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Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Chapter 33: I.
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About This Book

The essay presents a detailed interpretation of Dante’s poem, claiming its core theme is the passage from active life to contemplative life and showing how the poem’s moral and structural schemes, notably a sevenfold ordering of sins and purgations, follow from that premise. The author defends a method that reads individual passages closely to reconstruct the poet's philosophical system, links symbolic patterns (including typological correspondences and the motif of seven years' servitude) to larger design, addresses critics of analytical approaches, and announces further volumes that will expand the argument and clarify obscured doctrinal sources behind the poem’s imagery.

IL CORTO ANDARE

I.

La lonza impediva il cammino di Dante; ma egli già bene sperava. E allora gli venne contra il leone, e, subito dopo, la lupa. A Virgilio Dante indica la lupa, come la bestia per cui si volse: a Dante Virgilio parla di quella fiera come di tale che gli tolse “il corto andar del bel monte„.[343] Al cenno di Dante che gliela mostrava, l'anima cortese mantovana aveva esclamato, dopo averlo veduto lagrimare:

A te convien tenere altro viaggio.

Dante era uscito dal profondo della selva; non era più nella notte; non era più immerso nel sonno. Il suo animo vedeva ciò da cui doveva fuggire e ciò a cui doveva cacciare: dalla selva, verso il colle. Era mattino: il sole illuminava il bel monte. Dante aveva riacquistata la prudenza.

La lonza è l'incontinenza di concupiscibile e d'irascibile. Dante ha speranza di vincerla. È dunque armato della virtù o delle virtù che ci vogliono contro quella. In vero “aveva una corda intorno cinta„.[344] Dice altrove[345] che l'appetito, che concupiscibile e irascibile si chiama, è guidato dalla ragione con freno e con isproni; e il freno si chiama temperanza e lo sprone fortezza. Invero Dante era nel mezzo della vita e nel bel mezzo della gioventù; nella qual gioventù la “nobile„ natura si fa “temperata e forte„. Uscendo dalla selva, da vile era divenuto non vile, cioè nobile. Egli aveva contro la lonza, che è concupiscenza e tristizia, il freno e lo sprone, la temperanza e la fortezza. Dice infatti che bene sperava di lei.

Ma ecco le altre due bestie: il leone e la lupa. Esse sono la violenza e la frode, cioè la malizia. E della malizia ingiuria è il fine. Vale a dire, ella è l'ingiustizia, come la chiama l'autore di Dante. Contro l'ingiustizia che può essere raffigurata dalla sola lupa, perchè questa comprende, se non altro, anche il leone, qual virtù era necessaria? La giustizia.

Dall'ingiustizia Dante è ripinto verso la selva della tenebra e della servitù. Dunque Dante non aveva questa virtù della giustizia, come aveva le altre tre? Egli l'aveva. Egli piange e s'attrista arretrando avanti la lupa, egli domanda aiuto contro lei, egli grida, egli lacrima. Anzi, nel vedere il suo lacrimare, Virgilio gli propone “altro viaggio„.[346] Questi sono segni di orrore per la lupa, cioè per l'ingiustizia: dunque, segni della virtù di giustizia.

Ma si dirà: l'essere prima ripinto e poi tanto impedito da essere ucciso dalla bestia che simboleggia l'ingiustizia, significa simbolicamente essere ingiusti. No. Dante esprime in un modo, come l'ingiustizia faccia proseliti, in un altro, come faccia vittime. Fa proseliti ammogliandosi:[347]

Molti son gli animali, a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora.

La lupa è altra volta una fuia,[348] e il veltro, per cui la lupa deve discedere ed essere morta ed essere rimessa nell'inferno, è “un cinquecento dieci e cinque„. Anche questa fuia è la frode, o più in genere, la malizia o l'ingiustizia. Ebbene il gigante “che con lei delinque„ non è uno a cui ella, lupa e fuia, s'ammoglia? Esso è ingiusto o malizioso o frodolento; non quelli che la meretrice, con sue arti, diserti e derubi.[349] E poi, ammogliarsi significa diventar donna ossia domina: dominare, quindi. Ed è questa la parola che Dante accoppia a “cupidità„ altrove, per significare appunto la lupa dell'inferno e del purgatorio, e la fuia che bacia il gigante:[350] E qua e là della cupidigia egli fa una sirena o una meretrice che ammalia.[351] Cupido dunque e perciò ingiusto sarà chi resta ammaliato da lei. Quelli ch'essa impedisce e uccide sono le sue vittime. E Dante dunque è o sarebbe sua vittima, non suo seguace.

