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Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei / Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore cover

Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei / Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore

Chapter 26: LIBRO SECONDO
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About This Book

The work surveys marriage rites and popular beliefs connected to courtship, betrothal, wedding ceremonies and domestic life, assembling regional folk accounts, rituals, and divination practices. It traces recurring motifs, symbolic objects, and gendered roles across Italian regions and kindred Indo-European traditions, weighing continuity and local variation while distinguishing private domestic customs from public institutions. Historical comparison and ethnographic details illuminate how ritual, superstition, and family practices shaped marital norms, and appendices gather further notes on particular regional usages.

E 'l mio corredo, che lo lasceróe?
La mia gammurra co' nastrin di stame
E la becca[272] ch'i' ho di taffettà,
Il vezzo di coralli e 'l mio carcame[273]
S'io nol porto, a chi domin rimarrà?
E quel bell'orciolin nuovo di rame,
Le mie stoviglie bianche chi l'arà?
E' miei sei sciugatoi col puntiscritto,
E duo' lenzuol cuciti a sopraggitto?

XVIII.
Mentre la sposa si prepara.

L'essere detti, per tre volte, in chiesa, le visite fra parenti, lo scambio de' doni, i primi banchetti, le provvisioni per le nozze, gli inviti per il giorno delle nozze, tutto ciò occupa assai le nostre famiglie che stanno per fare la sposa. Lo stesso, meno le pubblicazioni in chiesa, avveniva in Roma, in Grecia, nell'India e presso gli altri popoli indo-europei. In Roma, inoltre, il dì delle nozze raccoglievansi di primo mattino in casa della sposa quanti più potevano parenti ed amici invitati. La casa dello sposo e quella della sposa si ornavano di fiori, ghirlande e tende di lana. I parenti lontani, gli amici, i conoscenti non invitati, se conoscevano le leggi della buona creanza, doveano raccogliersi nella strada, per rendere onore agli sposi; al che si riferisce il passo seguente di Giovenale[274]: «Domani, di primo mattino, ho da fare un complimento nella valle di Quirino. Perchè il complimento? Che mi domandi tu? L'amico si sposa e non vuol aver troppa gente attorno».

Nell'India antica, in uno de' tre giorni, ne' quali si dice: oggi o domani o dopo domani condurranno via la sposa, il guru o maestro spirituale dello sposo, arrivato qual messaggiero, come veniva il mattino, benedicea con acqua e purificava la fanciulla; dopo di che, alcune donne, regalate di cibi e bevande, intrecciavano una danza.

Arrivava allora lo sposo, e seguiva un lungo ricambio di doni e gentilezze, accompagnato da benedizioni e sacrifici tra le due famiglie che stavano per conchiudere il parentado.

Nell'India odierna, la notte che precede le nozze, gli sposi mangiano con i parenti del riso, e vanno quindi con lampade, riso, acqua fresca e betel in mano a visitare i vicini e far loro presenti.

Presso i Brettoni, gli inviti alle nozze si fanno, cantando, dal bazvalan, il quale, accompagnato da uno de' parenti più stretti dello sposo, si reca nelle varie case, possibilmente nel punto in cui le famiglie sogliono mettersi a tavola; egli picchia tre volte alla porta, si dichiara bazvalan o messaggiero nuziale, e viene festeggiato e fatto assidere alla mensa[275].

Nella Germania meridionale[276], il fidanzato e il suo compagno vanno pel villaggio, di casa in casa; e il fidanzato dice: «Voi siete pregati per le nozze martedì all'albergo.... Venite senza fallo; occorrendo, vi renderemo la pariglia. Non dimenticate di venire.» In ogni casa, la massaia apre la dispensa, ne leva un pane e un coltello e presenta il tutto, dicendo allo sposo: tagliate del pane. Il fidanzato taglia una fetta e la porta con sè. E qui abbiamo un'altra prova dello sposo; poichè si argomenta ch'egli riuscirà un cattivo capo di casa, ove non affetti bene il pane.

In Russia, prima che tramonti il sole del giorno che precede le nozze, la giovine fidanzata si lamenta così:

Mi sederò io, la mesta mestizia,
Su la bianca panca,
Presso la lucida finestra;
Tu, mio sostentatore padre,
Tu, mia propria madre,
Vi siete infastiditi, mio sostentatore padre,

E tu, mia propria madre,
Della mia testa balzana,
Della mia treccia castagna.
La mia bellezza, la mia vergine bellezza passerà,
Passerà, cambierà,
Si mescolerà col nero fango,
Col nero fango lutulento, vischioso.
Tu, mia aurora,
Mia aurora vespertina,
Perchè così presto, o aurora, tu arrivi?

