WeRead Powered by ReaderPub
Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I cover

Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I

Chapter 79: XVII.
Open in WeRead

About This Book

A selection of political and economic essays and addresses argues that political organization and social progress are inseparable, insisting that political reform must serve moral, intellectual, and economic improvement for the people. It critiques currents that separate workers' economic aims from national and political life and engages competing socialist and anarchist doctrines, maintaining that only a unifying ideal can elicit widespread sacrifice and solidarity. The collection privileges later writings addressed to youth and popular associations while retaining earlier pieces that show incisive, predictive analysis, and it consistently blends philosophical reflection with concrete counsel for political action.

XIV.

Guerra e sovranità del paese. Ogni altro grido—quando non sia d'individuo che tenti pacificamente persuadere ciò che gli sembra vero ai suoi fratelli di patria—è usurpazione e semenza di danni. Scrivete libri di cinquecento pagine e più se v'aggrada, per provare ai vostri concittadini che la missione italiana sta nell'ordinarsi al federalismo della Svizzera e al monarchismo costituzionale della Spagna o dell'Austria; noi scriveremo pagine a ricordar loro che senza unità non v'è missione, nè forza, nè concordia durevole; a ricordar loro la tradizione della democrazia repubblicana in Italia, la storia della discorde impotenza svizzera e le cento delusioni della corrotta decrepita monarchia. Ma non fondate circoli o associazioni federative sotto l'egida del monarcato, se non volete che noi fondiamo circoli e associazioni con programmi dichiaratamente repubblicani. Non convocate congressi con programma determinato, quando non avete mandato dal vostro popolo. Non annunziate diete che decidano innanzi tratto, col solo fatto della loro esistenza e per la natura degli elementi che voi chiamereste a comporle, le questioni le più vitali al nostro risorgimento, quelle che s'agitano tra il federalismo e l'unità, tra la monarchia e la repubblica. Noi non conosciamo che un solo padrone nel cielo, Dio; un solo sulla terra, ch'è il popolo: il popolo, che ha sparso e dovrà spargere il proprio sangue a riconquistarsi libera e grande questa terra che Iddio gli diede, ha pur diritto di governarsi a sua posta.

E questo programma, solo legale, solo che possa dirsi non intollerante, non esclusivo, noi lo spiegammo primi e lo manterremo. Noi non tradimmo programmi di neutralità solennemente giurati: la nostra parola è la stessa d'ieri. Noi non capitolammo col nemico: Garibaldi e d'Apice non attraversarono pacificamente la Lombardia con fogli di via segnati di un nome di generale straniero; portarono seco, cedendo alla forza, la bandiera italiana, liberi di ripiantarla sul primo giogo, nella prima valle, dove suonasse il grido di viva Italia!

XV.

Noi scrivevamo in Milano, nel programma dell'Italia del Popolo: «Dov'è l'assemblea costituente, sola legittima interprete del pensiero di un popolo?»

E il 27 dello stesso mese: «Se chi proferì primo in questa Italia sconvolta la parola di dieta italiana avesse detto Assemblea nazionale costituente italiana, la questione che affatica in oggi per vie diverse le menti, sarebbe stata posta sulla vera e unica via che può condurre a scioglimento pacifico, legale, solenne, il nodo de' nostri futuri destini. Volete tutti che un'Italia sia? Dica l'Italia come vuol essere e sotto quali forme la vita nazionale che Dio le comanda deve emergere rappresentata a tutti i suoi figli e ai popoli dell'Europa.... Sorga e s'accolga in Roma non una dieta, ma l'Assemblea nazionale costituente italiana, eletta, non per divisioni di Stati esistenti, ma con eguaglianza di circoscrizioni, e con una sola legge elettorale, dall'università dei cittadini d'Italia. Preparino gl'ingegni a questa le vie. S'interroghi il paese sui proprî fati. Fino a quel giorno, voi rimarrete, checchè concertiate, nel provvisorio

