WeRead Powered by ReaderPub
Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro cover

Sotto il velame: Saggio di un'interpretazione generale del poema sacro

Chapter 73: INDICE-SOMMARIO
Open in WeRead

About This Book

The essay presents a detailed interpretation of Dante’s poem, claiming its core theme is the passage from active life to contemplative life and showing how the poem’s moral and structural schemes, notably a sevenfold ordering of sins and purgations, follow from that premise. The author defends a method that reads individual passages closely to reconstruct the poet's philosophical system, links symbolic patterns (including typological correspondences and the motif of seven years' servitude) to larger design, addresses critics of analytical approaches, and announces further volumes that will expand the argument and clarify obscured doctrinal sources behind the poem’s imagery.

INDICE-SOMMARIO

LA SELVA OSCURA 1-48

I. Dante viene a dire d'essersi smarrito adolescente, non ostante che adolescente non fosse: il suo fu uno smarrirsi proprio dell'adolescenza; e anche il sonno è indizio d'essa, e le false imagini di bene sono le blande dilettazioni proprie d'essa. — II. Fu un traviamento scusabile con l'età e causato dalla semplicità del cuore (appetito), che s'ingannava; come si vede dall'esempio della Vita Nuova: ciò, non ostante la gravità dei rimproveri di Beatrice. — III. La terribilità delle espressioni Dantesche si spiega con raffronti del Convivio. — IV. L'oscurità della selva significa il manco di discrezione proprio dei fanciulli; e l'anima non riparava questo difetto con l'ubbidire. — V. Quel difetto è manco della virtù di prudenza, poichè incostanza fu quella di Dante. — VI. Si smarrì, non avendo la virtù che dirige; in una selva oscura, non avendo il lume; e amara come la morte, perchè il difetto di quel lume equivale al peccato d'origine; ed è perciò anche servitù; e perciò il limbo è una selva anch'esso; e v'è il sonno.[1189] — VII. Nella notte pietosa lo rimise in via la luna, che è la prudenza senza la quale non è libertà d'arbitrio, come si conferma dall'interpretazione di Par. 27, 124 segg. — VIII. Dante, dunque, traviò per il difetto di prudenza, e si ritrovò per il racquisto di quella; e così travia il genere umano, per il difetto di quella virtù che ha da essere dell'imperatore.[1190] Ma se nella selva non è alcuna virtù, non è nemmeno il vizio: è il peccato originale, non l'attuale.

IL VESTIBOLO E IL LIMBO 49-68

I. Confronto tra i correnti nel vestibolo e i sospesi nel limbo. — II. Il fatto degli angeli neutrali mostra che quelli del vestibolo non usarono del libero arbitrio; sì che ora devono seguire una insegna, che forse è la croce, la quale fu in vano per loro. — III. Quelli del limbo peccarono volontariamente in Adamo; e sono puniti più e meno di quelli del vestibolo, perchè non redenti affatto e perchè quasi involontariamente furono privi di fede: essi furono senza lume; chè il fuoco che è nel limbo è lume che è tenebra.

IL PASSAGGIO DELL'ACHERONTE 69-103

I. L'Acheronte non può essere passato dai vivi: dunque Dante, per passare, muore. E anche dalla selva, che equivale al vestibolo e al limbo, Dante, per uscire, muore. E quelli del vestibolo invocano con disperate strida la morte. — II. La qual è la seconda morte. Ma della prima morì Dante, di quella che è detta mistica, e che è il battesimo nella morte del Cristo, e che è rinascimento, e morte alla morte. E Dante, se rinacque, prima era morto. — III. Il lume per trovare il passo l'ha Dante dalla porta aperta, la quale significa la redenzione dell'uomo e la libertà del volere. La porta prima della morte del Cristo era serrata. Ella, così aperta, è rimprovero eterno ai vili, per cui la redenzione fu vana. — IV. La viltà di Dante muore nel luogo destinato ai vili. Poi passa il fiume morendo o rinascendo, con una figurazione del battesimo, che può essere il camminar sulle acque e il passaggio del mar rosso. E il più lieve legno è la croce. — V. Dante nel limbo mortifica la morte seconda data dal peccato originale. Poi muore, nell'inferno, d'altre due morti.

