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Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15) cover

Storia degli Italiani, vol. 02 (di 15)

Chapter 14: NOTE:
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About This Book

This volume delves into the history of Italy, focusing on various aspects of ancient society, including the institution of slavery and the complexities of social hierarchies. It examines the legal status of slaves, their roles in households and public life, and the economic implications of slavery in Roman society. The text discusses the treatment of slaves, their acquisition through war or purchase, and the moral contradictions inherent in their status as property rather than persons. Additionally, it highlights the cultural and social dynamics of slavery, including the education and exploitation of slaves for various tasks, reflecting on the broader societal norms and values of the time.

NOTE:

1.  Κατὰ τοὺς δικαιοτάτους τρόπους.

2.  Ulpiano li conta fra le res mancipi; e quod attinet ad jus civile, servi pro nullis habentur. Servitutem mortalitati fere comparamus (Dig. l. t. 17. l. 32, e 209 fragm. Ulpiani). In potestate dominorum sunt servi: quæ potestas juris gentium est; nam apud omnes per æque gentes animadvertere possumus, dominis in servos vitæ necisque potestatem fuisse: et quodcumque per servum acquiritur, id domino acquiri (Inst. i, t. 8). Floro li chiama secundum genus hominum (Hist., III. 20). Ilpo presso Seneca (Controv. X. 4), dice in servum nihil non domino licere. Giovenale nella Sat. v. 210 scrive quest'infamia:

Pone crucem servo. Meruit quo crimine servus

Supplicium? qui testis adest? quis detulit? audi:

Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est.

O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: esto.

Sic volo, sic jubeo: stet pro ratione voluntas.

3.  Gajo, Inst., III. 210. 212. 213. Vedi pure Heyne, E quibus terris mancipia in Græcorum et Romanorum fora adducta fuerint. Ci piace, per conformità di sentimenti, addurre queste parole di esso: Desinamus aliquando laudibus extollere virtutem romanam, omnis terrarum orbis vastatricem, et in generis humani calamitatem adultam et auctam. Quid enim? unius populi victoris tantæ ut essent opes, alia post aliam provincia viris opibusque fuit exhausta!

Pignoria, De servis, et eorum apud veter es ministeriis; Popma, De servorum operibus, suppl. ad Grævii Thes., vol. III. — Jugler, Sul traffico degli schiavi fra gli antichi, Guglielmo di Laon, Sull'emancipazione, non sono quasi altro che raccolte di testi. Reitemeier, Gesch. und Zustand der Sklavereileidenschaft in Griechenland, e Blair, An inquiry into the state of slavery amongst the Romans, hanno maggior ordine ed estensione, quantunque si limitino a due nazioni. Recenti sono P. Saint-Paul, Sur la constitution de l'esclavage en Occident pendant les derniers siècles de l'ère payenne, e Walton, Histoire de l'esclavage dans l'antiquité: essi discordano sul numero degli schiavi. Dureau de la Malle, Économie politique des Romains, pretenderebbe che nel VI secolo di Roma in Italia vi fossero ventidue schiavi ogni ventisette liberi. Blair mette da principio uno schiavo ogni libero, poi nel VII secolo almeno tre ogni libero; ma conviene che il problema è irresolubile coi dati che possediamo.

4.  Impediti pedes, vinctæ manus, inscripti vultus. Plinio, Natur. hist., VII. 4.

5.  Giustiniano, 530.

6.  Plinio, XVI. 18: XXI. 26; Quintiliano, Inst., II. 16; Seneca, Ep. 47. — Il Gori, Descriptio columbarii, e i suddetti Pignoria e Popma enumerano con particolari nomi almeno ventitre specie d'ancelle, e più di trecento specie di schiavi.