E più l'aria si abbuia e più si fa tenero e più si dispera il canto della giovine fidanzata russa, al quale non saprei in vero contrapporre altri più delicati e più commoventi, non pur tra i dotti, ma nemmeno tra i popolari:

Il roseo sole gira.
E tu, o stella errante,
Dietro le nuvole sei passata
Lunge dalla chiara luna;
Così la nostra vergine
D'una in altra stanza è passata,
D'uno in altro tetto,
E, nel passare, s'impensierì,
E tra le lagrime, disse:
Signor mio, babbo mio,
Non sarebbe egli possibile fare altrimenti,
E me vergine non maritare?

Tanta mestizia, tanto sgomento che occupa tutti i canti popolari russi, relativi alle nozze, non toglie tuttavia che la festa delle fanciulle o dievisgnik, la sera del giorno che precede il nuziale, non riesca animata e gioconda; egli è che, più del canto, riesce a rallegrarla la copia de' cibi e delle bevande.


XIX.
Il bagno; la sposa si veste.

In Italia, non so che i bagni, i quali pure vi si fanno, per decenza, ordinariamente un giorno prima delle nozze, siano accompagnati da alcuna solennità. E pure un carattere sacro essi avevano di certo a Roma, come lo conferma un passo di Servio: «Con l'acqua e col fuoco, egli commenta, i mariti accoglievano le mogli. Onde pure oggidì si portano innanzi le faci e l'acqua attinta da una limpida fonte per mezzo di un fanciullo assortito[277] o d'una fanciulla che prende parte alle nozze, con la quale solevansi lavare i piedi agli sposi». Oggi ancora, in alcuni luoghi della Sabina, le donne maritate non possono recarsi alla fonte, per attingervi acqua; le sole fanciulle possono farlo.

Ora quest'uso del lavare i piedi agli sposi, e di levar l'acqua da una fonte particolare, non era solo romano, ma greco ed indiano.

In Grecia, l'acqua destinata al bagno nuziale deve essere di fonte o di fiume, essere acqua viva, in somma. Nella Troade, era famoso per tale uso lo Scamandro, al quale, presso Eschine, la fidanzata, che si bagna, volge questa preghiera: «togliti, o Scamandro, la mia verginità[278]; in Magnesia, godeva della stessa fama il Meandro; in Atene, la fontana Kallirhoe, intorno alla quale così informa Tucidide[279]: «d'appresso è la fontana di cui si servivano per gli usi più importanti, la quale, dopo essere stata restaurata dai tiranni, nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima, quando v'erano le sorgenti scoperte, si chiamava Kallirhoe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell'acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni». E, in Grecia ancora, era un fanciullo che dovea levar l'acqua per lo sposo e una fanciulla l'acqua per la sposa[280].

Nell'India, il paese dalle abluzioni per eccellenza, sono innumerevoli le fonti sacre, alle quali può essere attinta l'acqua del bagno nuziale. Ma sempre, innanzi di adoperarsi, questa viene benedetta. Nell'Atharvaveda[281] si conservano parecchie formole per una tale benedizione. Nell'India odierna, lo stesso suocero lava i piedi allo sposo con acqua, latte e sterco di vacca[282]; segue la congiunzione delle mani e la libazione dell'acqua sopra le palme unite degli sposi.

Finito il bagno, l'antica sposa indiana rilasciava le sue vesti sudicie al procolo (ordinariamente lo suocero od il prete) recitandosi questo versetto: «Quanto di cattivo e d'impuro sarà accaduto nelle nozze e nel trasporto della sposa, lo scuotiamo sovra il procolo». Il procolo levava i panni sudici con un bastone di udumbara, e andava ad appenderli nella selva ad un albero, a fine di purificarli; intanto la sposa si ornava e vestiva di nuovo, mentre le si recitavano versetti d'augurio, per la fecondità e un vivere lungo e felice. Quindi le si applicava un pettine di giunco a cento denti, con augurii perchè il sudicio cadesse. Al qual uso, oltre il romano dell'asta[283], con cui si pettinava dagli astanti la sposa, mi piace richiamare il russo, per cui ciascuno de' convitati a cena dà un colpo di pettine alla sposa già pettinata e depone una moneta sul vassoio che le sta innanzi.