LE TRE FIERE 105-164

I. Dante fuor della selva (che figura il vestibolo e il limbo), riacquistata la prudenza, trova le tre fiere e «tanto giù cade», ritornando verso la selva dell'oscurità e della viltà. — II. Se la selva è il peccato originale, le tre fiere sono il peccato attuale, che si esplica in tre disposizioni cattive, che nell'inferno sono punite nell'ordine in cui si presentano le tre fiere, e l'una è più leggera, e le altre due sono simili tra loro, e fanno ingiuria; e prima è la violenza e poi la frode, e la violenza ha del leone e la frode ha della lupa; e il leone ha una brama sola come la violenza, e la lupa tante, come la frode, ed è bestia malvagia e malvagia e ria tanto la frode quanto la lupa.[1191] — III. Cicerone è l'autor di Dante nella divisione della malizia in vis e fraus, e Cicerone raffronta la vis, al leone, e la fraus alla volpe, che Dante muta in lupa, per sue buone ragioni.[1192] — IV. La lonza è incontinenza, come è dichiarato dal rimedio che val contro essa, e contro la femmina balba del purgatorio (che è la lonza rovesciata, per così dire). — V. La lonza è l'incontinenza di concupiscibile che si muta in incontinenza d'irascibile, e la femmina balba viceversa. — VI. La corda gettata a Gerione che cosa significhi; e come confermi che la lonza è l'incontinenza. — VII. Perchè Dante non scinse la corda nel primo cerchietto o nel terzo? La lupa non è l'avarizia; perchè qual peccato rappresenterebbero le altre due fiere, più lieve di questo che è un mal tenere? È l'avarizia sì, ma come peccato quasi d'ingiustizia e facile a tramutarsi in ingiustizia. — VIII. E così la lupa riassume le altre due fiere, componendosi di triplice inordinazione, nell'appetito, nel volere e nell'intelletto. — IX. È cupidità che si liqua in mal volere. Conclusione con accenni alla equivalenza delle tre disposizioni ai sette peccati.

IL CORTO ANDARE 165-178

I. Dante aveva acquistato la prudenza: contro la lonza esercita con frutto la temperanza e la fortezza, contro la lupa, in vano, la giustizia. L'esercizio di queste quattro virtù è l'uso pratico dell'animo. Dunque il corto andare è la vita attiva. — II. È il cammino del mondo coperto di malizia, contro la quale e per il quale sono invocati la guida e il freno, cioè la regal prudenza[1193] e la legal giustizia, cioè il veltro, cioè l'imperatore.

LE ROVINE E IL GRAN VEGLIO 179-302

I. La porta aperta e le rovine sono effetti della stessa causa: riflettono, le tre rovine, le tre disposizioni. Ed esse servono ai vivi come la porta aperta. — II. Perchè dalla terza Dante non scende, ma risale. — III. Che cosa è il Veglio e la fessura.[1194] È la vulneratio di Beda, che si esplica in quattro ferite, alle quali equivalgono i tre fiumi i quali sono in relazione con le tre rovine. — IV. E l'Acheronte è in relazione con la porta aperta. Ed è, l'Acheronte, la morte causata dal peccato originale, ossia l'ignoranza e la difficoltà. — V. In esse è involto tutto il peccar degli uomini, onde l'inferno tutto equivale al limbo e al vestibolo, come alla selva. Ma la redenzione di che effetto fu? — VI. Lo Stige si fa melma e la pietà di Dante cessa. Lo Stige è concupiscenza e infermità. Infermità è quella dei peccatori della palude, sì degli orgogliosi e sì dei tristi, che peccarono contro la fortezza, e sono audaci e timidi. — VII. Accidiosi tutti e due: non, color cui vinse l'ira, rei d'ira peccato, ma incontinenti della passione ira. Chè ira è passione che può condurre sì al bene e sì al male, come vogliono i Peripatetici e non vogliono gli Stoici. Quando conduce al bene, si dice ira per zelum e genera fortezza. E di fortezza danno prova Dante e Virgilio, e di non fortezza i fangosi. — VIII. L'esempio di fortezza per la giustizia è qui dato da un eroe, non da Virgilio stesso la cui fortezza è inferiore; da un eroe, da un eroe di Virgilio, da un eroe esperto di quel cammino, da un eroe del limbo.[1195] È Enea; e perchè. — IX. Gli eresiarche son colpevoli d'ignoranza «attuale», come d'ignoranza originale sono offesi quelli del limbo. Contro essa val la prudenza. La violenza e la bestialità sono una cosa. La bestialità punita entro Flegetonte è più propriamente che le altre specie, contro la giustizia, e perciò malizia, terza delle ferite di Beda. Come si governi, quanto a pietà, il Poeta in questo cerchietto di mezza incontinenza e mezza malizia. — X. Il volgere a destra significa premunirsi con la sapienza di Dio, giudice, contro l'ignoranza volontaria degli uomini. La vergogna, in Malebolge, deriva dalla depravazione dell'intelletto. — XI. La pietà del Poeta e l'ira si esercitano secondo che nel peccato dei rei fu meno o più intelletto cioè coscienza del male che commettevano. — XII. È una guerra la sua, guerra che si compie con l'arme delle quattro virtù, mettendosi sotto Lucifero all'ultimo, e prima assoggettando tutti i mostri, che sono unicorpori, bicorpori e tricorpori o tricipiti. Ciò configurandosi al Cristo; e agendo e patendo, come viatore, per riuscire a essere comprensore.