Dopo la battaglia di Canne, Annibale domandava quattrocencinquanta lire pel riscatto di ciascun prigioniero cavaliere, ducensettanta pel legionario, novanta per lo schiavo; ma anche il prezzo de' cavalieri doveva essere inferiore al consueto d'uno schiavo, giacchè si loda il senato d'aver piuttosto comprato schiavi, benchè costassero di più. Nel VI secolo di Roma uno schiavo robusto o una bella ragazza pagavansi venti mine, cioè da 1800 fr.; e Catone valuta mille cinquecento dramme, cioè fr. 1300, un buono schiavo da campagna. I prezzi d'affezione arrivavano all'eccesso.

7.  Ovidio, Eleg. I. 6.

8.  Tacito, Ann., XIV. 42.

9.  Cod. Theod., IX. 12.

10.  Polit., I.

11.  De re rustica, X e XI.

12.  Ulpiano. lib. II. § 2: e Lex Furia Caninia.

13.  πάμπολλοι. Ateneo, VI.

14.  Apulejo, in Apolog.

15.  Svetonio, in Augusto, 16; Plinio, XXXIII. 10.

16.  Quantum periculi immineret, si servi nos nostri numerare cœpissent. Seneca. De clementia, I. 24. — Nel 210 il senato vuotò l'erario più santo, nel quale riponeasi l'aurum vicesimarum, cioè il ventesimo del valore degli schiavi affrancati. È probabile che alle stesso spediente si fosse ricorso nella prima guerra punica, ove il bisogno non fu meno stringente, sicchè nel tesoro non si trovava che il prodotto di trentun anno: e sommava a lire 4,500,000. Prendendo un medio fra le lire 1300 che Catone pagava un servo robusto e le 457 de' legionarj venduti da Annibale agli Achei, avremo 878 lire, la cui ventesima è lire 44: sicchè gli affrancati sarebbero stati 100,000, vale a dire 33,000 l'anno.

17.  Quest'è l'autore della legge De repetundis per frenare la rapacità dei magistrati. Mentre era pretore in Sicilia, il senato gli mandò denaro per comperare grano; ed egli il fece con tanta lealtà, che rinviò la più parte della somma speditagli: donde acquistò il titolo di frugi. Cicerone, in Verrem, III.

I fatti che qui narriamo, raccolgonsi dai frammenti di Diodoro Siculo.

18.  Vix ullius gentis, ætatis, ordinis hominem inveneris, cujus felicitatem fortunæ Metelli compares. Vellejo Patercolo, i. 12.

19.  Si questionò sul luogo di questa battaglia, come s'un punto de' più rilevanti. Cluverio nell'Italia antiqua, lib. I. c. 23, Cellario nella Geographia antiqua, Durandi, Sulla condizione dell'antico Vercellese, Nieuport nell'Historia reipublicæ et imperii romani, tom. II. l. 7, Ottavio Ferrari nelle Dissertationes Insubricæ, e più distesamente Napione nelle Memorie dell'Accademia di Torino del 1839, la pongono alla Tosa presso Vercelli; Maffei e Carli nelle Storie di Verona, Filiasi ne' Veneti, Pignoria nelle Origini di Padova, Sigonio, Panvinio, e dopo molti altri Walckenaer nei Mémoires de l'Institut, 1812, la vogliono a Verona: e chi paragoni l'impetuosa Adige alla piccola Tosa, la troverà ben più opportuna a quelle selve che i Cimri vi gettarono entro.

20.  Forse allude a Lucullo. Vi scorgo però meno i sentimenti di Mario che quelli di Sallustio, autore di questa parlata.

21.  Fra Nizza e Genova si trovavano Tropæa Augusti (Turbìa), detta dal monumento postovi dappoi in onore d'Augusto. Olivula Portus (Villafranca), Avisio Portus (Eza), Costa Balenæ (Torre di Larma), Tavia, Portus Maurici, Locus Bormani (Borganzo), Vada Sabatia, Savo, Vico Virginis (Legine), Alba Docilia (Albissola), ad Navalia (Laban), Hasta ad Figlinas (Feggino). A levante di Genova presentavansi Ricinum (Recco), Portus Delfini (Portofino), ad Salaria presso Campi, Segesta Tiguliorum (Sestri di Levante), Tegolata (Trigoso), ad Monilia, Bodetia (Bonassola), Portus Veneris, Eryx (Lerice).

