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Romanticismo: dramma in 4 atti cover

Romanticismo: dramma in 4 atti

Chapter 7: SCENA III.
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About This Book

A four-act drama portrays members of a community divided by political loyalties during a period of national unrest, interweaving public conspiracies and intimate domestic life. The plot moves between clandestine border episodes and household scenes, following characters who confront arrests, secret rescues, betrayals, and self-sacrifice; a pivotal domestic revelation reorients a young man's conscience toward patriotic commitment. The author balances tragic and comic tones, rendering opponents with restrained nuance while emphasizing themes of duty, loyalty, and the collision of private affections with public causes. Language and stagecraft aim for realistic dialogue and historical atmosphere, often treating pivotal events offstage to heighten emotional effect.

ATTO PRIMO.

La scena rappresenta la retrobottega della farmacia Ansperti. Dai vetri delle finestre, che hanno le tendine bianche, ma sono aperte, e dagli usci si vedrà l'interno della farmacia e la porta che dalla farmacia mette sulla strada. La retrobottega è arredata come un modesto salottino borghese: un grande braciere con intorno alcune seggiole: una tavola grande, che serve da pranzo e da giuoco. — È la fine di novembre. — Sono le sette pomeridiane. La farmacia è illuminata con una lucerna ad olio: nella retrobottega una lucerna ad olio sulla tavola ed una candela di sego sulla credenza. Sulla tavola ad un'estremità, sul vecchio tappeto, è steso un tovagliolo con l'occorrente del pranzo per una sola persona.

SCENA PRIMA.

Il signor Faustino e la signora Giuditta. Il Signor Faustino, seduto a tavola, cena. La signora Giuditta, vestita assai modestamente, senza nessun ornamento, con un fazzoletto nero al collo, curva dinanzi al grande braciere, fissa la brace immobile, assorta, con la mente lontano. È pallida: ha l'aspetto sofferente.

Faustino continua a mangiare, poi dopo essersi pulita la bocca col tovagliolo cerca la bottiglia del vino con gli occhi: dopo un momento chiamando sottovoce:

Signora Giuditta! Signora Giuditta!

Giuditta scuotendosi: lo fissa senza capire.

Faustino sorridendo.

Sono condannato anch'io...

più sottovoce

A morir di sete!

Giuditta.

Ah!... Il vino!

si alza: va a prendere la bottiglia sulla credenza.

Scusi! La mia povera testa se ne va!

Faustino.

Coraggio, signora Giuditta!... Non bisogna crucciarsi e bisogna distrarsi!

dopo averla osservata: gravemente.

Lei è molto ammalata!

Giuditta scoppia in lacrime.

Faustino alzandosi e prendendole una mano.

Coraggio! Coraggio per lei...

sottovoce

e più ancora per lui.

Giuditta a mano a mano con crescente esaltazione.

Lo sento! Lo sento! Non lo vedrò più! La forca!... La forca! Poveri e ricchi! Plebei e nobili! La forca... non guarda più in faccia a nessuno!

Faustino.

Sst!

guarda verso la farmacia: poi, più sottovoce, spaventato.

Sa che quel rinnegato del sergente Baraffini l'ha presa a perseguitare e fa sempre la ronda!... — Pensi, invece — per calmarsi — che con tante perquisizioni non hanno trovato una prova sola contro suo marito! E suo marito, Tito Ansperti, è forte di corpo e di spirito: saprà negare, negare, negar sempre, per salvar sè e gli altri.

Giuditta.

E il dottor Lazzati? — Gli hanno trovato qualche cosa? — No. — Eppure lo hanno condannato a quindici anni di ferri! E poi... fra i suoi compagni...

Faustino con impeto.

Fra i patriotti?... Una spia?

Giuditta.

