrere nell’interdizione. Gli si permetterebbe d’indebitarsi del triplo, se sperasse nell’avvenire qualche buona eredità. Ora la mia Marsiglia è figlia del commercio e dell’industria, ha quindi nell’avvenire un’eredità illimitata e delle speranze incalcolabili.
La sua spesa principale è stata la costruzione del canale della Duranza, che costa circa 35 milioni e mezzo, ma la vendita delle acque produce già 450,000 franchi all’anno, senza parlare della salubrità acquistata dalla città, della polvere compressa, e della campagna trasformata. La costruzione dei porti è intrapresa a spese comuni dalla città, dal dipartimento e dallo Stato. È la città che ne raccoglierà i primi frutti. La cattedrale costerà cara. Quanto? Nessuno può dirlo. Il preventivo dei fondamenti è di circa 1,300,000 franchi. Ma era impossibile che il vescovo di Marsiglia officiasse più a lungo in una chiesa di villaggio. Lo Stato ha sottoscritto per due milioni e mezzo, la città ne darà quattro; uno sul suo budget, tre sui terreni della Joliette che ha venduti. Il palazzo di giustizia costerà quattro milioni, ma è il dipartimento che paga. La borsa ne costerà sei e mezzo, ma è la camera di commercio che fa quasi tutte le spese. La città fornirà una sovvenzione di 600,000 franchi pagabili in dieci anni; essa ha ceduto il suolo delle strade.
Si va a construire una residenza imperiale al sud del vecchio porto, sull’area della riserva vicino, a quel villaggio dei Catalani che Monte-Cristo ha reso celebre. Già da molto tempo il villaggio dei Catalani non è più che un’ombra. Questa repubblica di pescatori, portata dall’emigrazione, si è messa di nuovo ad emigrare. È per odio della coscrizione marittima, od è forse perchè il pesce manca sulle nostre coste? Non si sa. Intanto il fatto è che il piccolo porto si fa deserto e che le celle imbiancate colla calce sono quasi vuote. È molto se odesi in quella solitudine il suono gutturale d’una frase spagnuola: bisogna errare molto tempo fra le ruine prima d’incontrare sulla soglia d’una porta aperta una vecchia donna col volto abbronzito che pulisce la testa del suo nipotino.
I Marsigliesi spendono il loro reddito comune da uomini intelligenti, non dico da artisti. Gente di spirito fin che si vorrà; io sono pronto ad esagerare ancora tutti i superlativi delle lodi, ma in materia d’arti non è ad essi che io domanderò parere. Il saper discernere il bello è un frutto dell’educazione piuttosto che un dono di natura, ed i Marsigliesi non hanno ancora vôlto la loro mente da quella parte. Manca loro quella tradizione d’arte che si è conservata qua e là in alcune città di Francia, a Lilla, a Valenciennes, a Digione, a Grenoble, a Lione e direi perfino a Bordeaux. I nuovi edifizj di Marsiglia non s’annunziano come capi lavori di architettura: si fanno ugualmente bene a Washington e a Cincinnati. Dinanzi la nuova borsa, che è decisamente brutta, si vede un carnefice che mostra al popolo una testa tagliata di fresco. È la statua di Puget martellata da Ramus, e offerta in dono alla città da un gran signore di Gerusalemme. Il museo non manca di buoni quadri, ma non sono nè ben collocati, nè bene conservati, nè ben mantenuti. Egli è qui che mi disgusto col consiglio municipale di Marsiglia. È spiacevole che di due sale di pittura la prima sia mal rischiarata e la seconda non lo sia affatto. Si deplora di veder sedere in trono al posto d’onore cinque o sei scarabocchi della scuola moderna, quando il Mercurio di Raffaello copiato alla Farnesina dal sig. Ingres è collocato sotto la soffitta, nell’angolo più oscuro d’una camera tetra. Infine i ristauratori del paese sono quasi altrettanto imprudenti quanto i nostri vandali di Parigi.
Di tutti i privilegi municipali sapete voi qual è quello che si ama di più in provincia? quello di cui si è più fieri? quello che si difende con maggiore ostinazione contro le usurpazioni della capitale? È il diritto di demolire un bel fabbricato per erigerne uno brutto; di scegliere una cattiva statua fra dieci di buone, di fare la notte e il giorno in un museo, e di eleggere un professore di disegno che non sappia disegnare. Questo furore non è esclusivamente francese; si può osservarlo a bell’agio in tutta l’Europa incivilita, ed esso contribuisce, da un certo numero d’anni, alla decadenza che vediamo. In ogni città di dieci mila anime i notabili dicono unanimemente: Noi abbiamo il diritto per il nostro denaro di proteggere le arti a nostro modo; nessun potere umano non può impedirci di condurre la barca di traverso, attesochè il carico è nostro.
Un Bavarese che abita in Roma, mi raccontava questi giorni passati l’aneddoto seguente, che trascrivo per intero, quantunque non concerna nè l’Italia, e neanche Marsiglia. Ma esso tocca un punto che interessa le anime più nobili di tutto il paese. Ascoltatelo dunque attentamente; è il mio Bavarese che parla:
Sono nativo di Niguenau, città di dodici mila anime, situata a sessanta miglia da Monaco, e capoluogo della provincia. Si può dire che i miei concittadini siano ricchi, essi fecero fortuna fabbricando tessuti di cotone e bambole di porcellana. Il loro massimo piacere è di mangiar salami, bevendo birra del paese, che è eccellente; non conoscono nulla di meglio nè di più degno d’un uomo incivilito che la birra ed i salami. Tuttavia siccome le belle arti sono, da qualche anno in poi, di moda in Baviera, e siccome a Monaco v’ha chi se ne occupa attivamente, così le persone più distinte di Niguenau, per conservare il loro grado nel regno, consacravano tutti gli anni qualche migliajo di fiorini alla coltura delle arti. Mantenevano un architetto giurato allo scopo di ristaurare gli edifizj municipali e di ridipingerli in rosso. Possedevano un museo composto a caso, ma il caso ha talora la mano fortunata. E da ultimo nudrivano alla buona di Dio un maestro di pittura. Il maestro, il conservatore e l’architetto erano tre figli del paese, conformemente a quel principio municipale: «Non date ad uno straniero il denaro del comune». Questi tre personaggi ricevevano il loro assegno dal borgomastro, e per conseguenza obbedivano a lui solo. Ora il borgomastro era un uomo eccellente, un medico abilissimo ed una delle persone più spiritose di Niguenau; ma in materia d’arte, era un asino. Ei si mostrava tanto più geloso della sua prerogativa, e gli argomenti d’arte erano i soli sui quali ei non intendeva ragione.
«L’amministratore (o prefetto) della provincia era un intelligente illuminato dai viaggi, dalla vita di Monaco e dal consorzio de’ grandi artisti. E perciò ogni suo consiglio era cansato, e quando officiosamente ne dava alcuno savio, il borgomastro si raccoglieva nella sua toga con sussiego municipale, e rispondeva con impertinente civiltà: «Il signor prefetto se n’intende meglio di noi, e noi siamo gente da prender abbagli; ma Niguenau è abbastanza ricca da pagare i nostri errori, e non ne costerà un soldo al governo».