22.  Lungo il Po presentavansi le città di Cerialis (Ceresole), Carea (Chieri), Industria presso Verrua, Ceste (Moncestino?), Rigomagus (Rinco), ad Medias, Valentinum (Valenza); a mezzodì di esse vicino al Tànaro, Diovia (Mondovì), Potentia (Carrù), Polentia, Alba Pompeja; presso al Belbo Calanicum (Calizzano), Ceba, Crixia (Bocchetta del Censio), Nicea (Nizza della Paglia), Urbs (Orba), Libarna (Montechiaro); a mezzodì presso Ercate, Boacæ (Bozzolo), Rubra (Terra Rossa).

23.  Ivi Taurasia, detta poi Augusta Taurinorum, Grajoceli (Bragella), Magelli (Moneglia), ad Fines (Avigliana), ad Duodecimum (Giaconera), ad Octavum (?), Vibiforum colonia (Pinerolo).

24.  Ivi Rauda (Rotta) che credono i Campi Raudj famosi per la disfatta dei Cimri, Cottuta (Cozzo), Carbantia presso La Castagna, Laumellum, Durii (Dorno), Quadrata, Lambrus (Castel Lambro), Tres Tabernæ presso Borghetto, ad Rota (Orio).

25.  Oltre Mediolanum, v'erano le città di Melpum (Melzo?); Laus Pompeja (Lodi), che ricevette colonia dal padre di Pompeo Magno; Forum Diuguntorum (Crema?); Acerræ (Pizzighettone) sull'Adda, la città più forte dell'Insubria: Spina (Spinazzino); a settentrione di Lodi e a levante Minervium, che i Galli chiamavano Buddig: al confluente dell'Adda col Po Cremona, già de' Cenomani. Si aggiungano Tetellus presso Brescia (Rovato?), Sebum che diè nome al lago d'Iseo (Sebinus), Tollegate (Telgate), Leucum ove l'Adda esce dal lago di Como, Forum Licini (Incino) ivi presso, Pons Aureoli (Pontirolo) fabbricato più tardi, Modicia e Argentiacum (Monza e Crescenzago o Gorgonzola) presso Milano, Sibrium (Castel Seprio).

26.  Ivi son pure menzionate Forum Livii (Forlì), Forum Populi (Forlimpopoli), Cæreviani (Torre di Cervia).

27.  Moltissime città dei Veneti e dei Carni sono ricordate, ma sarebbe difficile determinare quali da antico esistessero, e quali fondate posteriormente: Ateste (Este) sul Rutero, Vicentia, Vicus Varianus presso Legnago, Vicus Enianus (Montagnana), Forum Alieni (Alenile), Maria (Loreo) presso Adria, Portus Edronis (Chioggia), Fossa Clodia (Castello in val di Pozzo), Portus Medoaci (Malamocco), Mons Ilicis (Monselice), Cadiana (Caldiero?), Auræi (Montebello), Atina (Tine), ad Cepasias sul Sile (Albaredo), Tarvisum (Treviso), Acelum (Asolo), Opitergium (Oderzo) e a levante di esso Juliæ Concordiæ (Concordia), Apicilia presso Latisana; Portus Navonis (Pordenone), Quadrivium (Codroipo), Portus Romatinus (Portogruaro), Marianum (Mirano). Fra Aquileja e Vicenza erano Susonnia (Savogna), Ceneta, Feltria, Belunum abitata da Reti, Cællina, Ibligo (Ipplis), Æmonia (Gemona) dei Carni, Noreja (Venzone), Forum Julii (Friuli) fortificata e colonizzata dai Romani, Pucioli (Pozzuolo). Più a settentrione stavano Menocaleni (Monfalcone), Quarqueni (Gorizia), Larice (Ladra) sull'Isonzo, ecc.