Una spia, no! Ma un animo debole che non resista ai patimenti, alle minacce, ai tradimenti... — Mi compatisca, signor Faustino!... Perdoni ad una povera donna che ama, che soffre... e che muore. Sì! Sì! La morte! Ecco la mia forza e la mia speranza, perchè il mio Tito non me lo rendono più! Sono tre mesi, più di tre mesi, che quel Baraffini aveva messi sopra di me i suoi occhi di spia infame! — È venuto a strapparlo dalle mie braccia! E rideva, ghignava, mentre i gendarmi lo ammanettavano! Lo hanno condotto a Como, a Milano, a Venezia! Dio, Dio, a Venezia! Sapete come si chiama la prigione dove lo hanno rinchiuso a Venezia? — Lo Stokhaus! — La casa delle bastonate.

scoppia di nuovo in lacrime.

Faustino esortandola a calmarsi.

Signora Giuditta! Signora Giuditta! Anche per quel povero vecchio del signor Ansperti!... Il signor Tito era l'unico figlio!

Giuditta.

Il babbo vive per la patria, per la vendetta! Lui... non è che suo padre! Io sono sua moglie! Lo amo, lo adoro, ne sono innamorata! Sono giovine ancora! È mio, è mio, il mio Tito e lo voglio!

Suona il campanello dall'uscio che dalla strada mette in farmacia: Giuditta si asciuga la lacrime in fretta.

Faustino fa per avviarsi in bottega.

Finisca di cenare. Vado io al banco.

vede in farmacia il conte Lamberti: sottovoce a Faustino:

È il conte Vitaliano!

Giuditta e Faustino mutano d'aspetto immediatamente: sorridono e si mostrano disinvolti.

Giuditta rimuovendo la brace con una palettina.

Avanti, avanti, signor conte! Venga a scaldarsi le mani! Soffia una brèva gelata! Un ventaccio di neve!

Faustino mentre Lamberti entra nella retrobottega.

Servitor suo, signor conte!

SCENA II.

Lamberti vestito da cacciatore e DETTI poi la voce di Demostene.

Giuditta.

È stata una buona giornata? Ha fatto buona presa?

Lamberti.

No.

Faustino.

M'hanno detto che attorno al Bisbino si levano le starne a nuvoli!

Lamberti.

Non sono stato a caccia.

Giuditta ha notato l'occhiata e il torbido umore di Lamberti: sforzandosi con una risata.

Allora grande allegria e festa per la selvaggina!

Lamberti fissandola con intenzione.

Appunto: grande allegria! Molta allegria!

Faustino per cavarsela, avviandosi in bottega.

Con permesso...

Giuditta.

Si ricordi: lo zucchero e il caffè a casa Bernasconi.

Faustino.

Subito!

chiamando

Demostene!

entra nella farmacia.

Demostene di dentro con una sua cantilena particolare.

vèngòòò!

Mentre dura il dialogo tra la Giuditta e il Lamberti, si vedrà il signor Faustino consegnare due pacchi di zucchero e di caffè a Demostene: poi, dall'uscio di strada, che si apre sempre con una scampanellata, entrerà una donna di servizio con una ricetta: il signor Faustino, legge la ricetta e prepara la medicina che consegnerà poi alla donna.

SCENA III.

Giuditta e il conte Lamberti nella retrobottega.

Nella farmacia — a suo tempo, e seguendo l'azione come è indicata nella scena II
Faustino, Demostene e la DONNA DI SERVIZIO.

Giuditta.

In questi mesi a Como si crèpa di salute! se non ci fosse un po' di lavoro in coloniali, con la farmacia non si caverebbero le spese!

Lamberti fa un atto di stizza, passeggiando in su e in giù.

Giuditta sforzandosi di sorridere.

Misericordia che nuvoloni! È giovine, è ricco... La signora contessa è una dea fra le più ammirate dell'Olimpo milanese di tutto il Lombardo-Veneto! Dovrebbe essere allegro, felice e invece è sempre tetro e brontolone, come il vecchio Silva dell'Ernani!

Lamberti fissandola.

Lei, invece signora Giuditta, lei, la moglie di Tito Ansperti... si mostra troppo di buon umore con me.

prorompendo.