E il 12 giugno: «Non v'è nè può esservi che una sola metropoli, Roma. Non v'è nè può esservi che una sola costituente: L'Assemblea nazionale costituente italiana

Ed io cito queste linee a provare come i repubblicani, rimproverati continuamente d'intolleranza da chi non ricusa combattere coll'arme sleale della calunnia, curvassero primi la fronte, anche quand'altri violava sfrontatamente le sue promesse, davanti la maestà popolare. Ma chi fu giusto mai coi repubblicani? Non affermava il conte Balbo nel suo libro delle Speranze d'Italia che gli unitarî della Giovine Italia volevano le repubblichette del medio evo?

XVI.

Il moto che segretamente dal 1815 in poi, e palesemente da tre anni, agita la nostra contrada, è moto nazionale anzi tutto. E dicendo nazionale io non intendo moto puramente d'indipendenza, riazione cieca e senza nobile intento di razza oppressa contro una razza straniera che opprime. Nel XIX secolo, la voce nazione suona ben altro che una emancipazione di razza. Il grido di Viva Italia! che i Bandiera e i loro fratelli di martirio in Cosenza cacciarono lietamente morendo, era grido di libertà: grido religioso d'unione, di nuova vita, di affratellamento fra quanti popolano questa terra divisa e fatta impotente da tirannidi straniere e domestiche. Quel grido fu raccolto dai milioni, e le agitazioni degli ultimi tre anni ne sono il commento. Il popolo vuol essere una famiglia: famiglia potente di vita collettiva, di bandiera propria, di leggi comuni, di nome, di gloria, di missione riconosciuta in Europa. Idoli suoi, meritamente o no, sono tutti coloro che dovrebbero o potrebbero più facilmente dargli una patria: nemici suoi quanti ei considera, a torto o a ragione, avversi a questo pensiero, a questo suo supremo bisogno. Tutte le parole, tutti i programmi che i falsi profeti gli han messo da tre anni innanzi ebbero il suo plauso perchè gli dissero che dovevano fruttargli la patria; poi passarono rapidi come speranze deluse; e la sola parola, il solo eterno programma ch'ei va ripetendo, è quello di Italia; chi non intende questo ch'io dico non intende popolo, nè storia, nè provvidenza. L'Italia vuol essere.—Noi siamo in aperta rivoluzione; e questa rivoluzione, che si compirà checchè avvenga, e muterà la carta e le sorti d'Europa, è innanzi tutto una rivoluzione nazionale.

Ogni rivoluzione ha un elemento nuovo, una forza propria, una leva speciale corrispondente allo scopo che deve raggiungersi. Una rivoluzione nazionale può iniziarsi da chicchesia; ma non può compirsi che da un'Assemblea nazionale.

E quest'Assemblea non può escire legittima ed efficace che dall'elezione popolare: eletta da governi o da Stati, non potrebbe rappresentare che il vecchio principio, più o meno modificato, di smembramento contro il quale il paese s'agita e s'agiterà:—non può aver limite il mandato, perchè ogni mandato chiamerebbe, più o meno, i vecchi poteri, contro i quali il paese è commosso, a decidere le condizioni della nuova vita cercata.

L'Assemblea nazionale non può dunque essere che costituente. Dove nol fosse, l'agitazione non soddisfatta ricomincerebbe il dì dopo.

Non v'è che una Italia. L'Italia del nord, le tre Italie, le cinque Italie, sono bestemmie di sofisti o trovati di politica cortigianesca condannati dal nascere all'impotenza.

Il popolo d'Italia intende costituirsi in nazione: cerca una forma di nazionalità che più convenga ai suoi futuri destini in Europa; e questa forma non può escire che dal voto di tutti, non può sancirsi accettata da tutti e durevole fuorchè da una Assemblea costituente italiana. La parola proferita, con autorità di potere, da Montanelli e Guerrazzi avrà presto o tardi adesione, non dai principi, ma dai popoli di tutta Italia. La scienza politica d'un popolo che si rigenera è semplice; i sofismi e i trovati cortigianeschi non prevarranno lung'ora.