28.  Rutilio Numaziano, viaggiatore del III secolo, cantava di essa:

Alpheæ veterum contemplor originis urbem

Quam cingunt geminis Auser et Arnus aquis.

Conum pyramidis coëuntia flumina ducunt,

Intratur modico frons patefacta solo...

Sed proprium retinet communi in gurgite nomen,

Et pontum solus scilicet Arnus adit.

Lo stesso descrive bene l'isola Gorgona:

Assurgit ponti medio circumflua Gorgon

Inter pisanum, cyrniacumque latus.

29.  Virgilio. Altre città dell'Etruria erano Macra (Monte Morello), Pistoria, Fesulæ, Florentia; fra l'Arno e il Tevere Portus Labronis (Livorno), Populonium presso Piombino e Telamone, che aveano porti e fonderie pel minerale dell'Elba; Rusellæ posta fra loro; Portus Cosanus o porto Ercole presso Cossa; a levante di questa Saturnia, e a mezzodì Graviscæ, Castrum Novum, ecc.: fra Alsium (Palo) e Fregenæ (Castel Guido); Regisuilla era anticamente sede di un capo pelasgo. Nell'interno, lungo e vicino al Tevere, erano Saxa Rubra (Grotta Rossa) a sei miglia da Pons Milvius (Ponte Molle); Capena (Civitella?) presso il monte Soratte; al nord di questo Nepe, antemurale a Roma contro i popoli settentrionali; Sutrium presso Trossuli (Trosso); Ferentinum al sud di Volsinio; Sena al nord di Volterra; all'est Salphis (Monte Alfino).

30.  Nell'Umbria propria, sulla costa dal Rubicone all'Esi erano la fiorente Arimino, Pisaurum che si vorrebbe denominata dell'oro pesatovi da Brenno, Fanum Fortunæ (Fano), Senogallia; nell'interno presso la via Flaminia Mevania (Bevagna) bella e forte, Hispellum (Spello) sulla via di Perugia, più a mezzodì Spoletum, sul Nar Interamna (Terni), Ocriculum Sentinum presso l'Esi, negli Appennini Iguvium (Gubio), Sarsina sul Sapi. Voglionsi pur ricordare Forum Sempronii (Fossombrone), Fulginium (Foligno), Trebiales (Trevi), Corsulæ (Monte Castrilli), Assisium, Tifernum Tiberinum (Tifi) presso le sorgenti del Tevere, Urbinum Hortense e Urbinum Metaurense (Urbino e Urbania). Camerinum, ai tempi di Silla fabbricato dagli abitanti della distrutta Camerta; Nequinum che i Romani denominarono Narnia.

31.  Altre sue città Numana, Potentia, Firmum; a mezzodì l'antica Cupra maritima, Castrum novum, Hadria (Atri) de' Liburni, Asculum sulla montagna.

32.  Altre cittadella Campania erano sulla costa Vulturnum, Linternum, Cuma una delle più forti, Neapolis, Resina a piè del Vesuvio, Stabiæ rôcca, Sorrentum. Nelle terre de' Picentini Salernum e Marsina. Nell'interno Venafrum, Teanum dei Sidicini, Cale dei Caleni Ausonj, Calatia (Gajaza), Saticula, Trebua, Suessula, Totella, Acerra.

33.  Viteliv, scritto da dritta a mancina, secondo l'antico modo italiano. Si hanno medaglie di questa lega, rappresentanti otto guerrieri, che tendono le spade nude verso una troja tenuta da un uomo inginocchiato a' piedi d'una insegna militare.

Il Micali (Monumenti inediti, tav. LIV) pubblicò una medaglietta che porta nel dritto MUTIL EMBRATOR e una testa di donna coronata d'ellera, nel rovescio C. PAAPI e un toro che calpesta una lupa atterrata, allusione al nome d'Italia (Vitalia) vincitrice della lupa romana. L'iscrizione è in lettere e lingua osca, facendo rivalere la favella e l'alfabeto territoriali a quelli della città comune.