Per Dio, non sono una spia!

Giuditta, spaventata.

Signor conte!

frattanto nella farmacia si svolge l'azione tra Faustino e Demostene com'è indicato nella scena II.

Lamberti.

E allora, perchè — tutti qui! diffidate di me? Lei, signora Giuditta, col suo ridere forzato, mentre è pallida, ancora stravolta dal dolore? E anche il signor Faustino, il dottore, anche don Carlo, tutti! E più di tutti il vecchio Ansperti, suo suocero!

Giuditta inquieta per sè commossa per il Lamberti.

Quel povero vecchio, dopo che gli hanno arrestato il figliuolo... in seguito ad una falsa denunzia... a sospetti senza fondamento, non ha più la testa a posto.

Lamberti avvicinandosi: sottovoce.

Giovanni Ansperti il Presidente della Fratellanza Repubblicana Comasca, ha il cuore sempre forte e la testa sempre a posto!

Giuditta lo fissa pallida, esterrefatta.

Lamberti.

So tutto; e stasera prenderò parte anch'io al vostro gioco del sette e mezzo. — Dov'è il signor Ansperti?... Di sopra?... Lo faccia venir giù. Se io fossi soltanto un imprudente — lei lo sa — Tito Ansperti a quest'ora sarebbe impiccato. Per chi è trovato in possesso di una cedola del prestito di Mazzini, c'è la pena di morte — e Tito Ansperti ne ha vendute cinquecento per cinquanta mila svanziche in un giorno solo e a Como soltanto! E il contrabbando? E la diffusione dei libri rivoluzionari?

con un impeto di collera.

Ma si fidi di me! Ha tanta fiducia nel signor Faustino, il direttore della sua farmacia, che conosce da pochi mesi, e in me no, che mi ha sempre veduto? Si fida di Demostene — il suo facchino — e non si fiderebbe di me, che ho avuto per trent'anni il fratello di suo suocero in casa mia, mio amministratore, mio procuratore? — Ma guardi la mia faccia. Legga nei miei occhi! Le par possibile che io possa essere un traditore, ovvero un pusillanime, un vigliacco?

Giuditta dopo un momento.

Io credo in lei? ma... e gli altri?...

esitando.

Ella sa perchè, non la sua persona, ma il suo nome è circondato da tanta...

Lamberti.

Antipatia, da tanto odio? Lo so.

Giuditta.

Da tanta diffidenza.

Lamberti.

Per mia madre! — Mia madre una duchessa di Landro, italiana, ma che chiamano «la Tirolese» perchè è tirolese il conte di Rienz! — Mia madre devota a casa d'Austria, mia madre la cugina, l'amica... Sì, l'amica, è falso, è un'infamia, ma tutti lo credono per gettarmelo in faccia! Mia madre l'amica di quel Conte di Rienz, del consigliere, dell'ispiratore mandato da Vienna all'arciduca!

Giuditta.

Signor conte! Signor conte!

Lamberti.

Ebbene, tutto questo è un grande dolore per me! È la vergogna che pesa sopra di me! Ma imputarmelo a colpa, no! — Dov'è la giustizia? E la giustizia dev'essere il sangue giovine e nuovo di un popolo nuovo e giovine! — È la mia disgrazia, terribile, signora Giuditta! Per mia madre, anche in casa mia, trovo la freddezza e l'indifferenza!

con un impeto di sincerità.

Io amo mia moglie con tutta la poesia, con tutta la passione, ma non sono riamato! — L'ho detto anche a Tito Ansperti: la patria prima; ma poi anche il mio nome da redimere, anche l'amore da inspirare, una famiglia mia da conquistare!

cambiando.

Ci vogliono prove?

Giuditta.

Non per me...

Lamberti.

Prove materiali, non ne ho, ma riuscirò a convincere lei e gli altri. — Dovevo essere iniziato alla Giovine Italia, presentato ai fratelli da suo marito. Quando egli fu arrestato, speravo che da un giorno all'altro fosse prosciolto...