Tra i canti albanesi di Sicilia[284] è questo che accompagna la sposa, quando essa viene condotta al bagno; e la menzione che vi è fatta della neve e del ghiaccio, mi fa supporre che il canto sia più antico della migrazione degli Albanesi in Sicilia, e nato veramente tra i monti dell'Epiro:

Fiocca neve e fa pioggia
E la bella andò a lavare.
Ruppe il ghiaccio col piede
E la neve con la mano.
Spirò un venticello dritto dritto
Che le tolse il velo delicato,
E glie lo raccolse il di lei vecchio padre,
E col velo ritornarono a casa.

In Russia pure, il canto accompagna la cerimonia del bagno, fatto per traspirazione, così dallo sposo come dalla sposa. Nella stanza del bagno si scherza, si ride e si canta; le compagne lavano la giovine sposa, la quale, uscendo dal bagno, canta melanconicamente così:

Io, pervenuta all'ultimo, prego Dio,
Lo stesso Cristo del cielo,
La Santa Madre di Dio,
Nella mia bellezza di vergine,
Con le mie care giovani compagne,
O larga strada, luce mia,
O larga strada aperta ai sollazzi,
Ho finito di camminare sopra di te,
Ho finito di sollazzarmi
Con le mie care giovani compagne,
Nella mia bellezza di vergine.
Vicini miei, cari vicini a me più prossimi,
Non ricordatevi de' miei dispettucci e delle mie insolenze;
Attribuite, miei cari vicini,
Le insolenze alla semplicità della vergine,
I piccoli dispetti alla bellezza della vergine;
Amara lamentatrice, mi accosto
Alla mia pulita camera,
Al mio vasto cortile,
Alla nuova porta,
Agli intagliati pilastri.

E, mentre le viene intrecciata la chioma, essa rivolta ad una compagna le dice tutta carezzante:

Tu, mia cara sorella, tortorella,
N. N.
Intrecciami la mia treccia castagna,
Che sia fortissima, che sia finissima.
Intrecciami un nastro rosso,
Legami, tortorella mia,
Tre nodi,
Tali che mai non si disfacciano.

Presso gli Albanesi di Calabria incontriamo pure canti, che ricreano la fidanzata, mentre essa vien pettinata, mentre le vien messa la keza, specie di cuffia o berretta, mentre le si indossa la tzoga o gonnella nuziale, e le si attacca alla keza, un velo con uno spillone sormontato da colomba[285]. Ma invece di essere la sposa quella che canta, cantano le compagne ora unite, ora divise in due cori che alternativamente si rispondono. Si apre il canto così:

O tu sposa, avventurata sposa!
È venuta l'ora che vai sposa.
Va sposa questa signora
Al fianco di un signore:
Voi dunque, signore e vicine,
Pettinatele bene la treccia,
Intrecciategliela mollemente, e fatene palla;
Non le spezzate alcun filo,
Sì che le sia grave quest'ora.

Allora il primo dei cori incomincia:

Sul trono del padronato
Ora leggiadramente acconcia il crine
Colla keza fulgente,
Coll'animo altero del tuo signore,
O decoro delle donzelle,
Levati, chè tardasti assai.

Il secondo coro risponde:

Non fu tardo alcuno,
Chè solo tardò la signora madre
A comprarle la tzoga,
Acciò non le s'involasse ratta;
Ora che volete affrettarla
In quest'ultima ora?
Appena folgora il sole.

Tutte le donne insieme intuonano finalmente il canto:

O sorella e signora sposa,
Ecco il difuori per te si chiude,
Il difuori e tutto il mondo estraneo.
Come la colomba dei cieli
Coll'amore del compagno tuo
Tu felice sotto la pioggia,
E al fragore delle quercie,
Abbi decoro, sorella mia,
Come il sole quando sorge,
Come il sole nelle saliere,
Come la torta in sulle tovaglie.

Quando la sposa era vestita, si riteneva dai Romani come ottima consuetudine ch'ella si coricasse sul letto con gli abiti nuziali[286], forse per la stessa cagione che in Russia si siedono innanzi di imprendere gravi negozii o lunghi viaggi. Nessun negozio più grave, di fatto, e nessun viaggio più lungo di quello che imprende la giovine sposa. Ella viaggia da un mondo ad un altro, da una vita all'altra; così ella potesse, nel suo ultimo sonno di vergine dimenticare quanto abbandona, e risvegliarsi ricca di liete speranze!