34.  Cicerone, allora nuovo soldato, si ricordava d'avere assistito a un colloquio fra Sesto Pompeo e Scatone suo ospite, al quale il primo domandò, — Che titolo ti ho a dare?» E Scatone: — Chiamami ospite per cuore, nemico per necessità». E si favellarono senza tema nè soperchieria, poca ragione avendo d'odiarsi, giacchè essi non cercavano di tôrre a noi la città, ma di averla insieme con noi. Erat in eo colloquio æquitas: nullus timor, nulla suberat suspicio; mediocre etiam odium; non enim ut eriperent nobis Socii civitatem, sed ut in eam reciperentur petebant. Philippica, XII. 11.

35.  Come uno dei pochi passi poetici di Plutarco, leggasi la romanzesca descrizione di quella fuga. Da quel profluvio di superstizioni vedano i prudenti quanto sia opportuno il consiglio di formare la gioventù sugli Uomini illustri di Plutarco.

36.  Orosio, v. 9.

37.  Simul illud cogitare debes, me omnem pecuniam, quæ ad me salvis legibus pervenisset, Ephesi apud publicanos deposuisse; id fuisse IIS bis et vicies. Ad fam., V. 20.

38.  Ep. 39, del 693 di Roma.

39.  Pro lege Manilia.

40.  Vedi Plutarco in Silla; Appiano nel Mitradatico; Cicerone, pro lege Manilia e pro Flacco: gli Excerpta di Dione e di Memnone; oltre Tito Livio, Vellejo Patercolo, Valerio Massimo, Floro, Eutropio, Orosio. Alcuno imputa il suddetto Rutilio Rufo d'aver consigliato questa barbarie a Mitradate: Cicerone ne lo purga (pro Rabirio Posthumo), e c'informa che campò travestito da filosofo.

41.  Cicerone, pro Roscio Amerino.

42.  Lo confessa fin il gelido Appiano (B. Civ., i. 97): οἵδε μὲν οὔτως ἐγκρατῶς ἀπεθανον.

43.  Nel Circo Massimo, Augusto fece porre l'obelisco che ora è in piazza del Popolo, e Costanzo quello del Laterano. Dal circo di Caracalla, che tuttavia sussiste, fu tolto l'obelisco di piazza Navona. Il circo più famoso è il Coliseo, la cui elissi si svolge per 534 metri all'esterno e 239 all'interno, 19 metri sollevasi la precinzione esteriore in quattro ordini sovrapposti: capiva novantamila spettatori; attorno e sotto v'erano volte ove serbare le fiere; poteasi anche farvi scorrer acqua; e larghe tende riparavano dal sole e dalla pioggia.

44.  Gladiatoria sagina, dice Tacito, Hist., II. 88.

45.  Quare tam timide incurrit in ferrum? quare parum audacter occidit? quare parum libenter moritur? Seneca, ep. VII. — Injuriam putat quod non libenter pereunt. Contemni se putat. Lo stesso, De ira, I.

46.  Plinio, XXVIII. 11; Celso, III. 23; Areteo, IV. 175.

47.  Plausum immortalitem, sibilum mortem videri neccesse est. Cicerone, pro Sextio.

48.  Crudele gladiatorum spectaculum et inhumanum nonnullis videri solet; et haud scio an ita sit, ut nunc fit. Cum vero sontes ferro depugnabant, auribus fortasse multæ, oculis quidem nulla poterat esse fortior contra dolorem et contra mortem disciplina. Tuscul., II. 17.

In un momento di mal umore, Cicerone pigliò per traverso i sopradetti giuochi di Pompeo: — Per cinque giorni v'ebbe due caccie, magnifiche, chi lo nega? ma un uom d'affari che divertimento può prendere dal vedere o un uomo debole sbranato da una fortissima bestia, o un'insigne fiera traforata da un cacciatore? L'ultimo giorno si ebbe gli elefanti, di cui il vulgo e la turba fa le meraviglie: ma non vi fu alcun diletto, anzi sorse una certa compassione e un credere che quell'animale avesse qualche affinità colla stirpe umana». Epist., lib. VII. — Strana cosa! il vedere sbranato un uomo dà poco divertimento, e l'uccidersi un elefante mette compassione.