E s'anche la costituente italiana decreterà monarcato e federalismo, noi, repubblicani unitarî, non rinegheremo ciò ch'oggi diciamo. Deploreremo immaturi i tempi e ineguali gl'intelletti al concetto che solo può svolgere la terza Italia, l'Italia del Popolo; rivendicheremo, come s'addice a uomini liberi, diritto di pacifica espressione alle nostre dottrine; ma rispetteremo la monarchia ringiovanita per battesimo popolare e la federazione escita dal libero voto della nazione. Avremo almeno una patria. Oggi non abbiamo che cadaveri di monarchie, governucci inetti o tirannici, e gran parte della nostra terra in mano dell'Austria.

XVII.

In mano dell'Austria! È parola questa, o giovani, che suona insulto a noi tutti, e non dovrebbe lasciar nell'anima vostra campo a pensieri fuorchè di guerra nè a me conceder parole fuorchè di guerra. La terra lombarda è schiava. Il croato ride stolidamente feroce in Milano dei nostri libri, dei nostri circoli, del nostro cinguettìo di sofisti. Libertà! Noi non possiamo, non che applicare, intendere, proferir degnamente la santa parola col marchio dell'impotenza e della schiavitù sulla fronte. Noi non possiamo avere, non meritiamo costituente, nè patria, nè diritti, nè nome d'uomini, finchè la nostra bandiera non sventoli, terrore ai nemici e pegno di salute pei figli alle nostre madri, sull'Alpi.

Io non so se il lungo esilio testè ricominciato, la vita non confortata fuorchè d'affetti lontani o contesi, e la speranza lungamente protratta e il desiderio che incomincia a farmisi supremo di dormire finalmente in pace, dacchè non ho potuto vivere, in terra mia, m'irritino, e nol credo, l'anima nata ad amare e per lunga prova incapacissima d'odio; ma so che, perchè noi potessimo dirci degni di libertà, questo grido di guerra all'Austria! dovrebbe essere oggimai la giaculatoria del credente nella patria, la voce per la quale, dentro e fuori del paese, l'italiano si riconoscesse d'una terra coll'italiano, il motto di comunione che corresse da un capo all'altro della penisola ed oltre, potente e rapido come il fluido che alimenta sotterraneo i nostri vulcani, sì che ne escisse tremoto, e le passioni sobbollissero come lava, e l'Etna in eruzione rimanesse simbolo convenevole agli sdegni e al levarsi d'Italia. Vorrei che come i leggendarî dei secoli cristiani cominciavano e finivano tutti colla formola: «Nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito,» così nessun scrittore toccasse la penna in Italia se non cominciando e finendo colla formola: In nome della patria e dei nostri martiri, sia guerra all'Austria. Vorrei che le fanciulle italiane, comprese dell'onta sofferta per mano dei barbari dalla donna italiana, rammentassero col bacio di fidanzata ai loro promessi: ricordate e vendicate le fanciulle di Monza. Vorrei che, come i romiti della Trappa non s'incontrano senza dirsi l'un l'altro: fratello, bisogna morire, i giovani d'Italia non s'incontrassero per le vie, nei teatri, nei circoli, senza dirsi: fratello, bisogna combattere; tu ed io viviamo disonorati.