L'ALTRO VIAGGIO 303-426

I. Il Letè e l'Acheronte sono misticamente lo stesso fiume, e il Letè è la fonte di vita e di misericordia, e così la fonte del Veglio è vita ai vivi e morte ai morti. E che cosa è il foro nella pietra? che cosa le rovine? Dante contempla nell'inferno. L'altro viaggio è la vita contemplativa. — II. Il purgatorio si riscontra con l'inferno nella divisione di tenebra, carne e veleno, e non in quella di incontinenza, bestialità e frode, sì nell'altra di incontinenza, di concupiscibile e d'irascibile, e malizia. — III. Sette sono i peccati dell'inferno come sette quelli del purgatorio, e sembrano proporzionalmente gli stessi, come è certo di tre. Ed è probabile anche degli altri, ritenendo che i peccati sono nominati dai loro capi, che sono unici in quattro e duplici in tre di essi. — IV. I puniti nel fango sono rei d'accidia, infermità equivalendo ad accidia, e assomigliando essi ai correnti nel vestibolo; e i puniti nelle arche sono pur rei d'accidia; in acquistare quelli, in vedere questi. Somiglianze tra antinferno, antidite, antipurgatorio. — V. La bestialità è ira, come si prova con l'esame di molti passi di Seneca, che chiama ira la bestialità, quale è in Dante. Egli chiama pur ira quella che Dante chiama incontinenza d'ira. Ma in questo secondo punto Dante discorda da lui, essendo d'accordo con Aristotele e S. Tommaso e S. Gregorio. — VI. Dante chiama e dichiara la bestialità come ira. Sostrato comune ai peccatori del terzo girone del primo cerchietto. — VII. Ira è di codesti bestiali, perchè si ritengono spregiati e si mostrano indignati e sono puniti col fuoco. Analogia tra le pene dell'invidia nel purgatorio e della frode nell'inferno e della superbia là, e del tradimento qua. È detto superbo un reo d'ira e un altro d'invidia, per mostrare che l'aversio domina in tutti e tre i peccati di malizia; l'aversio che nella ghiaccia è apostasia speciale, oltre che apostasia generale, come è invidia in Malebolge, Giuda e Caifas. — VIII. Somiglianza della definizione d'invidia e superbia, e di quella di frode e tradimento. Somiglianza tra invidi e superbi; tra frodolenti e traditori. I ritrosi passi. Gli esempi di superbia e d'invidia e d'ira punite nel purgatorio. — IX. La fede uccisa dai traditori o apostati o superbi. Le bestemmia di fatto. Le quattro circuizioni della ghiaccia. La vergogna e l'orror per la fama nella frode e nel tradimento. — X. Perchè nelle cornici del purgatorio non sono traditori e frodolenti? Le sette beatitudini. I sette doni. La Vergine sposa dello Spirito e gli esempi di Maria. I doni sono inversi alle beatitudini. Divergenza da S. Tommaso. Il dono della scienza è certo nella cornice dell'ira, dove è la beatitudine dei pacifici; il consiglio nella cornice dell'avarizia, con la beatitudine dei sizienti; l'intelletto nella cornice della gola, con la beatitudine degli esurienti; in quella della accidia la fortezza, con la beatitudine dei piangenti; la pietà in quella dell'invidia, con la beatitudine dei misericordi; il timore in quella della superbia, con la beatitudine dei poveri in ispirito. — XI. E nel paradiso vi è il dono della sapienza e della scienza nella spera della Luna e di Mercurio; e poi di nuovo più perfettamente quello della sapienza con la beatitudine dei mundicordi che vedranno Dio, nella spera di Venere; e quello dello intelletto con la beatitudine degli esurienti, nella spera del Sole; e quello del consiglio con la beatitudine dei sizienti, nella spera di Marte; e quello della fortezza (per la giustizia) con la beatitudine dei piangenti (che saranno consolati), nel cielo di Giove; e quello della scienza con la beatitudine dei pacifici, nel cielo di Saturno; e nelle stelle fisse quello della pietà con la beatitudine dei misericordi; e nel primo mobile il dono del timore con la beatitudine dei poveri in ispirito. — XII. Vi sono forse i doni anche per il viaggio dell'inferno, specialmente nell'introduzione a esso viaggio, cioè nel colloquio tra Dante e Virgilio. Quali sono le fiamme dello incendio che non assale Beatrice? Se Virgilio e gli spiriti magni e i parvoli innocenti saranno, secondo Dante, mai salvi. I doni dello Spirito qua e là nella via per lo inferno. — XIII. La paganità dell'inferno. Somiglianza con l'inferno di Virgilio. La cima del Purgatorio è un po' l'Elisio Vergiliano. Sotto la specie pagana è la realtà cristiana.