49.  Tacito, Ann., XIII. 49.

50.  Spectaculum, quod ad pulchra vulnera contemptumque mortis accenderet. Panegir. c. 33.

51.  Valerio Massimo, II. 10. 2.

52.  Cicerone, pro lege Manilia, 14.

53.  Cicerone, pro lege Manilia, 12.

54.  Per nemora illa odorata, per thuris ac balsami silvas romana circumtulit vexilia. Floro, III. 5.

55.  Elegantissima iscrizione pose nel tempio che a Minerva eresse nel campo Marzio, e che Plinio ci conservò, Natur. hist., VII. 27:

GNEIVS POMPEIVS MAGNVS IMPERATOR BELLO TRIGINTA ANNORVM CONFECTO FVSIS FVGATIS OCCISIS IN DEDITIONEM ACCEPTIS HOMINUM CENTIES VICIES SEMEL, CENTENIS OCTOGINTA TRIBVS MILLIBUS DEPRESSIS AVT CAPTIS, NAVIBVS SEPTINGENTIS QVADRAGINTA SEX. OPPIDIS CASTELLIS MILLE QVINGENTI VIGINTI OCTO IN FIDEM RECEPTIS. TERRIS A MÆOTIS LACV AD RVPRVM MARE SVBACTIS. VOTVM MERITO MINERVÆ.

56.  In hanc rem constat Catonis præceptum pene divinum, qui ait: Rem tene, verba sequentur. Così nell'Arte retorica di Giulio Vittore, scoperta dal Maj.

57.  Hominis, ut opinio mea fert, nostrorum hominum longe ingeniosissimi atque eloquentissimi. Pro Fontejo.

58.  Hirtium et Dolabellam dicendi discipulos habeo, cœnandi magistros. Puto enim te audisse... illos apud me declamitare, me apud illos cœnitare. Ad familiares, IX. 16.

59.  De officiis, II. 10.

60.  In Bruto, 19.

61.  Cicerone fa così narrare il fatto da esso Antonio: — Non vogliate credere che nella causa di Manio Aquilio, nella quale io non veniva a narrare avventure d'antichi eroi, o i favolosi loro travagli, nè a sostenere un personaggio da scena, ma a parlare in mia propria persona, far potessi quel ch'ho fatto per conservare a quel cittadino la patria, senza sperimentare viva passion di dolore. Al vedermi davanti un uomo ch'io mi ricordava essere stato console, un generale d'eserciti, cui il senato aveva conceduto di salire al Campidoglio in forma poco dissimile al trionfo; al vederlo, dico, sbattuto, costernato, afflitto, in avventura di perdere ogni cosa, non prima incominciai a parlare per movere gli altri a compassione, ch'io mi sentii tutto intenerito. Mi accôrsi allora veramente della straordinaria commozione de' giudici, quando quell'afflitto vecchio e di gramaglia vestito levai di terra, e gli stracciai la vesta sul petto, e mostrai le cicatrici: il che non fu effetto di arte, ma sì d'una gagliarda commozione d'animo addolorato. E nel mirare Cajo Mario ivi sedente, che colle lacrime sue più compassionevole faceva il lutto della mia orazione, allorchè a lui mi volgeva con frequenti apostrofi raccomandandogli il suo collega, ed implorandone l'ajuto per la causa comune di tutti i capitani; questi tratti patetici, e l'invocar ch'io feci tutti gl'iddii e gli uomini, cittadini e alleati, non poteano essere da mio gravissimo dolore e da lagrime scompagnati; e per quanto avess'io saputo dire, se detto l'avessi senz'esserne passionato, non che a commiserazione, avrebbe il mio parlare mossi a riso gli uditori». De oratore, II. 45.