Giuditta con un grido.

Sperava?... Oggi non spera più?

Lamberti deludendo la domanda di Giuditta.

Oggi ho alcune gravi rivelazioni da fare alla Società. Qualunque indugio potrebbe essere fatale.

più sottovoce afferrandole la mano.

I fratelli si raccolgono qui anche stasera?

vedendola esitante.

Ancora? — Ebbene lo dirò come ci siamo intesi io e suo marito, e mi crederà!

Giuditta lasciandosi cadere sopra una seggiola fissa ancora Lamberti che resta in piedi, davanti a lei.

Lamberti.

Anche Tito Ansperti era, come me, un cacciatore appassionato: ci incontravamo spesso, nei boschi lontani, e si cacciava poi insieme, soli io e lui, le intere giornate.

Giuditta.

So, so; ebbene?

Lamberti.

Una mattina prestissimo, ai primi di settembre...

Giuditta interrompendolo.

Il giorno stesso in cui sono venuti i gendarmi?

Lamberti.

No. Tito Ansperti è stato arrestato il venerdì: noi, invece, ci siamo incontrati la mattina del mercoledì: sono date che non si dimenticano.

Giuditta come un'eco: quasi cupamente.

Alle otto di sera, il cinque settembre: venerdì. Sono date che non si dimenticano!

Lamberti.

Io avevo fissato la posta dietro la villa del Pizzo, alle prime boscaglie che salgono poi, a dirupo, lungo la montagna. L'alba non spuntava ancora: io avevo attraversato il grande giardino dell'albergo «Alla Regina d'Inghilterra», avevo scavalcato il muro di confine fra il giardino dell'Albergo e quello della villa e mi ero lasciato cader giù, di colpo, nel recinto della villa stessa, quando vedo passarmi davanti agli occhi il lucicore di una canna di fucile e sento una mano forte, di ferro stringermi alla gola.

Giuditta.

Tito?

Lamberti.

«Che fate qui? — Dove andate?» — borbotta il mio aggressore, in tono di minaccia e di collera.

Giuditta.

Era lui?... Era Tito?...

Lamberti.

Ma allora, subito...

Si ode il campanello della farmacia: entra la donna com'è indicato nella scena seconda.

Giuditta con voce indifferente, avvicinandosi all'uscio a vetri.

Come sta la padrona?

Donna di dentro.

Stasera è quasi senza febbre!

Giuditta.

Buon segno! Speriamo!

rientra: torna a sedersi come prima: con la stessa intonazione di prima.

Era lui? Era Tito?...

Lamberti.

Lo riconosco alla voce! «amici!...» rispondo «Lamberti!» L'altro rallenta la mano, mi lascia libero, ma il suo viso — la penombra a mano a mano diradava — rimaneva accigliato, inquieto. — «Non è la buona strada, signor conte! — Per di là! Per di là!» — E mi respinge a viva forza verso il muro di cinta, quando ad un tratto si ode nella boscaglia un frastuono, un precipitare di passi e dal dirupo erto, scosceso due giovani montanari piombano, d'un salto, in mezzo a noi, e buttati vari pacchi di libri e di carte ai nostri piedi, continuano sempre giù, a precipizio, e spariscono nella discesa!

SCENA IV.

Suona il campanello della farmacia: entrano Don Carlo Morelli e Mauro Strassèr. Si fermano al banco a discorrere col signor Faustino. — Poi in fine entra in Farmacia il Dottor Fratti.

Giuditta dopo aver guardato, rimanendo seduta, chi è entrato in bottega: a Lamberti in tono rassicurante.

Don Carlo e il libraio Strassèr!

Lamberti continuando.

Erano due contrabbandieri! E portavan libri del Guerrazzi, del Gioberti, la Francesca da Rimini del Pellico! Erano giornali, l'Italia del Popolo, coi proclami di Mazzini, di Saffi, di Kossuth, stampati a Capolago dalla tipografia Elvetica.

cambiando, ridendo.