Vero è che noi non possiamo figurarci come con la lupa il viatore avrebbe potuto divenire ingiusto; mentre con la lonza possiamo imaginarci come avrebbe potuto divenire incontinente. La lonza lo avrebbe assonnato. La lupa? Lo avrebbe sedotto: sta bene: ma come? Nemmen Dante potrebbe rispondere; perchè in verità non vedeva in lei questa faccia, ora. Quando la vide, ne fece una meretrice, la quale, come possa sedurre, si capisce bene: è una lupa essa, ma non ha quattro gambe. E tuttavia anche qui col dire “animali„ fuor di rima, invece che bruti o fiere o belve o bestie, mostra riguardo per questa faccia del suo simbolo.

Del resto tra lonza e le altre due bestie si deve attendere una differenza. La lonza, se è, come è, incontinenza, fa sua preda di chi fa suo seguace: la lupa, se è, come è, malizia, fa proseliti in un modo e vittime in un altro, e quali ammalia e quali uccide. E anche le virtù opposte a quelle due “disposizioni„ operano diversamente: la temperanza e fortezza impediscono di diventare seguace e nel tempo stesso preda dell'incontinenza; la giustizia, virtù, impedisce che si diventi seguace d'ingiustizia, non impedisce, anzi agevola, il divenirne vittima. È chiaro. Tuttavia ricordo che i filosofi affermano che le virtù morali valgono contro due nostri impedimenti, tra loro ben diversi, la veemenza delle passioni e i tumulti esterni: un impedimento che è in noi e un altro che è fuori di noi; e che il primo possono le virtù togliere, il secondo non possono se non diminuire.[352]

Dante è per vincere la lonza, è impaurito dal leone, è ripinto dalla lupa. Contro esse, dopo che ebbe riacquistata la prudenza, esercitò le altre tre virtù morali: temperanza, fortezza e giustizia.

Ciò nel “corto andare„ verso il bel monte. Quell'esercizio è dunque l'uso pratico dell'animo, il qual uso[353] “si è operare per noi vertuosamente, cioè onestamente, con prudenza, con temperanza, con fortezza e con giustizia„. Chè invero sono nella vita[354] “due diversi cammini buoni e ottimi...„: l'uno è della vita attiva. E l'andar di Dante fu dunque questo cammino. E per questo cammino si perviene “a buona felicità„, sebbene di felicità ce ne sia un'altra ottima. E il bel monte, dunque, a cui conduceva quel cammino, sarà questa buona felicità: buona e non ottima. Chè[355] “l'umana natura non pure una beatitudine ha, ma due; siccome quella della vita civile, e quella della contemplativa„; e di questa beatitudine “della vita attiva, cioè civile, nel governo del mondo„ l'altra “è più eccellente e divina„. E chi ha l'una, cioè “la beatitudine del governare„ non può “e l'altra avere„. Dunque Dante, con quel “corto andare„ sarebbe pervenuto alla beatitudine della vita attiva cioè civile. Impedito quello, “non c'era altra via„[356] che il cammino della vita contemplativa; che chi ha l'una beatitudine, non può l'altra avere: si escludono: o l'una o l'altra. Perciò Virgilio, vedendo l'ingiustizia, per la quale Dante gridava, pensa e dice, vedute le sue lacrime:[357]

A te convien tenere altro viaggio.

Cioè, l'altro.

II.

Dante era nel cammino della vita attiva o civile. Fuori del passo della selva, aveva trovato una “piaggia diserta„.[358] Nella “diserta piaggia„ lo afferma impedito Beatrice e già volto per paura e già caduto sì basso.[359] Se la lonza gli apparisce al cominciar dell'erta, e forse più su il leone (chè il poeta per l'erta continuò, contra la lonza, il suo cammino), e perciò la lupa; all'ultimo, per altro, quando rovinava in basso loco e delle altre bestie non ragiona più, all'ultimo, e perciò di nuovo “nella diserta piaggia„, egli vedeva innanzi sè la lupa. La selva e la lupa, avanti e dietro sè. L'oscurità e la viltà e la nullità della vita, da una parte; l'ingiustizia o malizia dall'altra. In tale condizione si trovò Dante per aver ripreso “via per la piaggia diserta„.

Nel purgatorio egli trova uno che dice di sè:[360]

del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l'arco.