62.  Svetonio, De claris rhet., II. Conyers Middleton nella Vita di Cicerone dà la storia di quel tempo, ma soverchiamente parziale al suo eroe. Prima ancora, Francesco Fabricio nostro aveva scritto Sebastiani Corradi quæstura et M. T. Ciceronis historia, in bel latino difendendo l'Arpinate da Dione e Plutarco, tediando però coll'uso d'un'allegoria perpetua secondo i tempi, giacchè suppone che un questore presenti le azioni di Cicerone in forma di moneta buona, per contrapposto alla falsa degli storici greci. Lo studio di quest'età non potrebbe farsi meglio che sulle Epistole di Cicerone stesso, principalmente al modo che le ordinò e tradusse in tedesco C. Wieland; poi G. Schütz professore a Jena col titolo di M. T. Ciceronis epistolæ ad Atticum, ad Quintum fratrem, et quæ vulgo ad Familiares dicuntur, temporis ordine dispositæ, ecc., ristampate a Milano in 12 vol. in-8º colla versione del Cesari e illustrazioni. Anche Golbery pose una Histoire de Cicéron in fronte alla traduzione delle opere di questo, edita da Panckoucke, Parigi 1835: e nel 1842 si pubblicò Cicéron et son siècle par A. F. Gautier. A Leyda si stampò una biografia di Tullio, scritta da W. Suringar, e tratta dalle opere di lui, col titolo M. T. Ciceronis commentarii rerum suarum, seu de vita sua: accesserunt annales ciceroniani, in quibus ad suum quæque annum referuntur quæ in his commentariis memorantur. Una ho posta io negli Italiani Illustri.

63.  A Tirone liberto di Tullio attribuiscono l'invenzione delle note o abbreviature stenografiche. Che poi quest'ultimo scrivesse le orazioni dopo il fatto, lo attesta egli stesso: An tibi irasci tum videmur, quum quid in causis acrius et vehementius dicimus? Quid! quum, jam rebus transactis et præeteritis, orationes scribimus, num irati scribimus? Tuscul., IV. 25. Pleræque enim scribuntur orationes habitæ jam, non ut habeantur. Brutus, 24. Nei momenti d'ozio preparava introduzioni a futuri componimenti, onde gli occorse di mettere la stessa a due diversi lavori. Nunc negligentiam meam cognosce. De gloria librum ad te misi; at in eo proœmium idem est quod in Academico tertio. Id evenit ob eam rem, quod habeo volumen proœmiorum; ex eo eligere soleo, cum aliquod σύγγραμμα institui: itaque jam in Tusculano, qui non meminissem me abusum isto proœmio, conjeci id in eum librum, quem tibi misi. Cum autem in navi legerem Academicos, agnovi erratum meum; itaque statim novum proœmium exaravi etc. Ad Attico, XVI. 6. Un'altra disattenzione sua ci occorre nel lib. V De finibus, ove finge che gl'interlocutori trovino in Atene Papio Pisone, il quale poi nel parlare si riferisce ai discorsi tenuti antecedentemente, e ai quali non si suppone ch'egli assistesse. Le distrazioni anche dei più forbiti valgano di scusa se non di discolpa a noi scrittorelli.

64.  Che Cicerone riponesse in ciò la finezza dell'arte, appare dal vedere come la mancanza di digressioni sia da lui presa per segno di rozzezza negli antichi, ai quali appone che nemo delectandi gratia digredi parumper a causa posset. Brutus, 91.

«Cicerone (diceva Apro nel Dialogo Della corrotta eloquenza, che si attribuisce a Tacito) fu il primo a parlar regolato, a scerre le parole e comporle con arte; tentò leggiadrie; trovò sentenze nelle orazioni che compose sull'ultime, quando il giudizio e la pratica gli aveano fatto conoscere il meglio, perchè l'altre non mancavano di difetti antichi, proemj deboli, narrazioni prolisse; finisce e non conclude, s'altera tardi, si riscalda di rado, pochi concetti termina perfettamente e con certo splendore; non ne cavi, non ne riporti; è quasi muro forte e durevole, ma senza intonaco e lustro».