Ah! ah! La villa del Pizzo! La villa dell'arciduca Ranieri, vicerè del Lombardo-Veneto, è un buon posto, sicuro, per un simile contrabbando! — Tutto ciò io indovino, intuisco a quella rapida scena, il pallore minaccioso dell'Ansperti, e subito, gettandogli le braccia al collo e baciandolo, gli grido ma, a voce bassa, con tutto il calore del mio sangue: «Viva l'Italia!» — Viva l'italia — mi risponde l'Ansperti abbracciandomi a sua volta, sicuro che io non ero un giuda! — Una vecchia tana di volpe serve di nascondiglio, fino a sera, ai libri e ai proclami...

scampanellata forte: è il dottor Fratti che entra in farmacia.

Giuditta sottovoce.

Il dottor Fratti!

Lamberti.

E la sera ne abbiamo introdotti a Como, quanti ce ne stavano, sotto gli abiti, nelle tasche, nel carniere... Poi a Milano.

Giuditta con fede e con entusiasmo stringendogli la mano.

Adesso sì!

Lamberti interrompendola: allontanando la propria mano.

Adesso o credermi o denunziarmi!

Giuditta.

Andiamo su, dal babbo!

si stringono la mano. — Giuditta, chiamando sull'uscio a vetri.

Venite avanti!

Don Carlo.

Buona sera, signora Giuditta!

Giuditta.

Qui fa più caldo! — Demostene!

Demostene di dentro.

Vengòòò!

Giuditta.

Porta del carbone!

Dottor Fratti sull'uscio della farmacia.

E il signor Giovanni?

Giuditta.

Vado a chiamarlo e torno subito. Anche lei, signor Faustino! Venga a preparare le carte e le puglie. Resterà Demostene in bottega! Addio signor Strassèr!

Strassèr.

Buona sera!

Giuditta e Lamberti entrano dall'uscio di fianco, a sinistra, che mette alla scala e quindi alle stanze superiori.

SCENA V.

Don Carlo Morelli, il Dottor Fratti e Mauro Strassèr entrano dalla farmacia nella retrobottega: poco dopo da un uscio di fianco entra Demostene, in maniche di camicia e con un lungo grembiule bianco, portando un cesto di carbone.

Tutti depongono i mantelli, i cappelli sulle seggiole; chi appoggia l'ombrello, chi il bastone alle seggiole; si levano i grossi guanti di lana.

Frattanto entra Demostene e vuota mezzo il cestello del carbone sul braciere, lascia il cesto per terra accanto al braciere e passa per l'uscio a vetri, nella farmacia.

Tutti gli altri si avvicinano al braciere.

Fratti.

Il freddo, io lo soffro alle mani.

Strassèr.

Io, invece ai piedi.

Don Carlo sorridendo bonariamente e crollando leggermente il capo con un moto che gli è abituale.

Io alle mani, ai piedi e a tutto il resto!

ridono.

Fratti scherzando.

Siete vecchio, Don Carlo, e i vecchi, si sa, amano il caldo!

Don Carlo.

No, no! Io no! Secondo le stagioni. D'inverno amo stare al caldo, ma d'estate... al fresco!

ridono.

SCENA VI.

Il signor Faustino e detti; poi la signora Giuditta.

Faustino entra, spazzola il tappeto che è già sul tavolo e prepara le carte e le pugliette per il giuoco.

Don Carlo aperta la scatola del tabacco, ne offre allo Strassèr.

È vostro compatriotta: rapè d'Ungheria!

Strassèr prendendo il tabacco e annusando.

A me, già, che volete?... L'idea di riprendere il nostro... sett'e mezzo, ancora qui, proprio qui, dopo l'arresto dell'Ansperti, mi pare...

Don Carlo crollando il capo e rimescolando la cenere con le molle.

Anche a me. Mi pare, forse un eccesso di astuzia!

Fratti.

E l'abbandonare improvvisamente la farmacia, non sarebbe stato invece, un eccesso di... ingenuità? Qui ci tengono d'occhio, ma lo sappiamo e abbiamo preso le nostre precauzioni!