Il “mondo„ è la vita attiva o civile. Invero due strade ha l'uomo, “e del mondo e di Deo„.[361] Quella di Deo è il cammino della vita contemplativa, quella del mondo è quello della vita attiva o civile, la quale ci conduce “nel governo del mondo„, appunto. Il valore è il complesso delle virtù, il cui uso è necessario per quella vita o per quel cammino. Salir su sarebbe prova di valore. “Or va su tu, che sei valente„ dice Belacqua.[362] A Dante il suo valore non giovò, ed era ripinto, dalla bestia senza pace, là per la piaggia diserta. Quella bestia gl'impediva la strada del mondo.

Ora a Marco Lombardo Dante parla, ripetendo e chiarendo le parole di lui, quelle intorno al mondo e al valore. Dice:

Lo mondo è ben così tutto diserto
d'ogni virtute, come tu mi suone,
e di malizia gravido e coperto.

La piaggia diserta, su cui si avanza a poco a poco la lupa, è dunque il mondo coperto di malizia: malizia o ingiustizia o frode che è la stessa cosa; malizia o cupidità, che tornano alla stessa cosa, come effetto a causa, causa ad effetto. Chi avrebbe potuto sbrattare dal mondo, ossia dal cammino della vita attiva, la malizia, e fare che rifiorissero nel deserto le virtù, che ad essa vita attiva si convengono?

Sono esse le quattro virtù cardinali, tra cui una “ordina noi ad amare e operare dirittura in tutte cose„, un'altra è “conducitrice delle morali virtù„:[363] la giustizia e la prudenza. Abbiamo veduto che la prudenza è figurata nella luna tonda, che non nocque a Dante per la selva. La giustizia è figurata in quello da cui la luna riceveva la luce di grazia; nel sole che illuminava il colle, sul mattino di quella notte. Il pianeta

che mena dritto altrui per ogni calle

è Dio giustificante,[364] Dio che infonde la giustizia, la quale ci ordina “a operare dirittura in tutte cose„, come a dire, ci mena dritti per ogni calle. L'una e l'altra gli uomini hanno bisogno di trovare “quasi architectonice„ nel principe.[365] In loro hanno da essere, le due virtù, in modo secondario e quasi amministrativo o esecutivo; ma se non c'è l'architetto, le virtù dei mastri e de' manovali, per quanto esperti e attenti, non riescono a bene costruire l'edifizio sociale. Dante, nel suo poema e nelle altre opere, esprime molte volte questo concetto, ora chiarendolo dal punto della prudenza, ora da quello della giustizia, e riuscendo sempre al medesimo. Quando egli dice che il mondo deve avere il suo sole,[366] che gli faccia vedere la strada, ha di mira la superior prudenza, la prudenza regnativa; quando fa dire a Beatrice che l'alto Enrico[367] verrà “a drizzare Italia„, ha di mira quella superior giustizia che si chiama legale; la giustizia che mena dritto o drizza. Tutte e due ha nel pensiero quando fa esporre da Marco Lombardo le vicende dell'anima semplicetta,[368] la quale

di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e retro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.

La guida è la prudenza del principe; il freno, la giustizia legale, che fa pure capo al principe. Il freno è la giustizia legale:

onde convenne legge per fren porre;

la guida è la prudenza regnativa:

convenne rege aver che discernesse
della vera cittade almen la torre.

Questo freno e questa guida, nella strada del mondo, non può essere che l'imperatore. Non può essere il papa;

però che il pastor che precede
ruminar può, ma non ha l'unghie fesse;

cioè può meditare le scritture e sanamente intenderle, ma non ha l'uffizio e la virtù di discernere il bene dal male; cioè la prudenza, la prudenza che appartiene all'uso pratico dell'animo:[369] ha quanti lumi si vogliano, per la vita spirituale; non ha quello per la vita attiva o civile: tanto che pur esso, difettando del lume, non ha il freno;

perchè la gente, che sua guida vede
pure a quel ben ferire, ond'ella è ghiotta,
di quel si pasce, e più oltre non chiede.

La gente la quale vede che il suo pastore è dominato dalla cupidità e se ne lascia condurre, lo imita. Ora la cupidità contrasta massimamente alla giustizia. Dunque il pastore non ha prudenza regnativa nè la giustizia legale.