LIBRO SECONDO


LE NOZZE


I.
Come sono vestiti gli sposi.

Il lucido giorno arriva; gli sposi sono pronti a mettersi in via; prima che essi muovano e ci occupino altrimenti, osserviamone le foggie del vestire. Esse vogliono apparire solenni; ove la povertà tolga di spendere in pompose vesti, è lecito, per tal giorno, pigliarne ad imprestito, come sappiamo che avveniva alle antiche spose veneziane; «esse non arrossivano, scrive la signora Renier Michel[287], di prendere in prestanza, per quel dì, li fregi, e sino la corona d'oro che lor venìa posta in cima al capo, qual segnale di nuove spose. Il Governo avea cura di abbigliare in pari modo quelle che venivano dotate dal pubblico; ma, finita la festa, dovevano esse restituire tutti gli ornamenti, non ritenendo per sè che la dote.»

Incominciamo dal capo della sposa; come si pettinasse solennemente presso i Romani e nell'India e si pettini fra gli Albanesi ed in Russia, abbiamo sopra veduto. Accennammo pure di sopra alla keza o cuffia o berretta delle Albanesi. La cuffia è simbolo delle donne maritate; nella Piccola Russia, quando una ragazza si è lasciata sedurre, le compagne le mettono per forza sul capo il fazzoletto a mo' di cuffia, come le donne maritate lo portano. In Germania[288], le donne maritate mettono alla sposa una cuffia, con nastro di seta rosa, mentre le non maritate cercano impedirlo. In Piemonte[289] la nuova sposa porta una cuffia a piume, in Corsica una cuffia bianca arricciata[290], a Castelnuovo Magra in Lunigiana una rete di seta rossa[291] con nappe rosse pendenti, e sopra la rete, da una parte, un piccolissimo e grazioso cappellino di paglia, dall'altra ricche ciocche di fiori, particolarmente garofani. Talora, oltre la cuffia, occorre ancora un fazzoletto o un velo, come presso le spose albanesi e le côrse[292]; talora il velo solo, talora il velo e la corona. Ma al velo ed alla corona nuziale dovremo concedere più oltre un paio di capitoletti distinti. Onde, per finire quello ch'io so intorno alla testa della sposa, aggiungerò qui ancora come, in alcune parti del Trentino, le fanciulle portino sul capo una fogliolina verde, simbolo evidente di verginità, la quale perdono il dì delle nozze, in cui s'intrecciano ai capelli della sposa fiori finti.

Intorno al collo portano in Germania un filo rosso, che può ricordar forse il nastro rosso e nero di lana delle spose indiane[293]. Rosso è, per lo più, il fazzoletto che le spose piemontesi portano intorno al collo, e la collana de' così detti dorini (che sono ghiandette d'oro, vuoto o pieno, a più o meno giri, secondo la dote della sposa) onde esse medesime fanno la loro massima pompa, e le granate con fermaglio d'oro che ricingono il collo delle spose di Castelnuovo Magra in Lunigiana, contengono forse il medesimo simbolo, presagio più facile ad indovinarsi dal lettore che a dichiararsi da me.

La veste della sposa, secondo l'uso antico, è per lo più bianca; e l'uso si mantiene quasi universalmente presso i popoli indo-europei. Accenno come una singolarità la consuetudine di Ortonuovo in Lunigiana, ove la sposa porta una gonnella di panno nero con busto guernito di rosso allacciato sul davanti con una stringa rossa. Vuolsi poi notare come in Italia, dopo l'invenzione della seta, la vanità delle spose del contado faccia loro spesso preferire all'antica veste nuziale bianca (l'alba tunica romana), una veste di seta o nera od a vivi colori.

Intorno alla vita vedemmo già usarsi dalle spose un nastro, o cintura, per lo più di color rosso; un tal nastro portano pure gli sposi nel Trentino, legato al braccio.

Sul grembo, spesso in Italia, il grembiale; le calze, ora bianche, ora rosse; le scarpe ora rosse addirittura, ora legate con nastri di seta scarlatta.

Nell'India, vestendosi la sposa, si diceva: «le dee, che questo (abito) hanno filato, tessuto e disteso e piegatine intorno i lembi, ti vestano fino alla vecchiaia. Vivendo a lungo, vestiti di questo. Con quell'attrattiva che è ne' dadi e nelle bevande spiritose, con quell'attrattiva che si trova ne' figli, con quell'attrattiva che ha una coscia ignuda, con quella, o Açvin, ornatela. Così noi orniamo allo sposo suo questa sposa; la rallegrino di figli Indra, Agni, Varuna, Bhaga, Soma.»