Faustino.

E poi trovare un altro posto?... Quale?... Dove?

Fratti.

Qui siamo vecchi amici: siamo sempre venuti e, finchè la polizia ce lo permette, continueremo a venire.

Strassèr voltandosi dà un'occhiata sospettosa all'uscio che mette alle stanze superiori.

Però, stasera, aspetteremo almeno, a giuocare, che quell'altro...

vuol dire: che il Lamberti se ne sia andato.

Don Carlo chiamando Faustino.

Pst!... Faustino!

Faustino si avvicina.

Il conte Vitaliano è andato su dal signor Ansperti!

Fratti.

A che fare?

Faustino.

Non so. È stato qui più di un'ora a discorrer colla signora Giuditta!

Tutti si fissano come interrogandosi a vicenda.

Fratti.

Come... figlio di sua madre, non m'ispira molta fiducia!

Don Carlo scrollando il capo e sorridendo con bontà.

Con tutti i suoi milioni è un povero infelice!

Faustino.

Per sua moglie?

Don Carlo.

Credo, molto di più... per sua madre!

Strassèr.

Voi andate spesso a villa Lamberta?

Don Carlo.

Sì, dalla contessa giovine.

a Fratti.

Voi pure, dottore?

Fratti.

Mi fanno chiamare per le persone di servizio. Per i padroni, arriva il medico da Milano. Peccato! Curerei la vecchia tanto volentieri... con l'arsenico!

Strassèr.

Ma... anche la contessa giovine, pare, non è troppo molto buona con suo marito?

Don Carlo scrollando il capo, più forte.

Non saprei! — Io so... che è molto buona per i miei poveri!

Giuditta entrando.

Pronto, signor Faustino?

Faustino.

Prontissimo!

Giuditta con solennità e fermezza.

Vi annunzio, a nome del signor Giovanni, che abbiamo acquistato, da stasera in poi un nuovo compagno di giuoco: il conte Vitaliano Lamberti.

Il Fratti, lo Strassèr e Faustino fissano Giuditta serî, accigliati. Don Carlo, sorridendo, continua a frugare con la paletta nel braciere.

Giuditta.

Mio marito doveva condurlo qui, in mezzo a noi, il giorno stesso in cui fu arrestato. Ha offerto le prove più sicure a me, al signor Giovanni.

prorompendo.

È risoluto, pronto a dare tutto il suo danaro e tutto il suo sangue alla causa italiana!

Strassèr esitando.

Nessun dubbio, ma...

Fratti pronto.

Uno, uno solo. Era vostro marito che doveva presentarlo al comitato?

Giuditta.

Sì.

Fratti.

Sono tre mesi che Tito Ansperti è stato arrestato. Perchè il signor Conte si è risolto proprio stasera?

Giuditta.

Perchè ha una grave rivelazione da fare alla fratellanza, nell'interesse della causa e nostro. — Vi ripeto: io e mio suocero siamo pronti ad accoglierlo: voi volete respingerlo? Differire?

Fratti risoluto.

No.

Giuditta rivolgendosi a Strassèr e a Faustino.

E voi?

Strassèr e Faustino insieme.

No.

Giuditta va all'uscio che mette nelle stanze superiori e chiama:

Signor Giovanni!

rivolgendosi agli altri

Eccolo. Il conte Vitaliano è qui, col babbo!

a Faustino.

Demostene è stato avvertito?

Faustino.

Fa già la guardia. — Sente?

Si sente dalla farmacia il rumore che fa il mortaio nel quale viene pestato il caffè con un lungo bastone di ferro.

Giuditta va a chiudere l'uscio e le finestre che danno nella farmacia: dalle tendine non si distingueranno più le persone, ma si vedrà sempre la luce.

SCENA VII.

Il conte Lamberti. — Il signor Giovanni Ansperti e detti, poi, infine, Demostene.

Fratti va incontro a Lamberti e fissandolo gli stende la mano in silenzio.

Lamberti stringe la mano al Fratti e allo Strassèr; poi a Don Carlo, vivamente.

Lei che conosce la mia vita e le mie amarezze, lei non è stupito di vedermi qui? Mi aspettava qui, non è vero?

Don Carlo commosso.

E la benedico. E a sua volta, signor conte, non si stupisca lei di trovar qui, un povero prete. — Qui si soffre e si spera, è dunque il nostro posto, il più degno!

Giovanni stringendo la mano a Don Carlo.

Voi siete la bontà e la giustizia.

Lamberti.

Un vero, un degno prete. Invece a Venezia... — Ecco ciò che preme, ciò di cui dovevo avvertirvi.

Tutti lo circondano con ansia.

Lamberti.

A Venezia, al servizio dell'auditore militare, c'è un prete ben diverso e che compie un ben diverso ministero.

Fratti.

L'abate Bianconi?

Strassèr.

Un fanatico austriacante?

Giuditta.

Bianconi? Un Italiano? Un altro rinnegato?

Lamberti.

Costui commettendo un sacrilegio...

si sente Demostene che batte più in fretta il mortaio.

Giovanni subito, correndo a sedersi attorno alla tavola seguito da tutti gli altri.

Al giuoco!

Tutti meno Vitaliano e la Giuditta.

Giuochiamo!

Giovanni distribuisce una carta a ognuno, cominciando il giuoco del sette e mezzo.

Giuditta sottovoce al Lamberti.

La ronda o qualche figura sospetta. Demostene dà l'avviso pestando più forte nel mortaio.

Fratti a Giovanni continuando il giuoco.

Carta; un'altra, un'altra... ancora una carta... Sto.

Faustino.

Sto.

Don Carlo dopo aver guardata la sua carta.

Anch'io; sto.

Demostene torna a pestare lentamente col tono cadenzato di prima.

Strassèr.

Dieci kraiser: carte.

prendendo le carte che gli dà Giovanni Ansperti.

È stato un falso allarme. Quattro

vedendo l'ultima carta.

e quattro otto!

Faustino sottovoce.

Vado io a vedere.

si alza, esce.

Giuditta macchinalmente, seguendo Faustino con lo sguardo.

Carta!

Giovanni le dà le carte pure macchinalmente. Demostene sospende di picchiare perchè parla con Faustino.

Giuditta.

Ancora... — Un'altra... — Sette e mezzo.

Faustino ritornando, mentre tutti si voltano verso di lui.

Due gendarmi. Hanno cacciato il grugno in bottega, poi sono spariti.

tutti circondano ansiosi il Lamberti.

Giovanni.

Dunque?

Giuditta.

L'abate Bianconi?...

Lamberti.

Sapete che un mese fa, a Milano, all'osteria della «Mezzalingua», è stato arrestato il cappellaio Rossetti?

Giuditta spaventata.

Sì, ma il Rossetti è sicuro!

Strassèr.

Sicurissimo!

Fratti.

Sono pronto io a giurare per lui!

Giovanni imponendo silenzio, con forza.

Sst!

Faustino.

Lasciatelo parlare!

Giuditta angosciata.

Dio, Dio, mio Dio!

Lamberti continuando.

Orbene, quando il Rossetti dalle carceri di Milano fu trasferito a quelle di Venezia...

Giuditta.

Allo Stokhaus?

Ansperti.

Con mio figlio!

Fratti con ira.

Anche voi! Ma lasciatelo parlare!

Lamberti continuando.

Fu subito assalito da una febbre fortissima, poi rimase prostrato, abbattuto, in preda a cupe malinconie, a scrupoli religiosi...

Strassèr.

Scrupoli religiosi?

Fratti.

Il Rossetti?

Faustino.

Un mangia-preti?

Don Carlo.

Ha però una sorella monaca, a Brescia, al Sacro Cuore...

Lamberti continuando.

Era turbato da visioni spaventevoli! gli appariva, credeva di vedere il demonio.