65.  Ego quia dico aliquid aliquando, non studio adductus, sed contentione dicendi aut lacessitus: et quia, ut fit in multis, exit aliquando aliquid, si non perfacetum, attamen fortasse non rusticum, quod quisque dixit, id me dixisse dicunt. Pro Plancio.

66.  Pro Cæcina; De finibus, III e I; De nat. Deorum, I; Tuscul., II.

67.  Cicerone, Brutus, 64.

68.  Pro Murena.

69.  De legibus, I. 5. 6; De repub., III. 17.

70.  I. 22. 23.

71.  Quartum quoddam genus reipublicæ maxime probandum esse sentio, quod est ex his quæ primo dixi moderatum et permixtum tribus... Placet esse quiddam in republica præstans et regale: esse aliud auctoritati principum partum ac tributum: esse quasdam res servatas judicio voluntatique multitudinis. — Ecco l'idea dei tre poteri, però già accennata dal pitagorico Ippodamo, poi attuata dai popolani moderni.

72.  Cicerone, in Verrem, II.

73.  Lo stesso, ivi.

74.  Parmi questo il concetto che ragionevolmente esce dalle ampollose lodi di Marco Tullio: Sic porro homines nostros diligunt, ut his solis neque publicanus, neque negotiator odio sit. Magistratuum autem nostrorum injurias ita multorum tulerunt, ut nunquam ante hoc tempus ad aram legum, præsidiumque vestrum publico consilio confugerint... Sic a majoribus suis acceperunt, tanta populi romani in Siculos esse beneficia, ut etiam injurias nostrorum hominum perferendas putarent. In neminem civitates ante hunc (Verrem) testimonium publice dixerunt: nunc denique ipsum pertulissent si etc. Ivi.

75.  Se Cicerone espone il vero, i Siciliani usavano un calendario ben rozzo, giacchè per mettere in accordo i mesi solari coi lunari, aggiungevano o toglievano uno o due giorni, facendo più breve o più lungo il mese. Est consuetudo Siculorum, ceterorumque Græcorum, quod suos dies mensesque congruere volunt cum solis lunæque ratione, ut nonnumquam si quid discrepet, eximant unum aliquem diem, aut summum biduum ex mense, quos illi ἐξαιρεσίμους dies nominant; item nonnunquam uno die longiorem mensem faciunt, aut biduo. Ivi.

76.  Cicerone si scusa dell'attribuire importanza a pitture e sculture. Dicet aliquis: Quid? tu ista permagno æstimas? Ego vero ad meam rationem usumque non æstimo; verumtamen a vobis id arbitror spectari oportere, quanti hæc eorum judicio, qui studiosi sunt harum rerum, æstimentur, quanti venire soleant, etc. Ivi, IV. E vedi il nostro Cap. XLII.

77.  Cicerone, De provinciis consul., IV.

78.  Un libro intero della sua azione contro Verre aggirasi sui lavori di belle arti da costui rapiti; ed è prezzo dell'opera il leggerlo, sì per informarsi di tante opere insigni, sì per conoscere le maniere con cui esso le occupò; tra queste un Apollo ed Ercole di Mirone, un Ercole dello stesso, un Cupido di Prassitele. Nelle Memorie dell'Accademia francese di belle lettere, tom. IX, Fraugier inserì una dissertazione, intitolata La galleria di Verre.

79.  Scyphos sigillatos... phaleras pulcherrime factas... attalica peripetasmata... pulcherrimam mensam citream.

80.  In Verrem, V. 3.

81.  Tito Livio, vi; Strabone, vi.

82.  A Gellio, xvi. 13: Tacito, Ann., XIV. 27; Maffei, Verona illustrata, V; Denina, Rivoluzioni d'Italia, II, 6.

83.  Τότε μὲν πολίχνια, νῦν δὲ κώμαι, κτῆσεις ἰδιωτῶν. Strabone, v.

84.  Is exercitus noster locupletium. Ad Attico.