L'attenzione si fermò assai meno sopra gli abiti dello sposo; pure si può notare che trionfa anche in essi il color rosso, per lo stesso simbolo che di sopra ho accennato. Attorno al cappello, al braccio, alla vita, alle calze, alle scarpe splendono nastri rossi; ama i fiori anche lo sposo, ed ove usano le ghirlande o le corone, s'inghirlanda o s'incorona; ed ove usa il velo ei si lascia velare.


II.
Lo sposo arriva.

Solo, difficilmente ei s'arrischia; lo accompagna, per lo più, il procolo o il camerata e talora una intiera brigata di giovani, fra suoni, grida, spari di pistoloni o schioppi. I ragazzi, al solito, gli fanno contrasto; ma di questi impedimenti nuziali vedremo, di proposito, in un prossimo capitolo. In Sardegna, lo sposo viene accompagnato dai paraninfi e dal prete del villaggio, specie di mezzano. Appena la sposa vede arrivare lo sposo si getta ai piedi della madre, e, piangendo e singhiozzando, ne invoca la benedizione. Ne' dintorni di Fenestrelle, in Piemonte, lo sposo muove con tutto il parentado, e, secondo la espressione popolare piemontese, trova sempre, alla dimora della sposa, l'uscio di legno[294], che vuol dire la porta chiusa. Quei di fuori fanno alcuni bizzarri complimenti, spesso in rima, ai quali rispondono, dopo avere aperto, ed essere state ritrovate, dove stavano con essa nascoste, le amiche della sposa. Questi dialoghi fra gli amici dello sposo e le amiche della sposa sono popolari all'uso indo-europeo; e noi conserviamo ancora il canto relativo de' Brettoni, e quello degli Albanesi. Ma, presso i Brettoni, canta per la fanciulla e per le sue compagne, il loro avvocato che si chiama breutaer; il bazvalan o procolo, arrivato coi compagni dello sposo, a cavallo, nel cortile della sposa, la invita col canto ad uscire; il breutaer risponde; finito il dialogo fra loro, lo sposo coi compagni resta fuori; il bazvalan viene introdotto e siede un istante a tavola; dopo di che, il bazvalan discende a pigliare lo sposo[295].

Presso gli Albanesi di Calabria, mentre le compagne finiscono di vestire la sposa e la porta sta sempre chiusa, arriva lo sposo co' suoi e dicono[296]:

Rondinella dal bianco collo,
Apri tosto, e mi ti mostra,
Chè ti è venuto l'amante alla porta.

Le donne rispondono maliziosamente dal di dentro:

Zitti, via, che è impedita,
Abbiamo la biancheria nel bucato,
Abbiamo il pane al forno;
Quanto ne lo leviamo, e poi vengo.

Gli uomini:

Colà su, colà per il monte,
Colà era una pianura grande,
Dove pascolavano le pernici;
Mi si lanciò uno sparviero[297],
La più bella ne scelse,
E me la rapì per il cielo.

Le donne si volgono allora a consigliare la sposa compagna, perchè pigli il suo partito:

O sposa, tu sorella mia,
Servi tu il signor tuo,
Lascia gli ufficii che hai,
E prendi quelli che troverai.

Gli uomini fanno coraggio allo sposo, affinchè compia ardito il suo disegno:

O tu, signore sposo,
Non andare timido,
Chè non vai a combattere,
Ma vai a prendere
Quel capo (gentile come) una mela
Quella vita (sottile come) una verga.

Le donne aprono la porta; gli uomini irrompono; lo sposo fa atto di rapire la sposa; le donne si lamentano così:

O sparviero, primo sparviero,
Lasciami andare la pernice;
Ecco tristamente, poichè l'hai afferrata
Di lagrime inonda il seno.

Lo sposo è occupato della sposa; i compagni rispondono per lui:

Non la lascio, e non la rimuovo,
Chè io per me la voglio.

Vedendo una parte delle donne disperato il partito, salutano la sposa e la benedicono in nome de' suoi parenti:

Prendi tu dunque, sorella mia,
Prendi il saluto dalle compagne,
Dalle compagne, o dalle vicine.
Prendi la benedizione di tua madre,
Di tua madre, e del padre tuo.