LA FONTE PRIMA 427-446

I. È contemplazione il viaggio per l'inferno e il purgatorio; eppure è come la ripetizione del corto andare, che è simbolo della vita attiva. Come mai? La vita attiva dispone alla contemplativa. Quindi l'altro viaggio è «dispositivamente» vita contemplativa. Perciò Lia si specchia e Matelda ha gli occhi luminosi. — II. Luogo di S. Agostino sul significato mistico di Lia e Rachele, riscontro con tutta la macchina del Poema Sacro, conferma delle mie interpretazioni. — III. Altri passi del medesimo luogo.

LA MIRABILE VISIONE 447-503

I. La Donna Gentile e Lucia 449-456

La D. G. è Maria. Lucia è la Grazia, cioè la Dealbatio «bianchezza di luce», di cui Dante è «fedele» come Giacobbe di Laban. È la Grazia, perciò, preveniente e susseguente, operante e cooperante, dolce, gratum faciens e gratis data, ardente e luminosa.[1196]

II. Virgilio 457-462

Virgilio è studium, che comincia dalla fede e va coi buoni costumi. Studio di grammatica e di latino.

III. Matelda 462-469

Matelda è ars; il lavoro giocondo, come quello di Dio, nel luogo dell'innocenza; ars, virtù intellettuale e abito operativo; è la donna «santa e presta».

IV. Catone 469-476

Il nome di Matelda. Catone risponde a Matelda come virtù ad arte. Catone è virtus o giustizia laboriosa di S. Agostino. È unito a Matelda nell'idea di libertà. Nel gran dì, che sarà di Catone?

V. Beatrice Beata 476-486

È la sapientia. Forma con Virgilio e con Dante il concetto di Filosofia. I due alunni di Virgilio. Poesia e Filosofia. Bernardo e Maria, Filosofia di Dio. La sapienza e Filosofia nel Convivio. Fedeltà di Dante a Beatrice.

VI. La Mirabile Visione 486-503

Le tre ultime visioni della Vita Nuova. Accenni alla connessione della Comedia e del Convivio con la Vita Nuova. Quando la Comedia fu cominciata? Riassunto brevissimo della Comedia e annunzio del nuovo libro su essa.