La cupidità contrasta massimamente alla giustizia. Così Dante afferma, dietro Aristotele.[370] Togliendo al tutto quella, nulla resta di contrario alla giustizia.[371] In verità la cupidità[372] è l'avarizia che germina in malizia o ingiustizia. Tolto il mal principio, non ci sarà più il tristo effetto: l'ingiustizia. E l'ingiustizia è la lupa. Ed essa è nella piaggia diserta, nel mondo diserto d'ogni virtù.

Ma verrà un Veltro, che la farà morire. Che altro può essere se non un imperatore? L'imperatore non può avere cupidità “poichè la sua giurisdizione ha confine soltanto con l'oceano„;[373] e non può essere cupidità dove non c'è che cosa desiderare. E così il Veltro che è l'opposto della lupa, non ciba terra nè peltro, cioè non cerca, come la cupidità, aliena, siano provincie, siano ricchezze. E così l'imperatore può fare dominante la giustizia, che solo sotto lui è potissima. E con la giustizia la pace. Perchè tra i beni dell'uomo il principale è vivere in pace, e questo opera, più o meglio, la giustizia.[374] Or la lupa è senza pace, come quella che è ingiustizia, e opera, quindi, il contrario di giustizia: questa dà, quella toglie la pace. Or non è il Veltro che può rimettere nell'inferno la bestia nemica di pace? E dunque il Veltro è l'imperatore. E la pace egli la vorrà, chè egli ha la virtù contraria alla cupidigia che cerca l'altrui: ha la carità o amore che, spregiando le altre cose tutte, cerca Dio e l'uomo e per conseguenza il ben dell'uomo: ha insomma quell'amore che drittamente spira, cioè recta dilectio, che si liqua in volontà di bene; il contrario di quella cupidità che si liqua in volontà d'ingiuria o di male. Ha quest'amore l'imperatore; e non il Veltro? Egli ciberà, con sapienza e virtù, amore. E l'imperatore solo può come la giustizia così avere il giudicio sopra gli altri. E il giudicio è atto di sapienza, e la potestà giudiciaria si conviene al Cristo che è la somma sapienza;[375] onde tanto è dire che l'imperatore può sol esso avere il giudicio, quanto dire che può sol esso aver la sapienza. E non ha la sapienza il Veltro? Egli, con amore e virtù, ciberà sapienza. E l'imperatore solo può esercitare la giustizia, perchè egli non ha contrarietà nel velle, chè egli vuole, come niun altro, avendo la volontà libera da ogni cupidità; ma non basta: egli non ha contrarietà nel posse, essendo egli il più potente di tutti. E non ha anche il Veltro potenza? Sì; perchè egli ciba sapienza e amore e virtute; e questa virtute è come dire facoltà o potestà.[376] Ancora: la lupa ripingeva Dante “là dove il sol tace„; dove non è libero arbitrio; nella selva della servitù. Chi avrebbe liberato Dante da codesto ritorno al servaggio? Intendo, senza mutar cammino. Il Veltro. Ebbene l'imperatore è colui che guarda la libertà degli uomini; la libertà, che è il maggior dono di Dio, la libertà cui avendo, il genere umano è disposto il meglio.[377] E il genere umano solo sotto l'impero del Monarca è libero, che solo allora è per sè e non per altrui; solo allora si drizzano le “politiae iniquae„. Infine come la lupa è bramosa dell'altrui e ciba terra e metallo, mentre il profetato Veltro è senza cupidità; e come la lupa significa il disordine nell'intelletto e nel volere e nell'appetito, mentre il Veltro è sapiente e bene avvolontato e bene disposto delle potenze della sua anima sensitiva; e come la lupa uccide mentre il Veltro salva; così al modo che la lupa vien dall'inferno, il Veltro viene dal cielo. Non lo chiede al cielo Dante?[378]

O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di quaggiù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?

questa, cioè la lupa antica. E non è messo da Dio il “cinquecento diece e cinque„ che vede ancidere la fuia, la quale è una lupa, è la lupa? E stelle portano il tempo del dux, come è messo da Dio: vien dal cielo. Onde si fa molto probabile l'antica spiegazione del verso

e sua nazion sarà tra feltro e feltro,

che il Laneo, per esempio, interpreta “tra cielo e cielo, ciò vuol dire per constellazione„.

Ora che da Dio sia l'autorità imperiale, e che “quel sommo ufficiale„ che è l'imperatore, sia eletto “da quel consiglio che per tutti provvede, cioè Iddio„, e che il Romano Imperio avesse da Dio “non solamente speziale nascimento, ma speziale processo„; è concetto così noto di Dante, che basta accennarlo.[379]