L'altra parte si volta dolorosamente verso la madre in nome della sposa che, tutta occupata del suo dolore, non può più parlare:

Che ti ho io fatto, o madre mia,
E mi rimuovi dal tuo seno,
Dal tuo seno, e dal tuo focolare?

Ma la madre, che nell'uso popolare indo-europeo non accompagna mai la figlia nè alla chiesa nè al banchetto, perchè deve stare in casa a piangere, soffocata dalle lacrime, non può nulla rispondere; e neppure il vecchio padre. In nome loro pertanto una parte delle donne benedice la sposa:

Abbiti la benedizione tu, o figlia,
Vanne come il sole quando esce.
I nostri nomi nei tuoi figli
Si ripetano, e sieno onorati,
Quando noi saremo trapassati.

Questi rimproveri che la sposa addolorata volge alla madre sono pure assai poeticamente resi in un canto popolare russo. Lo sposo arriva co' suoi compagni a cavallo, secondo la consuetudine più universale all'uso indo-europeo; la sposa inquieta interroga la madre, che, per mezzo di vaghe risposte, si studia, come può, di allontanare dalla figlia il dolore che le sovrasta; ma, quando la compagnia entra in casa e si stacca dal muro la sacra immagine, innanzi alla quale si devono gli sposi prosternare per essere benedetti, anche la madre si unisce a benedire:

— Madre, perchè nel campo c'è la polvere?
Signora, perchè nel campo c'è la polvere?
— Sono i cavalli che scherzano;
Luce mia cara, sono i cavalli che scherzano.
— Madre, nel cortile le visite arrivano,
Signora, nel cortile le visite arrivano!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, sul verone le visite arrivano,
Signora, sul verone le visite arrivano!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, nella stanza nuova vengono,
Signora, nella stanza nuova vengono!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, dal muro levano l'immagine santa,
Signora, dal muro levano l'immagine santa!
— Fanciulla, non temere, non ti renderò,
Luce mia cara, non ti renderò.
— Madre, mi benedicono,
Signora, mi benedicono!
— Fanciulla, il Signore sia con te,
Luce mia cara, il Signore sia con te[298].


III.
Il pianto della sposa.

L'uso indo-europeo primitivo lasciava piangere la sposa una sola volta, quando veniva lo sposo, e benedetta dal padre e dalla madre, la menava alla sua nuova dimora. La benedizione de' parenti bastava senza quella del prete; le funzioni domestiche bastavano senza quelle della chiesa. Allora si poteva dal rituale notare, in modo preciso, quando alla sposa spettasse di piangere. Ciò non si può ora, che lo sposo riceve in consegna la sposa non una, ma due o tre volte: la prima in casa, quando gli sposi s'avviano alla chiesa, la seconda nella chiesa stessa, la terza quando si torna di chiesa, correndo in parecchi paesi l'uso che gli sposi tornino dalla chiesa a far la prima refezione nella casa della sposa, la quale, come si dice, alle Langhe Albesi in Piemonte, ha bisogno di forze per la fatica del viaggio.

Questa molteplicità di congedi contribuì forse a fare scomparire in molti luoghi l'antico uso che faceva piangere la sposa prima di recarsi a marito. Pure di una cosiffatta usanza di vedica antichità, sono ancora molte le traccie in Italia, in Grecia, in Albania, tra gli Slavi e tra i Finni.

Per quello che mi consta dell'Italia, la cerimonia del pianto della sposa è viva in Sardegna, presso il Lago Maggiore, nella valle d'Andorno, a Monte Crestese nell'Ossola, nell'Abruzzo Ultra 1.º, nell'Arpinate, in Calabria, in Sicilia, nel Bolognese, nel Fanese, nell'Osimano, nel Tudertino; e dico la cerimonia del pianto e non il pianto, dico il pianto infinto e non le pie lagrime che la madre e la figlia insieme confondono nel dolore del distacco; poichè questo dolore non è un uso, ma una voce sempre viva della natura, che non concede ad alcuno di lasciar senza rammarico le persone e le cose amate; dove si ama, si piange; ma perchè in molti luoghi si piange senza amare, quest'altro pianto è dell'uso.