Perchè, è forza il dirlo, noi viviamo disonorati: disonorati, o giovani, in faccia a noi stessi, in faccia all'Austria, in faccia all'Europa. Nessun popolo in Europa, dalla Polonia in fuori, soffre gli oltraggi che noi soffriamo; nessun popolo sopporta che una gente straniera, inferiore di numero, d'intelletto, di civiltà, rubi, saccheggi, arda, manometta ferocemente a capriccio un terreno non suo; trascini altrove, colla coscrizione, a farsi complici di delitti e stromenti di tirannide, giovani non suoi; contamini di violenze, di battiture donne non sue: uccida per sospetto o disonori col bastone cittadini di patria non sua. E nessun popolo—io lo dirò comechè suoni ingratissimo a me che scrivo e a quanti mi leggono—nessun popolo ha più di noi millantato odio al barbaro, valore italiano, potenza di desiderio, e furore d'indipendenza. Da noi uscirono bandi grandiloqui, discorsi pomposi di memorie del Campidoglio, d'aquile romane e di conquiste mondiali, tanti da incendiarne gli accampamenti nemici, e centinaja di gazzette, libri e libercoli a tritare lo stesso tema di minaccia impotente, e migliaja d'inni di guerra e milioni d'urli e grida di Viva Italia e di morte agli Austriaci, nei banchetti, su pe' teatri, in convegni di piazza. Tra noi escì, acclamata, commentata, messa in cima ai giornali, come guanto cacciato solennemente all'Austria in faccia all'Europa, la parola: l'Italia farà da sè: parola santa fin dove si tratti d'indipendenza, perchè ogni popolo deve conquistare con forze proprie il proprio nome, il proprio titolo a rappresentare una parte pel bene comune nella grande associazione delle nazioni; ma volgente al ridicolo quando quei che l'hanno proferita non fanno, per conto d'Italia, che armistizî, capitolazioni e raggiri di mediazione. E la Polonia, ch'io citai dianzi, affranta da lunghe battaglie e da sagrificî senza esempio, priva d'ogni libertà di parola, di convegni, di stampa, vuota d'armi e senza un palmo di terreno sul quale essa possa riprepararsi a combattere, non può finora che ordinar congiure e lo fa; ma noi fummo in armi: siamo in armi; e la nostra parola, accetta o invisa ai governi, guizza da un capo all'altro d'Italia, il nostro pensiero s'esprime con nessuno o con poco pericolo in piazze gremite di popolo, tumultua alle porte di parlamenti dove si parla—tranne da qualche ministro—la nostra favella, splende a programma sulle coccarde dei nostri cappelli. E nondimeno quel programma, programma d'indipendenza e di guerra all'Austria, si consuma in suoni vuoti di senso, e giace, lettera morta, alle porte di quei parlamenti, al limitare delle anticamere ministeriali; nondimeno, quella parola l'Italia farà da sé suona parola meritamente schernitrice sulla bocca dei ministri di Francia nei loro colloquî cogli inviati italiani: meritamente, dico, perchè tra quegli inviati che chieser ajuto fraterno e si rassegnano umiliati alla mediazione sono gli inviati di quel governo, or rimpicciolito a consulta, che ricusò, sprezzando, le profferte dei volontari francesi dicendo non averne bisogno; sono gli inviati del re che primo proferiva l'orgogliosa parola. Intanto, a ogni lagno, a ogni annunzio di protocolli futuri, ci giunge dal suolo lombardo, risposta dell'Austria, l'eco di qualche fucilazione!

«I Francesi fucilano in Madrid i nostri fratelli.» Io ricordo che queste parole, firmate e diffuse dall'alcade di Mosteles furono, nel 1808, il segnale di quella guerra di popolo che consunse il fiore degli eserciti di Napoleone, emancipò la Spagna e segnò la curva discendente all'impero.

XVIII.

Noi vorremmo; ma i nostri governi non vogliono. In nome di Dio sorgete e rovesciate i governi. Non avete oggimai esaurito ogni via per indurli? Non vi siete voi trascinati per essi, con sommessione e inudita credulità, d'illusione in illusione, di sogno in sogno? Non avete bevuto il calice d'umiliazione sino alla feccia? Il governo che rifiuta oggi far guerra all'invasore straniero è governo straniero. Trattatelo come tale. Intendo che tolleriate, se non vi sentite maturi per darvi leggi, un governo tirannico; non uno che sia tirannico e vile. Voi potete sagrificare per alcuni anni la libertà, la vittoria d'un'idea; ma non per un giorno l'onore. Un popolo non deve, non può rassegnarsi ad esser creduto dagli stranieri millantatore e codardo.

Ma se la forza delle abitudini è tanta in voi che, anche sprezzandoli, voi non sapete rovesciare i governi che vi disonorano:—se la funesta addormentatrice parola escita dall'aristocrazia liberale dei vostri maestri, la causa della libertà doversi disgiungere da quella dell'indipendenza, ha solcato l'anima vostra di solco così profondo che tre anni di tradimenti e sciagure non bastino a cancellarlo: lasciate da banda i governi e fate da voi. Redimete, perdio, la vostra bandiera. Riunitevi, associatevi, operate. Traducete in fatti il pensiero. Fate della penisola un arsenale, una cassa, un campo di militi per la crociata. Fondate in ognuna delle vostre città una Giunta d'insurrezione. In ognuna delle vostre città, in ognuna delle località importanti che ne dipendono, aprite un registro che accolga i nomi di quanti opinano per la liberazione della terra ove nacquero dallo straniero che la contrista; e ad ognuno di quei nomi corrisponda una offerta mensile, una promessa di danaro e di sangue; se il nome è di donna, un numero di coccarde e cartucce; le donne sono gli angioli di questa terra e il tocco delle loro mani le benedirà. Dovunque molti fra voi si raccolgono a mensa d'amici, sia promossa una colletta per la cassa della nazione. Ogni viaggio, impreso per diporto o per altro, diventi una missione d'apostolato per la santa causa. Movete da tutti i punti a ricordare alle vostre milizie come siano schernite, inerti e ingloriose ne' paesi stranieri, a ricordare alle milizie lombarde di qual gemito geme la loro contrada, e qual debito d'iniziativa spetti ai loro drappelli. Chiedete a voi stessi—lasciate ch'io vi ripeta la parola che or mesi sono vi dissi—chiedete a voi stessi ogni giorno al sorgere: Che farò oggi io per la mia patria? ogni notte apprestandovi al sonno: Che ho io fatto oggi per la mia patria? E sia per voi giornata perduta, notte inquieta di rimorsi e nuove promesse d'attività quella in che voi non troverete da segnare un servizio anche menomo reso al paese. L'insistenza è il genio d'un popolo: abbiatela e siate grandi. Il vostro servaggio dura da più di tre secoli: insistete in vita operosa per tre mesi e sarete grandi.

XIX.

E quando sarete pronti—quando il fremito suscitato per magnetismo di comunione tra molti nell'anima vostra v'insegnerà, o giovani, che il lieto momento è venuto, che siete degni di prostrarvi un istante al padre dei liberi e iniziare la bella impresa—ricordate allora, io vi prego in nome dei molti dolori che quella scienza ha costato a me e a molti assai migliori di me, le poche parole ch'io sottosegnai nelle prime pagine di questo scritto: Le nazioni non si rigenerano colla menzogna: senza moralità politica non trionfa una causa di popolo. Ricordate, o miei fratelli, i trecento anni di muto corrotto servaggio che pesarono sulla vostra razza per aver fornicato coi principi o coi falsi leviti. Adorate, il vero: Dio e il Popolo sia l'unica formola che splenda sulle vostre bandiere. Dio e il popolo, taluni bestemmiano, non valgono a far la guerra; valgono battaglioni e cannoni. Meschini e irreligiosi beffardi! Voi li aveste i battaglioni invocati; e perchè servivano non a Dio, ma ad un uomo, perchè trattavano la causa non del popolo, ma d'un re, voi sapete a quali termini condussero la povera Lombardia e la nazione con essa.

Novembre, 1848.


Fine pel primo volume.