Ma l'uso per riuscir tale, dovette pure avere il suo perchè; ed il perchè io lo trovo in un altro uso, che formerà il soggetto di un prossimo capitolo che si intitola: Il rapimento della sposa. Il canto popolare ci ricorda questo pianto obbligatorio nuziale, e de' saggi ne recammo già dalla poesia russa ed albanese; i contrasti del Carmen Nuptiale di Catullo lasciano indovinare la stessa usanza; e nell'agro Tuderte poi si canta ancora:

La giovinetta, quando si marita,
Con due parole abbandona la mamma:
Dice: la libertà per me è finita,
L'ultimo giorno che porto la palma[299].

A tal pianto, che fa, che dice lo sposo? Nel contado Osimano egli è pronto a soggiungere: «Che avete che piagnete tanto? Avete paura di non trovare il pa?[300] State zitta, magnerete, beverete e starete in santa pace.» — Meno cortese invece il paraninfo greco[301], alla piangente dice in nome dello sposo: «se piange, lasciatela»; al che la sposa prontamente soggiunge: «menatemi via, ma lasciatemi piangere

La sposa deve inevitabilmente piangere, e il perchè lo vedremo, come pure perchè, mentre la sposa stava intenta al suo piagnisteo, lo sposo indiano mandasse un grido d'evviva.


IV.
Prima delle sacre funzioni.

Nell'India antica, era la suocera quella che faceva gli onori allo sposo venuto per portarle via la figlia; ma gli onori avevano per lo sposo assai poca attrattiva; la suocera di lui lo picchiava, con un pestello da mortaio, e lo tirava in casa pel naso. Il primo uso del picchiare lo sposo è pure germanico; ma, come il Weber[302] avverte, non la suocera, ma la comitiva nuziale fa, in Germania, un tale sgarbo allo sposo. Il suocero invece più onestamente offriva allo sposo indiano un miscuglio di miele e gli preparava da sedere sovra l'erba kuça. Presso i Tartari di Kazan è lo sposo che si fa precedere dal miele, ch'egli manda con uova e burro in dono alla sposa. Anche nella valle d'Andorno in Piemonte, lo sposo, di primo mattino, manda, entro un paniere, tutta una colazione allestita in casa alla sposa: poich'è uso che innanzi d'andare in chiesa gli sposi e compagni e parenti loro, in casa della sposa, facciano il primo spuntino.

Rifocillata, la compagnia si dispone a partire, i suonatori accordano i loro istrumenti e le campane incominciano con lo suonare a festa. La madre benedice la figliuola, che in Ungheria s'inginocchia e riceve sul capo l'acqua benedetta[303]. È una specie di sacramento domestico.

Così, presso i Brettoni, quando lo sposo è entrato in casa, il capoccia gli consegna una cinghia da cavallo, che lo sposo passa alla cintura della sua fidanzata. Mentre egli affibbia e sfibbia la cinghia, il breutaer intuona un canto che incomincia: Ho veduto in un prato una giovine cavalla gioiosa, ecc.; dopo di che s'invocano le benedizioni del cielo; il breutaer fa scambiare gli anelli agli sposi e giurarsi di rimanere uniti sulla terra come il dito all'anello, per durare uniti nel cielo. La sposa esce quindi dalla casa col paraninfo (che non è il bazvalan), il quale ha tante liste d'argento sull'abito quante migliaia di lire porta la sposa in dote[304]. Segue il fidanzato con la donzella d'onore; il bazvalan fa salire lo sposo tenendo la briglia al suo cavallo, il breutaer solleva di peso la sposa, ponendola dietro lo sposo, e compiendo così l'ufficio del dr'idhapurusha o uomo forte del cerimoniale indiano che sollevava di peso la sposa sopra la pelle di toro distesa presso il fuoco sacrificale e forse la portava pure sopra il carro, come nell'odierno uso germanico. Messi a cavallo gli sposi, tutta la comitiva, pure a cavallo, parte di galoppo verso la chiesa; e il primo che arriva si guadagna un montone e il secondo alcuni nastri[305].

In Russia, gli sposi vanno invece alla chiesa in due carri distinti, tirati da tre cavalli, dopo che la sposa ha raccomandato il suo giardino al padre, col canto che segue:

Per la campagna, il cigno gridava,
Nel gineceo Annetta piangeva:
Dio giudichi il padre mio!
Consegnano la fanciulla a gente straniera,
Rimane il verde giardino senza di me,
Si seccheranno tutti i fiori del giardino,
Il mio roseo, il mio bianco fiore,
L'azzurro, il celeste fiordaliso.
Io farò questa raccomandazione al padre mio:
Alzati, o babbo, di buon'ora,
Innaffia, di frequente, ogni mio fiore,
All'aurora ed al tramonto,
E più ancora con la tua mesta lacrima.

Ma il lasciare la soglia della casa, per muovere alla chiesa non è sempre senza cerimonie; in Germania, la giovine coppia gitta sulla soglia che deve attraversare un tizzone acceso[306], quasi per avvertire sè stessa come il passo che sta per fare vuol essere difficile, od a purificarsi. In Sardegna, mentre la sposa esce dalla casa paterna, le viene presentata una cestina piena di tortore, a ciascuna delle quali essa deve dare la libertà[307]. Anche la Venus sponsa de' Latini rappresentavasi con una colomba in mano; e nei sarcofagi de' primi tempi della Chiesa, a simboleggiare la fedeltà coniugale, si rappresentano talora tortore, talora delfini[308]. Nella campagna d'Alba, fino all'anno 1848, nella vigilia del giorno in cui si festeggiano i due santi della città, per la qual festa si dà il fuoco ad una colomba, che dà così principio ai fuochi d'artifizio, perfettamente come la colombina di casa Pazzi che, in Firenze, per la settimana santa si brucia, affinchè i contadini tirino gli augurii per la raccolta dell'anno; nella campagna d'Alba, io dico, fino all'anno 1848, era l'ultima sposa fattasi prima della festa, che doveva dare il fuoco alla colomba. Ora queste tortore e queste colombe compagne della sposa, di ottimo augurio anche nelle nozze de' Brettoni, che cosa significano? Sono esse simbolo d'innocenza o d'amore o di fecondità o di tutto questo insieme? E le tortore che la sposa sarda mette in libertà non potrebbero essere segno della innocenza che la fanciulla è prossima a perdere? o pure, come parmi più probabile, non simboleggierebbero esse la libertà che la fanciulla, sottratta all'autorità paterna, va cercando nella gioia delle nozze?

Comunque ciò sia, ecco gli sposi in istrada, per non tornare indietro, divisi per lo più, finchè il prete non li abbia uniti in chiesa, e sostenuti ciascuno dai proprii parenti, mentre i suonatori, le campane, lo sparo de' mortaletti e degli schioppi e gli evviva della folla accompagnano la marcia più solenne che festosa di tutta la comitiva nuziale, la quale quanta fosse, in passato, possiamo raccogliere da una prova negativa, io voglio dire presso gli Statuti Fiorentini del 1415[309], ove si pone il divieto che il corteggio nuziale possa comporsi di oltre duecento persone, cioè cento per parte. Nè alcun vocabolo potrebbe essere qui più proprio di corteggio, per esprimere la comitiva nuziale, poichè dove son principi, ivi è corte; e che gli sposi siano principi lo vedremo nel capitolo seguente. Noto intanto, come nel Canavese, quando un uomo s'avvia per pigliar parte ad alcuna comitiva nuziale, sia solito a dire ch'ei va a far onore, o sia, a far la corte.


V.
Gli sposi incoronati.

Se non è una corona, sarà una ghirlanda; se la corona non è d'oro, sarà di un altro metallo; se non si adopera corona, saranno fiori; ma sempre usò e sempre usa ricingere di un serto il capo degli sposi. Poichè gli sposi son principi, e principi, perchè il primo degli sposi, lo sposo mitico, il sole è sommo principe incoronato. Al sole fanno corona i suoi raggi; gli sposi della terra, nel difetto di raggi solari, immaginarono cingersi il capo di oro o metallo che all'oro somigli, o di vaghi fiori. Il principato degli sposi dura, in Russia, quanto le nozze, o sia per lo più otto giorni; è un resto del culto agli sposi come ai principi mi sembra l'uso da pochi anni scomparso nella campagna d'Alba, ove un drappello di soldati presentava le armi agli sposi che passavano, mentre che l'ufficiale di guardia offeriva un mazzo di fiori alla sposa.

Ora è interessante il vedere come l'uso della corona o ghirlanda nuziale sia popolare a quasi tutti i popoli indo-europei. Per l'India, sappiamo che lo sposo muove tuttora incoronato alla dimora della sposa; per la Russia, che i due paraninfi tengono levata sul capo degli sposi per tutto il tempo del sacro rito una corona metallica, d'oro per i ricchi, indorata o di ottone per i poveri[310]; per la Grecia, che i due sposi portano una ghirlanda, la quale serbano di poi sopra il letto; per l'Albania, allude alla corona nuziale un grazioso canto popolare, ove si dice, fra l'altro: